Sempre la stessa luce obliqua entra dalle persiane mezzo chiuse. Sempre lo stesso odore di incenso e caffè.
Sul tavolo c’è una scatola aperta, è piena di pietre:
Agata.
Ametista.
Ambra baltica.
Idra le vende ai suoi clienti, ognuna con una promessa etichettata sopra:
Protezione.
Chiarezza.
Radicamento.
Assorbire il male.
Elena le fa scattare sul legno con le unghie, una dietro l’altra, come se giocasse a biglie. Io le guardo e so che nessuna pietra ha mai ripulito nessuno dal male. L’unica cosa che fanno è girare su se stesse. Quella blu intercetta il raggio di sole e rimanda un riflesso che ti si pianta nella retina e non si spegne più.
“Elena, non metterle in bocca,” dice Idra senza alzare lo sguardo dalla pentola. La frase resta sospesa sopra le pietre.
Elena ne alza una e me la mette davanti al naso.
“Questo è quarzo rosa. Qualcuno da noi dice che fa tornare l’amore.”
Lo prendo in mano. È un pezzo di roccia color carne. Mi chiedo se davvero qualcuno paghi per questo sasso freddo, sperando che convinca una persona a tornare a baciarti.
Idra viene a tavola:
“È un placebo rosa confetto per chi ha il letto vuoto e lo stomaco in fiamme, ma non ha voglia di usare alternative.”
Chiedo:
“Quali sarebbero le alternative?”
“Gli psicofarmaci. Oppure la droga.”
Elena dice:
“Tienitelo, glielo pago io a Idra, forse ti risolve il problema.”
La verità è che io trovo problematico il concetto di “amore”. Le persone canonicamente innamorate, sdolcinate, neanche mi piacciono.
Idra sparecchia e si alza:
“Andiamo al mio locale, oggi è feriale, non si fa tardi.”
“Va bene.”
Devo andare comunque al lavoro domattina.
“Vado anch’io,” dice Elena. Le parole le restano impigliate nel chewing-gum che mastica.
Raggiungiamo il locale che fuori è già buio. Idra cammina davanti a me, conosco quel passo. È il passo di quando sta per diventare altro.
Dentro, l’aria è densa, le luci sono basse e i tavoli sparsi. Idra getta via il cappotto e io mi siedo in disparte.
Entra un uomo. È bello, giovane. L’avevo già visto qui qualche notte fa. Non mi guarda, o forse sì, ma non insiste.
Va da Idra.
Non do l’impressione di ascoltare.
Ascolto tutto.
Racconta una storia breve. La compagna era giovanissima, è morta. Gli è rimasta una cosa sola di lei.
Tira fuori dalla giacca un orecchino d’oro bianco. Il gemello è rimasto addosso al cadavere prima che chiudessero la cassa. È roba di pochi grammi, ma fa abbastanza luce nelle giornate buie che ormai si abbandonano una dietro l’altra, come le tessere del domino colpite all’improvviso da una botta inaspettata.
Era qualche anno più giovane di lui, ma era sicuro che sarebbe stata la sua anima gemella.
Idra incrocia le dita sul tavolo:
“Perché?”
“Perché avevamo lo stesso DNA e la stessa camera da piccoli.”
Era una che rideva forte per niente, che ti infilava le unghie nel palmo della mano in mezzo alla gente. Non avevano piani, accumulavano le giornate una sopra l’altra, aspettando di vedere cosa succedeva.
La voce gli si abbassa. Pensava ci sarebbe stato tempo. Sempre tempo. Ci pensa un attimo, poi si ricorda di una nonna che diceva:
“Non fare domani quello che puoi fare oggi.”
Idra fa quello che sa fare. Ascolta. Fa scorrere le dita sugli anelli che porta lui, sono molti.
Ora le sta dicendo che è in cerca di una sostanza chimica per bloccare i ricordi. Dice che ogni volta che si sfila i pantaloni davanti a qualcuna, sul materasso si materializza la stessa identica geometria del corpo di sua sorella, e lui si ritrova immobile, gelato.
Mi accorgo che ho smesso di respirare come faccio sempre. Inspiro a scatti perché sennò mi sentono. Mi stringo le gambe d’istinto.
Dice che ha bisogno di un veleno che cancelli i dettagli. Sta impazzendo perché ogni mattina, sul ripiano dello specchio, vede la boccetta del profumo di lei vuota a tre quarti.
“Basta togliere la bottiglia, no?”
Mi tengo la frase dietro le labbra chiuse.
Cerco ancora di non dare a vedere che sto origliando. Nel frattempo ho bollito il tè con l’alloro e le bucce d’arancia come mi ha insegnato Idra.
Lui continua: prima gli andavano bene tutte, ma adesso il cervello gli si blocca su una sola, lo stesso loop di quando lei era viva. Ci pensa otto o anche dieci ore al giorno, lo stesso timer di quando aspettava la fine del turno di lavoro. Ore di noia pura, prima di aprire la porta e trovarla nuda sul divano. Si teneva gli slip addosso solo per il gusto di farseli spingere fino alle caviglie, sentendosi chiamare la troia peggiore della città. Nessuna colpa, una volta che accetti la tua biologia.
Lei si eccitava a tenere l’elastico teso sulle cosce, mentre lui infilava la lingua sotto la striscia sottile di pelo. Indugiava lì lei si strofinava da sola per accelerare lo stimolo, amava gridare e lui amava il suo seno.
È il peso di quel seno la cosa che gli manca di più.
Però tra loro il rapporto era diventato qualcosa di ossessivo e ripetitivo, sempre più lontano da qualsiasi equilibrio. La fisicità si era trasformata in un linguaggio unico, che si ripeteva fino a svuotarsi di senso. Ogni gesto sembrava chiedere una conferma sempre più estrema, sempre meno sufficiente.
“Perché avrei dovuto tirarmi indietro?”
Infatti, se hai il potere di rendere felice tua sorella, assecondarla è un dovere morale. È una questione di efficienza: se a tua sorella serve il cazzo, tu glielo fornisci. Altrimenti la costringi a cercare scarti in giro, quando lo strumento perfetto per farla sentire la troia definitiva è già lì, fabbricato dalla stessa madre.
Solo che poi subentra la noia, a forza di farlo, non provi più niente. Il tabù era scaduto. Allora era servito andare sotto i fari dei ristoranti con lei. Nei negozi del centro a scegliere i letti con lei. Sempre con la magia di avere un segreto in tasca.
Mi si intorpidiscono le dita intorno alla ceramica.
E i loro genitori?
Il volto di Idra si fa rigido.
Lui giura che i loro genitori vedevano solo l’aiuto che le dava a sistemarsi, niente di sudicio. Ma lei non sapeva vivere da sola. Lasciava tracce dappertutto: la colazione sul tavolo, i vestiti usati sul letto per un mese intero. Una demente. L’unico modo per costringerla a riordinare era pigliarla a sberle in faccia, come faceva la madre quand’erano piccoli. E più le davi botte, più lei andava su di giri.
“Solo che io soffro anche la gelosia. Che è solo una parola per dire che non tolleravo interferenze sulla mia proprietà. Le ho spaccato la faccia più volte del dovuto.”
Idra schiaccia il filtro nel posacenere: “Il mercato è pieno di gente che fa lo stesso. Non sono una questura.”
“Ma adesso?”
Idra lancia una frase affilata, come sempre, il suo tentativo di tagliare via il male: “Adesso lei non c’è.”
Lui la fissa.
Idra piega la bocca: “È andata come è andata.”
“Non ci sarà mai un’altra uguale a lei,” le risponde.
Il mio diaframma ha dimenticato di espandersi e intanto non smetto di guardare le sue mani.
Idra sostiene che ci sarà un’altra… migliore forse? Peggiore? Uguale, certo no.
Lui dice no, non ci sarà mai nessuna perché non può avere all’improvviso un’altra sorella.
Oh, questo è assolutamente vero. Lo riconosce anche Idra.
Allora che fare?
Idra apre una scatola. Le sue erbe sono lì, immobili. Le raccoglie, gli offre un tripudio di fiorellini e foglie che scricchiolano. Le spaccia come un interruttore vegetale per spegnere il cervello di chi non sa dove mettere il dolore.
Lui le stringe come se potessero trattenere qualcosa.
Idra aggiunge che sono così leggere perché rappresentano il senso delle cose che non si trattengono, ma si attraversano. Le lascia cadere tra le sue mani. Deve tenerle con sé finché non potrà lasciarle scivolare via, allora con esse se ne andrà anche il dolore.
Lui se ne va, guardo le sue spalle voltate e la pelle della giacca scricchiola a ogni passo prima che sparisca dietro la porta.
Idra si siede di peso sul divano, allungando le gambe sul tavolino. “Dammi il tè. Quello si è preso venti grammi di roba buona per raccontare sempre la stessa storia.”
Le porto quanto richiesto.
Idra manda giù un sorso lungo, si scotta le labbra ed emette un verso che non si capisce se è una risata o un colpo di tosse. “Metterlo dentro le sorelle… un diritto e un dovere cinico.”
Sorrido col viso accaldato dal bollore del tè: “Non me l’aspettavo. Però mi piaceva, gliel’avrei data io.”
“Potevi dirlo,” dice Idra risucchiando, “non penso che gli sarebbe dispiaciuto, e poi forse vi potevate guarire a vicenda. E io mi sarei risparmiata la melissa. Costa un botto adesso. Prima l’indiano che abita al primo piano me le dava a quattro euro l’una, adesso invece…”
La campanella all’esterno squilla. È una donna.
“Eccone un’altra,” Idra si solleva con sforzo e poca voglia, “la riconosci?”
“No.”
“Io nemmeno. Non mi è rimasto in testa il suo lutto. Vediamo quanto vuole spendere per farsi dire una bugia.”
Si ferma poco la signora. Non mi interessa sentire che cosa la fa patire. Apro la porta, è ghiacciata l’aria della notte.
Nel buio non si vede niente, sto ancora cercando quel ragazzo. Dove può essere andato? P.R. è un buco di paese, la gente si incrocia sempre negli stessi tre angoli. Mi batto il palmo sulla coscia per levare le foglioline secche di tè incastrate nella trama delle calze. La pelle si scalda di colpo. Mi manca un dato: lui appartiene a questo posto? Chiederò a Idra. Lo sa di sicuro.
Eccola con le chiavi in mano, saluta la sua ultima cliente. Eccola col soprabito che sembra argento liquido alla luce di un lampione.
“Torniamo a casa,” dice, “Elena è già arrivata, ma è fuori al freddo, non ha le chiavi.”
La nebbia è calata, densa abbastanza da soffocarti. Pare un lenzuolo umido premuto sulla faccia.
La casa è satura del calore del termosifone, le gambe si riprendono.
Elena accende la TV.
“Stanotte,” Idra si sfila il soprabito d’argento lasciandolo cadere sulla sedia, “è venuto uno a raccontarci che si scopava la sorella.”
Elena schiaccia il pulsante rosso del telecomando: “E adesso non se la scopa più?”
“Adesso è morta, ma non del tutto.”
Elena allunga il collo verso la caffettiera: “Fai tu o fa lo spettro?”
Vado a farlo io e dico: “Non è divertente.”
Mi guardano tutte e due.
“Angela non si è sconvolta,” dice Idra.
“Scopare le sorelle era qualcosa di normale nel troiaio. Le puttane si chiamavano sorelle,” dico.
Elena cambia un canale dietro l’altro. “Anche Dasho si scopava la sorella?”
“Non ne so molto, della vita che faceva prima che arrivassi io.”
***
Dall’alto delle scale sento la voce di mia madre e Matteo è a casa.
“Mercoledì non sei passata a trovarmi,” dice appena mi vede entrare.
Puoi andare da lei quanto vuoi, tanto alla fine avrà sempre da ridire.
La televisione è accesa al massimo del volume sul canale di Radio 105. Matteo sta cercando di liberarsi di lei per tornare al lavoro e io voglio fare altrettanto. La musica vibra e si fa strada tra di noi, attraversa il tavolo, mi trapassa il cervello.
“Matteo, abbassa quella televisione.”
Mia madre, come se fosse a casa sua, recupera il telecomando e spegne: “Glielo avevo detto anche io, ma lui mi ha risposto che non può farne a meno. Siete dipendenti dalla musica…”
“Io non sono dipendente da nulla,” metto in chiaro.
Ma non è la verità.
“Mentre lavoro la TV mi fa compagnia,” dice Matteo.
Mia madre guarda la busta che porto: “Infatti, tu non sei mai in casa.”
“Sono andata a comprare le arance e a mettere benzina,” rispondo, sistemando la spesa.
“E oggi pomeriggio dove vai?”
Nemmeno mio marito mi fa queste domande. Mi sfilo il cappotto tentando di non prendermela.
“Ora mi riposo, poi vedrò.”
“Non hai niente da pensare. Se fai un figlio la vita sarà più semplice. Non dovrai sempre trovarti la maniera di stare impegnata.”
Mi guarda come una lavatrice da aggiustare.
“Il mio obiettivo non è avere una vita semplice,” dico.
“Allora fa in modo di distrarti, hai sempre una brutta cera ormai.”
Mia madre continua a chiacchierare, tira fuori consigli dal cappello. Mi viene in mente Irina che dice sempre: i consigli li danno i fessi. Ridacchio.
“Mi piacerebbe sapere dove sparisci tutti i giorni,” insiste lei.
La ignoro. Infilo noccioline e salatini in una ciotola di vetro a scompartimenti. Grazie all’unghia rasoio apro le confezioni con una facilità estrema. Non mi dilungo, questo è il sunto delle cose che chiede sempre: “Che hai combinato quest’anno? Perché devo guardare le vicine giocare coi nipoti e io non posso? Guarda che Matteo si trova un’altra e io non sgancio un euro per te, Angela. Quindi almeno staccagli un mantenimento buono. Ti ho già fatta studiare, ti ho insegnato il pianoforte…”
Matteo accavalla le gambe, mette il gomito sul bracciolo del divano e appoggia la testa sul pugno chiuso. Non ho bisogno di immaginare cosa gli passa per la testa.
“Ma insomma, dov’è che vai tutti i giorni?”
Mi volto e la guardo masticando una nocciolina. Passo in rassegna le parole di Massimo: mi ha detto che quando ogni bugia rischia di sembrare troppo artefatta, bisogna dire la verità. La verità può essere talmente assurda da scioccare meglio di qualsiasi invenzione.
“Dov’eri mercoledì? Ho finito di lavorare e ti aspettavo in studio, visto che la domestica mi ha detto che a casa non eri passata. Appena finisco di lavorare la chiamo sempre per sapere se sei venuta.”
Si riempie le mani di noccioline: “Ma tu non eri venuta.”
Inghiotte rumorosamente: “Non è che davvero hai l’amante?”
“Appena vado a lavorare,” dice Matteo, “la prima cosa che faccio è sentire il mio investigatore privato per aggiornamenti dettagliati sugli spostamenti di tua figlia. Non mi ha mai tradito e io nemmeno a lei. Sono sicuro. Non serve.”
Mamma mi guarda ancora. Un’altra nocciolina entra nella sua bocca.
“Ogni volta che vai al lavoro, io scappo a fare cose pazze, folli, cose completamente fuori di testa.”
Loro due ridono. Ha suonato meglio e più vero di qualsiasi balla.
Mia madre cambia argomento, colma la nostra attenzione sempre e comunque. Matteo finge di essere assorbito, poi si alza e mi saluta. Saluta anche mia madre.
Vado a vestirmi. È quasi mezzogiorno.
Dopo che ho portato i miei vestiti a Nadia e Valjet, mi hanno voluto dare qualcosa di loro. E io adesso indosso i loro regali. Sarà uno spasso vedere che faccia farà mia madre.
Esco in salotto con la sciarpa di tulle nero tempestata di strass che mi ha dato Nadia e il vestito color ciliegia scollato che mi ha passato Valjet. Porto il profumo di Irina.
Mi guardo nello specchio: il mio look è cambiato. È più morboso di prima. Non sembro più io. Il vestito mi sta troppo bene. La sciarpa è una cosa sbagliata. È desolante. Mi piace. Non riesco a smettere di guardarmi.
Mi annuso e penso che, ad avercela con Irina, ora ci vuole molto più sforzo di prima.
Basta non indossare gioielli e questo look può passare, anche se è eccentrico. E poi i gioielli mi fanno soffrire: mi ricordano che Dasho mi ha svuotato la cassaforte. Mi fanno pensare agli anelli di Max, alle pietre di Redian, a tutti quei metalli tirati, compatti che i protettori portano per farsi riconoscere. Non servono a niente, ma quando li vedi capisci. Non è il fatto che li portino. È come cambia la mano. I gioielli non mi danno più gioia, però li guardo lo stesso.
Mamma è rimasta bloccata: “Dove vai così conciata?”
“Dove sono stata fino adesso,” rispondo con le chiavi in mano e il cappotto già infilato per una manica.
E penso: vado da una famiglia alternativa, comunque più sopportabile di te, anche se ha i suoi problemi. Si fanno lavori rischiosi e a volte proprio schifosi per far girare la giostra, ma per il resto è una pacchia. Le mie sorelle sono molto accoglienti. Mi piace stare a pranzo da loro. Certo, c’è sempre quella tensione a tavola… ma dopotutto anche qui era tensione, e in più tu cucinavi da schifo. Nadia invece cucina bene.
***
Continuo a lavorare tutti i pomeriggi. Appena Ditmir mi apre la porta, sento la gatta di Nadia che miagola senza sosta. Se ne sta in una scatola sul balcone, immobile, con una zampa che sembra un enorme salsicciotto bianco. È colpa del bendaggio troppo imbottito che la blocca.
Mi arriva la voce di Redian alle spalle: “Qualcuno pensa di portare da mangiare a quella bestiaccia?”
Irina sbatte piatti e bicchieri. Jasmin non mi ha salutata e ora realizzo che tutti hanno una faccia da spiriti maligni.
Dico a Marina: “Tutto bene?”
E lei mi fa: “Tutto a posto, niente è in ordine.”
Eppure solo ieri ho visto Lori addormentata e il suo petto si alzava e abbassava regolare. Era quasi rassicurante.
Sento un: “Aiuto! Mollami, mi stai facendo male.” Poi una lunga sequenza di urli e un elenco di bestemmie. Poi un “Basta!” ma era la voce di Dasho.
Mi giro in cerca dello sguardo… di chiunque.
Marina stende la tovaglia: “Dasho ha provato a mandarla a lavorare stamattina.”
“Come è andata?”
La risposta era ovvia. Marina ride con la gola: “Quella è fuori di testa. Ha fatto scappare un cliente con un morso sanguinante in faccia. Lui voleva fare la denuncia.”
“E ora?”
Jasmin si sta rosicchiando un’unghia: “E ora li vedrai fare a testate finché lei non cede, e sarà sempre peggio. Non c’è mai fine al peggio.”
Da qualche parte partono le note di Only Hope. La voce di Mandy Moore invade lo spazio, ma sicuramente non arriva dallo stereo di Liveta. Marina sospira.
Qualcuno urla: “Promettimi che non ti innamorerai di me!” trascinando la mano sulle sbarre di una ringhiera.
Stoc, stoc, stoc.
A meno che la gatta non sia posseduta da Jamie Sullivan, qualcuno in questo condominio sta guardando I passi dell’amore a un volume inaccettabile.
Marina si prende la testa tra le mani: “Come se non ci bastasse quella, è tornato anche il vicino.”
E io mi siedo accanto a lei: “Il vicino?”
Irina sta già masticando: “Qua a fianco ci abita un rumeno. Per un periodo è stato in vacanza al Grand Hotel Bollate, e adesso l’hanno rispedito ai domiciliari. Potrai goderti i film stupidi, sdolcinati, che guarda sempre a tutto volume.”
Forse, sarà addirittura divertente.
La porta della “fu camera di Irina” sbatte. Arriva Dasho e Marina lo guarda con gli occhi di chi ha già visto la fine del film.
“Nessuna deve parlare con quella stronza. Ci siamo capiti?”
Le loro voci rispondono: “Sì.” Tutte. Tranne la mia.
Resto in silenzio e lui mi fissa, poi ripete: “Ci siamo capiti?”
Sento la pressione del suo sguardo ma le mie labbra non si scollano.
“Sì.” Sbatto le ciglia.
– Dammi attenzione.
Sbatto di nuovo le ciglia.
“Non ti ho sentita.”
La gola mi si secca: “Sì.” La voce mi esce più forte di quanto voglia.
C’è anche Max oggi. Quello di là deve essersi messo a pranzo pure lui. I passi dell’amore tace ed è sceso un tale silenzio che si sentono solo le macchine dalla strada.
Max sta guardando verso il corridoio, idealmente verso la camera di Lori: “Allora? Quell’aborto, chi è che te l’ha portato?”
Dasho sposta la sedia vuota dove avrebbe dovuto stare Lori e gli risponde: “Muffa.”
Io senza accorgermene dico: “Cos’è muffa?”
Mi mordo l’interno della guancia troppo tardi.
Max mi guarda dritto in faccia: “Muffa significa muffa. Non fare domande del cazzo e stai al tuo posto.”
Vorrei sparire.
Dasho si gira verso di me piano, piano: “Muffa si chiama il tizio che ci ha portato quella troia.”
Max svuota il bicchiere: “Quella troia che per me dovrebbe già stare nella bara, che è il posto suo.”
Osservo gli angoli anneriti del soffitto. Muffa.
Ovvero un trafficante.
Uno che butta ragazzine nel tritacarne.
L’orco delle favole.
Ecco il colpevole.
Valjet entra in cucina. Appena la vede Dasho si spinge indietro con la sedia e allunga le gambe sotto il tavolo, occupando tutto lo spazio tra loro. Qui da noi certi giorni d’autunno il clima è umido e pungente. Non è il freddo secco dell’inverno, ma Nadia ha già iniziato a cucinare brodaglie. Valjet beve dal cucchiaio cercando di non guardarlo e inonda la tovaglia.
“Il brodo deve andare nella tua bocca, non tutto in giro per casa. Ma anche quando lavori fai così?”
Le altre ridono. Io non ci riesco, percepisco il profumo di mia suocera. Deve averlo sentito pure lui.
“Hai fatto il bagno nella menta?”
Valjet apre la bocca ma prima che dica qualcosa le si avvicina e le annusa il collo. “Fatti la doccia.”
Lei rimane dritta, immobile: “Ci tengo molto a portare questo profumo.”
“A che ti serve? Tanto continui a puzzare di sigarette e di maiali lo stesso.”
“Ci tengo anche io,” sussurro. “Glielo ha regalato mia suocera.”
Sembra che non mi abbia nemmeno sentita: “Va bene, se vuoi somigliare alla troia griffata lascerò che odori come un mazzo di erbacce.”
Sto riflettendo sul suono del mio nuovo titolo: troia griffata.
Chiedo sottovoce a Irina: “Secondo te era un complimento?”
Lei mi rivolge quello sguardo che si dà a chi ti fa troppa pena.
– Dammi qualsiasi cosa in questo mondo del cazzo che sia proprio come sembra.
Lei alza un dito: “Dopo, vieni da me in camera.”
Da quando ho preso il vizio di fumare erba insieme a Irina, gli occhi mi diventano lucidi di continuo e il cervello si riempie di fiorellini e forellini. È come se mi guardassi da lontano: una me sbiadita nello specchio. Sento di essere andata un po’ troppo oltre. Non trovo una ragione per allontanarmi da loro, la mia vita si sta allontanando dalla ragione stessa.
Si sentono bestemmie dalla cucina che sovrastano grida e porte sbattute. Ci tiriamo su per andare a controllare. Nadia si sta scusando per qualcosa e Ditmir sbraita.
Appena se ne va le chiedo: “Che è successo?”
Nadia sta succhiando un ciondolo. Sputa un cuoricino dorato luccicante di saliva e dice: “Me l’ha regalato il mio ragazzo.”
Irina apre le braccia: “Gridavate per quello?”
“No. Mi sono scordata di fare la lista della spesa l’altro ieri. Pensavo alla mia gatta…”
Irina si batte una mano sulla fronte: “Pensavi al tuo ragazzo, non alla gatta. E ora come facciamo?”
Io non capisco che ci sia di così urgente da comprare. Abbiamo già mangiato. Ma è solo perché non ho mai visto la lista della spesa di una casa di mignotte. E infatti il problema principale è che per lavorare oggi pomeriggio non ci sono i preservativi.
Andiamo di nuovo in camera di Irina e ora Nadia inizia a scrivere su un foglio adesivo:
Preservativi. Scatole da 500, taglia M, L, XL (forse non contempla i clienti col mini-pene).
Lamette per fabbricare unghie rasoio.
Lubrificanti vari.
Le rivolgo un’occhiata perplessa e lei dice: “Non tutte sono auto-lubrificanti come te dopo un po’. Marina, per esempio, ha la fica sempre secca.”
La lista del troiaio si allunga:
Spugne da sminuzzare per i giorni del ciclo.
Stracci che sembrano vestiti.
Dopotutto per fare questo lavoro basta che prendi una bella maglietta cinese con paillettes, te la tiri sotto il culo e sei pronta per una nottata di divertimento in strada. Dopo un mese, la butti. E poi pane, fette biscottate, cereali… birra, vino, whiskey.
Nadia se ne va per consegnare la lista. Io mi stendo di nuovo accanto a Irina.
“Forse questa è una storia d’amore,” butto lì.
Irina sta rollando un’altra volta: “Sta troppo con la testa tra le nuvole. Il problema è che d’inverno conti i clienti… per il resto le giornate sono così deprimenti… La nostra capacità di sopportare la noia scende venti gradi sottozero. Allora ci si deve inventare qualcosa.”
“Pensi che possa ficcarsi dentro qualcosa di sbagliato?”
“Ficcarsi dentro a qualcosa, o ficcarsi dentro qualcosa. Cambia poco. Io non capisco solo… dove trova ancora la voglia di farsi scopare quando esce.”
Ora tocca a me tirare. Irina gira il viso verso il mio: “Anche se non è amore, Nadia per ammazzare la noia si fa bastare anche uno che inizi a trattarla male mentre se la scopa, a darle botte e cose così. Tu sei uguale. Quest’inverno non ti annoierai.”
Ora sbotto: “Ma non è vero!”
“Certo che è vero. Alla nostra chiesa serviva questa sotto-trama. Il mito di Santa Angela. Ti sacrifichi per noi. Per lui. Per tutta l’umanità. Tu, martire e vittima di te stessa.”
Irina ride sempre più forte e dopotutto lo trovo comico anch’io. Mi chiedo come parlino di me quando non ci sono. Lei incrocia le braccia dietro la testa: “Io vi invidio. Qui serve quello. Se non ti piace incassare, non lavori. Vale anche in tutti gli altri mestieri, comunque.”
Dasho apre la porta. Sicuramente sente l’odore di erba ma non dice niente. Mi getta un impermeabile giallo: “Quando inizia a fare brutto tempo mettete questi.”
Me lo rigiro tra le mani senza capire: “Questa pellicola gialla sarebbe… per la pioggia?”
“Vi rende visibili e aiuta per i controlli, quando capitano. Se vi bagnate fatevi asciugare dai clienti.”
Sospiro. Come diceva Liveta è inutile dirgli qualsiasi cosa.
“Dato che non abbiamo fatto la spesa, oggi vi dovete arrangiare coi preservativi dei distributori che sta comprando Marina.” Dasho mi lancia anche una scatola di Durex. La porta si chiude, lui sparisce. Li guardo: non basteranno nemmeno per le prime due ore di lavoro.
Leggo: Gusto fragola.
Irina allunga il collo verso di me: “Scommetto la vita che ci vedi una scatola di cioccolatini a forma di cuore.”
Dico: “Ma quanto sei stronza. I miei non dicevano mai niente che troveresti in un bacio Perugina, non mi aspetto nulla del genere.”
Irina mi abbraccia: “Quando è così, ti assolvo dai tuoi peccati.”
Non ricordo cosa stavamo dicendo, ma ho l’impressione che stia continuando a prendermi per i fondelli.
Riempie un bicchiere d’acqua, ci versa dentro qualche goccia e mi invita a bere questa magica medicina.
Dico: “Non è che stiamo esagerando?”
“Tanto, la macchina non la dobbiamo portare noi.”
***
Siamo in quello spiazzo dietro il palazzo grigio. Nadia sta ancora succhiando il ciondolo. Lo butta fuori dalla bocca: “Che hai fatto stamattina?”
“Ho visto mia madre, è venuta a casa. Si lamenta che questo mercoledì non sono andata a trovarla.”
“Ah, ma allora la vedi spesso?”
“Certo. Ma ogni volta che la vedo faccio sogni orribili.”
“Del tipo?”
“L’ultima volta che sono uscita con lei, ho sognato che volevano lapidarmi. Ho fatto un incubo anche stanotte e l’avevo sentita ieri.”
“Raccontacelo,” dice Valjet.
“Ho visto le due Angela che sono dentro di me. Una, quella che andava in chiesa, e l’altra, quella che vive qui, e litigavano. E quella che andava in chiesa ha detto all’altra me che manderà una lettera a mamma e una a Matteo. Ci sarà scritto che sono una troia. E sarà firmata: Io.”
“In chiesa…” Valjet lo dice come se fosse una cosa così ridicola…
“Sì. Mia madre era fissata con la chiesa. Mi ci obbligava ogni domenica.”
Il telefono di Marina squilla. “Silenzio,” dice. “È Dasho.”
Valjet fa: “Silenzio, ascoltiamo ora la sua parola.” E tutte ridono.
Sento la voce di Dasho dall’altra parte: “Vi state divertendo così tanto laggiù?”
Marina resta seria: “Stiamo lavorando.” Non ho sentito il resto.
“Che ha detto?” chiedo.
“Prega per te.”
“Cioè?”
“Ha detto che stanno tornando i suoi amici poliziotti per te.”
Oh no! I poliziotti! Non voglio che mi prendano di nuovo a frustate sul culo. Certo Matteo non sarà sempre a casa e posso coprirmi meglio, ora che non fa più caldo, ma resta il pericolo che li veda.
“No,” dico, “richiamalo, non li voglio.”
“Ma che scherzi? I poliziotti sono clienti importantissimi.”
“Ho paura che mi facciano segni che non posso spiegare a casa.” Devo avere una faccia molto preoccupata.
“Angela, non scherzare con quelli, lo sai…” Marina non ha ancora finito di parlare che arriva quella macchina.
Per un attimo non vedo nemmeno i fari, mi torna addosso il terrore della lunga notte. Rivedo il vetro abbassato, le mani, la cintura. Il mio stesso respiro che cercava un angolo dove nascondersi. Si riaccende la stanchezza e il senso di perdita che sentivo su quell’altro marciapiede. Vorrei correre. Vorrei sparire dietro il palazzo grigio, infilarmi nei cartelloni strappati, sotto l’asfalto, ovunque. Ma così scapperei anche da lui. Resto immobile.
Il finestrino si abbassa: sono in quattro. Peggio ancora, l’altra volta erano tre.
“Ciao troia, ti abbiamo portato il nostro capo che ci teneva a conoscerti.”
In mezzo a tante schifezze, quello nuovo almeno ha una faccia memorabile, da porco consumato. C’è anche quello che la prima notte m’aveva detto che se avessi avuto problemi col permesso di soggiorno mi avrebbe aiutata lui. Che spasso! Adesso ormai si è reso conto che sono italiana e che non sono una puttana. Cioè non una di quelle convenzionali.
“Io sono Cristiano,” il capo squadra si presenta.
“Io sono Angela.”
“Lo so. Non ci volevo credere quando ce l’ha raccontato, che eravate due scimuniti che giocavano a mignotta e cliente. Ma ne è valsa la pena?”
Gli rispondo: “In realtà non lo so, certo però esistono giochi più originali.”
“E meno rischiosi. Mi sono chiesto a lungo in quel periodo se sareste venuti a fare la denuncia.”
“No,” dico, “potevamo finire sul giornale. Già vedevo il titolo: Coppia bene cerca il brivido nei bassi fondi. Sottotitolo: lui rapinato, lei violentata e mandata a farsi fottere da tre poliziotti porci.”
Cristiano ride forte: “Avete fatto bene, in ogni caso io l’avrei fatta sparire… la denuncia.”
La radio gracchia qualcosa dalla centrale. Uno di loro risponde: “Ricevuto.” Gli altri tre scendono, rimango sui sedili di dietro con Cristiano. Nemmeno il tempo di dargli il preservativo che mi gira e sento contro le natiche il suo cazzo duro. Il freddo sparisce di colpo dalla pelle dove mi tocca.
La sua bocca mi scivola sul collo, i denti si fermano sulle mie orecchie. Quell’impermeabile giallo che non copre nulla mi si è avvoltolato fino alle spalle. Me lo sfilo dalla testa, insieme al top. Le sue mani mi corrono sotto la gonna. Trova la fica bagnata e pare che questo lo faccia molto ridere.
“Se stai ancora recitando la parte della mignotta, complimenti per il realismo.”
“Grazie.” Lo dico troppo in fretta.
Le mie dita tremano mentre gli spingo il preservativo contro il palmo. È solo il terrore viscerale della sifilide, dell’epatite, di tutto quello che la carne altrui potrebbe piantarmi dentro a ogni corsa. Penso: “Ti prego, prendilo. Mettitelo.”
Per fortuna lo apre, se lo srotola addosso, ma un secondo prima di piantarsi dentro di me, si ferma. Sento la punta fredda che esita sulla pelle.
“Un anale è sempre meglio a gambe larghe in piedi.”
Dico in un soffio tremante: “Fuori fa un freddo cane.”
“Siamo in quattro, non avrai freddo per molto.”
Mi appoggio al cofano della macchina. Il metallo è ghiacciato e mi brucia i capezzoli. Respiro dalla bocca. L’aria entra gelida e mi taglia il fiato.
“Hai già venduto il culo, oggi?”
“No, eravamo appena arrivate.”
“Eppure la tua fica sembra molto usata, stai bagnata tutto il giorno senza motivo?”
“Sì…”
Capisco dopo. Vuole farmi soffrire ma i suoi colleghi aspettano per scoparmi. Il mio respiro si condensa in nuvolette bianche mentre cerca di entrarmi nel culo. Ha un cazzo così largo che è un tormento. Mi tira verso di sé a scatti. Il corpo non si apre, cede.
Ogni volta che lui spinge, la lamiera del cofano emette un gemito sordo sotto il mio peso. E dentro l’abitacolo, la radio gracchia codici numerici. La centrale elenca targhe e sinistri stradali.
Mi scappa un grido e la sua mano mi spinge la testa contro il cofano della macchina.
Qualcuno infila la testa in macchina per dire: “Ricevuto.”
Sento il metallo nei denti, sui polsi che mi vengono bloccati coi braccialetti di ferro freddo dietro la schiena.
“Stai zitta troia. Devo farti male?”
“Basta,” dico. La risposta mi è uscita istintiva, me ne pento subito.
“Sì, invece. Si può sempre più di così.”
È arrivato in fondo.
Basta che finisca. Chiudo gli occhi. Azzurro. Gli occhi di Dasho quando mi guarda senza parlare. Mi ci aggrappo. Non sento più le gambe e ora la mia fica gocciola. Sento l’uomo dietro di me allargarmi le natiche, tocca in mezzo, guarda il suo cazzo che esce ed entra da me. Finalmente lo sento venire e uscire. Ma mi fa male anche mentre esce, tutta quella carne. Non ho il tempo di capire che è finita che già mi tirano.
“A cuccia, cagna.”
Riesco a inginocchiarmi su una gamba sola senza finire a faccia in giù sull’asfalto, ho sempre i polsi ammanettati. Questo per fortuna si accontenta di farselo succhiare. Tengo le labbra più morbide possibile, la lingua contro la pelle, mi muovo su e giù, su e giù. Non apro gli occhi, il ritmo è cieco. Il mio risucchio è umido. La mandibola scatta e i muscoli del collo bruciano. Sento il suo sapore sulla lingua e ricaccio il riflesso del vomito giù, a forza.
Dalla radio escono di nuovo voci stridule.
Mi rialzo con la bocca piena di sperma, non deglutisco subito. La lingua si adegua alla consistenza, e ora posso inghiottire.
“Ricevuto.”
E il mio corpo continua da solo, vuole venire. Penso che se ci fosse lui sarebbe diverso, o forse no.
“Senti che odore di fica…” La voce di quello che l’altra volta mi ha preso a cinghiate. Mi stende sopra il cofano un’altra volta.
“Apri le cosce.”
Premo la schiena sul cofano. A gambe spalancate, cerco coi piedi una presa sul bordo ghiacciato della carrozzeria. Mi si contraggono i polpacci in un crampo per lo sforzo di non cadere di lato, ma lo statale in uniforme che me l’ha messo dentro se ne frega e si dà il cambio con il successivo.
Appena chiudo gli occhi il respiro mi scappa via, accelera. Sento un calore denso che parte dal basso e si allarga nel petto, fin sotto le unghie. Ogni terminazione nervosa diventa elettrica, sensibilissima al contatto. Il basso ventre comincia a tremare, a contrarsi a scatti ciechi, involontari. La scossa profonda si prende tutto.
Subito dopo: il collasso. Il cuore perde battiti, lo sento nei timpani, i muscoli delle gambe si fanno acqua gelata.
Stiamo tornando dalle altre, Cristiano mi infila tre carte rosse da dieci euro nel reggiseno. Io sono stordita e ci faccio poco caso.
“È la mancia. Tornerò a trovarti.”
Per l’ultima volta la radio emette suoni rochi.
“Ricevuto.”
Le lascio lì al caldo tra la pelle e il pizzo. Non ho voglia di toccarle. Come prevedevo, quel pacchetto di preservativi è finito quando il lavoro non era nemmeno iniziato.
Ditmir è tornato a riportarli.
Non vedo l’ora di andarmene a casa, mi sono capitati altri due neri con dei cazzi enormi, uno ha voluto il mio culo. Sono sfinita e anche le altre sono diventate blu dal freddo.
Dasho mi guarda dallo specchietto: “È venuto a trovarti Cristiano, il mio amico?”
“Sì.”
“È rimasto contento di te? Dimmi la verità, lo saprò comunque.”
“Ha detto di sì.”
Non lo guardo. Aspetto che dica altro.
“Brava.”
Allunga una mano e mi accarezza la coscia. Io istintivamente chiudo gli occhi. Sento le sue dita pizzicare il bordo dell’autoreggente.
Ditmir s’infila nella stradina che porta al condominio: “Sono stato al supermercato e ho lavato la macchina capo, se proprio devi, falla venire a casa.” La sua mano mi abbandona ma vedo i suoi occhi sorridere.
Piccole gocce fredde cadono sui miei capelli e sulle spalle gialle dell’impermeabile, sta piovendo quando arriviamo all’androne. Ci aspetta una macchina bianca. Scopro che le forniture di preservativi, erba e sigarette straniere ci vengono consegnate da un marocchino.
Noi entriamo, Ditmir fruga nelle buste: “Mancano le mie sigarette.”
Quello dice: “Avevo una stecca sola di quelle, e me l’ha fregata un maresciallo. Lo sai, non si dice no al maresciallo.”
“Sì, come no.” Ditmir gli dà un paio di cento euro.
Il marocchino lancia un fazzoletto arrotolato a Irina: “Regalo per te bella fica, io poi chiama te.”
Irina lo prende al volo e gli manda baci.
“Eee-e… A te non ti conosco,” dice rivolto a me, “se tu serve vestiti, sigarette o qualcosa speciale chiama me.” Mi allunga un biglietto da visita bianco, caratteri argentati recitano:
ZACCARIA…
…CENTO ANNI DI GARANZIA.
“E…” dice ancora, “chiama me. Tuo capo dopo paga. Ciao.”
Ditmir gli sbatte la porta in faccia: “Se ti serve qualcosa da lui, dillo a noi.”
“Va bene.”
Sono distrutta, le scale non finiscono mai. Col freddo le caviglie sui tacchi si irrigidiscono e ho i crampi ai polpacci. Guardo Dasho, voglio che mi veda adesso che ho finito con Cristiano, per dare un senso a tutta quella carne che mi è passata dentro. Che si renda conto di quanto mi è costato. Ma per qualche motivo Max è in mezzo al corridoio e mi cancella. Spariscono con lui dietro la porta.
Vado a farmi la doccia per riprendermi.
In camera ci sono Nadia e Irina. Irina dà tutta la sua attenzione al nuovo pezzo di fumo, Nadia farnetica di quando sposerà il fotografo. Sorride mentre ne parla. Dal soffitto si sente il tump tump tump della pioggia. Il ritmo accelera, per stasera non si fermerà mai. Mi siedo sul bordo del letto ad ascoltare, ancora con l’asciugamano addosso. Sento passi nel corridoio, la porta è aperta come sempre.
Nonostante la stanchezza mi piace ascoltare le loro chiacchiere. È come riavere indietro il tempo in cui ero solo una ragazza senza pensieri. Sto ancora pensando a questo quando un cazzotto pieno di anelli mi colpisce tra le scapole.
Irina ha lasciato cadere il panetto che stava tagliando. La mia schiena s’inarca sotto la spinta del dolore. Apro gli occhi, mi volto e vedo Max. Ma non capisco cosa gli ho fatto.
“Non provarci più,” dice prendendo le banconote rimaste nel mio reggiseno sulla sedia.
La mancia di Cristiano!
“Non ci avevo pensato,” dico.
“Mai rubare.”
Non mi crede, ma è una cosa assurda.
Irina si mette in mezzo: “È sicuro che non ci aveva pensato, chi non si farebbe spaccare la faccia per trenta euro? Un affarone, davvero.” È alle mie spalle, non mi volto a guardarla ma mi ci appoggio lo stesso.
Max alza una mano verso di lei. Dasho adesso ci ha raggiunti.
“Niente segni! I clienti poi si spaventano e scappano. O peggio, si preoccupano.”
Già.
Butto fuori tutta l’aria dai polmoni, questa stanza sa di stanchezza. Avevo guardato la porta. Max gli mette in mano i soldi e se ne vanno.
Irina riprende la sua nuova magica medicina: “Vedi ragazzina,” dice a Nadia, “tu t’immagini una festa che non finisce mai. Invece, molto più spesso, il matrimonio è un’esperienza simile a questa.”
Nadia pare pensarci: “Vado in cucina a fare il caffè.” Si alza troppo in fretta, come se qualcuno l’avesse chiamata da fuori.
Mi vesto e resto a fumare con Irina. Il cervello si riempie di fiorellini.
Forellini.
Buchi.
I miei pensieri diventano sempre più semplici.
Anche il cervello di Irina sarà pieno di buchi? E quello di Nadia? Sicuramente sì, si sta scordando tutto.
Vorrei poter guardare dentro le sorelle.
Quando esco, guardo il corridoio. Max non c’è. Ma non vuol dire niente, potrebbe riapparire da un momento all’altro. Avevo intenzione di andarmene subito ma Ditmir mi indica la sedia: “Angela, fermati cinque minuti.”
Mi dimentico cosa stavo pensando. Mi sembra importante.
Dasho mi osserva un second in più del solito. Poi distoglie lo sguardo.
Ditmir sta parlando con Nadia. Tiene gli occhi addosso a tutti, come se stesse contando: “Non ti sei nemmeno ricordata di mettere la birra nel frigo.”
Lei si è messa il vassoio vuoto sotto il braccio: “Con questo freddo non ce n’è bisogno.”
“E invece sì perché la birra dovrebbe sapere di birra, e invece questa sa di piscio.”
Guardo Dasho e mi ricordo le parole di Valjet, quella notte che siamo andate nella piazza di Mimì: -Tu non puoi affidarti a quello. È uno che ha buttato la sorella da una macchina in corsa quando non ha voluto lavorare…-
La mano di Dasho risale tra le mie spalle, torna il dolore e insieme i brividi. La televisione accesa di là e le conversazioni stupide si portano via i pensieri. Qualsiasi suono è una distrazione.
“Bere a stomaco vuoto ti fa andare fuori di testa,” dice Nadia.
“Se mi dai di nuovo la birra calda, ti ammazzo.”
“Uccidere tua sorella per una birra non è la cosa peggiore che le si può fare,” dice Marina, pare che parli di qualcun altro.
Ditmir scola la birra che sa di piscio: “E allora aspetterò che sia qualche cliente a provarci. E non muoverò un dito.”
Dasho mi avvicina la bottiglia alle labbra, io bevo. È una buona idea dopotutto, aggiungere l’alcol al resto… a questo punto. Lo fisso e mi sembra di ingoiare una pasticca di collera. E poi sembra tutto più morbido grazie al regalo che il marocchino ha lasciato a Irina.
“Cosa c’è?” mi chiede.
Lo guardo troppo a lungo. Mi dimentico che lo sto guardando.
“Mi chiedevo, se fosse viva… tu… per una birra… la uccideresti?”
Lui mi fissa: “Ma chi?”
“Tua sorella.”
“Che ne sai tu di mia sorella?”
Non mi ricordo più se dovevo dirlo: “Me l’ha detto Liveta.”
Per la verità è stata Valjet. Ma Liveta non è qui. Io sto vivendo quella che era la sua vita e lei, per quanto ne so, potrebbe essere morta da un sacco di tempo.
“Così tanto si era aperta la bocca di Liveta? Meno male che me ne sono liberato.”
Qualcosa di acido mi cola nello stomaco ma non è la birra. Jasmin mi guarda a occhi spalancati. Forse ho commesso un errore.
Dasho apre un’altra bottiglia: “Visto che ti interessa, se fosse viva potrei sapere davvero com’è scopare mia sorella. In quel senso lì, sarebbe stata l’unica a darmi qualcosa in più di voi.”
Fisso la bottiglia nella sua mano. L’etichetta ha perso aderenza per metà. Resto a guardare quel pezzo di carta finché i contorni non diventano sfocati. È ora di andare a casa, ma fuori fa troppo freddo, lì lui non c’è. Mi alzo con quel pensiero dentro.
“Copriti,” dice Dasho. Mi aggiusta la sciarpa di Nadia senza guardarmi.
***
Il più delle volte, dopo il lavoro, torno a casa e mangio pane e burro d’arachidi. Quando arrivo, Matteo sta leggendo in mezzo a carte che coprono tutto il tavolo. Il vento che entra fa corrente con la finestra aperta e las carte ora coprono tutto il pavimento. Sono rivestita di brina.
Mio marito mi sorride: “Sei uno splendido pupazzo di neve.”
La mia faccia nello specchio diventa ogni giorno più cattiva. Dice: – Tu, squallido pupazzo di neve, meriti di squagliarti al più presto possibile.–



Hai ragione, ma la storia è stata presentata così perché è stato soprattutto lui a confidarmi le loro esperienze, con…
È così, alla fine si capisce quanto hanno influito i rapporti incestuosi della famiglia in come è diventata Laura, la…
E mano male che la signora la volta precedente diceva che era il marito che aveva voluto… Che famiglia…
Beh a me non dispiacerebbe invece il racconto da parte di Laura. Ormai da parte di lui è diventato ripetitivo.…
Ti ringrazio per il bel commento. In realtà la storia è basata sulla lunga confidenza di una coppia di sottomessi,…