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La damigella d’onore

Più le nozze di Lucia si avvicinavano, più i preparativi per quel giorno diventavano il loro unico argomento di conversazione. Certamente Barbara, non poteva immaginarsi che fosse diversamente. Ci era passata anche lei, del resto. Anche se il suo matrimonio era finito solamente due giorni dopo il fatidico ‘Si’. Cercava di non darlo a vedere, ma per lei era ancora una ferita aperta, sanguinante. Molto probabilmente la sua amica Lucia, che conosceva i fatti perfettamente, non pesava che le facesse ancora così male. Purtroppo Barbara non riusciva a liberarsi di quello che l’era accaduto in viaggio di nozze. Da allora era rimasta single, non era più riuscita a dare fiducia ad un uomo. Ogni volta che ci provava la scena del tradimento del suo fresco sposo la lasciava pietrificata, incapace di lasciarsi andare ai suoi sentimenti. L’umiliazione provata era troppo forte. Il divorzio, l’annullamento presso la Sacra Rota e, persino il biasimo dei genitori di lui non le avevano dato nessun conforto.
Lei era ancora lì, che rientrava felice nella sua suite d’albergo. Voleva fare una sorpresa al suo maritino dopo essere stata un oretta al centro benessere dell’albergo. Ed invece la sorpresa fu la sua, trovandolo a letto impegnato in un sessantanove. Avvicinandosi silenziosamente, non trovando il coraggio di urlare e, si rese conto che il marito era a letto con una trans. Rimase a guardare quell’amazzone mora, dal corpo perfetto e levigato, mentre si alzava per infilare un preservativo su quel cazzo enorme. Il quale faceva contrasto con la sua figura femminile. Dentro di sé Barbara si sentiva morire, le lacrime le segnavano il volto rovinando il lavoro dell’estetista. Non aveva la forza di interrompere la cosa facendo una scenata, sentiva il suo orgoglio essersi disciolto completamente. Rimase lì in silenzio a guardare, cercando di trattenere le lacrime ed i singhiozzi. E vide, il marito messo a pecora gemere di piacere mentre quel cazzo gli scivolava dentro il culo. Rivelandole un evidente abitudine. Le sembrava surreale vedere quei seni abbronzati ballonzolare ogni volta che con un colpo di reni affondava dentro le natiche di suo marito. Guardava quello che poteva essere il corpo sognato da ogni donna, privo di cellulite, dalle curve perfette dotato di quel membro enorme che faceva impallidire l’ottanta per cento degli uomini con cui era andata a letto. Quell’immagine la tormentava ogni volta che ripensava all’accaduto. Solo quando in un cambio di posizione, il suo maritino si mise a smorza candela su quel cazzo trovò la forza di reagire. Si alzò, prese il suo bagaglio e senza far rumore andò alla reception. Lasciò un messaggio scritto al suo consorte: ‘Torno a casa tu continua pure a farti rompere il culo se ti piace’ e, prese un taxi per l’aeroporto. Non l’avrebbe più rivisto e, non né parlo quasi con nessuno tranne la sua amica Lucia ed il suo analista.

Il riaffiorare di tutti quei brutti pensieri, l’aveva distratta dal discorso che Lucia le stava rivolgendo. Si limitò a sorridere annuendo, del resto non era necessario che la sua amica sapesse che la stava torturando.
L’idea di Lucia era che lei dovesse per forza comperarle l’abito da damigella, nonostante le sue proteste, Barbara, alla fine dovette cedere al desiderio dell’amica. In fondo provava un senso di tenerezza e si senti meglio quando si abbracciarono, riuscii persino a ricacciare i cattivi pensieri.
Mentre brindavano con un Tequila Sunrise, presero gli accordi per il giorno dopo. L’appuntamento era dinnanzi ad una rinomata boutique del centro storico, alle quindici e trenta. Ovvero all’orario di apertura, volevano scegliere senza fretta e avevano idea di divertirsi parecchio facendo un po’ di shopping sfrenato. Il resto della serata trascorse piacevole anche con la complicità dell’alcool che ormai cominciava a farsi sentire. Barbara così, si ritrovò a casa senza la compagnia dei suoi fantasmi e, si addormentò vestita sul divano appesantita dai cocktail bevuti.
Appena sveglia, una forte emicrania le fece compagnia. Cercò conforto i un caffè nero doppio, senza zucchero, come piaceva a lei. Poi abbandonando i suoi vestiti sul pavimento, come se si trovasse in compagnia di un amante frettoloso, si diresse in bagno. Mentre l’acqua riempiva la vasca lentamente, si soffermò a guardare il suo corpo. Si riteneva ancora molto attraente, fin da quando era stata adolescente, aveva avuto quel corpo snello e slanciato. Con gli anni secondo lei era anche migliorato a causa della sua assidua frequentazione in palestra. Il suo seno era florido e curioso con quelle piccole areole e quei capezzoli appuntiti. Si sentiva compiaciuta del suo aspetto. Scrollò i suoi capelli rossi e s’immerse nella schiuma e nell’acqua tiepida lasciandosi rapire dalla benefica sensazione di rilassamento che stava provando.
Ripensò alla sua incapacità di voler amare, sentiva che questa sua mancanza l’aveva buttata in una spirale dalla quale non sembrava volere uscire. Aveva avuto molte relazioni dopo il suo fallimentare matrimonio, ma non riuscendo a relazionarsi in modo normale aveva finito col trasformare quelle relazioni in storie prettamente sessuali, taluna anche fuori dagli schemi.

Nella sua mente si fece largo l’immagine di Osvaldo, un uomo molto più grande di lei a cui si concesse solo per punirsi. Non provava attrazione per quell’uomo dal corpo flaccido e coperto quasi interamente di peli. Aveva i brividi quando pensava al fatto che l’aveva baciato con la lingua, il che non migliorava quando pensava di averlo chiamato ‘paparino’ per compiacerlo. Proprio mentre lo leccava sui suoi capezzoli nascosti dal pelame del torace e, lentamente scendeva sulla sua pancia rotonda e all’infuori. Più scendeva verso il suo cazzo, più si sentiva umiliata. Ma quella era l’unico modo in cui riusciva a godere. Mentre succhiava il suo cazzo lo vedeva fremere e sudare, più si sentiva ripugnata all’idea di entrare in contatto con quell’uomo sudaticcio e più provava una forte eccitazione. A volte la faceva sedere dinnanzi a lui, la costringeva a dirgli come era contenta di soddisfare il suo paparino, mentre con le piante dei piedi unite sul suo cazzo lo segava. A volte la faceva sdraiare sulle sue gambe e la sculacciava come fosse una bambina, mentre lei gli menava il cazzo e urlava ogni volta che quella mano colpiva con forza le sue natiche. Più si sentiva usata e più godeva. Avvolta in quella spirale di auto annullamento concesse al suo amante ogni genere perversione. Si faceva i codini se lui glielo chiedeva, sapendo che lui li avrebbe usati come maniglie per tenerle ferma la testa mentre le avrebbe scopato la bocca, fino a fargli entrare tutto il suo cazzo in bocca. Gli aveva anche infilato un dito nel culo mentre con la bocca andava e veniva su tutta la lunghezza della sua asta. Anche se dentro di se pensava che tutto quello era sbagliato, non riusciva a fermarsi. Sia per il suo sordido desiderio mentale sia per i violenti orgasmi che ne ricavava. Non poteva negarlo, certo il piacere che provava in quelle situazioni la faceva letteralmente impazzire. Si lasciava andare a liberatori urli mentre lui la prendeva a pecora, scopandola con forza. Adorava quando lui le tirava i capelli o le strizzava i capezzoli mentre la possedeva. Le volte che lei era sopra di lui, appoggiandosi con le mani a quella pancia gonfia e pelosa non chiudeva mai gli occhi perché traeva piacere nel darsi a quell’uomo. Una volta era arrivato anche a comperarle un completino da studentessa in un sexy shop. Quella volta la prese a pancia in giù sul tavolo della cucina portandosi via anche la sua verginità anale. Il dolore e il piacere provati furono immensi. In quei cinque mesi di relazione malata con Osvaldo, la cosa che si ricordava più di tutte era la fine dei loro rapporti sessuali. In cui indipendentemente da dove lui era venuto, anche se aveva la predilezione di schizzarle sulla faccia, le ripeteva sempre la solita frase: ‘Pulisci il cazzo al tuo paparino da brava’. Lei allora, prendeva in mano quel cazzo che man mano perdeva vigore e lo leccava tutto con avida ingordigia. Riempiendosi la bocca del sapore del suo sperma e del suo sudore.

Mentre i suoi pensieri avevano di nuovo divagato su quello che riteneva un altro errore della sua vita, l’acqua si era raffreddata ed aveva fatto diventare ancora più sporgenti i suoi piccoli capezzoli. Sfiorandoli fu colta da un brivido di piacere, non lo ricacciò anzi si immerse ancora in quelli che lei chiamava i suoi ‘brutti pensieri’ e si masturbò.
Appena si fu ripresa dal suo turbamento, scivolò con grazia fuori dalla vasca cercando di lasciare li ad annegare ogni ricordo del passato. Cercò di concentrarsi su quello che doveva essere il suo compito in quei giorni: la damigella d’onore. Voleva dare alla sua amica tutto il supporto possibile e, certo rivangare il suo passato travagliato e costellato di errori non era il modo migliore. Doveva reagire, così si disse guardandosi allo specchio, mentre con l’asciugamano si frizionava i suoi lunghi capelli rossi.

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