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Sara – Giornalista di Guerra – Capitolo 2

Una sensazione di freddo.

Freddo umido, freddo nelle ossa.

Torpore, sensazione di trovarsi in un mondo ovattato, a rallentatore.

Sara aveva aperto gli occhi, dopo un periodo che le era sembrato infinito, e si sentiva contratta, a disagio. Si sentiva così stonata che si era dimenticata dove fosse; pensava di essere a Roma o a New York nelle classiche mattine in cui tornava da un lunghissimo volo autunnale oltreoceano e si trovava a dormire in un hotel ancora senza riscaldamento acceso. Stavolta si sarebbe lamentata con il personale dell’albergo pensò!

Aveva dormito di lato, fianco sinistro, piano piano cominciò a muovere le gambe, voleva riprendersi da questa nottata agitata. Mosse le gambe, con le ginocchia che le duolevano, flettendo prima una e poi l’altra gamba, avvertendo fastidi strani.

Sbadigliò con la reazione naturale a portare la mano sulla bocca; anche da sola, alcune norme di buona educazione le venivano naturali. Ma la mano non si mosse, non capiva. Provò di nuovo, ma sembrava un corpo senza braccia.

Provò ad alzarsi di schiena ed una serie di dolori e situazioni vennero alla luce. Aveva le mani e le braccia legate dietro la schiena, a livello dei polsi e dei gomiti, praticamente addormentate, per questo non ci aveva fatto caso subito.

Una sensazione di terrore si impossessò di lei, improvvisamente le tornò tutto in mente….panico, paura, ansia ed iniziò a dimenarsi da terra. L’ultimo ricordo era di lei che si sentiva debole, con le ginocchia che cedevano ed il mondo che andava sottosopra. Adesso non capiva dove si trovava, non capiva dove l’avevano portata, non capiva perchè l’avevano legata.

Aveva passato tante situazioni di paura in guerra, al seguito dei militari, ma era la prima volta che veniva rapita e che, soprattutto, si trovava sola. Respirò, si fece forza, provò a pensare a tutti gli insegnamenti dati nei corsi militari in queste situazioni.

Cercò di non piangere, cercò di far finta che andasse tutto bene, cercò di pensare che presto sarebbero venuti a prenderla. Ma lei non aveva un localizzatore, ma soprattutto non aveva seguito la squadra nel momento dell’assalto. Era un ago in un pagliaio in quella zona di guerra.

Facendo ricorso a tutte le sue abilità di ex atleta di ginnastica, dopo essersi dondolata per terra, riuscì a darsi la spinta per mettersi a sedere, nonostante l’impossibilità di aiutarsi con le braccia. Quello che però era un gesto naturale, il sedersi, per lei si rivelò molto doloroso. Un dolore intenso, una presenza ingombrante, un qualcosa di molto fastidioso le premeva da dietro, nella parte posteriore del suo corpo. Non le impediva di muoversi, ma sicuramente era un qualcosa che le dava tormento, fastidio.

Una discreta luce nell’ambiente permetteva di non essere nell’oscurità e le permise di guardarsi e di rimanere stupefatta.

Non indossava più nulla dell’abbigliamento militare del giorno precedente o, comunque, del momento precedente allo svenimento, ad eccezione forse delle calze di spugna che aveva in dotazione.

Niente giubbino antiproiettile, niente zaino, niente pantaloni coi tasconi ma, soprattutto, notò proprio l’assenza di un abbigliamento nella parte inferiore del suo corpo.

Dopo essersi abituata un minuto a quella luce soffusa ed essersi osservata nei limiti del possibile, sobbalzò quando si vide riflessa in uno specchio posto proprio difronte a lei.

Non credeva alle coincidenze o al caso, sapeva che qualcuno le aveva lasciato uno specchio lì per un motivo. Si guardò allo specchio, così seduta com’era con faccia sorpresa, incredula.

Il suo nuovo “abbigliamento” era veramente minimal…c’era quello che rimaneva della sua maglietta bianca che a stento le copriva il seno.

Le avevano tolto anche il suo reggiseno contenitivo a top e questo le aveva creato un sentimento di rabbia, essendosi sentita toccata, vista e subito chissà che cosa mentre lei non era cosciente. Ma la vera rabbia e paura vennero fuori quando allo specchio riuscì ad inquadrare la parte di sotto del suo “abbigliamento”. Portava solo una mutandina bianca del tipo quasi trasparente, che doveva essere almeno un paio di taglie più piccole della sua taglia (e non aveva di certo un culone). Quasi una misura da bambina/adolescente. Quello che poteva sembrare un collare di cuoio completava gli accessori indossati della giornalista.

Si sentiva così costipata lì sotto, sentiva qualcosa che non andava, provava dolore. Decise di scendere piano piano con la schiena e di allargare le gambe per vedere cosa non andava. Non era sufficiente, così armeggiando con la schiena e con le gambe riuscì a girarsi completamente e trovarsi piegata a 90 gradi di spalle allo specchio.

Le mutandine che portava coprivano ben poco del sedere e notò da subito un piattello nero che fuoriusciva, che era ben visibile al di fuori degli slip. Qualche bastardo le aveva messo un plugin anale durante il suo svenimento e questo creò paura in Sara, non sapendo se qualcuno fosse andato anche oltre e l’avesse violentata. Anche lì davanti, nella sua zona intima, sentiva una presenza estranea, un pizzicotto, ma le fu impossibile capire cosa fosse.

Anche muovendo le braccia a stento riusciva a sfiorare lo slip posteriormente, non poteva far nulla per liberarsi da quegli impedimenti ed imprecò.

Una lacrima le solcò il volto, ma almeno non era bendata, non era imbavagliata ed aveva le gambe libere. Subito pensò che forse l’avevano lasciata lì e, con un po’ di fortuna, sarebbe riuscita ad uscire da quella stanza e chiedere aiuto. Nonostante un po’ di fatica e dolore dato da quell’oggetto piantato nel suo sedere, con qualche manovra riuscì a mettersi in piedi.

L’ambiente era umido e freddo, ma fortunatamente non era completamente scalza e dopo pochi metri trovò quello che sembrava un portone socchiuso. Armeggiando un po’ con la schiena e con le mani riuscì ad aprire la porta; un corridoio spoglio con una serie di porte laterali si presentò davanti a lei.

Camminando lentamente ed attentamente provò ad aprire le varie porte tramite i pomelli. Le trovò tutte chiuse ad eccezione dell’ultima. Non vedeva altre opportunità se non entrare in quell’ambiente, nel resto dello spazio osservato non aveva trovato un’anima viva. La stanza che si presentava oltre la porta sembrava ancora più scura della stanza dove si era svegliata. Chiuse lentamente la porta ed andò alla ricerca di un interruttore o almeno un punto luce sforzandosi di guardare nella profondità dell’oscurità.

Superato un ingresso buio si trovò quello che poteva essere una sorta di ambiente aperto. La stanza principale si presentava spoglia, c’erano solo sedie, tavoli e quelle che sembravano tubature dell’acqua mezze montate ed in bella vista. Una scala e diverse corde completavano l’ambiente. C’era anche una vecchia sedia poltrona, del modello ancora presente in diverse attività di parrucchiere. Camminando si trovò due porte davanti: la prima era completamente chiusa e, con le braccia bloccate, non potè far nulla per forzarla.

L’altra porta, più angolata, non sembrava chiusa, era aperta per cinque centimetri almeno. Tese l’orecchio ed un rumore di motore elettrico si sentiva in lontananza, accompagnato da quello che potevano essere di lamenti….di persone o animali era difficile dirlo.

Poteva tornare indietro o poteva provare a capire cosa ci fosse lì. L’istinto da reporter la spinse ad indagare, a capire se c’era qualcosa o qualcuno che potesse essere utile. Con il piede destro riuscì ad allargare l’apertura della porta ed entrare. La stanza sembrava continuare in fondo a destra, almeno da lì notava le luci. Arrivata alla svolta, Sara rimase inebetita difronte alla scena che trovò.

Piegata a novanta gradi c’era una donna con braccia e gambe bloccate su una sorta di cavalletto. Le braccia erano bloccate in apertura alare orizzontale su una tubatura leggermente rialzata. Le gambe aperte ed i piedi erano legati in tre punti ai poggiaterra di questo cavalletto. La donna era poggiata su una sezione di pelle che sorreggeva la sua pancia, lasciando il suo seno cascare al di fuori in bella mostra. La donna portava praticamente due stracci di una divisa addosso nella parte superiore; nella parte inferiore era praticamente nuda.

Avvicinandosi con estrema lentezza, Sara capì i rumori di motore elettrico. In corrispondenza della parte posteriore della donna, c’era un apparecchio con due lunghe aste. Una puntava nel sedere della donna, l’altro nella sua vagina. Da quello che era possibile vedere erano due falli che riempivano gli orifizi della donna vibrando e producendo un ronzio elettrico con un ritmo lento ma perpetuo.

I lamenti della donna fecero rinvenire Sara che era rimasta senza parole a quella vista. La donna era un continuo movimento..testa, seni, corpo, sedere, si muovevano come se presi da scosse e movimenti saettanti. Sara non riusciva a pensare cosa stesse provando quella donna con quegli aggeggi, ma ci impiegò diversi minuti prima di muoversi, restando a fissare la scena e vedendo i movimenti rotatori dell’attrezzo nella donna.

Il pavimento era tappezzato di cartoni e – proprio sotto la donna – le colorazioni del cartone presentavano diversi schizzi più scuri. Gli attrezzi avevano sicuramente procurato un effetto sulla donna e Sara si sorprese di quanto il cartone fosse coperto di gocce e dispersioni scure là sotto.

Quella donna stava godendo in maniera massiccia colando umori e l’unica domanda di Sara, in cuor suo, fosse da quanto tempo la donna fosse in quello stato emotivo. Sara ci mise poco a realizzare che la donna difronte a lei era la stessa che aveva visto prima di svenire, la donna seviziata da quell’uomo in vestito bianco. Rabbrividì pensando che quella donna potesse essere così tormentata in maniera ininterrotta dalla precedente occasione.

Sarà cercò piano piano di farsi avanti, la stanza era vuota pertanto si avvicino alla donna ansimante, toccandole la testa con una leggera carezza. La donna era così presa da quella situazione di stress e tormento che sobbalzò al tocco di Sara. I grossi boccoli castani quasi risaltarono in aria.

La testa, fino a quel momento abbassata, si alzò di scatto, quasi ferocemente verso Sara, nonostante fosse imbavagliata e non potesse urlare contro nessuno.

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