i racconti di Milu
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Indice
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Note:
Il vecchio mi scopa per punirmi, poi non può più fare a meno di me
Note dell'autore:
Mi sorprende in lingerie e poi...
Nonostante fossi molto giovane, appena maggiorenne (e dimostravo ancora meno), da anni lo prendevo nel culo.
Del tutto simile ad una ragazza, i miei paesani più marpioni ed interessati, maschioni di tutte le età, mi avevano insegnato molto presto a sculettare, ad esibirmi davanti a loro, magari mentre indossavo un minuscolo completino intimo, con il pisello coperto da un perizomino di pizzo, il filo interdentale fra le chiappe lisce e rotonde, poi, col tempo, a soddisfarli in qualsiasi modo gli venisse in mente.
Piuttosto conosciuto “nell’ambiente”, venivo abbordato nei modi più disparati.
Giorgio, però, frequentava la mia famiglia da sempre. Adesso era un settantenne serio e distinto, ancora un bell’uomo, amico di mio nonno che partecipava, con la moglie, alle nostre riunioni in casa sua, come se fosse un parente ed anche di più. Abitava lì vicino, nel centro del paese.
Loro due si chiamavano, tra loro, “vecchio”, questo fin da quando vecchi non erano affatto, forse perché la loro amicizia era veramente antica.
A volte portava con se le nipotine, due ragazzine della mia età. Io giocavo con loro assieme a mia sorella. Ero una perfetta femminuccia e fin da allora Giorgio ci veniva a guardare, rammento che mi osservava in maniera strana, mentre stavo lì, con un grembiulino addosso, un cerchietto sui capelli ed una bambola in mano.
Faceva delle battutine sul mio aspetto, soprattutto sul fatto che ero indistinguibile dalle altre ragazzine, che mi piacevano le cose da femmina etc. Non avrebbe mai smesso. Però c’era la particolarità che queste frasi le diceva solo a me, nell’orecchio, senza farsi ascoltare dagli altri e che sembrava provare un grande piacere nel farlo. Era il nostro piccolo segreto.
Gli anni passavano e Giorgio ci veniva a trovare ogni volta che eravamo dal nonno. Nel frattempo io ero stato sverginato ed aveva avuto inizio la mia precoce carriera di troietta travesta rottainculo.
La casa di mio nonno era molto grande, vecchia di secoli, piena di saloni, stanze e stanzette, sottoscala, ripostigli e cantine. Gli ambienti susseguivano uno dietro l’altro, senza soluzione di continuità. Era molto facile nascondersi. Si trovava a qualche chilometro dalla mia residenza abituale, in un paese vicino a quello dove allora vivevo assieme alla mia famiglia.
Andavo lì spessissimo, mi fermavo sovente a dormire, quasi ci vivevo.
Tra l’altro quello fu un periodo particolare in quei posti, dove si era creato un giro notevole di mettinculo, anche padri di famiglia amanti dei culetti come il mio, gente omertosa che si era organizzata bene per goderne. Questo gruppo, per vari motivi, successivamente andò quasi a scomparire.
Io avevo impiegato poco tempo ad entrare anche in questo sottobosco delle troiette col pisello e diventare “famosa”, c’erano alcuni tizi ai quali piacevo molto.
Era pazzesco, c'era il mondo di tutti i giorni, con la solita quotidianità, poi c’era quello parallelo, dove ero una femmina. Questo era diventato molto presto per me quello preminente, era la normalità, dove c’erano i dominatori che cercavano quelli come me, ai quali insegnavano ad obbedire. Qui io, assieme anche ad altre “amichette” ero cosa loro e prendevo cazzi da tutte le parti, di continuo, quando possibile indossando capi femminili che loro stessi mi procuravano. Infatti era da un po’ che ricevevo dei regali (anche soldi) per le mie prestazioni, non sempre ma succedeva. Mi fermavano per strada, mi telefonavano, oppure si appostavano vicino casa, mi chiamavano ed io andavo con loro. Addirittura avevo degli appuntamenti fissi. Ero una puttana anche se non ne avevo ancora la consapevolezza
Quando ero “di là”, invece, era come niente fosse.
Il passaggio era continuo, anzi ormai i due mondi si mescolavano in continuazione. Un attimo prima stavo studiando, con un tizio che mi dava ripetizioni di matematica, subito dopo ero in qualche posto con una vestaglietta di pizzo addosso ed il suo cazzo nel culo.
Quel pomeriggio Giorgio e la moglie erano venuti a pranzo, erano arrivati presto e lui aveva preso a bombardarmi con le sue battute, che si erano rivelate più pesanti del solito, diverse: “Ehi, fighetta… ti prude?” oppure: “Chissà, cosa combini con quella boccuccia…” e via così.
Pensai subito che doveva esserci qualcosa sotto.
Comunque io avevo un appuntamento nel pomeriggio, smaniavo perché l’uomo che mi aspettava mi piaceva, era il padre di un mio compagno di scuola, mi scopava da parecchio, però era dolce e non si divertiva, come molti altri, a farmi male ed a trattarmi come una troia. Mi pagava.
Appena potei sgattaiolai nella camera che avevo adibito a spogliatoio segreto quando ero a casa dei nonni, una sottotetto in disuso da molti anni, vi si accedeva attraverso una vecchia scala in legno, seminascosta da un armadio.
Avevo portato con me un bel completino nuovo, bordeaux, corredato da autoreggenti.
Dopo averlo messo avrei coperto tutto con i jeans ed il maglione per poi farlo riapparire di fronte al mio amante. La piccola trousse era nello zaino, con il tubino e le scarpe col tacco.
Ero quasi nudo (dovrei dire nuda perché in quei momenti veniva fuori la femmina totale) ed avevo appena fatto salire le autoreggenti, le mutandine trasparenti a mezza coscia ed il cazzettino duro, mi eccitavo sempre quando sentivo il fruscio dell’intimo, quando Giorgio apparve sulla porta, lo sguardo allucinato: “Ma allora è vero! Io l’ho sempre saputo che eri una frocetta, una troia!”.
Io ero rimasto senza parole, spaventatissimo.
Mi aveva seguito fino lì ed ora eravamo l’uno davanti all’altra.
“E’ proprio vero che gli interessati sono gli ultimi a saperlo! Pensa se tuo padre o tuo nonno venissero qui ora…”.
Beh, mi avrebbero ucciso, pensai.
“Potrei chiamarli, farli salire” pronunciava quelle a parole con un tono preoccupato. Gli occhi osservavano la mia nudità.
“Che cavolo! Conciato così sembri proprio una ragazza!” Esclamò.
Non li chiamare, faccio tutto quello che vuoi” implorai.
“Sai ho sentito parlare di te al Caffè Milly qualche giorno fa, ero seduto a leggere il giornale. Nemmeno mi si vedeva. Questi due erano lì vicino, ridacchiavano mentre conversavano sul fatto di scoparsi qualcuno tutti e due assieme, che si sarebbero divertiti. Io pensavo fosse qualche puttanella del paese, perché parlavano di mutandine, reggiseni e cose del genere da regalare ad una certa R… poi, invece, si sono lasciati scappare il nome di tuo padre…”
Arrossii violentemente.
“…si chiedevano come facesse a non accorgersi di niente…”.
Sapevo di chi parlava, effettivamente un po’ di giorni prima avevo fatto una cosa tre, due autisti dell’autobus di linea che passava dai paesi e che prendevo tutti i giorni, mi avevano aperto come una cozza, sui sedili di una corriera, parcheggiata in fondo al deposito. Mi avevano pagato con il prezioso completino firmato che stavo mettendo in quel momento. Conoscevano molto bene tutta la mia famiglia. Sapevo che erano due bastardi che si divertivano a soffocarmi con i loro cazzi ed a spaccarmi il culo di brutto, ma non pensavo che fossero così coglioni da sputtanarsi nei bar.
“… se devo essere sincero non mi sono sorpreso più di tanto, l’ho sempre pensato che tu fossi così, fin quando giocavi con le mie nipoti, non si vedeva la differenza… una ragazzina come loro”.
Nel frattempo si avvicinava, io mi ero seduto sulla vecchia cassapanca, per riprendermi dallo shock. Le preziose culottes ferme all’altezza delle ginocchia,
Quando mi fu vicino allungai le mani, tanto lo sapevo cosa voleva, lo volevano tutti.
Infatti provò un attimo a tirarsi indietro, non ci riuscì.
Gli slacciai i pantaloni e scostai i boxer, uscì fuori un grosso cazzo venoso che svettava fra la folta peluria grigia.
Lui sospirò mentre io aprivo la bocca e mi accostavo: il membro stagionato che, comunque, era già venuto duro come il ferro mi scivolò in bocca, scorrendo sulla lingua.
Mentre lo succhiavo gli tremavano le ginocchia: “Accidenti! Che bocca che hai, neppure le puttane che ho conosciuto erano brave come te!” esclamò mentre mi impegnavo a fondo, lavorando di bocca come se fosse stata l'ultima volta che lo facevo.
A me tutto questo andava bene, nel momento stesso in cui l’avevo toccato lui non poteva più spifferare nulla a nessuno, se mi scopava diventava mio “complice”.
Prima che potesse crollare mi staccai, poi mi girai con il culo verso di lui, appoggiato alla panca, misi un po’ di saliva nel buco del culo, con le dita.
Feci tutto io, appena avvertii il membro che si appoggiava sul buco spinsi all’indietro per farlo entrare.
Solo allora Giorgio mi afferrò i fianchi e me lo buttò dentro, mi usci un gridolino, un misto di piacere e dolore.
“Sei proprio frocio! Una cagna sfondata... tieni! Tieni!”.
Mi scopava con rabbia, quasi suo malgrado, arandomi il canale senza pietà.
“Ti dovrei sfondare, picchiarti...” ripetendo che i miei non se lo meritavano e cose del genere, pero mi inculava a sangue.
In effetti mi faceva male, ma non importava, ero indifferente al dolore, come ho detto questo per me era normale, quotidiano. Totale assuefazione.
Solo un altro cazzo.
Venne dopo pochi minuti, non molto abbondante, l'età si faceva sentire.
Continua...