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La debolezza e la perdizione

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L’appuntamento era per le dieci della mattina e io mi feci trovare pronta. Marcello, il collega di mio marito, pretendeva anche quello da me. Come ero finita in quella situazione?

Semplice, un momento di debolezza. Una serata con qualche bicchiere di troppo. Un’occhiata, uno sfioramento, una sorta di permesso a entrare dalla porta, o almeno a provarci.

Marcello non ci aveva messo troppo a provare a sfondarla, quella porta. Il doppio senso non è voluto e non fa ridere, ma tutto sommato visto come si sono messe le cose successivamente, ci sta bene,

Marcello venne qualche giorno dopo quel primo accenno di flirt. Mio marito ovviamente non c’era, lui ne conosceva gli orari e le trasferte, aveva gioco facile. Mi scopò in cucina, brutalmente. Ma mi piacque, eccome. Gli piacevano le mie carni abbondanti, il mio seno pieno, il mio culo. Anzi culone, come lo apostrofava lui. Non ho il culone, non sono grassa. Sono quella che si definirebbe curvy, o una donna normale, non da cartellone pubblicitario o copertina di rivista patinata.

Mi scopò quel giorno e ancora altri, anche con incursioni molto brevi. Un pompino in macchina, una masturbazione selvaggia e proibita a me sotto al portone. Un’inculata in cantina.

Era un porco severo, pretendeva. Ma al mio corpo regalava momenti devastanti di goduria. Sporca e penosa, lo ammetto. Ma godevo di quella sozzeria.

Quel giorno però aveva in serbo altro, qualcosa che non avevo ancora mai provato prima.

Mi portò in una casolare in campagna, appena arrivammo con l’auto vidi alcuni uomini osservare il nostro arrivo, guardarci. Si muovevano in piccoli gruppi, segno che erano stati scelti non tutti insieme, non tutti provenienti dallo stesso giro. Potevano essere una ventina, ma c’era un discreto vai e vieni dalla porta del casolare, e il conto esatto non lo riuscii subito a fare.

Non mi accolsero con applausi, e nemmeno un baciamano. Niente fiori, niente sorrisi, anzi sembravano indossare un ruolo da aguzzini, più che da amanti.

Marcello invece mi riempiva di premure, fremava anche lui di quella situazione. Lo sentivo dall’insistenza con cui mi toccava, mi baciava. Era elettrico, persino lui che di solito non faceva trasparire emozioni tremolanti.

Eccomi lì, quindi, l’animale da sacrificare.

Ci spostammo tutti nel cortile, dove era stata preparata la scena del macello. Io ero la bestia.

Una specie di giogo stava al centro, con uno scaletto foderato e dotato, che gentiluomini, di un cuscinetto. Subito capii che ci sarei dovuta stare parecchio, lì poggiata.

Alcuni uomini bevevano birra, altri fumavano. Un paio avevano già il cazzo di fuori e se lo menavano guardandomi.

-Spogliati.

Marcello mi prese la borsa e poi ogni indumento che andavo a togliermi. Lo posava su una sedia e poi tendeva le mani aspettando il successivo.

-Gli occhiali li tengo?

-No, toglili.

-Non mi far sborrare negli occhi, ti prego.

-Non c’è il rischio.

Subito non capivo quella pronta risposta, dovetti aspettare qualche minuto.

Gli uomini bisbigliavano, sembravano pregare per me. Ma era una preghiera perversa e malvagia, carica di sudore, forza, tensione.

-Signori, questa è la vostra dea. Per oggi lei sarà la vostra dea e la vostra puttana. Trattatela come vi ho spiegato, e ne saremo tutti contenti. Lei per prima.

-Marcello, ho paura, sono tanti.

-Stai tranquilla, ci sono qui io.

Mi baciò in bocca e io accolsi volentieri quel gesto così intimo, che stranamente Marcello distribuiva con disinvoltura.

Mi portò al centro del cortile, e mi fece sistemare sullo sgabello. Le ginocchia poggiavano su dei cuscini, mentre il piano era costruito per lasciare le mie tette penzolare in basso. Questo mi metteva un po’ timore. Ma non era finita lì, perché un uomo portò una sorta di parete, che mi sistemarono addosso in modo da dividere la scena in due. Da una parte il busto e la testa, dall’altra il fondo schiena il culo e le gambe. Non vedevo alle mie spalle, tanto più che venni bloccata da alcune catene gelide e pesanti. E un collare anch’esso di metallo che mi dava un certo fastidio.

-È troppo stretto?

-Mi sento soffocare.

-Rilassati, vedrai che tra poco non lo sentirai più.

Marcello prese una sedia e si venne a mettere proprio vicino al mio viso, al mio busto. Poteva toccarmi e fare quello che voleva, mentre io avevo gambe e mani bloccate, e il collo con movimenti limitati. Lì iniziai ad avere davvero paura.

Un uomo gli portò un tavolino, con posacenere e bottiglia di vino. Lo spettacolo era pronto.

-Prima ungetela per bene.

Iniziai a sentire alcune mani sul culo e sulla figa, mi passavano qualcosa di cremoso. La sensazione era bella, se non che quegli uomini non ci stavano mettendo nessuna cura. D’altronde non ero lì per farmi un massaggio, ma ero stata portata alla monta da Marcello. Stavano solo preparando la bestia da montare.

Stavano lì dietro di me, coperti da quel ridicolo separè, e parlavano a bassa voce. Iniziarono a scoparmi con solerzia e cattiveria. Senza timidezza o amore. Mi ficcavano il cazzo dentro e iniziavano a darmi spinte vigorose.

Marcello mi guardava, mi toccava le labbra, ogni tanto mi baciava. Fumava e spesso si distraeva, guardava il paesaggio. Mi dava fastidio, così ansimavo, richiamandolo.

Allora lui si voltava e mi sorrideva, si avvicinava ancora.

-Ti piace? Come ce l’ha questo qui?

-È grosso, è tanto grosso.

-Li ho scelti tutti ben messi.

Spegneva la sigaretta e si metteva a torturarmi i capezzoli, con impegno. Io godevo come una troia, e iniziai ad ansimare forte, poi ad urlare. Avevo iniziato a perdere il conto dei cazzi che mi erano passati tra le gambe. Alcuni mim sputavano sulla schiena, o era sborra, non lo so. Alcuni mi venivano dentro e ne potevo sentire la quantità. Marcello mi faceva commentare, lo eccitava questo. Mi incitava, chiedeva.

-Ne aveva tanta?

-Era più grosso quello di prima?

-Questo ha vent’anni, non gli basta mai.

Forse dopo un paio d’ora mi fecero riposare, mi venne consentito di alzarmi, andarmi a lavare. Io ed Marcello mangiammo in cucina, dentro. Bevvi del vino e mangiai con gusto, ero distrutta ma avevo goduto tantissimo.

-Ti è piaciuto, vero?

-Mi vergogno.

-Ma ti è piaciuto, ho visto.

-A te?

-Ho i coglioni che mi fanno male da quanto sono pieni. Ma ho deciso che sarò l’ultimo a darti la sborra. E sarò l’unico a fartela bere. Ma più tardi.

-Non abbiamo ancora finito?

Lui ghignò malefico.

-Bevi ancora un po’ di vino, ti serviranno energie.

Di nuovo venni portata in cortile e di nuovo sistemata su quell’altare della lussuria e della maialaggine di Marcello.

Ora toccava al culo.

Gli uomini, rifocillati, si rimisero in una fila disordinata, e così come prima un paio di loro mi cosparsero le natiche e il buco con della sostanza cremosa che mi dava conforto. Servì a poco, perché quei bastardi sembravano non aspettare altro che quel momento, come se la mattina fosse stata una prova generale. Volevano rompermi il culo, volevano rovinarmi. Marcello li comandava, quando vedeva che qualcuno di loro ci metteva troppo si alzava e andava dietro a dirgli di ripassare dopo, che dovevano darsi il cambio. Alcuni si lamentavano per quel rigore militare, non capivano.

Io piansi, venni ancora mentre Marcello mi leccava le tette e i capezzoli. Mi baciava le labbra, gli occhi umidi. Mi dava da bere ogni tanto.

Iniziai a perdere di nuovo il conto dei cazzi che mi finivano nel culo. Erano tanti, e tutti ben disposti e ben piazzati. A un certo punto non ce la facevo più, ero davvero stremata. Nonostante i baci e le carezze di Marcello, nonostante la figa mi gocciolasse per tutta quella goduria e assurda sensualità.

Venni fatta scendere, e portata con fatica in bagno. Lì finalmente mi lasciarono sola, a lavarmi nella vasca calda. Mi addormentai, penso.

Marcello mi guardava adesso in piedi, sulla soglia.

-Lo vuoi rifare?

-Non mi ci far pensare adesso, forse ti direi di no.

-Allora prima riposati, poi mi dirai di sì.

-Marcello…

-Dimmi.

-Vieni.

-Lo vuoi adesso?

-Sì, me lo merito. E te lo meriti tu.

SI avvicinò alla vasca e gli tirai fuori il cazzo. Già duro, umido, sofferente. Non ci misi molto a farlo venire, e ne aveva tantissima, ancora più del solito, lui che sborrava copiosamente già ogni volta. Faticai a buttare tutto giù, gli occhi di nuovo mi si bagnarono.

-Brava. Adesso rivestiti, che ti porto a casa.

-Marcello, solo una cosa.

-Che c’è?

-Ho visto dei soldi, oggi.

-Lo so.

-Voglio solo sapere se ti hanno pagato o tu hai pagato loro.

-Cosa ti piacerebbe di più?

Rimasi un po’ pensierosa.

-Me lo dici dopo in macchina. Ora muoviti.

Sentii un brivido lungo la schiena, e i capezzoli farsi ancora duri. Che vacca che ero diventata, mi bastava quel pensiero sporco per rimettermi in una dimensione erotica. Provai a non pensarci, ma quando arrivai in auto fu la prima cosa che volli affrontare con il mio Marcello.

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