i racconti di Milu
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E’ pomeriggio, all’aperto s’avverte al di là d’ogni dubbio il caldo opprimente della piena estate, in casa c’è la penombra, l’ideale fase e la perfetta situazione per stare al fresco. In giro non c’è un’anima viva, dalla finestra della cucina io domino tutta la via sino all’incrocio con il corso e se Anita capiterà senz’altro la vedrò arrivare, però non so se devo sperarci, anzi, non devo farci alcun assegnamento né lusingarmi proprio per nulla. E’ presto, io le avevo detto alle quattro, visto che manca ancora un quarto d’ora, ma è da un po’ che sono qui appostata alla finestra, dato che è inutile negare che sono agitata, incuriosita e intrigata come non mai.

Dal quarto piano io vedo i tetti roventi delle case vicine, le terrazze inondate di sole, le antenne televisive, le parabole e un gatto sdraiato all’ombra. Controllo la lunga stradicciola acciottolata e deserta in fondo dove lei potrebbe comparire. Aspetto, perché mi piace coltivare e sostenere quest’idea assurda e incoerente, anche se so che non verrà, indubbiamente si sarà fatta prendere dagli scrupoli e dai sospetti e non si farà neppure vedere. Io osservo intanto un signore che porta a spasso il cane nella parte in ombra della strada, un ragazzino che sfreccia in bici, poi ancora nessuno per molto tempo in quell’arsura torrida del dopo pranzo, dal momento che la popolazione avveduta e sensata se ne sta in casa, infine eccola, però. Chi l’avrebbe mai detto? Davvero caparbia, perseverante e tenace la ragazza.

Lei ha svoltato l’angolo e ha guardato un attimo in alto per rassicurarsi del nome della via. E’ lontanissima, eppure non posso sbagliarmi: è proprio Anita. Avrei voglia di gridare, di sbracciarmi, di spalancare le persiane, di farmi vedere e di mettermi a urlare per richiamare la sua attenzione e indicarle che è questa la casa che sta cercando e che il portone è qui di sotto, eppure non faccio niente di tutto questo. Lei ha una capigliatura del colore del rame, io mi limito a guardarla dall’alto nascosta dalle persiane appena accostate e quello che vedo è davvero un delizioso e gradevole spettacolo. Lei non è più vestita come stamattina all’università, fa caldo e si è messa comoda, persino anche troppo, in caso contrario si è preparata così perché vuole stupirmi.

E’ vestita come un calciatore, o meglio come un ragazzino con una maglia bianconera della Juventus lunga fino a coprirle quasi del tutto anche i pantaloncini, ma proprio una maglia da calciatore vero, grandissima per lei con i pantaloncini neri, naturalmente come quelli da calcio, mentre le gambe no, dato che non sono quelle d’un calciatore, siccome sono gambe di ragazza, lunghe che non finiscono più, che già da sole sono una garanzia e una promessa d’appagamento e di felicità. E anche i piedi sono nudi: due ciabattine che sembrano quasi che cammini scalza, in una mano regge qualcosa che sarà certamente il telefono, un pacchetto di sigarette e un accendino, nell’altra la sigaretta accesa, mentre avanza con calma lanciando in alto ogni tanto degli sbuffi di fumo. Con calma guarda le case e osserva i numeri civici per cercare evidentemente il mio. Ispeziona anche in alto i muri antichi, le finestre, i rami del fico che spuntano dal muro di cinta della canonica, perché probabilmente in quest’angolo d’Urbino lei non c’è mai stata. Del resto è normale: in questa via non ci viene nessuno, se non ha una buona ragione per farlo. Lei squadra tutto con la massima calma, fumandosi tranquillamente la sua sigaretta.

Altro che dubbi, problemi di coscienza e di ripensamenti dell’ultimo minuto, perché lei ha un’aria rilassata come per la più innocente e innocua delle passeggiate. Al presente si ferma a guardare un portone, più avanti fa la stessa cosa davanti a un certo bassorilievo incastonato nel muro, poi guarda l’orologio, vede che sono quasi le quattro, butta la sigaretta e s’avvia decisa qui di sotto dove c’è il portone e io non posso più vederla. Tra un attimo troverà il mio campanello e suonerà, malgrado ciò io non devo precipitarmi subito ad aprire, perché non voglio che pensi che la stia aspettando con impazienza e neppure che ero alla finestra a spiare il suo arrivo. Lascerò passare sennonché qualche secondo, anzi molti secondi, proprio come se stessi facendo altro, anche se di certo è che sono agitata e fin troppo tesa.

In realtà non è la prima volta che mi porto a letto una ragazza e a questo punto dovrei averci fatto il callo, tuttavia il fatto è che questo è un caso realmente speciale, siccome prima d’ogni altra cosa Anita non è una ragazza qualsiasi: Anita è una gran fica come se ne trovano poche in giro. Non è però neanche questo il punto, più che altro è la situazione che m’ingarbuglia e che m’intriga, in quanto è tutta minuziosa e particolare: Anita sta venendo da me deliberatamente, di proposito, perché dobbiamo infilarci a letto e dobbiamo fare l’amore. Lei ci viene, perché a letto con una ragazza non c’è mai stata e stamattina io le ho messo la pulce nell’orecchio stuzzicandola a fondo, l’ho istigata e persuasa per quest’idea e adesso è qui proprio per provare e per vedere che effetto fa.

Stamattina io ero all’università sostanzialmente per fare niente, dato che le lezioni sono finite e gli esami li ho già sostenuti. Ero concentrata a guardarmi in giro per perdere tempo e seduta sul parapetto del chiostro ho trovato lei, Anita. Un poco la conoscevo di vista, come una delle tante compagne di corso, però non della mia compagnia. Addirittura pure lei si trovava là a far niente e così mi sono fermata per fare due pettegolezzi, abbiamo discusso, io l’ho guardata, l’ho sentita ridere e in un certo senso l’ho valutata. E’ una ragazza bellissima, per non dire proprio una gran fica, cosicché ho deciso che con lei dovevo provarci.

No, sapete, io non sono lesbica, i ragazzi mi piacciono e al paese ho anche un promesso sposo che alla fine prenderò per marito, nondimeno mi piacciono anche le ragazze e soprattutto mi piacciono le sfide. Stamattina Anita è stata la sfida nella quale mi sono scagliata, in realtà io l’ho braccata e incalzata intenzionalmente in maniera tale che lei si presentasse in prossimità dell’ufficio amministrativo della facoltà per darle degli opuscoli che le sarebbero potuti servire successivamente per l’autunno:

“Dimmi una cosa? Dopo pranzo che cosa fai?”.

“Nel dopo pranzo io resto in casa a dormire, oppure vado in piscina”.

“E per la sera invece?”.

“La sera c’è il ragazzo con cui uscire”.

“Pertanto la sera si scopa da come suppongo, non è così?”.

No, per niente, lei non si è per nulla scandalizzata né turbata per la mia battuta, anzi, poiché dopo un attimo di pudore ha riso e ha confessato che sì, il ragazzo pure lei lo sta maneggiando soprattutto per quel motivo:

“E tu?”.

Ecco l’insperato appiglio, il pretesto buono per iniziare a lavorarmela. Le ho raccontato che io il ragazzo ce l’ho al paese e lo vedo solamente una volta alla fine della settimana, dopo con l’aria più normale e usuale di questo mondo ho lanciato l’amo:

“Durante la settimana invece, io mi faccio la ragazza con cui divido la casa”.

Lei m’ha squadrato in maniera incredula rimanendo alquanto disorientata, poi ha riso e m’ha accusato benevolmente di prenderla in giro. Io ho aspettato che terminasse di sollazzarsi e le ho chiarito illustrandole per bene che non si trattava per nulla d’una burla, tenuto conto che Simona io me la scopo per davvero. Lei non voleva ritenerlo attuabile né fattibile, di questo andare io le ho esposto pacatamente nell’insieme delle nostre vicende, le ho raccontato delle nostre abitudini serali piuttosto singolari e uniche, di come abbiamo cominciato tanti anni fa, delle altre ragazze con le quali io sono stata a letto e del fatto che mi piacciano i ragazzi, ma anche le ragazze, così appena posso me le faccio. Il suo rimanerci di stucco e la sua incredulità poco per volta si è trasformata in piena curiosità, in vera indiscrezione e in desiderio di sapere. Buon segno, soprattutto per il fatto che non m’abbia guardato come una depravata e una pervertita pericolosa e non sia schizzata via: altro che sgusciare via, tutt’altro, lei m’ascoltava per l’occasione diligentemente con la bocca aperta:

“E tu chiaramente, con una ragazza non hai mai provato”.

“No, che non ho provato”.

“Possibile, che nessuna ci abbia mai provato con te?”.

“Certo che no, figurati”.

“E se qualcuna ci avesse provato, tu che cosa avresti fatto?”.

Lei in quell’occasione m’ha esaminato in maniera confusa, disorientata e piuttosto esitante. In pratica si stava interrogando intimamente, stava reclamando indubitabilmente per la prima volta verso sé stessa di quella bizzarra, fantasiosa e stravagante richiesta appena ricevuta:

“Se io ci tentassi seriamente, tu come reagiresti?”.

In quella circostanza lei non ha risposto, perché in quella condizione sembrava chiederselo intimamente senza trovare sennonché un’adeguata né un’idonea risposta. Lei comunque non si è inorridita né è fuggita via, non m’ha mandato a quel paese, viceversa, ha sorriso con il suo splendore da brava ragazza e m’ha dato ancora ulteriormente spago:

“Sono curiosa, la faccenda m’interessa. Come faresti per provarci?”.

“Potrei invitarti a casa mia, per esempio con una scusa”.

L’amo al momento è lanciato, la sfida adesso non è più unicamente quella di portarmela a letto, la prova adesso è anche quella di Anita che si sta interrogando, sta provocando le sue intrinseche paure, si sta mettendo sotto esame, si sta cimentando in un’inedita ed estrosa impresa. Mi piacciono le persone con la mente ampia e aperta, che sanno interrogarsi, mettersi in discussione, che non s’appiattiscono né s’uniformano sulle abitudini, sulle convenzioni e sui luoghi comuni. Le persone che non rifiutano, che non scartano a priori le cose che non conoscono, ma cercano di capirle, di valutarle e magari poi le accettano, o magari no, in ultimo rinunciando con garbo. Anita ci stava pensando davvero, assidua e costante però la ragazza, una di quelle che non ha per nulla angoscia né inquietudine della propria ombra, l’esatto contrario di molti altri individui, in quanto non azzardano né osano guardare cercando magari di spingersi una spanna più in là del proprio naso:

“E se ci venissi davvero?” - mi espone maliziosamente lei, visibilmente intrigata perla circostanza.

“Se tu venissi, allora sarebbe la prova reale di tutto, perché avrai preferito scegliendo in ultimo di tentare senza farti ammonire né persuadere da influenze esterne. Io ti farei pacificamente verificare e liberamente sperimentare il tutto senz’incertezze né timori né titubanze alcune”.

A dire il vero le si leggeva chiaramente in faccia sia la contraddizione sia la discordanza, tra la paura della brava bambina che queste cose non le pensa neppure, e al tempo stesso la perforante lusinga assieme alla trapanante tentazione di non lasciarsi sfuggire per nulla quell’inattesa occasione, vedendo in fin dei conti realmente l’effetto che successivamente avrebbe fatto. In questo modo io ho osato, le ho rubato la matita che aveva in mano, le ho sottratto il libro che stava studiando e sul margine d’una pagina a caso le ho scritto l’indirizzo e ho chiuso il libro. Se vuole, adesso la pagina se la cerca, però deve volerlo e se lo deve sfogliare tutto, ho pensato io malignamente congedandomi:

“Oggi, alle quattro” - le ho ribadito e di questo andare me ne sono andata via.

Io mi davo una probabilità di successo su cento, magari su mille, invece eccola comparire, puntuale come un treno svizzero con la sua espressione limpida e serena, con indosso la sua maglietta sbarazzina e spigliata della Juventus. Ed ecco lo squillo del campanello, tra l’altro bello, deciso e robusto:

“Sì, chi è?”.

“Sono Anita”.

“Non pensavo che avresti trovato il coraggio”.

“L’ho trovato”.

“Lo sai che cosa ti succederà se salirai?”.

“Sì, a grandi linee penso di sì. Dai su, aprimi, che quaggiù c’è un sole che mi cuoce”.

Energicamente e fermamente disorientante la ragazza. Impressionante e sconcertante, sennonché con le idee chiare, sfrontata e spudorata davvero come poche.

“Quarto piano, la porta è quella a destra. Vieni, dai, sali su”.

Io faccio scattare l’apertura dell’entrata principale, intanto che mi conforto, congratulandomi e rincuorandomi appieno con me stessa.

{Idraulico anno 1999}