i racconti di Milu
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Capodanno. Cucina, piatti sporchi, bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti, a seconda della prospettiva, come sempre. E poi ci sei tu, che mi segui con gli occhi da tutta la sera. E ci sono io, che ti ho provocata da quando sono arrivata, stringendomi forte a te e sfregando quasi impercettibilmente il mio seno sul tuo. Quasi, sì. E mentre sceglievi la musica al pc io ti stavo accanto, quasi a terra, con le gambe piegate e così chiacchieravamo, ogni istante un po' più brille. E se mi mordevi sul braccio nudo mentre la tua ragazza era girata a parlare con qualcuno e il mio compagno guardava Facebook, subito mi giravo a controllare e magari me ne andavo verso il divano, lo guardavo di sottecchi, e lui mi riguardava sorridendo, chiaramente ignaro di quei morsi appena ricevuti che mi facevano avvampare ed eccitare.

E le ore sono passate così, mentre lui rimaneva su quel divano e io ballavo da sola, spostandomi in un angolo diverso quando si avvicinava a me, perché mi dava quasi ai nervi averlo vicino. Volevo te e basta. Ma adesso siamo assieme, io contro la parete della cucina, quella che confina col salotto, lungo la quale sta il divano. A meno di un metro c'è lui, a pochi centimetri ci sei tu. Mi guardi con un bicchiere in mano, divertita.

"Da che scappi?"

"No, io, niente, forse non è il caso di..."

"De che?"

"Di niente, di stare così vicine"

"A me era parso che ti piacesse, ma se non è così..." e ti allontani.

No, ti prego non allontanarti.

"Ma io... volevo solo dire che, magari non qui, non ora. Ci sono loro due di là"

"Che ce frega, Mara sta giocando a risiko cogli altri e Mattia si è addormentato... mica pensano a noi, loro"

"Ma se arrivano?"

"Shh". E mi baci. Puzzi di alcol, anch'io di sicuro.
Le nostre lingue si intrecciano, i piercing sulle nostre labbra si scontrano, la tua mano mi palpa il seno mentre col ginocchio ti fai largo tra le mie gambe e spingi forte contro la figa, costretta in un paio di pantaloni superaderenti di ecopelle nera.

"No, Fra', meglio di no" provo a dire.
Nel frattempo entra il cane dei padroni di casa e non sembra crederci nemmeno lui alle mie parole. In effetti, se volessi ti potrei spingere via. Sono più alta di te e con le zeppe questa sera ti sovrasto di almeno 15 centimetri. Tu ti sposti, di nuovo, e cominci con una logorrea fitta da ubriaca sul fatto che mi vuoi e che anche io ti voglio e dobbiamo lasciarci andare all'istinto e lo fai con un tono che intende colpevolizzarmi. E io un po' ci casco e un po' non ti sopporto più e allora ti bacio.

Ora ci strusciamo l'una sull'altra, adesso che sei sicura che io ti desideri non mi lasci andare, mi mordi forte sul collo e più forte mi mordi, tanto più dolcemente io accarezzo la tua testa rasata. Tu però non vuoi le carezze da me, non solo quelle perlomeno. Me lo fai capire stringendo la mia coda di capelli rosso scuro, passandoti per due volte la grossa ciocca attorno alle quattro dita e spingendomi a terra. Ora sono in ginocchio, ora sei tu la più alta. Con una mano ti sbottoni i jeans e tiri giù i pantaloni e le mutande quel tanto che basta perché io possa baciartela. Faccio appena in tempo a vedere il tuo pube scuro prima che tu mi spinga forte contro la tua figa. Mordo piano le labbra, le pinzo coi denti e le porto in avanti. Ti sento gemere, ma mi prendi la testa e la rispingi contro. Devo leccare e lo faccio con foga, sbavando e facendo rumore, sento la saliva che mi cade sulla mano con cui mi reggo a terra. Il tuo clitoride è grosso, molto piu del mio. Lo posso prendere in bocca e succhiarlo e mentre lo succhio come un chicco d'uva fragola, lo accarezzo piano con la lingua.

"Toccati" mi dici.

Subito metto una mano tra i pantaloni e i miei slip rossi, quelli che Mattia m'ha regalato per Natale, e comincio a sfregare forte sul clitoride, poi la mutandina diventa come un cordino che passo nella fessura tra le labbra e che tiro sempre più su, sul davanti, mentre continuo a baciarti e a leccarti. A un tratto sento un rumore. Smetto tutto e mi giro a controllare verso la porta.

"È il cane, sciocchina. Continua". Io non mi fido della tua spiegazione ma tu mi tiri indietro per i capelli, avanzandomi contro e lasciandomi senza spazio prigioniera tra il muro e la tua figa.

"Te scopo in faccia" - così annunci. A me il tuo accento un po' mi arrapa e un po' mi fa ridere, ma non ho il tempo di farlo, perché già stai strofinando forte le tue labbra sulla mia bocca schiacciandomi forte la testa contro il muro. A volte me la fai anche sbattere e io spero che quello non senta nulla. C'è la musica, non se ne accorgerà. Mi tocco ancora e con la lingua cerco di farti godere il più possibile, a costo di tenderla fino a che mi fa male. A un tratto spingi più forte e capisco che ci sei, questo mi fa venire assieme a te, silenziosamente io, soffocata dalle tue parti intime e più forte tu, come scossa dal singhiozzo.

Prendi il tabacco e giri una sigaretta anche per me. Ti siedi e mi guardi da uno sgabello mentre, sfatta, fumo seduta a terra, dove mi avevi messo dieci minuti prima. Poi mi alzo e ti do un bacetto. In bagno mi sistemo, ho il mascara colato, i capelli senza un senso, le mutande, bagnatissime, ancora dentro la figa.

In salotto mi sento lo sguardo di Mara addosso, ma decido di non pensarci troppo. Mattia sta sonnecchiando, il cellulare in mano. Lo sveglio con un bacio sulle labbra. Vorrei che sentisse il tuo gusto, Fra', non mi sono sciacquata la bocca di proposito. Vorrei dirgli che si può fottere il suo smartphone e che a me ci pensi tu. Ma non lo faccio.

"Amore, andiamo sì?"

Lui solleva le palpebre e mi guarda con i suoi occhi azzurri chiaro, lo sguardo un po' stolido, mentre mi risponde di sì.
Abbiamo salutato, abbiamo messo la giacca e camminiamo verso l'auto nel freddo di questo nuovo anno, tra i palazzi signorili di un quartiere quasi sconosciuto.

"Com'è andata la serata? Scusa, sono crollato..."

"Bene, un po' una palla, ma queste feste sono sempre così..."
Io non so dirle le bugie, sicché guardo a terra per non incrociare il suo sguardo. Mattia entra in auto, dalla parte del guidatore. Fa scaldare l'auto e sceglie la musica sul cellulare. Io disegno cuoricini sul finestrino appannato.

"Smettila, poi rimane il segno"

Partiamo. Per strada non c'è molto gente, sono le 4 del mattino ma è capodanno, mi aspettavo qualcosa di più.

"Sei stanca, cucciola?"

Odio che mi si chiami cucciola. Credo di averglielo detto un centinaio di volte, ma oggi non voglio litigare.

"Boh, un po'"

"Beh, lo capisco, dopo tutto quel lavoro in cucina"

Taccio.
"Lavoro?" - mi esce poi, in un sussurro. Ma poi capisco: prima della festa avevo fatto delle torte salate da portare per il buffet. "Aaah, sì, sarà quello. La prossima volta porto qualcosa di pronto"

Mattia continua a guidare, canticchiando. Io guardo fuori dal finestrino, cavolo con questo buio la strada è irriconoscibile. Spingo il viso contro il vetro, schiacciando il naso contro. Ma questa non è la via per casa.

"Mattia, che cazzo, hai sbagliato strada".

Mattia si gira, mi sorride e rimette lo sguardo sulla strada. Poi accosta.

"Anche tu hai sbagliato qualcosa oggi. Adesso però sistemiamo tutto. Cucciola."
Note finali:
Meno dita sui cellulari, più dita nelle fighe

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