Alle cinque del pomeriggio, la berlina nera riaccompagnò Giulia davanti alla villetta a schiera di Treviso. Riccardo corse alla porta, aprendola prima ancora che lei potesse suonare. La guardò: era vestita esattamente come la mattina, ma i capelli erano sciolti, liberi sulle spalle, e i suoi occhi castani apparivano diversi, segnati da una confusione profonda e da un senso di colpa devastante .
“Giulia… mio Dio, Giulia… stai bene? Ti ha toccata? Cosa ti ha fatto?” chiese Riccardo, stringendole le braccia con il fiato corto.
Giulia si liberò dalla sua presa con un gesto secco, camminando verso la cucina. Si appoggiò al tavolo, guardando il marito con una fredda, nascente sfumatura di disprezzo per la sua totale passività.
“Non mi ha fatto niente fisicamente, Riccardo,” disse Giulia, la voce bassa ma ferma. “Mi ha fatto guardare il video. Tutto intero. Mi ha costretta a vedere come ti cercavo e come tu… tu eri spento, immobile. Mi ha sciolto i capelli. E mi ha detto che domani devo tornare… e che devo mettermi una gonna.”
Riccardo sbiancò, sentendo il terreno mancare sotto i piedi. “Una gonna? No, Giulia, ti prego… non puoi assecondarlo così… la gente in paese se ne accorge se giri vestita in quel modo…”
“E cossa dovrei fare, Riccardo?” scattò Giulia, e per la prima volta nella sua voce acqua e sapone ci fu una nota di rabbia, di frustrazione provinciale repressa. “Se quel video esce, io perdo tutto. La parrocchia, l’ACR, la mia faccia davanti alle comari . Ci vado. Mi metto la gonna. Lo faccio per salvare la nostra reputazione e i tuoi maledetti schei. Ma tu… tu non sei stato capace di fare l’uomo e difendermi in quel locale.”
Riccardo crollò sulla sedia della cucina, nascondendo il viso tra le mani, assaporando il peso intollerabile della sua impotenza, mentre Giulia saliva le scale per andare in camera a cercare nell’armadio una gonna che non metteva da anni.
La notte passò lenta, divisa da un silenzio carico di risentimento. Il mattino seguente, Giulia scese le scale senza guardare il marito. Indossava una gonna di jeans semplice, che di solito metteva solo per le gite estive, lasciando scoperte le gambe magre, toniche e atletiche da ex scout. Il contrasto tra il suo viso acqua e sapone, privo di un filo di trucco, e quella concessione al ricatto la faceva sentire esposta, ma l’adrenalina cominciava a sedimentarsi nel suo stomaco.
Alle nove in punto, il clacson di Bledar squarciò il silenzio del vialetto. Giulia salì in auto senza salutare Riccardo, che la guardava dalla finestra con gli occhi lucidi .
Quando entrarono nell’ufficio all’ultimo piano del capannone, Bledar non si sedette alla scrivania. Rimase in piedi al centro della stanza, le mani in tasca, aspettando che Giulia si avvicinasse. L’aria condizionata era fredda, e Giulia sentì i brividi sulla pelle nuda delle gambe .
“Vedo che hai ascoltato tuo Padrone, Giulia,” disse l’Albanese, con un sorriso di puro trionfo predatore. “Molto brava. Molto obbediente. Guarda come cambiano le cose… la catechista dell’ACR che mostra le gambe per il suo capo .”
Giulia strinse le mani intorno alla borsetta, tenendo lo sguardo fisso sul pavimento lucido. “Io… ho fatto solo quello che mi ha chiesto. Per favore, mi dica cosa devo fare per chiudere questa storia dei schei e del video. Non posso continuare a venire qui in questo modo.”
Bledar fece un passo avanti, riducendo la distanza fino a sovrastarla. “Questa storia si chiude quando dice Albanese, bella ragazza. Oggi noi inizia vero lavoro. Mettiti lì, davanti a vetrata.”
Giulia obbedì, muovendosi con timore sui suoi passi leggeri. Dalla grande vetrata oscurata si vedeva tutta la zona industriale sottostante, grigia sotto la pioggia, ma da fuori nessuno poteva guardare dentro.
“Girati di spalle,” ordinò Bledar, posizionandosi subito dietro di lei .
Giulia si voltò, fissando il vuoto oltre il vetro. Sentì il respiro pesante dell’uomo sul collo. Con un movimento lento, Bledar le appoggiò le mani sui fianchi stretti, stringendo la carne sopra la gonna di jeans. Giulia si irrigidì, sussultando, ma non si ritrasse; il senso di colpa si stava mescolando a una scarica di eccitazione violenta e sconosciuta.
“Tuo Riccardo ha mai guardato questo corpo atletico como guarda Albanese?” sussurrò Bledar al suo orecchio, la sua voce ruvida che le faceva tremare le ginocchia. “Lui ha paura di donne, Giulia. Lui ha paura di te. Ma tu non sei santa di parrocchia. Sotto questi vestiti casti, tu sei piccola troia veneta che aspetta solo di essere educata. Di’ verità… ti piace che io stringe te così?”
“No… la prego…” mormorò Giulia, le lacrime che cominciavano a bagnarle il viso pulito. Ma il suo corpo la stava tradendo: il suo respiro era affannato, corto, e il cuore batteva all’impazzata contro le costole.
“Non mentire a tuo Padrone,” sibilò Bledar. La sua mano destra scivolò lentamente verso il basso, accarezzando la pelle nuda della coscia di Giulia, risalendo lungo la gamba magra con una pressione esplicita e possessiva. Il sex mark psicologico fu devastante: Giulia emise un piccolo gemito soffocato, chiudendo gli occhi. “Vedi? Tua bocca dice no, ma tue gambe tremano perché vero maschio sta toccando te. Domani voglio che tu mette i tacchi. E una gonna ancora più corta. Devi dimenticare tue preghiere, Giulia. Tuo unico altare ora è questa scrivania.”
Bledar la lasciò andare bruscamente, tornando alla sua poltrona con un sorriso predatore. “Per oggi può bastare. Torna da tuo cornuto. E digli che domani sua sposina sarà ancora più bella per me.”



Ciao Giulia, Pubblicherai anche i prossimi capitoli? La storia è interessante e mi piacerebbe vedere come si sviluppa.
Grazie mille!
Ottimo come sempre, egregio!
continua???? bello sto racconto
a nessuno andrebbe di fare dei disegni illustrativi di questa serie?