I tre giorni successivi alla telefonata furono un calvario. Riccardo non riusciva a chiudere occhio, consumato dal terrore che quel video potesse finire in pasto alle comari del paese e ai clienti della ditta di trasporti di famiglia. Giulia, invece, faceva finta di niente, ma dentro di sé quel brivido provato in Croazia continuava a lavorare.
La sera del giovedì, verso le nove, una berlina nera dai vetri oscurati si fermò silenziosamente nel vialetto. Riccardo, che fissava la finestra del soggiorno, sentì lo stomaco svuotarsi.
Il campanello suonò. Tre tocchi decisi.
Riccardo andò ad aprire con le gambe di pezza. Sulla soglia c’era lui: Bledar, “L’Albanese”. Giacca di pelle, polo scura e quel profumo pesante che riempì subito l’ingresso. Entrò senza chiedere il permesso, guardandosi intorno con un sorriso arrogante che faceva finta di essere cordiale.
“Buonasera, sposino,” disse l’uomo, camminando verso il salotto e saggiando con la mano il legno della credenza. “Bella casa. Si vede che qua gira la grana. Si vede che la ditta Rossi lavora bene, che ci sono i schei.”
Giulia comparve dalla cucina, con un vestito leggero. Alla vista dello straniero si bloccò, portandosi una mano al collo. Il cuore le accelerò, ma nei suoi occhi castani non c’era solo paura; c’era quella sottomissione latente che Bledar aveva intuito subito.
“Tu… cosa ci fai qui? Te ne devi andare,” azzardò Riccardo, cercando di fare la voce grossa, ma finendo per sembrare solo un ragazzino spaventato. “Se vuoi dei soldi per quel maledetto video, dimmi la cifra. Ti firmo un assegno adesso e sparisci.”
Bledar scoppiò in una risata roca, che ridusse Riccardo a un nulla davanti a sua moglie. Si alzò dal divano, gli andò vicino e gli mise una mano pesante sulla spalla, stringendo finché Riccardo non dovette piegare le ginocchia.
“Ma quale assegno, mona!” sibilò Bledar, usando deliberatamente il termine del posto per umiliarlo ancora di più. “Tu pensi che io sia un pezzente da comprare con quattro spiccioli? Io a Treviso ci resto. Sto aprendo tre nuovi locali tra Padova e Venezia, e mi serve gente pulita come voi per la facciata. Mi servono i camion di tuo padre per far girare la merce… e mi serve una segretaria personale speciale in ufficio. Una brava ragazza come la tua Giulia.”
Giulia, che teneva in mano un bicchiere, sentì le labbra aprirsi in un piccolo respiro. “Una… segretaria? Io studio all’università, faccio l’animatrice… non ho mai fatto questo lavoro…”
“Impari in fretta, bella ragazza,” rispose Bledar, avvicinandosi a lei e passandole un dito ruvido lungo la linea della mascella, sollevandole il mento sotto gli occhi del marito. Giulia non si ritrasse; i suoi occhi erano lucidi. “Lavorerai nel mio ufficio privato a Padova. E il tuo Riccardo… beh, lui farà l’autista, guarderà e starà molto zitto, se ci tiene alla ditta e alla sua faccia da bravo ragazzo di parrocchia.”
Riccardo guardò sua moglie. Vide Giulia arrossire, abbassare lo sguardo e subire il tocco dello straniero. La trappola si era aperta.
“Giulia… digli di no, ti prego…” mormorò Riccardo, la voce ridotta a un filo, sentendosi già un guscio vuoto dentro la sua stessa casa.
Bledar si avviò verso la porta, voltandosi un’ultima volta con un sorriso predatore. “Domani mattina alle nove vengo a prenderti, Giulia. Fatti trovare pronta. E tu, sposino… prepara il caffè per quando la riporto a casa. Buona notte.”



Ciao Giulia, Pubblicherai anche i prossimi capitoli? La storia è interessante e mi piacerebbe vedere come si sviluppa.
Grazie mille!
Ottimo come sempre, egregio!
continua???? bello sto racconto
a nessuno andrebbe di fare dei disegni illustrativi di questa serie?