i racconti di Milu
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Era trascorso circa un anno da quella sera, dal momento che Sebastiana si era inginocchiata ai piedi di Fabio abbracciandone con le lacrime le gambe, implorandolo e scongiurandolo di non abbandonarla. Molte cose erano accadute e lei si era sentita sempre più importante e influente per lui, perché alcune volte scompariva per giorni, dato che la lasciava in uno stato di drammatica, di pietosa e di toccante malinconia, l’avvilimento, in quanto la demoralizzazione e lo sconforto l’avvolgeva sino a diventare ansia, poi all’improvviso ritornava nella sua vita più impetuosa e irruente che mai e tutto sembrava all’istante cancellarsi. Sovente s’agitava in lei quel segnale marcato e univoco, vale a dire il serpente della gelosia, giacché si domandava dove potesse essere e soprattutto con chi, per il fatto che avrebbe voluto chiedere tante volte, eppure si faceva forza poiché era informata e sapeva che non le era concesso né tollerato farlo. Lei arrivò persino ad annusare i suoi vestiti, la sua pelle, con il timore e la fragile speranza di comprendere cercando di leggervi qualche traccia, tuttavia non trovò altro che la sua fragranza, poi quella telefonata che le giunse improvvisa dopo molti giorni di dimenticanza e di silenzio assoluto:

“Sebastiana, mi fa veramente piacere risentirti”.

Di consueto, il suo tono non ammetteva né proteste né repliche, siccome era conciso e drastico, eppure avvolgente e penetrante come se l’avesse lasciata pochi minuti prima.

“Dai cerca di vestirti, perché indosserai una minigonna molto corta, assieme a una camicetta trasparente e solamente delle calze autoreggenti, nient’altro d’intimo. Io passerò a prenderti stasera alle ventitré, mangia prima”.

Lei tentò di replicare obiettando che non sarebbe riuscita ad andare a spasso dal quel palazzo dove abitava e perlopiù in quelle condizioni, perché se l’avesse vista qualcuno che cosa avrebbero pensato di lei? Il telefono era però già diventato muto, lei si rassegnò a eseguire, così mentre sceglieva i capi d’abbinare pensava come venirne a capo senza trasgredire cercando di non disattendere al suo volere, poi improvvisa in maniera insperata si presentò la soluzione: uno spolverino, uno di quei soprabiti leggeri che ben s’adattavano alla fresca temperatura primaverile. Quando giunse l’ora era già pronta da almeno quindici minuti, poiché sapeva che lui non prediligeva aspettare, il suono del citofono l’avvisò che era arrivato. Lui l’attendeva vicino all’auto, infine sentì i suoi occhi che indugiavano su di lei, poi alzò leggermente il mento dicendo:

“Apri, sono qua”.

Lei dischiuse il soprabito non senza aver lanciato uno sguardo furtivo circostante che non sfuggì allo sguardo spumeggiante di Fabio facendolo sorridere lievemente:

“Brava, così stai molto bene. Vieni, sali in auto”.

Con la sua solita gentilezza le aprì la portiera facendola accomodare e la richiuse. Lui era fatto così, perché amava che la sua schiava fosse disciplinata e obbediente, però al di fuori di certi frangenti diventava sempre galante e protettivo. Rimasero in silenzio, dato lei avrebbe voluto sapere dove sarebbero andati e che cosa lui avesse in mente, ma era istruita che le sarebbe stato riferito tutto a tempo debito. Tutto questo l’eccitava terribilmente, il pensiero che lui potesse possederla come e quando voleva, poiché la faceva bagnare fra le cosce, in quanto sentiva già una certa umidità, si domandò persino se la gonna o il sedile potessero sporcarsi, per il fatto che lui potesse sentirne l’odore giacché tutto questo era così intenso. L’auto lasciò il centro abitato e si diresse verso le campagne, Fabio guidava in silenzio, ma continuava a guardare sott’occhio la sua cucciola, perché gli piaceva molto e l’aveva condotta con cura alla scoperta di sé stessa. C’era stato un momento in cui credendo di non poterle dare più nulla, era stato sul punto di lasciarla camminare da sola, ma per fortuna non lo aveva fatto. Il loro legame era cresciuto sempre ogni giorno di più e lei non si era giammai tirata indietro, fiduciosa e ottimista delle mani in cui si era affidata, lui le lanciò un ultimo sguardo pieno d’orgoglio, poi iniziò a parlare, siccome adesso era giunta l’ora di sapere che cosa avrebbe dovuto compiere:

“Stiamo andando a una cena presso amici, la festa si terrà in una villa e ci saranno varie persone, alcune un po’ particolari”.

A questo punto volutamente tacque lanciandole uno sguardo e lasciandole il tempo di domandare. Lei lo guardò incuriosita, però serena, considerato che con lui al fianco non doveva intimorirsi di nulla, poiché si sentiva pronta ad adeguarsi e ragionevolmente a ubbidire, dal momento che era evidente che non sarebbe stata una semplice cena, tuttavia non era consapevole che cosa le sarebbe stato chiesto di mettere in atto. Comprese sennonché dal suo silenzio, giacché s’aspettava delle domande e cercando le parole adatte gli domandò:

“Potrei sapere, che cosa desideri che faccia e chi sono queste persone particolari?”.

“In realtà sono amici e amiche, ci saranno dei dominatori e delle padrone e ognuno porterà con sé la propria schiava o il proprio schiavo. Io voglio che tu mi faccia essere orgoglioso di te di fronte a tutti. Quando arriveremo, io ti porterò dalla padrona di casa e ti metterai ai suoi ordini per servire a tavola insieme con gli altri e sarai a completa disposizione di tutti i presenti. Ripeto, qualunque cosa ti venga richiesta eseguirai, io interverrò soltanto se riterrò la cosa superiore alle tue forze, però sono sicuro che non mi deluderai facendomi fare brutta figura, vero schiava?”.

Queste ultime parole furono quasi sussurrate, ma la domanda finale era stata a modo di rimbrotto, un vero monito, così come una sferzata che non ammetteva eccezioni né repliche. Sebastiana sentiva che avrebbe fatto di tutto per ubbidire attenendosi al suo volere, che non desiderava altro e che la sua gioia sarebbe stata il veder brillare i suoi occhi, il leggere distintamente la sua approvazione. Sapeva che sarebbe bastato un suo sguardo prontamente raccolto, per fermare tutto e questo la rendeva distesa, fiduciosa e tranquilla. Da quando era sua, invero, non una sola volta si era sentita abbandonata e la sua ala l’aveva sempre protetta da tutto e da tutti, dal momento che si era rannicchiata come una cucciola che cercava calore, in quanto aveva sempre trovato prontamente in lui un apprezzabile e valido rifugio. La villa si parò davanti all’improvviso dietro una curva, una costruzione d’altri tempi tra l’altro ben tenuta, Fabio si fermò un attimo prima di giungere al cancello, estrasse dalla tasca della giacca il collare che le aveva donato tempo addietro e glielo allacciò al collo:

“Desidero che tutti possano vedere che tu sei mia. Da questo momento, risponderai solamente se ti verrà formulata una domanda, tuttavia se desidererai chiedermi qualcosa verrai di fronte a me guardandomi negli occhi, così io capirò”.

Lui rimise in moto l’auto sino a percorrere i pochi metri che lo separavano dalla recinzione, poi a un colpo di clacson i cancelli automatici s’aprirono e proseguirono sino all’ingresso. Quando scesero venne loro incontro una bella donna di circa cinquant’anni e valutò prontamente Sebastiana. Lei era d’una corporatura longilinea, indossava un elegante vestito da sera nero con un lungo spacco laterale. I suoi capelli neri facevano da contrasto con dei grandi occhi verdi e un taglio lievemente orientale quasi felino, che le attribuiva un non so che d’impenetrabile e di misterioso, poi la donna lo salutò con un sorriso:

“Finalmente, mancavi soltanto tu. Questa è la tua cucciola immagino” - aggiunse prontamente, dando una profonda occhiata a Sebastiana, che velocemente si sentì come se fosse stata disarmata rimanendo inerme e nuda davanti a quello sguardo. In seguito lei li accompagnò senz’aspettare risposta introducendo ambedue in un ampio salone, dove si trovavano già una decina di persone, sia uomini che donne con un’età che s’aggirava tra i quaranta e i sessant’anni, poi soppesò di nuovo Sebastiana aggiungendo in maniera brillante:

“Signore e signori, ecco Fabio e la sua deliziosa schiava, che stasera ci allieterà come ospite d’onore”.

Marzia, questo il nome della padrona di casa, eseguendo l’introduzione le sfilò il soprabito mostrandola a tutti, poiché gli sguardi dei presenti si soffermassero per lungo tempo su di lei per poi passare verso Fabio.

“Vieni con me, lasciamoli dialogare” - le disse amabilmente Marzia, poggiandole una mano sul braccio e conducendola in una stanza da letto con un grande specchio, infine la guardò attentamente riferendole:

“Perfetta, sei bellissima. Fabio t’ha per caso accennato che cosa farai stasera?”.

Sebastiana un po’ intimorita, però nel tempo stesso presa dal suo tono dolce e sicuro, confessò che lui era stato piuttosto generico e alquanto vago, sennonché le aveva ordinato di conformarsi a ciò che le sarebbe stato invocato.

“Molto bene, sarà meglio che te lo dica io, perché non desidero che tu possa trovarti a disagio e d’impaccio. Fabio t’ha affidato a me, in quanto m’ha raccomandato d’avere sempre la massima cura nei tuoi confronti, dal momento che t’ha definito il mio fiore delicato. Dai siediti” - così dicendo s’accomodò su d’una poltroncina indicandone un’altra:

“Ogni tanto capita che c’incontriamo per una cena, perché è un modo piacevole di stare insieme, dato che in queste occasioni quando c’è una nuova schiava o un novello schiavo, il suo signore adora presentarla a tutti e mostrare la sua obbedienza, poiché è un modo d’esserne orgogliosi. Lei serve a tavola, poiché è a disposizione dei presenti per qualunque cosa venga chiesta, non soltanto per servire, capisci. Tutto ciò è una specie d’esordio, d’introduzione, in cui tutti la possono usare come aggrada sotto l’occhio attento, pronto e solerte del padrone. Ti potrà capitare di tutto e il tuo compito sarà d’esaudire ogni desiderio. Tu hai la facoltà da questo momento d’accettare o di rinunciare se non te la senti, Fabio m’ha incaricato di dirti che non ti punirà se non lo farai, perché in questo caso aspetterai qui la fine della cena e poi andrai via con lui, senza che nessuno ti veda. Ufficialmente avrai avuto un malessere per l’emozione, io t’avrò lasciato riposare. Desideri pensarci un poco? Posso lasciarti da sola se lo vuoi e tornare dopo”.

Detto questo iniziò ad alzarsi, ma fu subito fermata dalla sua voce:

“Aspetti un attimo. Fabio è il mio padrone e desidero fare ogni cosa per compiacerlo e vederlo d’essere soddisfatto della sua schiava, perché m’ha sempre condotto per mano e non m’ha mai abbandonato. Non desidero altro che dimostrargli quanto sia ben riposta la sua fiducia, perché il suo piacere è pure il mio piacere. Io sono pronta, non ho bisogno di nessun tempo per pensarci. Che cosa devo fare?”.

Marzia la guardò ammirata ed entusiasta, dal momento che non s’aspettava quelle parole, semmai un momento di riflessione lo avrebbe capito, eppure lesse in lei una determinazione e un orgoglio che la lasciò piacevolmente stupita, sennonché estrasse da un armadio una tunica in stile prettamente romanico molto corta, poi girandosi verso la ragazza disse:

“Spogliati completamente, anche le scarpe, perché indosserai questi sandali” - così facendo le porse dei calzari d’adeguata tonalità.

Sebastiana era davvero molto desiderabile così vestita, in quanto il tessuto trasparente lasciava intravedere le sue forme e accendeva il desiderio, le cosce erano scoperte sino a poter intravedere quando si muoveva e parte del suo sesso per l’occasione totalmente depilato. Fu accompagnata in cucina, dove c’erano altre donne e uomini vestiti nello stesso modo, l’unica differenza dagli altri era il colore rosso della tunica, mentre loro ne indossavano una bianca. Le fu detto d’attendere, dal momento che l’avrebbero chiamata per iniziare a servire. Marzia tornò nel salone pregando gli ospiti d’accomodarsi nella sala da pranzo, lei stessa si riservò un posto a capo tavola dove all’opposto sedeva Fabio, poi suonando una campanella avvisò che si poteva iniziare a soddisfare le richieste. L’ingresso di Sebastiana fu accolto con mormorii d’approvazione e di gradimento, in quanto era davvero graziosa e molto garbata, perché si muoveva con distinta avvenenza e le sue nudità diventavano uno spassoso ornamento e un delizioso condimento. Di frequente capitava inoltre che mentre serviva, sia mani maschili quanto femminili s’insinuassero di proposito fra le sue cosce risalendo sino alle grandi labbra, schiudendole quasi a verificare il suo stato d’eccitazione, in altri momenti si spingevano insolenti e oltraggiose in ogni orifizio, mentre lei doveva rimanere immobile in attesa che le fosse concesso di rientrare in cucina. Lo sguardo di Fabio frattanto non l’abbandonava un istante, pronto a intervenire adoperandosi a ogni suo minimo segno d’insofferenza, dato che spesso i loro occhi s’incrociavano e il suo sorriso appena abbozzato l’avvolgeva interamente in una sorta di muta e di tacita partecipazione.

Al caffè, qualcuno le ordinò di concedere l’uso delle sue labbra per donare piacere e lei obbediente eseguì più d’una volta di fronte a tutti, qualche donna gradì le sue attenzioni quando la fece mettere dinanzi la propria sedia a quattro zampe, afferrandola per i capelli e dando il giusto ritmo al suo capo. Sebastiana fu angariata, sfruttata e usata da tutti, sentiva la sua eccitazione salire sempre di più, oramai la fica le pulsava di desiderio e il piacere di sentirsi un oggetto scuoteva elettrizzando la sua fantasia, poiché tutto diventava beffardo, illusorio e irreale. Quando ebbe appagato l’ultimo commensale, giacché stava per ritirarsi nelle cucine fu fermata da un gesto della padrona di casa, che afferrata per mano la condusse in un’enorme stanza in cui c’era un letto circolare. Sebastiana la guardò perplessa, poi le fu detto di spogliarsi completamente, fu rapidamente bendata e fatta sistemare di sopra:

“Tra poco, iniziò a spiegarle Marzia, verranno tutti qui. Chiunque ti potrà usare come gli andrà a genio e non ti sarà permesso di smettere, sino a che non saranno soddisfatti. Sappi che Fabio m’ha incaricato di riferirti che non prenderà parte, però sarà sempre vicino a te, ciononostante non interverrà fuorché non lo chiami”.

Sebastiana rimase sola e sdraiata su quel letto, la benda e il non sapere quando e chi entrasse, se da solo o insieme, la faceva sentire più essenziale e sguarnita che mai, giacché avvertiva un senso di paura e nello stesso tempo un misto d’inconsueta eccitazione. Avvertì una presenza prima ancora del tocco leggero d’uno sfioramento, poi mani delicate e piccole iniziarono a percorrerla, dita che salivano lentamente partendo dalle caviglie, sempre più su lungo i fianchi sino a soffermarsi sui capezzoli, indugiare lievemente in un movimento circolatorio e poi stringere con forza i seni in una stretta quasi dolorosa eppure piacevole. Altre mani le schiusero le cosce, le aprirono risalendone lungo l’interno con concentrici scarabocchi, sino a sfiorare le grandi labbra della fica per dischiuderle. Dita affusolate, minute, leggere che toccavano e poi fuggivano come dei fantasmi fugaci che le lasciavano un senso di frammentario e d’incompiuto, perché Sebastiana sentiva il suo corpo accendersi, intuiva più che averne coscienza che non erano da soli, in quanto altre presenze la osservavano e lei era lì esposta a tutti, dimessa, disadorna e schietta nel suo insolito e completo offrirsi. Una lingua calda e umida iniziò partendo da sotto l’orecchio per poi scendere lentamente sino al ventre per poi risalire ai capezzoli ormai duri, le sue aureole scure si ridussero ulteriormente sino a fiorire in punte prominenti che furono succhiate, addentate e poi lasciate mentre altre dita s’aggiungevano su di lei.

Si sentì in seguito afferrata fra le caviglie e tenuta aperta mostrando opportunamente ogni parte di sé, spudoratamente come un oggetto d’ammirare e da estasiarsi, mentre un’altra lingua percorreva lentamente la sua fessura dal basso verso l’alto e viceversa, intingendosi nel suo sesso ormai grondante di fluidi. Sebastiana cominciava a fremere, il suo corpo stava perdendo ogni controllo e la mente annegava lentamente nel piacere d’un oblio, dato che avrebbe voluto contorcersi in quel miscuglio di sensazioni, ma mani ferme l’immobilizzavano anche per i polsi tenendole le braccia aperte, lei si sentiva attaccabile, inerme, però nel frattempo in quei pochi sprazzi di lucidità sapeva che lui era lì sempre presente a vegliare su di lei assistendola. Piccole dita la schiusero completamente per iniziare a esplorarla dentro, lei ne sentì il lento avanzare quasi tamburellando, perché svariate dita armeggiavano là attorno. Avvertì un dolore intenso che si stemperò in un senso di profondo piacere, mentre sentiva quel pugno chiuso dentro di sé che ruotava e andava dolcemente su e giù, mentre il suo ventre cercava d’assecondarlo. Al presente non riusciva più a contenere i gemiti, i mugolii, i sospiri, perché non s’accorse quando sentì altre dita che girando concentricamente l’accarezzavano e l’allargavano penetrandola di dietro. Al momento si sentiva piena, mentre il suo corpo assecondava quei movimenti come in una danza di totale lussuria che l’avvolgeva sempre di più aggrovigliandola.

Il primo orgasmo sopraggiunse violento, come se la mente fosse dentro un convulso corto circuito, per il fatto che ondate di piacere si susseguirono lasciandola per un attimo debilitata, esanime e svigorita. Sentì quelle mani, quelle dita ritirarsi soddisfatte dal suo corpo, però subito altre mani l’afferrarono. Un corpo maschile scivolò palesemente sotto di lei e un cazzo duro la penetrò profondamente, giacché si sentì dischiudere di dietro e un altro intrufolarsi, sino a che in un ritmo sincronizzato potesse essere usata efficacemente come un oggetto. Il suo piacere appagato continuava nell’eccitazione di ciò che le stavano facendo, più mentale che fisico a dire il vero, sino a che si sentì afferrare per i capelli, dove un membro appassionato s’adagiava là di sopra dischiudendole la bocca. Adesso era soltanto un corpo fatto per donare, per soddisfare, mentre il pensiero vagava verso di lui, poiché tutto era in funzione di Fabio che sapeva di guardarla. Lui voleva che fosse orgoglioso della sua obbedienza, che capisse che tutto era svolto in ragione di lui, cui aveva dato completamente sé stessa. In seguito altri corpi s’alternarono, altre mani l’agguantarono frugandola indecorosamente in ogni modo, la sua bocca succhiò, la sua lingua lambì fiche d’altre donne, mentre le labbra erano pregne di fluidi di entrambi, odori inizialmente aspri e muschiati, alcuni acri e asprigni, altri ancora viceversa dolciastri e gradevoli, mentre ogni parte di sé era indegnamente violata. Sebastiana perse la cognizione del tempo, perché il suo essere non provava più piacere, ma solamente un’infinita stanchezza, perché neanche si rese conto di scivolare nel sonno appena fu lasciata da sola. Si risvegliò infatti alcune ore dopo adagiata in un altro letto, mentre Fabio l’osservava silenzioso da una poltroncina, quasi come se vegliasse su di lei:

“Ben risvegliata, spero che ti senta ben riposata”.

Lei lo guardò con gli occhi ancora assonnati, poiché le sembrava d’aver avuto una visione, poi si rese conto che tutto era avvenuto realmente e provò per un attimo un impeto e un moto insolito di turbamento, un impulso di vergogna, subito scacciato sennonché dal pensiero che tutto era avvenuto per la sua chiara ed esplicita volontà:

“Sì, tutto bene grazie” - rispose.

“Brava la mia cucciola. Devo dirti che sono stato molto soddisfatto di te. Sono veramente gratificato e orgoglioso della mia schiava. Adesso alzati e vai al muro”.

Quelle ultime parole, furono dette con un tono molto secco che non dava spazio a repliche, in quanto Sebastiana ben conosceva. Istantaneamente le passò ogni torpore, scese dal letto e si collocò con i palmi aperti appoggiati al muro con le gambe divaricate. Lei conosceva bene quella posizione e non c’era bisogno che lui aggiungesse altro, perché il primo colpo di cinghia la fece burberamente sussultare lasciandole un tangibile segno rosso:

“Conta schiava” - le disse lui freddamente.

Successivamente di scudisciate ne seguirono altre nove e ognuna lasciò sul suo corpo una striscia rossa, poi Fabio si fermò. Lei ne attendeva degli altri, seppure non capiva che cosa avesse fatto per essere percossa in tal modo, però non osava chiedere né reclamare:

“Non voglio punirti per una tua mancanza” - disse lui, come se leggesse quel pensiero inconfessato e inespresso.

“Sei stata una schiava capace, efficiente e devota, ma questi segni qui che ti ritrovi ti dovranno rammentare che m’appartieni. Il dolore che hai sentito è come se ti pulisse spazzolandoti e depurandoti dentro”.

Lei si buttò ai suoi piedi, lo abbracciò con le lacrime agli occhi, perché capiva quello che voleva dimostrare ed esprimere. Lei sentiva il suo amore per lui, sentiva di essere sua al di sopra di ogni cosa e che non avrebbe desiderato altro che appartenergli, cercò le sue mani per baciarle, le strinse con forza sino a che lasciata libera si sentì accarezzare la capigliatura:

“Adesso vieni cucciola” - le disse lui, prendendola armoniosamente per una mano sino a condurla nel bagno.

La collocò sotto la doccia e con delicatezza iniziò a lavarla. Il suo corpo era sporco dappertutto dei piaceri altrui, uomini e donne di cui ignorava il viso, Fabio la pulì con delicatezza, lasciando scorrere l’acqua tiepida su di lei. Ogni anfratto, ogni parte fu pulita e profumata, poi l’avvolse in un grosso telo e la frizionò asciugandola come una bambina, infine la condusse sul letto e iniziò ad accarezzarla mentre la guardava negli occhi con infinito amore. Sebastiana attualmente si sentiva avvolta e pervasa, mentre insieme al corpo sentiva quelle carezze sulla sua anima e s’abbandonava sciogliendosi lentamente, Percepì le sue labbra cercare le sue, le mani insinuarsi nei capelli, accarezzarle la nuca per poi discendere lungo la schiena, sino a schiuderle le cosce e sfiorarle la fica aperta e vogliosa. Anche quella era eccitazione che cresceva, eppure così diversa dalla sera prima, il contatto della pelle che scivolava sino ad affondare la testa fra le sue gambe, la lingua che le guizzava calda e umida lungo la fessura e la faceva inarcare alla ricerca di quella sensazione. Lei lo voleva, ambiva ardentemente essere sua nel modo più totale che vi potesse essere, darsi, donarsi nel corpo e nell’anima. Avrebbe voluto essere lei a servire il suo signore, essere presa e gioire del suo piacere e invece non glielo permetteva, donandole invece tutto sé stesso. L’odore del suo corpo lievemente muschiato l’inebriava, le mani la percorrevano dappertutto traendone vibrazioni, come se lei fosse uno strumento da cui potessero spandersi dolci melodie, il suo strumento prediletto. Godette parecchie volte, non ebbe cognizione, coinvolta e immersa completamente in lui.

Le mani di Sebastiana cercarono il suo cazzo, lo sentirono gonfio mentre lo accarezzava e lo stringeva, in quanto palpitava come se avesse vita a sé stante, vi poggiò le labbra schiudendole e lasciandolo scivolare, mentre la lingua ne percorreva ogni parte cogliendone ogni goccia. Lui la girò, la collocò a quattro zampe, la sua posizione preferita e in piedi dietro di lei iniziò a penetrarla lentamente. Lui si soffermava un attimo senza entrarle completamente dentro, poi si ritraeva, aumentando ulteriormente la sua voglia, poi uscendone completamente e strofinandosi sul suo pube. Due dita iniziarono a giocare circolarmente sulle natiche perché premevano leggermente ogni volta di più, sino a iniziare a penetrarla infilandosi in lei. Cercò di spingersi indietro per essere piena di lui integralmente, però quell’amabile sevizia continuava in quel suo entrare in lei con il suo sesso e uscirne sino al momento che pianse dal desiderio, giacché lo implorò di farla interamente sua. Il colpo finale arrivò incontrollato e violento, lui affondò con forza, una spinta soltanto per poi ritrarsi nuovamente continuando quel gioco di cupidigia, poi si sentì ancora affondare dentro, nel tempo in cui colpi lenti e cadenzati la squarciavano sino in fondo, mentre le dita entravano e uscivano nello stesso momento donandole un’insolita e rara simultaneità scompaginandola:

“Toccati, dai accarezzati mentre ti prendo”.

La sua voce fu tassativa, lei iniziò a sfiorarsi il clitoride con una mano, perché sentì che stava per godere ancora, adesso era totalmente sua. Una mano l’agguantò per i capelli e un ringhio quasi come un ruggito spuntò dalla sua gola, mentre il pulsare del suo sesso si faceva più forte.

In un batter d’occhio Sebastiana si sentì riempire dal denso e vischioso getto di sperma di Fabio con un impeto animalesco innaffiandola, per poi continuare senza fermarsi e rimanere dentro di lei donandole ancora esuberanza, euforia e piacere. La loro intesa si era indubitabilmente rafforzata, adesso Sebastiana consolidava sempre di più la sua impronta. Gli apparteneva in maniera integrale.

{Idraulico anno 1999}