Skip to main content
Racconti 69Racconti Erotici Etero

Esodo

By 11 Gennaio 2015Febbraio 9th, 2020No Comments

-Abbiamo tutto?-, chiesi per la decima volta. Volevo essere assolutamente sicuro di avere preso tutto quello che avevo, eccezion fatta per il mio letto che avevo lasciato a un conoscente dietro compenso.
Maghera, nei suoi nuovi abiti (un paio di jeans e una felpa un po’ più pesante di quanto avrei desiderato), annuì (per la decima volta).
Sorrideva beata e la felicità della partenza la rendeva solo più bella.

Ancora non riuscivo a credere alla mia fortuna! Dopo anni passati a languire nella solitudine, nell’assenza di gioia, nelle sere davanti ai porno proiettati dallo schermo del portatile, finalmente giungeva un bagliore di luce!

A giudicare da come mi guardava la pensava come me.

Non potevo darle torto: con quell’esodo terminava la parte più nera della sua vita e mi lasciavo alle spalle una grave perdita.
Non che servisse però a farmela dimenticare del tutto.

D’altronde neppure Maghera sarebbe mai stata pienamente libera. Avremmo dovuto vivere con le nostre colpe.

Sospirai, una piccola nuvoletta di anidride carbonica si cristallizzò nel freddo del mattino mentre l’indiana mi abbracciava senza parlare.

Il rumore di una macchina mi fece comprendere che Pino, il tizio a cui avevo venduto il letto e che aveva deciso di darci uno strappo oltre la dogana di Ponte Chiasso era arrivato.

-Maghera ti presento Pino Adalberti. Pino, lei &egrave Maghera Ramalingham.-, dissi facendo le presentazioni di rito. I due si strinsero la mano e Pino, guardandomi dall’alto del suo metro e settantotto, si decise a parlare -Ma dove l’hai rimediata una bomba così?-, chiese con un sorriso sornione.

-Pino, ci sono cose che &egrave meglio non sapere.-, dissi con un sorriso, tentando di farla passare come una battuta.

Il trentaduenne guardò nuovamente l’indiana e poi me.
-Ho capito!-, disse.

Per un istante sia io che Maghera provammo un brivido, lui però sorrise nuovamente.
-C’era un qualche formulario? Un sito d’incontri, no? Elementare! Stasera mi pianto su internet anche io!-, non lo fermai nel perseverare dal suo errore e, dopo aver caricato i miei pochi averi in macchina, partimmo.

Io e Maghera eravamo sui sedili posteriori, appiccicati l’un l’altra. Il mio pene stava urlando alla libertà in pieno stile Braveheart…
Posto sbagliato e momento sbagliato!
Lei mi sorrise e senza parlare prese a baciarmi.
A giudicare dal brillare che aveva negli occhi era eccitata.
“Dio… non vorrà mica mettersi a scopare qui?!”, mi chiesi, pur sapendo che non era il tipo (credevo) da fare quel genere di cose.
Il bacio divenne più profondo e sensuale. L’indiana mi si sedette in grembo. Chiusi gli occhi assaporando il momento e affanculo il resto.
Si vive una volta sola.

Le mani dell’indiana scivolarono sulla mia schiena sino al mio punto più privato, sul cavallo dei calzoni. Le mie stavano già sfiorando le sue tette attraverso il reggiseno.
Eravamo sull’orlo del baratro.
Fu la voce di Pino a svegliarci dal sogno erotico ad occhi aperti che stavamo vivendo.
-Ma cos’&egrave?! Scopate nella mia macchina?!-.
Pino non era mai stato particolarmente gentile o garbato eppure aveva quel modo di porsi che ti permetteva di sorvolare su questi dettagli. Era capace di diventare il tuo migliore amico in mezz’ora.
Comunque ci fermammo e ci staccammo.

La dogana fu il pezzo peggiore: lessi negli occhi della mia compagna la paura di essere riconosciuta. Temevo anche io di poter essere ritrovato colpevole dell’omicidio di Giuliano Vattelappesca ma fortunatamente i documenti ressero. Il mio amico aveva fatto un buon lavoro.
E io avevo fatto bene a mettergli un po’ di fretta. Maghera aveva ottenuto i documenti con un tempo brevissimissimo. Conoscenze altolocate…
Chiaramente una volta in Svizzera avremmo avuto bisogno di qualche aggiustatina ma un passo alla volta.
Mai affrettarsi.

Pino ci scaricò poco lontano dal confine, in una zona dove parcheggiavano i camion della ditta Zurzack.

Da lì sarebbe cominciata la nostra odissea.
Il cielo era privo di nuvole, un’azzurro perfetto come pochi. Alle nove e dieci di mattina io e la mia compagna eravamo tuttavia flagellati dal vento.
-Le previsioni davano “vento moderato”.-, dissi, cercando di ironizzare.
-“Moderato”… Sicuramente… ma secondo gli standard dell’Antartide.-, ribatté l’indiana con un sorriso che spiccava sul volto bruno.
“`&egrave più bella coi cappelli sciolti…”, pensai. Per l’occasione infatti si era rifatta la treccia.

-Che tipo &egrave tua madre?-, chiese Maghera. Il piano era di andare a casa di mia madre (da cui me ne ero andato un po’ di tempo prima), in attesa che si liberasse un posto in cui vivere noi soli.
La sua domanda era affascinante: spesso avevo creduto che avrebbe lasciato a me le spiegazioni, invece voleva avere parte in esse.
Sorrisi: proprio il mio tipo di ragazza.
Incominciai a descriverle tutto quanto, cercando anche di muovermi un po: nonostante ci fosse il sole, il vento era davvero in grado di congelarci.

Finita la descrizione di mia madre ci avvolse un profondo silenzio.
Una folata di vento si abbatté su di noi con la forza di un ciclone. Barcollammo, stringendoci in un abbraccio.
L’abbraccio assunse presto quei piccoli segni, quelle caratteristiche che lo rendevano atto a una comunicazione non verbale.
A giudicare dalla gamba di Maghera che mi strusciava sul pacco, il suo messaggio era chiaro. La mia mano che le stringeva le natiche doveva essere altrettanto chiara.

Tanto in giro non c’era un anima…

Stringendola pensai che il meglio doveva ancora venire. Avremmo trovato casa, vivendo indipendenti dai miei genitori, irraggiungibili dal passato.
I ricordi ci sarebbero sempre stati, la coscienza non la potevamo evitare.
In parte ce li meritavamo tutti.

Il mio membro incominciò ad ergersi, come a voler ricordare che c’era… Maghera sorrise, stringendosi a me ancor più forte.
Tra tutti e due era dura ricordare dov’ero e che stavo aspettando mia madre.
L’erezione era impossibile da nascondere: ci volle poco perché l’indiana se ne rendesse conto e prendesse a strusciarsi ancor più contro il mio membro.
-Eccitato, eh?-, chiese.
Le risposi con un bacio.
-Lo sono anche io…-, sussurrò.

Sarebbe stato bello lasciarsi andare alla passione in quel momento, dimentichi di tutto.
Purtroppo arrivò mia madre.

Mia madre ricordava ancora la mia ultima relazione, non quella con Katherine bensì quella prima ancora. In buona parte fu artefice della mia rottura (in buona fede). Non le serbavo rancore: la mia compagna di allora era una troia di fatto. Non era semplicemente capace di avere un minimo di fedeltà o vero affetto disinteressato. E dopo un anno di relazioni avevamo solo pomiciato….
Non esattamente la mia relazione ideale.
Cominciammo ad allontanarci, a litigare, arrivando infine a rompere.
Fu un anno dopo quello sgradevole episodio che mi trasferii in Italia. Ci rimasi per altri cinque anni. Con contatti sporadici coi miei.

Sino ad oggi.

Mia madre era quella che, scoperta la situazione, c’era rimasta peggio. Aveva iniziato a diffidare di tutte quelle che mi piacevano che fossero africane, indiane, chiunque insomma non fosse europeo, chiedendosi perché suo figlio le prediligesse tanto dopo un simile affronto.
Non aveva capito un beneamato.
E anche a spiegarle la situazione la cosa non era migliorata.

La Chevrolet nera di mia madre emerse dalla strada. Ci trovò ancora semi-abbracciati, circondati da borse.
Solo a vedere la faccia di mia madre non ci misi molto a identificare sorpresa, gioia di vedermi e perplessità in un solo sguardo.
Un tripudio di emozioni che affiorava sul suo volto.
Quando la macchina si fermò presi un grosso respiro, cercando di somigliare all’Alessandro Mordasini insicuro che se ne era andato da casa…
Fallendo.
Gli eventi che avevo vissuto mi avevano indurito, rafforzato.

Ciò nonostante quando mi abbracciò senza dire nulla non potei fare a meno di stringerla forte come quando me ne ero andato.
Maghera attese che le effusioni finissero.
E fu allora che mia madre la notò.

Durante la giornata precedente avevo avvertito mia madre che non sarei arrivato da solo ma, quando il suo sguardo si posò sulla giovane mi chiesi se non avrei dovuto dirle qualcosa.
Prima che io o mia madre potessimo aprire bocca, Maghera si presentò con un sorriso.

Mia madre sorrise, anche se sapevo che stava già valutando frasi e linguaggio del corpo della mia compagna, come se fosse una sorta di macchina della verità…
Mi accorsi improvvisamente di star trattenendo il fiato. -Perch&egrave non mi hai mai parlato di lei?-, chiese mia madre con un’espressione di dolore misto rabbia.
-Perch&egrave la nostra storia &egrave iniziata da poco…-, ammisi.
Non poteva immaginare quanto ciò corrispondesse a verità…

Chiaramente non potevo raccontarle tutta la storia quindi cercai di inventarmi una balla credibile.
Avevo tre regole per far reggere le menzogne:
1. Devono essere semplici.
2. Devono essere impossibili a verificarsi.
3. Il soggetto a cui la stai dando a bere deve fidarsi assolutamente di te.

Il terzo punto poteva andare, per il resto, ero nella merda.
Cominciai comunque a parlare, per prendere tempo.

-Ecco, Maghera &egrave la mia ragazza da poco, ci siamo incontrati in circostanze molto particolari. Diciamo che ci siamo incontrati in discoteca.-, iniziai.
-Tu non ci vai mai in discoteca.-, disse mia madre.
Cazzo!
Si ricordava fin troppo bene le mie abitudini…
-Vero.-, ammisi facendo un passo indietro nella costruzione della storia, -Ma quel giorno ero parecchio giù e mi sono infilato nel primo bar-discoteca che ho trovato. Stavo bevendo un bicchiere d’acqua cercando di non pensare quando, finito il bicchiere devo alzarmi a chiederne un’altro. Ora, vedi che prendo il bicchiere pieno, mi giro e le sbatto contro.-.

beh, come inizio poteva anche starci…
Altra regola empirica: le migliori bugie hanno sempre una base di verità.

-Così ci mettiamo a parlare, la porto a casa mia e…-, interrompendomi capisco di avere fatto un passo troppo lungo.
Come spiegarle quello che era avvenuto dopo? Come dirle che per una serie di circostanze io avevo intrapreso un cammino da cui non c’era ritorno?

Fu Maghera a salvarmi.

-Quella notte conoscendoci abbiamo scoperto di avere molto in comune e alla fine…-, fece un gesto molto vago ma che mia madre seppe interpretare con molta fantasia, sorridendo.

-Capisco.-, disse, -Forza, iniziamo a caricare che sennò qui ci congeliamo…-. Ci vollero pochi minuti perché ripartissimo.

Casa mia era come la ricordavo. Lontano dalla dogana, dall’altra parte della città, cinque locali e mezzo con la mia stanza praticamente immutata.
Dopo aver sistemato le poche robe che mi ero portato dietro, io e Maghera stiamo sul letto. L’uno nelle braccia dell’altra per un lungo istante.
-Che si fa ora?-, chiede lei dopo qualche minuto.
-Si cena.-, dissi io, cercando di sorridere.
-Intendo con la faccenda dell’appartamento.-, chiarì l’indiana con un sorriso appena accennato.
-Tutto si sistemerà.-, le dissi accarezzandole i capelli e il collo. La tentazione di fare sesso era forte ma non avevo nessunissima voglia che mia madre ci scoprisse.

Comunque a cena mia madre ci sommerse di domande.
Non vi narrerò l’intera conversazione, mi limiterò a elencarvi le questioni più essenziali.

-Dove vivevi?-, chiese mia madre a Maghera mentre versava da bere a tutti.
-A Como.-, rispose lei, calmissima. Aveva una faccia da poker che era davvero inappellabile, -I miei genitori sono indiani ma si sono trasferiti in Italia da molto, sono cresciuta lì.-.
Le tre regole le sapeva già, senza che io gliele avessi dovute dire.

-Cosa fai di mestiere?-.
-Ho fatto la negoziante in un chiosco prima di tentare gli studi ma non ero portata. Poi i miei sono morti…-, rispose l’indiana. Ascoltavo senza fiatare, bevendomi il dialogo.
Ero impressionato dalla disinvoltura con cui Maghera rispondeva.
Evidentemente scappare per tutta l’Italia le aveva insegnato qualcosa…

Altre cinque domande (di cui tre di Maghera, riguardanti mia madre e la mia famiglia) e una portata dopo, arrivammo al dessert.
Lì, in quel momento, mia madre ci fece la domanda peggiore, quella a cui non ero minimamente pronto e quella che anche l’abilissima indiana avrebbe voluto evitare.
-Se in Italia tutto andava così bene per entrambi come mi pare di aver capito, perché ve ne siete andati?-.

Silenzio.

Eravamo totalmente impreparati a una simile domanda.
Ci guardammo negli occhi per un solo, singolo secondo.
In quello sguardo le dissi di non parlare: avrei buttato tutto sul piatto.

-Siamo venuti qui, perché Maghera &egrave la donna della mia vita. Quella accanto a cui intendo passare il resto del tempo che il cielo mi concederà.-, dissi alla fine.
Mia madre ammutolì.

-Lo stesso vale per me.-, disse l’indiana. Sottolineò la frase abbracciandomi e baciandomi senza vergogna davanti a mia madre, ancora sotto shock.

-Ok…-, disse lei, la vidi distintamente bere un bicchiere d’acqua per darsi un tono.
Chiaramente questo scatenò tutta una discussione a parte che ci tenne impegnati per il successivo dopo cena.
Non riuscivo a credere a quanto ero stato bravo. Ora però mi trovavo in un diverso guaio: avrei dovuto sopportare tutti i miei parenti, gli auguri e tutte le altre stronzate tipiche di un matrimonio.

Mentre io ora volevo solo trovare un posto in cui scoparmi quella femmina sino allo sfinimento….

E chiaramente, con mia madre tra i piedi era un po’ difficile.
Come per sottolineare quanto realmente la desiderassi, il mio pene si era eretto. Fortunatamente mia madre non l’aveva notato e sembrava aver creduto alla balla che avevo montato.
Che balla poi tanto non era.
In definitiva io volevo davvero che Maghera restasse al mio fianco per tutto il tempo che ci sarebbe rimasto da vivere.
E guardandola capii che anche lei lo voleva.

La conversazione andò avanti per qualche ora riguardo a dettagli, mia madre che sorrideva come mai prima d’ora,
, Maghera che parlava guardandomi con occhi di fuoco, io che faticavo a ignorare l’enorme erezione che avevo nei calzoni…
Una volta a letto però le cose cambiarono: dato che camera mia aveva un letto a due piazze, io e la bella indiana dormivamo nel medesimo giaciglio.

Appena mia madre spense le luci decisi di agire.

Maghera aveva indossato un’eccitante camicia da notte in lino. Pensai che, una volta trovato un appartamento, avremmo persino potuto dormire nudi ogni notte.
Il pensiero mi eccitò un mondo e decisi di non attendere un solo istante ancora. Mi girai verso di lei. Stava già dormendo ma sapevo che, una volta che avrò iniziato mi seguirà a ruota. E in ogni modo, la sola alternativa a lei era una sega e non volevo che mia madre trovasse macchie sul letto.
Dato che dormiva sul fianco non mi ci volle molto a incollarmi alla sua schiena come una cozza, strofinandole la mia erezione tra le natiche.
Mi accorsi di due cose:
1. Era sveglia, dato che spingeva il suo culetto verso di me.
2. Non portava intimo….
Dannazione! La situazione era talmente eccitante che mi stava facendo venire e sarebbe stato terribile sprecare una quantità simile di sperma.
L’indù si voltò, i nostri volti erano a pochi millimetri di distanza, i nostri bacini erano quasi a contatto.
Potevo praticamente sentire il calore della sua intimità e, nonostante la penombra, vedere lo sguardo nei suoi occhi.
Mi voleva.
-Ti desidero…-, mormorai, sentendomi quasi stupido per tutto lo sfregamento.
-L’avevo capito, amore.-, disse lei, sorridendo e baciandomi.
Fu un bacio leggero, lieve come il tocco di una farfalla.
Ma rischiò di portarmi troppo oltre.
Quando ci staccammo potevo leggere il desiderio nei suoi occhi. Le accarezzai i capelli, scendendo sino alle spalle.
-Ti voglio anche io ma non vorrei che tua madre ci vedesse…-, disse Maghera, -Quindi, facciamo così…-.
Si mosse talmente in fretta da non permettermi di parlare: in breve tempo mi trovai sdraiato sulla schiena con lei che mi stava sopra e sentii le sue labbra attorno al mio pene.
Mi sforzai di concentrarmi sul gratificare la sua vulva meravigliosamente scura oralmente. Ci affondai la faccia. A giudicare dalla gran quantità di liquidi presenti, era arrapata quanto me.
Cominciai a leccare tutto il leccabile, inghiottendo grandi quantità di liquido. Mi sembrava di star leccando un gelato…
Un caldo, eccitante, gustoso e infinitamente buon gelato.

Lei, mugolii e gemiti a parte, aveva dato inizio a un pompino di quelli eccezionali. Roba di prima qualità, con la lingua, che mi spennellava sul glande e tentava di forzare l’apertura del meato mentre con la mano mi teneva fermo il membro, solleticandomi i testicoli con le dita.
L’altra mano si dedicava al mio perineo, facendomi scoprire una nuova zona erogena. Era indubbiamente entrata a pieno titolo nella mia Top Three dei pompini.
Il falso mito sulla necessità di una lunga esperienza prima di poter parlare di una pompa eccezionale era stato sfatato.

Intanto, non ritenendo sufficiente la lingua, che avevo preso ad agitare in prossimità di grandi labbra e clitoride, inserii un dito nell’intimità della bella indù.
Un gemito mi informò che la manovra era stata gradita.
L’altra mia mano le esplorava il solco tra le natiche, alla ricerca dello sfintere.
Notando che c’era spazio per un altro dito, lo feci entrare. La reazione di Maghera fu un gemito a stento contenuto.
Rischiavamo davvero di essere scoperti e più di una volta temetti che mia madre ci stese osservando. Di fatto, le avevamo detto che saremmo rimasti solo lo stretto necessario.
E che non avremmo scopato ma i nostri ormoni avevano letteralmente soppresso la prudenza.
Cominciai a massaggiare lo sfintere, non volevo entrare, ne percorrevo solo i bordi.

Intanto le mie dita scopavano la yoni dell’indiana, assistite dalla mia lingua che aveva preso a tormentarle il clitoride.
D’un tratto, un getto potentissimo di fluido vaginale mi invase la bocca. Evitando di tossire, lo inghiottì fino all’ultima goccia.
Maghera aveva goduto.
E giusto in tempo: scaricai nella sua bocca una quantità di sperma tale da temere di aver esaurito le scorte.

Lei inghiottì, si tolse, risistemandosi la miracolosamente illesa camicia da notte e mi baciò.
Il mio sapore si mischiò al suo.

Non facemmo più sesso in quella casa da quella volta: la preparazione del trasloco ci assorbì del tutto.
Ma perlomeno mi consolai pensando che dopo aver inaugurato la nuova casa avrei dovuto inaugurarne il letto.

Quello sarebbe stato sicuramente…. innovativo.
Mia madre, mio fratello e sua moglie, impeccabili nei loro abiti eleganti. Mio padre, appena un pelo trasandato. I miei amici e parenti vari. Tutti che sorridevano a me e a Maghera.
Erano tutti lì per noi.
Eravamo noi le star di quello show.
In fondo, oggi ci saremmo sposati…

L’evento aveva richiesto tempo e soldi, molti più di quanti potessi credere per quella cerimonia che definire modesta era un eufemismo.
In realtà io e Maghera avremmo desiderato una cerimonia molto più privata. Purtroppo, la voce si era presto sparsa e la gente era arrivata, reclamando di poter assistere.
Molti miei amici non avrebbero mai creduto che mi sarei mai potuto sposare. Io per primo ne dubitavo.
Ma la vita mi aveva sorpreso.
Ora la società mi pareva quasi più sopportabile.
Quasi….

Mentre il sindaco parlava (o più correttamente, divagava) in attesa di iniziare il rito e i vari invitati facevano cantare le macchine fotografiche e le videocamere (oltre alle ovvie fotocamere integrate nei telefonini), la mia mente prese a vagare.
Ricordavo il primo bacio tra noi, la sofferenza, il peso della colpa.
Ricordavo la prima volta che avevamo fatto l’amore.
Ricordavo la casa che mio fratello, mio padre e mia madre ci avevano procurato. Non ci avevamo ancora fatto l’amore ma presto anche quell’obiettivo sarebbe divenuto realtà.
Comunque, cercai di riportare la mente al presente mentre il sindaco parlava di tutta una quantità di valori sociali e morali del matrimonio (che due palle).
Il nostro matrimonio non era dettato dalla convenienza o dal solo sesso.
Era basato sull’amore, sul legame che c’era tra noi.
Quel legame che rischiava di stritolarci.
Eravamo arrivati sull’orlo del baratro ed eravamo tornati indietro.
Eravamo uniti per la vita.

Quando alla fine, pronunciate le formule di rito, ci baciammo mi sembrò incredibile.
Nei film un momento del genere sembra sempre incredibilmente lungo, infinito, paradossalmente staccato da ogni altro istante, sparato in una dimensione parallela.

Per una sola volta, la TV aveva ragione.
Le nostre bocche si fusero in un modo che non credevo possibile. Interi millenni sarebbero potuti trascorrere e non ce ne saremmo accorti. Le nostre lingue presero ad avvolgersi in una lotta gioiosa.
In quel momento gli scatti delle foto, le urla euforiche del pubblico, tutto questo e una marea di altri dettagli ininfluenti si appiattì sino a sparire oltre l’orizzonte degli eventi.
Quando finalmente ci separammo, guardai la bella indiana negli occhi.
Entrambi ci amavamo come non credevo fosse possibile amare.
Ero stato ferito, trafitto a morte dall’amore e lasciato a dissanguarmi ai margini della mia vita per anni. Avevo cercato rifugio nella rinuncia. Avevo sofferto quanto potrebbe aver sofferto qualunque altro uomo.
Per amore.
Ora invece, la sofferenza era lavata via, finita, scemata.
Il cerchio si era chiuso.
Firmammo i documenti finali e ci preparammo alla festa.

Generosamente offerta da mio fratello, la festa superò notevolmente le mie aspettative.
Sushi, Sashimi, Ebi Tempura dei migliori, thé verde fresco e caldo, Sak&egrave freddo. Valanghe di complimenti da tutti, risate, un viaggio per due in India prenotato per il prossimo mese, regali vari (dai mobili ai libri) una sala privata al Tokyo Sushi prenotata per tutta la serata. Da Dio, pensai portando alla bocca un trancio di salmone con le bacchette.

Maghera, che non aveva mai mangiato con le bacchette apprese notevolmente in fretta e come me si divertì un mondo. Non era per niente imbarazzata e rispondeva alle battute sorridendo. Non sembrava neanche più la ragazza spaurita che aveva attraversato l’Italia per sfuggire al suo destino.
L’unico neo fu la durata: il matrimonio era stato celebrato sul mezzogiorno. Il ricevimento, per così chiamarlo (fu più che altro un lungo aperitivo) ci rubò l’intero pomeriggio e la sera.
Avevamo impegnato il pomeriggio in un ricevimento organizzato da me e mio fratello (all’insaputa della mia compagna). Tra risate, battute, considerazioni più o meno serie, la giornata andò avanti.
Nonostante tutto ero sorpreso: la mia famiglia aveva accolto la giovane particolarmente bene.

L’ultima mia ragazza ufficiale era stata trattata ben diversamente e alla fine era finita male.

Comunque ero lieto di quella serata che pareva non voler finire.
Anche se molti degli amici e alcuni dei parenti si erano staccati dal gruppo al termine della cerimonia, molti altri erano ancora là. Il mio sangue iniziava ad affluire verso il basso ventre’
Mio padre ebbe il suo momento di gloria, un meraviglioso momento di gloria quando fece un lungo discorso. Mi sembrò che tutti quegli anni passati dietro cortine di ferro ad allontanarci l’uno dall’altro fossero spariti come per incanto.
Si fecero le dieci e quarantacinque prima che la festa potesse dirsi conclusa e noi fossimo accompagnati nella nostra nuova casa a Balerna.
Pochi mobili essenziali, sia io che la mia neo-moglie avevamo compreso che il mobilio necessario non era moltissimo. L’unico vero lusso che avevamo voluto concederci era la vasca da bagno, grande quanto quella che aveva Katherine a casa sua. La nostra era seriamente vicina alle dimensioni di una piscina.
Ma il bagno non era contemplato nel programma di quella notte. Non subito almeno’

Infatti, appena entrati, ci baciammo come se non ci fosse un domani, le mani che fremevano, cercando appigli, superando strati di vesti, accarezzando zone erogene sensibili.
Era come se ognuno di noi non potesse mai averne abbastanza.
Le mie mani stavano tormentandole seni e natiche. Le sue mi graffiavano petto e schiena.
I vestiti caddero presto a terra. In modo lento, molto lento e cerimoniale ma sicuramente carico d’erotismo.
Dopo di che ci recammo in camera da letto.

Il momento di consapevolezza fu lento come avrebbe dovuto essere ma sopportare un simile momento fu quasi un crimine contro l’umanità (passata presente e futura) oltre che una fatica erculea… Fortunato l’antico eroe ellenico che non si era mai trovato davanti a tale prova, pensai esplorando il corpo di Maghera.
Inutile dire che entrambi eravamo belli eccitati: toccando la sua Yoni la sentii bagnata e il mio pene era un pilastro, un obelisco.
Quando me lo toccò quasi venni’
Fu lì che le sorrisi. Preso da una potentissimi intuizione che mi strappò ogni controllo sul mio corpo, non feci resistenza quando mi spinse sul letto e prese a cavalcarmi come se fosse stata l’ultima volta che ci amavamo. La sua pelle scura si fuse al bianco della mia. Le pareti calde e umide della sua vulva si schiusero al suo impalarsi su di me. I primi colpi di reni che demmo furono tanto forti che sentii quasi le ossa dei bacini scontrarsi tra loro. In breve tempo prendemmo il ritmo.
Entrambi iniziammo a emettere versi inumani mentre mi immergevo sempre più in lei. Maghera sorrise, si abbassò, mi baciò selvaggiamente mentre ci avvicinavamo sempre più alla fine di quel meraviglioso momento. Carezze fluide e sensuali passarono su di me e su di lei. I suoi capelli mi solleticavano il petto quando si chinava a baciarmi.
-Non possiamo concludere, lo sai?-, chiese lei.
-Non ancora.-, risposi io. Le strizzai un seno, pizzicandole il capezzolo. Il gemito dell’indù fu terribilmente sensuale. Sentii i muscoli della sua vagina strizzarmi il pene in risposta. Non pago, presi a tormentarle i seni mentre lei, per contraccambiare si agitava sopra di me senza requie.
Una visione di un erotismo devastante.
Sapevo che non sarei riuscito a contenermi ancora a lungo. Neanche lei ne sembrava pienamente in grado.
Arrivai in fondo alla sua vagina, sentii la mia cappella sbatterle contro l’utero. L’indiana strillò dal piacere e dalla felicita.
Poi, le battei con due dita sulla spalla. Era un segnale concordato, per avvertirla che rischiavo di venire.
Lei si fermò, mi prese il pene alla base, stringendone la base con le dita per evitare che venissi e se lo sfilò dalla vulva. Anche lei era vicina a godere. Ricadde sul letto, mormorando con me il mantra del controllo.
Ora dovevamo far passare un’ora.

Cominciammo a parlare del futuro, di tutti quei progetti che speravamo di vedere realizzati. Maghera mi parlò del suo desiderio di viaggiare. Di vedere altri paesi, di scoprire chi realmente fosse. Un desiderio che condividevo. Parlammo di musica. Ammise che le piacevano i ritmi sudamericani e spesso anche l’Indie Rock. Menzionò un paio di gruppi, parlando anche di Daddy Y Yankee (unico cantante sudamericano che avevo mai ascoltato). Poi ci precipitammo nel confronto tra la vecchia guardia di quella che entrambi ritenevamo musica (lei aveva a tratti ascoltato i Beatles, ritenendoli interessanti, io avevo una discreta conoscenza dei New Order e degli AC/DC) e i gruppi attuali. Entrambi concordavamo sul fatto che non c’era paragone: in molti casi i vecchi ‘fossili’ (così dispregiativamente chiamati dai più ignoranti giovani d’oggi) erano ancora in grado di insegnare qualcosa alle ‘stelle della musica’ odierne.
E fu allora che l’indiana mi disse di dover andare al bagno. Chiaramente, secondo il rituale del Tantra, dovevo seguirla, alfine di conoscere tutto di lei. Memore di tale cosa, la seguii in bagno.
Chiaramente non ci fu quel grande imbarazzo: lei conosceva il Tantra e le sue pratiche in quest’ambito. Ad ogni modo, rimanere lì a guardarla mentre urinava era fonte di riflessioni per me: fino ad allora avevo messo maschi e femmine sullo stesso piano quanto a capacità d’escrezioni dai genitali. Ora mi rendevo conto che le donne erano enormemente svantaggiate.
Il cazzo funziona molto meglio, in questo senso. &egrave più preciso’

Comunque, riprendemmo la conversazione lì, in bagno.
-Pensi mai a quando ci siamo conosciuti?-, chiese lei mentre si lavava le mani. Era bellissima.
-Ogni giorno.-, risposi io. Era vero: difficilmente uno si dimenticherebbe di qualcosa come un colpo di fulmine con una sconosciuta. Comunque non era solo quello il motivo.
Quel giorno la mia vita, tutta la mia vita era cambiata.
-Non ti &egrave mai venuto un dubbio durante quella notte, in casa tua? Mai un dubbio dopo? Mai un dubbio oggi?-, chiese lei. Evidentemente i dubbi li stava avendo lei. Sapevo come rispondere: con sincerità, lasciando cadere tutti i dubbi, sciogliendo i nodi uno ad uno.
Tanto avevamo ancora un buon trenta minuti a disposizione.
-Ho avuto dubbi sulla mia decisione di ospitarti e non li ascoltavo, già ti amavo. Ho avuto dubbi dopo aver ucciso Giulio o come diavolo si chiamava. Ho avuto dubbi sulle mie motivazioni, dubbi sulla mia vita sin da quando sono al mondo.-
-Non ne ho mai avuti su di te, sul tuo ruolo nella mia vita.-
Lei fece per parlare ma il le misi il dito a pochi millimetri dalle labbra. Non avevo violato le regole ma c’ero andato maledettamente vicino.
Comunque Maghera capì e fece silenzio. Ripresi a parlare.
-I dubbi ci saranno sempre, ogni giorno e a ogni ora. I dubbi saranno sempre con me, indipendentemente dalla mia capacità di comprenderli o affossarli. Una sola cosa non mi ha mai fatto dubitare di quel che volevo. Tu.-, dissi, -Sei sempre stata, da quando ti ho trovata quella notte in quel bar-discoteca la mia stella fissa, l’unica che scorgo nel mio cielo nero, la sola costante che mi riporta a casa. Quando tutto crolla attorno a me, tu sei la sola da cui posso aspettarmi comprensione, l’unica vera stabilità in cui mi rifugio. Io spero di poter essere lo stesso per te.-.
Un silenzio profondo ci avvolse in qualche istante. L’indiana non parlava, muta, immobile, sembrava riflettere.
Le mie parole le avevo dette con consapevolezza, cosciente di dire il vero. Nonostante il nostro amore fosse già forte, sentii che le mie parole l’avevano rinsaldato oltre ogni possibile dire.
Lo vedevo nei suoi occhi, nel modo in cui mi guardava, lo vedevo in ogni espressione del suo volto.
In quel momento, il cronometro segnò la fine dell’attesa.
Nessuno di noi due si mosse, non subito almeno.

Poi, semplicemente, istintivamente la mia compagna (non mi sarei mai abituato a chiamarla Moglie, mi sembrava troppo formale e preferivo altri sinonimi) attraversò in un lampo lo spazio che ci separava (poco) e mi abbracciò.
Solo il contatto della sua pelle nuda con la mia mi scatenò un erezione equina.
Inutile dire che eravamo eccitatissimi ma, vedendo la vasca da bagno ebbi un idea migliore.
In molti libri avevo letto che il sesso in acqua era scomodo e difficile, ma si sa: non si dovrebbe credere a tutto ciò che si legge.

-Facciamo un bagno?-, le sussurrai all’orecchio.
-L’ultimo che ho fatto era poche ore prima che fuggissi di casa’-, sussurrò lei. Per un momento ebbi il terrore di averla offesa. Feci per scusarmi ma lei, calmissima, si staccò e mi baciò sulle labbra. Il bacio divenne presto una lotta selvaggia tra le nostre lingue. Chiusi gli occhi, percependo il rumore dell’acqua che scorreva nella vasca. La lingua di Maghera esplorava alacremente la mia bocca. Così come la mia esplorava la sua. I nostri sessi si sfioravano. Gemette appena quando il mio pene le toccò il clitoride.
Andando avanti così ci sarei morto’
D’un tratto lei si fermò per mettere il tappo e io aggiunsi un po’ di Sali da bagno alla lavanda. Un delizioso aroma di lavanda mi giunse alle narici. Annusando ancora meglio sentii anche il profumo di Maghera, una sorta di aroma speziato, molto piacevole’
Una mano di lei mi prese il pene, stringendolo alla base. La guardai, telegrafandole la mia domanda con lo sguardo. La mia erezione diminuì sensibilmente.
-Mi sembravi molto, troppo vicino a venire.-, disse lei con un sorriso che ricambiai. Concordavo in pieno.
L’acqua aveva ormai raggiunto un livello sufficiente. Entrai nella vasca assaporando il calore dell’acqua e l’effetto rilassante dei Sali. Chiusi gli occhi per un istante.

Ero felice: avevo la donna che amavo al mio fianco, una casa, presto avrei riavuto la macchina (l’avevo venduta come molta altra roba perché mi ricordava troppo Katherine) e non dovevamo più nasconderci.
Da nessuno, neanche da noi stessi.

Lei sorrise, entrando nella vasca a sua volta, sospirando quando l’acqua abbracciò il suo bellissimo corpo.
I Sali alla lavanda sciolsero le nostre tensioni, beh tutte salvo una che avremmo sciolto di lì a poco.
Sdraiata supina su di me, l’indiana si concesse un secondo sospiro di puro godimento.
-Non mi ricordavo che fosse tanto bello!-, sussurrò.
-Ed &egrave solo l’inizio.-, dissi io. Avevo tutta l’intenzione di renderlo il bagno migliore della sua vita.

Lentamente ci avvinghiammo l’una sopra l’altro.
Ormai stavo scavando con due dita nella sua vulva, accarezzandole il seno con la sinistra e baciandola, sussurrando assurdità nel contempo. Lei nel mentre mi masturbava con diabolica bravura. Con l’altra mano mi spingeva le dita nella vulva, insaziabile. Durò parecchio, ancora non so dire quanto. Fu bellissimo.
-Penso che siamo pronti al gran finale’-, disse, fermandomi le dita con una mano e serrandomi il pene alla base con l’altra.
-Lo penso anche io’-, sussurrai, comprendendo cosa volesse.

Senza un suono s’impalò su di me, assorbendomi, divorandomi il pene con la yoni.
-Non muoverti!-, esclamò l’indiana con un sorriso che spiccava sulla pelle scura appena accennai a un movimento. Capii che quello era il suo regalo, il suo ringraziamento finale per tutto, per il destino che ci aveva fatti incontrare, per la fuga, per il matrimonio.
Per tutto quanto.
E io volevo fosse ricambiato degnamente.

Rimanemmo fermi per qualche istante prima che lei si sollevasse per poi abbassarsi su di me e baciarmi. Le presi i seni, torturandole i capezzoli. Maghera gemette. Un suono primordiale che bizzarramente mi ricordava di più le fusa di un gatto, in quel momento.
D’un tratto cambiò posizione: mi sentii il suo peso sopra mentre iniziava a succhiarmelo.

L’acqua e la sua bocca carezzavano il mio cazzo ormai prossimo all’esplosione. Cercai di gratificare degnamente il fiore bruno rosato che aveva tra le cosce. Sentii l’indù gemere di piacere mentre spingeva la vulva contro di me. Unì la mia lingua agli sforzi delle mie dita. Le carezzai appena lo sfintere prima di stringere il clitoride tra pollice e indice. Un fiume di liquidi vaginali scaturì dalla sua fonte, inondandomi la bocca. Bevvi tutto quanto il liquido mentre la giovane s’irrigidì un istante e un urlo strozzato le uscì dalle labbra.

Stava godendo. Una prima volta.

Il suo orgasmo mi scatenò qualcosa, abbatté le ultime barriere e lei ne approfittò. Prese il pene in bocca in maniera a dir poco eccezionale, succhiò e leccò la mia asta lucente sino allo spasmo e ingoiò tutto il materiale che fui in grado di espellere. Credo che con tutto lo sperma che avevo nel pene avrei potuto riempirci una tazza di t&egrave. Comunque Maghera si sollevò e sorrise. Notai una piccola goccia del mio seme che le scivolava dalle labbra, cadendo sul mento per poi atterrare su un seno.
Il contrasto tra i due colori era semplicemente fantastico.
Chiaramente ci preparammo a uscire dalla vasca. Una volta fuori ci asciugammo, ognuno per sé e attendemmo.
Un’altra ora doveva passare ed entrambi volevamo ancora godere delle gioie del nostro amore.

D’un tratto una domanda mi sorse.

-Maghera, tu hai studiato da qualche parte?-, chiesi.
-Ho fatto qualche anno di liceo, smettendo quando il professore di filosofia ci ha provato con me. Poi un apprendistato che &egrave finito quando i miei hanno deciso di sposarmi.-, lo sguardo della giovane si tinse di curiosità. Una domanda sospesa nell’aria attraversò l’etere senza un suono.
-Ho un banalissimo diploma di impiegato di commercio.-, risposi con un sorriso, -Dovrò trovarmi un lavoro prima o poi.-. La mia voleva essere una battuta ma la verità la conoscevamo entrambi: troppi tagli e troppo pochi posti di lavoro sia da una che dall’altra parte del dannato confine. Non era colpa dei giovani se non trovavano lavoro, almeno non solo. Era un fenomeno ben più generale, globale. Un sintomo, non la malattia.
Comunque la malriuscita battuta aprì un sorriso sul volto della giovane.
-Avresti voluto essere altro?-, chiese.
Domanda dura: me l’ero chiesto una marea e mezza di volte. Me l’ero chiesto mentre lasciavo la Matura, mentre me ne andavo da casa, mentre accettavo un posto di lavoro e ne scaricavo un altro. Me l’ero chiesto un casino di volte e la risposta era sempre un ‘forse’.
Ora però c’era un’altra variabile che mi permetteva di decidere: c’era Maghera.

-No, ora come ora no. Un tempo forse, oggi non più.-, dissi.
Andammo avanti a parlare. Le chiesi se leggeva. Lei ammise che una cosa che le era mancata in tutto quel tempo era la lettura. Indagando ulteriormente le chiesi cosa leggesse.
-Romanzi, in genere.-, disse lei. Le feci cenno di seguirmi nel mio studio.
Le passai un libro dei miei, un romanzo di tale José qualcosa che parlava di una storia d’amore ai tempi del Celeste Impero cinese. Andò in visibilio, ringraziandomi con le lacrime agli occhi e rischiando di rompere la regola, fermandosi appena in tempo dall’abbracciarmi.
-Beviamo qualcosa?-, chiesi.
C’era una bottiglia di rosso, beh mezza in verità, regalo di qualche mio amico evidentemente disinformato sul mio divieto autoimposto all’alcool. Quella notte però era diverso: perché no?

Alzammo i calici e brindammo una prima volta. Aggrottai le ciglia sentendo il liquido rosso sanguigno scorrermi per la gola. La mia compagna sorrise, vedendo la mia espressione. Quasi si strozzò col vino.
Una domanda stava prendendo lentamente forma nella mia mente. La formulai un secondo più tardi, favorito dal vino.
-Dove hai imparato il Tantra?-, chiesi infine.
Ecco, l’avevo fatta. Temevo segretamente quella domanda: la conoscenza del Tantra era cosa rara e conoscere il vero Tantra era molto più raro. La mia compagna sembrava conoscere le pratiche sessuali ma forse anche il resto.
Maghera mi guardò con uno sguardo indecifrabile. Durò qualche minuto. Attesi mentre beveva altri due sorsi sino a svuotare il bicchiere. Il suo viso esprimeva quella gioia che sembrava essere propria di chi stava annegando i problemi e i dilemmi nell’alcool.
-&egrave stata mia zia a insegnarmelo. Diceva che mi sarebbe servito per avere il massimo piacere dal sesso ma sapevo che l’uomo con cui dovevo sposarmi non l’avrebbe mai capito. Tu sei differente.-, rivelò, infine.
-Tu hai avuto il coraggio di lasciar cadere, di non pretendere nulla. Hai saputo essere.-, le sue parole mi suonavano quasi aliene, come se fosse un’altra a parlare.

Ma fu solo un impressione. Forse.
-Devi capire che il Tantra &egrave l’arte del lasciar accadere, non diverso dallo Zen su cui hai tanto letto e che tanto hai praticato.-, disse lei. ‘Evidentemente ha visto la mia libreria’, intuì. Mi sentii messo a nudo, più di quanto già non fossi. E non mi dispiaceva.
-E devi capire che anche se adesso noi rompessimo le regole, facendolo con piena coscienza non commetteremmo un atto indegno.-, concluse.
A giudicare dal livello di vino nella bottiglia, doveva già star partendo’
Rimanemmo in silenzio per qualche istante poi, lei calmissima si alzò e uscì. Tornò pochi istanti dopo, con una boccetta d’olio. Era una delle mie boccette di oli da massaggio.
Gettai uno sguardo al Nokia. Lo feci senza rifletterci, seguendo un impulso generato negli anni. L’orologio dava le 00:00. Esattamente mentre segnava le 00.04, il timer suonò. ‘Grazie a Dio!’, pensai, ‘Ancora un po’ e esplodevo!’. Mi sentii esplodere dentro l’urgenza animale che anche quella femmina nuda davanti a me doveva star sentendo.
Lei, sorridendo mi si sedette in grembo. Non s’impalò ma stette a fissarmi, a fondo, come se ogni particolare del mio volto dovesse essere inciso a fuoco nella sua memoria. Rimasi immobile anche io, attendendo un suo segnale, dominando il desiderio viscerale di svuotarmi in lei. Il bacio successivo annichilì temporaneamente l’universo attorno a noi.
-Aspetta.-, mi disse quando ci staccammo. Mi prese per mano e mi trascinò verso il divano, come un bambino. Ero catturato dalle sue malie, dalla sua pelle scura, dal sorriso radioso, dai capelli neri come l’ala di un corvo… Ci sedemmo sul divano, io sotto lei sopra. Era tutto così magico che parlare mi pareva blasfemo. Mi limitai a tacere mentre la giovane stappava la boccetta. Versò qualche goccia d’olio sul mio membro. Dovetti concentrarmi per non esplodere. Fortunatamente e non so come riuscii a controllarmi mentre la giovane mi massaggiava il pilastro di marmo bianco che avevo ormai tra le cosce.
Fatto ciò, con una mossa degna di una contorsionista, lei si girò e mi affidò la boccetta, ancora sufficientemente piena per un’altra unzione.
Assaporai il momento per un istante, uno solo. Poi, delicatamente e lentamente presi a ungerle lo sfintere dopo averle divaricato le natiche. Appoggiata al tavolino, l’indiana lasciava fare, gemendo piano. Protese le natiche verso di me emettendo un verso inarticolato di piacere quando presi a massaggiarle la vulva mentre le spalmavo l’olio tra le chiappe. Quando mi fermai protestò scherzosamente che avevo smesso proprio quando iniziava a goderselo.
Sorrisi maleficamente. Se quel massaggio le era piaciuto’ sarebbe impazzita per quel che ci sarebbe stato dopo!
Sempre nella stessa posizione mi preparai alla fase 2.
Stavo ancora massaggiandole l’ano, preparandomi intanto a penetrarla.
Sostituii il dito col pene, entrando in lei piano. La mia cappella sfiorava ormai il suo sfintere.
‘Fallo!’, implorò Maghera, ormai al limite della pazienza. Anche la pratica del Tantra aveva i suoi limiti. Ponderai per un istante se entrare di forza o lentamente. Scelsi.

Il mio pene affondò nelle sue viscere accompagnato dal suo urlo di dolore e godimento.
-ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!-. l’urlo mi fermò dal continuare a entrare dentro la porta di sodoma di Maghera. il mio primo timore fu di starle facendo male.
-Vuoi che smetta?-, chiesi.
La risposta mi stupì davvero.
-No… fa male ma é bellooooo!-, urlò lei. Rimasi basito per qualche istante: aveva perso il controllo. Normale: tutte le pratiche tantriche o taoiste sul controllo dell’eccitazione hanno i loro limiti. Maghera e io quella notte le avevamo messe alla prova.
E tanto…

Per qualche secondo temetti che l’urlo dell’Indù avesse svegliato i vicini ma notai che nessuno stava accendendo luci o urlando di fare piano.
Potevo continuare…

Presi la giovane indiana per le anche. La sua pelle, come la mia era umida di sudore. I suoi capelli neri erano una colata d’inchiostro. Tenendola saldamente iniziai a imporre il ritmo.
Avanti e indietro. Ancora e ancora.

Lentamente sentivo che il suo culetto si allargava, agevolando l’andirivieni del mio cazzo.

D’un tratto notai che la giovane stava spingendo il sedere contro di me. Evidentemente ne voleva di più. Sentii due dita sfiorarmi il pene attraverso le pareti dell’ano. Chiaramente Maghera si stava toccando e ne approfittava per stimolarmi.
“Che meraviglia di…”, non riuscii a trovare un termine adatto mentre lei mi pinzava il pene, gemendo lentamente in modo quasi continuo.
Meritava una ricompensa…
Uscii improvvisamente da dentro di lei, lasciando solo il glande nel culo della bella indiana.
-Dai, non fermarti!-, protestò lei con veemenza.
Non risposi, toccai appena il mio pene, notando un po’ di sangue. Disegnai un’arabesco cremisi sulla schiena bruna della giovane.
La strinsi di nuovo e lei si protese verso di me col sedere. Indietreggiai, uscendo quasi del tutto.
Mi gustai il momento. Non capita mica tutti i giorni di prendersi la verginità anale di una donna così bella…
Poi spinsi in avanti dando un potente colpo d’anca.
Casualmente e senza premeditazione avvenne proprio quando Maghera, spazientita e vogliosa decise di spingere ulteriormente il culo verso di me.

Il risultato fu che il mio pene entrò di colpo dentro il suo sfintere fremente, sino ai coglioni.

-Ooooohhhhh! SSSSSSSIIIIIIIIì!-, il suo grido di piacere fu talmente gutturale e totale che temetti che stesse per venire.
Sentii i muscoli del suo retto stringermi il pene in una morsa.
Continuai a stantuffarle dentro sino a venire e la sentì godere definitivamente un secondo dopo. Troppo stanchi per spostarci crollammo addormentati in quel campo di battaglia che era divenuto il salotto. Incominciai a riemergere dalle nebbie del sonno, ritornando cosciente poco alla volta. Il mio salotto era un campo di battaglia, ma quello era il meno. Ero steso sul divano, sentivo il peso di un corpo sul mio.
Maghera’ In un istante ricordai tutto. ‘Dio, che nottata!’, pensai.
Gettai un occhio all’orologio da polso con lancette fosforescenti, notando l’ora: 4.00. Inutile: sapevo che per un po’ non mi sarei addormentato. Guardai l’Indù che dormiva sul mio petto.
I suoi lineamenti erano talmente distesi da farmi pensare che quella fosse la prima vera notte serena dopo tanto, tanto tempo. Anche io mi sentivo così appagato. Mi sembrava di non aver mai provato un simile appagamento. La mia mente era totalmente vuota, bianca, totalmente pronta a qualunque riflessione. Un po’ come dopo una buona meditazione’

Ricordai improvvisamente un passo di un libro da tempo dimenticato. Era Ore d’Ozio, di un tale del Giappone dell’epoca feudale. Un passo affascinante diceva che in un matrimonio gli sposi dovrebbero intercalare delle pause nel loro rapporto. Non solo per il sesso, si trattava proprio di fare alcune pause per alimentare una lontananza reciproca che permetteva all’entusiasmo della relazione di rigenerarsi, altrimenti anche la coppia più felice avrebbe finito con il litigare e il separarsi.
All’epoca quel commento mi aveva quasi divertito. Oggi lo ripescavo dai meandri della memoria.
Una sola domanda sorse nel mio cervello semi-addormentato ma lucidissimo: ‘Perché?’.
Mi sarei mai potuto stancare di Maghera? Avrebbe lei potuto stancarsi di me?
Dubbi, dubbi e ancora dubbi. Come le avevo detto ieri notte, ci sarebbero sempre stati. Avrei dovuto fidarmi, credere, sperare di aver fatto la scelta giusta’ O vivere con le conseguenze delle mie scelte.
Il titolo di una canzone dei New Order, Doubts even here mi risuonò in testa. Dubbi anche qui, anche adesso che tutto va bene. La vita &egrave una sola, no? Perché non me la godo e basta?

E, a proposito di godersela’
Sentivo ogni singolo punto del corpo della giovane indiana divenuta ieri mia moglie a tutti gli effetti premere contro il mio. Lei non pesava praticamente niente. Era magra, longilinea. Tre mesi di fuga senza speranza l’avevano segnata nel corpo oltre che nello spirito. Comunque il contatto mi stava vagamente eccitando e il mio pene iniziò a inturgidirsi, contro il suo monte di Venere.
Chissà quanto profondamente stava dormendo lei? Sicuramente non sentiva il mio pene indurirsi contro il suo pube. O forse lo sentiva e fingeva di dormire’
‘Beh, vale la pena scoprirlo, no?’, pensai.
Studiai per un istante il da farsi. Avrei potuto svegliarla e chiederle se voleva ricominciare, oppure’
Un’idea malsana si fece strada nella mia mente. Probabilmente era da codice penale. Un tribunale l’avrebbe definito stupro’ In quel momento non mi importava: stavo pensando col pene.
E il pene voleva divertirsi!

Percorsi la sua schiena con le mani, arrivando alle natiche.
Presto sotto le dita sentii il buchetto dell’ano, appena un po’ allargato rispetto a prima. Di riflesso, Maghera aprì appena le gambe, come per scacciare una fastidiosa sensazione di solletico.
Perfetto!
Infilai il mio pene tra le sue cosce, facendoglielo sentire proprio sulla yoni.
Se fosse stata sveglia’ oddio, avevo difficoltà a immaginare il potenziale erotico di una simile scena. Diciamo solo che sarebbe stato’ intenso.
Eppure mi faceva quasi preoccupare che non si svegliasse.
Per un secondo mi chiesi se non stesse male’ Eppure non volevo svegliarla, almeno non per un falso allarme. La paura però c’era.
Esitai.
Poi, fulminea, lei mi baciò. Le nostre lingue presero a lottare per un minuto buono mentre l’indiana si prendeva la posizione di predominio.
In quel momento compresi che aveva finto di dormire per tutto il tempo!
-Sapevo che ne stavi pensando una. &egrave da qualche minuto in più di te che sono sveglia’-, sussurrò. Ora stava sopra di me, senza impalarsi ma non dava neppure segno di voler riprendere a dormire. E sorrideva.
-Non sembri arrabbiata.-, dissi con calma. Una semplice osservazione che mi sarebbe servita per capire cosa voleva fare.

-Io sono arrabbiata.-.

La frase, sussurrata, mi congelò. Lei sorrise ancora, quasi ferocemente.
-Per questo, farò sì che tu paghi.-, disse, -Ma, siccome ti amo, farò anche sì che tu abbia quello che volevi.-.
S’impalò sul mio sesso eretto.
La sensazione di Maghera che si impalava su di me annullava temporaneamente ogni altra mia percezione. Era un momento fantastico.
L’indù cominciò a dettare il ritmo. Su, giù, su, giù.
Per prendermi una rivincita le afferrai i seni, strizzandoglieli.
Lei gemette, un lungo gemito inarticolato che mi fece impazzire.
Volevo venirle dentro…
E non ero nemmeno troppo lontano.

D’un tratto percepì qualcosa cambiare.
Maghera s’impalò fino in fondo e poi strinse con le labbra della yoni il mio pene.
Nello stesso tempo mi prese un lembo di pelle sulla spalla e vi piantò le unghie, facendomi sanguinare.
Il dolore mi smorzò l’erezione e fui obbligato a fermarmi, a un secondo dall’orgasmo.
-Perché?-, chiesi, pur sapendo la risposta.
-Lo sai.-, mi disse lei.
-Maledetta…-, dissi io.
-Porco.-, mi insultò lei. Non stavano neanche usando toni particolarmente alti.
L’indiana si tolse dal mio pene e poi, calmissima, si impalò nuovamente, stavolta con il volto verso i miei piedi e il sedere meravigliosamente in vista.
Strinsi le natiche della giovane come se non ci fosse un domani.
Lei aveva ripreso a dare il ritmo e intanto si accarezzava le tette. Difficile dire cosa le stesse passando per la testa.
Fatto sta che me la stavo godendo, stavo quasi venendo.
Forse stavolta mi avrebbe lasciato godere…

Ma anche no.

Una nuova stretta al pene e un morso a un alluce mi fecero capire che ce l’aveva ancora con me.
-&egrave questa la punizione?-, chiesi.
-Ne immagini una peggiore?-, chiese lei.
Il mio pene, stretto ora dalle sue dita che mi impedivano di godere implorava misericordia.
-Al momento no.-, ammisi.
-Bene…-, disse lei. Una volta alzatasi da me guardò la mia erezione con curiosità da studiosa.
Poi, improvvisamente si impalò di nuovo, come la prima volta.
-Perché? Solo perché sei arrabbiata?-, chiesi.
-Non dire idiozie!-, strepitò lei, sottolineando la sua irritazione con un bacio che la faceva sembrare molto meno terribile.
I suoi capelli mi solleticarono il petto. Per un istante mi permisi di strizzarle un seno.
-Resti comunque una donna eccezionale.-, sussurrai, accarezzandole il capezzolo con il pollice.
-Non ti comprerai il mio perdono con le moine.-, disse lei con un sorriso.
Ero stanco di quel gioco. Era tanto grave il mio azzardo per soffrire così?
-Come allora?-, chiesi.
Lei sembrò riflettere, cessò persino di muoversi.
Attesi. Non potevo né dovevo metterle fretta.

-Diciamo solo che ti perdonerò quando lo riterrò necessario. Ora…-, s’interruppe un attimo, gemette in modo estremamente eccitante palesando di star godendo una prima volta (come se le contrazioni della sua fica non l’avessero messo abbastanza in chiaro).
Poi riprese.
-Diciamo che il mio amore per te mi impedisce di farti troppo male ma devi capire che questo é un rapporto a due.-, disse lei, -Quindi, episodi come quello di poco fa non devono più accadere.-.
Detto si stese sul mio petto, come per riposare.
-Non provare a muoverti, la punizione non é finita.-, ammonì l’indiana.
Annuì, vinto e lei si addormentò sul mio petto. Per qualche istante mi assopii anche io.
Decisamente, la vita di coppia mi avrebbe richiesto determinati sacrifici.

Maghera mi svegliò con un bacio poco dopo. Sorrideva in modo inquietante. Guardai l’ora. Cinque e ventisette minuti.
Il mio membro semi-sgonfio ma non totalmente rassegnato premeva sulla sua yoni. L’indiana prese a segarmi e dopo aver raggiunto una dimensione sufficiente si impalò.
-Questa é l’ultima parte della punizione.-, disse.
Sospirai di sollievo. Il mio pene implorava una pietà che finalmente sembrava in vista…

Infatti Maghera iniziò a muoversi su di me come un invasata. Decisi di non dargliela vinta: presi ad affondare sempre più in lei. Sentivo il pene scivolarle dentro sino all’utero e le strizzavo seni e chiappe ogni volta che potevo.
-Sìììììì!-, gemette lei, accarezzandomi il petto con le unghie. Erano quasi artigli: lei se le era curate durante il nostro periodo in Italia ma per qualche ragione le aveva sempre tenute un po’ lunghe.
In ogni caso non l’avevo mai criticata. Era il minimo che potessi fare per lei. Aveva già sofferto molte privazioni. Toglierle quel piccolo piacere sarebbe stato ingiusto.

Inutile dire che quando, urlando di piacere mi piantò le unghie nel petto e tracciò un solco dallo sterno al addome mi venne da ripensarci…
Trattenni un lamento mentre, nonostante il dolore godevo dentro di lei, riversandole litri di sperma nella fica.
Lei sorrideva estatica mentre veniva, leccando qualche goccia del mio sangue con aria deliziata.
Sembrava un rito pagano di Anath, la sposa incestuosa dell’antico dio fenicio Baal.

Comunque, stroncati dall’orgasmo, ci accasciammo l’una sull’altro. Sentii la sua lingua che mi leccava il petto.
-Ti amo, stronzo.-, disse, ancora ansimando per ritrovare il respiro.
-Ti amo anche io, bastarda!-, dissi io senza fiato, baciandola. Le morsi il labbro inferiore, come per ricordarle che ora eravamo pari. Niente di più.
Lei gemette: le andava bene.

Ci riaddormentammo sorridenti.
Aprii la porta di casa. Entrai scalciando via le scarpe, assaporando la sensazione di essere nuovamente tornato al mio nido, dopo una settimana di vagabondaggi.
Ero stato assunto da una ditta che si occupava di consulenza in ambito contabile e finanziario. Le mie esperienze erano poche ma avevano voluto darmi una possibilità.
E mi avevano spedito lontano, a Bellinzona, per una settimana a pubblicizzare l’attività a ben sei diverse aziende.
Due delle quali avevano accettato.

Era stato un compito ingrato ma ben compensato.
Inoltre, avrebbe potuto verificare i miei dubbi riguardo Maghera (vedi il capitolo Flusso di Oblio).

Comunque, la risposta mi arrivò letteralmente addosso.
Dopo una settimana di astinenza forzata subito dopo il matrimonio la sua voglia era comprensibile.
Infatti Maghera prese a baciarmi e a strapparmi i vestiti di dosso mentre io le toglievo il Sari.
Fu un impresa difficoltosa, anche considerando che non smettemmo per un istante di baciarci e che nel frattempo stavamo ancora avanzando verso la prima superficie orizzontale che vedevamo.

Specificatamente, il letto matrimoniale King-Size.
Anche se sapevo già che difficilmente ci saremmo arrivati. Le nostre bocche si divoravano, le lingue ingaggiavano una danza selvaggia e i bacini si sfioravano. In mezzo a tutto questo, ci spogliavamo.
L’indiana non portava reggiseno (mi aveva confessato che le lasciava dei segni) quindi ebbi subito accesso ai suoi seni.
-Mi sei mancata.-, dissi.
-Anche tu. Ora fammi sentire donna!-, esclamò lei.
Sorrisi e presi a leccare le due tette dai capezzoli scuri e rigidi mentre eliminavo anche la parte inferiore del vestiario.
Sorpresa: sotto il Sari non c’era nulla.

Lei sorrise.
-Avevo caldo.-, disse. Capii anche solo dallo sguardo che non ci credeva neppure lei. Faceva caldo, sì ma non era COSì caldo…
-Mi desideravi parecchio.-, dissi mentre la mia mano scendeva sul suo pube e la sua mi prendeva il membro, iniziando a massaggiarlo. Strofinai le dita sul clitoride di lei. Lei sospirò.
-Anche tu sembri molto eccitato.-, disse mentre mi segava. Manteneva una calma che avevo imparato a rispettare oltremisura.
-Mi chiedo solo, vuoi fare un rituale come al solito o…-, fece un gesto comprensibilissimo con la mano libera mentre continuava a manipolarmi.
Sorrisi. Era una scelta facile anche se il fatto che mi avesse fatto una simile domanda indicava un enorme autocontrollo.
-Credo che i rituali possano attendere.-, dissi, -Anche se ammetto che un rapporto… normale potrebbe essere insufficiente. Insomma, non ti vedo da una settimana.-, avrei capito se mi avesse chiesto spiegazioni ma non lo fece. Sorrise e annuì. Si staccò invitandomi a seguirla in camera da letto.

Sospirai. Era così. In fondo non mi dispiaceva neppure, sapeva rendere interessante questo genere di momenti. Faceva l’amore con passione e sapeva obbedire a letto ma bisognava lasciarle qui piccoli privilegi, la possibilità di dirigere il gioco. Alla pari con me. In caso contrario, le conseguenze le conoscevo.

Avanzai nella camera, trovandomi davanti l’indiana, in ginocchio. Aveva la testa all’altezza del mio pene. Senza una parola apri la bocca e baciò la cappella, iniziando poi a leccare l’apertura del meato per poi spennellarmi tutta l’asta. Ancora e ancora. Durò diversi minuti. Ero in paradiso.
Poi si fermò, senza motivo apparente. Si alzò e mi sorrise.
-Ora tocca a te.-, disse, sempre sorridendo. Aprì leggermente di più le gambe e, inginocchiatomi, presi a leccarla. Iniziai allargando le grandi labbra con le dita, scoprendo il bel frutto rosato all’interno. Accostai la bocca alla sua yoni e presi a percorrerla con la lingua. Era già umida e iniziai a penetrarla, prima con le dita, poi con la lingua. L’indù stava godendo, gemeva di continuo, sudava e aveva la fica fradicia di umori. Il suo sapore quasi speziato mi era mancato moltissimo. Iniziai a fare avanti e indietro con la lingua, la mia mano sinistra giocherellava col suo sfintere, infilandosi tra le sue chiappe. La destra invece le accarezzava il seno.
La sua pelle bruna era fantastica. Semplicemente fantastica. Ho sempre preferito le donne con la pelle più scura, credo per l’erotismo che c’&egrave in quella pigmentazione particolare. Certo, anche le bianche sono sexy ma per me, per qualche ragione, le africane o le indiane o anche le sud e centroamericane sono le migliori. Mi attizzano. Punto e basta.
Comunque mi stavo dedicando all’esplorazione della vagina di Maghera quando la mano dell’indiana mi afferrò la testa la strappò dal confortevole alveo in mezzo alle sue cosce.
Sorrise, la guardai e sorrisi anche io. Avevamo entrambi fame. L’uno dell’altra e vice versa. Era tempo di saziarsi. Mi alzai, ci guardammo, un istante passò.

In questo senso, ogni volta sembrava la prima, c’era sempre quel cerimoniale, quel romanticismo misto a frenesia pura. Il sesso per noi non era solo uno sfogo o una risposta a una necessità insita della nostra specie. Era una vera e propria festa dei sensi, un rito ancestrale che ci faceva toccare le vette più alte dell’estasi. Per rinascere come nuovi dal passato. Era quasi catartico.

Passato l’istante ci gettammo una sull’altro. Contemporaneamente. Le nostre bocche si cercarono, le nostre lingue si diedero battaglia mentre le mani indugiavano sui corpi. La spinsi sul letto dove la lotta erotica riprese con maggior vigore. Arrivammo al sessantanove ma fu qualche minuto, poi cambiammo posizione, sempre baciandoci, leccandoci, mordendoci e graffiandoci. Esplorandoci e marchiandoci in modi incomprensibili ai benpensanti del mondo fuori. Era animalesco, al punto tale che chiunque ci avesse visti avrebbe pensato che sia io che Maghera avessimo mandato a quel paese il rito insito nell’accoppiamento che stavamo eseguendo con tanta ferocia.

Ciò nonostante c’era sempre un limite. Il limite era dettato da una parola, da un gesto o da un segnale. C’era sempre stato. Era parte della nostra vita come il sesso stesso o l’aria che respiravamo.

Quindi, quando lei mi prese il pene e se lo infilò dentro, compresi che il limite era arrivato.
I nostri baci divennero più lenti, più completi e passionali. I graffi divennero carezze. Tutto sembrò rilassarsi mentre le stantuffavo il cazzo nella yoni.
Lei si mise sopra, cavalcandomi, graffiandomi il petto. Si era data una sistemata (leggera) alle unghie. Le piaceva tenerle appena un po` più lunghe del normale, preferendo sembrare una tigre che una gattina.
Sussurrava che le piaceva, che mi amava. Io rispondevo allo stesso modo. Ansimavamo, coprendoci di sudore in uno sforzo magnifico. Già noto eppure sempre differente. I suoi capelli neri come la notte più buia mi solleticarono il volto quando scese a baciarmi e infine, godemmo contemporaneamente, mescolando i nostri umori e le nostre anime.
Poi lei si distese su di me, attendendo di recuperare una respirazione normale.
Sorrisi. Ero appagato, più di quanto credessi possibile.
-Era una settimana che ti aspettavo’-, disse l’indiana, -&egrave stata dura.-.
-Già’ Ti amo.-, dissi. ‘Ti amo’ due parole che dicevo tantissime volte ma che con lei non perdevano mai il loro significato o sbiadivano. Restavano due parole vive, pure.
-Anche io.-, disse lei. Pausa, un’improvvisa pausa giunta di colpo.
-Promettimi che non mi lascerai più così tanto da sola.-, sussurrò. Il suo tono era mortalmente serio.
E io capii tre cose.
1) La mia idea era sbagliata.
2) Avrei dovuto cambiare lavoro.
3) Avremmo cenato tardi.
Di fatto erano già le cinque ma che diavolo’
-Sì.-, dissi baciandola.
-Sì cosa?-, chiese lei, staccandosi.
-Sì, rimarrò sempre al tuo fianco.-, dissi.
Lei prese a baciarmi più freneticamente. Per un istante pensai stesse per riprendere e non ero ancora pronto. Eppure, dopo qualche istante si fermò.
-Raccontami di Bellinzona.-, disse.
Sorrisi e iniziai a raccontarle.

Intanto cercai di pensare a come nascondere i segni su collo e volto per quando sarei dovuto tornare al lavoro…
Per lei non era quel gran problema: non usciva quasi mai.

Leave a Reply