i racconti di Milu
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È ora.
Allaccio gli anfibi, lascio scivolare le chiavi di casa nella tasca dei jeans ed esco. Anche se il calendario sostiene che l'autunno sia già arrivato, oggi è tutt'altro che freddo ed in maniche di camicia è un piacere stare all'aria aperta.
«Se vuoi incontrarmi, devi venire tu da me. Non ho alcuna intenzione di muovermi io.»
Era stata questa la mia risposta al tuo desiderio di incontrarmi dopo diversi mesi di intenso scambio epistolare. Ed era la pura e semplice verità.
«Non hai paura che sia una stalker?»
«Se così dovesse essere, non mi lascerai altra scelta che ucciderti e gettare il tuo cadavere nel fiume.»
Avevi iniziato a scrivermi dopo aver letto uno de “i Berlinali”, in un giorno “di pioggia e di noia”, così come recitava l'oggetto di quella tua prima mail. Da parte mia, rispondo sempre a chi dedica cinque minuti della propria vita per scrivermi, nel bene o nel male. Trovo che sia una questione di cortesia verso chi legge le mie storielline.
Alla mia prima mail avevi temporeggiato, esitato. Lentamente poi, ti eri lasciata andare e si era instaurato un rapporto virtuale di chiacchiere in cui faticavi a nascondere la tua curiosità verso la mia persona.
«Vorrei vederti.»
Questa tua dichiarazione arrivò una domenica sera, sul tardi. O forse dovrei dire notte, visto che la mezzanotte era già trascorsa ed io stavo sorseggiando una birra al banco chiacchierando con un amico. Non ti risposi che il giorno dopo.
La famiglia, l'università, la distanza erano tutti fattori che contribuivano a complicarti il viaggio per venire da me ne io morivo dalla voglia di realizzare questo tuo desiderio. Non che ci fosse un motivo valido, ma non sono solito incontrarmi con i lettori. Così avevo inasprito i toni, cercato di metterti in imbarazzo, messo delle rigide condizioni per farti desistere. E, dal tuo improvviso silenzio, credevo di esserci riuscito. Finché, un giorno, la tua risposta:
«D'accordo. Ma io non sono come le tue amichette di face che fanno tutte le carine. Non saremo amici. Mi metto sotto la scrivania mentre lavori e vediamo se sarò abbastanza brava da riuscire a distrarti.»
Sorrisi a quelle parole, a quella sfida che, in cuor mio, avevo il sospetto di aver già perso.

Come da accordi, raggiungo la panchina del parco non lontano da casa ed attendo. Sono arrivato una decina di minuti in anticipo e ammazzo l'attesa scorrendo nello smartphone alcune foto che sei stata così gentile da mandarmi. In questo scatto sorridi all'obiettivo in quello che sembra un bar durante un aperitivo. Hai il viso tondo, circondato da una cascata di castani capelli ricci in cui risaltano due occhi grandi luminosi e vivaci. Il tuo seno, che non si dica che sia scarso, è coperto da un top rosa che ti cinge la nuca e lascia le spalle libere.
«Ehi!»
Alzo lo sguardo e ti vedo a pochi passi da me. Guardo la foto, poi ancora gli occhi su di te. Metto via il telefono, mi alzo e copro quei pochi metri che ormai ci separano. Hai i fianchi un po' larghi come le foto lasciano intuire. Il passo sicuro e deciso. Come ti avevo detto di fare, indossi la gonna, nera, lunga fino al ginocchio, accompagnata da un paio di stivaletti scuri. Una camicetta grigia antracite e uno scialle completano il tutto. Hai un sorriso luminoso e solare, da classica brava ragazza e una bella stretta di mano, sicura.
«Ciao, tu devi essere Lucia.»
«E tu devi essere Ronin.»
«Ben arrivata. Come è andato il viaggio?»
«Noioso ma tranquillo. A dire il vero ero un po' in ansia.»
«Perchè?»
Ti aggiusti la borsetta sulla spalla e ti guardi attorno prima di rispondermi.
«Ero... sono spaventata ed eccitata. Non ho mai fatto una cosa del genere.»
«Ora che sei qui spero che l'agitazione ti passi.»
Sorrido e torno a sedermi sulla panchina, fermandoti con un gesto della mano quando stai per farlo anche tu.
«Aspetta. Oltre alla gonna ho posto un'altra condizione.»
Mi guardi perplessa. Esiti.
«Qualcosa non va Lucia?»
Ti passi una mano tra i capelli. Nervosa?
«Si e no. In effetti, avendoti letto, dovevo aspettarmelo. Però siamo in un parco...»
«E allora?»
«È giorno Ron, mi vedranno.»
«E ci arresteranno per atti osceni in luogo pubblico.»
«Tu sì che sai mettere pace nell'animo!»
Sorrido divertito al tuo sguardo bieco. Un attimo dopo ti porti davanti a me ed alzi la gonna. Ben presto l'orlo delle autoreggenti si rivela nel suo splendore e un ciuffo di peli scuri spicca tra le tue cosce. Annuisco soddisfatto.
«Brava Lu! Siediti qui.»
Aggiusti la gonna e ti metti accanto a me, con le ginocchia accostate e la borsa in grembo. Chiacchieriamo un po' di me, dei miei racconti, di Berlino, di te, della tua famiglia e dei tuoi studi. La curiosità mi nasce spontanea.
«Il tuo ragazzo sa che sei qui?»
«Ovviamente no. Se lo sapessi non sarei più la sua ragazza. Ufficialmente sono da una mia amica. Lei sa la verità e se non riceve un mio messaggio ogni ora chiama i carabinieri.»
Rido, sorpreso da questa precauzione serrata. Abbassi lo sguardo, quasi fossi dispiaciuta.
«Scusa, ma io che ne so che non sei un mostro?»
«Non puoi saperlo. Coi tempi che corrono, penso che tu abbia fatto bene.»
«Sicuro che non ti sei offeso?»
«Offedermi? Non ne vedo il motivo.»
Mi alzo e ti appoggio un bacio su una guancia. La tua pelle è morbida e profumata.
«Vuoi un caffè?»
«No ti ringrazio, sono già abbastanza nervosa così.»
«Allora andiamo, il tempo non abbonda.»
Ti porgo la mano e attraversiamo il paese come un'allegra coppia di fidanzatini che si tengono stretti.

Ti precedo nel mio piccolo appartamento e attendo che tu sia entrata per chiuderti la porta di casa alle spalle. Il tuo sguardo cade subito sul computer, già acceso con un mio capitolo che illumina il monitor. Tolti gli anfibi, ti appoggio una mano sul fianco e scivolo via, diretto alla sala.
«Ti dispiace se mi metto comodo?»
«Affatto, è casa tua! È un paese molto carino quello in cui vivi.»
«A me piace. Dopo il delirio di Berlino ho imparato ad apprezzare la pace e la quiete dei piccoli paesi di provincia. Magari sono un po' scomodi e ti costringono a muoverti sempre in auto, ma hanno il loro fascino. C'è da dire che la gente, semplice e tranquilla, è impicciona e tutti si conoscono... ma ho un'idea per una storia che voglio sviluppare in un'ambientazione simile.»
Mentre parlo i jeans e la camicia vengono sostituiti da ben più comodi tuta e maglietta. Dai rumori che sento, ti sei tolta gli stivaletti. Quando torno da te lo scialle e la camicia sono riposti con cura sulla spalliera di una sedia. I tuoi seni, liberi, mi fissano con i capezzoli irti. Sorridi, le gote arrosate. Mi avvicino e appoggio una mano su un tuo seno.
«Vedo che non hai perso tempo.»
Stuzzico un capezzolo, lo pizzico e lo accarezzo. Reagisce subito alle mie cure e lo vedo irrigidirsi ancor di più.
«Hai detto tu che ne abbiamo poco...»
Appoggio le mia labbra alle tue, senza dischiuderle. La mia mano afferra il tuo seno e lo stringe, saggiandone le consistenza. Non so se il tuo gemito sia di dolore o di piacere. O di entrambi.
«Allora al lavoro!»
Mi siedo al pc allontanandomi da te ed un click del mouse fa partire la musica, con i Dropkick Murphys che spezzano il silenzio sulle note di "The boys are back". Forse, date le circostanze, non è il pezzo migliore. Preferisco qualcosa come "White Angel" dei The Lions. Le mie mani scivolano sulla tastiera e le parole compaiono sul monitor una dietro l'altra quando, dopo alcuni momenti, sento le tue mani sulle spalle. È un massaggio lento ma ben fatto, i tuoi movimenti seguono le linee dei miei muscoli e devo dire che sì, te la stai cavando davvero bene. Chiudo gli occhi quando tocchi un punto più sensibile ed un lieve dolore si diffonde in tutta la schiena ed un attimo dopo senti il fruscìo della tua gonna. Ti stai muovendo, non ho più le tua mani addosso. Non faccio in tempo a chiedermi cosa stia combinando che un tuo dito scivola sulle mie labbra. È umido dei tuoi umori.
«Ronin, tutto questo molto eccitante...»
Sorrido compiaciuto, dischiudo le labbra e lecco il tuo dito. Sai di... non riesco a mettere a fuoco subito a cosa assomigli il tuo sapore. Ecco, sì, la salsa agrodolce, quel dolciastro che ti lascia una punta di acidità proprio sulla punta della lingua.
«Se così non fosse, questo nostro incontro non avrebbe senso, non trovi?»
Le tue dita si allontanano dalla mia bocca e posso intuire facilmente che siano tornate al tuo sesso, raccogliendo altri umori.
«Ti piace fare questo effetto alle donne, vero?»
«Sarebbe stupido negarlo. Il piacere femminile è una delle meraviglie di questo mondo. Cosa c'è di più bello e gratificante di un orgasmo di una donna?»
«Sta parlando il tuo ego smisurato, vero?»
Le tue dita scivolano nuovamente sulle mie labbra mentre l'odore del tuo sesso mi riempie le narici.
«Forse. È davvero importante? L'idea di essere artefice del piacere del donne mi stuzzica parecchio.»
«Già, ha parlato quello che è disposto a rinunciare al proprio piacere per quello di una donna, eh?»
«In parte è vero. Con i miei racconti, in parte, soddisfo questo mio piacere.»
Lecco le tue dita ed i tuoi umori.
«Tu che ne sai di cosa fanno le donne con i tuoi racconti?»
«In effetti non lo posso sapere con certezza. Ma se consideriamo il genere di cui scrivo e la mail che ogni tanto mi arrivano posso immaginarlo con una certa certezza.»
Ti sposti al mio fianco e le nostre labbra si incontrano, le lingue si intrecciano. Mi guardi con gli occhi stretti stretti, quasi mi dovessi fulminare sul posto.
«Sei uno stronzo arrogante e pieno di sé. Chissà quante te ne scopi, vero?»
Sorrido divertito a queste parole che mi sento ripetere fin troppo spesso. Una mano si infila sotto la gonna ed esplora la tua coscia, su quella pelle morbida, salendo verso il tuo sesso.
«Io non scrivo racconti erotici per scoparvi, tesoro. Ma per farvi godere.»
E quando pronuncio l'ultima parola un dito scivola facilmente tra le pieghe del tuo sesso ed entra in te, senza fermarsi. Sospiri e sgrani gli occhi, per il piacere e la sorpresa del mio gesto.
«Sei odioso.»
«Quanto basta. Prima o poi qualcuna mi pianterà un coltello nella schiena.»
Con un gesto stizzito mi togli la mano dal sotto la gonna e aggiri il tavolo.
«Te lo meriteresti.»
Ti mando un bacio e un attimo dopo, ammiccando, sparisci sotto al tavolo. La mia mano scivola sulla tastiera come a volerne saggiare la superficie. Sento i tuoi movimenti. Mi allarghi gentilmente le ginocchia e poco dopo le tue mani sono sulle mie cosce e salgono fino ai miei fianchi. Afferri l'elastico della tuta e tiri. No, non ho rimesso i boxer quando mi sono cambiato. Le tue mani mi accarezzano il ventre mentre sento i tuoi baci sulle cosce. Sento un brivido salirmi lungo la schiena. Sarà un'esperienza nuova per te, ma nemmeno io sono solito avere una quasi sconosciuta sotto al tavolo pronta a chiudere le proprie labbra sul mio sesso. E se fossi tu la psicopatica?
Le tue mani mi massaggiano con cura le gambe e mi costringono ad allargare le ginocchia così che tu possa aver più spazio e farti più vicina. Quando finalmente le tue mani calde si chiudono sul mio membro il piacere si diffonde in tutto il corpo e sospiro contento. Lo massaggi, lo accarezzi, ne saggi la consistenza mentre acquista vigore grazie alle tue cure.
Per i primi momenti delle tue attenzioni mi fermo. L'eccitazione è tanta e le tue carezze mi rapiscono. Scrollo il capo isolando mente e corpo e torno a scrivere. Nonostante il piacere, non voglio darti la soddisfazione di avere ragione di me così presto e mi costringo ad ignorare il tuo tocco per concentrarmi sulla scrittura. Sento le tue mani scivolare sulla mia pelle, salire sul mio torace fino ai capezzoli e poi scendere lungo i fianchi. Hai un tocco deciso e morbido allo stesso tempo. Mi piace. Riesci a trasmettermi sollievo e, al tempo stesso, infiammare di piacere la pelle che tocchi.
Sento la tua lingua scivolarmi sulla coscia destra, avvicinandosi sempre più al mio membro, con mio estremo piacere. Le tue mani accarezzano il mio corpo, cercando di farsi strada fino ai glutei, ma da seduto come sono possono fare poca strada. La tua bocca raggiunge l'inguine. Una sensazione di calore si diffonde in tutto il corpo, le mie mani esitano sulla tastiera e sbagliano qualche parola. Non ho bisogno di guardare per sapere che la mia eccitazione è prepotente. La sento pulsare nelle orecchie ed il cuore martella con vigore. Cerco di concentrarmi sulla scrittura, ma questo compito si dimostra, ogni istante che passa, sempre più complicato da portare avanti. I tuoi baci si posano sull'altra coscia, scivolando lentamente verso il ginocchio. Ma il mio sesso non viene lasciato in pace. Mentre con una mano ti dedichi a massaggiarmi lo scroto, l'altra accarezza il membro, avendo cura di non scoprirlo. I tuoi baci arrivano al ginocchio. La tua mano impugna il mio sesso con sicurezza e decisione.
«Ti piace?»
La voce che arriva da sotto il tavolo è morbida e sensuale. Ci vuole un attimo perché, tra sesso e scrittura, i miei neuroni siano in grado di risponderti.
«Non c'è male.»
«Non c'è male?!»
C'è sorpresa nella tua voce, provocazione nella mia.
«Sì. Sono certo tu possa fare di meglio.»
Come finisco di parlare la tua mano stringe, senza esagerare il mio sesso, e spinge verso il basso. Con un movimento unico mi scopri il glande e mi strappi un lungo sospiro di piacere. La scrittura si ferma. Inizi una lenta masturbazione, avendo cura di non tralasciare nemmeno un centimetro del mio piacere. Per quanto abbia del lavoro da fare, mi concedo un attimo di abbandono alle tue cure. Fosse per me, ora, ti tirerei fuori da la sotto e ti farei mia, senza tanti complimenti, qui sul tavolo. Prendo un lungo respiro e cerco di calmarmi. Cosa assolutamente non facile mentre la tua mano si muove sensuale sul mio membro. Rileggendo le ultime righe per ritrovare il filo del discorso trovo un sacco di errori di battitura. Sento la tua mano salire, prendersi quasi gioco di me restando sulla cima e poi, come nulla fosse, scende verso il basso con tutto il delirio neuronale che ne consegue.
«Godo.»
Penso sia giusto che tu lo sappia.
«Mi fa piacere...»
Provo a scrivere qualche parola distratta e sconclusionata. Sono lento, impacciato, le parole faticano a venir fuori, ma provo ugualmente a continuare il mo lavoro mentre tu dedichi tanta cura al mio membro sotto al tavolo.
«Ancora scrivi?»
Questa volta il tuo tono è quasi stizzito. Annuisco in silenzio e solo dopo capisco che non mi puoi vedere in faccia.
«Sì, ci provo. Non è facile.»
«Vediamo se si può far qualcosa per migliorare la situazione.»
E allora capisco che, per questa notte, ho finito di scrivere. Un attimo ho una mano sul ventre e l'altra ripete il movimento di prima, prima salendo e poi scivolando verso il basso, scoprendo completamente il glande ed impugnando il mio sesso con determinazione. Le tue labbra si appoggiano sulla punta del membro. Ma è solo quando si schiudono e avvolgono il mio sesso che abbandono definitivamente i miei intenti. Alzo le mani, mi appoggio allo schienale e mi rilasso. Ora voglio godermi i tuoi baci. Mi prendi il membro in bocca, te lo spingi in gola e lo succhi. Il piacere è tutto mio. Le tue labbra sono calde e avvolgenti, morbide e sensuali.
«Mi arrendo.»
Ti dico ma, per mia fortuna, tu non smetti. Tieni il glande in bocca, giocandoci con la lingua ed accarezzando il sesso con la mano. Godo davvero. Sento il piacere aumentare. So che, con questo gioco, non resisterò a lungo.
Sotto al tavolo ti sento muovere. Ora hai entrambe le mani sulle mie gambe, solo la tua bocca si muove su e giù lungo il mio sesso, tenendolo stretto tra le labbra. I movimenti sono lenti, misurati, dannatamente soddisfacenti. Allungo una mano sotto al tavolo per accarezzarti una guancia. Sento la tua mano sulla mia. I tuoi baci si interrompono.
«Scrivi ancora?»
«Direi di no...»
«Allora ce l'ho fatta!»
«Direi di si...»
«Voglio un premio.»
«Prendilo.»
I tuoi baci ricominciano, con le labbra serrate sul mio membro e la mano che accompagna i movimenti della bocca.
«Vengo.»
Quasi ringhio, quasi. E mentre ti serri attorno al mio sesso, io scarico il mio piacere nella tua gola con un lungo sospiro.
Resti ferma.
Ingoi.
Lentamente strisci fuori da sotto il tavolo.
«Ho avuto il mio premio.»
Mi guardi soddisfatta mentre io prendo fiato. È stato un orgasmo faticoso.

Poco più tardi ti accompagno all'auto. Accanto allo sportello mi abbracci e mi baci.
«Povera la donna che finirà nella tua rete...»
«E perché?»
«Perché diventerà matta...»
«Allora sarà meglio che sia già matta!»
Ridi, divertita.
«Forse. Da quel poco che ho visto non sei facile. Io non credo riuscire a stare con te.»
«Non ti ho chiesto questo. Volevo solo la tua bocca tra le mie gambe.»
«Sei davvero odioso Ronin quando fai così!»
«Non lo so... probabile. La prossima volta sarò io a mettere la lingua tra le tue cosce.»
«Lo vedremo.»
«Lo vedremo.»
Un ultimo bacio e le nostre strade si dividono.
Note finali:
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