i racconti di Milu
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Note:
Sempre pura fantasia in eruzione dalla mia mente.
Nessun riferimento voluto a persone esistenti o esistite
Milano Malpensa, le otto di sera. La notte calava rapidamente ormai padrona incontrastata del cielo. Il sole andava ad annunciare il buongiorno ad altri popoli. Per tutti era sinonimo di cessazione d'attività, di riposo.
Non per me.
Io sapevo bene che Katherine sarebbe dovuta arrivare di lì a poco. Ogni singola fibra del mio essere la rivedeva, in ogni situazione in cui ci siamo trovati e ciò innescava tutta una serie di possibili nuove situazioni... Molte delle quali sconsigliate a minori e deboli di cuore.
Mi venne un'erezione abnorme che si sarebbe anche potuta notare se non mi fossi strategicamente posizionato con lo zaino che portavo con me quasi sempre sopra di essa. Ciononostante faceva comunque male, l'attesa.

Mi era mancata molto, ricordavo il suo profilo longilineo, il suo volto magnifico, i seni piccoli ma sodi, la sua bellezza d'ebano senza un grammo di grasso, i suoi gemiti mentre la prendevo, la sua fica aprirsi come un ostrica che cela un prezioso tesoro di madreperla...
"Dio, devo smetterla di pensarci!", mi imposi.
Per chiarire la cosa con il mio pene ribelle, andai in bagno e mi sparai una sega. Ripulii tutto ma, tempo qualche minuto, circa una ventina ed era come prima. E dire che Katherine era solo un'amante... O no? La domanda mi ribollì dentro come acqua bollente gettata nel vuoto nero dello spazio.

Intanto nel terminal migliaia di persone transitavano su e giù, beatamente ignare del mio turbamento. Beate loro...
Passarono i minuti. Ero arrivato con l'anticipo di ben un'ora, solitamente lo facevo per fare bella figura, in quel caso per prepararmi psicologicamente.
Non che funzionasse.
Presi allora un libro. Mi ero portato uno di quei libri di spionaggio. Non servì: tempo un istante ed ero ancora lì ad attenderla spasmodicamente. Avrò letto sì e no quattro parole...
Presi allora a seguire il mio respiro, cercando di calmarmi. In una decina di minuti ce la feci, raggiungendo una sorta di tranquillità quantomeno fragile. Mi concentrai sui ricordi per un istante, quelli del mio viaggio a Londra. Purtroppo non durò molto: un'immagine di Katherine avvinghiata a me devastò la mia tranquillità. Non fosse stato per la gente in giro mi sarei messo a urlare, cazzo!

D'un tratto eccola che arrivava! Pantaloni lunghi, maglia a maniche lunghe, un sorriso enorme sul volto che s'allargava intanto che si avvicinava a me. La pelle bruna del viso che faceva da perfetto contrasto con la dentatura bianco smagliante.
Prima ancora di parlare ci abbracciammo. Respirai il suo profumo a pieni polmoni. Senza una parola prendemmo a baciarci. Le infilai gioiosamente la lingua in bocca mentre la stringevo a me. Il futuro non aveva importanza. Se anche avesse dovuto andarsene per sempre dalla mia vita non importava: per ora era qui e tanto mi bastava.
Diverse occhiate arrivarono a convergere su di noi. Alcune eccitate, altre contrariate e altre apertamente ostili. Mandai mentalmente tutti a fanculo.
"Che cazzo vogliono 'sti bigotti del cavolo?", mi chiesi.
D'altronde, se sì scandalizzavano potevano anche guardare da altre parti. Rivolsi uno sguardo tagliente a una vecchia di settant'anni che mi fissava con disapprovazione. Lei levò gli occhi al cielo. Staccai una mano dalla schiena della bella domenicana per rivolgerle un segno quasi universalmente chiaro.
La vecchia borbottò qualcosa e si girò andando verso un bar. Katherine mi sussurrò all'orecchio, preoccupata.
-Ci vedono tutti!-.
Era vero. Evidentemente l'averle messo le mani sul sedere in bella vista l'aveva allarmata. La rassicurai con un sussurro a mia volta.
-E allora? Non devono rompere, siamo in un paese libero e mi sei mancata.-, per rafforzare le mie motivazioni la strinsi a me.
Lei gemette ad un livello appena udibile. -Mi sei mancato anche tu... Andiamo a casa.-, disse. Ci sciogliemmo dall'abbraccio e ci dirigemmo verso la mia auto, una Fiat punto. Per il bagaglio non c'erano problemi: era solo la sua borsetta. I suoi dovevano averle procurato tutto a Londra.

Mentre guidavo parlammo del più e del meno, le chiesi come fosse stata Londra, lei disse che era una città stupenda e che avrebbe voluto tornarci. Londra ha questo fascino su certa gente: ci vai una volta e non te ne vai più. Infine decisi di chiederle della sua decisione.

Lei esitò, cercando le parole.

Il mio cuore si perse un battito. Ero quasi certo che non l'avrei più rivista. Comunque cercai di essere pronto alla risposta.

Inizialmente, mi indicò un posteggio, poco lontano da un'autogrill che era ormai in procinto di chiusura. Posteggiai.
-Allora?-, chiesi con impazienza malcelata.

Lei mi sorrise, un sorriso veramente felice. Mi baciò, accarezzandomi il membro da sopra i calzoni. La mia erezione si sarebbe potuta vedere dallo spazio...
-Noi non faremo sesso, qui.-, iniziò.
-Perché?-, chiesi io con un sorriso tremulo.
-Perché...-, altro bacio, altra boccata di saliva, altra pugnalata di silenzio ammantata di gioia, -Quella a cui stiamo andando è ufficialmente casa mia e mia soltanto!-, risposi.
Rimasi basito.
-Ho chiarito coi miei che è ora che mi lascino volare con le mie ali.-, disse Katherine.
Faticai sinceramente a non mettermi a piangere dalla gioia e a limitarmi a baciarla con tutto l'affetto, l'amore e la lussuria che provavo per lei.
Il mio pene chiedeva pietà, chiedeva di essere sollevato dal suo fardello.
L'avrebbe avuta presto: facemmo rotta verso casa sua, sorridenti e felici, una sola frase fu detta in tutto il viaggio.
-Ci facciamo un bagno?-, chiesi.
Lei annuì sorridendo.
La vita è meravigliosa.
Note finali:
Critiche, commenti, pareri, insomma tutto quanto a
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