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La decisione che Regina diventasse una puledra fu presa dalla vera regina.
Ruth sapeva che suo marito voleva una nuova schiava, voleva sostituire Ulla. A Ivan, Ulla piaceva sempre, ma ormai la sua schiava aveva trentasei anni e ne voleva una giovane. Ulla piaceva anche a Ruth. Era sempre stata al suo posto, nonostante il marito l’avesse sempre vezzeggiata, non era sicura che Regina, la nuova schiava, si sarebbe comportata di conseguenza, era stata una regina e probabilmente non avrebbe mai imparato a diventare umile e soprattutto a rispettare la vera regina. Poteva provare a piegarla ed umiliarla, ma la favorita del Re non poteva essere trattata male ogni giorno. Con lei a Palazzo sarebbe stata una lotta continua, con lei nelle stalle non ci sarebbero stati problemi, non in casa. Per il resto, presto si sarebbe arresa al suo ruolo e alla sua nuova vita. Ruth decise che Regina sarebbe diventata una puledra e quindi incatenata al suo ruolo, vacche a parte, il più umiliante. Peggio che farla diventare una contadina, ma la stessa Ruth si rendeva conto che una bella come lei non poteva fare la contadina. Ivan accusò il colpo, ma capiva le ragioni della moglie e non insistette, decise che Regina sarebbe diventata la sua puledra e sarebbe rimasta nelle stalle del Palazzo, a parte il periodo iniziale di addestramento, che doveva iniziare e terminare nelle stalle pubbliche dirette da Ebba.
Rimaneva il fatto che il Re aveva bisogno di una nuova schiava e Ruth gliela trovò.
Nella stessa partita c’era una bella ragazza di nome Ava. Alta, non quanto Regina, ma alta e con due grandi tette come piacevano a Ivan, morbide e perfettamente disegnate, tanto che Rurh aveva malignamente pensato “se non gli piace le farò fare la vacca”. A Ivan piacque, non era Regina, ma aveva un bel viso e un corpo morbido, formoso. Aveva anche una bella presenza, buona educazione e un portamento elegante. Ivan non poté non complimentarsi con la scelta della moglie, la schiava, sebbene giovane, era raffinata, ma non sostenuta, anzi era molto docile, non avrebbe creato problemi alla moglie. Se la prese, ma all’inizio non ebbe molto tempo per lei, doveva preoccuparsi dell’addestramento di Regina, era un momento di cambiamenti, anche la sua vecchia cavalla era stata spedita nelle stalle pubbliche della comunità, pure lei aveva raggiunto il limite, sarebbe stata impiegata, con altre, per trainare carri, non reggeva più un uomo e tanto meno uno come Ivan.

Ivan scese nella stalla. Con Regina aveva cinque cavalli, due maschi e tre femmine. Uno per ogni componente della sua famiglia ed uno per trainare il calesse che la famiglia usava per le commissioni e che poteva essere guidato anche da uno schiavo o una schiava. Erano i privilegi del Re.
Lì trovò Freja, la figlia, allora ventenne, che stava sellando il suo puledro. Già da fuori si sentivano gli insulti e le grida di Regina. – Liberatemi bastardi… la pagherete… io sono una regina… non potete farmi questo. –
– Non puoi farla tacere? Mi sembra posseduta dal demonio. – Disse calma la figlia di Ivan rivolgendosi al padre e accarezzando sul petto il suo puledro, un giovane ventenne che negli ultimi mesi, da quando era stato catturato e addestrato, aveva sviluppato muscoli e forza, non sarebbe mai diventato forte come una puledra, ma, come diceva Freja, era un bell’esemplare da passeggio. Erano una decina le nobildonne che possedevano un puledro, non servivano a molto, se non per fare esibizionismo, con quei coglioni al vento, e soddisfare qualche sottile perversione, ma a sua figlia, come a sua moglie, piaceva montarli.
L’animale, come sempre, sotto il tocco della sua padroncina si scioglieva e si eccitava colando dal pene ingabbiato. Nessuna nobildonna avrebbe consentito che il suo puledro o il suo cavallo rizzasse liberamente. Freja gli consentiva spesso di montare qualche giumenta o qualche vacca, ma quando voleva lei. Sua moglie era andata oltre, al suo aveva permesso di montare anche qualche schiava. A volte per punire la schiava e umiliarla ulteriormente, a volte perché la situazione l’eccitava, una cosa non escludeva l’altra.
Il corpo del puledro era bello liscio, senza un pelo, con i muscoli ben delineati, scolpiti. La gabbietta per i cavalli, ed eventualmente per altri schiavi, era stata inventata decenni prima. Consisteva di un anello stretto intorno allo scroto e di un’asta di acciaio, lunga quanto era necessario, ricurva verso il basso che non permetteva al pene di rizzare. Piccole fibbie di cuoio mantenevano il pene legato intorno all’asta.
In quelle condizioni si trovava anche lo stallone della Regina. Questi era un animale fuori dal comune, alto due metri, un gigante chiamato “lo svedese”, perché proveniva da quelle parti, era il giocattolo preferito di Ruth. Lo usava per punire le schiave, ma anche per il loro piacere, era molto ben attrezzato e durava a lungo. Ruth poteva farlo durare quanto voleva, fino a diventare un supplizio per lui e per lei.

Ivan entrò nello stallo di Regina, era ora che la schiava capisse chi comandava. Le mise le sue grandi mani sulle tette e strinse, lasciandola senza fiato e senza forze. Regina si impennò sulle punte dei piedi per offrire minore resistenza e digrignò i denti per non gridare, ma era inutile, sentiva male, piagnucolò e per il dolore sbiancò. Dagli occhi le scesero lacrime di rabbia e patimento. Ivan prese un morso e glielo mise in bocca, strinse più che poté dietro il capo della giumenta ed il morso diventò un bavaglio penetrando tra le labbra e i denti della giumenta che, malvolentieri, addentarono il cuoio. Regina continuò a dimenarsi e muggire, provava dolore, rabbia umiliazione. I suoi muggiti ora arrivavano attutiti e piano piano si spenserò, anche lei capì che era inutile.
– Non poteva farlo qualcun altro? – chiese Ivan.
– Immagino che nessuno degli stallieri avesse voglia di prendersi un morso o una testata da quella pazza – commentò Freja.
– Non ti facevo così fifona – ribatté Ivan provocandola.
Freja rise. Non era bella come sua madre, Ivan si domandava da chi avesse preso, era snella e neanche tanto alta, non pesava neanche cinquanta chili, mentre la madre era giunonica e lui imponente. Il seno della figlia era piccolo, i capelli neri. Se il corpo era quello di una mingherlina che però le consentiva di essere una delle migliori fantine, se non la migliore, della valle, Freja sembrava che fosse stata forgiata nell’acciaio, era decisa, coraggiosa e molto intelligente. Sarebbe stata un’ottima regina e avrebbe saputo guidare la tribù, lui l’adorava e l’amore che provava era ricambiato. – Aspettavo te. – Rise ancora, – se riuscirai a domarla diventerà una campionessa ed io la cavalcherò volentieri per te nelle gare. –
– Ci riuscirò, lo sai. –
La figlia gli sorrise, non era bellissima, ma era affascinante, era scesa nelle stalle e indossava come lui pantaloni di pelle e un maglione di cotta leggero.
Anche l’altro figlio, Joni, non somigliava ai genitori, ma era simile, in versione maschile, alla sorella. Era bello, snello come Freja, ma, al contrario della sorella, privo di carattere. I vecchi dicevano che fisicamente i due figli di Ivan e Ruth somigliavano al nonno di Ruth che era morto prima che loro nascessero.

Regina era stata impastoiata e le sue braccia infilate in un guanto di cuoio legato dietro la schiena, per il resto era completamente nuda. Tutti gli altri cavalli erano liberi nel loro stallo di due metri per due. Una tavola, sollevata da terra, lungo la parete era il giaciglio del cavallo. Due pareti di legno, alte non più di centocinquanta centimetri, accostate alla parete della stalla, li separavano l’uno dall’altro, uno sportello, sempre di legno, li teneva chiusi, niente altro. I cavalli si vedevano, si tenevano così compagnia e se volevano, al di sopra della parete, si potevano toccare e coccolare, cosa che facevano per confortarsi. I cavalli erano nudi e tranquilli, anche loro guardavano con una certa apprensione Regina. La capivano e la compativano, anche se erano infastiditi da tutti gli schiamazzi che faceva, ma sapevano che con un po’ di tempo si sarebbe calmata. Questa sembrava più agguerrita di altre, ma anche lei sarebbe stata domata.
Regina non era diventata ancora docile come loro, era stata costretta ad entrare nel suo stallo ed aveva iniziato subito a ribellarsi e a gridare, fino a quando sfinita non si era addormentata. Aveva ripreso a combattere quando, all’alba, nella stalla era entrata la prima schiava per accudire i cavalli, portarli alle latrine, riempirli di una crema protettiva e poi dar loro da mangiare. La schiava si era ben guardata dall’avvicinarsi all’imponente e bisbetica nuova puledra. Preferiva essere punita dal padrone piuttosto che beccarsi un calcio da quella scalmanata. Quando la schiava era andata via, Regina si era di nuovo calmata, per riprendere ad urlare all’ingresso di Freja.

– Dammi una mano ad ungerla – chiese Ivan, – la devo portare dal maniscalco e poi dalla tua amica Ebba per iniziare l’addestramento. –
Ebba era la responsabile dei cavalli e del loro addestramento. Freja era sua amica e l’amicizia era nata soprattutto dalla passione comune per i cavalli a due zampe. Freja era spesso da lei dove, la principessa si occupava soprattutto dei cavalli destinati ai guerrieri. La maggior parte dei cavalli era destinata a trainare carri, una parte a lavori domestici, trainare calessi per le signore o per gli schiavi che svolgevano commissioni domestiche, solo le famiglie con compiti di responsabilità avevano una cavalla, di solito una giumenta. Una piccola parte di questo bestiame, una ventina, era destinata ai guerrieri. Erano le puledre e le giumente più forti, ma solo guerrieri non molto pesanti, in genere donne, li potevano sfruttare fino a portarli al galoppo e utilizzarli in azione.
Freja era una guerriera, per l’appunto inquadrata nella cavalleria, al momento era la vice della responsabile in capo di tutti i guerrieri, Helly. Essere la figlia del Re l’aveva aiutata, ma, da subito, si era fatta rispettare e presto tutti dovettero ammettere che era una guerriera nata, non era forte, ma era agile, scaltra, sapeva stare a cavallo, sapeva maneggiare la spada e con l’arco era infallibile.
Freja si unse le mani in un catino pieno di un grasso liquido e profumato. Quel grasso serviva a proteggere la pelle del bestiame che stava sempre nudo, il corpo esposto alle intemperie, al vento e al sole. Freja si avvicinò a Regina, suo padre la teneva ferma. Regina non poteva fare molto, aveva mani e piedi legati, il morso in bocca, ma era forte, era alta venti centimetri più di Freja e pesava venti chili più di lei. Solo buttandosi sopra di lei poteva fare molti danni. Ivan la teneva per le spalle.
Freja era appena ventenne, ma come tutti gli abitanti della valle conosceva già tutti i trucchi delle bestie. Quando Regina tentò di colpirla con una testata la vide caricare, con tutta la forza che aveva, il capo in avanti, si scansò ridendole in faccia.
Ivan le strizzò ancora una volta le tette, stavolta prendendola da dietro, lasciandola senza fiato e sfiancata. Le grandi mani di Ivan facevano fatica a contenere le immense tette della schiava, ma facevano male comunque. Regina muggì, il Re disse – la prossima volta che lo fai ti massacro di botte. – Regina non ci provò più, capì che era impotente e che potevano fare di lei quello che volevano e non aveva idea di quanto fosse vero. Entro quella giornata il suo corpo avrebbe ubbidito ad ogni sollecitazione che gli fosse arrivata.
Freja iniziò dal viso, ungendola sulla fronte, sulle guance. Regina chiuse gli occhi e pianse, quella ragazzina, più piccola e giovane di lei, la stava trattando come una bestia.
Freja scese più in basso, immergendo le sue mani, nelle mammelle della puledra. – Le tette sono eccezionali, come piacciono a te. E’ molto bella, più bella della tua nuova schiava, Ava. Mi piace anche lei, ma perché non hai preso questa per riscaldarti il letto? –
– Perché tua madre è gelosa e non so per quale ragione la odia. – Ivan lo sapeva, ma non ne voleva discutere con la figlia.
Freja sorrise. – Perché la regina è lei – rise. Rise anche il Re.
Regina era profondamente umiliata, quella troietta la toccava intimamente e parlava di lei come un oggetto di cui potevano fare quello che volevano.
Regina capì quello che era successo, fare la schiava sarebbe stato umiliante, anche essere la schiava del re e della sua famiglia, ma sarebbe stato niente rispetto a quello che le stava capitando, quello era il peggio del peggio, il degrado massimo a cui poteva essere sottoposta.
Regina tremava indignata, quella puttanella si stava divertendo con il suo corpo che solo un uomo, fino a quel momento, aveva toccato. Si chiamava Jani, lo voleva sposare, ma era stato tra i primi a morire quando i predoni avevano assaltato il suo villaggio. A Freja non interessava cosa pensava Regina, immerse le sue dita unte nella fica della puledra e spinse, Regina indignata non poté fare niente per impedirlo, provò a stringere le cosce, ma le dita rese scivolose dal grasso si fecero strada ugualmente. – Buona bestia, è per il tuo bene, anche se non mi dispiace toccare la tua fica d’oro. Abituati, lo faranno in tanti, ogni serva di stalla avrà accesso ai tuoi tesori, anche se penso, per quello che lo conosco, solo mio padre ti fotterà e non permetterà ad altri di farlo. –
– Ti comunico che non è vergine – Freja ora si rivolgeva al padre.
Il Re sorrise, – non avevo dubbi, ha ventitré anni, è bella… non pensavo proprio che fosse rimasta vergine. –
Freja scese sulle cosce della puledra, la unse e la massaggiò, ora era più professionale, tastò senza indugiare.
– Confermo quello che ho detto, se la saprai addestrare diventerà una buona puledra, è forte, ha buoni muscoli, è alta e potente. E deve aver fatto un po’ di esercizio fisico, forse qualcuno le avrà anche insegnato a usare la spada. –
Stavolta Ivan neanche rispose. – Portiamola dal maniscalco e poi da Ebba. – Ivan montò su una giumenta e Freja sul suo puledro. A Regina furono levate le pastoie, una corda fu legata al morso, l’altro capo alla sella della giumenta di Ivan. Per il resto era completamente nuda e scalza. Ivan colpì con i talloni la sua giumenta e l’avviò fuori dalle stalle. Regina tentò di resistere puntando i piedi, non voleva uscire fuori da lì, non voleva essere vista in quello stato da nessuno e capiva che stava per cambiare tutto. Freja, dietro di lei, la sferzò sulle natiche due volte. Regina si mosse.
Uscirono nel cortile del palazzo, lì c’era qualche schiavo che stava svolgendo i suoi lavori, normalmente nessuno avrebbe degnato di uno sguardo il piccolo corteo che stava attraversando il cortile per uscire, ma una nuova puledra, la puledra del Re meritava di essere guardata e gli schiavi interruppero il loro lavoro per dare un’occhiata. Regina era ferita, piangeva ed era rossa in viso. Neanche gli schiavi si commossero, sapevano che le sarebbe passata, come era stato per tutti, sapevano che l’inizio era duro, ma poi la schiava o la bestia si sarebbe adattata, quello era il peggio, ma anche quello sarebbe passato, la giumenta entro qualche settimana sarebbe stata felice di galoppare al servizio del suo Padrone.
Regina ebbe appena il tempo di guardare in alto. Era un palazzo con tre piani fuori terra e uno interrato, quello delle stalle e di altri magazzini. Ad una finestra del primo piano c’era una bella donna, era Ruth, la Regina, che la guardava sorridendo maligna, poi fu strattonata e corse dietro la giumenta uscendo dal palazzo, nella piazza.
Anche in questo caso, i cittadini che si trovavano nella piazza non si sarebbero voltati a guardare, ma il Re meritava sempre uno sguardo, anche la sua affascinante figlia, ma soprattutto la nuova puledra. Ed erano sguardi di apprezzamento, piaceva a tutti e tutti pensavano che Regina sarebbe diventata una gran bella puledra. Regina era imbarazzata, ma si obbligò a non guardare nessuno, a rivolgere lo sguardo in avanti, diretto nel nulla, decise che era l’unica cosa da fare se voleva sopravvivere.
Nonostante l’umiliazione però la schiava era curiosa, era arrivata di notte, dormivano tutti e non aveva visto nulla, quella era la prima occasione per capire dove era capitata e quindi il suo sguardo, senza fermarsi su niente e su nessuno, vagava nell’ambiente di quello strano posto che non aveva mai immaginato potesse esistere.
Vide uomini e donne liberi, li riconosceva da come vestivano e dal fatto che si muovevano con disinvoltura e andavano dove volevano, quando non davano ordini ad altri. Vide schiavi e schiave che vestivano più poveramente, quando non erano a petto nudo, schiave comprese che però non provavano vergogna a girare con le tette di fuori, anzi, alcune mostravano fieramente il loro seno. Una matura bionda, dalle tette belle grosse, avanzava con una sporta di verdure ancheggiando in modo indecente e ricevendo grossolani apprezzamenti. Notò, come avveniva da tutte le parti, che gli schiavi che svolgevano lavori pesanti, erano dimessi, ubbidienti e docili, tenevano spesso gli occhi bassi ed ubbidivano agli ordini. Quello era normale, succedeva anche nel feudo di Regina. Al contrario molte schiave domestiche, che lavoravano nelle case dei nobili, erano sfrontate e si mettevano in mostra. “Puttane” pensò Regina, era quello che pensava anche il popolino della valle. Fuori da lì, gli schiavi ormai tendevano a scomparire, mentre in quella valle ce ne erano tanti. Quello che non succedeva fuori da lì era che donne trainassero calessi, portassero in groppa altri uomini e venissero trattati come bestie. Erano molto forti, in modo impressionante, lei non sarebbe mai riuscita a portare in groppa uno come il Re. Eppure il Re e sua figlia stavano cavalcando un maschio e una femmina, la femmina le sembrava più forte del maschio. E intorno a lei vide tante altre femmine che portavano a spasso uomini e donne o trainavano calessi.
Erano femmine molto forti e sviluppate. Alte, con spalle larghe, cosce robuste e un seno più grande del comune. Ce ne erano tantissime e tanti uomini e donne che le cavalcavano, anche se la maggior parte delle donne stavano comodamente sedute su un calesse da sole o accompagnate da una schiava mentre una di quelle bestie le portava in giro. Vide anche carri pesanti trasportare le merci più svariate, guidati generalmente da un uomo e trainati da più bestie, due o addirittura quattro.
Incredibile, da lasciarla senza parole, al di là di ogni immaginazione. Niente in confronto a quando vide femmine con le tette ancora più grosse che vagavano in un grande campo, erano circa un centinaio, sembrava che pascolassero, infatti masticavano tutte continuamente, ruminavano come vacche vere. Le vide chinarsi su degli steli e raccogliere con la bocca delle bacche e poi triturarle tra i denti. Ridotte a bestie. Erano guardate a vista da guardiani, ma sembravano estremamente docili e andavano, senza fiatare, dove venivano indirizzate. La loro fatica più grande era trascinarsi dietro quelle tette enormi. Per loro fortuna indossavano, l’unico indumento che avevano, dei robusti reggiseni di pelle che lasciavano scoperti i capezzoli e le aiutavano a sostenere il mammellume. Regina non sapeva che a quell’ora le mucche erano già state munte.
Ma la cosa più incredibile era che in quella valle la temperatura era molto gradevole, era entrata lì dentro che era inizio autunno e fuori la temperatura non andava oltre i quattro gradi per precipitare la notte sotto zero, più in là, in inverno, sarebbe finita anche a meno venti, invece, in quella valle, la temperatura la notte non scendeva mai sotto i diciotto gradi e di giorno poteva arrivare anche venticinque. Nei suoi pensieri si era distratta e non si accorse che la giumenta del Re si era fermata, stava per andare a sbatterle contro. Erano arrivati, il Re e la figlia scesero dalle loro cavalcature. Di fronte si trovava un’ampia baracca con il lato davanti tutto aperto, lì fuori c’erano delle altre cavalle con i loro padroni. Le cavalle erano legate a delle poste, fatte con un palo orizzontale all’altezza di circa un metro e due pali verticali che reggevano il primo. Erano lì in attesa, mentre i padroni chiacchieravano tra loro. Il maniscalco era un uomo di mezza età smilzo, ma forte, aveva alle sue dipendenze un giovanotto tarchiato, che era lì per imparare il mestiere, e diversi schiavi. In quel momento, erano con lui, una femmina ed un maschio. Erano tutti vestiti più o meno allo stesso modo, stivali robusti, pantaloni e una giubba, un largo grembiule di cuoio che partiva dal petto e scendeva fino a metà gamba, guanti di pelle.
Si fermarono tutti all’arrivo del Re per salutarlo. Solo il maniscalco si inchinò e gli strinse la mano, chinò il capo di fronte a Freja sorridendole, mentre tutti gli altri, ragazzotto compreso, si inchinarono per salutarli.
– Vedo una nuova puledra – esordì allegro il maniscalco. Stava stringendo un nuovo sottopancia alla giumenta che aveva per le mani. Una castana con due grosse tette pendule e dai fianchi larghi. I tre che erano lì a spettegolare, due uomini ed una donna, fissavano Regina. – Che ve ne pare? – chiese il Re per levarli dall’imbarazzo.
Tutti si sperticarono in complimenti, Regina era terrorizzata e umiliata, gli occhi bassi a fissare il terreno, di fronte a lei uomini e donne tutti vestiti, tranne le cavalle e lei, che sarebbe diventata una puledra.
Il maniscalco si affrettò a dire, – la prepariamo subito Signore, le altre giumente possono aspettare. –
I pettegoli si affrettarono ad annuire. La signora che era arrivata lì in calesse, umilmente, con un sorrisetto ironico, chiese – l’ha già provata, Signore? –
Il Re conosceva tutti, come ogni abitante del luogo, sorrise a sua volta – no, Enni, ancora no, ma quando avverrà te lo farò sapere. – Scoppiarono tutti a ridere.
Il maniscalco condusse Regina alla posta più alta che aveva, era una posta particolare perché a distanza di mezzo metro ce ne era una uguale, ma un po’ più bassa. Infatti, il maniscalco fece piegare Regina sulla prima e la legò sulla seconda asta. Il maniscalco aveva mani forti e sicure, Regina in un attimo si trovò a novanta gradi, con le gambe divaricate ed il culo proteso in aria. Oscenamente esposta allo sguardo dei presenti che infatti la osservarono con interesse. Il maniscalco le diede una pacca sul culo, umiliante e rassicurante al tempo stesso. I due schiavi, infatti, mentre il maniscalco legava la puledra per il morso all’asta davanti, la legavano per le caviglie, tirando per farle allargare le gambe, ai pali di dietro. Una grande umiliazione, nuda, con le cosce aperte, i genitali offerti e le tette penzolanti, ma Regina non provò neanche ad opporsi. Era talmente confusa che non aveva neanche capito cosa aveva detto la donna e la risposta del Re, di cui tutti avevano riso, ma aveva capito che stavano ridendo di lei.

Il maniscalco le mise un collare molto alto che le impediva di guardare in basso e le rendeva difficile girare la testa. Il collare la costringeva a guardare avanti, anche se in quel momento, piegata come si trovava, poteva solo guardare a terra. La schiava, con un rasoio in mano, si chinò tra le gambe di Regina e iniziò a depilare la vulva, poi passò alle ascelle e dovunque vide un pelo. Regina era agitata, il cuore in tumulto, spaventata, ma quando capì cosa stava facendo la schiava si calmò, non voleva rischiare di tagliarsi. La schiava proseguì con un pettine e una forbice, le sfoltì i capelli sul davanti, portandoli tutti indietro e raccogliendoli in una coda. Infine la schiava si spalmò, le mani inguantate, con una crema che passò sul pube, sotto le ascelle, sulle braccia e sulle gambe di Regina. Lì, anche con il contributo della sua nuova dieta, non sarebbe più cresciuto un pelo, almeno per un bel po’ di tempo. Il peggio stava per arrivare, Regina si domandò come poteva essere successo così rapidamente.

Fu molto doloroso. L’inanellarono ai capezzoli e sentì male. Le tette pendevano nel vuoto tra le due stanghe. Il fabbro prese il capezzolo in mano e tirò allungandolo, nell’altra mano aveva una spilla e bucò, poi fece passare l’anello. Regina urlò, ma l’urlo si perse nel morso. Sudava e la schiava tamponò il sudore mentre il suo padrone passava all’altro capezzolo. Ancora più doloroso fu quando la pinzarono al clitoride. Il maniscalco lo catturò con una pinzetta, lo tirò in fuori e bucò, fu terribile.
Il piccolo pubblico guardava affascinato il maniscalco lavorare sui punti sensibili. Gli abitanti della valle avevano visto quelle operazioni già parecchie volte, ma era sempre orribilmente affascinante. Alcune confessavano, alle amiche, che mentre assistevano a quelle operazioni avevano avuto un orgasmo e si erano dovute mordere le labbra per non gridare. Gli uomini sicuramente rizzavano, la puledra sotto i ferri ovviamente soffriva e non faceva neanche caso a quello che succedeva intorno a lei, troppo presa dal male che sentiva. La schiava intanto detergeva il sudore sulla fronte di Regina e disinfettava. Regina immobilizzata tra le stanghe davanti e di dietro, per quello che poteva, si contorceva piangendo. Il grosso ago che penetrava faceva male, peggio era la disperazione e l’umiliazione. Quando le misero gli anelli alle grandi labbra e ai capezzoli pianse avvilita. Durò parecchio, il maniscalco lavorava con calma, non si poteva permettere di sbagliare, si trattava della nuova puledra del Re. Spesso accarezzava benevolmente Regina per tranquillizzarla e apprezzava. La puledra del Re era fantastica.

Il fabbro se la cavava bene anche con il cuoio, ma si riposò un po’ mentre il suo assistente si accinse a compiere un’operazione molto delicata. Prima ridussero completamente il gioco delle caviglie e strinsero la cintura sulla vita della puledra. Per quanto era possibile, Regina fu immobilizzata.
Su un braciere, un ferro si stava arroventando, il giovanotto lo prese e guardò verso il Re e verso la Principessa, entrambi annuirono. Implacabile, il garzone lo spinse sulla natica della puledra che emise uno strillo belluino cercando di dimenarsi, senza riuscirci. Il giovanotto tenne il ferro per tre secondi sulla natica mentre la puledra continuava a soffrire e gridare come ormai poteva, poi lo levò e su quella splendida e morbida natica, in rilievo comparve un segno, una piccola corona. Regina entrava così a far parte della scuderia reale. Nella valle, a meno di gravi insubordinazioni, venivano marchiati solo cavalli e vacche. Il marchio indicava il proprietario, il bestiame comune veniva marchiato con il simbolo del Posto Segreto: un vulcano stilizzato.
Poi fu tutto più semplice e veloce, sicuramente meno doloroso anche se la puledra continuò a tremare e piangere per tutto il tempo. Il Re si avvicinò e accarezzò la puledra sulla schiena e sulle guance e le disse più volte – è tutto finito, è tutto finito, – ma Regina era inconsolabile. In meno di mezz’ora la sua vita era cambiata totalmente.

La schiava sganciò le cinghie delle caviglie e tirò il piede destro in su verso il polpaccio. Il fabbro indicò degli stivaletti, la schiava ne prese uno, il destro. Era nero ed aveva la suola molto alta e larga, infissa sotto la suola c’era una bella lamina d’acciaio: un ferro da cavallo. Lo stivale spingeva il piede molto in su, solo la parte iniziale del piede poteva toccare a terra, poi iniziava ad incurvarsi verso l’alto e non aveva tacco. Lo stivaletto, era chiuso, pieno e pesante, il tallone veniva spinto tanto in alto che la puledra avrebbe avuto l’impressione di camminare sulle punte dei piedi. La pianta del piede avrebbe toccato terra, ma il tallone no, sarebbe rimasto sospeso nel vuoto. Lo stivaletto era alto fino al polpaccio, ma era una delle tante versioni che la puledra poteva indossare, ve ne erano di bassi, tipo gambaletto fino a sopra alla caviglia, e di alti fino alla sommità delle cosce. La schiava strinse con forza le stringhe, soprattutto quella larga alla caviglia che aveva lo scopo di tenere il piede fermo, ciò in mancanza del tacco era molto importante per evitare spiacevoli distorsioni. Il piede venne grottescamente catturato e la schiava passò al sinistro. Il fabbro controllò che la misura fosse giusta e che la schiava avesse fatto tutto bene. Era tutto a posto e la schiava si sentì rinfrancata.
La schiava la sciolse dalle stanghe e la mise in piedi. Regina era stremata e su quei trampoli che le avevano messo ai piedi era anche traballante, lo schiavo ed il garzone la ressero.
La schiava le tirò i polsi dietro la schiena e le levò il guanto unico, al suo posto le mise dei guanti che arrivavano fino al gomito. I guanti avevano tanti gancetti, ma al momento non servivano a niente. Regina ormai si lasciava fare, se avesse potuto si sarebbe sdraiata a terra.
Si sentiva molto più alta ed instabile. Ebbe un capogiro, era il risultato non solo degli stivali, ma di tutto quello che le era successo. Rifletteva su quello che sarebbe stato di lei, ma poi ritornò in sé, aveva molti problemi più urgenti, quello di non cadere era il primo. Temeva di cadere, quelle terribili calzature, con quella zeppa di almeno dieci centimetri, che la costringevano a stare quasi sulle punte dei piedi e che mandavano il tallone così in alto, l’avevano sollevata di almeno quindici centimetri. Poi si accorse che sebbene, i suoi piedi ora fossero grottescamente catturati in quelle orribili calzature, se stava ferma e divaricava un po’ le cosce non correva veri pericoli, ma già sentiva i polpacci duri e dolenti. Regina non pensava più che allargando le cosce offriva uno spettacolo indecente. Quella fase l’aveva superata, al momento cercava solo di non farsi ulteriormente male.
Con cautela provò a muoversi, ma non poteva farlo più di tanto, rimase ferma e pianse disperata. Lo sforzo di stare sulle punte le sembrò immane, in verità era molto più facile di quanto le potesse sembrare, solo che doveva imparare. Il Re le accarezzò le cosce, ora rigide anche per la postura in cui veniva costretta da quegli stivaletti e si rese conto che sua figlia aveva ragione, la puledra aveva enormi potenzialità.
La schiava provò a farle indossare un unico pezzo fatto di morbido cuoio. Erano le misure più grandi che il fabbro aveva già pronte, erano buone. Il fabbro avrebbe preparato altre tre mute con quelle misure, era la puledra del Re, doveva avere il meglio.
C’erano due spalline che scendevano in giù, verso un reggiseno fatto di strisce che si incrociavano sopra e sotto il seno. Da dietro una striscia partiva lungo la spina dorsale e si univa ad una cintura in vita. Dalla cintura partivano altre due strisce, in quel momento aperte. La schiava le prese e le fece passare intorno alla vulva, le ricongiunse, da dietro, alla cintura, dove le fissò con dei ganci, la fica rimase scoperta. Lo schiavo prese il braccio destro della puledra, il guanto terminava con un gancio, e lo portò dietro le spalle agganciando il guanto ad un anello che stava sul retro del collare. Regina instupidita si lasciava fare. La schiava fece lo stesso con il braccio sinistro e la puledra fu pronta. In quel momento tutto le apparve molto difficile, la puledra non aveva più neanche le braccia per potersi tenere in equilibrio. Potevano fare di lei quello che volevano e lei non poteva neanche ripararsi, era instabile sugli stivali e la potevano tirare per quegli anelli a cui, lei, doveva per forza ubbidire.

Regina si reggeva in piedi per miracolo, traballava insicura su quelle strane calzature cercando di trovare un equilibrio, era stremata e tremava come un puledro appena nato.
Il garzone fece passare tra gli anellini dei capezzoli e del clitoride delle corde di cuoio, e ne approfittò per toccare e tastare. Annichilita Regina non reagiva, non capiva più niente di quello che le stava succedendo e di quello che accadeva attorno a lei. Il fabbro la guardava soddisfatto, era venuto un buon lavoro. Il Re ringraziò il Fabbro, saluto tutti gli altri, montò a cavallo con le briglie di Regina in mano, mentre la puledra lo guardava smarrita e spaventata. Se avesse potuto avrebbe gridato, non le importava se sarebbe stata punita, ma il morso in bocca glielo impediva. Si sentì strattonata e non solo sul morso, in ogni sua parte sensibile e sofferente, si mosse. Il Re andò al passo.

Per la puledra il breve percorso, neanche duecento metri fino alle stalle, fu uno strazio. Regina temeva di cadere ad ogni passo, non vedeva niente sui lati, il seno era proteso in avanti e quella postura era giusta per mantenere l’equilibrio, ma avveniva perché il Re la tirava per i capezzoli, non perché lei ne fosse cosciente. Infine, tirata anche per l’anellino del clitoride teneva pure le gambe leggermente divaricate. Era uno spettacolo tanto penoso quanto lubrico. All’ingresso delle aree delle stalle c’erano diverse serve di stalla, una delle quali si precipitò a chiamare la responsabile: Ebba.

Ebba prese le briglie di Regina e le consegnò ad una serva. – Catena alla caviglia e guanti, poi levale tutto. Stai attenta. – La serva aveva guardato Regina, era immensa e temibile, una delle più imponenti che avesse mai visto, sapeva che doveva stare attenta.

Ebba chiese al Re che puledra voleva.
Le cavalle, al contrario delle vacche, erano tutte forti, dovevano portare umani o carri, era necessario che fossero forti. Quindi nella loro dieta c’erano sempre molti legumi e cereali bolliti con acqua normale, entro certi limiti, dandogli da mangiare ogni tanto lo stesso miscuglio bollito in acqua sulfurea, la potevi rendere più docile.
Il Re disse, – fisicamente mi va bene come è, la voglio solo forte, deve trottare con me di sopra che peso centoventi chili, non le voglio cambiare il carattere, ad eccitarla ed a sottometterla ci penso io. Falla mangiare. –
– Per portare il Re ci vorrà un mese. Per la principessa sarà pronta tra una settimana – rispose Ebba sorridendo alla sua amica Freja.

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Autore Pubblicato il: 27 Agosto 2022Categorie: Racconti di Dominazione, Racconti Erotici0 Commenti

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