i racconti di Milu
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Il treno passa veloce spostando l’aria, recapitando e sorreggendo i ricordi, dal momento che è passato un battito d’ali dalla tua partenza e già avverto un peso allo stomaco che blocca i miei passi. Io t’ho lasciato salire quegli scalini di ferro di quel treno regionale senza fermarti, eppure avrei voluto enunciarti numerosissime cose, una grande quantità di pensieri confusi e incerti, tante parole d’amore, invece sono rimasto lì fermo con il mio orgoglio maledetto e odioso nel guardarti. Sì, fissandoti con lo sguardo sparire dietro la porta elettronica, dato che ho seguito mentalmente la tua gonna e ho immaginato la scena mentre ti sedevi.

Al presente squadro i vagoni con la sottile speranza di vederti ancora una volta, prima che il treno lanci il suo saluto e ti porti via da me, perché non posso dimenticare questa notte, giacché tu sei entrata nella mia vita in punta di piedi, gentile, paziente e in maniera pacifica hai aspettato i miei tempi, hai rispettato i miei piaceri e persino i miei dolori. Giorno dopo giorno sei cresciuta dentro di me, diventando ossigeno per i miei polmoni malati e adesso dopo soltanto pochi minuti dalla tua partenza mi sento di morire. Pensavo d’essere forte, preparato e resistente, ero sicuro di riuscire a gestire e a reggere questo distacco, questa situazione, invece eccomi qui in piedi al bordo della pensilina a guardare la coda del treno scomparire in lontananza, dato che un vortice d’emozioni, d’impressioni e di sensazioni assieme a quel pensiero che torna a stanotte e alle notti passate insieme in questo distante e freddo inverno.

Io cerco le birichinate e le malefatte dei nostri incontri per placare agevolmente il dolore del distacco rimandandolo, però non ne trovo, poiché questo è il disastro e la tragedia del non vederti in questo momento. Cerco ancora nell’affranto e nel disperato tentativo di trovare un motivo valido, per non averti fermato, eppure ancora una volta ne esco abbattuto e nettamente sconfitto. Ti voglio tanto bene, perché percepisco ancora il tuo profumo, il tuo sapore in bocca, la mia lingua ancora indolenzita, i tuoi sapori trattenuti dalle mie labbra, penso ai tuoi occhi chiusi nel momento dell’orgasmo, ai tuoi scatti nervosi nel tentativo di sfuggire e di sottrarti a quel piacere così forte che quasi ti fa svenire scompigliandoti le membra.

Io ricordo i tuoi tentativi di sfuggirmi, la mia violenza nell’obbligarti a subire la lingua anche oltre ogni limite di resistenza, la tua pelle sudata, i tuoi basta, dai adesso smettila. Mi manchi, scarseggia tutto di te: amo vederti camminare nuda verso il bagno per rinfrescarti, adoro guardare le tue natiche sode che danzano sopra le gambe affusolate, prediligo quella tua leggera abbronzatura, quel tuo foltissimo pelo scuro che nasconde il paradiso. Amo la tua voce e la tua intelligenza, divinizzo la malizia e la sensualità che hai nei momenti dell’amore, antepongo il tuo modo di vestire e scelgo ancor di più il tuo modo di spogliarti.

Amo il tuo sorriso e la tua bocca, adoro la tua lingua quando incontenibile e travolgente s’intreccia con la mia e perdo la ragione nel tempo in cui sensualmente la usi sul mio pene portandomi a passioni sublimi nell’attesa di possederti. Amo il tuo modo di guardarmi, la tua personale condotta di dirmi sono tua, infine torno con il pensiero a stanotte, al piacere d’essere dentro di te, un magma liquido dentro un vulcano pronto a eruttare il suo piacere, con le cosce strette nel tentativo di tenermi e le tue parole disperate che annunciano:

“Non uscire, ti prego, non distaccarti”.

La mia flemmatica, fredda e fulminante logica si scontra irrimediabilmente contro il tuo caldo amore, la paura di sentirmi fatalmente legato oltre il dovuto, mescolata all’apprensione e all’inquietudine di te:

“Ti prego, resta dentro di me, non scappare dal mio amore”.

Ricordo il mio sperma sulla pelle, sui seni, sulle lenzuola, ricordo i tuoi occhi aperti, quelle lacrime silenziose sulle guance, ancora una volta la tua richiesta d’una vita infranta e sbriciolata dalla mia avarizia e dal mio egoismo d’uomo libero, ancora una volta l’afflizione e la sofferenza nell’anima. Ricordo ben stampato nella mente lo sguardo di disperazione e di sconforto nei tuoi occhi, il tuo silenzio di condanna e di disapprovazione, quegli attimi infiniti per una decisione dolorosa e visibilmente sofferta, il tentativo leggero di stringerti a me per farti dimenticare e trascurare i tuoi sogni di madre:

“Devo andare, m’accompagni alla stazione?”. Non è la quotidiana e solita voce calda, perché quel filo si è rotto, giacché sento che ti sto perdendo, però le parole per scusarmi non escono.

In quella circostanza rimango inerte, mansueto e remissivo al tuo dolore, ti guardo vestirti nascondendo quel tuo corpo incredibilmente avvincente e interessante. Apro la porta e ancora una volta stacco la spina dalle mie paure, per il fatto che il treno è sparito all’orizzonte, intanto che tremo sotto il colletto della mia giacca e rifletto:

“Ho fatto bene, sono ancora giovane, perché avere un figlio attualmente sarebbe la fine della mia autonomia, della mia libertà, di tutti i miei divertimenti e di tutti i miei passatempi”.

In quell’istante cerco di consolarmi e di rassicurarmi come meglio posso, poiché voglio capacitarmi in maniera risoluta che quella è la decisione giusta e imparziale, allorché agguanto il cellulare, cerco il tuo nome, apro il numero però non chiamo. Per il momento ho deciso, perché sono sicuro di me stesso, perché se farò in fretta in un’ora sarò a Padova, t’aspetterò alla fermata del treno, ti vedrò scendere e per la prima volta con tutta la passione ti dichiarerò:

“Mi manchi tantissimo, ti amo. Non mi lasciare più”.

{Idraulico anno 1999}