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LA CHAT – Episodio 5

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Le istruzioni erano ben chiare, un vero manuale su come infilarsi un pennarello nel culo, non potevo certo dire di non aver capito. Mi misi sul letto dopo aver preparato tutto. Olio che usavo per il corpo, profumato, un pennarello di colore verde, ed un asciugamano sotto al sedere per non ungere le lenzuola. Un paio di foto, per cominciare. La prima alla fica, tenendo tra le gambe il cellulare e spingendo la testa indietro. Perfetto, la faccia non si vedeva, ma si vedeva la linea del mento ed un po’ il naso, sfocati, ero irriconoscibile. Poi alzai le gambe, e mi feci un primo piano al buco del culo, la figa già colante umori. L’odore del sesso pervadeva già la camera inebriandomi.

Misi un po’ di olio sullo sfintere massaggiandolo con delicatezza, e già stavo entrando in orbita, ed una goccia sul pennarello. Lo strofinai guardandolo intensamente, come se volessi farlo godere (ma quanto sono stupida), e poi me lo appoggiai sul buchetto vergine. Oddio, il culo mi si stringeva da morire, come a rifiutare quella penetrazione di plastica, ma rilassandomi riuscii a farlo riaprire, e con calma inserii il corpo estraneo. Era abbastanza fastidioso, ma mi sentivo troia ed eccitata. Feci 30 volte come ordinato, e poi altre cinque, cercando le lodi nel fare più di quanto richiesto. Alla fine entrava ed usciva senza alcun dolore, anzi… Le sensazioni si propagavano dal culo alla fica, facendomi impazzire di voglia. Era il momento di farlo entrare quasi tutto, come voleva il Padrone. Lo feci, e cambiandone l’angolo sentii che entrava senza resistenza e fino al punto che mi era stato comandato. Cazzo se era piacevole! Strano, con una lievissima sensazione di fastidio di sottofondo, ma molto alla lontana, ma contemporaneamente… una goduria! Facevo foto come impazzita, e poi me le guardavo, eccitandomi ancora di più vedendo nello schermo quel culo penetrato. Cominciai a sgrillettarmi sempre facendo foto come se fossi una attrice porno, e poi a penetrarmi con le dita. Dio, che paradiso, il pennarello che inizialmente si faceva sentire poco adesso si faceva sentire di più. La vagina occupata dalle dita sembrava più stretta, con il pennarello nel culo, ed il culo si stringeva fortissimo sull’oggetto di plastica che lo invadeva. Ero invasata, mugolavo e gemevo. Venni, squassata da lunghe sequenze di spasmi, e passati quelli onde che si propagavano dal mio sedere, rimasto per adesso occupato, raggiungendo la testa ed i piedi, che scemavano ma poi risalivano.

Lentamente tornai alla normalità. Mi sfilai quel corpo estraneo dallo sfintere, che si strinse quasi in un crampo dietro di lui, e poi tornò ad aprirsi. Lo sfiorai, sembrava un po’ più dilatato. Mi sentii troia fino al punto da eccitarmi di nuovo. Lo fotografai così, rilassandolo al massimo che riuscivo per averlo più aperto possibile, e poi mi accinsi a fare l’ultima foto richiesta: il pennarello. Oh merda. Nel vero senso della parola. La parte superiore era piena di escrementi. Sia intorno che soprattutto dentro il tappino bianco finale che lo chiudeva ed era cavo. Gli feci due foto, umiliata dal doverlo fare. Il Padrone probabilmente si aspettava che sarebbe stato pieno di merda e sapeva quanto mi sarei sentita sporca nel fare quelle foto, per quello le aveva chieste. Comunque erano fatte, e io ero di nuovo vogliosa.

Andai in bagno, mi feci un bidet accurato, davanti e dietro, calmandomi un po’ e poi lavai il pennarello fino a riportarlo a pulito.

Tornai al PC, sempre nuda come Comandato, scaricai le foto e le inviai tutte. Erano una marea, dalla depilazione al pennarello erano una tonnellata. Nella mail aggiunsi, come piaceva a Lui, tutte le cose successe e tutte le sensazioni provate, con tutta l’accuratezza che potevo. Sapevo ormai che lui amava che fossi precisa nel descrivere tutto, e mi ci impegnai, dall’accappatoio sul terrazzo – compreso come lo avevo aperto davanti rimanendo nascosta ma virtualmente nuda all’aperto – al dolore delle mollette, a come mi avessero lasciato i capezzoli eretti e sensibili, fino al gran finale con il pennarello.

La risposta non si fece attendere a lungo, e fu quella che speravo. “Vieni in chat. Adesso”. Mi precipitai sulla chat erotica, mi collegai e cominciai a bloccare tutti quelli che continuavano a farmi apparire decine di messaggi privati, ignorandoli. Aspettavo Lui. Eccolo!

“La tua fica ora mi piace, molto ben depilata, brava. Come quella di una puttana che non vuole prendere le piattole. Tienila così però, odio quando i peli scuri fanno capolino come una barba di tre giorni. Usa una crema per la pelle per mantenerla liscia e morbida come piace a me. Buono il servizio fotografico, le posizioni erano davvero oscene, brava.”

Mi aveva lodato per le foto! Ero al settimo cielo, e lo ringraziai. Gli assicurai che avrei tenuto la micia liscissima e morbida per lui. In fondo piaceva anche a me così. Mi pareva di essere tornata bambina, ed anche le sensazioni che provavo, tutte nuove, mi ricordavano quelle di quando avevo scoperto il piacere di toccarsi, in tenera età. Adesso sapevo che voleva che nelle foto fossi più oscena ed umiliata possibile, quindi avrei guadagnato spesso la sua approvazione. Ormai non avevo più limiti, più mi sentivo troia e più godevo. Che trasformazione, dove era finita la vecchia me?

“Ti sei messa l’accappatoio senza ordine, ma dovendo uscire sul terrazzo posso capirlo. Ti punirò poco per questo, contenta?” Assurdo, ero effettivamente contenta di venire “punita poco”… “mi piace molto che tu lo abbia fatto aprire davanti mentre eri ancora fuori. Approvo la scelta, bravissima” E di nuovo, la mia topolina si liquefece per la lode, la avevo davvero sperata. Gli dissi che le Sue lodi mi facevano colare come quando uscivo senza mutande.

“Questo è un problema che devo risolvere, se mi coli sui vestiti diventi si troia, ma anche impresentabile. Prendi un paio di mutande e dimmi quando le hai” Corsi in camera incurante della finestra aperta e presi un paio di mutande in pizzo bianco aderenti e trasparenti, e me le misi saltellando mentre tornavo al PC. “Fatto, le ho indosso”. La risposta però non fu quella che mi aspettavo. “STUPIDA TROIA! Ho detto prendile, non indossale. La tua punizione che era lieve diventa severa”. Mi vergognavo tremendamente mentre le toglievo, ed avevo una paura cane di cosa sarebbe successo. “Tolte. Perdonami Padrone. Ho paura, cosa mi farai?” la sua risposta riprese il tono distaccato di sempre. “Lo scoprirai quando ti manderò la mail con gli Ordini. Adesso mettiti in piedi a gambe larghe davanti alla tastiera, ed infilati le mutande nella figa. Usa un dito per farle penetrare ben dentro, ed accumulale tutte all’interno, l’ultimo lembo deve arrivare giusto all’altezza delle grandi labbra, ed essere nascosto quando stai in piedi normale. Devono stare tutte nel tuo corpo, ma essere recuperabili pizzicando l’ultima parte di stoffa con due dita. Esegui e mentre lo fai scatta delle immagini da mandarmi sulla mail dopo”.

Di nuovo quel rombo potente del sangue nelle orecchie. Cosa mi faceva fare? Mi misi nella posizione comandata, e mentre stavo allargando le gambe apparve un altro messaggio: “Allargale di più le gambe, puttana. Larghissime, quasi una spaccata”. Se fosse stato un film horror avrei chiamato questa cosa “jump scare”. Come faceva a beccarmi sempre come se mi vedesse? Divaricai le gambe fino a sentirmi squartata, mi toccai la gatta e la sentii aperta ed allargata dalla posizione. E fradicia, anche. Ero nata per essere sottomessa ed umiliata, dovevo farci i conti. Prima foto, poi altre man mano che il pizzo bianco e trasparente veniva spinto nel mio corpo. La sensazione era assurda, non avevo mai provato niente che neanche ci assomigliasse. La mia fica si riempiva, la sentivo stimolata dalla ruvidità del pizzo. Una foto tenendola divaricata con le dita, a mostrare lo scarso centimetro di stoffa che sporgeva, poi l’ultima, che mostrava che quando stavo in piedi normale non si vedeva niente. “Fatto Padrone. Le mutande sono dentro la mia fica, e sto impazzendo. Mi sento stimolare ed irritare insieme, sento che mi bagno ma sono asciutta come il Sahara”. La sua replica fu “Cammina per la stanza, e cerca di camminare senza far notare niente”. Ormai ero completamente nel pallone, non mi chiedevo neanche più quanto fossi folle ad eseguire questi Ordini. Camminai come richiesto, fingendo di non avere niente. Ma era un piacere/fastidio continuo. Rischiavo l’orgasmo ad ogni passo. Glielo dissi. – “Lo so. Per questo te le ho fatte infilare dentro, ma è colpa tua che coli come una vacca e non ti sai controllare. Adesso i succhi della tua vagina dovrebbero rimanere tutti all’interno, giusto? Almeno per un po’, fino a quando non si inzupperanno troppo gli slip che ti farciscono come un cannolo. Tienili all’interno, e dimmi quanto tempo passa prima che tu cominci a gocciolare come una scrofa. Come camminavi? Si notava niente?” Gli risposi che mi sembrava di camminare a gambe larghe come se mi avessero sfondato, ma che ritenevo fosse solo una sensazione, e che rischiavo di venire di continuo. – “Molto bene. Da adesso non uscirai senza mutande, ma con le stesse ficcate dentro a riempirti. Contenta?” Che dovevo rispondere? Dissi di si e basta, tanto lo sapeva che venire umiliata e trattata così mi eccitava. – “In casa però a fine esperimento le toglierai e starai senza. Ma devo sapere quanto tempo ci mettono a colare, quindi per ora prosegui, e tienile fino a che non grondi di nuovo” Di nuovo mi limitai a confermare.

“Torniamo alle mollette” scrisse lui, distraendomi a metà dalla sensazione della mia intimità violata dalle mutandine che la riempivano “Vedo le foto, va bene come le hai messe. Si, dopo venti minuti sapevo bene che ti avrebbero dato una gran fitta quando le toglievi, ma volevo fosse una sorpresa. Il mio regalo a fine punizione.” Bastardo. Lo odiavo. O lo amavo, forse? Si può amare la mente di qualcuno senza neanche averlo mai visto una volta? La risposta che scrissi senza pensare mi lasciò di sasso. “Grazie”. Cosa? Lo avevo pure ringraziato?

“il servizio con il pennarello è molto completo, brava.” Volevo godere, ogni volta che mi ricompensava con una parola di apprezzamento la mia eccitazione aumentava, ma la fica era piena, potevo solo sgrilettarmi. “Posso masturbarmi, Padrone?” rispose di no, per ora. Dovevo misurare il tempo che gli slip impiegavano e smettere di assorbire il mio miele di fica, quindi niente ditalini che avrebbero falsato i conteggi. Disse che avrei potuto soltanto a fine esperienza. A quel punto mi disse che mi avrebbe mandato la mail con le istruzioni, e mi lasciò così, in attesa di inzuppare le mutandine abbastanza da poterGli dire il tempo, e poi mi sarei sfondata da sola. In cucina c’era una seconda banana che mi aspettava, e io sapevo cosa avrei fatto.

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