“Quella settimana, Idra, continuò a piovere tutti i giorni e a fare un freddo della malora. Quando pioveva troppo, stavamo a casa, come i muratori.”
***
Il mondo di fuori si sta lavando la faccia. Non c’è nessuno in strada.
Appena smetterà il diluvio, le persone torneranno a correre come ogni giorno. Vivranno la stessa vita, ogni giorno.
Se qualcuna di noi non tornasse più alle scale buie, quel popolo non piangerebbe.
Tutto questo — piatti spostati, vestiti ripiegati, sussurri nel buio — è la nostra apparente vita normale nel mondo. Quando non siamo sulla strada, intendo.
Davanti al portone c’è un’anziana signora che stringe due buste in una mano, sembrano pesanti. Ha l’aria grigia, stanca e continua a infilare le mani in una tasca della sua pelliccia e poi nell’altra. Molla le sporte e s’inginocchia a terra, lascia cadere la borsa e si mette a frugarci dentro. Pare stia sudando.
“Dov’è quella stramaledetta chiave?”
Mentre borbotta, suono al campanello e il portone scatta.
La vecchia alza la testa, ha un bel viso. Tira un sospiro profondo e poi mi dice:
“Grazie bella, mi stavo infradiciando tutta. Non trovo quella stramaledetta chiave.”
“Si figuri.” Faccio per entrare.
Lei si raddrizza. È agile.
“Non hai la chiave?” mi chiede.
“No, signora, io non vivo qui.”
“Ah, e che ci fai allora?”
“Vengo… a trovare amici.”
“Proprio un bel posto questo per farsi gli amici. Non è che mi aiuteresti a portare su questa roba? Abito al quinto piano e le ginocchia mi tremano sempre di più.”
“Certo.”
Prendo le buste ed entro, lei tiene aperto.
Continua a parlare, la sua voce è morbida:
“Ho sessantasette anni, mi chiamo Anna.”
“Se li porta bene, io sono Angela.”
“Dammi del tu.”
Comincio a salire le scale e sbircio nelle buste per capire che diavolo ha comprato: pesano una tonnellata.
“Maledetti siano loro e chi non glielo dice,” brontola, trascinando i piedi sui gradini. “Spero che il cuore gli faccia lo stesso scoppio che ha fatto il motore di quella carretta che avevano.”
Mi volto:
“A chi?”
“A quelli del quarto piano. Hanno ammazzato la macchina,” rantola indicando l’ascensore, un sarcofago di metallo fermo al piano terra. Non ci avevo mai fatto caso.
“E la scorsa settimana è scoppiato il motore della macchina loro, e io ho stappato una bottiglia per festeggiare.”
Rischio di inciampare perché guardo lei e non le scale.
Siamo al secondo piano.
“È stata la coppia dell’interno 12. Quel coglione e la sua puttana brasiliana. Ce l’avevano con l’amministratore perché la cabina saltava il piano loro. Hanno forzato le porte con un cric finché i binari non si sono svirgolati e poi hanno versato una caraffa di acido muriatico dentro la pulsantiera. Il rame è diventato nero e l’odore di plastica bruciata arrivava fino a casa mia.”
Siamo al terzo piano.
Anna va avanti come se parlasse a una figlia ritrovata.
“Hanno infilato un ferro nella carrucola del motore, così, se qualcuno prova a chiamarlo, salta tutto.”
Sento urlare il mio nome.
In fondo al corridoio c’è Ditmir sulla porta.
“Lo hanno rotto tutto per dispetto,” dice Anna, pulendosi il sudore con un fazzoletto di carta. “Ma adesso che gli è scoppiata la carretta gli tocca andare a piedi pure a lui, almeno finché la sua troia non batterà abbastanza clienti per comprare un’altra macchina.”
Ditmir urla di nuovo. “Angela!”
Sudo anche io. “Arrivo subito!”
Anna si gira in direzione del nostro appartamento: “Perché strilli, disgraziato? Portamela su tu la spesa, se hai fiato.”
Lui dice qualcosa nella sua lingua, mi pare un insulto: “Se tra cinque minuti non sei qui, ti lascio fuori.”
Annuisco.
Siamo al quarto piano.
Anna si ferma, respira piano, la sua voce calda rimbalza contro le pareti umide.
“Non devi permettere a nessuno di trattarti come una schiava, mai. Altrimenti ti riduci come me.” Sorride come se fossimo in un salotto a bere. “Sono venuta a vivere qui da pochi mesi. Con la mia povera pensione a Milano o mangio, o pago l’affitto in un posto con l’ascensore che funziona.”
Saliamo l’ultima rampa. L’odore di polvere e tabacco si fa più denso. Anna tossisce: “Ho divorziato un anno fa, a sessantasei anni. Mi sono alzata una mattina e ho deciso che ne avevo abbastanza di portare il guinzaglio. Pensi che io sia pazza, bella?”
Guardo i gradini che finiscono, penso a Ditmir che mi chiude fuori.
“Sono l’ultima persona sulla terra a poter giudicare se qualcuno è pazzo,” finalmente poso le buste. La plastica mi ha segnato i palmi delle mani. “E poi, finché uno è vivo, non ha motivo di starsene già nella tomba.”
Anna fa un verso di approvazione, una specie di fusa. “Proprio così. Siamo vive finché non decidono il contrario.”
Apre la porta, raccoglie le buste e salta dentro. Mi ringrazia con un cenno della testa. È svelta, troppo svelta per una che dice di avere le ginocchia che tremano.
“Entri e mangi con me? Sto sempre sola.”
Dico: “Veramente…”
“D’accordo, corri giù. Quando vuoi sali su e suonami. A una vecchia come me fa sempre piacere una ragazza gentile. Certo, se riesci a sopportare le mie chiacchiere.”
Il telefono aziendale vibra nella mia borsa. Un messaggio di… Redian.
– Vieni giù immediatamente.
“Devo andare.”
Sono a metà del corridoio, lei mi richiama: “Angela!” La guardo da sopra la spalla, i suoi occhi sono grigi come i suoi capelli ma vispi, irreali.
“Col primo ci sono stata tredici anni. Col secondo per vent’anni, poi è andato in galera ma io ho rispettato il codice. Non ho mai fatto nomi. Alla fine mi sono sistemata.”
Faccio qualche passo indietro: “Come? Non ho capito.”
“Hai capito benissimo, bella. Io sono vecchia e se tu vuoi arrivare alla mia età ricordati queste parole: una puttana può tirare fuori una miniera d’oro dalla sua bocca in pochissimi anni, ma non lo può fare da sola. Lui serve, sempre.”
Mi avvicino ancora e lei mi piglia il polso.
“Ma una puttana convinta che il suo magnaccia possa interessarsi a qualcosa di diverso dal capitale che lei rappresenta, non vale venti centesimi sulla strada. È condannata a suicidarsi. Una puttana così fessa non doveva nemmeno uscire dalla fregna di sua madre.”
Dico: “Ho capito.”
Ma non è vero.
“Passa a trovarmi quando riesci a scappargli un quarto d’ora. Ciao, e grazie del facchinaggio.”
“Ciao!”
Resto da sola a salutare con la mano la porta già chiusa.
Ridiscendo le scale di corsa, la porta è aperta.
“Vieni un po’ qui!”
È la voce di Ditmir. Lo raggiungo nella stanza di Dasho, davanti alla vetrata.
Mi avvicino, mi preme una mano dietro le spalle, il mio petto va su e giù mentre il respiro mi scompone le parole. La sua voce sa di whiskey.
“Guarda là.”
Stiro il collo. La porta che dà sulla strada si apre e nel bar entra un gruppo di uomini, tutti vestiti dello stesso blu. Sono poliziotti. Riconosco da quassù uno di quei tre della prima notte.
Sullo schermo del televisore attaccato alla parete accanto a noi, passa uno spot che invita a pagare il canone Rai. È un tributo come tutti gli altri, dice. Immagine: un figlio pronto a diventare cittadino modello tiene la mano di un padre con la faccia da idiota.
“Te lo immagini,” dice Ditmir indicando col mento gli uomini in divisa, “se venissero quassù a prenderti adesso?”
“Li ho già conosciuti,” il loro amico poliziotto sta fumando sulla strada.
“E ti sei divertita?”
“Per niente.”
“Eppure sembri avere fretta di rivederli.”
“Mi arresteranno perché ho aiutato un’anziana a portare su la spesa?”
Ditmir ride con la bocca chiusa.
“La vecchia ha iniziato a prenderti per il culo appena ti ha vista. Quando quel drogato del quarto piano e la sua donna hanno massacrato l’ascensore, puzzava tutto di bruciato. Lei ha fatto una corsa giù per le scale che pareva una cerbiatta. Quella donna è stata in carcere fino a poco tempo fa, spaccia e ha battuto i marciapiedi per trent’anni. È ricca da fare schifo.”
“E allora perché vive qui?”
“Per lo stesso motivo nostro. Nessuno verrebbe a cercare una donna ricca in questa fogna. Ma quelli laggiù,” il suo dito punta i poliziotti, “non vengono in quella bettola di bar per il caffè di Luciano che sembra latte. Luciano compra e vende quello che sente, è un infame. E quella nonnina lì, lo rifornisce di notizie fresche. Il primo uomo che l’ha fatta iniziare l’ha mandato in galera dopo tredici anni. L’aveva presa a calci in faccia dentro a un bar, perché si era ubriacata con un cliente.”
“Allora ha fatto bene.”
La porta è aperta dietro di noi, è entrato Dasho. Mi parla accanto all’orecchio: “Se ti ubriachi coi clienti, come avete fatto tu e Valjet quella mattina, potresti perdere la vita, e cosa altrettanto grave, i miei soldi.”
Rapide come un brivido, le parole di Anna mi risuonano in testa.
– Se pensi che possa interessarsi a qualcosa di diverso dal capitale, non dovevi uscire dalla fregna di tua madre.
“Vacci se vuoi, ma se quella vecchia ti carpisce una parola e mi combina casini, tra gli avvoltoi e i ratti che popolano questo condominio, per l’autopsia non penso che rimarrà molto.”
– Per la mia o per quella della vecchia?
Mi sembra che l’aria stia alimentando il fuoco.
Guardo il riflesso della mia faccia nel vetro; lui ci batte un dito sopra: “Casomai ti venisse voglia di farti sistemare questa faccia come il suo uomo ha sistemato la sua prima di andare in galera, parlale ancora. All’ospedale poi avrai tempo di farti venire in mente le spiegazioni da rifilare alla polizia, quando ti chiederanno che ci facevi qui.”
Faccio un passo indietro, ma le sue dita sono già chiuse sul mio orecchino. Tira verso l’interno e io sento il lobo andare in fiamme per la frizione tra pelle e oro. “Tu non reciti bene ancora. Lo sai che qualcuno al lavoro ti taglierà un orecchio per toglierti questa perla coi diamanti intorno?”
Copro le sue dita con le mie per fermare la torsione. “Va bene. Adesso smettila, mi fai male.”
“Io ti faccio quello che serve. Tu sei fuori di testa, puttana.” La sua mano mi afferra il seno. “Questa è roba mia e tu non devi portare cianfrusaglie che la espongono a rischi. E non devi sprecare fiato con gli sconosciuti. Soprattutto, non devi pensare di avere una voce per dirmi cosa fare. Ci senti?”
“Sì.”
Le spalle mi cedono.
“Tienilo a mente: se vai lassù, fallo solo per frugare in una discarica di informazioni. Se quella vecchia ti tira fuori una sillaba su quello che succede in questa casa, ti strappo la lingua. Ora promettimi che terrai la bocca sigillata.”
L’aria continua a bruciare, dico: “Certo, promesso.”
Mi molla il petto e i polmoni si riempiono di nuovo.
Ditmir mi spinge fuori: “Il secondo uomo che ha avuto la vecchia, è andato dentro da sé, l’ha coperto finché ha capito che fuori non tornava più. Dopo trent’anni, conta quanti saranno stati i suoi clienti.”
Nel corridoio l’aria sa di burro cotto.
“Una puttana giovane che pensa di trovare un’amica disinteressata in una puttana vecchia non doveva manco uscire dalla fregna di sua madre, per parlare come lei. Trent’anni di marciapiede ti abbrustoliscono il cervello. La povera nonnina è un rifiuto tossico, aspetta solo di esploderti in faccia.”
Ora so che non devo fidarmi nemmeno delle nonne.
Addestramento al vuoto.
Nadia ha rifatto quella cosa che la prima volta mi era sembrata la pelle di un animale scuoiato.
Dasho è davanti a me e i suoi occhi sono lucidi, fissi sulla teglia.
“Che hai cucinato? Non mi avveleni, spero.”
Nadia gli versa il vino. “Se volessi ucciderti lo farei con qualcosa di meglio del veleno nel cibo.”
Marina fa un rumore umido con le labbra. “Se lo facessimo sul serio?”
Dasho fa finta di pensarci. “Non potreste più lavorare tranquille.”
Nadia sta versando a me. “Buon punto.”
Jasmin arriva adesso.
Dasho si sta spostando per farle posto. “Allora continuo a vivere?”
Nadia va a prendere un’altra bottiglia. “Solo per oggi. Non ti abituare.”
“Solo per oggi. Lo dici sempre e poi mi ritrovo sempre qui, a mangiare i tuoi esperimenti.” Si ferma a guardare l’esperimento. “Almeno stavolta l’hai tagliato bene.”
Nadia alza un dito. “Allora dovresti darmi qualcosa.”
“Cosa vuoi?”
Jasmin si riempie il bicchiere. “Vuole andarsene.”
Dasho non sorride, ma i suoi occhi sì. “Me lo segno, per la prossima vita.”
“Vorrà dire che passerò tutta la mia vita vicino a te,” dice Nadia. “Un sogno, davvero.”
Mi viene da ridere.
Dasho appoggia il bicchiere.
“Stiamo parlando troppo, posso tornare a essere il tuo incubo in meno di un minuto.”
Lo sguardo di Nadia mi trova, scivola via, poi torna su di lui.
“Visto che non riavrò mai la mia vita, posso avere la serata libera?”
“Per andare dove?”
“A comprare un vestito e altre cose per la cucina che mi ha suggerito Angela. Lei conosce tanti negozi aperti di sera.”
L’azzurro mi scorre addosso. “Mi trasformi le puttane in modelle e casalinghe? Sei un biglietto della lotteria vincente.”
Sto per strozzarmi.
“Vai domani. Stanotte si deve lavorare, oggi pomeriggio diluvierà. Sicuro.”
Aiuto Nadia a riordinare in fretta.
“Ieri mi ha detto che gli angeli del Paradiso danno baci come i miei.”
So di chi sta parlando, il suo fotografo.
“Secondo te è innamorato?”
“Sì,” dico.
– Lo spero.
“Domani ti porto quello che ti ho promesso. La collana con le perle che volevi e il mio vestito, non me ne sono dimenticata.”
“Grazie, Angela.”
Mi pare di vederlo ora, il collo di mia madre, nudo e perfetto come un pezzo di marmo. Mi ricordo che nelle occasioni ufficiali, ai congressi o alle cene della ASL, indossava sempre quel filo di perle australiane. Erano pesanti, lucenti in modo accecante, e lei diceva sempre che le perle portano lacrime. Lo diceva con un sorriso gelido, come se a lei, chirurgo abituato a tagliare carne e dolore, le lacrime non potessero più toccarla. Ora quel filo di perle è nel mio cassetto. Lo porterò a Nadia. Voglio vedere se su di lei, che di lacrime ne ha già versate un oceano, l’incantesimo della sfortuna smette di funzionare.
Marina mi prende le dita tra le sue. “Visto che non dobbiamo uscire, mi presti di nuovo le mani? Devo imparare a usare la foglia d’oro.”
“Va bene.”
Dopo pranzo si può andare a dormire… o quasi. Dalla camera di Lori arrivano a intermittenza pianti e urla alle quali in teoria non dovremmo fare caso. Dobbiamo fingere non ci diano fastidio.
Ditmir si affaccia dal corridoio: “Vado a dormire. Piove troppo. Vediamo stasera o domattina, ma questo pomeriggio restiamo a casa. Angela, tu puoi andare.”
“Resto.”
“A fare cosa?”
“Marina vuole mettermi lo smalto.”
Nadia sta coprendo la scatola con la gatta dentro. La povera bestia non può ancora alzarsi.
Dalla stanza che dividevo con Liveta arriva una musica dolce, Jasmin l’ha spenta. Ora dalla sua camera Slim Shady ripete ossessivamente: “Non ti amerò mai abbastanza per fidarmi di te.”
Marina ha appena terminato di laccarmi l’anulare.
Vedo la foglia d’oro che si appoggia sopra il celeste intenso.
“Mi hai fatto le unghie da fata turchina,” dico.
“A tema, tra poco è Halloween.”
“Ma ad Halloween ci sono le streghe non le fate.”
“Le fate sono solo streghe con un trucco migliore.”
Ride e qualcosa mi colpisce, è strana la giornata oggi. Abbiamo fatto un bel lavoro.
Dall’altra parte del muro arriva un altro urlo. Marina alza la testa verso la parete. “Per Halloween abbiamo già il nostro fantasma intrappolato nella camera da letto.”
Rido, non posso trattenermi.
Che Dio mi riduca in cenere e sputi sul resto.
“Quanto ti devo?” chiedo.
Mi guardo le mani. Io le unghie, lei gli occhi brillanti.
“Un bacio.”
Siamo tutte e due nella nuvola odorosa d’erba che Irina sparge dall’altra stanza. La fitta nel petto è meno pungente.
Mi avvicino a lei. Le apro le labbra. Sento il sapore del rossetto chimico che non se ne va nemmeno con lo struccante.
“Accosta la porta,” dice. “Ma non tutta che poi non sentiamo. Se vede chiuso viene a guardare.”
Mi alzo e socchiudo, ma le chiavi le ha tutte Ditmir. Metto una bottiglia di vetro davanti alla porta, così sentiremo il rumore se si apre.
Di là sentiamo la sua voce. È Dasho che dice a Irina: “Piantala di friggerti il cervello. Se non puoi andare a lavorare, renditi utile qui.”
Non so cosa stiano facendo.
Marina libera il letto dagli smalti e dalla lampada: “Cosa c’è?”
“Di Nadia no, ma di lei sono gelosa,” dico, “mi dà fastidio che voglia scoparla.”
“È lavoro.”
“Per me,” dico, “quello è comunque…”
Lei mi osserva e aspetta.
“Ma pensiamo a noi,” concludo.
Mi trovo a guardarla con occhi diversi. Questo posto mi deforma, sto cambiando.
Non siamo ancora niente, ma stiamo per diventare…
La guardo come si guarda qualcosa che non si dovrebbe toccare.
Ha capelli chiari, un castano nocciola. Voglio baciarla ancora, e lei prova ad allontanarsi, ma per finta.
Ci riprovo. Voglio baciarla finché non sparisce tutto il resto. Marina si scosta. “Smettila, Angela. Se poi mi innamoro?”
Gli angoli della mia bocca si sollevano.
Lei è troppo seria. “Non c’è niente da ridere.”
“Se ti innamori? Faremo l’amore tutti i giorni.” Dico.
“Ma io sarò gelosa.”
Resto in standby. Se si avvicina di un centimetro, è colpa sua.
È un pomeriggio splendido per sudare in mezzo alle lenzuola, fa freddo e fuori piove. La tocco, e capisco che sta aspettando proprio quello. Sotto la mia mano il suo seno si tende, lei non si ritrae.
Scivola accanto a me. “Quanti anni hai Angela? Te ne darei ventuno.”
“Ne ho centoventuno, mi conservo con la magia.”
“Sei veramente una strega. E anche uno spettacolo. Se il diavolo si accorge che ti sto rubando mi farà male in fretta.”
Vorrei aprirle la testa per vedere cosa c’è dentro. Astuzia di sicuro, falsità non credo, voglia di bruciare all’inferno.
Siamo vestite simili, è come una divisa. Lei un top con perline, la gonna dello spessore di un elastico per capelli.
Io le stesse cose, ma di altri colori.
Ha ragione se entrasse adesso, capirebbe tutto solo dai nostri occhi.
Mi sfiora appena. Sotto le sue dita il mio respiro cambia, come se la stessi aspettando già da prima. Non mi ritraggo e lei va avanti, mi accende la luce azzurra in testa.
Premo pausa sulla vita e fermo il mio respiro.
Le sue mani sanno già dove andare, molto meglio delle mie. La stringo piano, come se potesse rompersi.
Spogliarsi è troppo facile e veloce. Ma non mi fa continuare. “Aspetta. Ci serve un’atmosfera. La musica da film ce la mette già lo scemo di là.”
E io obbedisco senza sapere perché. Fa un passo indietro e mi lascia lì. Decide lei… Io non riesco più a farlo!
Se ne va in cucina, torna con il whiskey e due bicchieri.
Quel pentolino pieno della sua crema. Ci intingo un’unghia e mi succhio un dito. A occhio e croce sarà mezzo litro.
“Certo,” dice lei, “non sarà quello a cui sei abituata.”
“Smettila.”
Qui con loro mi pare di avere la metà dei miei anni. Sono un’adolescente molto zozza. Il suo respiro mi arriva addosso, sa di dolce. Sa di qualcosa che non dovrei volere così tanto.
“Se una sera riesci a uscire,” dico, “ti porto in un locale di lesbiche e ti restituisco la consumazione.”
Lei mi bacia il collo e mi ride sulla pelle. L’aria tra noi è diventata più stretta.
“Dici davvero?”
“Sì.”
“Ma sì, davvero, per ridere!” dice lei. “Facciamo finta di poter andare dove ci pare.”
“Facciamo finta di stare assieme…” dico io.
“Facciamo queste finte senza farci sentire,” dice abbassando la voce.
Ogni volta che si muove, mi costringe a seguirla.
Mi prende per le spalle e mi stringe a sé. Appoggio le mie tette al suo petto e mi lascio tirare il lenzuolo sulla testa. Mi passa le labbra sui capezzoli. La sua bocca è fresca sulla mia, sento l’alcol tra le nostre lingue. Mi riempio la bocca di nuovo e mi giro verso lei per farglielo bere da me.
Lei beve dalla mia bocca, si scioglie i freni inibitori, le succhio la lingua fino alla radice. Ci piace da matti impastare i nostri respiri e passare minuti interi a fare un nodo con le lingue.
Sono bagnata e con due dita scopro che la chimica ha fatto lo stesso lavoro anche su di lei. Ci stringiamo come due sopravvissute all’impatto, prima che la nave coli a picco del tutto. Come se fuori non esistesse più niente.
Anche se esiste.
Mi guarda come se sapesse già dove cederò. Si sente solo la pioggia, copre tutto. Anche noi. L’umidità di queste pareti mi erode le ossa e questa casa mi consuma ogni giorno. So dove sta andando ancora prima che lei arrivi.
Marina mi morde il lobo e la sua lingua entra dentro il mio orecchio. Mi pizzica ancora da prima. Infilo le mani nello spazio rimasto tra il mio petto e il suo. Stringo i suoi capezzoli, bottoni di carne che accendono il nostro disperato bisogno di toccare qualcosa di libero.
“Ci sei mai andata a letto con una come me?” lo dice come se stesse chiedendo informazioni su un reato minore.
“Se intendi con una puttana, no. Con un’altra ragazza al liceo, un paio di volte,” dico.
“Mi hai appena chiamata puttana?”
Avvicino la bocca alla sua: “Non sprecare ossigeno.”
Butta fuori le parole insieme alle risate: “Adesso parli quasi come lui, però sei più bella. Mi stai facendo eccitare.”
Sta giocando, e io sto perdendo. Proprio come con lui. Diventerò una pervertita totale! Dovremmo smettere e non lo facciamo.
“La mia fica si sta squagliando,” la avverto.
“Come quando lui ha sparato al muro e ti sei fatta la pipì addosso.”
Strozziamo il riso nei polmoni prima che si trasformi in un suono.
Oltre il muro stridono violini e un ritmo metallico, poi legnoso. Sembra il battito di un cuore malato o il rumore di una trivella. Si sente il rotolare pesante e cupo di una palla da bowling.
Bum.
L’impatto dei birilli.
La voce di Daniel Day-Lewis passa da un sussurro viscido a un urlo che spacca i timpani: “Eccola, guarda. Questa è la mia cannuccia. Vedi? La mia cannuccia attraversa la stanza e arriva nel tuo frappé. E io lo sbafo! Io ti sbafo il frappé! Lo sbafo tutto!”
L’inquilino di là si sbellica dalle risate. Mi sta facendo fare un ripasso di tutta la mia cultura in fatto di cinema.
Marina dice: “Che film è questo?”
Ci penso un attimo, poi mi viene: “Il petroliere.”
Insisto sulla sua bocca. I nostri toccamenti perdono precisione e diventano puro strofinamento. Infilo le dita sotto la barriera delle sue micro-mutande.
Marina alza un dito: “Dovremmo usare quella crema.”
“Come?”
“Come in qualcuno di quei porno. L’hai visto mai -LA DOLCE FICA?- dove si riempiono l’inguine di panna e leccano per ore?”
“Ma davvero tu guardi quella roba?”
“Si deve studiare anche per fare la puttana.”
Mi apro sul materasso, le gambe separate. Chiudo gli occhi, spengo la vista per acuire gli altri sensi. Quella sostanza morbida e densa; riscaldata dal calore delle sue dita, inizia a coprirmi la pelle millimetro per millimetro. La spalma premendo con delicatezza, facendola scivolare tra le pieghe umide delle mie grandi labbra. Poi subentra la carne viva: ci mette la lingua, traccia linee bagnate, concentriche. Un riflesso condizionato mi scuote le fibre dei muscoli e i nervi sottopelle. Mi ripiego in due e lascio che la sua bocca faccia il vuoto dentro di me. Ma poi, d’un tratto, lei si interrompe. Quando si stacca, l’aria della stanza colpisce la pelle rimasta bagnata, e nel petto scatta una fitta secca, come un attacco di astinenza improvvisa. Il materasso si muove mentre lei si solleva, afferra la bottiglia sul comodino. La guardo svitare il tappo e mandare giù un sorso enorme di whiskey.
Dico: “Che fai?”
Torna giù tra le mie gambe. Appoggia la bocca bagnata di alcol sul mio punto più sensibile e ci mette la lingua. Il whiskey brucia e mi fa saltare.
“Sarà uno spasso quando vedrò il diavolo mettere la bocca su quella bottiglia. Si ritroverà a leccarti la fica per procura, senza saperlo. ”
Mi scappa un singhiozzo allegro
Lei accelera il ritmo. Mi irrigidisco, le mie dita si piantano nei suoi capelli. I muscoli si contraggono in un loop incontrollabile. Un’ultima spinta umida e mi lascio andare. Mi accartoccio su me stessa con un respiro strozzato, mentre il corpo si arrende e crolla.
Slitto sotto il lenzuolo, lasciando che il tessuto accarezzi la mia schiena mentre mi faccio spazio tra le sue gambe calde per restituirle il favore.
Cerco le sue mutande e le tiro via. “Se entra qualcuno adesso, mi resterà una voglia da crepare.”
– E a me? Una voglia tremenda di leccare.
Non è il momento giusto. È l’unico possibile.
Mi piace vederla nuda.
Di là Lori strilla con la voce arrochita come dopo giorni di pianti. Urla che siamo maledetti, delinquenti; che dobbiamo crepare tutti.
Marina fissa il muro: “Quella stronza fa troppo rumore.”
Lori sbatte i pugni contro la porta. “Portatemi da mangiare, bastardi!”
“Finirà per sbranarci vive?” le chiedo.
“Macché. Se non la pianta i topi mangeranno lei.”
La lasciamo perdere.
L’eccitazione nei suoi occhi mi fa capire che posso muovermi in fretta.
“Mi guardi come se fossi delicata,” dice. “Non lo sono.”
Uso tutta me stessa per farla godere: lingua, le mani, il naso. La lecco finché non sento il sapore del sale e della crema tiepida. Voglio sparire lì dentro, in quel calore bagnato.
Con lei il tempo si piega.
“Vienimi in faccia,” le mormoro quando sento che inizia a contrarsi.
“Con te non è difficile. Non devo fingere niente.”
Tengo dolcemente il suo clitoride gocciolante tra i denti. Sento passi in corridoio, ma vanno verso la cucina.
Mi rimetto a leccare Marina. Non voglio fermarmi adesso.
Mi giungono suoni strani dalla cucina. Maledizioni di sicuro, dette in un’altra lingua mettono ancora più paura.
La musica di Jasmin si è alzata, resto lì con la lingua tesa verso la sua salvezza.
Il corpo la tradisce prima che lei decida, sento il suo umore scorrermi tra le labbra. Mi si aggrappa alle radici dei capelli come se stesse per cadere. Chiudo gli occhi, è troppo, e non basta, a nessuna delle due. Ci fermiamo un attimo. È l’attimo peggiore.
Marina sta per inondarmi la bocca, ma non riesco a berla di lei perché si apre la porta.
Restiamo vicine senza guardarci.
“Bene,” la voce di Dasho mi raggela. I suoi occhi azzurri, riempiono tutto il mio campo visivo. Girano veloci per la stanza. “Ecco dov’era la bottiglia nuova.”
L’abbiamo rubata davvero.
Siamo rimaste come due streghe, i nostri corpi sono aggrovigliati, le minigonne tirate su, l’odore di femmina si mischia a quello di erba di Irina, è nauseante. Lui si ferma a fissare il comodino.
Marina si riveste in fretta, tirando giù il bordo del top con le dita che le tremano: “È qui, è qui. Non pensavo che ne avresti fatta una tragedia. Nadia lo beve sempre.”
“Ma davvero? Nadia è pure ubriaca?”
Mi viene da ridere anche se non c’entra niente. La vedo bene Nadia, nei panni della casalinga che beve per passare le giornate.
Dasho mi guarda dall’alto. Non mi stacca gli occhi di dosso, fa saltare il tappo e si appiccica il collo della bottiglia alla bocca. Pare un serpente che ipnotizza un uccellino, questo mi evita di ridere.
La sua mano solleva Marina afferrandola dai capelli.
“Vedo che se non avete cazzi, vi date da fare tra di voi, troie.”
Marina dice: “Era solo un gioco, stavamo facendo finta.”
– Non era solo un gioco.
“Non mi piacciono le finte nella mia casa, queste stronzate tolgono energia al lavoro.”
Non riesco a dire niente.
Il mio cervello è andato in sciopero.
Mi ritraggo sotto il lenzuolo per rimpicciolire il mio corpo di qualche centimetro, almeno.
Lui mi guarda. “A casa tua non hai un cazzo da fare? Lo sistemeremo.”
La sua faccia si avvicina a quella di Marina. “E questa che roba è?”
“La crema che ho insegnato a Nadia. Così può farla per te.”
Le solleva il viso dando uno strattone ai suoi capelli. Vedo l’altra sua mano colpirla in pieno viso.
Lo guardo infilare le dita dentro di lei ancora bagnata. “Questa, serve a guadagnare, a pisciare e a farci pisciare me. L’hai dimenticato?”
“No.”
Spariscono senza che nessuno pensi a me.
Mi butto sul letto e sospiro. Dopo un tempo indefinito vado a cercare Jasmin ma trovo Irina.
“Una sigaretta?”
“Ti ringrazio.” La prendo e usciamo sul balcone.
Irina guarda i tetti delle case. “Che giornata noiosa.”
Arriva anche Jasmin. “Angela sei ancora qui?”
“Sì. Vuoi che me ne vada?”
“Ma figurati.”
“Ci rompi la routine,” dice Irina.
Attraverso la pioggia vedo i fari delle auto come lucciole deboli. Per un attimo la vista mi si oscura. Fisso l’asfalto bagnato davanti a noi, poi la ringhiera, infine le piastrelle del balcone.
Jasmin mi guarda. “Ti annoi?”
“Penso a Marina.”
“Che ha Marina?”
“Oggi scopavo in pace con lei e lui è venuto a rompere i coglioni. Ora non so cosa le sta facendo.”
“Niente di più che finirsi il whiskey mentre se la scopano tutti. È un normalissimo pomeriggio di lavoro.”
“Un normale pomeriggio di lavoro,” dice Irina, “coi clienti più facili che esistono. Non deve nemmeno far finta che le piaccia.”
Dopo un momento di silenzio dico: “Sono contenta che stiano bevendo quella bottiglia. Marina ci si è attaccata dopo avermi leccato la fica fino a farmi venire.”
Irina si spalma contro il muro e si spancia dalle risate. “Se se ne accorge te la spacca in testa.”
E poi soffro di questa bulimia emotiva e non riesco a trattenermi dal chiedere alle ragazze di raccontarmi le loro più tremende storie.
“Non mi hai mai raccontato di te,” dico a Jasmin.
“È solo la stupida storia di un’altra ragazza stupida, che ha incontrato un tizio che mai vorresti conoscere. E mentre cercava di levarsi da un guaio è caduta in un altro ancora più grosso. Ma potrei raccontartela da un’altra parte… noi potremmo continuare a vederti lo stesso.”
Capisco che non ha voglia di parlarne e che tutte e due si sentono in dovere di buttarsi in un tentativo di farmi rinsavire.
Non ho intenzione di ascoltare sermoni, ma la loro compassione mi fa bene al cuore, davvero.
Jasmin prova per prima. “Sei una brava donna, voglio rivederti altrove. Lascialo quest’uomo. Non ha niente per te.”
“Se solo ci penso,” dico, “sento una fitta nel petto.”
Jasmin piega la testa come se vedesse un cagnolino investito sul ciglio della strada. Appoggia tutte e due le mani alla ringhiera.
Irina butta la sigaretta. Scivola verso il basso a braccia conserte. “Tra due anni pregherai per trovarti in qualunque altro posto che non sia questo. Finiscila qui. Prendi la tua roba, cambia città. Fallo prima che il veleno della strada ti porti la nostra stessa infezione. Tutto quello che può fare Dasho per te, è iniettarti il veleno della strada.”
“Apprezzo il vostro impegno, sul serio ma non saprei proprio che altro fare oltre a ritornare sempre qui.”
Jasmin riflette. “Ci sarà pure qualcosa di interessante in TV. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, potresti iscriverti di nuovo all’università. Diventare la professoressa che volevi essere. Così magari diventi tu la padrona…”
Increspo le sopracciglia.
“La padrona di che?”
“Delle classi. Saresti una professoressa molto porca. Potresti obbligare tutti a soddisfare le tue voglie per un voto alto.”
“Mi fai venire in mente quel mio professore che anni fa è stato davvero indagato per una cosa del genere. Il giornale titolava:
SCHIAVE PER UN 30.
Stando all’indagine aveva obbligato le studentesse a lavargli la macchina e a fargli la spesa. Lui si difese dicendo che era vecchio e aveva domandato giusto qualche aiutino, e non c’entrava nulla coi voti. Alla fine non gli fecero nulla.”
Ridono loro e rido anche io.
Chissà perché mi fa venire in mente Anna.
Jasmin sta togliendo foglie secche dalle aromatiche che Nadia tiene sul balcone: “Quello che succede qui all’inizio ti fa incazzare. E poi sarà sempre peggio.”
Rientriamo ma non ho il coraggio di avvicinarmi a quella stanza. Scroscia un fiume di risate che mi manda il sangue alla testa.
Finalmente vedo Marina uscire. Se ne va in bagno. Stava per chiudere la porta, ma mi vede e la lascia aperta.
Traffica col collutorio che non si apre.
“Che è successo?” mentre glielo chiedo Jasmin si piazza dietro di me.
“Niente che non succede in un normale pomeriggio di lavoro. Non preoccuparti.”
Vorrei scomparire.
Penso che è colpa mia.
Lei se ne accorge. “Aiutami con questo.”
Premo e giro, premo e giro e dopo quattro tentativi il tappo salta.
“Non ce l’ho con te, anche se non hai detto una parola e ti sei nascosta sotto il lenzuolo come una coniglia.”
“Mi dispiace,” dico. “Mi succede sempre.”
“Ho solo ingoiato un altro mezzo litro di crema. Quella di prima era più dolce. E Ditmir ha raccontato quella brutta barzelletta sulle vampire lesbiche. La conosci?”
La conosco, la raccontava anche Francesco. Si vedevano una volta al mese e poi si ridavano appuntamento al mese successivo. Ma non mi viene da ridere.
“Era un incontro mensile romantico,” dice Jasmin, “oppure con fattura?”
Marina ci pensa. “Angela, in effetti, mi stava pagando la ricostruzione delle unghie.”
Neanche mi sforzo di provare a ridere, ho il sale che preme per uscire dagli occhi.
Allora Jasmin si piega verso la mia faccia piagnucolosa e dice: “Come entrano cinque lesbiche in una macchina?”
“Non lo so.”
“Due davanti, due dietro e quella in mezzo si scopa tutte e quattro.”
Irina ride. “Ma Marina ha succhiato quattro cazzi e una fica. Ha fatto il turno doppio.”
“Una cliente più quattro, pausa zero,” dice Marina.
“Spero che ti mettano almeno la recensione su Google,” dice Jasmin. “Cinque stelle.”
Marina mi toglie dalle mani il tappo di quel collutorio verde economico e lo richiude. Si preme le dita sulla nuca. “Sto vedendo cinque stelle veramente… E ho avuto la conferma che la fica è meglio.”
“E paga sempre,” aggiunge Jasmin.
Loro si sbellicano, io no.
Se rido anch’io, allora è tutto normale.
Sento la voce di Ditmir chiamarmi. Quello che succede qui dentro, mi fa incazzare proprio come ha detto Jasmin.
Dasho è sulla sua solita poltrona ma non alza neanche gli occhi dai fogli che legge.
“Visto che hai tutta questa voglia, stanotte lavori.”
“E cosa dico a mio marito? Non posso inventarmi una scusa credibile così, all’ultimo.”
“Esci con Irina, Marina e Valjet alle nove.”
Comincio a pensare alla scusa da rifilare a Matteo. Dasho non cambierà idea, lo so.
Sono inferocita.
“Vuoi dire qualcosa? Fallo.”
Lo guardo e penso:
Cerca di essere un uomo normale.
“Vorrei che tu fossi un uomo per una volta.”
Dasho resta immobile. Non so più cosa dire quando alza lo sguardo.
“Hm. Così mi parli?”
– Ma che mi è venuto in mente?
Gli occhi gli sono diventati fredde agate blu.
“Interessante. Non lo sono?”
Provo a prendere aria… faccio un respiro profondo, poi lo dico.
Mi si stringe la gola.
– Vorrei che fossi un uomo… che non ha la testa così dura, penso. Non posso dirlo così…
Se non puoi dare altro almeno guardami. Guardami come uomo qualsiasi guarda una donna.
Provo a spiegare ma i suoi occhi mi fanno intrecciare la lingua e i pensieri.
“Scusa, voglio dire… Vorrei solo che ti comportassi da uomo.”
Dasho chiude i fogli. Si alza.
“Va bene.”
Tra di noi c’è lo spazio di due passi.
Ora non c’è più.
Ho sentito solo un contraccolpo secco.
È diventato tutto nero.
“Angela—”
La voce arriva da lontano, come da dentro un tubo.
“Ma che gli hai fatto?”
Questa è Marina.
Guardo sopra di me. Vedo Valjet che mi sparge in faccia i suoi capelli viola, Jasmin tiene un tovagliolo insanguinato, sospeso sopra la mia faccia.
Sento un sapore di monete di ferro in bocca. Deglutisco e non so se sto ingoiando o perdendo qualcosa.
“Be’?”
Raccolgo con la mano il sangue tra la mia bocca e il mio naso.
Mi sembra di ricordare.
“Niente. Gli ho detto una cazzata.”
Non so perché sto parlando.
Jasmin mi leva il fazzoletto dalla faccia. Mi tiro su e vado in bagno. La luce è già accesa ma mi sembra nuova, come se non l’avessi mai vista. La mia faccia nello specchio ha la bocca gonfia. Non sembra la mia finché non mi tocco le labbra, e da una ferita in alto a sinistra stilla altro sangue.
L’orologio del cellulare segna le otto e trentacinque e non ho ancora una scusa valida per Matteo. In compenso ho le labbra rifatte, con rossetto autoinchiostrante incluso.
Non ricordo di averlo messo.
“Non so che inventarmi.”
Valjet si siede. “Quand’è così fai sempre un discorso improvvisato, mettici dentro una verità ogni tre cazzate. Suona naturale.”
La guardo incerta. Lei insiste: “Funziona.”
Chiamo Matteo. Gli dico: “Sono stata a visitare una mia compagna di classe del liceo…”
E questa è una cazzata.
“Una ragazza che sta studiando per fare l’estetista, abbiamo passato il pomeriggio a farci le unghie e a mangiare una crema fatta da lei…”
E queste sono tre verità.
“Amore, mi vorrei fermare a dormire da lei…”
Cazzata.
“Abbiamo bevuto e non mi va di separarmi da lei… Non mi va di separarmi da lei perché non viene spesso, non è di Milano…” Due verità.
“Funziona?” chiede Valjet con il labiale.
Faccio segno di sì con la testa.
Non so a chi sto rispondendo.
“E poi ci hanno raggiunto altre amiche e stiamo per fare una festicciola…”
Irina scioglie la vestaglia e urla per farsi sentire: “Stiamo mettendo su un pigiama party!”
La sua voce rimbalza troppo forte, come se fossimo dentro qualcosa di vuoto.
Riattacco.
“Se l’è bevuta?” chiede Irina.
“Sì, ha detto che mi ama e mi augura buona serata. Ora devo solo pensare a come coprire questo domattina,” mi indico la faccia.
“Dici che ti sei alzata di notte in una casa che non è tua. Non hai visto un gradino e hai sbattuto il muso sul pavimento, cose che capitano.” Assicura Valjet.
“Ottimo. Grazie a te, sto diventando un’artista della bugia.”
Siamo sul marciapiede. L’aria è fredda ma non la sento subito. Mi tocco le labbra. Marina mi osserva.
“È colpa mia,” dico. “E mi dispiace anche per te oggi, ho iniziato io.”
Marina scuote la testa.
“Come no? A lui viene voglia di fare casino perché non sa come ammazzare il tempo, è colpa tua. A tua madre gira il cazzo, è colpa tua. Tuo marito si sveglia con la luna storta, è colpa tua. Sei tu, sì, l’Angela del Signore, proprio quella che toglie i peccati del mondo.”
Irina ride e Marina continua: “Piove, ed è colpa tua. I prezzi aumentano per colpa tua. Le Torri Gemelle? È stata Angela, la donna colpevole… Quel casino… l’invasione dell’Iraq, scommetto che ci hai messo lo zampino. La rivoluzione industriale che ha lasciato senza lavoro un sacco di gente… indovinate chi l’ha fatta partire?”
Irina si accende una sigaretta. “Senza dubbio Angela, è farina del tuo sacco.”
Valjet ride più forte. “È davvero colpa tua di tutte queste cose?”
“Sì,” dico, “di tutte quante, sono la sola responsabile. Sono io che ti ho bruciato la casa, io che ho deportato Liveta, io che ti ho venduta. Fattene una ragione!”
“Ti voglio bene lo stesso.”
“Dovrebbero arrestarti per prevenzione,” dice Marina.
“Questo viale sembra la corsia di un ospedale piena di infermiere-pagliaccio,” dice Irina.
“È documentato il potere curativo delle barzellette,” risponde Marina.
Nonostante ciò il mio cuore muore. “Sono io la barzelletta.”
“Il fatto che ci credi fa più ridere di quello che dici,” mi risponde Valjet.
Irina all’improvviso ha gli occhi lucidi. Forse ha messo gli aromi segreti anche dentro le sigarette. “Ci credi ancora, povera fessa?”
“La colpa è di mia mamma che ha sempre detto: Tieni duro, datti da fare e vedrai che andrà tutto bene.”
Ah, ah, ah.
“La mamma ti ha detto che se ce la metti tutta, letteralmente, se la dai a tutti, qualcuno di quegli dèi che ti ha fatto studiare… come si chiama quella tizia che andava in giro nuda a darla a tutti e faceva innamorare la gente?”
“Venere,” dico.
“Ti ha detto che se preghi Venere ti sistema a vita con un magnaccia, un assassino e un ladro?”
“Oh, vi prego non date la colpa a lui.”
Valjet dice: “No, hai ragione. È colpa dei genitori, sono sempre loro che ti fregano per primi. Guarda i miei… Mi hanno venduta per ricomprarsi una stalla e due maiali.”
La mia faccia mi guarda dallo specchietto di Marina. Dice: -Lascia in pace Venere. La figlia di Zeus non regala mele avvelenate.-
Marina si calma. “Hai la mania del controllo. Tutto dipende da te.”
“Io non voglio controllare nessuno, ma non vorrei mai che una persona avesse un male per causa mia,” dico.
“Tu e lui,” dice Marina, “avete in comune la mania del controllo. Ed è per questo che tutto il male ti sembra venire da te.”
“Be’, se il figlio di Dio ha scelto di morire per i miei peccati, io posso accollarmi almeno quelli del nostro condominio.”
Questa mi sembra una battuta brillante.
Invece la faccia di Marina si spegne. “Sì, sì. A proposito, cosa gli hai detto prima?”
“Gli ho detto che doveva fare l’uomo.”
Irina mi guarda: “E perché?”
“Perché si chiama Amore e ti rompe la faccia, come un ariete.”
Irina fa cadere la cenere dell’ennesima sigaretta. “E tu fai il capro espiatorio. Siete perfetti l’uno per l’altra.”
***
Idra…
A Matteo la mattina ho detto che ero caduta.
Non voglio fare pena.
Non a lui.
Non a te.
Mi ero ridotta così da me stessa.
Dio.
A casa della mia amica c’era un gradino in bagno.
Non l’avevo visto.
Io.



Hai ragione, ma la storia è stata presentata così perché è stato soprattutto lui a confidarmi le loro esperienze, con…
È così, alla fine si capisce quanto hanno influito i rapporti incestuosi della famiglia in come è diventata Laura, la…
E mano male che la signora la volta precedente diceva che era il marito che aveva voluto… Che famiglia…
Beh a me non dispiacerebbe invece il racconto da parte di Laura. Ormai da parte di lui è diventato ripetitivo.…
Ti ringrazio per il bel commento. In realtà la storia è basata sulla lunga confidenza di una coppia di sottomessi,…