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Ero in uno stato di abulia. Mi astenevo dal giocare col mio cazzo da una settimana e non mi eccitavano le fantasie erotiche che di solito affollavano il mio cervello in quanto mi sentivo frustrato dalla consapevolezza di non poterle condividere con i partners che ambivo a coinvolgere nei miei giochi.

Abituato a penetrarmi con le dita o con vari oggetti di forma conica, da un paio di giorni non mi toccavo nemmeno più il buchetto. Non ne avevo voglia, mentre sospiravo, illanguidendomi nell’impossibilità di avere un’esperienza con una coppia in cui entrambi fossero bisessuali. L’idea mi stava ossessionando da parecchio, aggredendomi e prostrandomi in ogni ora del giorno e della notte.

Così, continuavo a consultare internet. Era diventata una fissazione. Contattai febbrilmente diverse coppie su numerosi siti di incontri, ma inutilmente. Andando avanti nella ricerca mi spinsi a prendere in considerazione le “offerte” fuori dalla mia città. Avrei viaggiato fino in capo al mondo pur di raggiungere il mio scopo. Ma sempre nulla.

Un tuffo al cuore! Una sera mi arriva un messaggio più o meno attendibile. Coppia sui 45 anni si dichiara interessata a conoscermi. Bisex entrambi, lei usa indossare strap-on per sottomettere il suo lui. Disponibile a sodomizzare anche me “en travesti”. Distanza: relativamente vicini; ai margini della città.

Col batticuore mi affretto a combinare l’incontro per il giorno dopo. Lascio il numero del mio cellulare; mi forniscono il loro. All’orario prestabilito mi reco all’indirizzo. È una zona fuori città. Muri di cinta antichi e altissimi verticalizzano il panorama. Ville isolate si intravedono attraverso la fitta vegetazione; all’interno: cancelli sbarrati, in fondo a viali ombrosi.

Nel messaggio, forse per prudenza, non è indicato il civico che mi sarà comunicato solo sul posto. Da lì, richiamo al cellulare per maggiori delucidazioni. L’uomo che risponde mi chiede cosa vedo da dove sono. Spiego che sono davanti al civico numero 5 e descrivo il panorama: muro di cinta alto calcinato bianco, alberi di pini, edicola votiva. Solo allora mi fornisce il numero civico. Il cuore, in gola, galoppa all’impazzata.

C’è anche un altro motivo per cui l’eccitazione mi pervade: è la prima volta che mi travesto fuori dalla mia abitazione e non conosco la reazione che potranno avere i miei ospiti. Piacerò o sarà un fallimento? Non potrei sopportarlo, tuttavia vado avanti. Si balla, signori!
Dalle foto, ben visibili sull’annuncio, i miei ospiti sembrano persone affidabili, ma solo l’incontro faccia a faccia mi potrà confermare quell’impressione? Parcheggio e, a piedi, mi dirigo al cancello.

Suono il campanello della villa. Attimi di silenzio. Solo il canto di un uccello mi conforta, distraendomi dai miei timori. La telecamera montata alla sommità della cancellata ha un breve movimento circospetto. Poi, più in basso, all’altezza dei miei occhi, il citofono si illumina. Nessuna voce. Pronuncio il nome concordato la sera prima. Il cancelletto pedonale si sgancia con rumore metallico, aprendosi.

Entro e lo richiudo alle mie spalle. Lo scatto accresce la mia ansia. Prefiguro che a breve sarò aggredito da una turba di satanassi assassini, ma, reprimendo un brivido di terrore, vado avanti. Percorro il vialetto alberato, limitato dalla siepe di ligustri, e, dietro una leggera curva dello sterrato a ghiaia, che scricchiola ad ogni passo, a poche decine di metri da me ci sono loro.

La coppia in vestaglia, sorridente, con fare amichevole, mi invita a salire la breve scalinata in pietra. Lei, molto dolce, mi prende per mano, delicatamente, e mi guida. “Vieni, caro!” – mi sollecita.
Non so perché, ma mi sento già donna. Mi fanno accomodare in una bella sala: il televisore acceso trasmette film inequivocabilmente porno con trav in lingerie e trans cazzuti all’opera, con contorno di belle fighette e sovrappiù di una mistress.

Ci accomodiamo sul divano e, dopo le presentazioni, Lia, così si presenta, mi chiede se voglio seguirla per cambiarmi e imbellettarmi.
Gino, è il nome di lui, intanto, si stravacca sul divano di fronte al visore per godersi le oscenità che lo schermo snocciola, tanto per eccitare un po’ il tubero che curiosa, facendo capolino da sotto il lembo della vestaglia.

Lia, molto gentile, da vera padrona di casa, mi accompagna nel suo budoire e mi aiuta a spogliarmi, denudandomi completamente. Dà dei gridolini di gioia, complimentandosi per il culetto a bauletto e per la soavità dei glutei, belli sodi. Ne approfitta e li tasta, mentre sovraintende alla mia vestizione.

Indosso il corsetto nero in pizzo, il perizoma, che stenta di già a coprire il mio sovreccitato strumento di lavoro, e le calze nere velate; aggancio il reggicalze, anch’esso in pizzo nero. Lia mi fa indossare un corto kimono di seta nera con un obi che mi stringe in vita.

Lei mi guarda con orgoglio, come se fossi opera sua. “Appena avrai finito col trucco sarai una bella fighetta da esplorare” – mi concede vogliosa, mentre, seduta accanto a me davanti allo specchio, inizia a truccarmi con arte e delicatezza.

Calzo una parrucca bionda e scarpe nere con tacco 12; mi alzo e sfilo davanti allo specchio, ancheggiando con morbide movenze per provare le mia avvenenza. Mi scoperei da sola se potessi toccare il figone che si agita nello specchio.

Lia è già pronta all’azione; lascia cadere la vestaglia. È completamente, mirabilmente nuda. Mi consiglia (o me l’ordina?) di mantenere indosso la lingerie per permettere a Gino di scoprire l’avvenenza delle mie fattezze en femme.

Mi prende per mano e mi accompagna lungo il corridoio. Ancheggio parecchio, esagerando il movimento dei fianchi con l’incrocio calcolato delle gambe, una avanti all’altra, con passo felpato per rendere più sensuale la camminata; i tacchi alternanti risuonano sommessamente, sfiorando il pavimento e annunciando al padrone di casa l’atteso arrivo.

Gino è nudo! Sta masturbandosi,assaporando le sequenze hard. Quando, affiancate, appariamo nella sala, lancia un urletto gioioso di sorpreso compiacimento e gli occhi iniziano a luccicare. La libidine che quella gustosa troietta, che sono io, sa destare lo pervade, nella convinzione di presto la potrà possedere, condividendola con la sua complice.

Sgrano gli occhi dalla piacevole stupore nell’ammirare quel cazzo in tiro duro come la pietra. Dimensioni: considerevoli; dritto come un siluro; poderoso come una torre. Compatisco il povero mio buchetto che, se non fosse per il lubrificante che ho adocchiato, non so come se la vedrebbe se scordassero di adoperarlo.

Lia comprende a volo la mia inquietudine e mi incoraggia, sostenendo che è un’impressione e che comunque adopererà la “lozione miracolosa”; non devo preoccuparmi. Pensa lei a prepararmi per benino, sostiene. Tuttavia, aggiunge che quello risulta il minore dei problemi perché ha già riservato una grossa sorpresa tutta per me. Il termine “grossa” mi mette in ansia. Da un lato sono rassicurata dalla sua complice presenza femminile. Lei sa, deve saperlo, cosa è sopportabile per una “povera donna” essere abusata da un bruto.

Mi avvicino a lui e mi inginocchio davanti al divano, stringendo per la prima volta nelle mani quella mazza rinforzata con anima d’acciaio. Inizio a leccare l’asta per misurarne la lunghezza, con l’idea di tentare di assumerlo in bocca. Accosto le labbra al glande; schiocco la lingua, battendo ritmicamente sulla cappella, quindi sul buchino centrale che, sollecitato, inizia a vomitare liquido prostatico a più non posso. Poi scendo sull’asta, a inumidirla con la mia saliva, tentando di togliergli la sua tozza figura. Infatti s’allunga, danzando parossisticamente. Il prossimo numero? Spalanco la bocca a più non posso e tento l’impossibile. Incanalo l’asta lungo il foro oro-faringeo per farlo scendere giù, appiattendo il palato.

La lingua si muove con rapide mosse circuendo il palo, come una sinuosa ballerina di lap-dance. Provo la sensazione, inconfondibile e arcinota, del sapore, mentre l’odore acidulo della carne dalla gola risale nelle cavità olfattive. Deglutisco, con affanno, la saliva, che secreto dalla bocca in eccesso nello sforzo di allargare l’esofago. La saliva si mischia al liquido pre-orgasmico proveniente dall’invadente ospite. Il sapore salato mi induce a deglutire ancora di più fino a togliermi il respiro.

Tutto quel movimento accresce la mia eccitazione, anche perché Lia tiene scostato il mio perizoma verso il basso e con la lingua lecca il mio buchetto sul retro-bottega, penetrandomi con colpetti diretti al centro delle crespe. Intanto, con le dita inizia ad esplorarmi, approfittando per spalmarmi un lubrificante di cui avverto l’inebriante profumo.

Poi saggia la consistenza della mia parte debole e inizia ad infilare nel tenero forellino, che, sensibile, stringe la corolla di crespe intorno alle dita vogliose; prima l’indice, poi il medio, poi l’anulare. La triade ruota e dilata il buco, narcotizzando lo sfintere per abituarlo ad adeguarsi alla giusta penetrazione. Collaboro con intenso piacere.

Ad un tratto Lia, rivolta al marito, gli annuncia che l’ospite è pronto. A me, inginocchiata, col cazzo garrulo in aria, sussurra: “Stai buona e calma che ora lo prendi tutto per te, Tesoro mio! Non guardare che arriva.”. Vibro di piacere. Lei mi riserva brevi colpetti sulle natiche e sulla pancia, come al circo la brava assistente picchietta gli elefanti o i dromedari per disporli nella posizione migliore a permettere al domatore di eseguire i numeri dello spettacolo in programma.

Prona, in ginocchio, mi posiziona davanti a Gino, allargandomi sulle gambe, la pancia pendula in basso e il culetto rivolto in aria, svettante sulle spalle più in basso.
Dietro di me si posiziona il domatore. Avverto la sua presenza, il suo ansimare, il bruto che si accosta…; percepisco il calore del corpaccione che mi copre, prima che il randello strusci nella fessura dei glutei per raccogliere il lubrificante che mi è stato spalmato in eccesso; poi punta dritto al buchetto e tenta il chiavistello. Forza, ora, per aprirsi il varco.

Chiudo gli occhi; sudo freddo. La penetrazione tanto desiderata ora diventa fastidiosa fino a terrorizzarmi. La pressione è intensa, insopportabile, mentre l’aggressore aumenta la forza e spinge. Un attimo; un lampo; un dolore intenso, insopportabile, uno squarcio, prima che il grimaldello abbia la meglio e l’asta sgusci all’interno perdendosi come l’ago nel pagliaio (però, non sottile come l’ago!).
Lia ha lavorato da esperta, e il culetto, ben lubrificato, cede.

Gino è dentro! Ansimo, riprendendo fiato. Imbizzarrito, con crescente frenesia, Gino mi pompa, incitato dal tifo della moglie; mi trapana allegramente, scendendo sempre più in fondo. Lia lo spinge a girare il coltello nella piaga sempre più rapidamente: agevola la dilatazione del mio culo, distendendo le crespe e minacciandomi: “Se non ti allarghi ora, ci penserò io, poi, a squartati a dovere. Ti romperò il culo…!” – promette con rabbia.

Ormai non distinguo più il dolore dal piacere; è un groviglio inestricabile di cespugli di spine, che procurano fitte intense, mentre bellissime rose profumate addolciscono l’animo e il cuore. Ripeto a me stessa, ma forse lo grido a lui: “Montami, montami…, dai…!”. Mi stordisco in quella litania, mentre la voce di Lia mi giunge ovattata, come un frastuono indistinto. La mia coscienza affonda nel buio profondo della mia inconsistenza.

Il compatto salsicciotto innestato nell’ano come le chiavi nel cruscotto dell’auto, ben oliato, scivola veloce nell’involucro del mio intestino, mentre un caldo languore si propaga nel mio corpo, infiammandomi culo e cervello; ansimo ad ogni colpo e vorrei gridare di dolore, mentre, invece, mugolo soltanto di piacere. Dopo un numero infinito di quei colpi ben assestati, Lia, con espressione mefistofelica, ordina a Gino:”Basta! Questa ha bisogno di ben altro…” Lo spinge indietro con decisione, strappandomi il cazzo dal culo.

È arrivato il suo turno. Mi agguanta per le anche, pronta a infilarmi sul suo strap-on, indossato senza che me ne sia accorto. “Ora ti lavoro io per benino, Amore mio!” afferma sarcasticamente. Mi sento morire, abbandonata al mio destino, priva del suo appoggio morale.
Gino si piazza davanti a me e si sfila il preservativo. Capisco al volo il senso di quella mossa e mi predispongo ad accogliere in bocca quel prezioso dono adamantino.
Durissimo è l’assaggio e la bocca si riempie di quella carne insaporita dagli odori assunti nel mio retto. Mi viene da morderlo per fargli pagare le pene che mi ha procurato, ma, ripensandoci, è più appetitoso se lo succhio.

Lia gioca, intanto, sul mio culetto. Strofina la protesi, inzuppata di liquido lubrificante, sui glutei per riscaldare il motore.
Do un’occhiata di lato e solo allora mi accorgo delle enormi dimensioni dell’attrezzo meccanico. Cerco di tirarmi indietro, terrorizzato o, dovrei dire, terrorizzata, ritornando in me. “Ti prego, ti prego, ti prego… non provare a penetrarmi con quel nodoso coso… di gomma, spero!

Gigantesco, il totem piega la testa in avanti e indietro, assentendo mio malgrado; ondeggia senza riuscire a stare dritto. Troppo lungo e grosso, pare una mazza da baseball.
Lia non risponde e, diabolicamente, punta dritto sul buco già spalancato e seviziato da Gino. Il vuoto del buco anale la attira, invitante; sembra avere le vertigini e vi cade sopra; inserisce l’orrendo attrezzo che sostiene fra le sue gambe e procede minacciosa con la prora del rompighiaccio.

Gino ha un moto di compassione per me, compenetrandosi nella sorte che mi attende: “Coraggio…!” – sussurra, ma continua ad attanagliarmi il tronco e le braccia, obbligandomi all’immobilità. Avverto che Lia ha cominciato a penetrarmi con quell’orribile mazza. Sforzo il collo e giro la testa il tanto che basta per accorgermi che, rossa in volto, sta spingendo con veemenza l’apparecchio ancorato alla sua vulva. Il suo ghigno mi atterrisce.

Avverto la ritrosia dello sfintere che si oppone alla penetrazione; che cede, ma mi meraviglio di non sentire l’ingresso del corpo estraneo. Troppo grosso lo strumento e lo sfintere si oppone strenuamente, non si dilata abbastanza. Il dolore si fa sentire; è cocente.
Urlo: “No! Pietà!” e piango, mentre mi aggrappo ai miei glutei con le mani, dilatandomi, nell’intento di agevolare l’ingresso più rapidamente possibile e farla finita con lo strazio a cui sono sottoposto. Spingo verso l’alto i glutei, pregando che finisca quella tortura.

D’improvviso. con un flop, il fallo scivola all’interno. È dentro! Il patimento si attenua, ma l’impressione è che il mio intestino sia pieno, rigonfio di lui. Avanza! Lo sento; centimetro dopo centimetro, la mazza mi penetra, scavando in profondità. Sono pregna; sentori di nausea mi rivoltano lo stomaco; il sedere arde e le gambe traballano, non mi reggono più, iniziano a scivolare paurosamente ad ogni affondo di Lia.

Lei cerca di tranquillizzarmi. “Ormai t’ho rotto il culo! Non avrai più problemi le prossime volte che verrai da noi.” – rifiata mentre mi pompa, penetrando, ad ogni colpo, più in giù. Mi pare che stia perforando lo stomaco. Conati di vomito salgono verso la gola, ma mi trattengo.

Impalata, è la parola giusta! Pensai a Vlad il Terribile. Impalata da Lia che vuole calmarmi e continua a carezzarmi i glutei e la schiena per addolcire il dolore che, effettivamente, va diminuendo.
Miracolosamente, non provo più dolore. Un piacere immenso ha preso il posto della sofferenza iniziale e un calore intenso si diffonde in tutto il corpo.

Inizia il godimento. Sto per venire. Vengooo…! Vomito sperma a fiotti sul divano. A ogni colpo che ricevo, uno schizzo di pari intensità fuoriusce dalle gonadi, dal mio uccello che continua a vibrare, teso sotto di me, dimenticato e umiliato dallo scherno che ha subito la sua mascolinità.

Anche Gino, che mi è davanti, inizia a traballare, stringendosi il cazzo duro come il marmo. Capisco che l’orgasmo è prossimo anche per lui e spalanco la bocca per ricevere quel nettare salato che si affretta a schizzarmi direttamente in gola: una, due, tre, quattro, cinque… sei e più volte.

Inghiotto la pioggia salvifica e continuo con la lingua a pulire il magnifico esemplare di Berta, mentre Lia, esausta, fa scivolare fuori dai miei visceri il randello. All’improvviso mi sento libero dall’ingombro, mentre, insieme al fallo di gomma, mi pare che escano anche le mie budella, con un sollievo inpensabile.
Lia si abbatte sulla mia nuca. Poi, girandomi, mi attrae sulla sua bocca e mi bacia appassionatamente. “Sei stata bravissima!”. Sono orgogliosa di me.

Rimaniamo esausti, tutti e tre sul divano, accarezzandoci a vicenda ancora per qualche minuto, scambiandoci il proposito di rivederci ancora per riprovare nuove sensazioni; ci baciamo profondamente e Gino mi accarezza i genitali, ormai inutili.

Esco da quella casa dopo una doccia. Cammino ondeggiando, con fatica nel tenere la direzione retta; spossato e svuotato dentro, mentre i muscoli del culetto prolassano.
Arrivo a casa mi lancio nella vasca da bagno riempita d’acqua calda. Poi delicatamente mi spalmo l’ano con liquido emolliente. Tasto lo sfintere per capire quanto è prolassato; sono ancora dilatato e le dita entrano ed escono senza difficoltà.

Mi masturbo violentemente, mentre scorrono davanti a me le fasi dell’incontro appena terminato.

Ci saremmo rivisti ancora, ancora e ancora…!

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Autore Pubblicato il: 27 Settembre 2021Categorie: Erotici Racconti, Orgia, Racconti di Dominazione, Racconti Gay2 Comments

2 Comments

  1. Bollentispiriti 27 Settembre 2021 at 17:40

    A chi mi ha linkato col Pollice verso: perché non mi scrivi? Mi piacerebbe conoscere la tua opinione e le tue motivazioni per potermi migliorare e cercare di soddisfare i tuoi gusti. Grazie.

  2. Bollentispiriti 8 Ottobre 2021 at 18:19

    Ringrazio tutti e otto i lettori che mi hanno gratificato con un pollice alzato. Un bacio sulla bocca…

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