Skip to main content
Racconti Erotici Etero

la sposa in bianco

By 29 Marzo 2006Dicembre 16th, 2019No Comments

&egrave suonata la sveglia: sono le 6 e 35.
La cerimonia &egrave a mezzogiorno, ma io voglio prendermi tutto il tempo possibile per godere di questi ultimi attimi di libertà. Voglio prendermi tutto il tempo per ripetere con cura e lentezza i miei gesti antichi, per dedicarmi a me e al mio corpo. Apro quindi l’acqua della vasca, che piano piano si riempie, illuminata dalle luci delle candele, e cospargendo il bagno di un fresco profumo di mughetto, dove io m’immergo, cercando di rilassarmi il più possibile. Strofino con l’amido la mia pelle in modo che rimanga il più bianca possibile e che aumenti l’effetto del candore. Dopo essermi lavata i capelli, inizio a dedicarmi al mio corpo: delicatamente passo la spugna in mezzo alle gambe e poi, con il dito insaponato, entro con molta cura in ogni mia fessura in modo da non avere nessuna zona sporca. Allargo piano prima le grandi labbra e poi le piccole, infilo dentro il dito fino alle nocche, lo faccio girare tutto intorno, e poi ripeto l’operazione usando il balsamo, per renderla ancora più morbida. Quindi, col dito nuovamente insaponato, passo al dietro: mettendomi in ginocchio riesco a farlo entrare e ad arrivare fino in fondo, per farlo roteare in modo da illudermi che anche questa zone possa essere pulita. Sicuramente &egrave morbida.

Una volta uscita dalla vasca, controllo il lavoro dell’estetista: non voglio che ci sia neanche un pelo in più rispetto a quello che ci deve essere. Così vado nella cabina armadio e dopo aver acceso tutte le luci, mi perdo nella mia immagine riflessa in tutti e tre gli specchi: sono bella, alta slanciata. Mi piaccio: il nuoto ha reso dritta e muscolosa la mia schiena, e le ore passate in bici hanno tonificato le cosce e definito bene i muscoli, in modo che quando apro le gambe non si debba fare altro che seguirne la linea, arrivando direttamente al mio piacere.
Me la sono fatta depilare a forma di cuore: &egrave assolutamente adorabile, con le grandi labbra scoperte e con quella punta che arriva appena sopra al clitoride.
Adesso mi giro, allargo le gambe e mi abbasso. Mi allargo con le mani le natiche per controllare che non vi sia rimasto nulla e rimango affascinata dal riflesso di un foro che, assolutamente glabro, mi ricorda una bocca tutta rosa nell’atto di baciare. Il pensiero di quest’associazione mi strappa un sorriso, divertito e allo stesso tempo compiaciuto della mia sensualità.
Sono soddisfatta: &egrave il momento di dedicarmi alla mia preparazione.
Da ieri sera il mio completo giace in attesa che io lo indossi. Un corsetto con le stecche di balena, che mi sono fatta allargare per potermelo mettere da sola, un reggicalze alto di pizzo, calze di seta bianca. Ovviamente: niente mutandine. Arrotolo lentamente le calze, facendo attenzione alla unghie e poi le faccio scorrere sulla gamba: le sistemo bene e blocco ogni loro movimento con il becco d’oca, tendendo il più possibile l’elastico del reggicalze. Mi piace sentirlo tirare e sfiorarmi la pelle, a volte riesco a farmi eccitare solo da quel fruscio.
Mi piace guardarmi allo specchio durante i miei preparativi, e se fossi il fotografo della cerimonia mi immortalerei in questo momento, con i peli ambrati del mio sesso che spuntano da tutto questo pizzo bianco. I passi di mia madre mi distolgono da questi pensieri e così, rapida, mi infilo la sottogonna e il corsetto, chiedendole poi di stringermelo cercando di evidenziare più la vita che il decollete: non voglio che il mio abito risulti volgare. Comincia dal basso, verso l’alto: ogni piccolo centimetro della mia schiena viene strizzato, stretto e compresso all’interno di questo sottile arnese di piacere. Fatico a respirare, ma voglio impressionare chi mi guarda, esaltando la mia figura e rendendo la mia vita sottile. Se per sbaglio mi cadesse l’anello, sverrei nel tentativo di prenderlo.
La parrucchiera con voce squillante rimane estasiata nel vedermi in corsetto e sottogonna e comincia a farmi tutta una trafila di domande su che cosa io abbia architettato per la mia prima notte di nozze, aggiungendo i soliti commenti su quanto possa essere fortunato il mio futuro marito. Visto il mio silenzio, gira la domanda su come lui mi abbia chiesto la mano e così, con tono asciutto, le rispondo ‘Al ristorante. L’anello era dentro un dolce,’ e fatico a non sorriderle maliziosamente ricordandomi come me l’abbia chiesto.
Avevo dormito da lui e la mattina mi ero svegliata prima per il caldo, visto che lui ha l’abitudine di dormirmi addosso. Siccome non volevo svegliarlo, mi sono messa a guardarlo e, dopo i soliti prevedibili pensieri su quanto fosse bello e su quanto da addormentato mi ricordasse un innocente, mi ha solleticata l’idea di provare a farlo venire nel sonno e, così, sono andata a stuzzicarlo. Ho cominciato a prendermelo in bocca: una sensazione nuova e divertente, non lo avevo mai preso così, assolutamente molle. Al secondo movimento del mio collo, però, per quanto lui non desse segni di vita, me lo sono trovato in bocca nelle sue dimensioni abituali. Così mi sono tirata su, gli ho aperto delicatamente le gambe e mi sono messa in ginocchio, ho chiuso entrambe le mani intorno a lui e ho iniziato a leccargli tutto intorno alla punta: adoro quando dalla fessura fuoriesce quel liquidino trasparente dal sapore dolce, che puoi sentirlo tale solo leccandolo con la punta della lingua. Poi ho aperto la bocca e la punta me la sono portata contro il palato, per farla scorrere fino alla gola, aprendo le mani e lasciando la mia presa e le mie mani libere, per accarezzargli con una i peli del pube e con l’altra i testicoli. Ho smesso quasi subito perché, per quanto mi sforzassi di astrarmi, non riuscivo a trattenere i conati, per questo l’ho ritirato fuori e, partendo dalla base dei testicoli, ho iniziato a leccarlo. &egrave una cosa curiosa che la pelle lì intorno sia ruvida: mi fa il solletico. Sorrido e questo mi fa venire in mente di provare a prenderglielo in bocca usando i denti al posto delle mani, mordendolo delicatamente. Mi fermo in punta per trovare un momento di riposo, ma sento le mani di lui che mi prendono i capelli e che mi spingono giù con decisione: il ragazzo si &egrave svegliato. Come prima lo faccio arrivare in gola, ma questa volta velocemente lo tiro fuori, perch&egrave voglio sentirlo venirmi in faccia: mi piace chiudere gli occhi e non sapere esattamente dove sentirò i fiotti caldi.
Nel momento in cui ho riaperto gli occhi e mi stavo leccando le labbra, lui mi ha guardata, e mi ha chiesto di sposarlo.

Quando mi sono alzata per andare a farmi truccare, ho sentito i miei umori caldi colare sulla gamba. Finita anche la mano di trucco, leggera e appena appena visibile, mi preparo all’atto conclusivo e mi faccio infilare l’abito dall’alto: &egrave fatto di organza, &egrave molto semplice ed esalta le curve del mio corpo.

Prima di farmi posizionare il velo, mi viene un attacco di panico: non me la sento, mi rendo improvvisamente conto che sto per fare un passo che mi condizionerà tutta la vita e questo pensiero mi impedisce di respirare per un tempo indeterminabile. Comincio a sentire l’ansia invadermi e la necessità di prendere un po’ d’aria mi spinge ad uscire, non appena coloro che affollano la mia casa si distraggono un attimo. Mentre faccio due passi mi rendo perfettamente conto dell’assurdità della cosa, ma non potevo farne a meno, avevo assolutamente bisogno di camminare, di attraversare quelle stradine che ho fatto per anni e, camminando senza nessuna meta precisa, mi ritrovo in Piazza Sant’Alessandro, davanti a una delle mie chiese preferite, in stile romanico.
Pensando al fresco che c’&egrave dentro e alla penombra, entro, con la speranza di trovare in quel rifugio un po’ di sollievo. Sono sola in questa chiesa desolata, ma non desidero farmi notare e non &egrave cosa facile vestita in questa maniera abbastanza inappropriata, o forse appropriata, ma per un’altra chiesa. Il buio del confessionale &egrave certamente l’ideale, ma per mia disgrazia &egrave occupato da un prete, che, dopo i convenevoli di rito e, immagino, dopo avermi osservata, mi chiede se ho bisogno di aiuto e così mi sento libera di dirgli quello che mi passa per la testa.

– Padre non voglio sposarmi
– Perché figliola?

Per quanto si sforzi di fare la voce baritonale, mi accorgo che non &egrave così tanto più vecchio di me.

– Perché non voglio passare la mia vita con un uomo soltanto. E se poi non fosse lui?
– Ascolta quello che ti dice il tuo cuore.
– Ma il problema non &egrave quello padre. Il cuore mi dice che l’uomo &egrave lui, la mia mente mi dice che l’uomo &egrave lui, ma c’&egrave un’altra parte del mio corpo, non meno importante, che si rammarica che ci sia soltanto lui. Vede, padre, l’altro giorno ad esempio tornavo da un week-end con lui e in treno – sa uno di quei vecchi locali senza scompartimenti – mi sono messa a osservare i passeggeri e mi sono immaginata che divertente sarebbe stato se, dopo aver fatto un po’ di ammiccamenti a un uomo di mezza età seduto di fianco a noi, io mi fossi diretta in bagno e lui mi avesse raggiunto.

Sento che dall’altra parte non c’&egrave nessun tipo di rumore, come se il suo silenzio fosse segno di totale attenzione, come se non volesse perdersi neppure una parola del mio racconto, così lo continuo senza esitazione.

– Mi immaginavo che lui entrasse pochi secondi dopo di me e che senza nessun tipo di presentazione mi infilasse la lingua in bocca e la mano in mezzo alle gambe, andando direttamente, e senza nessun tipo di preliminari, a mettermi due dita dentro. Due dita belle grosse, tanto grosse da farmi uscire un inaspettato grido di dolore, taciuto subito dal suo: ‘zitta troia’.

Mi pare di sentire un impercettibile cambio di respiro nel mio pretino, che tutto d’un fiato mi chiede se gli stia raccontando un fatto di mia fantasia o realmente accaduto. Io mi limito a ignorare la sua domanda e a proseguire.

– Quindi mi tira su la maglietta e mi tira fuori un seno, piegando la stoffa del reggiseno, e si porta il capezzolo ai denti, iniziando a morderlo e a succhiarlo furiosamente, facendomi gridare di nuovo, ma questa volta il mio uomo perde la pazienza e mi dice: ‘questa troia ha bisogno di qualcosa che le riempia la bocca’. Mi afferra per i capelli, mi tira indietro la testa e con l’altra mano si slaccia la patta. Lo tira fuori e mi spinge contro di lui, facendomelo entrare tutto in bocca e muovendomi la testa, senza mai lasciare i miei capelli. Io non riesco quasi a respirare: ce l’ho tutto in gola e non mi fa prendere fiato. Fortunatamente questo supplizio dura poco e quando sento che sta per venire cerco di levare la testa, ma lui me la spinge ancora più in fondo e mi dice: ‘bevi e taci’.
Quando mi tiro su sono tutta rossa in viso, il mascara mi &egrave colato e ho le labbra completamente gonfie. Lui mi dice: ‘come ti sei conciata? Sembri una troia. Lavati la faccia.’
Cosi mi giro, gli volto le spalle e mi piego per lavarmi la faccio, ma non faccio in tempo a sentire il contatto fresco con l’acqua sul mio viso, che lui mi tira su la gonna e me lo sbatte dentro, iniziando a tirarmi colpi così violenti da farmi alzare. Mi attacco con le mani al lavandino, ma scivolo e a ogni colpo che ricevo rischio di perdere l’equilibrio per la forza che ci mette: sembra che mi voglia aprire in due.

Il mio prete ha decisamente cambiato respirazione: ora il suo respiro si &egrave fatto affannoso e io gli chiedo se stia bene, se per caso non abbia un attacco d’asma e se sia sicuro che vuole che io continui. Lui farfugliando mi risponde ‘sì’.

– Perché, vede, mentre stavo pensando a tutto questo, in treno, mi sono eccitata, così sono andata in bagno, ma mentre stavo per chiudere la porta, una mano me l’ha bloccata e ho sentito una voce dirmi ‘biglietti prego’. Si può immaginare la mia delusione, visto che mi ero già fatta un filmino niente male, pensando che i miei desideri si fossero avverati e che fosse davvero il mio vicino di posto. E invece era solo un inutile capotreno che aveva un modo di fare assolutamente poco piacevole: sa io ho 25 anni, ma ne dimostro qualcuno in meno, così, considerato il mio aspetto da ragazzina, credo che abbia pensato che io ne fossi sprovvista. In verità io l’avevo, o meglio, l’aveva Marco, ma ho tergiversato e ho fatto finta di non capire cosa volesse, e lui ha alzato la voce, allora ho finto un accento slavo e gli ho detto ‘io non sa dove essere biglietto, io avere comprato biglietto, io avere biglietto, ma non sa dove. Sono dispiaciutisima. Io no cattiva italiana. Io potere pagare mio biglietto. Io no cattiva. Io volere pagare mio biglietto. Io potere fare un sacco per voi.

A quanto pare il mio pretino ha decisamente problemi d’asma, ma voglio far finta di ignorarlo e continuo a raccontargli cosa &egrave successo.

– Come le dicevo, padre, all’inizio il mio capostazione, pensando che io lo stessi prendendo per i fondelli, usava con me un tono arcigno e burbero, ma quando poi, incidentalmente io sono entrata nel bagno, mi sono appoggiata al muro e l’ho guardato, dopo aver controllato che non ci fosse nessuno in giro, lui &egrave entrato e si &egrave chiuso la porta alle spalle. Così mi sono girata e, tirando su la mia gonna jeans fin sopra la vita e mostrandogli il culo, gli ho detto, sempre col mio accento inventato: ‘la prego: io fare molto per lei. Io paga mio biglietto’
Si può immaginare, padre, come quest’uomo possa aver approfittato della situazione.

– E tu gli hai opposto resistenza?

– Come potevo? Ormai dovevo stare al gioco, così ho lasciato che lui si prendesse quello che voleva, &egrave così ha fatto. Pensi un po’ che mi ha cominciato a sculacciare, rimproverandomi e dicendomi quanto fossi cattiva. Ma, signor prete, mica una, o due, o tre sculacciate’

– Quante figliola?

– Non saprei. Ma si provi a immaginare, il mio piccolo culetto con le mie povere natiche tutte rosse, che bruciavano e, sa, a ogni colpo me le faceva bruciare sempre più.

– E tu non l’hai pregato di smettere?

– Oh sì, certo che lo pregavo. Io gli dicevo ‘io brava. Io fare tutto quello che vuole’, ma lui non smetteva. Poi sono stata folgorata da un colpo di genio: mi sono abbassata un po’ di più e, dopo aver aperto per benino le gambe, mi sono tenuta le natiche separate. E pensi che non ha fatto neanche un po’ fatica a entrarmi dentro.

– Dove figliola?

– Eh, padre, purtroppo dietro. Forse saranno state le natiche divaricate bene, non lo so proprio, ma il mio capotreno non ha trovato nessun tipo di ostacolo per sbattermelo dentro. Tutto quanto. Fino in fondo. Riempiendomi tutta.

– E tu hai assecondato questo vizioso?

– Ma a quel punto cosa potevo fare? Se mi fossi divincolata avrei sentito male, e così mi sono abbassata ancora un po’ di più, in modo che potesse più agevolmente riscuotere il suo pagamento in natura. E pensi un po’, signor prete, che questo vizioso, mi ha fatto il culo per ben tre volte. Ogni volta che pensavo che avesse finito, lui usava il suo sperma come lubrificante per spingermelo ancora più in fondo e per ricominciare.

Il mio pretino sembra non avere più voglia di fare domande, ed io non faccio in tempo a finire la frase ‘posso darle una mano? Ha bisogno di aiuto’ che sento uno spruzzo caldo attraversare la rete e centrarmi il viso, scendendomi sul collo e fin sul vestito e facendo scappare da ridere.
E così, tornatomi il buonumore, scappo via di lì e corro a sposarmi. In bianco.

Domande? Commenti? Scrivimi: pu.pa@hotmail.it

Leave a Reply