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Riparante assolvimento

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Una volta, tempo addietro, la mia affettuosa amica astigiana Sveva m’aveva bonariamente biasimato e affabilmente redarguito, annunciandomi che non bisognerebbe vivere a metà nel pieno senso del termine, perché la noia e la monotonia ci segnala che abbiamo inserito una sorta di pilota automatico, cioè che ci lasciamo scorrere le cose addosso, vale a dire che vivacchiamo. Lei notava e s’accorgeva, che nella mia situazione familiare, io portavo avanti il mio rapporto personale di coppia senza troppa convinzione né con idonea credenza, per paura della solitudine e per il timore intrinseco dell’abbandono, ma che però mi guardavo sovente in giro per cercare dell’altro, mentre volevo uscire con gli amici di sempre, desiderando vogliosamente e ricercando bramosamente però d’essere altrove.

Sveva mi faceva facilmente osservare e schiettamente constatare, che il mio disimpegno non poteva altro che generare in me una pura insofferenza e una logorante insoddisfazione. Lei mi suggeriva che per sconfiggere la noia, era necessario impegnarsi e dare il meglio nella situazione attuale che vivevo, senz’aspettare che la situazione fosse stata quell’astratta e presupposta d’avere un partner perfetto. Io dovevo impegnarmi per fare crescere quanto di positivo c’era nella mia vita, dovevo modificare e ritoccare immancabilmente le mie abitudini. Sveva mi ripeteva che io avevo smesso presto di sognare, di crescere, di pormi degli obiettivi, che la mia vita era diventata statica e senza prospettive. Dovevo reagire, avevo raggiunto una stabilità, ma davo tutto per scontato: il lavoro, il coniuge, gli amici, la famiglia. Sveva mi spronava nel fare questo, sicché presi il coraggio e mi lanciai, decidendo di dare una svolta alla mia esistenza.

Il mio nome è Dafne, sono una donna di cinquantacinque anni e abito a Savona, sono accasata con Macario, un uomo di due anni più piccolo di me. Stiamo assieme da oltre vent’anni e da sempre abbiamo attribuito una notevole importanza e un’elevata considerazione al sesso nella nostra intimità. Abbiamo scoperto quanto sia bello disattendere, non osservare e in definitiva prevaricare, facendo in modo che i nostri rapporti non siano quegl’intramontabili gesti, quelle tediose azioni e quelle uniformi pose, ma che siano costantemente abbelliti, che siano pretenziosi, magari impreziositi e guarniti di qualcosa di nuovo e d’originale.

Nel momento in cui abbiamo cominciato a renderci conto che stavamo per diventare schiavi dell’abitudine, abbiamo deciso di farla finita. Un po’ per gioco, un po’ per l’effettivo desiderio di provare qualcosa di stravagante e di bizzarro, abbiamo intrapreso nel mettere in pratica una serie di rapporti sessuali molto piacevoli e appaganti. Quasi per gioco, una volta Macario iniziò a prendermi a schiaffi mentre scopavamo alla pecorina: la faccenda mi piacque abbastanza, e soprattutto entrambi godevamo come degli alienati. Capimmo all’istante, che quella sarebbe potuta diventare una nuova e moderna frontiera da sperimentare, che ci avrebbe fatto individuare e spogliare un mondo sessuale tutto inusitato e innovativo, composto da un’autentica inosservanza e da un immenso piacere corporeo.

Ecco, perché ancora adesso ci ritroviamo spesso, nel vivere saggiando questo tipo di rapporti in cui, spesso alternandoci, ci troviamo ad avere dei ruoli di predominio, di supremazia e di dominazione l’uno sull’altro. Posso affermare e manifestare, che si è trattato d’una scoperta che ha rivoluzionato tutto, capovolgendo e trasformando il nostro senso del piacere: da quel momento, infatti, non riusciamo più a rinunciare né ad astenerci alla dominazione, la quale è ineluttabilmente diventata l’occasione giusta per vivere con la fantasia un rapporto molto vizioso, spinto e sregolato. Per di più, perché si tratta d’una pratica che soddisfa ed è gradita sia me quanto lui, tenuto conto che ambedue ci aizziamo fomentandoci oltremisura, poiché siamo tangibilmente attratti dall’altro, quando ha il ruolo la dominazione.

I nostri rapporti a due sono qualcosa di straordinariamente suggestivo e d’eccezionalmente emozionante, che ti sconquassano nel contempo sia psiche che viscere, perché un’esperienza che non potrò mai trascurare è stata la mia prima volta da indiscussa e incontestata scatenata dominatrice, padrona lapalissiana nei confronti di Macario. Lui era il mio soggiogato, il tiranneggiato come l’apostrofavo lussuriosamente io, giacché riscoprii integralmente una facciata della mia personalità femminile, che nell’ambito sessuale m’appariva pomposa, carnale, depravata e piuttosto allettante. Come indole individuale, da buona e festaiola padrona qual ero, non per niente arrogante né altera né insolente, stabilii d’indossare l’appropriato e il meraviglioso abito da cerimonia, che avrebbe fatto del mio oppresso e vessato coniuge, una vera e propria materia e scopo del mio sfrenato desiderio. Giorni addietro, ultimai di fare delle compere e acquistai anche qualche aggeggio intimo in un emporio specializzato, che m’avrebbe permesso d’esprimere, di dimostrare e in ultimo d’interpretare accuratamente e metodicamente, tutto il mio senso d’egemonia e di possesso su Macario.

La sera ci ritrovammo a casa, entrambi incuriositi e intrigati dalla possibilità di sperimentare una nuova avventura, peraltro molto conturbante, eccitante e sensuale. Così indossai il mio tanga nero molto sensuale, oltre al corpetto e alle calze a rete che con i tacchi che avevo, m’ avrebbero permesso in conclusione di risultare una dominatrice vorace e incontentabile per il mio soggiogato consorte. Macario iniziò a baciarmi e io decisi di legarlo, così da sottoporlo ufficialmente mio schiavo. Mentre lo legavo gli accarezzavo il cazzo con le scarpe in maniera tale da farglielo indurire maggiormente. Tutti e due eravamo edotti di non resistere più e d’avere un’irrefrenabile quanto smaniosa e depravata voglia di lasciarci andare, verso un’esperienza notevolmente inebriante, voluttuosa e tentatrice.

In quello stuzzicante frangente, Macario era interamente svestito e scrupolosamente annodato alla barra del letto in ferro battuto, intanto che io principiavo con uno scudiscino a percuoterlo in modalità soffice, perfino nelle parti intime. Io sapevo che non avrei giammai potuto cagionargli del male, tuttavia lo avrei fatto certamente godere come in poche altre occasioni. Io avevo quella distinta cognizione, perché entrambi eravamo assai consci che ci stavamo scatenando ed elettrizzando oltremodo e non avremmo avuto criterio né contegno di fermarci. In un secondo tempo, intavolai la scena collocandomi sopra la sua faccia da incontrastata, rispettabile e stimata reggente, insomma d’autentica sovrana qual ero: perché bramavo avere il diversificato sentore e il contraddistinto patire, che la sua lingua accarezzasse la mia torrida fica a questo punto totalmente intrisa delle mie secrezioni. Di conseguenza mi tolsi il tanga che indossavo adagiandomi sopra di lui, che non aspettava altro. Di fronte a me avevo il suo cazzo eretto, che non attendeva altro che le mie mani lo lambissero. Proseguimmo per almeno un’ora fino a quando stabilii di svestirmi totalmente per soggiogare, conquistare e in ultimo soverchiare il mio tiranneggiato consorte al rapporto sessuale che stavo anelando.

Macario adorava essere signoreggiato e vessato da me, poiché entrambi essendo piuttosto duttili e flessibili, ci scambiavamo talvolta i ruoli, rimanendo alquanto contenti e soddisfatti al debutto del nostro primo rapporto sessuale di sottomissione. Poco tempo dopo decidemmo di sperimentare un rapporto al contrario, vale a dire dove io (Dafne), fossi stata quella lussuriosa femmina che avrebbe condotto la scena facendo da indiscussa governante e da riconosciuta trionfatrice, l’effettiva padrona e l’autentica incontrastata sbaragliatrice. Io non mi sottraevo, tutt’altro, perché volevo fargli provare qualcosa di veramente caratterizzante, di peculiare e di distintivo.

Un dopo pranzo, allorquando lui rincasò, con un’improvvisata Macario mi scovò che ero appena uscita dalla doccia. In quell’occasione avevo addosso il mio accappatoio e non appena iniziò a svestirsi mi ordinò con fare molto deciso di andare vicino a lui e di rimanere completamente nuda. Avevo afferrato molto bene le sue lascive intenzioni e la faccenda non m’urtava per nulla. Spasimavo ed ero ansiosa, di lanciarmi anch’io in un rapporto che sarebbe stato alquanto spinto e depravato, in quanto mi trovavo ad essere la sua soggiogata balia di turno. Istantaneamente mi proferì di genuflettermi di fronte a lui e, stando al gioco erotico, eseguii come Macario m’ingiunse. Progressivamente principiai a leccargli il cazzo e percepivo che per gradi diventava sempre più compatto, mi piaceva tantissimo sentirmi la donna che lui aveva sempre anelato di disporre e d’ingiungere queste azioni assai licenziose, osé e finanche mordaci. Dopo diversi minuti di spettacolare pompino, Macario mi brandì in braccio scaraventandomi sul nostro giaciglio, alquanto predisposto e incline più che mai nel possedermi in maniera scostumata, sfrenata e intemperante, unicamente come soltanto un credibile, schietto e autentico padrone sa fare e sa di essere.

Io non opponevo resistenza, non obiettavo, in quanto questa faccenda mi faceva attizzare tantissimo, perché in fondo era quello che avevo sempre libidinosamente bramato e sfrenatamente desiderato. Ho sempre voglia di sviluppare, d’approfondire e di sviscerare dei rapporti stuzzicanti, frizzanti e pepati con il mio consorte, anche perché la parte seducente e l’aspetto affascinante e armonico della dominazione, è che non ci sono mai delle collocazioni fisse e stabili, ma ci si può flemmaticamente alternare. Non c’è cosa più bella, di poter condurre dei rapporti sessuali in totale libertà e al disopra di tutto senza dover pensare a nulla, ma solamente al proprio appagamento licenzioso e alla pienezza scostumata da soddisfare. In questa maniera, infatti, il sesso è concretamente per davvero un’occasione che vale la pena di sfruttare.

La mia fedele e fidata amica astigiana Sveva ci aveva preso in pieno, ci aveva visto lungo come si suol dire, m’aveva azionato e in ultimo acceso la lampadina, io dovevo solamente indirizzare il fascio di luce su qualcosa che d’intrinseco e di connaturato possedevo già, ma che non riuscivo regolarmente a manifestare né a esternare agevolmente né a palesare liberamente.

In un baleno sono rinata, adesso i nostri rapporti sono apprezzabilmente migliorati, la mia vita è considerevolmente cambiata, in maniera ottimale e percettibilmente in meglio naturalmente.

{Idraulico anno 1999} 

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