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Gli uomini di Alma – Capitolo 16 bis

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Caro Diario,
fu così violento e copioso il getto che solo per una frazione di secondo non ne fui investita, grazie alla mia prontezza di riflessi. Il roco gorgoglio della sua gola fu l’avvisaglia che l’eruzione era in corso. La verga s’era indurita, ingessandosi in una impennata marmorea. Dura e grossa come non l’avevo vista mai, l’asta irrorava la cappella di un rosso violaceo; di tanto in tanto la tiravo fuori della bocca per valutarne la condizione, mentre il liquido prostatico colava liberamente, uscendo dalla mia bocca prima che potessi prender fiato e riprendere a pompare. Con tempismo ebbi la prontezza di staccare la lancia e dirigerla verso il suo proprietario. 
 
Schizzò fuori dal condotto il getto violento che raggiunse quasi il tettuccio dell’auto per ricadere, spiaccicandosi sul ventre nudo del suo fattore, seguito da altri due, tre, quattro fiotti, via via meno densi di materiale. L’asta vibrava nella mia mano che reggeva l’obice, tenendola ben salda perché evitasse di imbrattare il mio vestito nuovo. Continuai ad agitare la bombarda, schiacciandola, piegandola riversa, sull’addome del mio esausto ganzo, lontano dalla mia persona.
 
Teo si dimenò, cercando di trattenere l’eiaculazione, ma non poté nulla contro la violenza del parossismo che era costretto, ben volentieri, a subire e si rassegnò, curvando la schiena e agevolando, quindi, la fuoriuscita della lava dalle gonadi, finché la camera magmatica non fu completamente vuota. Lo sfiato violento di Teo lo scosse tutto, mentre s’abbandonava all’euforico piacere post eiaculatorio. Durò parecchio e lo assaporò ad occhi chiusi, prima che il torpore lo invadesse. Ancora una volta in meno di ventiquattro ore il rilascio di endorfine gli aveva concesso di godere del prezioso momento in cui i tessuti si rilassano dopo l’aspra battaglia di sesso.
 
Quasi mi si addormentò fra le mani. Approfittai del silenzio che seguì per prendere i fazzolettini di carta profumata dal vano portaoggetti dell’auto e asciugarmi le mani dallo sperma di cui s’erano imbrattate. Guardai l’orologio sul display della plancia. Era l’una. “Bé, Tesoro, – esclamai – è molto tardi. Sono stanca e devo andare.”
Lui si tirò su per offrirsi premurosamente: “T’accompagno.” – ma non era il caso, mezzo nudo come era ridotto e col freddo che faceva. “No, no, Amore! – lo fermai – Riprenditi; c’è solo un passo dal portone. Abbi cura di te! Ciao, ci sentiamo.”. Lo baciai sulla bocca, scivolando sul sedile di guida; mi strinsi nel cappotto e uscii dal lato guida.
 
Un attimo dopo ero in casa. Il silenzio ovattato dell’appartamento mi abbracciò. Finalmente a casa! C’era un bel tepore. Mi sfilai il cappotto e lo adagiai sul divano, mentre procedevo veloce. Non accesi i faretti centrali, bastava il punto luce diffuso nell’angolo opposto all’ingresso che restava  acceso di sera e di notte in quanto collegato all’interruttore crepuscolare collegato alla sonda per la luminosità dell’ambiente. 
 
Mi diressi in camera mia. Marcella doveva dormire da un pezzo, ma non approfondii l’argomento. Entrai, mi sedetti sulla poltroncina affianco al letto e mi sfilai gli stivaletti, poi andai direttamente in bagno a insaponarmi le mani, lavandole e rilavandomele.
Ma dovetti tornare in bagno per l’impellente necessità di svuotare la vescica. L’eccitazione sessuale mi aveva indotto a dimenticare il bisogno primario. Mi detersi le mani con abbondante sapone, sciacquando e risciacquandole, mentre osservavo meccanicamente allo specchio le condizioni del trucco. Tornai in camera e mi spogliai. 
 
Bello il vestito che Teo mi aveva regalato! Lo appesi alla gruccia, slacciai il braccialetto in pelle e lo disposi sul cassettone. Quindi mi sedetti; sfilai le calze, lasciandole cadere come dei petali di margherita, mentre ripensavo a Teo, mi slacciai il reggiseno e rivedevo l’erezione della sua torre che giganteggiava davanti alla bocca; sospirai, quindi mi alzai, arrotolai le mutandine, facendole scorrere lungo le cosce. Le soppesai sull’alluce del piede e le spedii al volo sulla poltrona. Tornai in bagno.
 
Attratta dal grand mirror a parete che rifletteva la mia figura intera, mi specchiai. Mi girai e rigirai scrutando ogni millimetro d’epidermide. Abbastanza tonica, ben distesa. Cosce, seno, glutei, fianchi, per fortuna, ancora senza quelle orribili smagliature che constatavo sul corpo delle mie pari età in spiaggia, che mi costernavano e mi mettevano in ansia. L’armonia del complesso era ammirevole. Contenta, m’infilai la cuffia; una doccia rapida, un rapido tamponarmi la pelle col telo da bagno e via a letto.
 
Ho dormito tanto, caro Diario, finché non è venuta la cameriera a svegliarmi. “Signora, ho preparato il pranzo e ho sbrigato le faccende. Ora vado via. Verrò nel pomeriggio verso le sedici per rifare questa camera e il bagno.” – mi disse, approfittando del mio dormiveglia. 
“Va bene Carlotta. Apri la finestra, per favore. Grazie.” – non dormivo più. Mi astenni dal chiedere notizie di Giorgio/Marcella perché sapevo che la donna sospettava che non fosse la mia lontana parente che le avevo millantato. Le avevo detto che Giorgio ed io ci eravamo separati. Non potevo certo ammettere dinanzi a lei che Marcella era Giorgio in trasformazione, perché era lei a rifare il bagno e la camera da letto di Marcella e, quindi, doveva saperne molto di più di quel che non diceva; gli oggetti parlano per noi; non occorre essere degli Sherlock Holmes per comprendere. 
 
Sollevai il capo, volgendolo verso il display della sveglia: erano quasi le tredici e provai un languorino allo stomaco: ora di alzarmi! Dopo un pranzetto soddisfacente, mi ritirai in salotto, m’imbucai in poltrona davanti alla finestra e aprii il libro “L’amante di Lady Chatterley” che stavo rileggendo per l’ennesima volta. Mi piacevano le descrizioni naturistiche che di tanto in tanto affioravano nel libro. Mi dava un senso di tranquillità, nonostante fosse considerato di argomento scabroso all’inizio del secolo scorso, quasi cento anni fa. Come passa il tempo!
 
Ero intenta nella lettura del secondo incontro segreto di Connie col guardiacaccia Mellors, quando Marcella rientrò  a casa, canticchiando. Sollevai gli occhi dal libro e osservai che la pendola Hermle Charlotte dorata in radica di ciliegio segnava le quindici. Mi vide e mi salutò agitando le dita della mano destra, avvicinandosi: “Ciao, Tesoro mio! Sono due giorni che non ti fai vedere…! – passando repentinamente ad altro argomento con la stessa vacua futilità con cui aveva espresso la sua sorpresa nel vedermi – Stamattina sono stata da un’amica che tu conosci.”. Accostò una sedia alla poltrona, mi schiaffeggiò lievemente l’avambraccio con la mano, quasi a sottolineare l’importanza della notizia.
 
La guardai, sorridendo. Pensavo: “Ma vedi che bella figa s’è fatta! Guarda che cosce burrose, che petto a davanzale e che culo provocante. Il trucco, sia pure un po’ appariscente, era ben curato; e le mani, laccate. Vestiva giovanile con giubbetto di pelle imbottito e minigonna in pelle nera, collant, modellanti grigi trasparenti a cuoricini, e stivaletti alla caviglia neri. Brava! Poggiai il libro aperto sulle gambe, il dorso rivolto verso l’alto per non perdere il segno; le sorrisi e mi apprestai ad ascoltare quel torrente impetuoso che minacciava a straripare.
 
“L’Adele! La conosci; te la ricordi? – non ebbi modo né tempo di mostrare il mio cenno di diniego perché aveva già ripreso l’argomento – Ma sì, sì che te la ricordi! – e fece con la mano il gesto della scopetta, allontanando ogni dubbio.
“Ma sì che la conosci, svampa! – che stesse per svampita? – Te lo ricordi, forse, quando era Gianni, scusaa!”
“Un amico di bisbocce, immagino!” – feci io.
“Ma se te l’ho presentato qualche tempo faaa! – non lo misi in dubbio e feci cenno di procedere – Saiii? Sì è fatta bionda! Una bella bionda… anche un bel culo… scarsa di seno… non si può avere tutto, d’altronde. – e si aggiustò il suo.”
 
Approfittai di una piccola pausa per chiederle: “Ci sei andata a letto?”. Non che me ne fregasse nulla, ma per pura curiosità femminile.
“Scherziii…! Lo sai che non è il mio tipo. Una bella ragazza…, non discuto, ma non so…, preferisco averla come amica. Ah, volevo dirti, – e di nuovo mi schiaffeggiò l’avambraccio – che ho comprato un giocattolino per me. Più tardi vieni in camera che te lo faccio vedere.”
“Ah, pensavo che fosse per me.” – risi senza avere idea di cosa fosse.
“No, Tesoro, è per me! Ma se vuoi te lo posso prestare.” – ma di che stava parlando? Non approfondii perché non ne valeva la pena.
“Va bene, verrò a vederlo più tardi.” – acconsentii, rendendo tangibile il mio desiderio di riprendere la lettura. 
 
“Scusa, cara, ma ora devo andare. Mi rinfresco un po’ e mi faccio uno spuntino. Sai, sono a dieta! Sai quanto peso? Sessanta chili. Mi trovi in linea, sto bene?” – e, senza aspettare risposta alcuna, si alzò mostrandomi il fianco. 
“Beenissimo! Ora va, non perdere tempo.” – l’esortai.
“Vieni, dopo, mi raccomando!” – e se ne andò sculettando e canticchiando: “ma l’amore no…”
 
Carlotta venne puntuale, rifece la mia camera da letto, rigovernò il bagno e andò via, mentre continuavo a leggere e a intenerirmi delle vicissitudini  di Connie e Mellor. Leggevo e, intanto,  succhiavo un cioccolatino capitato dalle mie parti, quando percepii il rumore di un apparecchio elettrico che proveniva dalla camera da letto di Marcella. Pensai che si stesse radendo e continuai la lettura, ma, poi, il leggero sibilo si faceva insistente e continuo. Non era possibile che avesse tanti peli da radersi!
 
Incuriosita mi diressi alla porta che nascondeva quel misterioso rumore. Bussai leggermente, accostando l’orecchio all’uscio. Il motorino elettrico era in funzione e Marcella non mi sentì. Allora girai la maniglia ed entrai. Diavolo! Marcella stava inginocchiata e china a quattro zampe, nella posizione della cavallina, mentre un grosso stantuffo la penetrava nel sedere, provocandole uno stato di estrema eccitazione. Il suo pinnacolo, sotto la pancia, si muoveva seguendo il ritmo impostogli dalla macchina, aspergendo di liquido prostatico tutto intorno.
 
Lei si dava da fare agevolando l’introduzione e l’estrazione dal suo culetto del grosso pennello di cuoio che la ravanava. Si accorse di me, rivolta com’era verso lo specchio, e con una espressione fra il sorriso e il rapimento dell’atto sessuale, mi fece capire che gradiva molto la mia presenza. Mugolò di soddisfazione, mentre l’insensibile animale le divorava l’intestino retto. Che cazzo, Marcella! Non le bastava tutto quello che uomini in carne ed ossa le avevano propinato appena due giorni prima?
 
Stava cadendo in paranoia. Mi sedetti al suo fianco sulla poltroncina lì vicino e accavallai le gambe, mentre lei continuava con incoercibile volontà. Mi accorsi che stringeva nel palmo della mano destra il comando che controllava la velocità dello strumento elettrico. Mi guardò, socchiudendo gli occhi per il piacere, e spostò l’interruttore, accelerando l’andatura. L’apparecchio vibrò più intensamente, aumentando la frequenza della penetrazione. Dove voleva arrivare?
 
Quello spettacolo a cui assistevo da neofita, mi intrigava ed inquietava allo stesso tempo. Era come se Marcella stesse giocando a un gioco di cui non conosceva le regole ed io non sapevo se lei ne fosse  fino in fondo cosciente. Detti uno sguardo inquieto intorno e riconobbi il flacone di liquido lubrificante aperto vicino a lei. Mi sentii tranquillizzata. Doveva essere preparata a quel che faceva. Non avrei voluto correre in ospedale per una lacerazione all’ano da giustificare con i medici.
 
Soffiando e digrignando i denti, balbettò: “Mettimelo ancora…! – riferendosi al lubrificante. Presi il tubetto e spruzzai una quantità adeguata, indirizzandola dove l’ano era violentemente aggredito dalla bestia elettrica. M’incantata e, parzialmente, mi inorridiva la veemenza raggiunta dall’automa. Il lubrificante fece effetto perché il cilindro scivolava dentro e fuori producendo un rumore vellutato: ciack, ciack, ciack…. Nel travaglio, Marcella si stringeva i capezzolini, mentre il suo aspersorio continuava a benedire, battendo, in su e in giù, dalle cosce alla pancia, a volte scomponendosi e vorticando da un lato all’altro, finché non vomitò una cascata burrosa.
 
Marcella, svuotata, si abbatté con la faccia sul tappeto, mentre cercava di frenare l’impeto della macchina, ma le sfuggì il comando dalla mano tremante per l’orgasmo, mentre il mezzo meccanico continuava imperterrito a infilzarla. Mi impietosii, vedendola impotente e, ormai, ritenendo che fosse sazia dei benefici ricevuti che rischiavano di diventare pericolosi. Presi il telecomando e m’ingegnai a fermare l’ambaradan. Di colpo il grosso pene s’incastrò nell’ano di Marcella, trafiggendola per l’ultima volta, e lì si arrestò di botto.
 
“Aaaaah, finalmente!” – sfiatò Marcella, affaticata dalla lunga cavalcata a cui s’era costretta. Respirava a fatica  e ansimò a lungo prima di riprendere il ritmo normale. La faccia abbandonata sul tappeto, mi guardava, ora, con occhi splendenti, mentre, le anche, ancora sollevate al livello dell’amico sex machine elettrico, cercavano di sfilarsi dal dildo che occupava buona parte della sezione rettale. Procedette in avanti sulle ginocchia, finché un rassicurante flop non dette la certezza che l’aggeggio era fuori dal suo corpo. Il fallo pendeva inerte sull’asta meccanica.  

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