i racconti di Milu
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Note dell'autore:
È lungo. Parecchio. Davvero, non iniziatelo se poi non lo reggete...
Un po' come il vino XD

Buona lettura ai coraggiosi che oseranno!
Bao Yi era una donna molto impegnata.
Nella sua posizione, era il minimo. Non si arrivava tanto in alto senza lottare.
Senza sacrificare qualcosa…
Solitamente il sacrificio era tempo ed energia, dove energia poteva essere, fisica, mentale, monetaria, eccetera eccetera...
Ma Bao sapeva, lo sapeva lei e lo sapevano gli altri come lei, che il più grande sacrificio era quello spirituale. Specificatamente parte di quello che lei era. Parte della sua anima.
Anima… Una parola a cui lei non riusciva più a dare un senso.
Erano passati anni da quando, scalando le vette del potere, era riuscita a eliminare suo zio incestuoso. Quel porco l’aveva toccata e violata per mesi. I genitori morti, nessun fratello maggiore a difenderla, Bao Yi aveva dovuto cavarsela da sola.
E aveva presto compreso che al mondo esistono due categorie di persone soltanto.
Quelle che schiacciano e quelle che si fanno schiacciare.
Bao non voleva essere schiacciata da altri. Aveva sopportato per tre giorni gli abusi dello zio, meditando vendetta, attendendo l’occasione.
Poi, un giorno, lo zio svegliandosi, si era ritrovato la spada Taiji nel petto per tre palmi. Morto lui, presto Bao aveva compreso di aver fatto un errore impedronabile. Aveva ucciso un trafficante parecchio potente di Lacrime di Drago, meglio nota col nome di Eroina.
Ma se da un lato quello era un errore, dall’altro, poteva diventare un’enorme opportunità.
E Bao amava alla follia le opportunità.
Che poi quell’opportunità si fosse presentata con una pistola e una richiesta di spiegazioni a dir poco intimidatoria, era secondario. Appena ventenne, Bao aveva fatto una semplice proposta all’uomo che era venuto per ucciderla.
Permetterle di prendere il posto dello zio nel traffico di Lacrime di Drago.
Il sicario non era il tipo che negoziava ma Bao aveva da tempo imparato a essere molto persuasiva. In un modo o nell’altro, il bastone o la carota.
E se l’omicidio dello zio aveva portato via un primo pezzo della sua anima, di certo, il colloquio con il negoziatore-sicario ne sottrasse almeno altri due.
Il primo fu quando aprì le gambe e sollevò il vestito davanti al killer.
Lo zio non l’aveva mai presa, si era limitato a infilarle il pene in bocca. Era stato spiacevole. Ma Bao aveva imparato una preziosa lezione da quell’esperienza.
Aveva imparato a piegarsi ma a non farsi spezzare. Era divenuta d’acciaio.
Il killer, bello contento di avere davanti ben servita una ragazza di vent’anni più che disposta a farsi deflorare, non si era fatto pregare.
Le era entrato dentro con pochissima delicatezza e Bao non aveva dissimulato un certo dolore. Lui aveva iniziato a fotterla. E un pezzo della sua anima se n’era andato quando il suo imene aveva ceduto alla pressione di quel bastardo.
Il secondo pezzo se n’era andato quando, cambiando posizione, lei si era messa sopra di lui. Il sesso le piaceva ma, a differenza del suo ormai estatico compagno, lei non intendeva perdere la lucidità.
Infatti con un gesto fluido si strappò lo spillone dallo chignon che protava, lasciando cadere i capelli in una cascata d’inchiostro lunga sino alle reni.
E con la medesima disinvoltura, piantò lo spillone nel pezzo dell’uomo, ancora e ancora.
L’uomo crepò con un gemito orgasmico. Le venne dentro con uno sguardo stupito, sofferente e compiaciuto ad un tempo. E, cosa bizzarra, anche Bao Yi godette.
Poco importava: con calma quasi incredibile, ripulì la scena, fece a pezzi il corpo e lo fece gettare nel vicino fiume da alcuni amici di suo zio. Prese solo il telefono e la pistola dell’uomo.
Da li in poi il passo fu breve. Plata o Plombo, Compra o ammazza. Comunque lo si volesse chiamare, quella era la prassi e Bao aveva messo in chiaro che la parte Plombo nel suo caso non era esattamente applicabile.
Allora i collaboratori di suo zio ammisero che quella ragazza poteva avere molto valore.
Decisero di elargirle una fetta del traffico dello zio defunto.
E fu così che Bao Yi divenne la Farfalla d’Acciaio. Trafficante di Lacrime di Drago.

In quel momento, Bao Yi stava fumando una pipa d’oppio. A differenza degli altri, se ne concedeva una solo ogni tanto e l'oppio non era sempre puro. Spesso non era nemmeno oppio... Metteva alla prova sé stessa, il suo corpo e la sua mente, fedele al suo motto. Supera i tuoi limiti!
E il suo limite l’aveva superato qualche giorno prima, quando un poliziotto troppo zelante aveva deciso di sequestrarle un carico di Lacrime di Drago. Lei aveva convocato l’ispettore e capo della polizia Anthony Jackson, col quale aveva già avuto il piacere di trattare in passato.
In quel caso, però, erano stati presi accordi, accordi che quel poliziotto ignorante aveva violato. Anthony si era profuso in scuse e aveva giurato che avrebbe riportato il carico a Bao e i suoi entro due giorni.
Era stato di parola.

Bao Yi era molte cose ma non una che non sapeva ripagare la lealtà. E Anthony le era decisamente leale, anche se non per sua scelta. La cinese aspirò una boccata d’oppio.
Espirò mandando un drago di fumo a dissolversi nel Nulla.
Anthony Jackson restava inchinato, come davanti a una regina.
-Ottimo lavoro, Anthony.-, disse lei dopo dieci minuti buoni che il poveretto era rimasto prostrato a terra. Umiliarlo, spezzarlo, mostrarsi distante e incurante di lui o della sua fantomatica autorità era tutta parte di un copione.
-Grazie… mia signora.-, sussurrò lui. Bao Yi rise tra sé e sé pur mantenendo un aria impassibile. Eccolo lì!
Anthony Jackson, bianco, quarantasette anni, brizzolato, marito e padre affettuoso, baluardo di giustizia e verità in quella zona della città, ufficialmente in prima linea contro il traffico di droga…
A inchinarsi in una posa che non apparteneva alla sua cultura a una donna che aveva appena mandato le Lacrime di Drago ai pusher perché venissero smerciate.
A prostrarsi, a chiedere la grazia di un sorriso, di una gratificazione di qualche genere.
Il loro accordo era semplice: nessuno dei poliziotti di Anthony rompeva le scatole a lei e al suo giro e nessuno dei suddetti tornava a casa in una bara.
Semplice ed efficace, no?
Ma a Bao Yi non bastava più. La cinese si alzò. Camminò sino all’uomo e gli ordinò di alzarsi. Gli porse la pipa. L’uomo deglutì, stupito e consapevole di cosa volesse.
-Prendila e fuma con me.-, disse lei soltanto. Era un ennesimo ordine.
Anthony sembrò esitare. Bao assunse un espressione feroce.
-Fuma, o posso garantirti che tua moglie e i tuoi figli domani saranno cadaveri…-, sussurrò lei. Lui sembrò prossimo alle lacrime. Rimase fermo un altro istante, come a illudersi di poter ancora salvare qualcosa, forse l’orgoglio.
Infine afferrò la pipa e fece un tiro. Impreparato alla sostanza tossì convulsamente. Bao afferrò stizzita la preziosa pipa prima che l’uomo la rovesciasse in preda agli spasmi.
-Dilettante. Quelli come te sono tutti feccia. Ipocriti!-, stava parlando in cinese ma sicuramente l’ispettore capì il senso generale.
-Io… ti prego…-, implorò lui, tossendo ancora.
-Zitto!-, sibilò lei. Le guardie di Bao fecero per mettere mano alle armi. Solitamente quando lei diceva quella semplice parola, pochi secondi dopo aggiungeva un ordine in cinese di esecuzione. Erano semplicemente abitudinari.
Ma Bao Yi sapeva che uccidere quel verme avrebbe solo significato dover ricominciare daccapo con quelcun’altro. E lei era tante cose ma non incline agli sprechi.
Era stata lei a chiedere un colloquio con lui. A sfidarlo nel suo territorio, con una cintura esplosiva legata in vita. Già da come l’uomo l’aveva guardata aveva capito che era un debole e meritava quella fine. Il destino dei forti era di regnar,e quello dei deboli, di servire.
E lì, in quella sala vasta quanto la navata centrale di una chiesa, con il trono di Bao Yi posto su una piramide di gradini che recavano incise in cinese le benedizioni di fortuna e gioia, con le lampade ad olio secondo tradizione, il destino dei deboli era piegarsi o morire. La visione del mondo di Bao Yi era semplice. Non c’erano possibilità di passaggi o redenzione di sorta. Se nascevi debole lo restavi a vita e sguazzavi nel fango sino alla morte. E l’ispettore era destinato a fare questa fine.
Le guardie attendevano solo il suo ordine per poter accelerare un simile corso di eventi ma lei ne diede un altro. Ordinò alle guardie di uscire.
Sollevato, Anthony s’inchinò di nuovo, profondendosi in ringraziamenti che lei non ascoltò minimamente. Era divertita. Molto. Nulla le dava più gioia di quello.
Ma le dava anche qualcos’altro. Una sferzata di eccitazione che nemmeno l’ecstasy o altre droghe che aveva a suo tempo provato, riusciva a darle.
Esattamente in quel momento sentiva un bisogno sorgerle dentro.
Sorrise benevolmente all’ispettore che restava in attesa di una sua parola. Servile.
-Dimmi, Anthony, io ti piaccio?-, chiese con civetteria.
Lui sembrò combattuto.
-Ho famiglia…-, sussurrò. Patetico. Bao Yi si trattenne dal colpirlo. Espirò rabbia e frustrazione.
-Non ti ho chiesto cos’hai fuori di qui. Non mi interessa. Fuori di qui puoi recitare la solita storiella dell’ispettore intergerrimo e sicuro di sé ma tutti e due sappiamo bene chi sei e cosa sei. Sei un debole, un lombrico che striscia nel fango. Io invece sono una farfalla leggiadra. Io sono tutto quello che tu non potrai mai diventare. E sai qual’è la cosa più bella?-, chiese lei con un sorriso crudele. Era una domanda retorica.
-Che tu sai bene che è così. Sai che non si tratta solo di scelte. È una questione di destino e il tuo stesso oroscopo lo dice. Il tuo destino è servirmi. In ogni cosa che chiedo. Quindi te lo chiedo di nuovo ed esigo una risposta chiara e senza idiozie. Io ti piaccio?-.
-Sì.-, ammise lui. Sembrava quasi stesse per mettersi a piangere. Il vedere la sua faccia in quel modo, l’espressione disperata di chi non ha vie d’uscita… Bao Yi dovette lottare per non perdere il controllo su sé stessa. Quello che stava conducendo era un gioco sottile.
Per pochi eletti.
-Non ho sentito.-, disse lei. Falsità piena: pur con difficoltà, Anthony era stato chiarissimo e la sua voce l’avrebbero sentita anche le guardie se fossero ancora state presenti ma lei si limitò a ingiungergli di ripetere. Adorava quella sensazione.
-Sì, mi piaci.-, disse lui con più voce. Lei sorrise.
-Vorresti piantare il tuo stelo di giada nella mia caverna del piacere?-, chiese.
Aveva volutamente usato una terminologia propria dell’arte erotica cinese.
Ma a giudicare dallo sguardo di Anthony, pareva che non servissero ulteriori semplificazioni. Non c’era bisogno di essere un fisionomista per capire che l’uomo non desiderava altro. La cinese lo fissò, gli occhi neri che trafiggevano i suoi occhi castani.
-Sì.... Ti voglio.-, ammise lui. Bao Yi sorrise.
Indietreggiò di un passo, poi di un altro.
-Mi vuoi.-, non era una domanda ma il poliziotto si sentì in dovere di annuire.
-Vieni a prendermi.-, disse lei con un sorriso. Si sedette sul trono. Era un genere di scranno che permetteva una simile manovra. Appoggiando le gambe divaricate sui bracciali, alzò la veste tradizionale che portava.
La sua vulva da sotto fece capolino. Rosea, depilata, pronta.
Il capo della polizia si alzò con una frenesia che lei trovò divertente. In pochi secondi l’aveva già tirato fuori. Ma Bao Yi sorrise.
Davvero lui credeva che lei avrebbe anche solo lontanamente permesso al suo stelo di giada di entrare? Davvero credeva che lo avrebbe reputato degno di un simile onore.
Lo bloccò con un piede.
-Tu non devi nemmeno pensarci. Ricordi? Sei un debole. Il destino dei deboli è un altro.-, aprì nuovamente le gambe e fumò uno sbuffo oppiaceo in faccia all’interlocutore.
-Lecca.-, disse. Il poliziotto sembrò esitare. Bao Yi protese un braccio e gli puntò alla testa una G18 silenziata. Con il silenziatore, nessun avrebbe mai potuto sentire lo sparo. Non lì, né tantomeno nella discoteca a fianco, dove centinaia di giovane e meno giovani animavano la notte, alla ricerca di scampoli di vita.
Anthony non esitò oltre: iniziò a leccare la vagina dell’asiatica. Lei non amava quel trattamento. Fatto da uno come lui, era qualcosa che non aveva la benché minima valenza erotica. Bao Yi aveva fatto sesso poche volte, per quanto riguardava il voler fare sesso. Giudicava l’amplesso come una possibile arma, una risorsa.
Il sesso in funzione del piacere l’aveva fatto solo due volte. Ma si era concessa molte altre per mero profitto. Aveva imparato a simulare, a fingere. Talmente bene che nessuno avrebbe messo in dubbio che stesse godendo.
-Continua…-, sospirò. In realtà quel che amava di quella scena era la sottimissione dell’uomo. La sua pretesa di forza, di virilità, di onestà e giustizia che andava in pezzi. Frantumata dalla sua volontà. Era quello che la faceva scattare, che le stava donando un orgasmo. Non la lingua che goffamente sfiorava la sua vagina, come timorosa.
Bao Yi per un istante si chiese se la moglie di Anthony non lo tradisse: vista la sua performance attuale, l’uomo non sembrava esattamente un dio del sesso.
Un telefono squillò. Quello del poliziotto. Lui le rivolse una muta supplica.
-Rispondi pure…-, disse lei. Si sfiorò appena il clito. Rabbrividì. Era bellissimo.
-È mia moglie…-, sussurrò lui. Disperato. Bao Yi sorrise.
-Inventati qualcosa. Dille che sei al lavoro o quel che ti pare. Poi finisci quel che hai iniziato, verme.-, disse lei.
Mentre lui parlava con la moglie, accampando scuse, Bao si fece l’appunto mentale di sapere qualcosa di più su di lei. Al termine di un “ti amo anche io” che quasi la fece ridere vista la scena e la somma infedeltà che lui stava compiendo, lei gli sorrise. Lui chiuse la chiamata. Sembrava disperato. La cinese non poté evitare di sorridere. Quell’uomo aveva parecchi anni in più di lei, era potente, un capo della polizia. Ed era suo. Anima e corpo.
-Finisci quel che hai iniziato. Leccami. Fammi godere.-, sibilò.
Iniziò a leccarla con impegno. Lei però non se ne diede pena. Si concentrò sulla sensazione di averlo in pugno, di averne spezzato lo spirito.
E sorrise. Godette pochi istanti dopo, spingendo via la testa dell’uomo.
Si alzò. Dovette reggersi al trono: l’orgasmo era stato intenso. Ansimava ancora in cerca d’aria. L’uomo le sorrise. Lei sorrise di rimando. Ma non per il motivo che lui pensava.
Lei si frugò la vulva fradicia raccogliendo i suoi umori. Sfiorò le labbra di lui col dito, bagnandole del suo piacere.
-Quando arriverai a casa dovrai baciare tua moglie con queste labbra. Dovrà sentire il mio odore. E dovrai dirle quello che sei. Il suo servo. Perché sono sicura quanto vuoi che lei è una donna molto più forte di te.-, sussurrò lei.
-Ora vattene.-.
L’ispettore uscì dopo un inchino. Lei sorrise. Amava quella sensazione. Chiamò la sua segretaria perché sbrigasse la distribuzione del carico che Anthony gli aveva riportato.
E poi si diresse verso i suoi alloggi. Dopo aver tolto le vesti, si gettò in doccia.
Domani sarebbe stato un giorno importante. Se tutto andava bene, Anthony Jackson avrebbe avuto modo di esserle utile ancora.
Si lavò e, completamente nuda, si dedicò ai suoi eseercizi di Qigong.

Il sogno era sempre uguale. L’uomo non si sconvolgeva più. Perché farlo quando si conosce ciò che si deve affrontare?
Si limitò ad attendere che il sogno passasse.
Sorrise, ancora.
Si svegliò. La camera era vuota. Lucy se n’era andata la mattina del giorno prima. Aveva lasciato dietro di sé il ricordo del piacere, dell’abbandonarsi alla lussuria, del desiderio.
Un ricordo che ora doveva accantonare. Si concentrò sul suo respiro e iniziò gli esercizi.
Finiti gli esercizi fece una doccia. Calda, fredda poi ancora calda e infine di nuovo fredda.
Colazione essenziale. E ora iniziava la parte divertente. L’attesa.
Si mise in seiza davanti al televisore. A guardare il notiziario.
-Ancora nessuna notizia sulle cause della morte di Martin Priest. Trovato ingente quantitativo di cocaina ed eroina nel suo appartamento. La polizia ritiene che alla base ci sia un regolamento di conti tra mafiosi.-, l’uomo sorrise senza vera gioia.
La polizia sceglieva sempre di seguire la pista più semplice. Non solo per mancanza di intuito ma per semplice svogliatezza. L’indossare una divisa li rendeva fieri. E stupidi.
Combinazione pericolosa per gente che doveva ricoprire un ruolo tanto importante.
Avvolto nello jimbon, si alzò. Prese il Tanto.
Girò su sé stesso di centottanta gradi, estraendo nel frattempo la lama. Tagliò l’aria davanti a sé. Le illusioni, il desiderio, le vestigia di tutti gli attaccamenti svanirono.
Restava solo lui. O chi per lui. Rinfoderò il Tanto dopo averne controllato il filo. Perfetto.
Sorrise.
Il notiziario continuava. Notizie di gossip e glamour che non gli importavano per niente.
Notizie su un attentato terroristico in Afghanistan. Lontanissime e ininfluenti.
La sua realtà era il qui e ora. Tutto il resto non lo toccava.
Poteva piangere per i morti ma nulla di più e allora preferiva andare avanti con la sua vita.
Fare ciò che stava facendo.
Prese le armi e uscì dopo essersi vestito.

Le strade erano sempre uguali. Non cambiavano mai.
Anche la gente. Puttane sui marciapiedi, pusher non troppo in bella vista. Se avesse potuto, l’uomo si sarebbe occupato anche di loro. E prima o poi, giurò a sé stesso, lo farò.
Deviò in un vicolo. Eccolo là. Un tizio dagli occhi a mandorla. Spacciava bustine di polverina bianca. Il suo cliente, un rudere di mezza età, gli conegnò una banconota sdrucita. Sicuro che l’uomo sarebbe morto prima di arrivare al prossimo compleanno: aveva io sguardo allucinato, la pelle del naso screpolata da troppi tiri di coca, gli occhi rossi per le canne e l’espressione di chi vuole solo perdersi nel Nulla.
Non voleva essere salvato. E l’uomo non aveva intenzione di provare a salvarlo.
Morisse pure, se voleva. Tanto meglio! La sorella di Lucy, Mya o qualcosa del genere, era stata un altro paio di maniche. Per lei c’era ancora speranza. Ma per quel tizio no.
L’uomo attese altri due minuti che il drogato se ne andasse. Poi si avvicinò.
-Ehi? Vuoi della roba? Ho tutto quello che puoi volere!-, disse il cinese.
-Si. Voglio della roba.-, disse lui. Estrasse la pistola. Il Tanto non avrebbe mai voluto l’anima di un topo. E lui sapeva bene che i cinesi obbedivano a qualcuno.
Quel tizio era solo un ingranaggio. Era da prima di Priest che si era reso conto della cosa.
-Cazzo fai!-, esclamò il pusher. Calmissimo lui sparò. Il proiettile impattò col terreno a qualche centimetro dal piede sinistro del cinese.
-Una sola mossa e parte il prossimo colpo.-, lo avvisò l’uomo con un ghigno crudele.
-Io non ti ho fatto niente!-, esclamò l’altro. Nessun passante. O meglio, uno c’era e fece anche per agire ma quando vide lo sguardo del cinese e quello dell’uomo, il ragazzo si ficcò le mani in tasca e scelse saggiamente di continuare a farsi i cavoli suoi.
Molto saggio.

-Ok, amico, cosa vuoi? Roba gratis? Soldi? Ti do quello che vuoi! Tutto quanto! Ti prego!-, le implorazioni di quell’uomo erano fetide, esalazioni mefitiche che corrompevano la terra.
-Voglio un nome.-, rispose lui, -So che voi asiatici rispondete a qualcuno che si fa chiamare la Farfalla d’Acciaio. Voglio un nome. E voglio sapere dove trovarla.-, disse lui.
-Lei mi ucciderà!-, esclamò lui.
-Perché io non lo farò, secondo te?-, chiese lui con un ghigno. In quel momento il cinese sembrò rattrappirsi. Annientato dalla consapevolezza che, qualunque cosa fosse successa, non sarebbe arrivato all’indomani vivo.
-Considera questo: lei ti ucciderà male. Sarà una morte dolorosa. La peggiore che puoi immaginare. So come vanno queste cose. Forse ti farà squartare da un elefante… no, quello lo fanno i vietnamiti. Comunque sia non sarà piacevole. Io invece ti offro una via d’uscita rapida e pulita. Scegli.-, disse incalzando l’uomo.
Silenzio. Il cinese fece un passo indietro e tentò stupidamente di estrarre una pistola. L’uomo modificò l’angolo di mira in un istante. Sparò. A quella distanza mirare era secondario. Tre colpi andarono a perforare l’addome del cinese che cadde all’indietro urlando come un maiale squartato. La pistola dell’asiatico cadde a terra.
L’uomo lo afferrò e lo appoggiò dietro un cassonetto.
-Ora i tuoi succhi gastrici inizieranno a corroderti le viscere. Non saré bello e non sarà veloce. La mia offerta resta valida.-, disse con calma.
-Fottiti!-, esclamò lui. Con calma, l’uomo estrasse l’altro coltello. Un minuscolo coltello da lancio. Lo appoggiò appena sotto l’occhio destro del cinese. Bava rossastra colò dalle labbra dell’asiatico. Il giovane sussultò.
-Certo. Capisco. Ma sappi che posso rendere i tuoi ultimi istanti molto più brutti se voglio.-, disse con fare calmo l’uomo. Non provava nulla per quell’essere. Quel cinese non meritava pietà. Era un ingranaggio. Un servo. E lo era per scelta. Se avesse voluto liberarsi l’avrebbe fatto ma aveva permesso a sé stesso di divenire quello che era.
E ora serviva morte e dannazione agli altri.
La resistenza del cinese durò due secondi esatti. Poi sciorinò un nome e un indirizzo.
L’uomo uscì dal vicolo dalla parte opposta. Aveva un indirizzo e un nome.
Si concentrò sul respiro. Dentro e fuori, dentro e fuori. Il cinese era morto com’era vissuto. Nell’ombra, nell’infamia, violentemente.
Lui gli aveva dato una fine che poteva dirsi pietosa e poi aveva gettato il corpo nella spazzatura dopo aver preso tutta la droga e averla gettata in un tombino.
Almeno i barboni non si sarebbero fatti di coca ed ero a spese della comunità.
E uno era stato rimosso ma era comunque poco, pochissimo. Ma se quello che aveva detto il cinese era vero, allora presto avrebbe potuto decapitare la Farfalla d’Acciaio e la sua rete. E quello si sarebbe stato un colpo notevole.

Alle cinque di pomeriggio la luce iniziava ad abbandonare il mondo.
Il Capo della polizia sussultò. Ormai si sentiva sotto assedio.
Era tornato a casa, aveva baciato sua moglie, ci aveva fatto sesso.
Tutto magnifico, per lei.
Non per lui. Si sentiva un verme. Ripensò a quando aveva iniziato quel lavoro, a quando la giustizia gli sembrava inflessibile, il suo sentiero chiaro e il fato dei suoi antagonisti scolpito nella roccia.
Poi Bao Yi si era presentata nel suo studio. Senza parlare si era tota la giacca mostrando una cintura di TNT sufficiente a vaporizzare l’intera sede della polizia.
L’aveva anche informato che indossava un pulsante uomo morto. E questo aveva annichilito la possibilità di spararle, cose che Anthony considerava di fare.
Quella donna lo aveva annientato. Aveva iniziato a parlare, con calma. Senza nemmeno dare peso al fatto che qualcuno sarebbe potuto entrare. Senza esitazioni o timori, come se non fosse suo il corpo avvolto da una cintura letale seduto davanti ad Anthony.
Metodicamente lei gli aveva detto quel che voleva e lui aveva annuito. Servilmente.
Quando lei se ne era andata, lui aveva sibito pensato di farla seguire. Effettivamente l’aveva fatto. Il suo agente migliore e amico di lunga data, Frederick Mount aveva seguito quella troia e i suoi guardaspalle sino a un locale nella zona cinese della periferia cittadina. E poi era sparito.
Due giorni dopo, Anthony aveva ricevuto un pacco, a casa.
L’aveva aperto ed era scoppiato a piangere. All’interno c’era una busta. E insieme alla busta, la testa di Frederick. A giudicare dalla sua espressione la sua agonia non era stata rapida o pietosa. Quella sera si ubriacò. Dopo aver preso una sbronza colossale, seppellì la testa in un prato ed ebbe il coraggio di leggere la lettera.
Poche parole che lo informavano di come, se avesse ancora osato sfidarla, Bao Yi avrebbe riservato un fato identico a quello dell’Ispettore Fredrick a tutta la famiglia di Anthony prima e all’intero dipartimento poi.
L’uomo aveva fatto a quel punto la sola scelta possibile. Si era piegato. Era andato alla discoteca, Airone Sevatico gli pareva si chiamasse, e aveva chinato il capo.
Bao Yi aveva annuito e accettato la sua sottomissione.
E lui aveva creduto che tutto sarebbe finito lì. Invece era solo all’inizio.
Aveva dovuto coprire due spedizioni di eroina, aveva dovuto rilasciare due pusher appartenenti al giro della Farfalla d’Acciaio. Aveva dovuto chinare il capo. Ancora e ancora e ancora. L’ultima sua sottomissione era stata la peggiore.
Perché l’aveva costretto ad ammettere qualcosa che non solo sapeva essere vero ma l’aveva anche portato a manifestare qualcosa contro cui quotidianamente lottava.
Lui adorava Bao Yi. Sin da quando quella maledetta puttana era entrata nel suo ufficio con addosso gli esplosivi si era accorto che qualunque altra donna non era alla sua altezza. Neppure sua moglie. Lei lo aveva costretto ad ammettere quel desiderio recondito, quell’adorazione che non aveva osato confessare ad anima viva.
Lo aveva annientato. Aveva ragione. Era un verme e meritava di strisciare.
Era assorto in questi pensieri quando improvvisamente gli venne comunicata una visita da parte di una cinese.
“Dio. Cosa vorrà stavolta?”, eppure non riuscì a dire di no, anzi ingiunse di farla entrare e di non disturbarli. Manco fosse stata la sua amante. Anzi, magari lo fosse stata!
“Oddio, cosa sto pensando! Sono sposato, dannazione!”.
La cinese che entrò era molto simile a Bao Yi ma non era lei. Inoltre aveva uno sguardo arrogante che Bao Yi, nonostante tutto, non ostentava.
-Buongiolno, singol Anthony. Io sono Xiu Jin, una collabolatlice di signola Yi.-, il poliziotto notò quanto la giovane storpiasse la R a causa della sua pronuncia.
-La signola ha un messaggio pel lei.-, disse.
-Sono tutto orecchi.-, disse lui.
-La signola glielo dilà di pelsona.-, disse la giovane mettendogli davanti un tablet.
C’era una chat aperta, una videochiamata con Bao Yi il cui volto capeggiava nell’inquadratura. Al solo vederla Anthony provò un fremito.
-Anthony. Buondì.-, disse lei.
-Buongiorno.-, riuscì a rispondere lui.
-Oggi è successo un fatto increscioso. Un mio… collaboratore è morto in circostanze misteriose. L’hanno trovato in un casonetto con diverse ferite d’arma da fuoco e un mignolo amputato. Credo sia stato torturato e ucciso. Voglio sapere chi è stato.-, disse lei, perentoria. Anthony rabbrividì. Cercò di opporsi.
-Ma non posso fare un indagine per tuo conto! Se venissi scoperto sarei radiato!-, protestò. Le fattezze di Bao Yi non cambiarono di una virgola. Non sembrò neppure interessata a recepire il messaggio, si limitò a fare un tiro dalla sigaretta che teneva in mano. Sorrise ferocemente e Anthony capì di aver osato troppo.
-Allora non farti scoprire.-, disse semplicemente.
-Un’altra cosa: Xiu Jin rimarrà con te. Qualunque cosa lei dica avrà la medesima valenza come se fosse uscita dalla mia bocca. Qualunque, mi sono spiegata? Disobbedisci a lei e saré come se tu abbia disobbedito a me. Chiaro?-. Lui annuì, improvvisamente terrorizzato.
-Un’altra cosa. Xiu è autorizzata a punirti se sbagli e credimi. Lo farà. Come se fossi io.-, disse Bao Yi. Xiu Jin annuì come a voler rimarcare quella frase.
Ed Anthony capì di essere in trappola. Non lo capì tramite riflessioni, fu un’intuizione. Lampante, assoluta. La sua vita tranquilla era stata scossa tempo prima ed era iniziato un processo di dissoluzione che avrebbe portato alla sua distruzione nel giro di poco tempo.
E finalmente la parte finale del percorso era giunta. Personificata in quella donna diabolica che gli stava davanti e che lo guardava con arroganza.
-Tutto chiaro.-, rispose servilmente. Bao Yi chiuse la comunicazione.
-Andiamo a vedere questo cadavere.-, disse l’uomo.
-Non selve. Io l’ho fatto poltale qui.-, dise Xiu. Anthony imprecò mentalmente.
Questo gli avrebbe solo complicato la vita.
Infatti quando lei e lui arrivarono all’obitorio, il medico legale, una nera relativamente in carne ma simpatica che tutti chiamavano Big Mama, li informò di quanto scoperto.
-È stato ucciso di recente, stamattina verso le 11, credo. La causa della morte è stato senza dubbio il proiettile in testa. Ha l’aria di essere stata un esecuzione sommaria. Probabilmente è un pusher, sicuramente un drogato, a giudicare dalle analisi del sangue e dallo stato complessivo degli organi interni oltre che da alcuni rilievi sugli abiti che indossava al momento del ritrovamento.-, riassunse in breve.
-Impronte digitali? Segni di collutazione? Qualcosa che ci aiuti a capire come sia morto?-, chiese Anthony. La nera scosse il capo lavandosi le mani in un lavandino poco lontano dopo aver pietosamente ricoperto il cadavere col lenzuolo.
-Niente. Chiunque sia stato, sa sicuramente fare il suo lavoro.-, disse. Anthony scrollò le spalle. Questa non ci voleva. La cinese rimase immobile, impassibile.
-Sul luogo del ritrovamento abbiamo trovato tre bossoli che corrispondo al calibro di una G18. Stiamo cercando testimoni ma lei sa bene quanto me quanto possa essere difficoltoso trovarne. In questa maledetta città nessuno vede, sente o dice nulla.-, disse un agente. Anthony si massaggiò la sommità del naso. “Dannazione!”.
-Ho già mandato qualcuno sul posto a interrogare chi poteva essere presente o gli abitanti della zona ma…-, l’agente scrollò le spalle con un gesto fatalista.
-Capisco. Va bene. Questa cosa la dobbiamo chiarire. Omicidi di questo tipo non possono continuare ad accadere così…-, disse Anthony cercando di apparire grintoso ma riuscendo solo a sembrare svogliatamente attivo.
Uscirono dal distretto. Anthony si sentì meglio. Là fuori la presenza della cinese al suo fianco non gli dava così tanti problemi.
-Hai già qualche idea?-, chiese lei, mettendo fine al suo breve sollievo.
-Uhm, potrebbe essere un regolamento di conti. Mi sembra l’ipotesi più plausibile.-, disse.
Xiu Jin scosse il bel capo.
-Nessuno oselebbe. La nostla olganizzazione è nota. Se ci colpiscono non lispondiamo più folte.-, Lui annuì, guardandola. In quel momento, Anthony Jackson si rese conto di quanto fosse maledettamente simile a Bao Yi. E si sentì nuovamente invadere dal desiderio. Ma doveva muoversi con calma e gesso. Forse almeno quella piccola vittoria se la poteva prendere.
“Ma che diavolo ti salta in mente?!”, gli gridò il suo buonsenso.
Ma la verità era che il suo buonsenso stava naufragando lentamente e inesorabilmente.
Che altro aveva da perdere? Bao Yi gli aveva strappato i sogni, soldi, la possibilità di decidere, la sua visione del mondo, il suo più caro amico e la dignità.
Non gli restava proprio più nulla da perdere.
-Posso offrirle una cena?-, chiese. Xiu Jin annuì entusiasta.

L’uomo arrivò alla zona asiatica della periferia. L’unico faro di vita era quella discoteca. L’Airone Selvatico. Un punto di ritrovo per tutti i disperati privi di una vita propria che andavano elemosinandone scampi presso altri disperati. E su tutto questo mare di uomini e donne, ragazzi e ragazze e gente perduta, si stagliava l’ombra della Farfalla d’Acciaio.
Aveva fame. Si appropiquò a un sushi-bar.
Cibo spazzatura, letteralmente. Non era certa la provenienza del pesce e molti dei piatti avevano nomi in cinese anziché giapponese. Cibo spazzatura per vite considerate tali.
Un tempo anche la sua vita sarebbe potuta rietrare tra quelle a pieno titolo. Poi aveva deciso di cambiare. Ordinò del Sashimi e dell’acqua.

Xiu Jin mangiò con la grazia di una regina.
Anthony pensò di essere finito in paradiso.
Il paradiso sembrò solo la perfieria quando lei lo invitò ad accompagnarla nell’hotel dove alloggiava, poco distante. Lui accettò.
Pochi istanti dopo erano davanti alla camera di lei. L’uomo cercò disperatamente di mantenere un minimo di aplomb. Ma fallì.
La cinese sorrise.
-Buona notte.-, disse. Lui rimase fermo sulla porta. Per un lunghissimo istante.
Poi le afferrò il capo e fece per imporle un bacio. Il ceffone che gli arrivò fu bruciante, più per l’orgoglio che per altro. Gli occhi della cinese mandavano lampi d’ira e oltraggio.
Lui pensò che era completamente impazzito. Pensò che lei l’avrebbe ucciso, o forse lo sperò. E improvvisamente lei lo guardò. Lui non ebbe il coraggio di parlare.
-Se ne vada. Verme.-, sibilò lei.
Lui si rese conto che dentro di lui covavano due sentimenti. Una rabbia basica, elementare, assoluta e un’altrettanto elementare desiderio di sesso.
Improvvisamente si sentì potente, come trascinato oltre i suoi limiti. Il mondo era nauseante e ingiusto e le persone come quella donna e la sua padrona non meritavano pietà. Lui era debole, aveva detto lei. Ed era vero. Nessun dubbio in merito. Ma la sua debolezza era finita in quel momento. Piantò negli occhi della cinese uno sguardo di fuoco.
Estrasse con rapidità fulminea la pistola. Andava spesso al poligono ed erano anni che si teneva in forma in tal senso. Era più rapido lui a estrarre e sparare che la media degli agenti appena usciti dall’accademia. Puntò al petto della donna. Sparò.
L’esplosione fu assordante e la scia cremisi che seguì il volo della cinese all’interno della stanza fu anche peggiore. L’uomo entrò. Centro ai polmoni. La cinese sarebbe morta male. E anche velocemente. Il foro d’entrata era poco più grande di un penny. Un filo di sangue le uscì dalla bella bocca.
Anthony Jackson guardò Xiu Jin esalare i suoi ultimi respiri. Sorrise. Si chinò sulle labbra semichiuse della moritura e le baciò. Almeno quella soddisfazione se l’era tolta.
Sapeva che presto qualcuno sarebbe arrivato a indagare. Scrisse rapidamente un messaggio col cellulare alla moglie. Poche parole confuse. La speranza di una comprensione, se non di redenzione.
Poi prese la smith&wesson. L’arma conteneva ancora cinque colpi. Se la puntò alla tempia. Sorrise. Era libero e con quella libertà voleva dare l’addio al mondo. Neanche una parola a Bao Yi. Non ne meritava. Ricordò che il rinculo avrebbe potuto portare il proiettile a deviare. Calibrò, correggendo l’angolazione. Fece un respiro.
E premette il grilletto.

Bao Yi aspettava. Aspettava che il compratore decidesse. Infine il rumeno annuì. Lei sorrise e afferrò la borsa. Cinquanta lingotti d’oro puro, ognuno da duecento grammi. Il corrispettivo in Lacrime di Drago era notevole ma era anche vero che la sua era l’eroina migliore sul mercato.
-Signora?-, chiese una guardia mentre il rumeno se ne andava.
-Sì?-, chiese lei con fare annoiato. Altri si stavano occupando dei soldi.
-C’è un uomo per lei.-, disse la guardia.
-Ha detto come si chiama?-, chiese Bao Yi.
-No.-, replicò la guardia.
-Ha detto da dove viene?-, chiese ancora la cinese. La risposta fu negativa.
-Allora ha detto per cosa vuol vedermi?-, Bao Yi iniziava ad essere quantomeno irritata.
-Neppure. Ha solo detto di darle questo.-, disse la guardia. Le mostrò un dito, anzi la falange di un dito. Il mignolo di Chen Ham, il suo pusher scomparso.
-Fatelo entrare!-, ordinò seccamente lei.

L’uomo entrò. Calmo e teso ad un tempo.
Analizzò la sala. Gradinate incise in legno, un trono che su cui era seduta lei. Bao Yi.
Lampade pendenti dal soffitto illuminavano la sala. Guardie sicuramente armate dietro di lui e due giovani ragazze una cinese l’altra giapponese (?), lo fissavano.
Ma era Bao Yi a guardarlo con quello che sembrava interesse e questo gli faceva capire che il suo piano aveva grandemente funzionato.
Inviare il dito come dono di presentazione si era rivelata una mossa vincente ma ora serviva cautela. E lucidità.
Uccidere Bao Yi adesso avrebbe implicato non uscire vivo dalla sala e l’uomo non era un martire. Intendeva vivere per combattere un altro giorno. Finché il combattimento non l’avrebbe portato davanti a un nemico troppo forte e capace.
Ma sino ad allora avrebbe fatto la sua parte, recidendo le cellule cancerose del tumore che aggrediva quella città. Una alla volta, se necessario.
E perché questo accaddesse, colpire Bao Yi in quel momento era fuori questione.
-Inchinati, straniero.-, disse la voce della donna sul trono.
-Non mi inchino a nessuno.-, ribatté lui. Era vero. Aveva smesso d’inchinarsi anni prima.
Che fossero gli altri a farlo! Lui preferiva morire in piedi che vivere in ginocchio.
Sul volto della cinese passò una smorfia d’ira malcelata. L’uomo sorrise.
-Ma sono comunque lieto di presentarmi davanti a te.-, disse con un sorriso.
-Hai un nome?-, chiese Bao Yi con un ghigno.
-Puoi chiamarmi… Qi.-, disse lui. Il sorriso sulle sue labbra si aprì.
-Oh, poetico. Immagino che il tuo vero nome sia fuori questione, vero Qi?-, chiese lei.
Lui annuì.

Bao Yi guardava quell’uomo. Sapeva solo di star provando una crescente irritazione.
Quel folle aveva osato uccidere un suo servo e ora veniva lì. A sfidarla.
La cinese avrebbe dovuto strappargli gli occhi, bollirli e mangiarli.
Eppure…
Il telefono suonò. Un suo contatto esterno che chiedeva di essere richiamato quanto prima. Bao sprofondò nella sua riflessione, fissando lo straniero che ricambiava con uno sguardo calmo.
“Ha ucciso uno dei miei schiavi e mi ha sfidata qui. Nel mio regno! Ma non capisce che potrebbe morire? È pazzo. Deve essere pazzo! È l’unica risposta! O pazzo o molto determinato. E una simile determinazione indica che lui è forte, molto. Forse tanto quanto me.”, si sforzò di guardare l’uomo attraverso altri occhi, cercando di vedere con la mente piuttosto che coi meri sensi. Sentiva promanare da lui volontà, una determinazione ferrea e… il vuoto. Tornò a guardarlo con gli occhi fisici. Bao Yi era una seguace di diverse dottrine esoteriche. Tra le tante aveva tentato di sviluppare una consapevolezza astrale, una seconda vista. E quel che vedeva le dava da pensare.
Quell’uomo era vuoto. Un tronco cavo, uno spazio vuoto e una lavagna bianca.
“Nessuno scopo dietro tanta volontà? Solo il desiderio di uccidere e annientare?”. La domanda la inquietò. Era per questo che quell’uomo era lì?
Forse. In tal caso, la cosa più sensata da fare era ordinare alle guardie di piantargli un proiettile in testa. Ma Bao Yi ormai era intrigata. Voleva capire chi fosse quell’uomo.
E voleva spezzarlo. Sarebbe stato un degno avversario. E se non fosse riuscita a spezzarlo lo avrebbe potuto sempre convincere a unirsi a lei.
I forti sono più forti da soli, no?
-Dimmi, Qi. Quando sei nato?-, chiese lei.
-Sono nato nei primi giorni del primo mese.-, disse lui.
Lei sorrise. Sì, la cosa si preannunciava MOLTO interessante.
Avrebbe studiato quell’uomo. Ne avrebbe scoperto i segreti e poi avrebbe deciso.
Ma prima lo avrebbe messo alla prova in altri modi. Perché lei ne aveva sondato la mera volontà. Ora avrebbe messo alla prova le sue capacità.
-Achiko!-, chiamò. La giapponese al suo fianco si alzò e s’inchinò leggermente.
Le disse qualcosa in cinese che la nipponica comprendeva perfettamente.
-Spero tu possa accettare la mia ospitalità per questa notte, Qi.-, disse all’uomo.

L’uomo valutò la cosa. Era tante cose ma non un pazzo e Bao Yi avrebbe certamente tentato di ucciderlo. Però era anche vero che era ora vicinissimo a raggiungere il suo scopo. Doveva assolutamente proseguire. Doveva restare. Accettare e rilanciare.
Alzare la posta in gioco. Un tempo era la sua vita.
Ora capiva che sarebbe stato ciò che restava della sua anima. Sorrise.
-Accetto.-, disse soltanto. Una giapponese avvolta in un kimono color acqua di mare lo raggiunse e lo pregò di seguirla. Lui eseguì. Senza inchinarsi a Bao Yi.
Le guardie si scansarono e lui seguì la ragazza giapponese sino a un ascensore, dalla parte opposta del corridoio. A metà di esso vide la porta da cui era entrato. La giapponese sorrise. Lui sorrise di rimando. Concentrato. Stava giocando un gioco letale.
-Lei ha impressionato la mia signora.-, disse. Lui annuì.
-Non è cosa facile.-, aggiunse la ragazza. Lui annuì di nuovo. Tutte cose che già sapeva.
E non per sentito dire: conosceva la gente del calibro di Bao Yi. A un certo punto diventavano molto simili tutti quanti. Per impressionarli bisognava fare qualcosa che non si aspettassero, qualcosa di totalmente folle e fuori dagli schemi.
Myamoto Musashi aveva detto che quando il duello giunge a uno stallo è necessario cambiare tattica, facendo qualcosa di totalmente imprevedibile.
Aveva fatto suo quell’insegnamento.
L’ascensore arrivò. Pareti lisce e bianche. Il bianco, in Giappone, era il colore della morte.
L’uomo sorrise di nuovo. Se quella era una morte, allora al termine della salita vi sarebbe stato il suo personale inferno. Un’ascesi a un paradiso cremisi…
L’ascensaore era relativamente stretto. Conteneva fino a quattro persone.
La giapponese e l’uomo passarono il viaggio a studiarsi. Lui notò quanto lei fosse bella, sembrava una bambola di porcellana. Il kimono lasciava intravedere poco della sua figura ma i capelli raccolti in uno chignon e la figura dritta e aggraziata denotavano sicuramente una certa bellezza appena celata.
Il suo studio fu fermato dal suono dell’ascensoare che annunciava il termine del viaggio.
-Da questa parte, signor Qi.-, disse la nipponica. Lui la seguì.

Bao Yi fumava pensierosa. Aveva ricevuto notizie della morte di Xiu Jin e di Anthony. Due vermi in meno. Xiu aveva tentato di fregarla. Era stata scaltra ma la sua scaltrezza non le aveva salvato la vita. Il capo della polizia invece aveva fatto la fine che meritava.
Anche se ora si rendeva necessario essere cauti e trovare un sostituto. Anzi due.
Xiu Jin era stata una buona servitrice. Sarebbe stata dura trovare qualcuno altrettanto degno. E di chi non era cinese o giapponese, Bao Yi non si fidava. Erano esseri inferiori.
Tranne forse quel Qi. I suoi pensieri tornavano a lui di continuo.
Era un enigma che voleva svelare. Ordinò al suo astrologo di stilarne l’oroscopo.
E chiese che le venisse portato l’I-Ching.

La giapponese procedeva con passi piccoli. L’uomo si accorse che non era esattamente facile tenere il suo passo. Era abituato alla falcata larga. Superarono diverse porte.
-Qui la signora Yi ospita le persone di alto livello. È un onore di cui lei deve andare fiero, signor Qi.-, l’uomo non rispose. Arrivarono a una porta. Dalle pieghe del kimono, la ragazza fece comparire una tessera. La fece scorrere nel lettore. Questione di istanti e la porta si aprì. Rivelando una suit degna del Grand Hotel.
Divano letto, TV a schermo piatto da quattordici pollici, lettore DVD, bagno con vasca idromassaggio. Tutto stupendamente occidentale. Tutto perfettamente contrastante con la sala in cui Bao Yi teneva udienza.
Evidentemente amava fare sì che gli ospiti si sentissero come a casa.
-Il telefono è lì. Comunica unicamente con la reception. Se ha bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, non esiiti a chiamare.-, disse la sua accompagnatrice.
-Non sapevo che l’Airone Selvatico fosse anche un Hotel…-, disse lui.
La ragazza sorrise, evidentemente lieta di essere riuscita a fare breccia nell’apparentemente indistruttibile facciata di granitica impassibilità dell’uomo.
-Oh, non è solo discoteca. Offriamo anche altri servizi.-, disse lei. Allusiva da morire.
“Droga e prostituzione… Mix non da poco ma sembra quasi che la droga sia il traffico principale. Questo pare più un buisness secondario o forse un modo per mettere a proprio agio i compratori.”.

Le monete dei Ching sfavillarono nell’aria mentre Bao Yi le interrogava. L’antica pratica divinatoria cinese le era ben nota, un regalo dello zio bastardo.
Impattarono sul tavolo in noce. Lei lesse il responso. 6. Tracciò una linea Yang mobile. Un segmento spezzato di grafite, ultima di sei linee. Accanto a lei, il vecchio astrologo scriveva in caratteri arcaici. Usava un cinese antico, come secondo tradizione.
Bao Yi consultò rapidamente l’esagramma risultante.
Il Concubinaggio. Si sentì infiammare. Le possibilità non erano molte ed era vero che quel Qi l’aveva colpita. Dimostrava coraggio e fermezza. Qualità che lei sapeva apprezzare in un uomo. Ma quell’uomo non era solo quello. Guardò l’astrologo.
-Mia signora. Le stelle di quell’uomo brillano forti, tanto da rivaleggiare con le sue.-, iniziò.
Bao Yi sorrise, questo era noto.
-La sua data indica una grande energia. Uno Shien che non può essere imbrigliato o piegato. È come un drago, padrone di sé stesso e deciso a restare libero.-, continuò.
Bao Yi pensò che la cosa si faceva molto interessante.
-Le vostre stelle sono vicine. Lei era destinata a incontrarlo.-, disse il veggente. Bao Yi annuì, presa nelle sue riflessioni, in attesa di quel che voleva sentire.
-E lui era destinato a incontrare lei.-, disse il vecchio che, per qualche ragione, dava del “lei” a Bao nonostante questa gli avesse più volte detto di dargli del tu.
-Le vostre stelle si uniranno. E io vedo chiaramente che alla fine una nuova alba sorgerà nel cielo.-, disse il veggente. Bao Yi inclinò il capo, pensosa.
“Il Concubinaggio prima, il responso dell’Astrologo ora…”, ogni responso divinatorio sembrava indicare l’inizio di una relazione (molto probabilmente sessuale) con quell’individuo.
Afferrò il Libro dei Mutamenti e cercò il significato del Concubinaggio, pur già conoscendolo a grandi linee. Infatti era molto riguardante l’amore e il sesso. Specialmente i problemi da esso derivanti e, pur non essendo esattamente favorevole, suggeriva cautela e moderazione. Bao Yi sorrise. Sarebbe stata cauta, calma e soprattuto circospetta. Avrebbe studiato quell’uomo, ne avrebbe piegato la volontà. O l’avrebbe amato e gli avrebbe strappato ogni briciola di sperma per divenire la madre di un essere ancora più forte. Fece un tiro dalla pipa d’oppio.
-Sei congedato, nobile astrologo. Ti ringrazio.-, disse lei.
-Un ultimo avvertimento, mia signora.-, disse lui. Lei annuì.
-Quell’uomo… le sue stelle sono altresì fioriere di sventura e morte. Viene da un passato tormentato, ha ucciso e ucciderà ancora. State attenta.-, profetizzò lui. Bao Yi sorrise.
-Stai dicendo cose che già so, venerabile anziano. Vai e che il tuo sonno sia lieto.-, disse.
Rimasta sola nel suo Inner Sanctum, Bao Yi si concesse una riflessione.
Quell’uomo era giunto per ucciderla?
Allora avrebbe avuto modo di provarci. E lei avrebbe avuto modo di piegarlo.
Ma prima… Attivando una trasmittente diede un ordine ad Achiko.

L’uomo fissava il bagno. La giapponese gli aveva mostrato tutto e ora era dietro di lui.
Lui era concentrato. La bellezza di quel luogo era una trappola. Celava un putridume dell’anima che pochi altri erano in grado di rivaleggiare.
Neanche lui era puro, lo sapeva bene, ma aveva da tempo deciso che c’era un limite alla decomposizione spirituale. E quel posto era ben oltre il limite e rischiava di trascinarvi anche lui. Ma quella era solo una parte della trappola. Se ne rese conto quando sentì un respiro farsi pesante, come prossimo a uno sforzo.
Acuì appena il suo udito e sentì come un fruscio. Ebbe un brivido premonitore. Pericolo!
Si voltò, girando su sé stesso, agile come un danzatore.
Portò le mani in ikyo, tipica guardia difensiva di Aikido, bloccando il fendente che la nipponica gli stava sferrando. Dilettantesco: se avesse voluto ucciderlo non l’avrebbe colpito con una mossa tanto banale, avrebbe affondato di punta piuttosto. Quindi ucciderlo non era la priorità. Lei si ritrasse. Lui sorrise, feroce, intimidatorio. Il futuro e il passato svanirono.
Lei affondò. Lui si spostò, girando sufficientemente da fare sì che il suo affondo scivolase oltre il suo fianco. Le afferrò la mano ed esegui una presa. Con un verso dolente, la giapponese mollò il coltello. Lui lo afferrò, sgambettò, facendo cadere la nipponica sul pavimento coperto da un tappeto da bagno. La bloccò a terra col suo peso, puntandole il suo stesso coltello alla gola. Le sorrise di nuovo.
-E ora?-, chiese soltanto.
-Mi uccida.-, disse lei. Lo stava chiedendo, con calma e dignità. Una vera Samurai.
Ma lui non era così. Non uccideva per diletto. E quella donna inoltre… C’era qualcosa in lei che lui proprio non riusciva a identificare. Lei lo guardava senza paura. In attesa del fendente che avrebbe messo fine a tutto.
-No.-, disse lui con calma. Si alzò.
-Lo faccia! Ho perso. Merito la morte.-, disse lei. Appunto, fedele al Bushido. Quasi come lui. Quasi. Lui scosse il capo, con calma. La guardò.
-Non meriti la morte.-, disse. Lei lo guardò.
-Se non mi uccidi, sarò io a dover uccidere te.-, disse lei.
-Perché? La tua padrona vuole mettermi alla prova, chiaramente.-, disse lui.
Silenzio. Lui annuì. Chiaramente era alla prova sotto più aspetti. Non era solo una verifica di come lui avrebbe agito se minacciato era anche un test per quanto riguarda la sua indole. Un test volto a verificare chi lui fosse davvero. Tutte cose che lui già sapeva.
-Non ti ucciderò, donna. Tornerai dalla tua padrona. Le racconterai tutto quanto e poi eseguirai gli ordini. È questo che un Samurai fa. E tu, anche se donna, segui il mio stesso codice.-, disse lui con calma.
-Tu… chi sei?-, chiese lei. Sembrava sorpresa.
-Un Samurai senza padrone.-, disse lui, -E tu?-.
-Io mi chiamo Mitsutune Achiko.-, si presentò lei con un lieve inchino del capo.
-Un piacere per me conoscerti.-, disse lui educatamente.
-Ma perché sei qui?-, chiese lei. Lui sorrise.
-Per seguire la mia strada.-, rispose solo. Lei si accigliò. Lui temette per un istante che volesse attaccarlo a mani nude ma si limitò a fare un passo indietro.
-Andrò e riferirò alla mia signora.-, disse. Non riprese il coltello. Uscì dalla camera e basta.
L’uomo annuì e poi si sdraiò sul letto. La giornata era stata lunga e, lui lo sapeva, presto le cose si sarebbero mosse.

Bao Yi ascoltò il rapporto di Achiko. Quello era un notevole risultato.
“Ma perché risparmiarle la vita? Fossi stata io al suo posto avrei ucciso senza esitare.”
“È forse più debole di ciò che temo? O ha solo scelto la pietà?”.
Guardò la giapponese china davanti a lei. Per anni, Achiko era stata la sua favorita, la sua killer di punta, la sua amante persino. Per anni le aveva concesso il privilegio di servirla come prima tra le sue servitrici e persino il sommo onore di darle piacere, quello vero, senza risiparmiarsi. Aveva goduto dell’abilità della giovane con la lingua, la bocca e le dita. E aveva persino pensato, a volte, di farla godere. Ma si era sempre fermata, come a voler ricordare alla giovane chi fosse padrona e chi schiava. E poi aveva guardato Achiko mentre si dava piacere da sola, concludendo ciò che le dita di Bao Yi avevano inziato e mai portato a termine.
E ora la sua killer aveva fallito. Sospirò. Era anche vero che Achiko non era più tale da parecchio. Quello era stato il primo vero omicidio che lei le aveva commissionato da tanto tempo. La guardò. Piangente e spezzata, ispirava solo ribrezzo.
-Alzati.-, disse. Lei eseguì, -Mi hai deluso.-, disse.
-Se la mia signora vuole la mia vita, non ha che da dirlo.-, rispose lei. Bao Yi sorrise.
-Apprezzo l’offerta.-, disse lei con calma, -Nu Xi!-, chiamò poi. Una cinese si fece avanti. Capelli corti, veste cerimoniale, alta poco più di Achiko. S’inchinò.
-Ora sei tu la mia favorita. Vieni qui.-, disse Bao Yi. Adorava quel giochetto. Spezzare Achiko in quel modo era bello. E l’avrebbe preparata a ciò che sarebbe venuto dopo. L’inizio della danza tra il Dragone Qi e la Farfalla d’Acciaio.
Baciò Nu sulle labbra. Le infilò la lingua in bocca. Lei non si oppose. Le piaceva.
-Vattene ora, Achiko.-, disse lei congedandola.
La ragazza si alzò e inchinandosi uscì. E sebbene Bao Yi fosse troppo presa a rimuovere il vestito di Nu Xi per vederle, dalle gote della giovane cadevano lacrime di rabbia e dolore.

Il Sogno era sempre uguale.
Ma stavolta l’uomo non era lì. Era consapevole di dormire e voleva riuscire a restare vigile.
Col primo test, Bao Yi aveva messo alla prova la sua forza. Col secondo test avrebbe messo alla prova qualcos’altro. Ma cosa?
Non lo sapeva ma doveva stare pronto.
Decise di svegliarsi.
Aprì gli occhi. Erano le sette e quarantasei di mattina, stando al suo orologio.
La pistola era sotto il cuscino, il tanto era alla sua cintura. La scomodità non aveva permesso un perfetto riposo. Ma che importava!
Decise di affrontare Bao Yi. Prima che lei potesse pensare a una seconda prova da sottoporgli, avrebbe mosso l’ombra. Altro insegnamento del Libro dei Cinque Anelli.
Chiuse la porta con la tessera lasciatagli. Scese al pianterreno. Le guardie lo guardarono. Brutti ceffi pescati nella Chinatown vicina. Allettati con soldi e droga. Ma sicuramente in grado di usare i mitragliatori Scorpion che mostravano.
-Devo parlare con Bao Yi.-, disse lui.
-Attenda.-, disse uno dei due. Sarebbe potuto essere un figlio di Gengis Khan. L’uomo comunicò tramite un microfono per qualche istante poi, la risposta.
-La signora non desidera vederla. Non ancora.-, disse.
Era un altro testa. Calmissimo l’uomo annuì. Poi accadde tutto molto in fretta. Entrò nella guardia del tizio che sembrava un parente del condottiero Mongolo e lo gratificò di una testata degna di Zidane. L’uomo cadde a terra, centrato appena sopra il naso, dove tecnicamente c’era il Dantien supriore. L’altro alzò l’arma, confuso. Evidentemente gli ordini erano di non ucciderlo, per ora.
Lui, scrupoli in quel caso non ne aveva. Estraendo il coltello preso ad Achiko, lo piantò nella spalla dell’uomo e ne alzò rapidamente il braccio. Una raffica partì verso il soffitto. Fortunatamente silenziata.
Sarebbe stata una pessima pubbilicità. La Scorpion cadde a terra da una mano ridotta all’inutilità. L’uomo non si fermò e colpì con un atemi alla tempia. Black-out. Il gorilla cadde a terra privo di sensi. L’altro gemette qualcosa.
-Allora, posso entrare?-, chiese gentilmente.
-Prego…-, mormorò il cinese con uno sguardo di odio puro e sofferenza.
-Grazie.-, disse l’uomo. Aprì la porta.
Bao Yi se ne stava assisa in trono, imbronciata.
-Avevo detto che non volevo riceverti.-, sibilò, -Dovrai lavorare sulle tue maniere.-.
-E tu dovrai trovarti migliori guardie del corpo. Ah, già, ieri sera ho fatto conoscenza con Achiko.-, rispose lui. Estrasse il coltello, momento di panico puro. Tutti tranne Bao Yi sembrarono avvertire l’inizio di un imminente massacro. Ma l’arma fu semplicemente gettata a terra. Con sdegno.

Bao Yi sorrise. Quell’uomo aveva superato la prova. Capace, inflessibile… L’unica sua debolezza poteva essere la pietà. Nu Xi le diede il coltello con un inchino riverente.
-Così, Achiko ha fallito. Deludente.-, disse.
-Non fare la commedia. Odio l’ipocrisia.-, disse l’uomo. Bao annuì. Tempo di smettere di giocare, almeno su un livello così banale.
-Perché sei qui?-, chiese lei.
-Perché questo è il mio cammino. Achiko non te l’ha detto?-, chiese lui. Bao notò che non esprimeva particolari emozioni. Solo una calma quasi apatica.
“Niente rabbia, niente dolore. Il nulla, mi sembra quasi di star parlando con una statua.”.
-E dove ti porterà ora il tuo cammino?-, chiese.
-Non lo so. Forse a fare colazione.-, disse lui. Bao Yi sorrise.
-E sia!-, fece un cenno in una direzione. Achiko, portando un vassoio, lo depose su un tavolino vicino.
Bao Yi sorrise, invitando l’uomo a servirsi.

Manghi, pere, pesche, un bendidio di frutta. Pane integrale, bacon, una colazione imperiale. Per lui soltanto? L’uomo non poté evitare di crederla una trappola.
-Mangia pure. Non è avvelenato. Se ti volessi morto lo saresti già.-, disse lei.
Lui iniziò a mangiare con calma. Imburrò una fetta di pane, vi dispose del bacon e addentò il tutto. Calmo. Consapevole di ogni morso e boccone.
In breve tempo poté dirsi sazio.
-Ti ringrazio per la colazione.-, disse.
-Ah, allora un po’ di educazione la conosci!-, sorrise Bao Yi.
Lui con calma incredibile sorrise a sua volta. Senza dire nulla.
-Conosco anche altro.-, disse. Lo sguardo della donna si fece curioso.
-Tipo?-, chiese lei cercando di non tradire emozione alcuna.
-Il Go.-, disse lui.

Bao Yi notò che non guardava lei: guardava invece il tabellone che aveva lasciato sul tavolo. Un altro test. Unicamente per verificare se avesse conoscenza di simili giochi e quindi l’animo dello stratega. E la risposta era sì.
-Desideri fare una partita?-, chiese lei.
Lui annuì con calma.
-Purtroppo sono una persona terribilmente impegnata. Tra poco arriverà un mio cliente ed è mio dovere accoglierlo. Ma sarà per un'altra volta.-, disse lei con calma.
Lui annuì. Lei si sorprese di quell’accettazione. Era lo stesso uomo che aveva messo K.O. le sue guardie.
-Allora mi ritirerò nelle mie stanze.-, disse lui. Lei annuì. Il gioco, quello vero, proseguiva.
Quando l’uomo se ne fu andato, lei chiamò il cliente. Un sinoamericano che riforniva buona parte del giro di Bao Yi di cocaina. La loro relazione di affari durava da molto. Quando entrò, poco dopo, l’uomo le si inchinò e Bao iniziò a parlare di affari.

L’uomo arrivò in camera. Chiuse la porta e solo a quel punto ebbe modo di togliersi dalla manica il biglietto scritto a mano e nascosto a bordo del vassoio. Bao Yi non l’aveva notato. E lui immaginava chi l’avesse scritto. In ogni caso lo lesse. Annuì.

-Chi è lo straniero?-, chiese il sinoamericano a scambio concluso.
-Ah, un ospite.-, disse Bao con calma. Meglio che quel tizio sapesse il meno possibile del sottile gioco che lei stava intessendo.
-Oh, capisco. Un pericolo?-, chiese l’altro. Lei rifletté.
-No. Più un opportunità.-, disse infine.
-Uhm. E permetti a tutte le opportunità di parlarti come fa lui?-, chiese lui.
-Jack, ti consiglio di stare molto attento alle tue prossime parole. Ho già dimostrato alla nostra organizzazione che siete voi ad avere bisogno di me, non il contrario.-, disse lei con calma. Lui annuì. Bao Yi sorrise. Jack Li lavorava nel giro da anni ma era sempre il solito idiota. Come molti altri. Era Bao la forza trainante della Farfalla d’Acciaio. Era lei la mente.
E lo sapeva. Oh, se lo sapeva!
-Chiedo scusa.-, disse lui con un inchino. Lei accettò le scuse con un cenno del capo.
-Desideri fermarti? Per gustare la nostra ospitalità? Posso farti avere una camera e magari anche qualcuno in camera…-, disse Bao Yi. Lui annuì. Lei mandò una giovane cinese, Yin Shan a mostrargli la stanza. Magari non avrebbe nemmeno dovuto mandargli altro. Comunque quel tizio aveva fatto l’errore terminale: credere di poterla sfidare a casa sua.
E per questo doveva pagare. E avrebbe pagato.
-Chiamate Qi. Questa sarà un’ennesima prova per lui.-, disse.

Stava meditando quando fu chiamato. Scese ma ci mise volutamente qualche minuto in più. Altra tattica: irritare l’avversario.
Bao Yi lo attendeva corrucciata sul trono.
-Qi, tu non sei un monaco o un non violento.-, era un’affermazione, a cui lui non ritenne obbligatorio rispondere.
-Il mio… cliente ha commesso un errore imperdonabile.-, disse lei.
Lui non batté ciglio. Già poteva immaginare dove volesse andare a parare. L’ennesima prova. Forse persino l’ultima.
-Diciamo che errori del genere non dovrebbero esistere. E a coloro che li commettono non dovrebbe essere concesso di vivere per vedere un’altra alba. Ti è chiaro cosa devi fare?-.
-Dove si trova?-, chiese senza emozione alcuna. Il killer perfetto, fin lì.
-Terzo piano, stanza 302, la mia ragazza che ora è con lui ha lasciato la porta aperta.-.
Lui annuì e le voltò le spalle.
Nu Xi guardò la sua signora. Bao Yi le fece un muto cenno di parlare.
-Mia signora… è sicura che sia saggio? Questo Qi è un uomo illeggibile. Non sappiamo cosa farà. Potrebbe diventare un problema.-, disse in cinese.
Bao sorrise. Accarezzò lascivamente la guancia della sua amante.
-Non ti preoccpupare, mia colomba, lui ha la sua utilità ma sarà rivelata solo dopo questa prova. Per di contro, Jack è diventato un peso. Ed è ora che l’Organizzazione ricordi chi è che comanda.-, disse lei nella medesima lingua. Nu sembrò acquietarsi.
Inoltre Bao Yi sapeva bene che quell’uomo era sempre ancora un uomo…
E quella sarebbe potuta essere la prova finale, o l’inizio di tutto un nuovo livello del gioco.
Perché Bao amava sondare i limiti. I forti meritavano rispetto ma solo fintanto che erano disposti ad arrivare oltre i propri limiti. Bao Yi ne aveva spezzati tanti che si credevano forti.

L’uomo fece come gli era stato chiesto.
Entrò nella stanza con passo felpato, attento.
Tra le coltri sfatte giacevano due corpi. Quello della ragazza e il bersaglio.
E l’uomo lo riconobbe. Era Jack Li. Curioso come il destino o chiunque per lui, l’avesse messo sulla sua strada. L’uomo avrebbe voluto occuparsi di quel bastardo ma non ne aveva mai avuto occasione. Era stato lui a fornire la roba a un gruppo di suoi amici.
Lui li aveva precipitati all’inferno da vivi.
Ora di loro sette, due erano in clinica riabilitativa, soggetti a problemi mentali e fisici a causa di roba tagliata male, tre erano morti. Una era dispersa, all’estero e lui… Lui che quella merda non l’aveva mai toccata, si trovava a fare quello che faceva.
Strinse i denti. Quel figlio di troia aveva ucciso i suoi amici. Aveva portato la donna che aveva amato a vivere una vita randagia. Aveva distrutto sette vite prima che lui decidesse di contenere i danni. E di iniziare a restituire colpi, non solo ai diretti responsabili ma a tutti quanti. Nessuno di quei pezzi di guano escluso.
Estrasse la pistola, tolse la sicura. Si avvicinò. Voleva guardarlo in faccia.
Gli appoggiò il silenziatore in fronte. Il sinoamericano aprì gli occhi.
L’uomo sorrise feroce.
-Guardami!-.
-No… no, ti supplico! Ti do quel che vuoi! Quanto ti paga? Dimmi quanto e io ti quintuplico il salario!-, implorazioni vane.
-Tutti i soldi di questo schifo di pianeta non mi restituiranno gli amici, la compagna, la felicità… Nulla potrà farlo.-, sussurrò lui. Ora anche la ragazza era sveglia.
Curiosamente non faceva proprio nulla. Avrebbe potuto disarmarlo? Forse.
Non importava, in quel momento lui era spinto da una furia che non conosceva limiti o ragione. Una furia però terribilmente lucida sebbene fosse esistito un tempo in cui quella stessa furia l’avrebbe potuto portare alla follia.
-Ma la tua morte potrà impedire che altri soffrano questo destino.-, mormorò.
-Tu sei pazzo!-, urlò lui.
-E quelli come te sono il male.-, disse lui. Premette il grilletto. Il proiettile trapaso la fronte, affondò nel cranio, spazzando via la mente malata del trafficante. Lui si ritrasse mentre una macchia rossa si spandeva sul cuscino. La ragazza accanto a lui pareva terrorizzata. Un viso carino con un bel seno in vista, rovinato da una smorfia d’orrore.
Lui le indicò la porta. Lei si vestì e uscì, estremamente contenuta. Lui prese il telefono.
-Fatto.-, disse soltanto.

Bao Yi sorrise.
Yin Shan aveva riferito tutto, non senza una vena isterica che aveva fatto capire quanto debole fosse. Bao l’aveva fatta congedare, con doppio pagamento. Non era per mera generosità. Era un modo per tenere al guinzaglio le ragazze troppo intraprendenti. Il bastone e la carota. Mandò qualcuno a portare via il cadavere.
-Qi ha fatto davvero un bel lavoro…-, sussurrò a sé stessa.
Ora arrivava la parte bella della recita. Sino a lì le prove erano rivolte a un aspetto che Qi poteva controllare.
Era tempo di avventurarsi nell’insondabile.

Quando entrò nella sala del trono la prima cosa che notò furono le nuove guardie.
Decisamente più serie di quelli che aveva steso. Avevano un aria professionale senza sembrare pompati o usciti da qualche film. Seri ma non tesi, consapevoli ma non distratti.
Non andava bene, le guardie allora erano state un test? Possibile. Ma queste di certo non lo erano. A meno che Bao Yi non desiderasse un’ulteriore dimostrazione della sua abilità marziale… Cosa di cui dubitava.
Comunque le guardie non erano il solo cambiamento. Nella sala del trono il tavolo era appparecchiato per due. E una sedia era già occupata dalla Farfalla d’Acciaio.
-Siediti. Mangia. Ti sei guadagnato un pasto.-, disse lei.
Effettivamente aveva fame. Annuì a mo’ di ringraziamento e si sedette.
Wanton, zuppa di miso, wakaname sarada, maki e tofu. Cibo cinese e giapponese. Di alta qualità e sicuramente migliore del sushi che aveva ingurgitato. Lo assaporò con calma.
-Dimmi Qi, tu credi nell’aldilà?-, chiese Bao. L’uomo si chiese quale fosse stavolta il trabocchetto. Aveva ormai imparato che una conversazione con quella donna celava sempre almeno una trappola.
-Se per aldilà intendi una dimensione che non è la nostra, in cui i morti ci aspettano, no.-, rispose. La risposta sembrò far riflettere la cinese. Lei bevve. Acqua. Esattamente come la sua. D’altronde se lei lo avesse voluto morto lo sarebbe stato già dalla mattina.
-Io credo che dopo la morte non ci sia nulla. Non siamo fatti di anima e carne ma solo di pensieri. Siamo creature temporanee, in attesa della fine. Tu temi la morte?-, chiese lei.
Lui scosse il capo. Non era un’argomento che voleva toccare.
-Eppure la dispensi senza tanti problemi, mi pare di capire. Cosa temi, Qi?-, chiese ancora lei. Lui sorrise. Ferocemente.
-Cosa temo? Ho lasciato la paura dietro di me, sepolta in un cimitero lontano, in un giorno di pioggia. Una notte tempestosa e il funerale di giovani innocenti morti prima di poter vivere davvero.-, disse lui. Bao Yi sembrò impressionata.
-Vorresti rivederli? I giovani di cui parli, intendo.-. Offerta singolare.
-A che pro? I morti sono morti, i vivi sono vivi.-, rispose lui.
-Eppure i tuoi morti ti circondano. Sei nato dalla morte e vivi tra le morti.-, disse lei.
-E tu?-, chiese lui stanco di sentirsi analizzato.
-Io? Io do alla gente ciò che vuole. Sesso, droga, un posto in cui bruciare serata e neuroni! Io offro loro qualcosa che li distragga dalla loro disperazione quotidiana. Dono loro un’alternativa all’iniquità della vita.-, disse lei poeticamente. Lui storse la bocca.
-Tu gli offri una morte più lenta, un paradiso avvelenato.-, disse solo.

Bao Yi sentì la rabbia invaderla. Quella considerazione era vera ma nessuno aveva diritto a giudicarla. Sorrise ferocemente.
-Se è così allora, ti prego di compiere un viaggio.-, disse lei.

“Cosa?!”, davanti agli occhi dell’uomo si dipinsero ombre. Il nero e il bianco del sogno si mischiavano. Realizzò la verità in un respiro.
“Quella puttana mi ha drogato…”, la guardò. Voleva parlare ma la sua bocca semplicemente non poteva farlo. Seduto in seiza, lottò per tenere il controllo del suo corpo ma le tenebre chiamavano. E lui era debole come poche altre volte.

Bao Yi sorrise. La droga era nel suo bicchiere. Incolore, inodore. Un allucinogeno.
Si alzò, seguita dallo sguardo dell’uomo. Si sedette davanti a lui, esattamente a un paio di centimetri da lui. Sorrise di nuovo.
-Vedi, Qi, io rispetto i forti e tu lo sei. Ma rispetto ancora di più i forti che superano i propri limiti. E nella prossima ora o due vedremo se tu sei uno di questi o solo un debole.-, disse.
Sfiorò le sue labbra con un bacio delicato. Lui emise un verso inarticolato. Lei sorrise.
-Non sforzarti. La lotta è dentro di te, non fuori.-, disse.

Ombre velavano il suo sguardo. Si sentiva catapultato in un caleidoscopio.
Vide il viso di Bao Yi. Disse qualcosa prima di baciarlo e diventare il viso della ragazza. Della giovane che aveva amato ed era sparita.
Avrebbe voluto solo lasciarsi andare, piangere, mentre i suoi amici del passato lo fissavano dal mondo dei morti, quale che fosse.
Una risata lontana di una divinità che assaporava un’altra anima dannata.
“NO!” La sua volontà insorse, un dragone bianco che attaccava un dragone nero.
Precipitò nell’abisso. Sentì i denti di un essere orribile nello spirito.
Moriva, era stato lanciato all’inferno. Vide Priest e gli altri. I morti.
-Benvenuto, fratello.-, disse il nero con un sorriso paterno.
-Questo non è reale.-, ribatté lui. Ricordava una droga, un capogiro, un nome cinese…
Ma quante vite prima?
Lucy gli apparve davanti. Nuda e bellissima. Ricordava quella donna, la sua passione.
-Neanche questo è vero?-, chiese. Lo baciò. Un bacio lunghissimo. Per un solo istante desiderò perdervisi e sentì il dragone nero accingersi a mangiare quello bianco.
Le mani di Lucy gli scivolarono addosso. Cambiarono forma, divennero quelle della ragazza. Ora era cresciuta. Il bacio si accese di fuoco.
Lui sospirò. Perché? Perché soffrire ancora? Cosa glielo faceva fare?
Si abbandonasse piuttosto a quella bellissima ordalia. Si perdesse pure!
Lei gli accarezzò il pene con la sua mano che sembrava così piccola e così bella…
-Ho sempre voluto questo… Non te l’ho mai chiesto per paura di amare ma ora… ora puoi farlo? Puoi prendermi, fami tua? Ti prego!-, la ragazza era nuda. Lui tracheggiò. Era bellissimo. Afferrò la giovane per le anche, accorgendosi della sua nudità improvvisa.
Il dragone nero chiuse le fauci. Perché resistere ancora?
“Perché altri stanno rischiando di fare la loro fine!”. Uno spiraglio.
“Cosa dovrebbe importare? Non vogliono essere salvati”. Lottò per tornare là ma la sua coscienza, la consapevolezza di ciò che era, il vero sé stesso che si annidava dietro le illusioni illimitate del desiderio non lo lasciava andare.
“Devono diventare consapevoli che esiste un’altra strada. E poi, ci sono questi sciacalli. Lascerai che arrivino altri Priest? Altre Bao Yi? Allora non sei migliore dei politici che promettono e non fanno! E tu non sei così!”.
Il dragone bianco divenne una fenice, squartò il dragone nero da dentro. Emerse dai resti con un grido, un Kiai degno di un vero samurai.

-IIAAAAIIIIIII!-, si accorse di star gridando. Bao Yi lo guardava. Era ancora seduto in quella postura, davanti a lei. La guardò.
-Complimenti, guerriero. Hai vinto.-, disse lei.
-Quanto tempo?-, chiese lui. Era sudato ed eccitato.
-Almeno un ora. Sei stato via parecchio. È stato un viaggio doloroso, sì?-, chiese lei.
-Ma sono riemerso. E non tornerò laggiù.-, disse lui.
-Naturalmente. Mi congratulo. Hai parlato di una tale Lucy, un’altra ragazza… Hai detto una marea di cose che non ho capito in una lingua che non era umana. Notevole.-, sembrava persino divertita. Lui riuscì solo a guardarla.
-Vai a riposare, guerriero.-, disse lei. Lui fece per alzarsi. Aveva le gambe intorpidite ma riuscì a farcela. Arrivò all’ascensore.
Si appoggiò alla parete. Aveva salvato la sua anima, evitato di divenire quel che non era. Di tornare ad essere un relitto. Ma per quanto ancora avrebbe resistito? Strinse i pugni. Per tutto il tempo che sarebbe stato necessario!
Arrivato in camera sua si buttò sul letto.

Bao Yi sorrise. Aveva visto il duello interiore di Qi.
Ed era stato veramente eccezionale. A un certo punto aveva dovuto davvero sforzarsi di non saltargli addosso. Lo desiderava. Lo bramava. Voleva sentirlo dentro di sé.
Ed era sicuro che anche lui lo volesse.
Ma avrebbe atteso ancora un singolo giorno.
Per dimostrare a sé stessa che poteva farlo. Per superare i propri limiti ed essere più forte che mai. Sorrise di nuovo. Poi si decise a chiamare un’altra persona. Altri affari.

Si svegliò che erano le otto.
Nessun sogno aveva turbato il suo sonno. Nessun sogno ricorrente. Immaginò fosse dovuto alla droga che gli avevano somministrato. Poco male.
Si trovò davanti un vassoio di cibi. Riso alla cantonese in una scodella, gamberi, frutta.
E Achiko. La giovane lo fissava con calma. Si posò un dito sulle labbra. Gli mostrò un foglio. Una sorta di lunga lettera.
“Siamo spiati da cimici. Non parlare. Bao Yi ti trova interessante. Io posso aiutarti a farla fuori se tu mi prometti che potrò prendere quello che ha per tornare in giappone e riscattare l’onore di mio padre. Fai “sì” con la testa se accetti.”.
Lui annuì. Lei girò il foglio.
“Domani lei ti chiamerà. Fai sì che decida di concedersi a te. Io mi occuperò delle guardie e preparerò un diversivo. Tu uccidila, prendi una chiavetta che si porta sempre dietro e poi ci vediamo fuori da qui, dall’ingrsso posteriore dietro la sala del trono. Ho una macchina là.
Non ti tradirò. Come sai, ho una sola parola.”. Lui annuì di nuovo.
-Goditi il pasto.-, disse lei.
Lui annuì. Iniziò a mangiare i gamberi. Continuò e terminò il resto del pasto con calma. Ora doveva farsi una doccia. Era un po’ che ne sentiva il bisogno.

Achiko tornò nei suoi alloggi.
Ricordava quando era arrivata in quella città, ultima erede di una famiglia molto tradizionale del Giappone. Ricordava l’aver creduto in quei valori. L’aver sdegnato droga e debolezze. L’aver iniziato a uccidere. Ricordava tutto quanto, anche il giorno in cui incontrò Bao Yi. Lei era puro fuoco. Achiko era un legno che attendeva di bruciare.
Su quel ring, a colpi di karate, si costruì prima un rispetto reciproco. Poi un’amicizia e infine l’amore. L’amore che lega una serva alla sua padrona.
Ma Bao Yi non era solo una padrona. Era anche una trafficante. Ad Achiko la cosa non aveva dato particolare fastidio. Sdegnava quelli che usavano la droga, non quelli che sapevano controllarsi. Odiava i deboli. E Bao Yi non era certo debole.
Per un lungo periodo avevano condiviso gioie e dolori. Per un lungo periodo erano state l’una il rifugio dell’altra. Si erano amate.
Achiko all’epoca era confusa, bisognosa di una bussola che le indicasse la via. Bao Yi poteva essere quella bussola ma necessitava di un bastone per liberare il cammino dagli ostacoli. Erano l’una il completamento dell’altra ed era naturale che divenissero amanti.
Achiko ricordava. Lunghe nottate passate sui tatami a raffinare i kata e le forme di karate. Poi lunghe ore, nel letto, a guardare l’alba nascere con gli orgasmi che si donavano e il sole della loro lussuria lento tramontare.
Bao Yi poi però si era allontananta. E Achiko si era resa conto di essere sola.
Bao aveva trovato altri amanti. Maschi, femmine, entrambi in generi in un solo corpo. Aveva iniziato a viaggiare. E lei, fedele serva, le era rimasta accanto. Obbediente e fiera di essere ancora la sua prima luogotenente. Sino allo straniero.
Lui aveva avuto un doppio effetto su Achiko.
L’aveva distrutta, aveva strappato alla giovane tutto ciò che riteneva importante e l’aveva anche annullata, dandole la forza di fare qualcosa che da troppo tempo doveva fare.
Lei odiava quelle droghe. Odiava vedere Bao Yi fumarle e odiava vedere tanti giovani correre incontro alla morte. Era tempo che qualcuno vi poensse fine.
E sarebbero stati loro due, lei e quell’individuo a farlo.

Il giorno dopo l’uomo si svegliò.
Aveva dormito e il sogno era tornato. Tutto regolare.
Si vestì. Allacciò il Tanto alla cintura e la fondina con la pistola.
Scese a fare colazione. Bao Yi non c’era. Preoccupante. Ma decise di non farsi prendere dal panico. Poteva essere in cento posti. Mangiò e fece una passeggiata nei dintorni dell’Airone Selvatico.
La Chinatown era l’emblema della decadenza. Tutto era cinese in modo commerciale. Non traspariva spirito da quel posto. Rimase fuori sino a pomeriggio inoltrato. Poi tornò.
Bao Yi lo aspettava nella sala del trono. Vestita con un kimono dorato, i capelli in un chignon e il portamento di una regina.
-Dove sei stato?-, chiese con irritazione.
-Ero fuori, a fare un giro.-, disse lui senza offrire scuse. Lei scrollò le spalle, come se non le importasse.
-Sei armato. Giri sempre armato.-, osservò lei senza animosità. Lui annuì.
-Un guerriero non è nulla senza la propria spada.-, disse.
-Ma la spada qui non ti servirà. Nessuno oserà aggredirti.-, disse lei, -Sei sotto la mia protezione.-. Lui annuì e depose le armi dietro di sé. Ecco che inizavano i problemi…
-In ogni caso, ti prego. Unisciti a me.-, disse Bao Yi.
Si sedettero a un tabellone di Go.
-Bianchi o neri?-, chiese lei.
-Neri.-, rispose lui. Lei gli diede la scatola e lui afferrò una pedina facendo la prima mossa.

Achiko agì poco dopo. Piazzò l’esplosivo in tre punti. Doveva sembrare qualcosa di accidentale? No, non necessariamente. Sarebbe bastato anche poter accusare qualche banda rivale. Preparò gli “inneschi”: cellulari Nokia impostati su vibrazione. La vibrazione avrebbe fatto esplodere il “pacchetto” di esplosivo artigianale. Semplice e facile!
Finì. Si rialzò. Aveva organizzato di colpire solo due posti: il parecheggio sotterraneo (specificatamente la vettura di Bao Yi) e il deposito di droga. Fu con piacere che sistemò la seconda carica trenta minuti circa più tardi. Controllò l’orologio. Erano le otto e trentasette.
-Ehi!-, le abbaiò una voce.
“Merda…”. La guardia, un armadio di muscoli pompati a steroidi, l’aveva beccata in pieno.
-Bene, bene, bene! Guarda chi abbiamo qui!-, sembrava felice come un bambino.
-Ti prego… non dirglielo!-, implorò lei. Nel cervello non certamente eccelso del gorilla giunse un evidente pensiero. Achiko notò lo sguardo di lui posarsi sul suo seno, e poi più in basso. Non serviva essere dei geni per capire che cosa volesse.
-Io non glielo dico ma tu cosa mi dai?-, chiese l’uomo.
Achiko ammiccò. Sorrise con espressione implorante mentre slacciava i pantaloni del gigante. Due secondi dopo lo prese in bocca. Il gorilla grugnì di soddisfazione.
Achiko era lesbica. Ma sapeva fingere talmente bene che il grosso non se ne sarebbe accorto mai, neppure prestando attenzione. Avviluppò la lingua attorno al frenulo e incominciò un su e giù con la testa. Sentì la mano del bastardo afferrarle i capelli, imporre il ritmo. Lei lo assecondò.
“Pensa solo a finire. Rendiglielo insopportabile, fallo godere.”.

La lunga partita finì con Bao Yi vincitrice. Nonostante ciò, l’uomo era stato un valido avversario.
Lei gli sorrise. Erano da soli. La cinese si avvicinò appena.
-Debbo credere che le donne ti piacciano, vero Qi?-, chiese lei.
-Credi giustamente. Tant’è che sto ammirando il gioiello più bello della terra.-, le parole dell’uomo furono un invito a farsi più ardita. Ma prima che potesse, lui parlò di nuovo.
-Temo che la biforcazione lungo la mia via stia ora avvenendo.-, disse.
Lei lo guardò. Le parole erano significative fino a un certo punto. Ora Bao Yi voleva i fatti.
Oh se li voleva!
-Allora cosa ne dici di giocare a un altro gioco… Quello che entrambi sappiamo di volere?-, chiese lei. Non si stava arrendendo e neppure lui. Il loro confronto stava spostandosi su un altro livello. Uno che lei amava. Il gioco del dominio e dell’Eros.
Quello era il momento in cui ogni difesa cadeva. Gli uomini si rivelavano per com’erano e le donne per quel che erano. E Bao Yi sapeva che in quel gioco, vittoria e sconfitta erano terribilmente similli. Ordinò alle guardie di non disturbarli.
-Allora, vuoi giocare?-, chiese con un sorriso.
-Volentieri.-, rispose lui. Le loro labbra si sfiorarono. Bao Yi si divertiva. Conosceva il copione a memoria. Lo adorava. Ecco i primi baci. Lei timida, lui? Oh non che importi. Lei si concedeva e poi si ritraeva, come a pentirsi.
Ma lei sapeva bene che non avrebbe retto quel gioco a lungo, l’uomo in compenso sembrava in grado di continuare così per anni…

Lui stava pensando. Privo delle armi doveva arrivarvi ma erano dietro di lui, a diversi passi di distanza. No. Doveva farla fuori in un altro modo. Scambiò con lei un altro bacio. E poi decise. La guardò con calma assoluta.
-Credo che entrambi vogliamo qualcosa di più, no?-, chiese. Lei sorrise.

Su e giù, su e giù. Il pompino era tutto il presente di Achiko. La ragazza stava facendo del suo meglio per non vomitare ogni volta che il bastardo glielo piantava fino a quasi in gola. Ma quel maledetto figlio di una cagna non veniva: ci andava vicino, si fermava e ricominciava. Il tempo stava scadendo. E lei era a corto di trucchi con cui sollazzarlo.
Era possibile che si stancasse del gioco e dicesse tutto quanto. Al pensiero, un brivido passò lungo la spina dorsale della giapponese. Doveva impedirlo a ogni costo!
Aumentò il ritmo, sentendo un sapeore vischioso sulla lingua. Vinse il ribrezzo, continuando a leccare, pensando di avere in bocca un cono gelato, una carota, qualcosa di buono. Ma il bastardo improvvisamente la fermò.

Quell’uomo la stava facendo impazzire. Sdraiata sul tavolo, Bao Yi accettava di buon grado la tortura a cui lui stava sottoponendola e a sua volta lo torturava con una masturbazione lenta… Piacere e desideri infranti si mescolavano.
La cinese non chiedeva di meglio.
Il pene di lui era rigido. Sembrava l’impugnatura del suo Tanto. Lei invece sentia e accoglieva le dita di lui. Sdraiati sul tavolo, sembravano una raffigurazione erotica del Taiji.
Lei gemette quando sentì che lui aveva cambiato dito. Ora usava il medio, strofinandole le grandi labbra, vezzeggiandole il clito emergente. Tra le pieghe del kimono alzato quel dito scavava tra le sue pieghe, esplorava, studiava, tintillava, giocava e s’immergeva.
Si lasciò sfuggire un gemito. Strinse la presa sul membro, scappellandolo. L’uomo rispose con un verso di piacere. “Allora non sei proprio insensibile, eh?”.
-Leccamela…-, gli ordinò. Anche se il godimento faceva sembrare il suo ordine meno autorevole. Inoltre quell’uomo sapeva farla godere. Sapeva quel che faceva e la sua personalità… Ogni cosa suggeriva un vero uomo. Non quel verme di Anthony.
-No.-, rispose lui. Lei ponderò l’idea di punirlo finendola ma capì che non serviva: quel bastardo era come lei. Il sesso era solo un’arma.
Ma per che fine?
-A meno che tu non me lo succhi, in cambio.-, disse lui. Lei ammise di starci pensando ma l’orgoglio le impedì di accettare. Si distese completamente sul tavolo.
-Preferisco altre cose.-, disse con un sorriso carico di sottintesi.

Lui sorrise. Quell’amplesso era più una tacita gara di superiorità. Lui contro di lei. Il dragone contro la farfalla. E nessuno dei due vinceva.
Tuttavia lui era eccitato. Dire che Bao Yi non fosse una bella donna era come bestemmiare in chiesa. Nonostante ciò, lui sapeva di doversi controllare.
Si posizionò col membro e i calzoni calati davanti alla figa della cinese e constatando che era già abbastanza umida, si preparò a entrarvi.

-Non voglio venire così, troietta! Voglio la tua passera.-, disse il grosso senza mezzi termini. Achiko desiderò ucciderlo, tantissimo.
Ma non poteva: non aveva armi e pur essendo brava era gracile. Se un suo attacco fosse fallito il tizio l’avrebbe annientata. O avrebbe rivelato tutto.
-Non sono… pronta.-, disse a mo’ di scusa. Lui le alzò il kimono, scopredo le mutandine in pizzo. Le lacerò. Incurante del possibile disgusto di lei, la sondò con un dito.
-Sei secca. Come diavolo fai coi clienti?-, chiese lui. La obbligò a chinarsi sui pacchi di panetti di coca.
-Per fortuna che ho qualcosa che può fare al caso mio…- lei sentì qualcosa di unto scivolarle sulla vulva, nella vulva. Con calma, diresse i pensieri ad altro.
Aveva appena inziato a ricordare una ragazza con cui aveva fatto del sesso fantastico che qualcosa di grosso e caldo le entrò dentro mozzandole il fiato.
-Così! Ti prego! Scopami!-, riuscì a urlare.
-Ti piace, eh?-, chiese lui, affondò fino in fondo. Lei strinse i pugni, sentì le lacrime pungerle gli occhi come spilloni. Si sforzò di apparire estusiasta.
-Siiii!-, improvvisamente lei la vide. Dimenticata. Protese la mano. Non bastò. Dovette allungarsi di più sui pani, offrendo ancora di più sé stessa a quell’assalto impari.

Bao Yi gemette. Quella posizione era da sottomessa ma a lei piaceva. Le andava benissimo. Per ora. Qi le entrava dentro con piccoli colpi, come a giocare con lei.
L’uomo si stava controllando ma lei sapeva che prima o poi avrebbe ceduto.
Voleva che le venisse dentro. Voleva che le godesse in pancia.
Voleva avere un figlio come lui.

L’uomo iniziò ad andare più a fondo. Niente. Quella posizione non permetta iniziative. Si fermò. Ci voleva un cambio di piani.
-Aspetta. Voglio farti provare qualcs’altro.-, disse.
Lei sorrise. Come se gli avesse letto nel pensiero, attese che lui si sedesse e s’impalò su di lui dandogli la schiena. L’uomo dovette fare uno sforzo bestiale per resistere e non venire. Bao Yi lo stava portando oltre il limite.
Improvvisamente recuperò la lucidità. In un istante, serrò un braccio attorno alla gola di Bao Yi. La cinese non capì, subito.
Persa nell’orgasmo della sua vita, difficilmente avrebbe potuto capire.
L’altra mano strattonò il capo in direzione opposta.
Il collo della donna si ruppe come un fuscello. Per assurdo, proprio in quel momento, lui godette. Dentro di lei. Il temporale fuori, che era iniziato nel bel mezzo dei loro giochi amorosi festeggiò la fine e l’inizio con un tuono.

Ignorando il dolore, Achiko si protese ancora. Il grosso sembrava ormai agli sgoccioli ma lei non avrebbe permesso una simile catastrofe. Essere lì a farsi possedere era già abbastanza. Il lato positivo era che la sua vulva ora sembrava accogliere di più lo scorrere del membro dell’uomo. Poco male. Proprio ora che non serviva.
La mano di Achiko riapparve con in pugno la sparagrffette che serviva a chiudere i pacchi. Sparò alla cieca e scalciò selvaggiamente dietro di sé. Il gigante gorgogliò e qualcosa di caldo e bagnato le piovve addosso. Si voltò.
Sangue. Le cambrette avevano colpito il grosso al collo. Agonizzava in mezzo alla sala.
Achiko soffocò un gemito dolente. Sangue usciva anche da lei. Quel bastardo l’aveva sverginata. Si asciugò con un fazzoletto tra le gambe. Danni collaterali. Si rirpese. Prese la pistola, occultò il cadavere e si fiondò verso il parcheggio. Trovò la sua auto. Accese, mise in moto dalla prima alla quarta.
Sgommò fuori dal parcheggio.

-Mia signora. Tutto bene?-, chiese una voce. Una delle ragazze, sicuro. Lui non rispose ma poco dopo lei entrò. E la vide. Fece per gridare ma l’uomo fu più rapido. Aveva ripreso la pistola un istante prima. Double-tap al petto. La giovane asiatica andò giù in uno schizzo cremisi.
Lui la saltò, era, si fiondò verso la porta dopo aver preso Tanto, chiavetta dal kimono di Bao Yi ed essersi rimesso i calzoni. Preso da un ispirazione improvvisa, prese una delle lampade.
A olio. La gettò accanto ai cadaveri. Fumo e fiamme. Sicuramente nella sala non c’erano rilevatori. Quell’Inner Sanctum del demonio sarebbe bruciato all’inferno!.
Lui non attese di vedere se quel che aveva pianificato avesse funzionato.
Vide la macchina di Achiko, una Smart. Piccola. Fottutamente piccola. Ma veloce. Probabilmente truccata. La ragazza inchiodò.
-Sali!-, gli gridò. Scamagliata, sporca di sangue e decisamente mal messa, sembrava aver attraversato l’inferno. Lui eseguì. Lei partì in quinta. Gli passò il telefono straccione. L’ultimo. Lui chiamò.
Due secondi dopo, nuovi tuoni esplosero.
E dall’Airone Selvatico promanarono grida di terrore.

Achiko guidò sino alla costa. Non parlarono. Non ne avevano motivo. Si fermò davanti al blu di una distesa d’acqua quasi infinita allo sguardo.
-La chiavetta.-, disse solo. Lui gliela diede. Che altro dire? Lei la tenne in mano, come a voler essere sicura che fosse reale. Lui si voltò. Aveva parecchia strada da fare.
-Che farai ora?-, chiese lei, sorprendendolo con quella che sembrava genuina preoccupazione. Lui sorrise. Guardò l’alba nascente.
-Seguirò la mia strada.-, disse solo.
-Grazie.-, disse lei. Lui accettò il ringraziamento con un cenno del capo.
-Devo andare.-, disse lei, -Ho un traghetto da prendere. E un aereo dopo.-, lui la guardò.
Cercò di pensare che la sua sofferenza potesse essere servita a qualcosa. Sicuramente Bao Yi e l’Airone avevano chiuso. Decapitata, l’organizzazione di Yi si sarebbe ritorta su sé stessa. Forse sarebbe arrivato un nuovo leader. Ma ci sarebbe voluto del tempo.
E la notizia della morte di Bao Yi, le leggende, avrebbero fatto in modo che ne passasse parecchio. Forse abbastanza da non essere più un suo problema…

La Danza della Farfalla d’Acciaio e del Dragone Qi era finita.

-Possa tu trovare pace.-, disse soltanto. Lei annuì e ricambiò l’augurio, incamminandosi.
In fondo, esseri come loro erano rari. Guerrieri pronti a dare tutti sé stessi perché altri potessero dormire tranquilli nei loro letti, beatamente ignari della verità.
Note finali:
È stato un capitolo difficile ma l'ho lavorato anche in breve tempo, modestamente. Spero vi piaccia.
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