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L’ira di Calus fu funesta. Mentre le sue forze ripiegavano da Roma per attestarsi su linee diverse, ingiuriò molti suoi comandanti, fece decapitare Antinasio Paolino per il suo poema in cui ravvedeva l’umiliazione e la fine del suo regnare in Roma.
-Sono ancora l’Imperator! Non sarà quella sgualdrina esule e ribelle a regnare in Roma! Sono ancora l’Imperator!-, ringhiava ai servi e ai messaggeri. Il suo fido Variato Antiparo, primo tra i custodi del trono, lo osservava con impassibile fermezza, incurante degli eccessi in cui l’Imperator in fuga si gettava. Vino e cibo parevano placare solo temporaneamente la sua foga e vi indulgeva senza requie, le dita grassocce a piluccare, la bocca vorace a fagocitare. Terminato un piatto ruggiva ai servi di portargli altro cibo.
-Che tutti i fedeli al vero Imperator si preparino! Combatteremo nuovamente i traditori! E riconquisteremo l’Impero!-, ordinò. Ma non furono molti i Legati a rispondere alla sua chiamata. In diversi non si mossero, ormai disillusi. Altri, ancor più decisi, imbaldanziti e galvanizzati dalla presa di Roma da parte di Aristarda Nera, dichiararono la loro defezione.
Il contagio si sparse: la Ferencia collassò in guerra civile. Le regioni Dalmaticae divennero un crogiolo di uccisioni e rivolte. La presenza di due regnanti aveva scisso l’Impero in due fazioni ormai distinte, senza altri contendenti, in lizza per il Trono.
Il proclama di Calus vide però diversi eserciti scindersi, con Tribuni e sottufficiali in aperta lotta con i propri superiori. La guerra civile divampò tanto che i governatori delle singole province non poterono far altro che assistere al progressivo sgretolarsi della forza militare che avrebbe dovuto proteggerle. I barbari del nord invasero l’Impero finché l’armata di Julio Demeter Admisio, seguace di Calus non radunò le proprie forze sconfiggendoli nella Battaglia della Valle Colonicae. Il risalto della vittoria fu totale: i seguaci di Calus marciarono per riunirsi al loro Imperator e in spregio alle forze di Aristarda, misero al sacco intere città arruolando a forza civili e vessando la popolazione per ottenere cibo e denaro. Dinnanzi a tali soprusi, l’opera pacificatrice dei sacerdoti degli Dei e i pochi tentativi del personale dei Prefecti e delle forze di sicurezza non servirono quasi a nulla.
La verità, triste ma ineluttabile era che la presa di Roma da parte di Aristarda Nera non aveva cambiato nulla: la guerra civile ancora devastava l’Impero.

Il primo giorno di Aristarda Nera come Imperatrix in Roma fu semplicemente di memento.
Vi furono solenni esequie per i morti, per le vittime di quel conflitto, per cercare di lenire il dolore, di ricucire lo strappo tra gli Dei e gli uomini.
L’incenso s’innalzava da numerosi templi, insieme ai canti dei sacerdoti.
-Gradiranno gli Dei quest’offerta?-, chiese Aristarda.
Non vi era risposta: né dagli uomini ne dal cielo. L’Imperatrix passò la giornata tra i turiboli e le oblazioni, tra i riti di diversi Dei e i roghi dei funerali.
Arrivata che fu a sera, Aristarda cenò moderatamente.
-Hortensia.-, disse. La Justicar voltò appena il capo verso di lei.
-Hai cenato?-, chiese l’Imperatrix. La nera scosse il bel capo. Aristarda fece preparare un piatto con poche pietanze. La Justicar annuì con un cenno grato e sedette a cibarsi.
Il traffico di Roma non era diminuito durante la guerra, numerosi mezzi antigravitazionali e stormi militari solcavano il cielo.
-A cosa è servito?-, chiese l’Imperatrix. Mai come in quel momento si era sentita fragile.
A cosa era servito aver vinto, aver potuto finalmente riottenere il Trono in Roma?
La guerra continuava. L’Impero si stava dissanguando. Per nulla.
-È un segno. Un segno che finirà.-, rispose Hortensia. Aristarda annuì.
-Vorrei poterci credere. Ho visto così tanti morire… Così tante persone care svanire. Socrax, Proximo, Ilthea, Voldus e Nearco… Persino Septimo, anche dopo ciò che ha osato fare, mi manca a suo modo.-, ammise.
-Per i morti non puoi fare nulla, Imperatrix. Ma puoi batterti per i vivi.-, disse la nera.
Aristarda annuì. Annusò l’aria. Sentiva ancora l’odore d’incenso e di cenere.
Espiazione e dissoluzione. La verità era quella: a null’altro ambiva l’Impero.
-In fin dei conti, anche Socrax la pensava così-, aggiunse Hortensia.
-Conoscevi Socrax?-, chiese Aristarda con stupore. La nera annuì.
-Sì. Fu un uomo particolare. Un buon mentore e un ottimo amico. Fui io a sostituire il veleno che avrebbe dovuto portarlo alla morte con un farmaco che l’avrebbe solo reso inerte e come morto per qualche istante. Fui io a farlo uscire da Roma. Non mi perdonò. -, il viso di Hortensia si aprì in un sorriso appena accennato, triste.
-Conoscendolo, avrebbe preferito perire per i suoi ideali, no? -, chiese Aristarda.
-Il fatto era che chiunque altro sarebbe stato inadatto ad avvisare Alexander Varus. -, spiegò la guerriera. Aristarda la guardò, con rinnovata curiosità.
-Socrax parlò ad Alexander? -, chiese, -Prima di morire?-.
-Sì. Cose maledette inseguono la Prima Lama. Un orrore antico. La nemesi del nostro ordine.-, spiegò Hortensia, -E Alexander ha un percorso, che solo lui può percorrere.-.
-Vera Nemlia è sulle sue tracce.-, disse Aristarda, più a sé che ad Hortensia.
-Anche lei è una di noi. Ma non temere Imperatrix: la sua lealtà ultima è per te.-, la rassicurò la nera. Aristarda annuì. Era stanca. Si sentiva vessata da tutti gli accadimenti.
-Dove si stanno dirigendo? Lo sai, vero?-, chiese.
-Ne ho un’idea.-, ammise Hortensia, -Le radici del futuro affondano nel passato.-.
-Sei elusiva.-, rispose Aristarda. Si alzò. Andò verso la balconata. Guardò Roma dall’alto del palazzo. La città eterna, narrata dalle leggende, ancora si ergeva, in sfida al fato.
I passi della Justicar erano appena udibili. Aristarda la sentì appoggiarsi alla ringhiera, al suo fianco. La nera osservava la città, non senza un’ombra di stupore.
-Da qui appare molto più vasta. Non ho mai avuto modo di vederla dall’alto.-, ammise.
-Io sì.-, sorrise Aristarda, -Da piccola questo palazzo era casa. Septimo e Dursillia erano spesso con me. Giocavamo a nascondino tra questi corridoi.-, la nostalgia parve permeare la sua voce, -Dursillia divenne Vestale molto presto, sentendo forte la chiamata della Dea. Septimo invece si avviava al futuro da Imperator e chiedeva che anche io divenissi sacerdotessa. Diceva che ne avevo tutte le doti.-.
-Non faceva per te, dico bene?-, chiese Hortensia.
-Tutt’altro! Sarebbe stato perfetto! Ma una parte di me non ha mai accettato. Fu Septimo a essere portato in trionfo con mio padre. Fu sempre Septimo a essere edotto alle opere militari. Era palese che mio padre lo preferiva. Era scaltro, astuto e bello. Il sogno di molte donne.-, rispose Aristarda, -Ma tra tante, lui prese la sola che mai avrebbe dovuto sfiorare…-, aggiunse infine. Hortensia annuì. Osservarono assieme la notte incedere nel cielo per qualche istante. Poi, l’Imperatrix si volse. Diede le spalle a Roma, appoggiandosi alla balconata. Hortensia la guardò, come in attesa.
-La prima volta, quando capii che Septimo avrebbe avuto il Trono, ponderai di buttarmi.-, disse Aristarda, -Pensai che se fossi morta, mio padre avrebbe capito. Una vendetta puerile, no?-, chiese. Hortensia annuì appena.
-Puerile… Forse tanto quanto la mia decisione. Se non mi fossi ribellata…-, iniziò Aristarda. La voce di Hortensia, prima della sua mano su una spalla, la scosse.
-Non pensarlo, Imperatrix. Non l’avessi fatto tu, altri si sarebbero levati. Il tempo dell’Impero è prossimo alla fine. Così è scritto.-, disse la nera.
Aristarda si volse verso la guerriera. Il suo viso era appena intaccato dalla ferita riportata per salvarle la vita. “Quante altre cicatrici e ferite che non vedo?”, si chiese.
-Cos’altro è scritto?-, chiese. Hortensia sorrise appena. Il suo odore era ferale, ma piacevole. Era diversa da qualunque altra donna l’Imperatrix avesse conosciuto.
-Solo quello che noi scriveremo ora, Imperatrix.-, disse la guerriera. Il bacio successivo fu passionale, lento, come se le due donne avessero avuto tutto il tempo. Improvvisamente, Aristarda realizzò di essere schiacciata tra il corpo di Hortensia e la ringhiera del balcone.
E realizzò che le mani della Justicar si erano rapide fatte strada tra le sue vesti. Gemette sentendole sfiorare i seni, le cosce. Con delicatezza che non credeva possibile, le accarezzò il viso e il collo. Hortensia emise un gemito prima di baciarle il collo, le mani impegnate a scoprire i seni e le cosce. L’Imperatrix non lottò: non voleva il predominio, non voleva neppure il conforto di un letto. Voleva quell’atto. Lo voleva lì e in quel momento.
Cercò la lingua della guerriera con la propria. Sentì qualcosa cadere a terra, poi qualcos’altro. Tessuti, abiti tolti senza troppa cura. Il cuore di Aristarda prese a battere forte. Si accorse di essere quasi nuda, la toga aperta a mostrare i seni. Le mani di Hortensia sfilarono rapide il perizoma che soleva portare. Ora nulla separava più quelle mani dal suo sesso che si schiudeva piano, come un fiore.
Aristarda aprì gli occhi. Hortensia era nuda, le vesti abbandonate a terra.
Vederla nuda non fu uno shock per l’Imperatrix: già dall’adolescenza aveva visto nude molte sue coetanee e in quegli anni aveva scoperto come dar loro piacere.
A sorprenderla fu la fermezza dei seni e la quantità di cicatrici su quel corpo che spiccavano bianche ed evidenti sulla pelle scura. Vi erano tagli sulle braccia e sulle gambe, una ferita sul fianco, finanche una sul petto. Impossibile dire chi o cosa le avesse causate. Al vedere quelle ferite, al contarle, Aristarda Nera sentì un languore scuoterla. Il desiderio di leccare, di baciare ognuna di quelle ferite la fece eccitare. Quando un dito di Hortensia osò posarsi sullo spumeggiante fiore della sua intimità, lo trovò dischiuso, bagnato e pronto ad accoglierla. Il dito scivolò dentro, accompagnato da un bacio. Le mani di Aristarda accarezzarono quel corpo statuario, ne sentirono l’odore piacevole. Lo gustò con tutta sé stessa. Scese a baciare il petto della nera, vezzeggiando i capezzoli. Sentì Hortensia gemere di eccitazione in modo forte, gutturale. L’altra mano della nera la forzò contro il suo seno, un’imposizione che forse sarebbe stata punibile ma che Aristarda accettava di buon grado. Hortensia si girò dandole la schiena. Anche quella aveva cicatrici. L’Imperatrix accarezzò e leccò quella carne sino alle natiche superbe.
-Non sono la prima, vedo.-, disse Hortensia voltandosi nuovamente a guardarla.
-Neppure io per te, nevvero?-, chiese Aristarda. Il dito di Hortensia che rientrò nell’intimità di Aristarda dopo averle vezzeggiato il clitoride fu una risposta sufficiente.
L’Imperatrix mosse il bacino contro quel dito, quasi fosse il sesso di un uomo. Si resse a Hortensia e alla ringhiera, impalandosi su quel dito che improvvisamente divenne due dita.
Intanto, le dita di Aristarda avevano trovato l’intimità della nera e la sollecitavano senza posa, stillandone gli umori. L’Imperatrix leccò quel piacere, assaporò i succhi di quella donna giunta dalla devastazione. Hortensia respirava forte, a bocca aperta, quasi l’aria non le bastasse davvero. I capelli della guerriera erano ciocche crespe lunghe, quelli di Aristarda una morbida cascata. Continuarono a darsi piacere in vari modi finché Aristarda non godette in un orgasmo che la lasciò senza fiato.
Hortensia, china tra le sue cosce, la stimolava spietatamente con dita e lingua, senza parlare, con dedizione assoluta. L’Imperatrix fu scossa da brividi orgasmici così potenti da farle dimenticare l’altezza. Si strinse di riflesso alla guerriera che la afferrò posandola a terra, sulle vesti abbandonate. Si distese sull’Imperatrix, che prese a suggere l’intimità della nera, aspirandone l’odore ferino e tutt’altro che spiacevole.
Aristarda prese a leccare la vulva nera e rosata, mentre Hortensia continuava la sua opera tra le cosce dell’Imperatrix. La guerriera venne con uno schizzo odoroso che Aristarda leccò con piacere, mentre a sua volta godeva.
Distese così, nude, sul balcone del Palazzo Imperiale, assaporarono quella pace a lungo agognata da entrambe. Poi, lentamente, entrarono nella sala.
I triclini erano ben più comodi della terrazza. E lì si distesero ad accarezzarsi di nuovo.
-Potrei continuare tutta la notte…-, mormorò Aristarda.
-Potrei accettare. Stai attenta a ciò che desideri.-, la ammonì Hortensia.
-È un rischio che potrei correre…-, ponderò l’Imperatrix. Si protese a baciare l’altra.
Nel bacio, la guerriera si lasciò cadere all’indietro e Aristarda prese a sfiorarle la vulva con la propria. I gemiti di Hortensia rendevano palese quanto tale pratica le fosse gradita.
-Oh, Imperatrix… Quante cicatrici anche sul tuo corpo…-, sussurrò appena la nera.
-Sul tuo, molte di più…-, ansimò Aristarda senza smettere di muoversi contro l’altra.
Improvvisamente Hortensia chiuse gli occhi e ribaltò il capo in un modulato verso di godimento. Pareva un fiera soddisfatta. Aristarda sorrise, lasciva.
-Era da tanto che non godevo così…-, mormorò toccandosi. Poche sapienti toccatine la portarono al piacere. Hortensia sorrise, misteriosa, poi si alzò.
-Allora forse all’Imperatrix piacerebbe continuare?-, chiese. Uscì in balcone chinandosi a raccogliere qualcosa dalle vesti. Aristarda la vide tornare con un coltello in mano.
Era uno stiletto piccolo, la lama misurava sì e no dieci centimetri, il manico era in corno di cervo, la lama riposava nel fodero in cuoio morbido trattato.
L’Imperatrix non temette nulla: Hortensia non le avrebbe fatto del male, lo sapeva.
In più teneva l’arma per il fodero. Suo malgrado Aristarda era eccitata: masturbarsi le era noto. Farlo con oggetti era usuale, ma mai nella sua vita l’aveva fatto con un’arma.
-Non l’ho mai usato. Dicono che il corno di cervo sia afrodisiaco.-, puntualizzò Hortensia.
Si rimise sul triclino, le gambe aperte a mostrare l’intimità fremente.
-Lama o corno?-, chiese. Aristarda rise, divertita.
-Faremo a turni!-, disse. Si toccò. Ne aveva voglia. Ne aveva davvero voglia.
Hortensia introdusse il fodero del suo sesso, poi, aiutandosi con una mano, fece lo stesso con il manico in corno e il sesso dell’Imperatrix, che accolse quell’invasione con un gemito compiacente. Aiutandosi con la mano, la nera diede il ritmo, cui Aristarda si adeguò.
I loro gemiti, rumori umidi e frasi sussurrate rimasero la sola colonna sonora.
Vennero, fecero cambio e vennero di nuovo, condividendo piaceri sublimi.
Si addormentarono abbracciate dopo un’ultima, bellissima ora di carezze reciproche.

L’indomani, all’alba, Hortensia si svegliò. Trovò Aristarda già in piedi, china su una lettera.
-Mia signora?-, chiese. L’intimità le era piaciuta molto, ma aveva un dovere e i sentimenti non dovevano interferire con esso.
-Dispacci giunti da vari fronti. E comunicazioni olografiche trascritte. Calus non si arrende.-, disse mesta l’Imperatrix. Il piacere della sera prima pareva dimenticato, sostituito dal peso del dovere.
-Se non intende arrendersi, forse dovresti sfidarlo, Imperatrix.-, suggerì Hortensia. Si era avvolta nelle sue vesti. Aristarda invece indossava una toga nuova.
-Cosa vuoi dire?-, chiese l’Imperatrix. Hortensia la fissò, seria.
-Ho notato che molte volte fate riferimento al mito di Licanes. Sfidalo, Imperatrix. Proponigli uno scontro secondo le antiche leggi prima della fondazione della Città.-, spiegò la Justicar. Aristarda annuì, pensosa.
Quando si volse per rispondere, Hortensia non era già più là. Ma sul triclino, l’Imperatrix vide lo stiletto usato la sera prima. Lo prese. Un pegno.

L’idea di Hortensia non era pessima, anche se non c’erano garanzie che Calus avrebbe accettato. In ogni caso, l’alternativa era il protrarsi della guerra civile.
Dopo aver consultato alcuni alleati e fidati consiglieri, la decisione fu invero presa.

Così, Aristarda Nera, Imperatrix in Roma, inviò la missiva ad Amsio Calus, Imperator in Esilio scrivendo:

Aristarda Nera, Imperatrix in Roma ad Amsio Calus, salve.
La guerra civile flagella ormai l’Impero da più di tre anni e l’ira dei barbari vessa ulteriormente il nostro popolo.
Con Nimandeo Feral e Serena Prima fuori dalla contesa e con gli altri pretendenti arresi o sconfitti, rimaniamo solo noi, Calus. Senza voler dunque proseguire una guerra vana, io ti sfido secondo le convenzioni di Licanes a uno scontro tra le mie forze e il tuo, senza veicoli di sorta, affinché prevalga il valor guerriero e il volere degli Dei si palesi.
Ho fede che onorerai le antiche usanze.

Aristarda Nera.

Il messo tremò quando Calus lesse la missiva. Sapeva che l’Imperator in Esilio non era clemente negli ultimi tempi ed era ben consapevole di poter essere vittima della sua ira.
Ma, con sua sorpresa, Calus si limitò a congedarlo con molti auguri di lunga vita.
Rimasto solo, Amsio Calus ponderò la situazione. Accettare implicava la possibilità di perdere, ma l’alternativa era continuare una guerra che l’avrebbe egualmente visto perdente. Già tra le sue forze c’erano malumori e dubbi. In Ferencia, una sua coorte si era ammutinata ed aveva distrutto un deposito di carburante che avrebbe potuto foraggiare le sue forze per anni. Il tempo era contro di lui.
-Dubbi, Imperator? Anche ora?-, la voce di Ausper lo fece voltare.
-Vattene, sciagurato! Da quando mi sei intorno non hai provocato altro che rovina!-, esclamò irato l’uomo corpulento. Il veggente ridacchiò, fu un suono orribile a udirsi.
-Eppure ti avevo avvisato Imperator. Ci ho provato sino in fondo e non hai voluto udire.-.
-Avvisato?-, chiese l’Imperator, -Mi hai posto criptici indovinelli, lasciato con frasi smozzicate, adescato con allusioni e infine irretito…-, borbottò.
-Oh, sicuro. Ma avresti prestato attenzione se non fossi stato tanto intento a sollazzarti.-, rispose Ausper, -Quindi ora ti avviso un’ultima volta.-.
Calus annuì. Fece per prendere il calice di vino ma si fermò. Decise. Stavolta non avrebbe perso una parola. E fu un bene. Quando Ausper finì, l’Imperator annuì.
-Dunque questo tu mi consigli?-, chiese. Il veggente annuì.
-Vincerò, Ausper?-, chiese.
-Non lo so. Non mi è dato sapere.-, rispose il vecchio.
-Vivrò?-, chiese Calus, -Mio figlio vivrà?-.
-Vivrai.-, rispose Ausper. L’Imperator annuì.
-Sono stanco, Ausper. Stanco come non sono mai stato. Stanco di questo…-, sussurrò.
-Allora non temere, poiché il riposo giunge per ogni uomo sulla terra.-, disse Ausper.
L’Imperator lo guardò. Lo guardò con rabbia, con dolore, con paura.
-Chi sei?-, chiese, -Chi sei davvero?-.
-Non lo sai?-, chiese Ausper. Si abbassò il cappuccio. E l’Imperator impallidì indietreggiando. Incespicò nel triclino. Cadde a terra.
-Pochi uomini sono adatti al martirio… Tu non sei uno di essi. Ricordi queste parole?-, chiese Ausper. L’Imperator non riuscì a fiatare, non emise un suono.
-Ricordi?-, chiese Ausper. L’Imperator annuì. Ricordava.
-Io… Ausper… Io lo sapevo…-, mormorò, -Tu sei qui a condannarmi.-.
-Io sono qui a testimoniare. E tu, Amsio Calus, reciterai la tua parte per la Stirpe sino alla fine, perché questo è il ruolo scelto per te. Il fato ha da tempo sancito la tua parte in questo dramma. Ma sii lieto: non è tuo il ruolo del martire, come a suo tempo non fu mio.-, rispose Ausper, gli occhi che erano orbite vuote, il viso scavato da privazioni immani.
-Come puoi essere ancora vivo?-, chiese Calus.
-I tuoi carnefici furono disattenti. Trapassarono il mio petto, ma non il cuore, poiché esso non batte ove batte il tuo. Mi diedero per spacciato. Volevi la verità, Calus. Io te la dissi. Volevi la sicurezza che nessuno avrebbe parlato, che la conoscenza del futuro dell’Impero fosse solo tua, e l’hai avuta. Volevi che io e i Veggenti di Delphi perissimo e questo non ti è stato dato. Ora, sono io a volere qualcosa da te, Imperator in esilio.-, la mano scheletrica del vecchio privo d’occhi si strinse con forza insospettabile al polso grassoccio dell’Imperator che rabbrividì al tocco, -Voglio che tu faccia la tua parte.-.
-La farò. La farò Ausper, hai la mia maledetta parola!!!-, esclamò con terrore Calus.
-Oh, la tua parola… Maledetta è invero e da molti. Ma essa vale abbastanza per me.-, ghignò il vecchio. Si volse per uscire.
-Aspetta!-, esclamò Calus, -Ausper… Io devo sapere. Devo sapere se vincerò. Se sarò ancora Imperator o se invece no…-.
-Questo non mi è dato sapere.-, rispose Ausper, -Ma non dovrebbe preoccuparti: hai al tuo fianco un demone in carne ed ossa e alleati decisi a supportarti per il tuo ruolo nei loro piani. Sii dunque felice sapendo che i tuoi ti seguiranno, sino all’ultimo.-.
-Ma tu… cos’hai visto?-, chiese Calus, -Ti prego, dimmelo!-.
-Annientamento.-, mormorò Ausper, -La fine di tutto ciò che conosciamo.-.
-Un nuovo cataclisma?-, chiese Amsio Calus. Ausper non rispose.
L’Imperator lo guardò andarsene, sentendosi improvvisamente perduto.
Fuori dalla sua tenda, i soldati e gli ufficiali aspettavano un suo comando. Poco ma sicuro, anche la Stirpe attendeva. L’avevano seguito per quello. Perché avevano ancora bisogno di lui, anche se non era lui a regnare, ma loro attraverso lui. Inspirò ed espirò, sentendosi solo.
La verità era ancora quella: nessuno dei suoi sostenitori lo aveva mai veramente considerato un uomo da conoscere, nessuno di loro lo conosceva davvero.
-Mio signore.-, l’uomo entrato era stato silenzioso, avvolto in vesti sontuose dal profilo aquilino. Era Aulo Placido, uno dei suoi guerrieri migliori, uno schermidore impareggiabile e un artista che aveva seguito Calus sin dall’inizio. In più era un membro della Stirpe.
-Aulo.-, Calus fece appena un cenno.
-La missiva è chiara. Aristarda vuole giocarsi il tutto per tutto.-, disse Aulo.
La missiva era chiarissima. E Calus aveva già deciso.
-E noi accetteremo. E la distruggeremo là, in fronte a tutti i suoi alleati.-, continuò Aulo.
-Aulo. Esci.-, ordinò Amsio Calus. Il guerriero si fermò, improvvisamente bloccato dalla voce dell’Imperator.
-Mio signore?-, chiese.
-Fuori!-, ringhiò Calus, -Ora.-. Aulo annuì. Uscì.
Amsio Calus afferrò la carta e prese a scrivere.

Amsio Calus, Imperator, ad Aristarda Nera, Imperatrix. Salve.

Come il cielo non contiene due soli, l’Impero non contiene due regnanti.
La tua sfida, secondo i canoni antichi e giustificata dall’eccidio avvenuto, è da me accolta.

Calus, Imperator per diritto d’elezione da parte del Senato.

All’arrivo della missiva di Calus, Aristarda Nera ordinò il cessare delle operazioni militari.
La sfida era stata accettata. Ora restava solo da scegliere dove si sarebbe dovuta combattere quella battaglia che avrebbe posto fine al conflitto.
Notevole l’assenza dei Justicarii. Aristarda non vide più Hortensia dopo la notte che ebbero modo di condividere. E fu così che un mese dopo, secondo i canoni, fu scelta la piana della battaglia, una piana immane, lasciata priva di semenze, affinché fosse il sangue degli eroi a fertilizzare il suolo.
Ausper era svanito, così come i Justicarii. Di contro, i membri della Stirpe avevano adunato i loro contingenti. Unità al di fuori delle legioni, ausiliari. Condottieri barbari alleati e similarmente milizie cittadine bramose di prestarsi a quell’ultimo scontro.
Dinnanzi alla prospettiva della fine della guerra civile, moltissimi secessionisti ne approfittarono per dichiarare la loro indipendenza da Roma ed indisturbati andarono avanti con i loro regni. Ma molti altri invece, proprio per la possibilità di essere ricordati e la brama di gloria e riconoscimenti si presentarono sotto quelle o queste insegne.
Infine, un giorno prima della battaglia, Aristarda Nera vide giungere due stranieri al campo. La prima era una giovane dalla carnagione tipica del Kelreas, la pelle tatuata di scritte che l’Imperatrix non riuscì a leggere. Il secondo era Alexander Varus.
-Vera Nemlia è morta.-, la voce di Alexander Varus spazzò il silenzio.
Aristarda Nera lo fissò, rabbia gelida mista a un dolore rovente.
-È morta per proteggermi, affinché io potessi completare il cammino su cui Socrax, il tuo precettore mi ha indirizzato.-, la voce di Alexander Varus era diversa ora, c’era qualcosa di profondamente differente. Non era la voce del ragazzo che aveva conosciuto, ma di un uomo che aveva attraversato l’Ade per riemergere più forte di quanto non fosse mai stato.
-La sua morte non è stata vana, Imperatrix. Né lo è il mio giungere qui, ora.-, Alexander Varus estrasse qualcosa dalle vesti. Un pugnale. Un pugnale diverso da ogni altro.
La lama era indiscutibilmente di Licanes, sul modello dei Tantō dei Justicarii, leggermente curva come i Tantō di quei guerrieri.
Ma l’impugnatura no: due anelli, uno poco sotto l’attaccatura della lama e uno al termine dell’impugnatura medesima completavano la stranezza di quell’arma.
La bocca di Aristarda Nera si seccò al contemplarla: l’impugnatura e gli anelli erano in acciaio brunito rivestito di tessuto. La lama invece brillava fiera, come se una purezza divina vi albergasse.
-È la Prima Lama?-, chiese infine. Alexander Varus scosse il capo, i capelli raccolti in un codino. Anche i suoi abiti erano cambiati. Ora vestiva di nero, come i Justicarii.
-Non lo è più. Da tempo ha atteso questo momento. Che qualcuno la liberasse dal suo passato e desse a quest’arma nuovo scopo. Questa è l’Ultima Lama. E io la brandirò affinché la pace torni sull’Impero.-, disse.
-E lei?-, chiese Aristarda, -Chi è?-. Indicava la giovane che pareva avere l’età di Varus.
-È Maghera. La Fondatrice. O meglio, la sua erede spirituale.-, disse Janus.
-Mia signora, è una storia che forse dovreste ascoltare.-, disse la giovane.
Aristarda sospirò. La battaglia era prossima e la morte di Vera le appesantiva il cuore. I Justicarii non si vedevano e Alexander Varus ricompariva con una lama reliquia e una giovane che si era presentata come l’erede della Fondatrice e prima tra le Amazzoni del Kelreas. Era semplicemente pazzesco.
Ma d’altronde, era pazzesco anche essere lì, in quel momento, prossimi alla battaglia finale. Quindi, ascoltarli forse sarebbe stato giusto.
-E sia, Alexander Varus e Maghera. Narratemi delle vostre vicissitudini affinché io possa comprendere.-, disse.
E Alexander Varus prese a parlare.

Autore Pubblicato il: 16 Settembre 2022Categorie: Racconti Erotici Lesbo0 Commenti

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