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Prigionia

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(Riposto questo racconto dato che ho cambiato account per motivi personali.

Aggiungo inoltre che questo racconto è una dedica a scaaty, dato che mi sono liberamente ispirato al suo racconto, che potete trovare qui sul sito, “Asta”)

Evrilith si stava guardando intorno, dietro alle sbarre di bambù in cui era rinchiusa tutto aveva qualcosa di strano. Le sue orecchie a punta, il suo viso dai lineamenti elfici stonavano cosi’ tanto con tutto quello che aveva intorno. Oltre al fatto che lei stessa non aveva mai visto un Elfo in gabbia fino a quel momento. Sembrava invece che ce ne fossero molti, vari legati e con dei segni visibili sui loro corpi, altri nudi in ginocchio in una sorta di meditazione. Era confusa. Perché era lì? Lei stava a guardia di uno degli avamposti sul confine, era stata attaccata? Sembrava tutto cosi’ dolce e mellifluo, si sentiva su una nuvoletta, una parte di lei le disse che era stata drogata, un’altra sorrideva perché sembrava essere finita a Taridazk, la città nascosta di cui le leggende parlano. Quella da cui provengono tutti i peggiori mali del mondo.


Quella in cui il suo popolo viene deportato per venir schiavizzato. Questo pensiero la fece scuotere dal torpore.

Aveva un collare di ferro attorno al collo.

Era disarmata.

Era nuda. Un lampo le ricordò cosa era successo.

Non era possibile, erano stati accerchiati ed erano stati catturati, lei, il sergente sotto cui serviva, neanche ricordava il suo nome. Ricordava solo che tranne lei tutti avevano combattuto fino allo stremo delle forze. Lei invece era stata colpita alla nuca da un mezz’orco. Ed era stata portata via, pensò.

Mentre si perdeva in questi pensieri Evrilith si rese realmente conto che ben più di qualche paia di occhi la stava osservando. Decise di muovere gli arti per proteggersi da quegli sguardi cosi’ penetranti. Voleva sprofondare, le leggende sembravano esistere. Davanti a lei vedeva creature di ogni tipo, non solo orchi, goblin, umani…Ma anche scheletri, varie forme di non morti, maghi oscuri che nascondevano il volto ma avevano occhi rossi e luminosi che penetravano le carni della giovane elfa.

Si sentiva nuda dentro. Indifesa. Una parte di lei stava cedendo. Ma la regalità e l’indole della sua razza non le permettevano di gettare la spugna. Si accuccio coprendosi meglio che poteva, e decise di non guardarsi attorno.

Sentì che la sua gabbia veniva fatta alzare e il movimento la fece sobbalzare forzandola a rotolare di lato dalla posizione che aveva preso. Si rese conto che stava venendo spostata nella piazza centrale da quattro orchi, mezz’orchi in realtà, ma lei non poteva cogliere la differenza in quel momento. Davanti a lei la scena non era troppo complessa. Su una sorta di patibolo vi era un uomo, grasso e basso, e sicuramente che da tempo non conosceva il sapone, che stava urlando ad una folla di persone. Queste ultime erano divise quasi in settori: le prime file ordinate e distinte, si potevano osservare persone ricche che guardavano il palco in maniera attenta pensando a ciò che osservavano. Dietro poi c’era una bolgia che spesso veniva sedata da guerrieri, anche loro di varie razze, in divisa ufficiale. Lo stemma della città era lo stesso di quello delle leggende, l’unico disegno che si conosceva risaliva ai tempi della distruzione del regno di Neterhall, ed erano due corvi che trasportavano un teschio dalla cui bocca usciva un serpente.

“Signori questo è il nostro ultimo umano, costa poco solo perché nel portarlo qui sembra che abbia provato a scappare!” urlò il banditore. “E questo, come ben sapete non è concesso!”.

La folla iniziò a ridere e ad indicare l’uomo alla gogna, si vedeva che aveva una gamba fasciata e steccata, e che a stento si reggeva in piedi. Ma di tutto questo Evrilith colse solo una cosa. Stava vedendo per la prima volta una sorta di asta per la compravendita di esseri umani: elfi, nani, orchi… E il malcapitato prima di lei era stato etichettato come un “lotto”, una merce da vendere e che costa poco.

Evrilith sbiancò. Era arrivata nella città del male. Guardo le prime file e si rese conto che erano i nobili ricchi di quella città. Maghi potenti, guerrieri che erano scesi in guerra, famiglie che speravano di conquistare una fetta di mondo e tenerla tutta per loro. Gente senza scrupoli. E lei, ora, stava per entrare a far parte delle loro case. Come un oggetto.

Si disse che non avrebbe ceduto.

Mai.

“Ed ora il prossimo lotto, dai forza, fatela uscire che tutti la aspettano da tempo!” disse il banditore guardando dentro alla gabbia. Si sporse poi verso la folla cercando di “coprire” quello che stava accadendo alle sue spalle:” Lei viene direttamente dal regno Elfico. Come sapete ogni mese facciamo il possibile per portarvi un bocconcino prelibato, la ciliegina sulla torta, ecco a voi il vostro dessert, un’elfa”.

E aprendo vistosamente il braccio di lato fece un passo per far vedere Evrilith. La poverina era stata tirata fuori di peso da due mezz’orchi, che in questo momento le bloccavano le braccia. Con una mossa repentina e molto atletica cercò di colpire uno dei due carcerieri, che, sentendo la botta allentò leggermente la presa.

La bolgia successiva si fermò ancora prima di iniziare. Il pubblico della seconda fila tifava per lei. Le persone in prima fila sorridevano. Il banditore esultava, l’avrebbe venduta per non meno di un capitale.

I quattro mezz’orchi che avevano trasportato la gabbia quasi in processione agirono.

In meno tempo di quello che Evrilith aveva impiegato per liberarsi si ritrovò nuovamente bloccata per i polsi e, non appena tentò di scalciare caoticamente, scoprì che per quei giganti il suo peso era quasi nullo.

Si ritrovò cosi’ con i polsi immobilizzati sopra la testa e le gambe tirate su, all’altezza delle spalle con tutte le sue nudità esposte.

“Guardatela, fiera, forte. Ancora nel pieno delle forze. Dovete addestrarla, certo, ma non è quello che desiderate? Guardate nessun segno di sottomissione!” e girandosi verso quello che sembrava il capo tra i quattro indico Evrilith guardandolo negli occhi.

L’orco inizio a palparla senza ritegno. Evrilith sbiancò prima, poi arrossì di rabbia. L’uomo decise poi iniziare a sculacciarla. La folla era ammutolita e seguiva ciò che il mezz’orco stava facendo a quell’elfa indifesa.

“Vedete? Per riuscire a bloccarla servono tre mezz’orchi e non ama nemmeno sentirsi umiliata. Guardate, vi do la prova! Toccala!” E a quella parola il mezz’orco le infilò senza alcuna cerimonia due dita dentro alla vagina.

Evrilith urlo. La folla ebbe la classica reazione di stupore.

E poi Evrilith non seppe più nulla, se non che l’asta era iniziata e che, di tanto in tanto, i mezz’orchi la palpavano sotto il comando del banditore.

Di quella giornata ricordò in particolare solo di Lui, del suo charme e del fatto che guardandolo aveva provato una fitta al cuore. Portava un mantello blu scuro, come la notte. Quando si decise ad entrare nell’asta fece un’offerta assurda che ammutolì chiunque. Era un Elfo nero, simile a lei tranne per la pelle, di un grigio intenso che faceva capire che non era un elfo di superficie. Gli occhi viola, penetranti, l’avevano colpita e mandata in subbuglio. Quell’uomo aveva qualcosa di davvero carismatico e lei, essendo giovanissima, si fece rapire fin troppo presto dalla malia di quei tratti.

“Padron Thorgul offre diecimila monete d’oro per l’elfa…Altre offerte?”

Il banditore lascio scorrere qualche secondo senza nemmeno contare, sapeva che nessuno metteva i bastoni tra le ruote ad uno dei membri del consiglio della città.

“Padron Thorgul, l’elfa è tutta sua!”.

Il martello batté sul tavolo.

L’elfo salì le scalette seguito da una figura immensa costituita da un’armatura gigante di ferro e da un mezz’orco.

Guardò l’elfa in silenzio, non disse nulla. Con un cenno del capo fece segno di farla tornare in piedi ai mezz’orchi che la bloccavano e con un movimento repentino le mise una mano attorno al collo. Non disse nulla, non una parola. Ma Evrilith, senza rendersene conto non riuscì a reggere il suo sguardo. Abbasso gli occhi perché non poteva abbassare il capo.

Thorgul sorrise. Recitò delle parole che pochissimi conoscevano e scompari assieme ai suoi due servitori.

Evrilith era stata venduta.

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