La sveglia suonò presto, ma Alina si svegliò con una lentezza sensuale, come se il suo corpo fosse ancora avvolto dalle sensazioni della notte precedente. Si stirò sotto le lenzuola, sentendo la pelle viva, elettrica, carica di una nuova consapevolezza di sé, del suo potere, di ciò che era in grado di scatenare. Davanti allo specchio, mentre si vestiva, osservò il riflesso della divisa scolastica: la camicetta bianca, aderente quel tanto che bastava per far intravedere le curve nascenti, la gonna plissettata che si fermava appena sopra il ginocchio, lasciando intravedere le cosce snelle quando si muoveva. Un sorrisetto malizioso le incurvò le labbra. Ora sapeva cosa poteva fare. E sapeva come farlo.
In cucina, la colazione scorreva nella normalità più assoluta. Sua madre, Diana, era già vestita per il lavoro, i capelli raccolti in uno chignon, gli occhi che scorrevano distrattamente sul giornale. Suo padre, Marco, sedeva rigido sulla sedia, le dita che tamburellavano nervosamente sul tavolo, gli sguardi fugaci e colpevoli che sfioravano Alina senza mai fermarvisi. Clara, come sempre, era taciturna, immersa nei suoi pensieri, indifferente a tutto ciò che non fosse la sua piccola bolla. Alina, invece, si muoveva con disinvoltura, versandosi il caffè, spalmando la marmellata sulla fetta biscottata, i gesti lenti, misurati, come se ogni movimento fosse una sfida silenziosa. Non le importava se lui non riusciva a guardarla. Sapeva che la desiderava. Sapeva che, sotto quella maschera di padre preoccupato, c’era un uomo che bruciava per lei. E questo le bastava.
Finito di mangiare, prese lo zaino, diede un bacio distratto sulla guancia alla madre e un cenno del capo al padre—senza una parola—e uscì di casa. L’autobus era affollato come sempre, ma lei si fece strada tra la folla con sicurezza, sedendosi vicino al finestrino, le gambe accavallate in modo che la gonna si sollevasse appena quel tanto da lasciar intravedere un pezzo di coscia. Nessuno sembrò notarlo. Peccato.
La giornata a scuola fu noiosa come sempre, in quella scuola privata dove le regole contavano più della sostanza e l’apparenza era tutto. Quel giorno, poi, sembrava ancora più insopportabile. Alina provò a distrarsi, giocando un po’ con un paio di professori: un’occhiata maliziosa mentre si piegava in avanti per raccogliere una penna, un tocco accidentale sulla mano durante una domanda, un sorriso troppo dolce mentre consegnava un compito. Ma evidentemente aveva scelto quelli sbagliati. Uno la rimproverò addirittura, con un tono tagliente, per come si fosse piegata in maniera “indecorosa”. Lei alzò gli occhi al cielo, annoiata, e si risedette composta, le gambe accavallate, la gonna che si sollevava appena un po’ di più. Non importava. Non erano loro i suoi obiettivi.
Pranzo a casa, da sola. I compiti furono una scocciatura necessaria, un dovere da sbrigare in fretta per poter passare a cose più interessanti. Sua sorella Clara era fuori, come sempre, e alle cinque Alina prese di nuovo il treno, questa volta diretta verso la palestra.
Gli allenamenti di ginnastica ritmica erano l’unico momento in cui Alina riusciva davvero a distrarsi, a perdere sé stessa nel movimento, nella musica, nella sensazione del corpo che si piegava, si allungava, obbediva ai suoi comandi. Mentre si preparava nello spogliatoio, le altre ragazze chiacchieravano tra loro, le voci che si sovrapponevano in un brusio allegro e distratto, parlando di allenamenti, ragazzi e futilità adolescenziali. Alina le osservava con uno sguardo diverso, ora. Non più con indifferenza, ma con una curiosità nuova, eccitata. I corpi nudi delle compagne – le curve, i seni, le natiche – le suscitavano un interesse che fino a poco tempo prima non avrebbe mai immaginato.
Non era lesbica, no. Ma dopo l’episodio con Clara, dopo aver sentito le mani di sua sorella su di sé, dopo aver goduto sotto il suo tocco, qualcosa era cambiato. Ora guardava quegli stessi corpi con una fame diversa, una domanda silenziosa: come sarebbe stato? Più ci pensava, più l’eccitazione cresceva. Voleva provare il sapore di una fica vera, sapere come fosse mordere un capezzolo e succhiarlo, farsi venire addosso da una ragazza eccitata dopo averla masturbata con le dita. Si sforzò di scacciare quei pensieri e, una volta indossato il body attillato per gli allenamenti, prese la crema anti-sfregamento. Era una di quelle oleose e naturali che sua madre comprava convinta di fare la scelta giusta. Aprì il tubetto e ne sparse un po’ tra le cosce, sentendo il fresco del gel sulla pelle ancora calda.
Mentre lo spalmava, però, l’eccitazione era troppo forte. In un attimo le tornò in mente lui – suo padre. Le gambe strette intorno alla sua vita, le mani che la tenevano salda, il cazzo che la riempiva. Un brivido le percorse la schiena. Con una mossa improvvisa, la mano scivolò sotto il body, le dita che si insinuavano tra le labbra della fica, già umide solo al pensiero. Spalmò la crema anche lì, con movimenti lenti e circolari, sentendo il corpo reagire all’istante. Poi tra le natiche, sul buchino stretto ma elastico, dove le dita indugiarono un attimo di più, esplorando, come se dovesse prepararlo a prendere un vero cazzo. Un gemito le sfuggì dalle labbra mentre si muoveva appena, sentendo il piacere della sensazione, il body che si incollava alla pelle, accentuando ogni curva.
Ma doveva sbrigarsi: le ragazze erano già quasi tutte in palestra. Con un gesto rapido, si tirò su il body, sistemandolo in modo che si infilasse bene tra le natiche, mettendo in risalto quel culetto sodo che sapeva far impazzire. Si fece la coda ai capelli, un gesto automatico, poi uscì dallo spogliatoio, unendosi alle ultime con un sorrisetto malizioso sulle labbra.
L’allenamento iniziò con una sorpresa che fece accelerare il battito ad Alina: al posto di Marianna c’era solo Andrea, il suo assistente. Alto, muscoloso ma non esagerato, con quel fisico scolpito che tradiva anni di disciplina. Capelli neri, pizzetto curato, occhi scuri che non lasciavano indifferenti. Alina lo aveva sempre trovato interessante, ma quel giorno, mentre gli passava davanti con un movimento fluido, fece una piroetta volutamente esagerata, il culetto che si sollevava in un gesto provocatorio. Lui le sorrise – era il solito sorriso o c’era qualcosa di più? Un lampo negli occhi, un’attimo di esitazione, come se avesse notato qualcosa che prima non c’era. Non ebbe tempo di pensarci: l’allenamento era già cominciato.
Il tempo scorreva tra salti, movimenti precisi e danze che richiedevano grazia e controllo. Alina era brava, forse la migliore, forse no. C’era sempre Milla, l’ucraina dai capelli biondi e gli occhi azzurri come il ghiaccio, con quel seno perfetto e il piercing al capezzolo che si intravedeva sotto il body attillato. Più alta di Alina di quasi una testa, più magra, più tonica, come se fosse stata scolpita per quello sport. Loro due erano le favorite, le rivali, le regine di quella palestra. Ma quel giorno Alina era diversa: più spudorata, più maliziosa. Ogni movimento era carico di una sensualità nuova, ogni piegamento un invito, ogni salto un modo per mettersi in mostra.
Andrea sembrava notarlo. Più attento del solito. Più presente. Più vicino a lei di quanto non fosse mai stato. Quando si avvicinava per correggere una posizione, le sue mani indugiavano un attimo di troppo. Quando le spiegava un esercizio, i suoi occhi si fermavano su di lei un secondo in più. E quando Alina, volutamente, si piegava in avanti per allungarsi, lasciando che il body si tendesse sul sedere, lui guardava. Non come un istruttore, ma come un uomo.
L’aria nella palestra si era fatta densa, carica di una tensione che sembrava far vibrare ogni superficie. Alina e Milla avevano deciso di giocare, e Andrea era diventato il loro bersaglio. Milla, con la sua altezza e la sua grazia felina, si muoveva intorno a lui come se volesse avvolgerlo. Mentre si allungava per un esercizio, sfiorava il suo corpo con una scusa, le dita che strusciavano contro il suo petto, le braccia che premevano contro le sue. Una volta, mentre si piegava per raccogliere un nastro, si assicurò che il suo sedere si poggiasse contro il suo inguine, sentendo il calore del suo corpo, la durezza che si nascondeva sotto i pantaloni. Andrea aveva sobbalzato, ma lei aveva finto indifferenza, sorridendo mentre si rialzava. Poi, durante una correzione, le sue mani sfiorarono il suo cazzo attraverso la stoffa, le dita che premevano un secondo di troppo.
«Scusa, Andrea», aveva sussurrato con un sorrisetto, «mi sono sbagliata.» Ma i suoi occhi brillavano di malizia.
Alina non era da meno. Ogni piegamento era un invito, ogni salto un modo per mostrarsi. Si assicurava che il body si tendesse nei punti giusti, che il sedere si sollevasse quando si chinava, che le gambe si aprissero quel tanto che bastava per far intravedere l’interno delle cosce. Quando Andrea si avvicinava per correggere una posizione, lei si sporgeva verso di lui, i seni che sfioravano il suo petto, le labbra che si mordevano in un gesto troppo sensuale. Una volta, mentre le reggeva la gamba per un allungamento, aveva fatto in modo che le sue dita sfiorassero l’interno coscia, vicino alla fica. Lui aveva deglutito, le pupille dilatate, ma lei aveva finto indifferenza, sorridendo mentre si sistemava il body.
La gara tra le due era silenziosa, ma feroce. Ogni movimento, ogni tocco, ogni sguardo era un modo per attirare l’attenzione di Andrea, per farlo impazzire. E lui, travolto da quella doppia seduzione, sembrava non sapere più dove guardare.
L’allenamento stava per finire quando Alina fece la sua mossa: un leggero scivolare del piede, una finta perdita d’equilibrio che la fece finire a terra con un gemito dolce, quasi sofferto. Andrea, rivolto alle altre ragazze, annunciò che la sessione era conclusa—tanto mancava poco. Le compagne si avviarono verso gli spogliatoi, mentre Alina rimase seduta per terra, il viso contratto in una smorfia di finto dolore, gli occhi che brillavano di malizia.
Con un movimento rapido e quasi impercettibile, sistemò il body in modo che l’elastico si incuneasse tra le labbra della fica, premendo proprio sul clitoride. Quando rimasero soli, Andrea si avvicinò, il viso teso, le mani che tremavano appena. Si mise davanti a lei, si piegò e le prese il piede con delicatezza.
«Dove ti fa male?», chiese con voce roca, gli occhi che sfuggivano verso l’alto, verso le sue cosce aperte.
Alina aveva le gambe leggermente divaricate, le ginocchia rialzate, in modo che lui potesse vedere tutto: il cavo delle cosce, l’interno delle gambe, la fica appena coperta dal body, l’elastico che si incuneava tra le labbra umide.
«La coscia, l’adduttore», rispose indicando un punto vicino all’inguine.
Andrea iniziò a massaggiare, le dita che premevano con attenzione, ma ogni tanto gli sfuggivano occhiate fugaci verso l’alto, il viso che si arrossava sempre di più.
Milla, prima di uscire, li aveva osservati con malizia, una punta di fastidio negli occhi. Aveva capito benissimo cosa stava facendo la sua rivale, e non le piaceva affatto.
Alina, invece, fingeva ancora dolore, ma dentro di sé sapeva esattamente cosa voleva. Lentamente guidò le mani di Andrea sempre più verso l’interno coscia, sempre più vicino alla fica. Mentre lui continuava a massaggiarla, sentiva il suo sguardo bruciare sulla pelle, sentiva il suo desiderio crescere.
Andrea provò a fermarsi, a resistere, ma era troppo tardi. Le dita di Alina si mossero con lentezza, spostando il body di lato e rivelando la fica in tutta la sua bellezza: le labbra leggermente dischiuse, lucide, rosa, gonfie. Un invito impossibile da ignorare.
Con voce innocente, quasi bambinesca, Alina alzò gli occhi su di lui.
«Quando mi faceva male un punto, la mamma mi dava un bacino», disse con un sussurro dolce e carico di doppio senso. «Forse… anche tu dovresti fare lo stesso.»
Andrea deglutì. Aveva capito. Sapeva che era una trappola. Ma in fondo, che importava? Alina era abbastanza grande. Era chiaramente consenziente. E lui non voleva più resistere.
Con un gesto deciso, le divaricò le cosce, le mani che si posarono sulla pelle calda e sudata. Poi si chinò, la bocca che si avvicinò a quel calore umido, le labbra che si aprirono per assaporarla. La prima leccata fu lenta, la lingua che sfiorò le labbra della fica, raccogliendo ogni goccia di nettare con una lentezza che faceva tremare Alina. Lei gemette, le mani che si mossero verso le bretelle del body, sfilandole dalle spalle con un gesto fluido, poi lo abbassò fino alla pancia, lasciando i seni scoperti, i capezzoli duri e puntuti, pronti per essere toccati.
Mentre la lingua di Andrea si dissetava di lei, giocando con il clitoride, leccando e succhiando senza tregua, Alina iniziò a giocare con i propri seni, le dita che strizzavano i capezzoli, torcendoli, pizzicandoli fino a farle sfuggire un altro gemito. I fianchi si sollevavano incontrollati verso quella bocca avida, come se volessero fondersi con le sue labbra. «Sì… così… non fermarti…», ansimò, i piedi piantati a terra e il bacino che si inarcava contro la sua bocca, le dita che affondavano nei suoi capelli, spingendolo sempre più a fondo.
Andrea aveva perso ogni controllo. La sua lingua si muoveva senza freni sulla fica di Alina, mentre le dita affondavano dentro di lei, stimolandola, riempiendola, sentendo i muscoli che si contraevano intorno a loro. I gemiti di Alina si facevano sempre più forti, il corpo che si inarcava verso di lui, i seni che si offrivano al suo tocco con disperazione. «Sì… sì… leccami…», sussurrò con voce roca, spezzata dal piacere che montava inesorabile.
Quando l’orgasmo la travolse, fu con un grido soffocato, le cosce che si stringevano intorno al suo viso, le unghie che graffiavano la propria pelle mentre il corpo tremava per le scosse del piacere. Andrea non si fermò. Continuò a leccarla, a succhiarla, a bere ogni goccia di lei, finché Alina, esausta, si abbandonò contro il pavimento, il petto che si sollevava affannoso, gli occhi semichiusi e un sorrisetto soddisfatto sulle labbra.
Andrea si tolse la maglia in un gesto rapido, rivelando il torso scolpito. Mentre si spogliava, Alina si sfilò del tutto il body con un movimento fluido, rimanendo nuda davanti a lui, la pelle che brillava di sudore, i seni piccoli e sodi che si sollevavano a ogni respiro. Si avvicinò a lui con le dita che tremavano per l’eccitazione e, con un gesto deciso, gli tirò giù tuta e boxer, liberando il cazzo che schizzò fuori, duro e pulsante.
Non esitò un istante. Si chinò su di lui e avvolse le labbra intorno alla cappella gonfia, la lingua che iniziò a leccare dalla punta, risalendo lungo l’asta con movimenti lenti e avidi. «Mmmh…», gemette contro la sua pelle, assaporando il sapore salato mentre lo prendeva tra le labbra, succhiando con una fame che sembrava insaziabile.
Andrea la lasciò fare per un po’, le dita affondate nei suoi capelli, il respiro che diventava sempre più affannoso. Poi, con un gesto deciso, la fermò. Si sdraiò a terra, il cazzo che puntava verso l’alto. «Continua», le ordinò con voce roca.
Alina non si fece ripetere due volte. Si chinò di nuovo su di lui, la bocca che si chiuse intorno alla cappella, la lingua che si muoveva lungo l’asta, leccando e succhiando mentre lui la incitava con parole spezzate. «Sì… così… usa la lingua…», ansimò, spingendola piano più giù, verso le palle.
Alina obbedì, la lingua che iniziò a leccare anche lì, esplorando ogni centimetro, assaporando la pelle sensibile mentre lui si masturbava piano, la mano che si muoveva su e giù lungo il cazzo. «Dio… sì… così…», gemette, guidandola ancora più giù.
Alina si ritrovò con la bocca tra le natiche di lui, depilate e lisce. Esitò solo un istante, poi iniziò a leccare, esplorando con la lingua quella zona proibita. Scoprì che la cosa la eccitava più di quanto avesse mai immaginato. Leccare il culo di un uomo le sembrava qualcosa di perverso, ma ora non lo era più. Era eccitante. Quando lui inarcò la schiena, Alina poté raggiungere anche il buchino, stretto e rosa, e iniziò a leccarlo con curiosità crescente, mentre con una mano si masturbava, sempre più eccitata da quella situazione.
La lingua di Alina giocava intorno al buchino di Andrea, spingendosi sempre più a fondo, esplorando, stuzzicando, mentre le dita affondavano nella propria fica, umida e avida. Ogni leccata era un invito a spingersi oltre, ogni gemito di lui un incoraggiamento a continuare. Andrea aveva gli occhi chiusi, la testa rovesciata all’indietro, la mano che si muoveva frenetica sul proprio cazzo, godendo di quella stimolazione anale che lo portava sempre più vicino al limite.
Nessuno dei due si accorse della presenza di Milla. I suoi passi leggeri si avvicinarono alle spalle di Alina senza fare rumore, l’ombra si allungò sul pavimento finché non entrò dritta nel suo campo visivo.
Alina alzò gli occhi e la vide.
Milla, completamente nuda, i capelli biondi che le ricadevano sulle spalle, gli occhi azzurri fissi su di lei, un sorrisetto malizioso sulle labbra. Senza dire una parola, si abbassò su Andrea, posizionando le gambe ai lati della sua testa. La fica rosa e umida scese piano verso il suo viso, offrendosi senza remore.
Alina voleva dire qualcosa—un «no», un «cosa stai facendo?»—ma le parole le morirono in gola. Era troppo sorpresa, troppo eccitata per reagire.
Andrea aprì gli occhi e vide la fica di Milla così vicina, così offerta. Un sorrisetto complice gli curvò le labbra. Non servivano parole.
Milla si abbassò, poggiando la fica direttamente sulla bocca di Andrea, che non esitò. La lingua si allungò, leccando e assaporando ogni goccia, mentre le mani si strinsero sui suoi fianchi, tirandola più vicino, affondando il viso tra le sue gambe.
Alina rimase immobile, gli occhi sgranati, il corpo paralizzato tra lo shock e l’eccitazione. Poi, lentamente, si avvicinò di più. Le labbra tornarono sul buchino di Andrea, la lingua riprese a leccare e stuzzicare, mentre le dita continuavano a penetrarsi, sempre più veloci, sempre più avide.
Ora erano in tre.
Milla guardava Alina con un sorrisetto superiore, gli occhi azzurri che brillavano di malizia mentre si faceva leccare da Andrea. «Dai, troietta… non sai neanche come si fa?», disse con il suo accento russo, la voce roca e dominante. «Usa le dita, non solo la lingua…»
Alina esitò, confusa, e Milla rise, un suono basso e sensuale, prima di spingerle la mano verso il cazzo di Andrea. «Così, stupida… fingering, capisci? Dito nel culo, mentre succhi il cazzo…»
Alina capì. Con un sorrisetto malizioso, risalì con la lingua lungo l’asta di Andrea, riprendendo a succhiarlo con avidità, mentre con il dito umido di saliva iniziò a spingere lentamente nel suo buchino stretto.
Andrea gemette, il corpo che si inarcava, mentre la lingua di Alina continuava a succhiarlo e il dito affondava sempre più a fondo. La bocca di Andrea non smise di leccare la fica fradicia di Milla, la lingua che si muoveva frenetica tra le sue labbra gonfie, mentre Alina aumentava il ritmo, come se lo stesse scopando con il dito, la bocca che non smetteva di succhiare il suo cazzo. Lui gemette di nuovo, il corpo teso, il cazzo che diventava ancora più duro sotto la lingua di Alina.
«Brava, zaychik… così… Ora siedi», sussurrò Milla con gli occhi semichiusi per il piacere, la voce che scivolava fuori dalle labbra come un ordine sensuale.
Alina sfilò il dito dal buchino di Andrea, lo sguardo fisso su Milla, e con un movimento fluido si sedette sul suo cazzo, guidandolo dentro la propria fica bagnata. «Mmmh… sì…», ansimò mentre lo sentiva affondare, riempirla completamente. Il calore del suo corpo si fuse con quello di Andrea, i muscoli che si contraevano intorno a lui, avidi.
Milla la guardò con un sorrisetto perverso, poi si avvicinò, le prese il viso tra le mani e la baciò, forzandole le labbra con la lingua. Alina sussultò: era il suo primo bacio lesbico, e le piacque da morire. Essere lì, impalata su quel cazzo, con Milla che la baciava, le labbra morbide e la lingua che giocava con la sua, era troppo. Il corpo le bruciava, la fica stringeva Andrea, e lei gemette nel bacio, le mani che si aggrappavano alle spalle di Milla, disperate per più contatto, più piacere.
Milla rise contro le sue labbra, la voce bassa e roca. «Ti piace, malyshka? Ti piace fare la troietta?», sussurrò mentre Andrea iniziò a muoversi sotto di lei, le mani che le stringevano i fianchi, spingendola sempre più a fondo sul suo cazzo.
Alina non rispose con le parole, ma gemette di nuovo, il corpo che si muoveva all’unisono con loro, il respiro che si faceva sempre più affannoso.
Milla si staccò dalle labbra di Alina con un sorrisetto soddisfatto, gli occhi azzurri che brillavano di lussuria. Senza dire una parola, si alzò e si posizionò dietro di lei, spingendola in avanti finché Alina non inarcò la schiena, offrendo i capezzoli alle labbra di Andrea. Poi Milla le afferrò le natiche e le divaricò con decisione. Con un gesto lento, iniziò a leccare, partendo dalle palle gonfie di Andrea, lambendo l’asta del cazzo ogni volta che usciva dalla fica di Alina, sfiorando la sua fica aperta e bagnata, fino ad arrivare al buchino rosa e stretto.
Alina ansimò, il corpo scosso da brividi, le dita che si aggrappavano alle spalle di Andrea mentre la lingua di Milla tracciava un percorso bollente sulla sua pelle. «Mmmh… s-sì…», gemette, la voce rotta dal piacere, mentre sentiva quella lingua umida e avida che le lambiva il buchino, sempre più insistente, sempre più profonda.
Quando la lingua di Milla affondò di nuovo, Alina perse il controllo. Un grido rotto le sfuggì dalle labbra mentre l’orgasmo la travolgeva, il corpo che si inarcava all’indietro per poi abbandonarsi sul petto di Andrea, il respiro affannoso, i muscoli che tremavano per le scosse del piacere. «Dio… s-sì…», ansimò, le dita che si stringevano sul petto di Andrea, il suo cazzo ancora duro dentro di lei, mentre cercava di riprendere fiato, gli occhi semichiusi, il corpo esausto ma ancora avido di più.
Milla attese qualche istante, poi spinse Alina con un gesto deciso, quasi autoritario, la voce dura e sfidante: «Ora tocca a me, malyshka.» Alina, sottomessa dalla presenza più esperta della russa, obbedì senza fiatare, spostandosi di lato, gli occhi fissi su di loro, rapita da quella scena.
Milla si voltò verso Andrea con uno sguardo d’intesa, un sorrisetto malizioso che non lasciava spazio a dubbi. «Guarda bene, piccola Alina», disse con la voce bassa e roca, mentre si chinava sul cazzo di Andrea, ancora duro e lucido dei succhi di Alina. Lo leccò lentamente, la lingua che risaliva lungo l’asta, assaporando ogni goccia. «Mmm… che dolce… il sapore della tua inesperienza, zaychik», commentò, gli occhi fissi sulla ragazza più giovane.
Poi, con un movimento fluido e sicuro, si mise sopra di lui, guidò il cazzo nella sua fica e scese, prendendolo tutto d’un colpo, senza esitazione. Andrea allungò le mani verso i fianchi di Milla, cercando di tenerla, di guidarla, ma lei gliele allontanò con uno schiaffetto secco. «Non toccare», gli ordinò, la voce ferma. «Qui comando io.» E iniziò a cavalcare, i fianchi che si muovevano con esperienza, padrona del ritmo. Sembrava una che sapeva esattamente come far godere un uomo: i seni che rimbalzavano, i fianchi che ondeggiavano, il culo sodo che si abbassava e risaliva con precisione.
Alina guardava rapita, ammirata, gli occhi lucidi di desiderio mentre Milla si muoveva sopra di lui come se fosse nata per quello, il corpo che si muoveva con una sicurezza che faceva girare la testa. Era così che si faceva godere un uomo. Era così che una donna prendeva il controllo. E Alina voleva imparare. Voleva essere così. Voleva essere lei.
Milla aumentò il ritmo, le mani che si stringevano sui seni mentre le unghie pizzicavano i capezzoli, strappando gemiti a ogni strattone ai piercing. I fianchi si abbassavano e risalivano su Andrea con una furia che lo faceva ansimare, i muscoli tesi, il respiro che si spezzava in gemiti rotti. Lo usava senza pietà, ma allo stesso tempo lo portava sempre più vicino al limite, i loro corpi che si scontravano in un ritmo selvaggio, la pelle che scottava per il sudore e il desiderio.
Poi Milla fissò Alina, gli occhi azzurri che la trapassavano con un’intensità che non lasciava scampo. «Siediti sulla sua faccia, malyshka», le ordinò, la voce bassa e roca. Non era una richiesta. Era un comando. Alina, ipnotizzata da quella presenza così sicura e perversa, non poté fare altro che obbedire.
Si spostò con le cosce ancora tremanti per l’orgasmo, poi si abbassò sul viso di Andrea, la fica bagnata che si poggiò sulle sue labbra aperte. Lui non esitò un istante: la lingua si allungò subito, leccando, succhiando, affondando tra le labbra gonfie. Alina gemette, il corpo scosso da brividi mentre ogni colpo di lingua le faceva salire un’ondata di piacere lungo la schiena, le dita che si aggrappavano alle spalle di Milla per non cadere, il respiro che si faceva sempre più affannoso.
Milla, intanto, continuava a cavalcare Andrea con furia, i fianchi che si muovevano senza tregua, il cazzo che affondava dentro di lei con un ritmo che non lasciava scampo. Poi, senza smettere di muoversi, tornò a guardare Alina, gli occhi lucidi di lussuria, la voce che tagliava l’aria come una lama: «Fai pipì, zaychik… Lui vuole bere», le ordinò, imperiosa, carica di desiderio.
Alina sgranò gli occhi, il cuore che le batteva all’impazzata. «C-cosa?», balbettò, incredula, il corpo che si irrigidiva per un istante.
Milla ripeté l’ordine, le unghie che affondavano nel ventre di Andrea mentre i fianchi si muovevano su di lui con ancora più violenza, come se volesse farsi trapassare da quel cazzo. «Fai pipì, subito», ringhiò, gli occhi fissi su di lei, inesorabili, senza lasciare spazio a obiezioni.
Alina sentì il corpo che all’inizio si rifiutava, ma poi, spinta da quella voce che non ammetteva rifiuti, si sforzò, fece pressione sulla vescica. Finalmente, con un misto di sollievo ed eccitazione, sentì il liquido caldo scorrere sulla lingua di Andrea, che beveva avidamente, leccando, affondando sempre più a fondo tra le sue labbra, come se non potesse fare a meno di quel sapore.
Andrea gemette contro la fica di Alina, il corpo che si tendeva, le mani che si stringevano sui fianchi di Milla mentre sentiva l’orgasmo montare, inarrestabile. Milla, percependolo, accelerò ancora, le dita che si muovevano frenetiche sul clitoride, masturbandosi senza smettere di muoversi su quel cazzo. «Vieni, pàpocka, riempimi…», ansimò, la voce rotta dal piacere, il corpo che si inarcava per accogliere ogni affondo.
E poi venne.
Andrea gemette contro la fica di Alina, il corpo che si inarcava mentre lo sperma riempiva Milla, caldo e denso. Lei non si fermò, non si alzò. Anzi, rallentò solo per godersi ogni istante, i fianchi che ruotavano sopra di lui, spremendo fuori ogni ultima goccia, mentre un orgasmo violento la travolgeva, le unghie che graffiavano la sua pelle, la bocca aperta in un grido soffocato.
Alina guardò Milla, gli occhi lucidi di un misto di shock, eccitazione e sottomissione. Aveva obbedito. Aveva fatto pipì su di lui come le era stato ordinato, e ora sentiva il corpo di Andrea tremare sotto di lei, la lingua che continuava a leccarla, avida e insaziabile, mentre Milla si abbandonava al proprio orgasmo, esausta ma trionfante, il corpo che si muoveva ancora su quel cazzo, godendo di ogni ultima scossa di piacere.
Il respiro di Andrea si fece più regolare, il petto che si sollevava e si abbassava con un ritmo lento, quasi assopito, mentre Milla rallentò i movimenti fino a fermarsi del tutto. Si sollevò appena, lo sguardo fisso su Alina, gli occhi azzurri che brillavano di una luce perversa, la voce che scivolava fuori dalle labbra come un ordine avvolto di seta: «Mettiti in ginocchio, malyshka.»
Alina, ormai in balia di quella ragazza che sembrava padrona di ogni situazione, obbedì senza esitazione. Si mise in ginocchio davanti a Milla, il cuore che le batteva forte, il corpo ancora scosso dal piacere e dalla sottomissione, le cosce che tremavano leggermente per l’eccitazione.
Milla, con un gesto lento e calcolato, mise una mano sotto la sua fica, ancora aperta e colma dello sperma di Andrea, e si alzò in piedi, sfilandosi il cazzo di lui con un movimento fluido. Camminò con passi sicuri fino a raggiungere Alina, posizionandosi davanti a lei. «Apri la bocca», le disse, il tono dolce ma inappellabile.
Alina obbedì.
Non appena le labbra si dischiusero, Milla tolse la mano. Un rivolo denso di sperma colò fuori dalla sua fica ancora aperta, direttamente nella bocca di Alina. Poi un altro rivolo, e un altro ancora. Milla rideva con un suono basso e sensuale, mentre guardava Alina bere il suo “premio”, gli occhi che brillavano di compiacimento. «È il mio regalo», le disse, «bevi e ringrazia.»
Alina non poté fare altro che gustarlo, ingoiarlo, sentendo il sapore salato scivolarle in gola, le labbra che si chiudevano intorno a ogni goccia. «Grazie, Milla», sussurrò dopo aver ingoiato l’ultima stilla. Era grata di quel dono, di quella umiliazione dolce, di quel gioco che la faceva sentire viva come mai prima.
Poi Milla allungò una mano e le afferrò i capelli, tirandola dolcemente verso il proprio sesso. Alina capì. Senza esitazione, iniziò a leccare la fica di Milla, pulendola, gustandola, le labbra che si chiudevano intorno alle sue labbra gonfie, la lingua che esplorava ogni piega, ogni goccia residua. Le sue mani si aggrapparono alle natiche di Milla, che chiuse gli occhi e gemette piano, il corpo che si abbandonava a quel tocco avido e sottomesso.
Alina aveva ottenuto esattamente ciò che voleva. Aveva leccato una fica per la prima volta, aveva goduto con una ragazza, e più Milla la sottometteva, più si sentiva viva, elettrica, come se ogni umiliazione fosse una scarica di adrenalina pura.
Andrea, intanto, osservava la scena delle due ragazze nude davanti a lui, un sorrisetto sulle labbra, gli occhi che brillavano di desiderio sazio. La palestra era vuota, silenziosa, rotta solo dai gemiti soffocati di Milla e dal respiro affannoso di Alina.
Quando Milla si fu soddisfatta, prese la testa di Alina e la allontanò con un gesto deciso, poi sorrise ad Andrea e si avviò verso gli spogliatoi senza aggiungere una parola. Alina, ancora frastornata, ci mise qualche secondo a riprendersi, poi si alzò, raccolse il body e la seguì, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Milla aprì l’acqua della doccia senza dire nulla, e Alina la imitò, entrando sotto il getto caldo. Non erano amiche. Non lo erano mai state, e una scopata non avrebbe cambiato le cose. Ma ora c’era qualcosa di diverso tra loro: una complicità silenziosa, un’intesa perversa che non aveva bisogno di parole. L’acqua scorreva sui loro corpi, lavando via i segni di ciò che era successo, mentre ogni tanto sfioramenti casuali—una spalla che strusciava contro un braccio, una mano che sfiorava un fianco—spezzavano il silenzio. Non c’erano più ordini, non c’era più la dinamica di dominazione e sottomissione. Solo due ragazze che si lavavano, consapevoli l’una dell’altra, complici in un gioco che non richiedeva regole scritte.
Una volta finite, ognuna si rivestì in silenzio, ignorandosi volutamente, come se quel momento di complicità sotto la doccia non fosse mai esistito. Alina scelse un paio di leggings neri, attillati, che aderivano a ogni curva del suo corpo, disegnando il sedere sodo e le cosce snelle. Sopra, una maglia scura e aderente, e un giacchino leggero. Niente intimo, ovviamente. Ormai era diventata un’abitudine—un modo per sentirsi viva, per sfidare il mondo, per tenere accesa quella fiamma di eccitazione che le bruciava dentro, costante e inestinguibile.
Fuori dalla palestra, Andrea le offrì un passaggio con un gesto distratto, ma lei rifiutò con un sorriso freddo, le labbra che si incurvavano in un’espressione carica di sottintesi. «No, grazie. Preferisco il treno», disse, gli occhi che brillavano di una malizia nuova, quasi sfidante. Quello che era successo era stato un momento intenso, unico, ma non aveva intenzione di lasciargli credere che potesse diventare qualcosa di più. Lui scrollò le spalle e si avviò verso il parcheggio senza insistere, come se avesse capito che non c’era spazio per altro.
Milla e Alina rimasero per un attimo immobili, una accanto all’altra, il silenzio che si allungava tra loro come un filo teso. Poi Milla, prima di avviarsi verso la macchina, si girò verso Alina e la squadrò dalla testa ai piedi, lo sguardo che si soffermava su ogni dettaglio. «Fai attenzione, malyshka», disse con voce bassa, quasi minacciosa, le parole che scivolavano fuori come un avvertimento. «Il treno è pieno di sconosciuti… e tu sembri proprio il tipo di ragazza che attira guai.»
Alina rise, un suono leggero e carico di sottintesi, le labbra che si aprivano in un sorrisetto provocante. «Magari è proprio quello che voglio, Milla», rispose, gli occhi che brillavano di desiderio e di una sfida aperta. «I guai… sono la parte migliore.» E con queste parole si avviò verso la stazione senza voltarsi indietro, i fianchi che oscillavano con una sicurezza nuova, lasciando Milla a guardarle le spalle che si allontanavano, il corpo che si muoveva con una sensualità consapevole, come se ogni passo fosse un invito a chiunque avesse avuto il coraggio di guardare.
Fine Capitolo 5!
Ciao a tutti! Mi chiamo Mathilda, e ho iniziato a scrivere per gioco, per sfogo delle mie fantasie ed esperienze.
Cosa ne pensate del racconto? Vi è piaciuto? I miei racconti sono tutte esperienze di vita vissuta in prima persona e non, ovviamente romanzati. Se questo vi è piaciuto fatemelo sapere, così saprò se continuare. Se non vi è piaciuto, fatemelo sapere lo stesso! ;)
Suggerimenti e idee mi piacciono sempre e scusate se mi dilungo troppo, ma quando inizio a scrivere poi, mi perdo un po’. Un bacio! Cherry!




Ti ringrazio, lucar8. A breve pubblicherò anche i prossimi capitoli.
Bellissimo racconto
Assurdo che il capitolo più bello sia anche quello senza commenti. Complimenti Giulia, sai come tenere alta l'attenzione dei lettori.…
La tua penna mi tiene sempre incollata dall'inizio alla fine e mi lascia una soddisfazione narrativa profonda e costante.
Va bene ne sono lieta. Ti lascio la mia mail agavebet@libero.it ma ovviamente ti chiedo di avere pazienza. Lavoro, scrivo…