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“Non Nobis Domine, non Nobis, sed Nomini tuo da gloriam”

Nei pressi della Cattedrale di Notre Dame de Chartres, Eure et-Loire (Francia),

notte tra il 12 ed il 13 di ottobre dell’anno del Signore 1307



Minuscole gocce di sudore gli imperlavano la fronte.

Aveva proceduto al galoppo sin dalla tarda sera precedente, senza mai fermarsi, diretto verso la meta e pronto a sacrificare la propria vita. E nel freddo di quella notte autunnale aveva pensato…

Con la mente aveva ripercorso velocemente la storia gloriosa dell’ordine cavalleresco a cui apparteneva. Era la storia che, al momento dell’investitura, gli avevano raccontato i cavalieri più anziani, la stessa storia che costoro avevano a loro volta ascoltato prima di lui e così pure tutti coloro i quali erano venuti ancora prima.

Adesso, però, nessuno avrebbe più raccontato quella storia nei termini in cui realmente si era svolta. Nessuno avrebbe più conosciuto come “gloriosi” i nomi dei cavalieri Hugh de Payns e Geoffroy de Saint-Omer, i quali, al comando dei “nove” intrepidi e valorosi, nell’anno del Signore 1118 avevano reso sicuro il cammino dei pellegrini verso la Terra Santa. E non ci sarebbero più state, per tutti gli anni a venire, cerimonie solenni nel giorno di Sant’Ilario, il 14 del mese di gennaio, anniversario di quel “Concilio di Troyes” che San Bernardo di Chiaravalle, nell’anno del Signore 1128, aveva magistralmente “orchestrato” per stabilire ufficialmente gli ordini di coloro che in principio avevano preso il semplice nome di “Poveri Cavalieri di Cristo”.

Tutto ciò perché, già al sorgere del nuovo sole, “qualcuno” avrebbe riscritto quella storia macchiandola d’infamia.

Eppure, in cuor suo quel giovane cavaliere a galoppo nella foresta carnuta sperava che la notizia giunta qualche giorno prima al maestro dell’ordine, Jacques de Molay, e proveniente direttamente dalla bocca di un fidatissimo informatore di stanza all’interno del palazzo reale, non rispondesse a verità.

Le sue speranze svanirono non appena raggiunse il luogo convenuto.

Illuminati dal chiarore della luna, due scudi rosso crociati spiccavano vicino al petto di altrettanti cavalieri dalla barba folta, ma curata, ed in frenetica attesa. I loro volti, tesi e cupi, non facevano che confermare la veridicità della macabra soffiata.

Olivier, il più anziano dei due cavalieri, si rivolse subito al nuovo arrivato.



_ “André, la notizia pervenuta in gran segreto al nostro maestro De Molay risponde purtroppo a verità. Già a partire dalle prime luci dell’alba, il nostro ordine sarà perseguitato e nulla più ci apparterrà. Sappi che l’unica possibilità di riscatto per l’Ordine dipende dalla riuscita della missione che noi tre dovremo portare a compimento questa notte. Per l’occasione, siamo stati apposta esonerati dai doveri che la Regola dell’Ordine ci impone.



Il giovane guardò il cavaliere col volto carico d’orgoglio. Stava già mettendo a fuoco la gravità della situazione. Fece un cenno di “sì” col capo e l’altro continuò.



_ “Grandi cose i tuoi occhi vedranno questa notte e grandi cose ascolteranno le tue orecchie. Parte della forza e dell’orgoglio del nostro ordine saranno riposte anche nelle tue mani”.



A quel punto, l’anziano cavaliere si fece un attimo indietro e lasciò la parola al suo compagno, Gilbert, appena di qualche anno più giovane di lui.



_ “Come ti è già stato narrato al momento dell’investitura, il fondatore del nostro ordine, Hugh de Payns, raggiunta nell’anno del Signore 1118 la Terra Santa al comando dei ‘nove’, trovò asilo nell’ala orientale del palazzo del re Baldovino II. Era quello il luogo in cui, anticamente, sorgeva il grande Tempio di Gerusalemme, dimora di Salomone. Ma c’è un’altra cosa che non ti è mai stata detta…

I nove sapevano, perché così raccontavano le storie degli antichi, che proprio in quel luogo, più di mille anni prima, i sacerdoti di Gerusalemme avevano celato le reliquie più preziose della cristianità per sottrarle all’imminente invasione dei romani. Essi scavarono, dunque, tra le antiche rovine di quell’ala del palazzo di Baldovino, fino a che non riuscirono a penetrare all’interno del cosiddetto ‘Sancta Sanctorum’, il luogo che custodiva appunto tali preziose reliquie.

Ti basti sapere, André, che tra quei tesori c’erano: una scatola di legno di cedro, finemente lavorata a mano, contenente la Sacra Sindone che avvolse il corpo del Cristo nel Santo Sepolcro; l'Arca dell'Alleanza, ovvero il prezioso cofanetto di legno di Acacia, interamente rivestito d’oro e impreziosito da due cherubini, anch’essi d'oro, fissati ad ali spiegate sul Propiziatorio, commissionato a Mosé dall’Onnipotente perché vi conservasse le Tavole della legge; la Menorah, cioè il candeliere a sette braccia, completamente in oro, simbolo di riferimento della religione ebraica; il Graal, vale a dire la coppa dove Gesù bevve durante l'Ultima Cena e dove Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue del Cristo morente; e, infine, la Vera Croce, lo strumento di morte a cui fu affisso, appunto, Gesù Cristo.

L’Arca dell’Alleanza, in particolare, al momento del suo ritrovamento non custodiva più le Tavole della Legge, poiché Mosé, come noto, le distrusse al suo ritorno dal monte Sinai, lanciandole contro il Vitello d’oro idolatrato dagli ebrei che avevano perduto la fede nella terra promessa. Ma, in compenso, al posto di quelle Tavole i nove intrepidi e valorosi trovarono custoditi nell’Arca il ‘Numero’, la ‘Misura’ ed il ‘Peso’, vale a dire la chiave misteriosa per edificare le costruzioni più maestose.

Quei nove cavalieri, André, avrebbero voluto portare con loro tutti quei tesori al loro rientro in Francia, ma non era ancora giunto il tempo perché questo si verificasse. L’impresa fu realizzata, infatti, solo un secolo e mezzo dopo, da Bertrand de Blanchefort, l’allora maestro dell’Ordine, il quale, nell’anno del Signore 1160, portò da Gerusalemme a Parigi tutte quelle reliquie ad eccezione della Vera Croce del Cristo. In particolare, la scoperta del ‘Numero’, del ‘Peso’ e della ‘Misura’ spiega come mai, nel relativamente breve periodo di due secoli, poterono essere edificate, in terra di Francia, ben undici cattedrali gotiche, tutte disposte in modo da riprodurre sulla terra il grafo della costellazione della Vergine.

È da allora, André, che il nostro Ordine protegge a Parigi tali reliquie. Adesso anche tu sai qual è da sempre la vera missione dei Cavalieri dell’Ordine”.



Il giovane cavaliere aveva seguito con attenzione e devozione il racconto dell’altro. Sapeva che nella sede del Tempio a Parigi erano conservate delle reliquie assolutamente uniche, ma mai avrebbe potuto immaginare che si trattasse di oggetti talmente preziosi. Quanto aveva appena appreso, lo riempiva di ulteriore orgoglio.

L’anziano cavaliere continuò il suo discorso…



_ “C’è ancora dell’altro che devi sapere, giovane André.

Venuti a conoscenza delle infauste notizie provenienti in gran segreto dal palazzo reale, il maestro De Molay e gli anziani dell’Ordine, riuniti in consiglio, hanno deciso di trasportare altrove le sacre reliquie. Così, alcune notti or sono, tre colonne di cavalieri si sono mosse da Parigi per scortare i tesori verso destinazioni segretissime. Che Iddio li protegga in queste ore…

Due sole di tali reliquie sono rimaste a Parigi. Esse sono adesso nella sacca che ha con sé Olivier, e costituiscono l’oggetto della nostra missione”.



A quel punto, l’altro cavaliere si fece nuovamente avanti per terminare lui il discorso. Reggeva tra le mani una grande sacca…



_ “André, ascoltami bene. Il nostro maestro in persona ha voluto che due di quei tesori rimanessero occultati in terra di Francia. Egli ha incaricato noi tre di svolgere tale delicato compito.

André… in questa sacca si trovano il prezioso Graal ed alcune importantissime pergamene. De Molay ha deciso che sarai proprio tu ad occultare, nell’inviolabile cripta di Notre dame de Chartres, il prezioso Calice; delle pergamene ci occuperemo, invece, io e Gilbert. Assecondando il volere del maestro De Molay, dovremo nasconderle in un luogo segretissimo nei pressi del villaggio di Rennes.

Ecco a te, giovane Cavaliere, il Sacro Graal, ove bevve per l’ultima volta il Figlio del Verbo prima di essere crocifisso…” – e, pronunciando quelle parole, l’anziano cavaliere Olivier pose nelle mani del giovane il prezioso calice.

Un brivido percorse in quell’istante André da capo a piedi. Lui, il più giovane cavaliere dell’Ordine, avrebbe dovuto ottemperare ad un così arduo compito….

Tuttavia, ripose con estremo rispetto la sacra reliquia in una piccola sacca di pelle di montone che legò stretta attorno al suo petto, e giurò che avrebbe portato a termine con successo quella delicata missione.

Nei pochi minuti che rimasero ancora insieme al giovane André, i due cavalieri più anziani gli spiegarono esattamente quali piani dovessero seguire; gli svelarono, inoltre, qual era il contenuto delle pergamene che loro avevano il compito di nascondere a Rennes.

In una di esse erano criptate le indicazioni utili al ritrovamento dell’Arca dell’Alleanza, al cui nascondimento avrebbero provveduto alcuni dei cavalieri di scorta ad uno dei tre convogli partiti qualche giorno prima da Parigi. Delle altre pergamene, invece, gli anziani Olivier e Gilbert dissero solamente che in esse era “…criptato un segreto talmente grande che, se rivelato, avrebbe minato alle fondamenta il concetto stesso di fede cristiana…”



I tre cavalieri non si rividero mai più.



Alle prime luci dell’alba di venerdì 13 ottobre dell’anno del Signore 1307, Filippo il Bello, re di Francia, con la complicità del suo diabolico primo ministro Guglielmo di Nogaret e la benedizione del debole Pontefice Clemente V, avrebbe scagliato la più infame delle persecuzioni contro l’eccellentissimo ordine dei …Cavalieri Templari.



Nel buio di quella notte, mentre i tre coraggiosi cavalieri si allontanavano velocemente a cavallo prima che l’alba nascente li sorprendesse, nell’aria risuonò a lungo l’eco delle loro nobili ed ultime parole: “Non Nobis Domine, non Nobis, sed Nomini tuo da gloriam” – “Concedici la gloria, o Signore, non per noi, ma per il Nome tuo”.






“Terribilis est locus iste”

Villaggio di Rennes-le-Chateau, sul fronte francese dei Pirenei,

notte tra il 21 ed il 22 di gennaio dell’anno del Signore 1917



Quello stato di improvvisa lucidità non sarebbe durato a lungo, lo sentiva.

L’ictus, giunto senza preavviso il 17 di quello stesso mese, lo aveva tenuto in uno stato comatoso fino a quel momento, compromettendo irrimediabilmente le sue principali funzioni cerebrali. Adesso, svegliatosi d’un tratto nel cuore della notte, ricordava ogni cosa, eppure sentiva che quel miracoloso stato di lucidità poteva significare una sola cosa: il buon Dio gli dava un’ultima opportunità di pentirsi prima di chiamarlo ad altra vita.

Dopo sessantaquattro anni, la metà dei quali dedicati alla cura della chiesa del piccolo villaggio di Rennes-le-Chateau, il curato Béranger Saunière vedeva quasi come una liberazione la sua imminente dipartita.

Era stato trasferito nella parrocchia intitolata a S. Maria Maddalena molti anni prima, nel giugno del 1885, e subito si era dato da fare per trovare le risorse necessarie alla ristrutturazione della piccola e cadente chiesa. Solo alcuni anni dopo, tuttavia, egli aveva potuto dare inizio ai primi lavori di restauro, cominciando direttamente dalla rimozione della grande pietra che costituiva l’altare, una pietra sorretta sul davanti da una piccola colonna di origine visigotica scolpita.

Adesso, in quei preziosi attimi di ritrovata lucidità, Saunière ricordava con gioia ed inquietudine l’emozione che lo aveva colto proprio allora, quando, guardando all’interno di quella colonna, vi aveva scoperto, ingegnosamente occultato, un tubo di legno contenente quattro pergamene con delle strane iscrizioni. Quella scoperta, a cui era seguito il suo successivo ed enigmatico viaggio a Parigi, aveva cambiato radicalmente la sua vita…

Ad un tratto, la porta della camera da letto fu aperta e sull’uscio comparve la sua perpetua di sempre, Marie Denardaud.



_ “Monsieur Bérengar, il giovane Rivière, il parroco di Esperaza è appena arrivato… Si è subito precipitato qui non appena ha saputo che volevate parlargli…”



_ “Grazie Marie, fatelo entrare. Voi siete l’unica di cui mi sia sempre fidato”.



La donna fece segno di “sì” col capo, ostentando un’aria di assoluta complicità, quindi si ritirò nell’altra stanza. Dopo qualche istante, il curato del vicino villaggio di Esperaza, Jean Rivière, comparve ai piedi del vecchio Saunière.



_ “Entra pure figliolo. Non aver timore di un povero servo di Dio che oramai sta per raggiungere l’accogliente casa di nostro Signore…” – “forse”, pensò ancora tra sé il vecchio…



_ “Grazie, ho fatto prima che ho potuto… Ma vi prego, monsieur Saunière, non affaticatevi…”



_ “Siedi pure, figliolo, e ascolta. Non posso andarmene prima d’aver confidato a qualcuno questo terribile segreto col quale ho convissuto per ben cinque lustri…”



_ “Ehm… Dio conosce tutti i nostri segreti, padre. Confidatevi a lui col pensiero: chi altri, meglio di lui, potrà ascoltarvi?”



Saunière osservò per un attimo negli occhi quel giovane curato. Gli ricordava quasi se stesso, quando ancora non aveva conosciuto le tentazioni prodotte dalla ricchezza e si sentiva pervaso dal fuoco rigeneratore dello Spirito Santo… Gli pareva addirittura di scorgere, attraverso gli occhi di Rivière, quella fede incrollabile che egli stesso possedeva prima che venisse a conoscenza di ciò che riteneva un … “terribile segreto”.

Per un attimo, il vecchio provò un profondo e sincero sentimento di tenerezza. Ma si riprese subito, volse lo sguardo in direzione del soffitto e, con uno strano sorriso sul volto, riprese nuovamente il discorso che aveva appena interrotto…



_ “Figliolo, ti invito a prenderti cura di una chiesa che io stesso, quando fui nominato parroco a Rennes, provvidi a ristrutturare con queste mie mani. Ma fai attenzione a leggere opportunamente tutti i segni in essa contenuti…

Le cinque statue dei santi disposte in senso antiorario: Germana, Rocco, Antonio Abate, Antonio l’Eremita, Luca… i loro nomi… le iniziali… Ho scelto e disposto ogni cosa secondo un preciso disegno…

E poi, sull’ingresso, il demone Asmodeus di guardia che regge l’acquasantiera, ed i quattro Angeli più sopra, ciascuno intento ad eseguire uno dei quattro gesti che costituiscono il segno della Croce…

E medita, poi, su quella scritta, Rivière: ‘Par ce signe tu le vaincras’ - ‘Con questo segno lo vincerai’ -, mentre la statua di nostro Signore Gesù Cristo osserva il tutto dall’alto…



Il vecchio fece una breve pausa, come per dar tempo al suo ascoltatore di “digerire” quelle parole. Poi riprese il suo farneticante discorso, con un sorriso amaro sulle labbra ed una luce ancor più strana negli occhi…



_ “Asmodeus e Gesù Cristo… Vedi, quei due nella chiesa non fanno altro che giocare un’eterna partita senza fine, una partita a scacchi sulla scacchiera del pavimento a riquadri bianchi e neri…

Tutto è stato scritto, Rivière, nulla ho lasciato al caso…”



Il parroco di Esperaza ascoltava perplesso le parole del moribondo.

Lo aveva da sempre incuriosito quella bizzarra disposizione di figure ed iscrizioni all’interno della chiesa, e non poco lo aveva inquietato il conseguente, palese rovesciamento dell’iconografia classica, rappresentato, ad esempio, proprio da quella statua del demone Asmodeus reggente l’acquasantiera e scolpito nell’atto di rialzarsi piuttosto che in quello, certamente più consono in quel luogo, di essere schiacciato! Rivière, tuttavia, non aveva mai osato chiedere il perché di tutto ciò…

D’altra parte, alle orecchie del curato di Esperaza era pure giunta voce di quegli strani lavori condotti di notte, tra il 1891 ed il 1897, dal parroco all’interno del cimitero del villaggio, delle molte lapidi da lui spostate o divelte, ma, soprattutto, di quegli strani scavi effettuati da Saunière nella tomba della marchesa di Blanchefort e dell’inusuale ed improvviso tenore di vita condotto dal parroco negli anni a venire. Sulle discutibili abitudini di Saunière, gli abitanti di Rennes non avevano dubbi: in quegli anni il loro parroco aveva stretto un patto col maligno e si era arricchito scoprendo un qualche tesoro meraviglioso!

Jean Rivière non aveva mai dato troppo peso a quelle voci, considerandole nient’altro che dicerie di villani. Tuttavia, sapeva che nel 1911 il Vaticano aveva rimosso “a divinis” Saunière dal suo incarico per questioni non mai completamente chiarite, e che l’allora nunzio pontificio Roncalli – colui che, più tardi, sarebbe divenuto Papa col nome di Giovanni XXIII -, giunto di persona a Rennes proprio in quegli anni, per discutere in privato col curato, era poi rientrato a Roma “profondamente scosso”…

Ad un certo punto, Saunière diventò serissimo, si alzò a mezzo letto e cercò con lo sguardo gli occhi terrorizzati del giovane Rivière…



_ “Dimmi, figliolo, quanto è grande e incrollabile la tua fede in Cristo? E poi, hai mai sentito parlare di mappe misteriose che, se opportunamente decifrate, conducono alla scoperta di tesori meravigliosi ma anche …ad un eterno tormento senza fine?



Il giovane curato di Esperaza rimase per il resto della notte al capezzale del morente Saunière, il quale, più che un racconto, gli fornì alla fine un’autentica confessione.

Alle prime luci dell’alba, il cuore dell’anziano parroco smise di battere per sempre, ma pare che Saunière, in quegli ultimi minuti, non ebbe a ricevere l’assoluzione dal suo giovane confessore.

D’altra parte, quando uscì dalla stanza, dopo più di tre ore di attento ascoltare, Jean Rivière aveva il viso bianco come la cera.

Non lo inquietava ciò che aveva appreso per bocca del parroco nel corso di quella notte, ma piuttosto l’aver intuito, per la prima volta, il vero significato delle parole che lo stesso Saunière aveva voluto fossero iscritte, dopo la ristrutturazione, sulla pietra angolare dell’arco della porta d’ingresso della sua piccola chiesa: “Terribilis est locus iste” – “Questo è un luogo terrificante”.