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L’innocenza perduta di una ragazzina – Cap.4 – Ti voglio bene papà

By 4 Maggio 2026No Comments

Il tardo pomeriggio scivolava lentamente verso la sera. L’ultima luce filtrava dalla finestra, accarezzando la pelle ancora calda di Alina, seduta alla scrivania. I leggings viola e neri, elasticizzati e spugnosi così aderenti da mostrare perfettamente ogni piega del suo corpo, il tessuto sintetico che, a ogni minimo movimento, sfregava contro la fica lasciata volontariamente nuda. Aveva deciso: Non voleva più indossare mutandine in casa. Quel contatto diretto la faceva sentire sexy, desiderata, e il costante sfregamento le accendeva un piacere sottile ma insistente. Le labbra gonfie e ben definite si intravedevano attraverso la stoffa tesa, mentre il tessuto si insinuava tra le natiche, dividendole in due semisfere sode e toniche.
La canottiera lunga fino a metà culo, leggera e colorata, non nascondeva nulla del desiderio che le bruciava tra le gambe. Dopo l’episodio con Clara, aveva provato a rilassarsi con lo yoga, con lo stretching, ma ogni movimento era diventato solo un altro modo per eccitarsi: lo sfregamento del tessuto contro il clitoride, la pressione delle gambe aperte, le dita che scivolavano sulla pelle sudata. Anche la meditazione aveva tradito le sue intenzioni, riempiendole la testa di immagini sporche: prima la sorella, con le mani che le spalmano la crema tra le cosce, poi i compagni di scuola, i loro sguardi famelici, le mani che si allungavano sotto i banchi. Infine, i professori, con le loro voci basse e i sorrisi ambigui.
Ora era lì, seduta sulla sedia, una gamba incrociata sotto il culo, la penna tra i denti che mordeva con impazienza. La musica K-pop in sottofondo alimentava il ritmo del suo desiderio, un battito tra le cosce che non riusciva a ignorare. I compiti, aperti davanti a lei, sembravano scritti in una lingua sconosciuta: le lettere si confondevano, le frasi non avevano senso. Era stanca, sì, ma non abbastanza da spegnere quella voglia che le divora il ventre, che le faceva contrarre i muscoli a ogni movimento, che le faceva immaginare mani altrui al posto delle sue, bocche che le leccavano la pelle, lingue che si insinuavano dove solo il tessuto dei leggings osava sfiorare.
La gamba dondolava, il piede scalzo batteva a tempo con la musica, con il pulsare della sua fica. Ogni tanto si mordeva il labbro, gli occhi che scivolavano dalla pagina al vuoto, alla porta chiusa, alla finestra aperta sul mondo là fuori. Chissà, qualcuno avrebbe potuto vederla così: eccitata, indifesa, pronta a essere presa. Il ritmo della sedia, costante e quasi ipnotico, era dettato dal piacere sottile e insistente della stoffa che sfregava contro di lei. Non ci pensava, non doveva pensarci: era un movimento automatico, un bisogno che si autoalimentava, un fuoco che covava sotto la pelle e che ora divampava sempre di più.
Poi, un colpo secco alla porta la strappò da quella trance.
Sua madre, Diana, entrò senza aspettare risposta. Alta più di suo padre, le gambe nude e toniche, scolpite da ore di palestra, si muovevano con grazia naturale. Quel giorno, il caldo aveva reso insopportabili le autoreggenti in nylon che indossava di solito. Il tailleur aderente sottolineava ogni curva, ogni movimento sinuoso, mentre la camicetta si tendeva su un seno grosso e rotondo. I tacchi alti la slanciavano ulteriormente, i capelli biondo ramati le cadevano morbidi sulle spalle, e quegli occhi verdi—identici a quelli di Alina—avevano un bagliore freddo, quasi austero.
Era elegante, imponente, una regina che si muoveva nel suo regno con la consapevolezza di chi sa di essere osservata, ammirata, desiderata. Eppure, nonostante quel portamento da manager di alto livello, Diana non era altro che una dipendente, una donna che ogni giorno si consumava tra scartoffie e riunioni inutili. Si chinò su Alina, sfiorandole la fronte con un bacio rapido, lasciando una scia di profumo. «Ciao, tesoro. Com’è andata?», chiese, la voce calda ma segnata dalla stanchezza.
Alina si morse l’interno della guancia, sentendo lo sguardo della madre su di sé, come se potesse vedere attraverso i leggings, attraverso la bugia che stava per dire. «Tutto tranquillo», rispose, la voce un po’ troppo alta, un po’ troppo veloce. «Ho studiato, ho fatto i compiti…» Mentire, mentre pensava ai cazzi che l’avevano scopata quella mattina, le venne facile. La madre non doveva sapere. Nessuno doveva.
Diana si guardava intorno, distratta, come se fosse sovrappensiero. «Cena?», chiese Alina, quasi per formalità. «Pizza. Sono stanca morta, oggi», rispose la madre con un sospiro che sembrava uscire dalle profondità del suo corpo. Alina immaginò la stanchezza della madre: le mani dei colleghi che le sfioravano “casualmente” la schiena, le occhiate rubate mentre si chinava a raccogliere una penna, le fantasie che si accendevano nelle loro teste. Poi tutto diventava perversione e piacere: la madre usata durante la riunione, fatta spogliare per gioco dal capo, poi scopata. Alla fine, i colleghi che tornavano nella sala e la prendevano con violenza in gola, nella fica e nel culo, rendendola una troia aperta e grondante sperma.
«Va bene», annuì Alina, fingendo indifferenza, mentre la fica si inumidiva agganciata a quei pensieri osceni. Poi la madre si ricordò, come se quel pensiero fosse arrivato all’improvviso. «Domani hai l’allenamento di ginnastica ritmica, no? Non so se riesco a passarti a prendere», disse, passandosi una mano tra i capelli, come se quel gesto potesse cancellare la stanchezza.
Alina alzò le spalle, un movimento lento e studiato che fece aderire ancora di più il tessuto dei leggings tra le natiche. «Torno con qualcuna o prendo il treno. Non è un problema», rispose, la voce leggera, quasi disinteressata. In realtà, sapeva già che non sarebbe tornata con qualcuna. Ma avrebbe cercato un uomo per giocare e godere. Di nuovo.
Diana la guardò per un istante, come se volesse dire qualcosa, poi scosse la testa, un sorriso stanco sulle labbra. «Bene. Allora ti lascio studiare», disse, girandosi verso la porta. «Ti chiamo dopo quando arriva la pizza». Poi uscì, chiudendo piano la porta dietro di sé.
Alina rimase immobile per un attimo, ascoltando i passi della madre che si allontanavano, il rumore dei tacchi sul parquet. Poi riprese a dondolare, più lentamente. Il desiderio era ancora lì, più vivo che mai, e i pensieri si rincorrevano. Provare a continuare a studiare era inutile: ormai la testa era altrove.
Alina chiuse l’ultimo quaderno con un colpo secco. Lo prese insieme agli altri e scese dalla sedia, guardando lo zaino sul letto. Si mise in ginocchio, le cosce divaricate, il peso tutto sulle gambe aperte. I leggings, già aderenti, si tesero ancora di più, il tessuto sintetico che si incollava alla pelle sudata, modellando ogni curva, ogni solco. Il culetto, piccolo e sodo, sporgeva in fuori, perfettamente definito. Le labbra della fica, gonfie per l’eccitazione di tutto il pomeriggio, si intravedevano attraverso la stoffa sottile, umide e pronte.
Non ci pensava—non ci pensava davvero—quando si piegava in avanti per preparare lo zaino o raccogliere un libro caduto a terra. Quel movimento faceva aderire ancora di più il tessuto tra le natiche, le faceva sentire lo sfregamento contro il clitoride, un brivido che le correva lungo la schiena. Poi il colpo alla porta. Non si voltò subito. Sapeva che era tardi, le sette passate da poco, e l’orologio sulla scrivania lo confermava.
La porta si aprì e lui entrò, come sempre. Suo padre. Un rito ormai consolidato: i genitori tornavano, passavano da Clara, poi da lei. Saluti rapidi, baci sulla fronte, domande di circostanza. Ma stavolta non arrivò nessun saluto. Alina alzò la testa e la ruotò leggermente, intravedendolo con la coda dell’occhio.
L’uomo rimase immobile, in piedi, sulla soglia. Il completo blu gli aderiva alle spalle larghe, la camicia bianca immacolata, la cravatta rossa con fantasia da vero immobiliare di successo. Ma non era l’abbigliamento a farle sorridere sotto i baffi. Era lo sguardo. Perso. Fisso. E non ci volle molto per capire dove fosse diretto.
Il suo culetto, in quella posizione, era in perfetta vista: il tessuto dei leggings si infilava tra le natiche come una lingua, quasi a volerle aprire, più esplicito che se fosse stata nuda. Alina sentì il calore salirle alle guance, ma non si mosse. Rimase lì, in ginocchio, le cosce aperte, il respiro che si faceva più corto, più affannato. Sapeva che lui stava guardando. Sapeva che non avrebbe dovuto. In quel momento, non era più sua figlia—era solo un corpo, un oggetto di desiderio, qualcosa che faceva tremare le mani di un uomo che avrebbe dovuto essere solo un padre.
Poi la magia si ruppe. Lui sorrise, un gesto meccanico, quasi imbarazzato, e si avvicinò. Alina si alzò di scatto, il movimento rapido che fece sfregare di nuovo il tessuto contro la fica, un lampo di piacere che le fece chiudere gli occhi per un secondo. Si voltò, sorrise e ricevette il bacio sulla fronte come sempre. «Tutto bene, papà», disse prima che lui potesse aprire bocca, la voce troppo squillante, troppo veloce. «Mamma è già passata. Stasera pizza», aggiunse, come se quelle parole potessero cancellare ciò che era appena successo, lavare via lo sguardo che le aveva bruciato la pelle.
Lui rise, annuì, sorrise di nuovo—un sorriso vero, forse sollevato—poi si voltò verso la porta. Ma non prima di lanciarle un’ultima occhiata: rapida, furtiva, colpevole. Le sfiorò il culetto con lo sguardo, solo un attimo, ma abbastanza perché Alina sentisse il sangue pulsarle tra le gambe.
Poi uscì. Chiuse la porta. Alina rimase immobile, il respiro ancora affannato, le labbra leggermente dischiuse. Guardò la porta chiusa, il legno scuro che ora le sembrava una barriera, una promessa, una sfida. Poi sorrise, un sorrisetto malizioso, quasi crudele. Si passò una mano tra i capelli, poi la fece scivolare giù, lungo il ventre, fino a sfiorarsi tra le cosce, dove il tessuto era bagnato, caldo, vivo.
Un pensiero perverso e inaspettato le attraversò la mente. Non aveva mai immaginato suo padre in quel modo, non l’aveva mai visto come un uomo capace di desiderarla, di guardarla così. Ma ora che aveva sentito il peso di quello sguardo, non riusciva a toglierselo dalla testa. Immaginava le sue mani, grandi e curate, che le afferravano i fianchi, che la piegavano in avanti, che le strappavano via quei leggings maledetti. Immaginava la sua bocca, la sua lingua, il fiato caldo sul collo mentre la prendeva da dietro, proprio lì, sulla scrivania, con la porta chiusa a chiave.
Si morse il labbro, gli occhi che si chiudevano per un istante, il corpo che tremava. Non era più solo eccitazione: era qualcosa di più oscuro, di più proibito. Era la consapevolezza che, da quel momento in poi, ogni volta che lui sarebbe entrato in quella stanza, ogni volta che i loro sguardi si fossero incrociati, ci sarebbe stato quel segreto tra loro. Quel gioco. Quella tentazione. E Alina sapeva già che non avrebbe resistito a lungo.
Si lasciò cadere sul letto con un gemito soffocato, il telefono tra le dita. Scorreva senza interesse tra social, video, meme—tutto le scivolava addosso come olio su pelle bagnata. Non era l’attenzione a mancare, ma la voglia di qualcosa che valesse davvero la pena. Poi la voce della madre la raggiunse dall’altro capo della casa, strappandola da quel limbo digitale.
La cucina era un quadro di normalità domestica: i cartoni della pizza accartocciati nella pattumiera, il profumo di formaggio fuso e pomodoro che si mescolava all’odore di birra e cola. I piatti erano già pronti, le pizze fumanti tagliate in spicchi irregolari, il filo di mozzarella che si allungava tra una fetta e l’altra come un invito a essere strappato via.
I suoi genitori erano già seduti, e la trasformazione era quasi grottesca. Lui, il padre, aveva abbandonato il completo blu e la cravatta colorata per una tuta grigia, consumata ai gomiti, i capelli ancora pettinati all’indietro ma con ciocche che gli sfuggivano sulla fronte, come se anche loro fossero stanche di tenere le apparenze. Lei, la madre, aveva sostituito l’armatura del tailleur con una vestaglia leggera, di seta o qualcosa di altrettanto scivoloso, che le aderiva ai fianchi e si apriva appena sul collo, rivelando un triangolo di pelle che sembrava chiedere di essere sfiorato. Erano orsetti casalinghi, ora. Due creature che, dopo aver recitato tutto il giorno il ruolo dei professionisti impeccabili, si lasciavano andare alla calma di una sera senza pretese.
Il posto di Clara era vuoto. Nessun piatto, nessuna posata. Nessun segno della sua presenza, presente o futura. Non serviva chiedere: sarebbe stata fuori, con le amiche. E infatti, poco dopo che si furono tutti accomodati—i denti che affondavano nella crosta croccante, le labbra unte di olio—Clara si affacciò sulla porta della cucina. Era un turbine di profumo dolciastro e capelli biondi, il caschetto liscio che le incorniciava il viso, gli occhi verdi che brillavano di una malizia che solo Alina riconosceva. «Ciao a tutti!», cantò, con quel tono sdolcinato.
La madre alzò lo sguardo, un sorriso tirato sulle labbra, e iniziò con le solite raccomandazioni: «Non tornare tardi», «Stai attenta», «Se bevi, chiamaci». Clara annuì, un gesto automatico, poi si voltò e sparì, la porta che si chiuse dietro di lei con un click definitivo.
La cena scorreva tra chiacchiere leggere, risate soffocate e quel silenzio carico che si infilava tra una parola e l’altra. Suo padre, però, sembrava diverso quella sera. Più romantico, forse. O forse solo più voglioso. Le parole che rivolgeva alla madre erano dolci, troppo dolci, cariche di sottintesi che Diana, stanca, non coglieva. Ignorava i giochi di parole, le sviolinate, persino la mano dell’uomo che, più di una volta, le accarezzava le cosce sotto il tavolo, come se Alina non potesse vederlo.
Ma Alina vedeva. Ogni sfioramento, ogni pressione delle dita del padre sulla coscia della madre, ogni sguardo furtivo che lui le lanciava quando credeva che nessuno lo stesse osservando—tutto le arrivava addosso come una scossa elettrica. Si immaginava che fosse colpa sua, che fosse stato il suo culetto, esposto e perfetto nei leggings attillati, a eccitarlo così tanto. Pensava che ora lui non volesse altro che scaricarsi e che la madre fosse la via più facile, la più ovvia. Ma non la più eccitante. Non la più proibita.
Quando finirono di cenare, Diana si alzò con un respiro profondo, le dita che si infilavano tra i capelli come a scacciare la fatica accumulata. «Vado in sala», mormorò, la voce appannata dalla distrazione, «sistemi tu, tesoro?» Alina annuì, già consapevole che quella sera sarebbe toccato a lei occuparsi di tutto. Il padre rimase seduto, la seconda birra quasi vuota, le dita che battevano sul tavolo in un ritmo irregolare, come se aspettasse qualcosa che solo lui conosceva.
Mentre raccoglieva i piatti, le posate e i bicchieri, ogni suo gesto si faceva più lento, più studiato: si piegava in avanti, il sedere che si sollevava sotto i leggings attillati, la stoffa che si tendeva su ogni curva. Sentiva lo sguardo di lui scivolarle addosso, pesante e appiccicoso, e quella consapevolezza le accendeva la pelle.
Con un sorrisetto che non prometteva nulla di innocente, Alina giocava con il fuoco, sfiorando un confine che non avrebbe mai dovuto esistere. Mentre l’acqua scorreva dal rubinetto, passò le dita sotto il getto, un gesto che sembrava distratto ma che nascondeva ben altro. Uno schizzo improvviso la colpì in pieno petto, inzuppando all’istante la canottiera leggera. La stoffa si incollò alla pelle, disegnando i contorni dei seni e i capezzoli, duri e puntuti, che premevano contro il tessuto bagnato, impossibili da ignorare.
Alina rise, una risata chiara che si spezzò in un sospiro, le guance che si coloravano di un rosa acceso. Si voltò verso di lui, ancora seduto al tavolo, gli occhi che si allargarono per un istante prima di posarsi sul suo petto umido. «Ooops… mi sono bagnata tutta», disse, la voce squillante ma carica di un sottinteso che non lasciava dubbi. Le labbra si incurvarono in un sorrisetto, gli occhi che brillavano di una luce che lui conosceva troppo bene.
Lui rise a sua volta, una risata strozzata, come se volesse cancellare con quel suono l’immagine che gli si era appena impressa nella mente. Si alzò, gettò la bottiglietta vuota nel secchio e si avvicinò con il canovaccio in mano. «Tieni», disse porgendoglielo, ma Alina alzò le mani coperte di schiuma, le dita che gocciolavano nel lavandino. «Non posso… sono piena di sapone», sussurrò, la voce flebile ma carica di un desiderio che non lasciava spazio a fraintendimenti, «potresti… asciugarmi tu?» Si voltò leggermente, offrendo il petto inumidito, i capezzoli che premevano contro la stoffa, un invito che non ammetteva rifiuti.
Lui rimase immobile per un secondo, il tempo di rendersi conto di ciò che stava per fare. Le mani gli tremarono appena mentre si allungava verso di lei, il canovaccio stretto tra le dita. All’inizio cercò di essere cauto, tamponando solo i bordi della canottiera e le spalle, come se potesse fingere che non stesse accadendo nulla. Ma lo sguardo cadde inevitabilmente sui capezzoli duri che premevano contro il tessuto bagnato. Alina spinse il petto in fuori, offrendosi con un movimento lento e provocante. «Proprio lì… è lì che è più bagnato», sussurrò, la voce che si spezzava in un filo di desiderio.
Le sue mani premettero il canovaccio contro la canottiera, proprio dove la stoffa era più bagnata e i capezzoli più duri. All’inizio fu solo un tocco leggero, quasi timido, ma ben presto la pressione aumentò. Le dita si chiusero intorno ai seni di Alina, stringendoli e massaggiandoli attraverso la stoffa sottile. Lei chiuse gli occhi per un istante, un brivido che le percorse la schiena mentre la pelle d’oca le ricopriva le braccia. Era la cosa più sbagliata che avesse mai fatto, eppure non avrebbe voluto fermarsi.
L’uomo continuava a massaggiare, a toccare, e Alina dovette mordersi il labbro per non gemere, le unghie che affondavano nei palmi, il respiro che diventava sempre più corto. Il cuore le batteva all’impazzata, il sangue le pulsava tra le gambe, la fica che si bagnava sempre di più, il tessuto dei leggings che si incollava alle labbra gonfie, tradendo ogni goccia di eccitazione.
La voce della madre arrivò dal salotto come un richiamo lontano. «Amore…?» Le mani del padre si bloccarono all’istante, le dita contratte a mezz’aria. Il canovaccio umido cadde sulla sedia con un tonfo sordo. Lui si voltò di scatto, la maglietta incollata al torso, i pantaloni che tradivano un’erezione impossibile da nascondere. Si allontanò con passi rigidi, le spalle curve, come se portasse un peso che non poteva sostenere.
Alina lo osservò con un sorrisetto malizioso, le labbra umide, gli occhi lucidi di eccitazione. La patta dei pantaloni di lui, tesa e gonfia, le fece venire voglia di allungare una mano e prenderlo lì, proprio in quel momento. Ma sapeva che il gioco era appena iniziato.
Finì di sciacquare i piatti con movimenti lenti, godendosi l’attesa, il desiderio che le scorreva tra le gambe come miele bollente. Si avvicinò al salotto e si fermò sulla soglia, appoggiandosi allo stipite con una grazia che non lasciava dubbi. «C’è un bel film stasera?», chiese, la voce dolce e innocente, mentre i suoi occhi si posavano sul padre, che si agitava sul divano come se stesse per scattare.
«Sì, vieni», rispose lui, la voce roca, gli occhi che evitavano i suoi.
«Allora vado a mettermi comoda», disse Alina, voltandosi con un’oscillazione lenta dei fianchi, sapendo che quel movimento avrebbe acceso ancora di più il desiderio di lui.
In camera, si liberò dei vestiti con un gesto lento, lasciando che l’aria fresca le accarezzasse la pelle ancora calda. Le dita scivolarono tra le labbra della fica, già gonfie e lucide, poi risalirono verso il buchino stretto, che pulsava in attesa. Prese la bottiglietta dell’olio alla vaniglia, ne versò una dose generosa sul palmo e iniziò a massaggiarsi l’apertura con movimenti circolari, sentendo il bruciore che si mescolava al piacere, le dita che affondavano piano, allargando, preparando. Si infilò due dita dentro, spingendo fino a sentire la resistenza cedere, mentre il profumo dolce si fondeva con l’odore pesante della sua eccitazione, appiccicosa tra le cosce.
Indossò solo la maglietta oversize, la stoffa ruvida che le sfiorava i seni nudi, i capezzoli già duri e puntuti. Tornò in salotto a piedi nudi, i passi silenziosi, il corpo che si muoveva con una grazia felina. Si chinò sulla madre, mezza addormentata sul divano, le labbra che sfioravano la guancia in un bacio leggero, ma il vero spettacolo era per lui: la maglietta si sollevò, scoprendo un lembo di culetto sodo, la pelle liscia che invitava al tocco.
Si sistemò tra loro, sul divano, la stoffa che si sollevava sulle cosce mentre si accomodava, scoprendo la pelle nuda e vellutata. Si passò una mano tra i capelli, un gesto che fece aderire la maglietta ai seni, i capezzoli che premevano contro il tessuto sottile, evidenti, impossibili da ignorare. Incrociò le gambe, lasciando che la stoffa risalisse ancora, offrendo al padre una vista completa del sesso rasato, già lucido e pronto.
La madre russava piano, abbandonata al sonno, mentre sullo schermo la commedia americana scorreva inutile, le risate registrate che si perdevano nel vuoto. Alina non guardava davvero. I suoi occhi erano fissi sulle immagini, ma la sua attenzione era tutta su quel corpo maschile accanto a lei, teso, le spalle contratte, le dita che tamburellavano nervose sul bracciolo, il respiro troppo veloce. Ogni scena finto-piccante del film — un bacio rubato, una battuta volgare — faceva salire la tensione, e Alina sorrideva, un sorrisetto che non prometteva nulla di innocente, mentre la madre dormiva profondamente, ignara.
La voce di Alina si insinuò nel silenzio, dolce e vellutata, quasi preoccupata: «Guarda com’è carina… Se continua a dormire così, domani avrà un mal di collo tremendo». Le parole le uscirono lente, avvolte da un tono che non lasciava spazio a dubbi, mentre gli occhi incontravano quelli del padre, troppo innocenti per essere veri. Non serviva aggiungere altro: lui si alzò, come se una molla invisibile lo avesse scattato in piedi.
Si chinò sulla madre, la svegliò con un bacio sulla tempia e parole sussurrate che Alina non colse, ma che immaginò senza fatica: «Amore, vieni… andiamo in camera». Diana si stirò, sorrise ad Alina con gli occhi ancora appannati dal sonno, le stampò un bacio sulla fronte. «Buonanotte, tesoro», mormorò, lasciandosi condurre via senza opporre resistenza.
Alina rimase sul divano, le gambe incrociate con una grazia che non era casuale, la maglietta che si sollevava sulle cosce, scoprendo la pelle liscia e calda. Non c’era bisogno di guardare per sapere che lui sarebbe tornato. Non c’era bisogno di chiedersi se avrebbe resistito. Il suo sorriso si allargò, le labbra umide, gli occhi fissi sullo schermo, ma la mente già proiettata altrove, su ciò che stava per accadere.
La porta si riaprì.
Lui rientrò, i passi pesanti, il respiro affannato, l’erezione che tendeva i pantaloni della tuta, impossibile da nascondere. E quando i suoi occhi caddero su di lei, non poté fare a meno di vedere: Alina era lì, seduta con le gambe accavallate, la maglietta sollevata quel tanto che bastava per lasciare intravedere tutto. La luce della TV illuminava la fica depilata, liscia e già lucida, un invito che non ammetteva rifiuti. Lei rideva, assorta nella scena comica, come se non si rendesse conto di nulla, come se non stesse offrendosi in quel modo così sfacciato.
Ma lo sapeva.
Sapeva che lui stava guardando. Sapeva che lui desiderava. E sapeva che, questa volta, non ci sarebbe stato nulla a fermarlo.
Si diresse verso il mobile bar, versò un bicchiere di cognac e lo mandò giù in un sorso solo, sentendo il bruciore che gli scendeva lungo la gola. Aveva bisogno di qualcosa per calmare i pensieri, per spegnere quel fuoco che gli divampava dentro. Poi ne versò un altro e tornò a sedersi, il corpo di Alina quasi attaccato al suo, il profumo di vaniglia che si mescolava all’alcol, un mix che gli annebbiava la mente.
Lei lo guardò con occhi curiosi, le labbra leggermente dischiuse. «Posso assaggiarlo?», chiese, la voce troppo dolce, troppo innocente. Lui esitò, poi annuì. Alina ne bevve un sorso troppo grande, tossì, gli occhi che le si riempirono di lacrime. «Bevilo piano… giusto un goccio, altrimenti ti ubriachi», scherzò lui, ma la voce gli uscì rotta, quasi spezzata.
«Ugh, che schifo! Brucia!», esclamò lei, restituendogli il bicchiere con una smorfia. Lui rise, un suono basso e teso.
Alina si lamentò, «Non mi piace… brucia troppo», poi si sistemò sul divano, mezza sdraiata, le spalle che sfioravano il suo corpo come per cercare un appoggio. Ripresero a guardare il film, ma entrambi erano troppo tesi per seguire davvero la trama. Lei sapeva come giocare: finse di sentire ancora l’effetto del cognac, si portò una mano alla testa con un gesto lento, poi chiuse gli occhi, il respiro che si fece più profondo e regolare. «Mi gira un po’ la testa… e poi sono così stanca…», mormorò, finché non sembrò addormentarsi del tutto, abbandonata contro di lui.
Lui la guardò, il bicchiere ancora stretto in mano, il respiro che si faceva più pesante. Non sapeva se fosse ubriaca, se dormisse davvero o se stesse solo fingendo, ma non importava. Mentre lei si muoveva leggermente nel sonno, la maglietta si sollevò di nuovo, scoprendo quel culo perfetto, sodo, nudo sotto la luce della TV. La pelle liscia brillava sotto le luci dello schermo, ogni curva, ogni dettaglio impossibile da ignorare.
Deglutì, le dita che stringevano il bicchiere fino a far sbiancare le nocche. Avrebbe dovuto coprirla, svegliarla, fermare tutto. Ma non lo fece. Rimase immobile, gli occhi fissi su quel corpo che sembrava offrirsi, su quella tentazione che non poteva più respingere. Il cognac bruciava ancora in gola, ma era nulla rispetto al fuoco che gli divampava dentro.
Si sporse verso di lei, il respiro sempre più affannato, la voce che usciva bassa, quasi timorosa. «Alina…», sussurrò, «ti piace questo attore? È quello di quel film che abbiamo visto l’estate scorsa, no?» Una domanda apparentemente innocua, un tentativo per capire se fosse ancora sveglia, se stesse ancora giocando con lui. Ma lei non rispose. Il suo respiro rimase lento e regolare, quello di chi dorme profondamente.
Il cuore gli batteva forte, le dita che tamburellavano sul bracciolo come se cercassero un ritmo per calmare l’eccitazione che gli bruciava dentro. «Alina, tesoro… stai dormendo?» La voce gli uscì bassa, quasi un sussurro, come se temesse che anche il suono delle sue parole potesse rompere quell’illusione. O forse sperava il contrario. Ma non accadde nulla. Solo quel respiro lento, quel corpo abbandonato, offerto.
Allora, con una lentezza che tradiva l’indecisione, allungò una mano verso di lei. Le dita sfiorarono la gamba, un tocco leggero, quasi casuale, come per verificare se fosse davvero addormentata. Ma Alina non reagì. Non si mosse. Non aprì gli occhi. E così la sua mano si fece più audace, risalendo lungo la coscia, sentendo la pelle calda e viva sotto le dita. Poi più su, verso il culo, le curve che si offrivano a lui, invitanti. Le dita tracciarono cerchi lenti, premettero appena, esplorando quella carne soda, quella pelle che sembrava fatta per essere toccata.
«Dormi davvero, tesoro?» La sua voce ora era un sussurro rotto, quasi un gemito, mentre le dita continuavano a muoversi, sempre più sicure. Non c’era più esitazione. Non c’era più paura. C’era solo quel corpo, lì, a portata di mano, e lui non poteva resistere.
Alina rimase immobile, il respiro che non cambiava, le labbra leggermente dischiuse, come se dormisse davvero. Ma dentro di sé sentiva tutto. Ogni carezza, ogni pressione, ogni desiderio che lui non riusciva più a nascondere. E sorrideva, nel buio dei suoi occhi chiusi, perché stava vincendo. Lo stava portando esattamente dove voleva.
Le dita dell’uomo scivolarono lungo le cosce di Alina, ora senza più freni, risalendo sempre più in alto, sfiorando l’interno delle gambe, avvicinandosi a quel punto che non avrebbe mai dovuto toccare. Quando finalmente raggiunsero la fica, la trovarono già umida, calda, pronta. Un gemito gli sfuggì dalle labbra, soffocato. Non riusciva più a pensare. La voglia gli aveva annebbiato la mente, cancellato ogni razionalità. Era perso. Completamente perso.
Le dita continuavano a esplorare quel corpo che non avrebbe mai dovuto toccare, mentre con l’altra mano abbassò appena l’elastico dei pantaloni della tuta, liberando il cazzo duro e pulsante. Senza staccare gli occhi da Alina, iniziò a masturbarsi con movimenti regolari, la mano che scivolava lungo l’asta mentre il respiro diventava sempre più affannoso. Ogni carezza su sé stesso era un tradimento, ogni gemito soffocato una conferma che non avrebbe potuto tornare indietro. Non dopo aver sentito quanto fosse bagnata, quanto fosse pronta per lui.
All’improvviso Alina si mosse, girandosi sulla schiena con un lieve spostamento del corpo che fece divaricare appena le cosce, offrendo una vista ancora più invitante. L’uomo si bloccò all’istante, il cazzo ancora stretto nella mano, il cuore che gli martellava nel petto. Per un momento ritirò la mano, quasi bruciato da quel movimento inaspettato, pronto a ritirarsi. Ma poi ascoltò il respiro di lei, ancora profondo e regolare. Dorme, si disse. Deve dormire. Quel pensiero gli ridiede il coraggio che aveva perso.
La mano tornò a sfiorarla, più sicura ora che le cosce di Alina si erano divaricate appena, offrendo accesso a quella fica rosa e lucida, già pronta. Le dita ripresero a muoversi senza esitazione, accarezzando le labbra umide, giocando con il clitoride gonfio e pulsante. Ogni tocco era un tradimento, ogni carezza una conferma di quanto avesse desiderato quel momento. Lo sapeva fin troppo bene: era sua figlia, avrebbe dovuto proteggerla, non immaginarla così. Eppure, con il cazzo duro in mano e le dita che affondavano tra le sue gambe, ogni scrupolo si dissolveva.
Da tempo, nelle notti in cui la solitudine si faceva pesante, l’aveva immaginata così. Da quando aveva smesso di essere una bambina per diventare una donna con quel corpo snello, quel culo sodo, quegli occhi che sapevano essere così maliziosi. E ora, con lei lì, apparentemente addormentata e offerta, non poteva più trattenersi.
Le dita ricominciarono a muoversi su di lei, disegnando cerchi sul clitoride, sfiorando l’ingresso della fica come se quel tocco potesse essere cancellato. Ma sapeva che non sarebbe stato così. Sapeva che, dopo quella notte, nulla sarebbe stato più come prima. Mentre le dita affondavano tra le gambe di Alina, mentre il cazzo pulsava nella sua mano, una verità gli bruciava nella mente: l’avrebbe presa. Prima o poi, l’avrebbe presa. E non c’era più nulla che potesse fermarlo.
Le dita risalirono lungo il corpo di Alina, abbandonando per un istante la fica bagnata per raggiungere i seni piccoli e sodi. I capezzoli, duri sotto le sue dita, tradivano l’eccitazione che lei non poteva nascondere. Li strizzò piano, sentendo come si indurivano ancora di più. Un brivido percorse la pelle di Alina, ma lei rimase immobile, gli occhi chiusi, il respiro che diventava sempre più affannoso.
Poi la mano ridiscese, scivolando sul ventre piatto e teso, prima di tornare a masturbarla con una lentezza che sembrava prolungare il piacere. Le dita giocavano tra le labbra umide, sfioravano il clitoride gonfio, esploravano ogni centimetro di quella fica stretta e bagnata.
Alina gemette, un suono basso e rotto, come se fosse immersa in un sogno. Lui non si preoccupò. Pensava ancora che dormisse, che fosse solo il suo inconscio a reagire a quel tocco proibito. Ma Alina, dentro di sé, lottava per trattenersi. Le labbra le bruciavano dal desiderio di incitarlo, di guidare quelle dita dove voleva sentirle. Era sempre più difficile mantenere gli occhi serrati, fingere quel sonno che non c’era più. Il respiro pesante ora era reale, segno tangibile del godimento che le serpeggiava dentro, che le faceva contrarre i muscoli, che le faceva stringere le cosce intorno a quelle dita audaci.
Con movimenti quasi impercettibili, aprì ancora un po’ le gambe. E poi ancora. Un invito silenzioso, irresistibile. L’uomo, però, era troppo preso dal suo stesso desiderio per accorgersene. La mano che si masturbava si muoveva sempre più veloce, mentre l’altra continuava a giocare con la fica di Alina, sempre più bagnata, sempre più pronta.
All’improvviso, la voce di Alina si fece sentire, roca e spezzata, come se emergesse da un sogno. «Mmm… sì… così…» Le parole uscivano a fatica, sbiascicate, mentre le dita dell’uomo affondavano tra le sue gambe, il pollice che premeva sul clitoride gonfio e le altre che si muovevano dentro di lei con un ritmo lento ma insistente. La fica era stretta, bagnata, avvolgente intorno alle sue dita, e il respiro di Alina si faceva sempre più pesante, irregolare. Le labbra si muovevano in frammenti di parole, come se stesse parlando a qualcuno che la stava usando senza remore.
«Nn… mmh… v-voglio…» La voce le usciva spezzata, un ansito rotto tra un respiro e l’altro, le sillabe che si perdevano in gemiti soffocati. «Nnh… cazzo… in b-bocca… sì…» Le parole si frantumavano, interrotte dal piacere che le serpeggiava dentro, mentre le dita dell’uomo affondavano tra le sue gambe, il pollice che premeva sul clitoride gonfio. «Nn… mmmh… fammi… s-sentire… tutto…» Un’altra pausa, un respiro profondo, le cosce che si aprivano ancora, come se non potesse più controllarsi. «S-sì… così… p-più… mmmh… dentro… tutta…»
Le sue mani si mossero sul proprio corpo, le dita tremanti che afferrarono l’orlo della maglia e la sollevarono piano, scoprendo i seni. La stoffa si arrotolò sotto il collo, lasciando la pelle nuda, i capezzoli duri che si offrivano al tocco. Le cosce si divaricarono ancora di più, un movimento lento ma deliberato, mentre le dita di Alina si chiusero intorno ai capezzoli, strizzandoli, torcendoli, strappandole un altro gemito dalle labbra.
«Mmmh… s-sono… t-tua…» La voce era sempre più roca, frammentata, le parole che si perdevano tra un ansito e l’altro. «Nn… mmmh… prendimi… sì… come… p-puttana…» Le sillabe si spezzavano, come se stesse parlando a qualcuno che la stava usando senza freni, senza remore. «S-sì… mmmh… fammi… t-tua… nnh… r-riempimi…»
L’uomo non riusciva più a respirare normalmente. Quelle parole, così rotte e disperate, gli bruciavano nella mente, accendendo immagini che non avrebbe mai dovuto avere: Alina in ginocchio, le labbra aperte, pronta a prendere il suo cazzo in bocca; Alina a quattro zampe, il culo sollevato, la fica bagnata che lo aspettava; Alina sotto di lui, le gambe aperte, le unghie che gli graffiavano la schiena mentre la penetrava senza più controllo.
Le sue dita si fecero più audaci, più decise. Non si limitavano più a sfiorare: ora penetravano. Due dita scivolarono dentro di lei, strette nel calore umido della sua fica, mentre il pollice continuava a premere sul clitoride. Alina reagì con un sussulto, le parole che si facevano sempre più incomprensibili, sempre più disperate. «Nnh… sì… mmmh… p-più…» ansimò, la voce ridotta a un lamento. «Mmmh… v-voglio… t-tutto… nnh… d-dentro… sì…»
E mentre le dita di Alina continuavano a giocare con i suoi capezzoli, mentre le cosce si aprivano sempre di più, l’uomo sapeva che non si sarebbe fermato. Non dopo aver sentito quelle parole. Non dopo aver immaginato tutto questo. Era solo questione di secondi. E i secondi, ora, sembravano scaduti.
Si alzò dal divano con un movimento lento ma deciso, il corpo teso, il respiro che gli si spezzava in gola. Si mise in ginocchio sul tappeto, accanto a lei, il cazzo duro a pochi centimetri dal viso di Alina, pulsante e gonfio di desiderio. Le dita, ancora bagnate del suo stesso piacere, si staccarono dalla fica di Alina con un suono umido, lasciando una scia lucida sulle labbra socchiuse di lei.
Alina rimase immobile per un istante, il respiro che le si fermava in gola. Poi, lentamente, aprì la bocca. Le labbra si chiusero intorno alle sue dita, la lingua che si muoveva per leccarle, succhiarle, assaporando il proprio sapore con una naturalezza che sembrava istintiva. Gli occhi rimasero chiusi, come se fosse davvero immersa in un sogno, mentre un gemito basso le sfuggiva dalla gola. Le dita dell’uomo tremavano mentre lei le puliva con la bocca, avida, senza esitazione.
Non riuscì a resistere oltre. Ormai travolto dal desiderio che gli bruciava dentro, ritirò piano le dita dalla bocca di Alina. Con un movimento lento ma carico di disperazione, poggiò la cappella del suo cazzo sulle labbra di lei. La punta, umida e calda, sfiorò la pelle morbida, invitante.
Alina non esitò. Lo prese tra le labbra, la lingua che si avvolgeva intorno alla cappella, leccandola, succhiandola con una naturalezza che sembrava innata. Come se fosse esattamente dove voleva essere. Le labbra si strinsero intorno a lui, assaporando, accogliendo. Un suono umido riempì la stanza, mentre l’uomo chiudeva gli occhi, la mano che si stringeva intorno alla base del cazzo, perso in quella bocca calda che lo avvolgeva proprio come aveva sempre immaginato.
Era così immerso nel godimento, nel calore umido di quella bocca, che non si accorse subito di ciò che stava accadendo. Se avesse aperto gli occhi, avrebbe visto Alina. Non più addormentata, non più in un sogno. Avrebbe visto la ragazza che non si limitava a toccarsi il seno, ma si masturbava con due dita affondate nella fica, le labbra dischiuse in un gemito soffocato, gli occhi aperti, fissi su di lui. Avrebbe visto il suo sguardo, consapevole e malizioso, mentre si concedeva quel piacere davanti a lui, mentre lo succhiava come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Poi sentì qualcosa. Una mano piccola e calda che si chiudeva intorno al suo cazzo, umido di saliva e pulsante. Gli occhi si spalancarono all’istante.
Alina lo stava guardando. Davvero guardando. Non c’era più traccia di sonno, non c’era più finzione—solo quel viso serio, gli occhi piantati nei suoi mentre la mano si muoveva su di lui, lenta e sicura. La voce, quando parlò, fu dolce, quasi un sussurro, ma le parole tagliarono l’aria senza possibilità di fraintendimento:
«Scopami.»
Non era una domanda. Non era una supplica. Era un ordine. Una dichiarazione che non ammetteva rifiuti, non lasciava spazio a esitazioni.
L’uomo rimase paralizzato, il cervello che si bloccava in un attimo di incredulità. Sua figlia. Sua figlia, nuda davanti a lui, le gambe aperte, la fica bagnata e pronta. Sua figlia gli aveva appena ordinato di prenderla. Gli aveva appena detto che lo voleva. Che lo desiderava.
Non c’era più una via d’uscita. Non dopo quello che aveva fatto. Non dopo averla toccata, masturbata, sentita gemere sotto le sue dita. Non dopo averla vista succhiarlo con quella bocca calda e avida, senza remore. Non c’era più ritorno. Non c’erano più scuse. Non c’era più nulla che potesse fermarlo.
Alina si mosse con una decisione che non lasciava dubbi, fluida, sicura di sé. Si tirò su, avvolgendo i fianchi dell’uomo con le gambe magre, la pelle calda che si premette contro la sua. Con un gesto rapido si sfilò la maglia, rimanendo completamente nuda davanti a lui: il seno piccolo e sodo, i capezzoli duri, la fica bagnata e aperta, tutto a pochi centimetri dal suo cazzo pulsante, come se sapesse già dove voleva essere.
Non c’erano più scuse. Non c’erano più limiti.
Quando Alina lo tirò verso di sé, quando sentì il calore della sua fica sfiorargli la punta, quando incrociò quel sorrisetto malizioso e trionfante sul suo volto, capì una cosa: l’avrebbe presa. E nulla, ormai, avrebbe potuto fermarlo.
L’uomo non ebbe più la forza di resistere. Con un movimento brusco, afferrò i fianchi di Alina e la penetrò con un colpo secco. La fica stretta e bagnata lo avvolse in un calore umido, avido, quasi soffocante. Un gemito rotto sfuggì dalle labbra di lei, mentre le unghie gli affondavano nelle spalle e le gambe magre si stringevano intorno alla sua vita, come se volesse trattenerlo lì, dentro di sé, per sempre.
«Sì… così… mmmh… Oddio sì…», ansimò Alina, la voce spezzata dal piacere, mentre lui iniziò a muoversi dentro di lei con colpi sempre più profondi, sempre più inesorabili.
L’eccitazione gli bruciava nelle vene, il respiro affannoso, il corpo che si muoveva con una furia che non riusciva più a controllare. Si chinò verso di lei, le labbra che cercavano le sue, ma Alina lo fermò con una mano sul petto, gli occhi lucidi di desiderio, un sorrisetto malizioso sulle labbra.
«Le puttane non baciano», sussurrò, mentre le sue dita premevano contro il suo petto. «Pretty Woman insegna.»
Un ghigno complice gli incurvò le labbra, eccitato e senza più freni. Se voleva essere trattata come una puttana, l’avrebbe presa proprio così. Si piegò su di lei, ma invece di cercarle la bocca, affondò il viso nel suo collo, le labbra che si chiudevano sulla pelle sensibile, mordicchiando e leccando mentre le mani le stringevano i seni, i capezzoli duri schiacciati tra le dita. «Allora ti scoperò come meriti», ringhiò contro la sua pelle, sentendo il corpo di Alina inarcarsi sotto di lui, supplicante, le gambe che si avvinghiavano ai suoi fianchi come se volesse fondersi con lui.
E iniziò a prenderla più forte. Ogni affondo era profondo, i fianchi che si muovevano con violenza, il cazzo che entrava e usciva dalla sua fica con un ritmo che le strappava gemiti sempre più alti, sempre più disperati. «Sì… così… mmmh… più forte… come una vera puttana…», ansimava lei, le unghie che gli graffiavano la schiena, le gambe che lo stringevano con una forza che sembrava volerlo trattenere dentro di sé per sempre. Lui obbedì, mentre lei con una mano scivolava giù tra i loro corpi, le dita che si sfioravano il clitoride gonfio, pronto a esplodere.
L’orgasmo di Alina arrivò violento e improvviso. Si inarcò contro di lui, le unghie che premevano sul clitoride, i denti che mordevano la stoffa della maglietta mentre il corpo le tremava per le scosse del piacere. Lui, travolto da quella reazione, spinse ancora più a fondo, disperato e fuori controllo—un colpo, due, e al terzo sentì l’orgasmo montare, inesorabile.
Un pensiero lo travolse all’ultimo secondo, freddo e lucido nonostante la frenesia. Non poteva venirle dentro. Non dentro di lei. Non sapeva se prendesse la pillola, se usasse qualcosa. Così si ritirò di scatto, il cazzo che pulsava a un centimetro dal suo ventre.
Non appena lui si ritirò, Alina non perse un secondo. Si chinò in avanti e avvolse le labbra intorno al suo cazzo proprio mentre il primo getto di sperma le esplodeva in bocca, caldo e denso. Lo ingoiò tutto, avida, sentendo il sapore salato scivolarle giù per la gola mentre lui continuava a venire, le dita affondate nei suoi capelli, il respiro che si spezzava in gemiti rotti. Quando finalmente smise, lei passò la lingua sulla punta, leccando via ogni traccia, ogni goccia, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Poi si staccò, si alzò in piedi e si rimise la maglietta con calma, gli occhi che brillavano di malizia. Lui era ancora scosso, il corpo che tremava per l’orgasmo, ma era il senso di colpa a divorarlo. «Cosa ho fatto?», si chiese, ma le parole gli morirono in gola quando Alina lo guardò dritto negli occhi, un sorrisetto sulle labbra.
«Grazie, papà», disse, la voce dolce, quasi affettuosa. «Per l’orgasmo.»
Lui provò a dire qualcosa, a trovare una scusa, ma lei lo interruppe con un gesto della mano. «Non devi scusarti», sussurrò, avvicinandosi. «Spero solo che non sia l’unica volta.» Gli occhi le luccicavano, la voce che si abbassava, complice. «Il mio papà deve farmi godere ancora. E ancora. E ancora.» Un sorrisetto malizioso. «Io non gli direi mai di no… come fa la mamma.»
Poi gli diede la buonanotte e si avviò verso la porta, i piedi nudi che non facevano rumore. Lui rimase lì, paralizzato, mentre il senso di colpa e il desiderio gli bruciavano dentro. La porta si chiuse dietro di lei con un click definitivo.

Fine Capitolo 4!

Ciao a tutti! Mi chiamo Mathilda, e ho iniziato a scrivere per gioco, per sfogo delle mie fantasie ed esperienze.

Cosa ne pensate del racconto? Vi è piaciuto? I miei racconti sono tutte esperienze di vita vissuta in prima persona e non, ovviamente romanzati. Se questo vi è piaciuto fatemelo sapere, così saprò se continuare. Se non vi è piaciuto, fatemelo sapere lo stesso! ;)

Suggerimenti e idee mi piacciono sempre e scusate se mi dilungo troppo, ma quando inizio a scrivere poi, mi perdo un po’. Un bacio! Cherry!

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