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Incontro di lavoro

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Dovevo andare per lavoro in un paese fuori Vicenza. Un semplice controllo di cantiere.

Non che ne avessi voglia, si trattava di routine. Dovevo dare un veloce parere, più per l’amicizia con Giulio che per altro.

L’appuntamento ricordo era per le 14. Subito dopo pranzo. In una pasticceria, quasi più un locale a dire il vero, lungo strada che portava verso Schio. Arrivo un po’ in anticipo e resto nel parcheggio davanti, smanettando con il cellulare, quando all’improvviso compare sullo schermo la chiamata di Giulio.

  • Mi devi scusare – mi dice in buona sostanza – ma ho avuto un contrattempo, dobbiamo vederci direttamente al cantiere. Ho detto a mia moglie Silvia di passare a prenderti. Ti guida lei e ci vediamo lì –

Non che avessi molta scelta. Quindi intanto scesi e andai in pasticceria per prendere un caffè. Era una giornata di novembre. Grigia. Coperta.

Mi avvicinai al banco dove una ragazza carina e simpatica mi portò un caffè che bevvi con calma.

Fu un istante e mi sentii sfiorare il braccio e chiamare.

  • Luca? –

Mi voltai e annuendo vidi Silvia. Una donna non troppo alta, fasciata in uno stretto vestito scuro che risaltava i suoi seni, gambe magre e lunghe, slanciate sui tacchi, capelli neri, mossi fino alle spalle.

Risposi con un – si ciao – imbarazzato e stupito. Non conoscevo Silvia e non mi aspettavo di trovarmi di fronte una donna così affascinante.

  • Scusami, vengo dal lavoro – mi disse come per giustificarsi – Giulio mi ha chiamato ora e ho pensato di venire subito per non farti aspettare –

  • Certo – risposi io – ti ringrazio, ma un caffè lo prendi? –

Insomma: una battuta e uno scherzo bevendo a un tavolino prima un caffè, poi un amaro, scoprimmo una discreta intesa che cominciò ad eccitarmi. La osservavo e vedevo che le piaceva giocare, ma non capivo fino a che punto.

Fatto sta che vedendo l’ora, già mezzora andata, dissi – forse è meglio andare – e proposi di prendere la mia auto. Tanto poi sarei dovuto ripassare e l’avrei riaccompagnata o sarebbe tornata con Giulio. Lei accettò senza problemi e quando salì in macchina una cosa mi colpì, perchè vidi il vestitino salire fino a mezza coscia. Era certamente bella, ma quelle gambe erano decisamente sexy. Lei restò così, senza particolari problemi, e partimmo continuando a chiacchierare. Dopo qualche minuto con la scusa del cambio, non so neppure perchè, sfiorai la sua gamba, prendendo una caramella nel portaoggetti. Notai che si intravedeva l’elastico delle autoreggenti e mentre lei continuava a parlare, fissai un attimo. Se ne accorse e per un attimo si fermò. Poi sorrise e disse, sdrammatizzando: – non ti piace? – pareva scherzare

Non so perchè io fui colto alla sprovvista e risposi subito, d’istinto, rilanciando – dovrei sentire al tatto per dire… – ridendo un po’…

Lei ammutolì, io pensai alla cazzata che avevo appena detto, ma per un attimo, vedendo la sua esitazione, allungai la mano e l’appoggiai sulla sua coscia. Era stupita e confesso pure io della mia iniziativa.. Le sue gambe erano ferme, immobili. Che fai? – disse, come impaurita.

  • Vedo se mi piace al tatto – risposi tesissimo… e feci scorrere la mano, risalendo fino all’elastico.

Silvia non faceva nulla. Era ferma. E io scesi sulla sua pelle. Morbida, liscia.

  • Mi piace sai – aggiunsi nell’imbarazzato silenzio. Più per capire, insicuro, che per dare un vero apprezzamento.

Lei non disse nulla. – No – disse piano

  • Non ti piace?

  • No

Ma mi spinsi più su e mi appoggiai sulle sue mutandine, un pizzo leggero. Ormai ero troppo avanti. Con un dito le scostai… stava stringendo le cosce… – no – sussurrò, ma il mio dito, su quella pelle nuda, depilata, calda, si fece spazio.

Il no successivo, che disse, si mescolò mentre sentivo sul mio dito il calore dei suoi umori. Era bastata una pressione. Scivolare un po’. E si era eccitata.

Lo lasciai affondare.

  • No – disse ancora. Ma non stringeva più con forza.

  • No? – chiesi io – non ti piace? A me sembra invece che ti stia piacendo molto …

Su queste parole mossi il dito, roteandolo e facendolo entrare e uscire velocemente per 4-5 secondi… non di più.

La sentii gemere. In silenzio. Stava godendo.

Sentivo la sua pelle liscia toccare la mia mano. Le gambe aprirsi e tendersi, per poi richiudersi, avvolgendo la mia mano.

Mentre fuori i capannoni scorrevano veloci in auto tutto sembrava fermo. La stavo scopando con un dito, dentro e fuori, e lei si stava lasciando andare.

Si sistemò sul sedile e mi lasciò fare. Era ormai un lago. La stavo praticamente sbattendo con la mano.

Le afferrai con due dita le mutandine, che ormai erano inutili e le ordinai di toglierle. Lo fece. Non parlava, ma nei suoi occhi vedevo crescere il desiderio. Tornai a masturbarla, prima con un dito e poi con due. Gemeva. Calda e bagnata. Lasciava fare. Le dita scivolavano e scorrevano. Mentre attraversavamo un paese emise un urlo di piacere, un sospiro. Sentivo che fremeva.

  • Ti piace ora? – le chiesi.

Subito non rispose. Poi rallentai, uscivo ed entravo con le dita. Infilai una strada verso una zona artigianale e mi sistemai in fondo a un parcheggio tra capannoni abbandonati e campi incolti.

Li la baciai. E lei ricambiò. E guardandola negli occhi glielo richiesi.

  • Ti piace?

  • Si – sussurrò

Le abbassai il vestito, quasi strappandolo, per la voglia che mi era cresciuta e, continando a scoparla con le dita, presi a baciare i suoi seni. Erano splendidi, tesi, gonfi. La sentivo colare tra le cosce.

Le dissi solo – ho voglia di scoparti – e su quelle parole senti la mia mano riempirsi di umori. Lei gemette ancora… respirò e parve rilassarsi sotto i miei colpi più veloci.

Ero eccitato e slacciai i pantaloni, facendo uscire il mio cazzo, già durissimo.

Guidai la sua mano sopra. Era quasi timida… lo stringeva, lo muoveva piano.

  • Non ne hai mai preso uno in mano? – le chiesi provocandola…, continuando ad accarezzarla… tra le cosce.

Strinsi la sua mano con la mia. Su di lui. La vidi nuovamente scaldarsi. Guidai la sua testa, non le chiesi nulla. La spinsi giù di forza e cominciai a farglielo succhiare. Saliva e scendeva… prima esitando. Poi lo sentiva gonfio… cominciò ad avvolgerlo con le labbra con tutta la bocca. Le mie dita dentro di lei erano in fiamme. Succhiava e mugugnava. Gemeva. Ogni tanto apriva la bocca per riprendere fiato, poi tornava a succhiarlo, a inghiottirlo. Le sue tette sbattevano sulle mie gambe.

Le esplosi in bocca, poi in faccia e lei di nuovo sulle dita. Urlò appena, tremando con le gambe, mentre sentivo gli umori che scendevano lungo le cosce, fino alle calze.

Restammo così per un po’. Si distese. Venne lei a baciarmi e io le accarezzai il viso.

Mi sorrise e mi disse – forse ora è meglio andare –

  • Certo, ma non serve tu rimetta l’intimo – le risposi

    Esito, poi sorridendo aggiunse – va bene –

E proseguimmo verso il cantiere.

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