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L’INSOSPETTABILE – Episodio 4: Il CDA

By 10 Settembre 2026No Comments

Episodio 4: Il CDA

Elena ha dormito poco per due notti.

Le due buste erano rimaste nel cassetto dell’ufficio. Le scatole, invece, erano a casa sua. Non aveva voluto lasciarle in azienda.

Ogni sera le aveva messe sul tavolo della cucina.

Ogni sera aveva pensato di aprirle.

Non l’aveva fatto.

Il problema non era sapere cosa avesse scritto Alex. Il problema era che lui aveva scritto prima di lei.

Se i suoi biglietti avessero contenuto parole generiche, Elena avrebbe potuto ridere. Se avesse trovato una provocazione, avrebbe potuto arrabbiarsi.

Ma se Alex avesse scritto qualcosa di preciso, allora la scommessa non sarebbe più stata un gioco.

Sarebbe diventata una domanda.

E Elena non era sicura di voler conoscere la risposta.

Il giorno del CDA sono arrivato alle otto e dieci.

Lei era già nel suo ufficio. La porta era chiusa.

Ho bussato.

E: «Avanti.»

Sono entrato.

Sul tavolo c’erano le due buste. Bianche, identiche, chiuse con cura.

A: «Le ha preparate.»

E: «Non faccia finta di essere sorpreso.»

A: «Non sono sorpreso.»

E: «Ha dormito?»

A: «Abbastanza.»

E: «Io no.»

A: «Lo vedo.»

E: «Non mi guardi così.»

A: «Come?»

E: «Come se sapesse già cosa c’è scritto.»

Ho guardato le buste, non lei.

A: «Non lo so ancora.»

E: «Ma pensa di saperlo.»

A: «Penso di conoscere la direzione.»

Elena si è appoggiata alla scrivania.

E: «La direzione?»

A: «Non le parole.»

E: «E se si sbaglia?»

A: «La scommessa finisce.»

E: «E sparisce?»

A: «Se è quello che vuole.»

Quella risposta l’ha irritata.

E: «Lei risponde sempre così?»

A: «Solo quando la risposta dipende da lei.»

Ho appoggiato le due scatole sul tavolo. Elena ha guardato le scritte.

La tua fantasia più grande.

La tua paura più grande.

E: «Ha scritto davvero qualcosa?»

A: «Sì.»

E: «Potrei aprirli ora.»

A: «Potrebbe.»

E: «E lei non lo impedirebbe?»

A: «No.»

E: «Perché?»

A: «Perché se deve leggerli di nascosto, non è ancora pronta a leggerli con me.»

Elena ha stretto una mano intorno all’altra.

E: «Lei crede che io abbia paura.»

A: «Credo che abbia paura di scoprire che non è la paura a comandare.»

Per qualche secondo è rimasta in silenzio.

Poi ha spinto verso di me la prima busta.

E: «La fantasia.»

A: «Prima lei.»

E: «Avevamo detto insieme.»

A: «Ha ragione.»

Ho aperto la mia scatola. Ho tirato fuori il biglietto piegato.

Elena ha fatto lo stesso con la sua busta.

Il foglio di Alex era breve.

Essere visto per quello che sono, senza dovermi difendere con il potere. Poter restare senza armatura davanti a qualcuno e affidarmi completamente, senza paura che quella fiducia venga usata per ferirmi.

Elena ha letto il suo biglietto.

La mia fantasia più grande è non dover comandare per essere al sicuro. Essere vista intera, anche nella parte che non mostro, e poter lasciare che qualcuno mi guidi senza farmi sentire piccola o sbagliata.

Elena ha tenuto gli occhi sul foglio.

E: «Non coincide.»

A: «Perché?»

E: «Lei parla di essere visto. Io di essere guidata.»

A: «È una differenza di prospettiva.»

E: «Non è la stessa cosa.»

A: «No. Ma una cosa porta all’altra.»

Elena ha sollevato il viso.

E: «Non si monti la testa.»

A: «Non lo faccio.»

E: «Lei vuole essere visto. Io voglio che qualcuno decida. Non è una coincidenza.»

A: «No.»

E: «Allora ha perso.»

A: «Non ancora.»

Le ho indicato la seconda scatola.

A: «La paura.»

Elena non ha toccato subito la busta. Il CDA iniziava tra poco più di un’ora. Sul suo monitor l’orologio segnava le otto e cinquanta.

E: «Se apro questa, la scommessa diventa reale.»

A: «Lo è già.»

E: «No. Finora lei ha parlato. Io ho ascoltato. Questa è la prima volta che posso dimostrarle che si sbaglia.»

A: «Allora apra.»

Non era un ordine.

Ma Elena l’ha ricevuto come se lo fosse.

Ha aperto la busta.

Il mio biglietto diceva:

La mia paura più grande è essere come mia madre. Confondere l’amore con il subire. Scoprire di aver passato tutta la vita a combattere contro una parte di me che non ho mai davvero capito.

Elena ha letto il suo.

Diventare come mia madre. Scoprire che tutto il potere che ho costruito serviva soltanto a nascondere la stessa donna che ho giurato di non essere. Confondere il desiderio di affidarmi con il bisogno di subire.

Per qualche secondo non ho sentito nulla, a parte il ronzio del computer.

Elena ha appoggiato il foglio.

E: «Lei lo sapeva.»

A: «Lo intuivo.»

E: «È la stessa cosa.»

A: «No. Se l’avessi saputo, non avrei avuto bisogno della scommessa.»

E: «Ha sempre saputo cosa avrei scritto.»

A: «Sapevo cosa avrebbe cercato di non scrivere.»

La frase le ha tolto il respiro.

E: «È una manipolazione.»

A: «Sì.»

Non si aspettava che lo ammettessi.

E: «Almeno è sincero.»

A: «Sono stato sincero dall’inizio.»

E: «Lei mi ha studiata.»

A: «Sì.»

E: «Ha usato ogni cosa.»

A: «Ho usato ciò che mi ha lasciato usare.»

Elena ha fatto un passo indietro.

E: «E se io non volessi più giocare?»

A: «La scommessa è finita. Non c’è nessun premio e non c’è nessuna punizione.»

E: «E lei?»

A: «Io esco da quella porta.»

Ho indicato l’uscita.

A: «Può chiedere alla sua azienda di non farmi più entrare. Può cancellare il mese. Può non rispondermi mai più.»

Elena ha guardato l’orologio.

Mancava un’ora al CDA.

E: «Ha vinto.»

A: «Sì.»

E: «Qual è il premio?»

A: «Quello che ho scelto.»

Ho tirato fuori un piccolo pacchetto dalla valigetta.

Elena ha guardato prima me, poi il pacchetto.

E: «Cos’è?»

A: «Una possibilità.»

E: «Non faccia il misterioso.»

A: «Un plug, un telecomando e un biglietto.»

Il suo viso è cambiato.

Non era sorpresa soltanto dal contenuto. Era sorpresa dal fatto che io avessi capito quale forma avrebbe avuto il suo desiderio dopo essere stato nominato.

E: «Lei vuole umiliarmi.»

A: «No.»

E: «Vuole dimostrarmi che può fare di me quello che vuole.»

A: «No.»

E: «Allora cosa vuole?»

A: «Che si affidi a me per il tempo che sceglie lei.»

Ho aperto il pacchetto e l’ho lasciato sulla scrivania.

A: «Se non vuole, lo richiudo. Se lo prende, può cambiare idea prima di usarlo. Se lo usa, il telecomando resta con lei fino a quando decide di consegnarmelo.»

Elena non ha toccato nulla.

A: «Il biglietto si legge soltanto alla fine del CDA.»

E: «E lei cosa farà?»

A: «Aspetterò.»

E: «Come sempre.»

A: «Come sempre.»

Elena ha chiuso gli occhi per un momento.

E: «Non mi farà soffrire?»

A: «Non ti prometto che non soffrirai.»

Era la prima volta che le davo del tu senza nasconderlo dietro una battuta.

Elena mi ha guardato, sorpresa dalla risposta.

A: «Ti prometto che ti aiuterò a realizzarti. E che non userò ciò che mi affidi per rovinarti la vita.»

E: «Non è una promessa rassicurante.»

A: «Non voglio rassicurarti. Voglio dirti la verità.»

E: «E quale sarebbe?»

A: «Che affidarsi non significa non avere paura. Significa scegliere qualcuno anche sapendo che la paura resterà.»

Elena ha guardato il pacchetto.

E: «E il telecomando?»

A: «Me lo affiderai soltanto se vorrai. Io non te lo prenderò.»

E: «E il biglietto?»

A: «Lo leggi alla fine.»

E: «Cosa c’è scritto?»

A: «Se te lo dico, non è più un premio.»

Il tempo passava. Elena aveva una riunione da presiedere. Una sala piena di uomini e donne che aspettavano da lei numeri, decisioni e sicurezza.

Prese il plug.

Lo tenne nel palmo della mano.

E: «Se cambio idea?»

A: «Me lo restituisci.»

E: «Se durante il CDA voglio fermare tutto?»

A: «Mi cerchi. Se tocchi due volte il bordo dell’orologio, fermo tutto. Non devi spiegare niente davanti agli altri.»

E: «E se non riesco a parlarti?»

A: «Allora non cominciamo.»

Quella risposta l’ha convinta più del pacchetto.

Elena è entrata nel bagno del suo ufficio. Io sono rimasto fuori.

Dopo qualche minuto è tornata con il viso più pallido e il corpo più rigido.

Il telecomando era nella sua mano.

E: «Non mi rovini.»

A: «No.»

E: «Me lo prometta.»

A: «Te lo prometto.»

Mi ha consegnato il telecomando.

Il gesto era piccolo.

Ma dentro quel gesto c’era tutta la scommessa.

Non il possesso.

La fiducia.

Elena ha infilato il biglietto nella borsa ed è andata verso la sala del CDA.

Questa volta sono entrato anch’io.

Avevo un posto laterale, abbastanza vicino da poter intervenire sui documenti tecnici e abbastanza lontano da non attirare l’attenzione. Elena avrebbe presieduto la riunione. Io avrei ascoltato.

Durante il CDA ha parlato di margini, investimenti e scadenze. Ha risposto alle domande senza esitazioni. Nessuno ha notato niente.

Tranne me.

Ogni tanto cercava la porta con lo sguardo.

Ogni tanto cercava me.

Io non la fissavo. Lasciavo che fosse lei a trovarmi.

La riunione è durata quasi due ore.

Quando il presidente ha chiuso l’ultima pratica, gli altri membri hanno cominciato a raccogliere i documenti. Elena ha salutato tutti con la consueta fermezza. Ha aspettato che uscissero uno alla volta.

Io sono rimasto seduto.

Quando l’ultima persona ha chiuso la porta, nella sala siamo rimasti soltanto noi due.

Elena si è seduta lentamente.

Il telecomando non era più nella sua mano. Il biglietto era ancora chiuso nella borsa.

E: «Adesso?»

A: «Adesso decidi tu.»

E: «Pensavo avesse già deciso lei.»

A: «Ho preparato il premio. Non ho deciso per te.»

Elena ha aperto la borsa.

Ha tirato fuori il biglietto.

Per qualche secondo lo ha tenuto tra le dita senza aprirlo.

E: «Se lo leggo, non posso più fingere di non sapere.»

A: «No.»

E: «E se non lo leggo?»

A: «La scommessa resta incompleta.»

Elena ha guardato la sala vuota. La grande stanza del potere era diventata improvvisamente troppo silenziosa.

Poi ha aperto il biglietto.

Ora sei mia. Godi pure.

Elena ha letto due volte.

Il suo respiro è cambiato.

Solo allora ho preso il telecomando.

A: «Sei ancora d’accordo?»

Elena non ha risposto subito.

Ha chiuso gli occhi e ha annuito.

Ho premuto il pulsante.

Una sola volta.

Elena è rimasta seduta, la schiena contro lo schienale e il biglietto stretto tra le dita. La tensione accumulata durante la riunione le è salita nel corpo e si è sciolta in un respiro lungo, tremante.

Ho lasciato andare il pulsante.

Non ho aspettato che si alzasse.

Non ho avuto bisogno di vedere altro.

Mi sono diretto verso la porta con un sorriso che non sono riuscito a trattenere. Uno sguardo sornione, quello di chi vede il proprio giocattolo scoprire per la prima volta il piacere della sottomissione.

Prima di uscire mi sono voltato.

Elena era ancora seduta.

Non aveva più l’espressione della CFO.

Aveva l’espressione di una donna che aveva finalmente smesso di difendersi.

E: «Alex.»

Mi sono fermato.

E: «La prima regola?»

A: «Puoi cambiare idea.»

E: «E la seconda?»

A: «Se resti, non dovrai più fingere di essere invulnerabile.»

Elena ha abbassato gli occhi sul biglietto.

E: «Non voglio cambiare idea.»

Questa volta non c’era una scommessa.

C’era una scelta.

Alex

Se vuoi raccontarmi cosa hai pensato della storia, puoi scrivermi a alepaolozzo@gmail.com.

Accetto commenti, suggerimenti e proposte. Se ti incuriosisce il gioco mentale di Alex, se hai una fantasia da raccontare o se vuoi immaginare una dinamica di coppia, puoi contattarmi.

Non prometto giudizi. Prometto attenzione.

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