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Il peccato

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Mi chiamo Chiara, ho trentuno anni, sono sposata da cinque anni con Corrado, che di anni ne ha trentaquattro. Non abbiamo figli, non ancora. Io lavoro part time in una libreria, e ogni tanto offro ripetizioni di inglese e spagnolo in forma privata. Conosco molto bene l’inglese e lo spagnolo perché dai diciotto ai venticinque anni ho girato parecchio per il mondo e soprattutto l’Europa. Mi sono molto divertita, oltre a imparare, ma chissà, di quegli anni burrascosi ve ne racconterò un’altra volta. Corrado, mio marito, è invece un impiegato di buon livello nel settore assicurativo.La storia, la prima che vi voglio raccontare, è quella che da qualche settimana sta sconvolgendo la mia vita. Non sono una santa, anzi, nella mia vita mi sono concessa diverse avventure e distrazioni. Ma mi ero decisa nel matrimonio di rimanere concentrata su mio marito. Ho avuto un paio di tentennamenti, in questi cinque anni, ma senza mai farmi trascinare nella lussuria. Una volta con un mio alunno di spagnolo. Eravamo arrivati a tanto così, bastava un mio cenno di resa e lui mi avrebbe sbranata. E un’altra volta con un cliente della libreria, con cui tuttora flirto e mi diverto a giocare. Ma non ho mai accettato i suoi numerosi e eleganti inviti a prendere un drink insieme. Quel drink, so già, si trasformerebbe in una grande scopata. Ma torniamo alla vicenda.Corrado il mese scorso ha voluto organizzare una weekend insieme ai nostri rispettivi genitori. Tutti insieme dal venerdì sera alla domenica sera nella casa al mare dei miei suoceri.Eravamo partiti verso le cinque del pomeriggio, lui era riuscito a uscire prima da lavoro. I miei genitori mi avevano raggiunto già dal pranzo, e così verso le otto avevamo raggiunto la deliziosa località di mare (tengo per ora segreti città e luoghi per paura di seminare troppi indizi, e poi perché non sono abituata a scrivere di me).La scelta delle camere fu facile, perché i miei suoceri avevano camera loro, e io e mio marito dovemmo soltanto decidere quale delle altre due camere destinare ai miei genitori.Una breve presentazione dei quattro genitori: i miei sono ambedue in pensione, anche se da poco, e si chiamano Enzo e Raffaella. Mi hanno avuto molto tardi, sono l’ultima di tre sorelle (Valentina e Francesca, i loro nomi). La madre di Corrado si chiama Tiziana e ha cinquantacinque anni. Ha un negozio di fiori. E poi c’è suo padre, mio suocero: Vincenzo. Il rapporto tra me e Vincenzo è sempre stato di estrema complicità. Sono diventata la figlia che non ha mai avuto (Corrado è figlio unico). Almeno inizialmente così pensavo. Con gli anni questo affetto si è trasformato in un rapporto più elaborato, e l’attrazione reciproca, gli sguardi, la malizia, sono venuti fuori. Mi sono sempre accorta di qualche sua occhiata decisa sul mio corpo, sulle mie scollature, sul mio culo. Esiste ancora qualche uomo che pensa che noi donne non ce ne accorgiamo?Vincenzo mi ha sempre corteggiato senza scivolare nella goffaggine. E io mi sono fatta guardare e … vezzeggiare da vera troia, finendo per far cadere ogni barriera. Proprio durante quel weekend.La prima sera la passammo cenando insieme sulla bella terrazza. Il tramonto come cornice, una pizza presa alla pizzeria del paese come cena. Nessuno aveva voglia di cucinare, ed era tardi per mettersi a preparare qualcosa di interessante. Rimanemmo a fare chiacchiere fino a mezzanotte, poi pian piano ce ne andammo a letto.L’indomani verso le otto ci ritrovammo tutti nella cucina, a fare colazione.-Per le nove tutti pronti, che scendiamo a mare!La casa infatti distava circa seicento metri dal mare, era situata un po’ in alto rispetto alla spiaggia. Come da tradizione, ci si arrivava a piedi, perché nei giorni in cui si stava lì si rinunciava volentieri ad usare moto o automobili.Inoltre nella discesa a mare si incontravano un piccolo supermercato e un bar, che all’occorrenza potevano servire. L’ultimo pezzo era di pineta, circa trecento metri all’ombra, che sfociavano poi nella spiaggia, non troppo frequentata. Un paradiso esclusivo.Io indossai il costume da bagno e sopra un paio di shorts e una maglietta. Vincenzo aveva il suo costume blu a pantaloncino e una polo bianca. Aveva cinquantasei anni e un fisico solido e virile. Nella camminata verso il mare potei notare che dall’anno passato, ovvero l’ultima volta che lo avevo visto svestito, non aveva perso tonicità.Lo superai parlando con mia madre, e lì sentii i suoi occhi addosso. Ma non era ancora nulla, perché quando in spiaggia rimanemmo tutti in costume, Vincenzo messosi alle spalle di tutti regalò al mio corpo un’occhiata feroce, insistente e piena di voglia.Mi sentii i capezzoli indurire, e mi girai per non farglielo notare. Quel gioco tra di noi stava prendendo una brutta piega e volevo interromperlo. Amavo mio marito, rispettavo i suoi genitori. Suo padre aveva un’attrazione senile verso una donna giovane, tutto qua. Avrebbe potuto sfogarla con una mia coetanea qualsiasi O almeno questo mi raccontavo.Mio padre e Corrado andarono a nuotare, mentre le due suocere invece decisero di fare una lunga passeggiata sulla spiaggia. Rimanemmo al sole io e Vincenzo. Mi chiese se volessi della crema, e in effetti io non me l’ero ancora spalmata.-Voi di città rischiate di bruciarvi al primo sole.Era vero.MI venne alle spalle. Sentivo il suo odore, la sua presenza. Si mise la crema sulle mani e iniziò a passarmele sulle spalle. Ero seduta sull’asciugamano. Mi disse di sdraiarmi. Lo feci.Passò la crema sulle braccia, la schiena intera, il collo. Io intanto mi bagnavo, mi facevo schifo, ma era quello che stava succedendo.Scese fino alla parte bassa della schiena, ogni tanto rasentava il culo, quindi decise di saltarlo e dedicarsi alle gambe. Le sue mani erano calde e vigorose, massaggiava e stringeva, risaliva e poi scappava. Si soffermò sui piedi, regalandomi un massaggio rilassante, che allentò un po’ la morsa sensuale in cui ci stavamo infilando.-Girati, che te la metto davanti.- Posso farlo io, qui ci … arrivo.-Come vuoi.Era un ultimo tentativo da parte mia di mantenere intatta la forma. Presi dalle sue mani il tubetto e inizia a spalmarmi la crema sul petto, sulla pancia e poi su tutto il resto del corpo che non aveva raggiunto Vincenzo. Lui non tolse nemmeno per un minuto gli occhi da me, mentre compivo quell’azione. Era sfacciato. Il suo sguardo sornione mi faceva quasi arrabbiare.Il mio costume mostrava i miei capezzoli duri, tra le gambe mi sentivo bagnata. Presi un libro e cercai di distrarmi. Ma gli occhi di Vincenzo, ora riparati da occhiali da sole, mi tormentavano.Tornarono tutti, chi dall’acqua chi dalla passeggiata.E Vincenzo disse:-Chiara, ora tocca a noi. Vuoi fare un bagno, o preferisci una passeggiata?Non me l’aspettavo. Era un tentativo di stare solo con me che all’apparenza non aveva nulla di sbagliato. Era stato furbo. Non risposi subito, e lui ne approfittò.-Anzi, sai che facciamo? Accompagnami al porticciolo, che provo a vedere se c’è ancora del pesce fresco, possiamo cucinarlo per pranzo.Senza rispondere mi alzai e lo seguii.Mio marito mi chiese di mettermi addosso qualcosa, visto che andavamo al porto. Indossai solo gli shorts. La mia terza abbondante continuava a rimanere in vista. Non volevo coprirmi del tutto. Avevo raccolto i capelli con una molletta per prendere il sole anche sul collo. Sembravo pronta per essere messa su un tavolaccio e scopata.Vincenzo, appena incamminati, mi disse che suo figlio aveva ragione.-Fa bene ad avere paura degli altri uomini. Sei uno spettacolo. Ma ci sono qui io.Mi cinse un fianco, continuando a guardare davanti. Lo faceva spesso, non era nemmeno quello un gesto irrispettoso. Quanto era stronzo. Sul molo trovammo alcuni pescatori con delle bancarelle. Attorno ai banchi si era stipata una piccola folla di curiosi turisti tutti desiderosi di scegliersi il pesce migliore. Ci avvicinammo. Sporsi la testa per vedere di che pesci si trattasse. Vincenzo si mise alle mie spalle. E fu qui che sentii per la prima volta il suo cazzo sul mio culo. Appoggiò le mani sulle mie spalle e il bacino contro di me. Nella folla, nessuno potè accorgersi di quell’approccio banale e vergognoso, da barzelletta sconcia. Io invece me ne accorsi eccome. Ma non reagii. Rimasi ferma. Lui spinse ancora. -Che ne dici? -Di cosa? Risposi, ancora più stupidamente. -Del pesce. Si stava anche divertendo, quello stronzo. -Non ne capisco molto. Intanto continuava a pressarmi, e io continuavo a accettare quel contatto meschino. -Fammi vedere. Mi spinse di lato e mi passò davanti. Per un attimo potei scorgere il bozzo gonfio del suo pacco. Era notevole. Lui si accorse che lo guardavo lì, e fece una smorfia di compiacimento. Ora mi era davanti, e poteva tranquillamente farsi sgonfiare l’erezione mentre comprava il pesce. Era stata una mossa intelligente, dovevo riconoscerlo. Ritornammo verso la spiaggia e la nostra famiglia. Decidemmo di passare dalla pineta, per prendere un po’ di tregua dal sole. Appena ci fummo addentrati notai in lontananza delle macchie colorate, in mezzo alla vegetazione. Camminando e avvicinandoci capii che erano due persone. Un uomo e una donna. Ci davano le spalle. Stavano abbracciati. Lui aveva messo le mani sotto la maglia di lei. Si strusciavano. Stavamo assistendo a un inizio di accoppiamento. -Vincenzo. -Li ho visti. -Beh, passiamo dalla spiaggia. -Ma no, non stanno facendo mica nulla di male. -Ma noi si! Mica sono una guardona. -Che paroloni. Vieni, stai tranquilla. Spostiamoci solo un poco. Mi prese per una mano e mi fece fare una traiettoria larga, in modo da non farci notare. Io, come una scema, mi feci portare dove voleva lui. I due avevano iniziato a fare sul serio. Le tette di lei ballavano fuori dalla maglia. Era senza costume o reggiseno. Lui era passato a ravanarle tra le gambe. Lei sembrava apprezzare. Adesso io e Vincenzo eravamo nascosti dietro due alberi grossi e delle sterpaglie alte. Non ci avrebbero potuto vedere. Avrei dovuto impormi, dirgli di andare via. O almeno andare via io sola. Invece rimasi lì in silenzio, a gustarmi quella scena di sesso. Lui infatti si abbassò il costume da bagno e tirò fuori il cazzo già bello duro. Le alzò la gonnellina e glielo ficcò dentro senza pudore. Lei inarcò la schiena, le tette ora erano nelle mani capienti di lui. Non erano belli, anzi. Lui era magro magro e indossava una canottiera triste. Lei aveva le tette moscie, e capelli ricci imbarazzanti. Ambedue avevano nasi pronunciati, questo lo ricordo bene. Ma ci davano dentro, eccome. Era la prima volta che osservavo di nascosto delle persone scopare. Ho partecipato a piccole ammucchiate, ho praticato sesso … a tre, quattro. Ho origliato una mia compagna di stanza scopare a tre metri dal mio letto. Ma erano tutte situazioni in cui tutti sapevano tutto. Questa volta c’era un mistero e una sensazione di proibito a infuocare la scena. Lui aveva un cazzo non troppo grosso ma molto lungo, lo estraeva e rimetteva come un pistone, avanti e indietro, senza troppa velocità. Glielo faceva sentire bene. Lei se lo gustava, e quando lo sentiva tutto dentro si inarcava, e i capelli le si gonfiavano, mi pareva, come una leonessa trafitta. Era una scena ruvida e zozza. Proprio come mi sentivo io. Vincenzo nel silenzio di quel nascondiglio ne approfittò per mettermi una mano sul petto, passando da sopra la spalla, e lentamente scendere dentro il costume. Non riuscivo a muovermi. Non ebbi reazione. -Brava. La mano a coppa prese la mia tetta destra. Con le dita cercò e trovò il mio capezzolo durissimo. Iniziò a giocarci, facendomi rabbrividire di piacere. Smise solo un secondo, per bagnarsi le dita nella bocca. Ricominciò. Intanto con l’altra mano iniziò a sbottonarmi i pantaloncini. Lentamente. Non sembrava avere fretta. Mi aveva puntato da così tanto tempo che ora sembrava festeggiare la preda finalmente sua. -Vincenzo… Lui continuava con i suoi turpi movimenti. Sentivo il suo cazzone addosso. Prese ad annusarmi la nuca, infilare il naso nei miei capelli. Le labbra si appoggiarono dietro il mio orecchio. Mi tremavano le gambe. -Vincenzo, smettila… Lui non mi ascoltava. Adesso i pantaloncini erano aperti, e la sua mano si infilava nella mutanda del costume. -Vincenzo, ti prego… Raggiunse la mia figa. La trovò bagnatissima. – Brava. Ogni volta che mi diceva “brava” la mia testa emetteva una scarica di energia che si propagava in tutto il corpo, dai capezzoli al buco del culo. Stavo impazzendo. Le sue mani si muovevano con l’intento di farmi venire. Non ci avrebbe messo molto. La scena davanti a noi continuava, lui pompava e lei godeva. Io stavo per venire. -Vedi come la fotte, lo vedi? Continuavo a non rispondere, non volevo concedergli la mia complicità in quel gioco perverso. Accettavo le sue mani, e basta. Ero una baldracca e volevo far finta di non esserlo. Dalla bocca mi uscivano dei gemiti smorzati, non potevo urlare. Lui si accorse che stavo venendo. Mi disse ancora una volta “brava” seguito da “troia” e a quel punto sbrodolai e venni. Un orgasmo intenso e doloroso, maledetto, bellissimo. Le tette mi facevano male da quanto godevo. Mi appoggiai al suo petto, cadendo un po’ all’indietro. Lui mi ricevette senza fare una piega, anzi, continuando a farmi sentire il suo cazzo contro il culo. Fu per quello che mi sembrò la cosa più naturale da fare, una volta ripreso fiato, di girarmi, mettermi in ginocchio, tirargli fuori l’uccello, liberarlo dalla stretta del costume, e iniziare a succhiarlo. -Brava. . Stavo succhiando il cazzo a mio suocero. Lo realizzai dopo qualche minuto in cui la saliva e il fiato corto avevano già preso la scena. Le mie due mani stringevano i suoi glutei, la mia testa si muoveva aiutata da lui. Infatti una mano mi accompagnava i movimenti avanti e indietro, senza forzarmi ma con decisione. L’altra mano l’aveva appoggiata su un albero. Mentre succhiavo immaginavo anche la scena vista da fuori. Chissà se i due stavano ancora scopando oppure si erano accorti di noi due e ora i ruoli si erano invertiti. Mi eccitava l’idea e il sentirmi così puttana e abbandonata al peggiore dei peccati. Mio suocero non si preoccupava molto, penso, perché si godeva il bocchino e continuava soltanto a tenermi la nuca e ogni tanto a sussurrarmi “brava” o “troia” o “come succhi bene”. Avevo una tetta di fuori, e i capelli avevano iniziato a sciogliersi dalla stretta della molletta. Sudavo, avevo la figa bagnata. In quel momento lui o chiunque avrebbe potuto farmi quello che voleva. Ma non successe. Vincenzo sborrò forte, emettendo un rantolo e aumentando la pressione sulla mia testa. Mi tenette ferma a bere tutta la sua sborra, senza darmi modo di spostarmi. Quando tolse il cazzo dalla mia bocca mi sentii svuotare, ma fu anche la fine di un tormento: stavo infatti soffocando. Tanto cazzo e tanta sborra. Mio suocero aveva un bel cazzo, non troppo lungo ma largo, con vene pronunciate e possenti. Non dicevamo nulla, lui rimase qualche secondo appoggiato all’albero, rifiatando e forse godendosi quella vittoria. Mi aveva fatta sua, mi aveva fatto cedere. Tanti anni in cui forse aveva soltanto aspettato questo momento. Ora cosa mi aspettava? Cosa sarebbe successo? Per un momento mi immaginai lui che mi chiavava contro l’albero, e tremai per quanto mi facesse eccitare. – Dobbiamo tornare dagli altri. Disse solo questo. La nostra famiglia erano diventati “gli altri”. Come la faceva facile. Non dicemmo una parola per tutto il tragitto di ritorno. Notai che i due amanti erano andati via, forse disturbati dalla nostra presenza o forse semplicemente perché anche lui si era svuotato dentro la sua femmina, come aveva fatto poco prima Vincenzo. Immaginai la sua minchia venirmi dentro, e ancora mi bagnai e ancora avevo in mente l’immagine del suo cazzo e delle sue braccia forti quando tornammo ai nostri asciugamani, da mio marito e il resto della famiglia. -Non era granché oggi il pesce, ne abbiamo preso poco. Mio marito propose allora di passare dal supermercato, e io subito mi offrii di accompagnarlo. Avevo bisogno di staccarmi dalla presenza di Vincenzo, di non sentire il suo odore e di non avere modo di vedere il suo corpo, le sue mani, il suo volto atrocemente persuasivo. Pranzammo tutti quanti in casa, senza stare nel terrazzo perché faceva davvero molto caldo. All’interno ci aiutavamo con un grosso ventilatore e l’acqua fredda. Vincenzo e mio padre bevvero anche del vino bianco, e decisi anche io di berne un po’, per … sollevarmi. Corrado si stupì di quel gesto, ma bevvi un altro bicchiere e poi ancora uno, senza farmi notare. A fine pranzo ero ebbra e la testa mi girava facendomi immaginare mille cose, quasi tutte sporche e oscene e che avevano come protagonista Vincenzo. Lui dovette leggermi nel pensiero, perché a un certo punto me lo trovai di fianco, nel corridoio, appena uscita dal bagno. Non mi disse nulla, prese solo il mio braccio stringendolo con vigore e mi guardò negli occhi. -Vai giù in cantina. Non risposi e non volevo dargli retta. Non era difficile trovare una scusa per sparire un po’, mio marito infatti si era steso sul divano e i miei genitori erano andati in camera a riposarsi, come pure la mamma di Corrado. Non scesi giù in cantina come mi aveva detto Vincenzo, ma uscii fuori dalla porta d’ingresso, rimanendo fuori a guardare il giardino e il sole forte che produceva riflessi. Lui mi arrivò alle spalle. -Non devi fare i capricci. Mi prese per le spalle e mi spinse a camminare in avanti, rasentando il perimetro della casa. Raggiungemmo il retro, dove c’erano parcheggiate le auto e da dove si poteva ammirare il mare. Ma non mi aveva portato lì dietro per farmi vedere il paesaggio. Aprì la porta di legno che dava nella piccola stanza dove c’era la lavatrice e un lavabo di pietra, una specie di garage dove tenevano gli attrezzi per il giardino, le scope, i detersivi, un canotto. Dentro era buio, e lo divenne ancora di più quando Vincenzo, una volta dentro, chiuse la porta. Entrava attraverso uno spiraglio del legno solo un raggio di luce, che terminava contro la parete. I nostri occhi ci avrebbero messo tempo ad abituarsi a quella condizione, ma a Vincenzo non importava, non voleva aspettare. Mi era ancora alle spalle, mi mise le mani forti sul culo e mi sollevò il vestito che avevo indossato dopo la doccia, per stare in casa. Sotto avevo solo delle mutande, non avevo messo il reggiseno. Mi pastrugnò il culo per un po’, poi passò a toccarmi le tette con bramosia, aprendo il vestito. -Non devi, Vincenzo. Davo la colpa a lui, volevo che fosse lui a decidere di smetterla. Io gli permettevo tutto, ero una troia a sua disposizione, ma volevo sentirmi quella che non avrebbe voluto. Mi tolse le mutande e sentii il suo alito in mezzo alle mie natiche. Mi leccò la figa da dietro, il buco del culo. La sua lingua era come le sue mani, forte e vivace. Mi appoggiai al lavabo, inarcando la schiena per permettergli di lavorarmi meglio. Con la lingua mi torturava il buco del culo e la figa, alternandosi. Con una mano mi toccava una tetta e il capezzolo. Sentii che stava abbassandosi il costume, che non aveva tolto dalla mattina. Non provai nemmeno a pronunciare una delle mie stupide lamentele, non feci finta. Mi ero stesa sul lavabo, le mie tette sentivano il freddo e il ruvido della pietra. Ero pronta per la monta, gli stavo dicendo di entrare, di prendermi, di fare quello che voleva. Il suo cazzo entrò prepotente, e ambedue facemmo dei gemiti di soddisfazione. … Era quello che aspettavamo, e il premio era quella sensazione. Prese a muoversi con velocità, era impaziente. Temevo venisse dopo pochi colpi, ma non fu così, mio suocero era un amante porco e potente. Mi scopava bene. Mi prese per i capelli, tirandomi la testa all’indietro. Mi costrinse anche a guardarlo, ma non ce la facevo, chiudevo gli occhi, anche perché stavo godendo tantissimo. Mi tirò un paio di ceffoni, mi diede della vacca e della puttana. Aveva ragione. Con una mano scese sulle mie tette, con un’altra continuava a tenermi per i capelli. -Ora ti riempio. Non mi chiese il permesso. Lo fece e basta. Sentii i suoi movimenti aumentare di frequenza, e di profondità. Sentii le sue mani premere con più forza, e poi sentii il suo cazzo scoppiarmi dentro, e il suo fiato sulla mia schiena. Ero chinata in avanti e riprendevo fiato, lui si staccò e mi venne di fianco. Aprì il rubinetto e si sciacquò grossolanamente il cazzo. Chiuse il rubinetto, si ricompose e uscì dalla stanza senza dirmi nulla, senza darmi un bacio, una carezza, o farmi un complimento. Io rimasi ferma aspettando di rimanere sola. Non volevo guardarlo in faccia, non potevo reggere il suo sguardo. Mi aveva capita, e ne aveva approfittato. Avevo goduto come una baldracca da caserma, mi ero fatta venire dentro dal padre di mio marito, mi era piaciuto tanto. E il weekend non era ancora terminato.

1 commento

  1. Molto bello, abbastanza realistico, credibile, raccontato in maniera giusta, con un logico andamento. Avrei preferito avere come protagonista maschile “il padre” al posto del “suocero”, però carino comunque. Cosi come avevo in mente un racconto, (sempre situato in una situazione “giornata al mare”) dove un padre e magari un suo amico (o suocero) convincono figlia di andare con loro in una spiagga isolata, e li la convincono a scopare, con padre che continua, diventando una specie di surogato fidanzato/marito. Sarebbe altretanto interessante vedere racconti scritti in maniera simile sul tema madre/figlio, lo so che ce ne sono tanti in giro, ma scritti bene e con una progressione credibile, purtroppo pochi. Importante avere questa figura machile decisa a passionale, e una figura femminile che viene sedotta e convinta a “rompere il taboo familiare”. Complimenti.

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