i racconti di Milu
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Questa storia comincia in maniera molto banale: con una giornata di lavoro andata a male per un temporale improvviso.
Doveva essere una giornata semplice, tranquilla, un giorno di shooting per un catalogo di vestiti in una villa che veniva solitamente affittata per eventi e matrimoni, nel giorno di chiusura.
Una di quelle giornate di lavoro che alcune in agenzia disdegnavano perché non si trattava di Grandi Firme o Prestigiose Riviste Di Alta Moda, e invece per me erano mera fonte di guadagno, senza mai ambire a chissà che celebrità.

La villa si trovava quasi sulle rive di un lago che quel giorno era di un colore ben poco invitante, dal quale potevi aspettarti che uscisse un qualche mostro squamoso, il cielo grigio, con qualche sporadico brontolio. Nonostante il pericolo di pioggia, la giornata andava benissimo per fotografare, la luce era diffusa, pochi problemi di ombre, e tutta l'illuminazione necessaria riempiva il furgone.
Eravamo arrivati, accolti da uno dei responsabili della villa e ci eravamo accomodati in una saletta di servizio con bagno adibita a camerino improvvisato. Una agitatissima tizia continuava a girarmi attorno per l'inevitabile trucco e mi ero già vestita con l'abito dei primi scatti.
"Se va tutto bene, non ci vorrà moltissimo" disse scrutando il cielo la fotografa, conscia che le aspettative artistiche per quel catalogo non fossero eccessive. Un lavoro fatto bene, professionalmente, non "arte".
Correzione luci, bilanciamento bianco, una prova, sistema quello spot, e...

BOOOOMM!!

Un lampo unitamente a un tuono fortissimo, e giù le secchiate dal cielo. Elettricista che stacca ogni luce, telo cerato buttato sulle attrezzature per portarle al riparo velocemente, corsa sotto il portico arrivando in uno stato pietoso, complici anche dei tacchi poco utili allo scatto da centometrista.
"Potremmo fare degli interni..." suggerii io all'assistente in piena depressione, ma questo scosse la testa "...Bisogna vedere la proprietà, se vuole, eravamo d'accordo per il giardino e basta."
"Bè, io vado ad asciugarmi, intanto..." dissi, sentendo il bruciore della matita sciolta negli occhi. Nel bagno, rimirai uno spettacolo più consono ad un film dell'orrore che ad altro, un panda sbavato, che mentre si dava al latte detergente, si rendeva conto di aver portato solo un piccolo asciugacapelli. Inutile.
Infatti, dieci minuti dopo stavo avvolta in un asciugamano gigante, mentre un attrezzino minuscolo dalla potenza calorifica e di ventola inesistenti, coraggiosamente tentava di lavorare.
Spensi il piccolo arnese aspettando che si raffreddasse un po', mi alzai in piedi per controllarmi allo specchio.

E nello stesso momento in cui l'asciugamano decideva di cedere alla gravità, si apriva la porta del locale improvvisato.
"AH!" esclamai, girandomi. "OH!" gridò una ragazza, girandosi velocemente e chiudendo la porta.
"Dovevo chiudere la porta del bagno!" dissi, raccogliendo il telo e coprendomi.
"Dovevi sì, cazzo!" imprecò lei, senza attirarsi molte mie simpatie. La guardai storto. "Che c'è?"
"Mi hanno riferito che cercavate la proprietà per chiedere l'uso di un interno..." disse lei, girandosi incurante che fossi o meno di nuovo coperta. Evidentemente poco le importava di vedermi, serviva non mi vedessero fuori. Apprezzai il gesto, anche se non troppo. Mi sistemai l'asciugamano, rispondendole che doveva cercare la fotografa, io ero solo la modella fradicia con un phon da sorpresa dell'uovo di Pasqua.
Sbuffò, forse divertita dal phon, forse da me, con una mano davanti alla bocca, mentre il piccolo attrezzo ricominciava a soffiare un refolo d'aria a malapena tiepida, decretando totalmente la mia antipatia nei suoi confronti.

Dei colpi risuonarono alla porta, e feci svogliatamente cenno con la testa che per me era ok se apriva, e nello stanzino balzò subito dentro la fotografa e il suo assistente.
Subito furono uno stuolo di convenevoli e saluti rivolti alla giovane, la ringraziarono duecento volte per la concessione -che non supponevo, comunque, gratuita- della location, e si scusavano che a causa del tempo saremmo rimasti fermi per un po'. "Come se fosse colpa nostra" pensai, spazzolandomi i capelli fradici, guardando nello specchio il terzetto di persone, e focalizzandomi presto sulla ragazza.
Va detto che né la fotografa, né l'aiutante, erano particolarmente alti, ma la loro interlocutrice era decisamente fuori misura, anche per i miei occhi abituati a trampoliere d'alta moda che giravano in agenzia.
Alta e snella, non pareva dotata di grandi forme, a suo modo affascinante. Di un volto dagli zigomi un po' pronunciati, dai lineamenti dritti, spiccava sicuramente un naso non minuscolo, ma dritto come fosse passato sotto una pialla, due labbra sottili che non avevano intenzione di fingersi sorridenti. Una descrizione quasi perfetta anche per il suo sguardo, due occhi non piccoli, ma dal taglio sottile, che le davano un'aria diffidente come un gatto.
Dall'alto, con le mani in tasca di un completo dal taglio piuttosto mascolino, annuiva quasi impercettibilmente con l'aria di chi ti stia a sentire ma chiaramente vuole farti intendere che non sei il suo maggior pensiero. Uno chignon dal quale venivano fatte scientemente fuggire alcune lunghe ciocche, mi fecero solo supporre la enorme lunghezza della sua capigliatura.
La giovane si scostò con un gesto rapido una ciocca di capelli dal viso.

"Non posso concedervi la disponibilità delle sale al piano terra." interloquì, rimettendosi la mano affusolata in tasca. "Sono in pulizia. Si potrebbe utilizzare la dépendance." buttò lì la ragazza, premendo il tastino di un cercapersone alla cintola.
"Oh, sarebbe davvero magnifico!" squittì l'assistente. "Se non è di disturbo, sarebbe perfetto!" tubò la fotografa, e ambedue si lanciarono in salamelecchi infiniti, mentre una donna arrivava di fretta ("prego, anche lei?" pensai, tenendomi l'asciugamano addosso più stretto) e la ragazza uscì senza salutare accompagnata dalla nuova arrivata.
La porta si chiuse dietro di loro, lasciando fotografa e assistente a tirare un profondo sospiro di sollievo.

"Contenta che si sia sistemato?" sorrisi allo specchio, stupendo la donna.
"Contenta che non ci abbiano sbattuti fuori!" disse quasi sottovoce.
"Che dici, avrà scopato?" sorrise il suo assistente, con aria complice.
"Chi?" chiesi girandomi.

Mi raggiunsero, parlando con un tono decisamente basso, tanto l'asciugacapelli non procurava un rumore tale da essere di disturbo.
"La ragazza che era qui, è la figlia dei proprietari!" disse l'assistente. "Quella è meglio che o la lecchi, o non ci hai a che fare." concluse, prima di uscire.
Mi scappò quasi da ridere, pensando a 'come' si potesse leccare una stangona simile con una faccia da figlia di papà viziata.
La fotografa commentò distrattamente l'inutilità del mio asciugacapelli, prima di dirmi, con tono grave:
"Attenta, Viktorie. Quella non ci mollerà un minuto da adesso in poi. Non darle corda, non raccogliere provocazioni e soprattutto non farle tu. Perché ti conosco abbastanza: se mi rovini la giornata di scatti per giocare a chi è più stronza, ti garantisco che Lunedì il tuo culo non sarà più materia dell'agenzia."
Se ne uscì senza aggiungere altro, e mi sforzai non poco per continuare a mantenere un'espressione neutra fino a che non si chiuse la porta, dopodiché mi potei permettere di sibilare un paio di termini non troppo lusinghieri al suo indirizzo, e di insultare l'asciugacapelli, buttandomi a sedere sul water chiuso, con una mano sul viso, mentre riprendevo con il piccolo aggeggio. In realtà, avevo una discreta voglia di piangere.


"... Due su due, tette al vento e seduta sul cesso! Se quando entro qui non sei in pose imbarazzanti non sei contenta?" sentii una voce sconosciuta quasi sul mio orecchio, e balzai in piedi, trovandomi ad altezza seni di qualcuno, alzai lo sguardo e mi trovai davanti Lei.
"Tieni, prima ti asciughi i capelli, prima scattate, prima ve ne andate." disse con tono meno che gentile, con un phon modello ultraprofessionale in mano.
"...Grazie." dissi, nel tono più gentile che potevo avere, spegnendo il mio aggeggino bollente e mettendomi di buona lena con il suo. Non sottolineai il fatto che, come se niente fosse, se ne stesse appoggiata ad un mobile del bagno a fissarmi asciugare i capelli, con quello sguardo indecifrabile e un'espressione ironica sulla faccia che mi dava urto istintivo. Finii molto velocemente di sistemarmi, le porsi l'attrezzo con un altro ringraziamento, e mi cominciai a vestire del secondo abito, il primo era ancora troppo umido, appeso a un calorifero riscalda-asciugamani. Dedussi che non sarebbe servito a niente chiederle di uscire, così liberai il mio corpo nudo, per abbigliarmi.
"Becca queste, cazzo di tavola da surf" pensai, indossando con una giusta lentezza il reggiseno giusto per l'abito.
"Sono vere?" disse d'improvviso. "Come?" le chiesi con uno sguardo un po' sorpreso.
La mano sottile ondeggiò nell'aria indicandomi. "Le tette, sono vere?"
"... Sì."
"Carine." alzò le spalle, fissando l'asciugacapelli. Mugugnai qualcosa che poteva essere un 'grazie' ma anche uno 'sticazzi', raccolsi in buon ordine il tutto e la salutai, diretta verso il nuovo alloggio dei nostri scatti.
Note finali:
Scrittori e lettori sono necessari gli uni agli altri.
Perciò non siate timidi -specialmente su questo sito- e fatevi sentire!
maildellautrice@gmail.com