i racconti di Milu
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“Vedi che roba, ma guardale un attimo. Ti rendi conto?”.

“Ogni giorno che passa diventano di continuo più fighe e stuzzicanti”.

“Di’ un po’, sono insieme anche questa mattina?”.

“Non lo sai? Loro sono sempre insieme, girano simultaneamente”.

“Io la penso malgrado ciò di continuo allo stesso modo” - farfugliò contrariato Paolo, per quello spettegolare avventato, ingenuo e sempliciotto attorno al distributore del caffè.

“Ancora con questa storia, adesso basta” - aggiunse Ignazio, con il preciso e solerte intendimento di zittirlo disapprovando:

“Adesso hai seriamente rotto il cazzo”.

“Dai, se non sono lesbiche quelle vorrei sapere realmente chi lo è”.

“Sappi una cosa: tanto per cominciare Cristina e Valeria sono sorelle” - s’intromise il terzo ragazzo, sebbene abbiano caratteri, doti e qualità differenti.

“Precisamente, Cristina e Valeria sono sorelle” - ribatté fermamente Ignazio, però l’altro scrollando energicamente le spalle aggiunse:

“Non me ne frega un cazzo di Cristina né di Valeria. Io vi dico che quelle due sono lesbiche, se non lo capite sono cazzi vostri” - si sfogò infine Paolo, stufo di non essere ascoltato né preso sul serio.

Appoggiato alla ringhiera Franco levò nel frattempo gli ormeggi da quell’ennesima e inutile conversazione per dedicarsi completamente a quanto davvero gli stava a cuore, all’unico motivo per il quale si svegliava la mattina presto alle quattro. Non coinvolto ed estraneo al mondo delle voci, si dedicò unicamente cercando di scrutare fra la folla al pian terreno per focalizzarla meglio che poteva, perché lei adesso era lì, nitida come lo sono solamente le cose vere o talvolta pure i sogni. Quei capelli rossi luccicanti sotto la luce artificiale dei neon, mescolata a quella chiara dal mattino, con i seni sodi che dall’alto avevano la perfetta forma di due mele, dal momento che lui ne individuava chiaramente ravvisandone il solco profondo di quell’attraente e delizioso avvallamento. Con gli occhi la seguì salire su per le scale, visto che quelle natiche avvenenti di gioventù ed esercizio si muovevano come i piatti della bilancia, fasciate dai veli della cortissima gonna. Era così sfacciata da mostrarsi in quel modo in un pentolone ribollente di ormoni, a ottobre per giunta, quando qualunque altra gamba è coperta, eppure lei era così bella e seducente. Erano stati questi due episodi ad averlo infatti attratto già quel tempo lontano, quell’unione complementare deliziosa e sfacciata, ma se fosse stata solamente l’una o l’altra cosa probabilmente non avrebbe funzionato, poiché quasi certamente avrebbe continuato a non trovare che le ragazze fossero piacevoli, in quanto avrebbe continuato a preferire le alternative dei videogiochi.

Lei era impertinente e talvolta svergognata, perché decideva qualunque cosa da sola senza alcun coinvolgimento né implicazione esterna, estranea ai principi, assente addirittura al corso del tempo. Le stagioni dovevano adeguarsi al suo ritmo, piegarsi ai suoi desideri e se lei voleva mettere un top in gennaio lo avrebbe indossato, dato che per il suo ombelico scoperto sarebbe stata semplicemente una giornata di sole. Era attraente, bianca e rossa come una vampira bambina, lei passò accanto in quel momento, lui trattenne il fiato, però cercò di non darlo a vedere, anche se i due amici capirono e sembrarono sul punto di deriderlo all’istante:

“Franco, ciao” - sorrise nella sua direzione, solo ed esclusivamente verso di lui.

Lui salutò a sua volta tirando un sorriso un po’ bizzarro, lei si era già voltata e stava proseguendo verso l’aula, in quanto lui era già contento così, ma accanto alla sua ninfa privata come una custode Laura già gli mostrava una volta di più, perché se uno sguardo avesse potuto uccidere lui sarebbe morto già da tempo. Simona era un’elegante ragazza, secondo alcuni affascinante quanto Giovanna, con un ordinato caschetto nero, le gambe lunghe, i seni piccoli e rotondi come delle pesche e dei jeans con la vita bassa che stringevano un sedere di tutto rispetto. Franco non riusciva però in alcun modo a sentirsi attratto né tentato da lei, quasi certamente perché quella troia non faceva che guardarlo malissimo e stroncare qualunque cosa lui accennasse o dicesse. Da quando in seconda liceo, erano finiti nella stessa classe, si erano appiccicate come delle cozze allo scoglio, e se proprio doveva scegliere Simona era la mitilo e Giovanna il faraglione. Quest’aspetto aveva compromesso intaccando crudelmente quello che si preannunciava essere un buon punto di partenza per la relazione con la rossa: dopotutto l’aveva seguita in quella scuola, visto che lui avrebbe voluto frequentare il liceo scientifico, perché con la scusa d’essere l’unico che conosceva in tutto l’istituto forse si sarebbero ulteriormente avvicinati. Allo squillare della campanella salutò Ignazio e si diresse in aula con Paolo, perché entrando assaporò fin nell’intimo il profumo di Giovanna, giacché emanava una nitida fragranza agrodolce di mela verde.

Appoggiata allo stipite continuava a chiacchierare con Simona e con alcuni ragazzi, disinteressata agli sguardi a volte adoranti e a volte famelici che le venivano rivolti, altezzosa e annoiata come unicamente chi è abituato ad attirare l’attenzione e lo trova per di più piuttosto penoso. Nondimeno era certo che lei lo guardasse inviandogli oscuri segnali invitandolo peraltro a decifrarli; onestamente non ne aveva mai avuto tempo sia perché duravano troppo poco sia perché Simona lo inceneriva con le sue occhiate da furetto contrariato e infastidito, finché un giorno nell’ora della lezione di chimica s’addormentò, in quanto venne bruscamente svegliato dal rumore d’una mano che picchiava la cattedra, e quando aprì gli occhi il suo pene era diventato duro come un sasso, tanto che avrebbe potuto sollevarci il banco. Fu piuttosto imbarazzante soprattutto perché Giovanna come se non avesse prestato attenzione ad altro, prima lo corteggiò con ammiccamenti e con risatine complici e dopo un po’ gli allungò un foglio dove con la sua calligrafia gli chiedeva ingenuamente che cosa avesse sognato. Da una parte era un’occasione d’oro, ogni occasione per parlarle o scriverle, eppure dall’altra non poteva assolutamente dirle che aveva sognato lei e che nei suoi sogni aveva come unico interesse quello di provocarlo, d’eccitarlo e di stuzzicarlo all’inverosimile. Lei scrisse con la sua calligrafia decisamente meno graziosa, lei di getto subito rispose:

“Dai, su”.

“No, sul serio, lascia stare. Nulla di particolare”.

“Io insisto, su coraggio, quest’uomo mi sta ammazzando di noia e tu non vuoi che io muoia, giusto?”.

“Anche perché a questo punto io t’avrei indubbiamente sulla coscienza”.

“Esattamente, su avanti, tanto i sogni sono soltanto sogni, perché non hanno niente a che fare con la realtà, nascono da stimoli talvolta completamente assurdi, incoerenti e illogici”.

Franco ci pensò su per un istante, successivamente lei si piegò verso di lui, poiché i suoi seni morbidi che affioravano dalla camicetta sbottonata premevano chiaramente sul banco con il preciso intento di mostrarsi in tutta la loro rotondità, fino a permettere al capezzolo d’esporsi. Piuttosto convinto Franco posò il foglio sul libro e coprendolo con un braccio cominciò a scrivere:

“Va bene, allora ho sognato te. Dev’essere perché sei qui vicina, non so di preciso, tutto qui”. Glielo mostrò e lei fece un riso arguto, pungente e sarcastico, accompagnato malgrado ciò da un’ansiosa, anelante e imminente voglia di conoscere quei briosi e spigliati eventi.

“Racconta ancora, dove ci trovavamo?”. Lui si rammaricò accennandole della camera, lei compilò:

“Che cosa eseguivo precisamente? Non essere modesto né schivo né timido, su dimmelo. Con abbondanza di dettagli però, dai descrivimi tutto, esponi di me, di te, tutto quello che accade, ti prego”.

Lui sennonché capitolò, Franco repentinamente cedette e imboscò nuovamente lo scritto lacerato dal quaderno, giacché non potendo resistere all’incalzante ingordigia di sapere di lei, iniziò in tal modo torpidamente a comporre:

“Sarà un po’ riassuntivo, perché non me lo ricordo bene, poi certe cose cambiano senza motivo, sai, come in tutti i sogni. La prima cosa che ricordo è che stavamo ascoltando una lezione, questa qua, io mi stavo facendo gli affari miei, a un certo punto mi volto per guardarti come se non facessi altro tutto il giorno e ti trovo meravigliosa. Tu hai i seni premuti uno contro l’altro come adesso, sono alti e riesco a vederli dalla camicetta, perché non porti il reggiseno e quando t’accorgi che io ti sto guardando tu fai finta di nulla, guardi il professore e allenti un bottone. Così io vedo l’avvallamento e lo trovo bellissimo, e tu sempre facendo finta di niente ne sbottoni un altro. Tu sei naturale però, sai, come se ti stessi facendo aria per il caldo e nessuno ci fa caso, dato che non riescono a vederti. Io logicamente non riesco a smettere di guardarti, giacché non so se tu ti stai accorgendo di quello che stai facendo, poi come se m’avessi letto nella mente tu avvicini una mano a un seno e lo sfiori leggermente con l’indice, poi le tue dita spariscono sotto il tessuto e le vedo muoversi e capisco che ti stai pizzicando il capezzolo, lo vedo perché lo stringi e lo tiri, poi vedo la forma quando lo lasci per andare dall’altro. A me naturalmente viene sempre duro nel sogno, me ne accorgo, allora cerco di non guardarti, però non ci riesco, dato che come se tu avessi fatto una specie d’incantesimo, io continuo a fissarti mentre ti tocchi, poi succhi un dito in modo carino. Ti bagni il capezzolo, lo massaggi piano sempre facendo finta di niente, come se fosse normale e come se stessi mandando un SMS di nascosto, non lo so. Poi prendi una matita dal mio banco e in quel momento i nostri sguardi s’incrociano e anche se era già logico, io capisco in quel momento che tu sai che ti sto guardando e che vuoi essere osservata”.

Il foglio gli scivolò appena dalle mani, appesantito e indolenzito dalle sue stesse parole, Franco non fece nulla quando Giovanna compilò con la stilografica in alto nello spigolo del foglio:

“Dimmi una cosa: s’assomiglia per caso a questa qui davanti la matita in questione?” - abbozzò lei in modo scaltro e smaliziato. Il ragazzo annuì, in seguito con quella stessa matita lei celermente scrisse:

“In seguito che cos’altro successe?” - lui ormai lanciato e infervorato continuò a esporre:

“Dopo hai iniziato a inanellarti la capigliatura con un lapis, io pensavo che tu avessi dei capelli bellissimi, poi l’hai messa in bocca e l’hai fatta scorrere sul collo e sul seno, proprio in mezzo là di sotto e l’hai affondata un po’ di volte, sai, dai, non serve che te lo dica, l’avrai capito certamente, no? Nel senso, così come se lo stessi facendo con un pene. Poi t’abbassi da una parte, sollevandoti su un lato tenendo le gambe accavallate e fai scendere la matita che ti sparisce fra le cosce. Io non vedo bene e so che dovrei essere sconvolto, però non lo sono, cioè, dal momento che sembra come se stessimo giocando e non ci fosse nessuno e ci fossimo messi d’accordo. Tu hai la mano nascosta dalle gambe, ma vedo che il polso si muove e ti mordi piano le labbra e butti un po’ la testa indietro. Con l’altra mano slacci altri due bottoni, visto che ne hai soltanto uno che si chiude sotto l’ombelico, t’accarezzi un attimo un seno e allarghi le gambe, in quell’istante io riesco a sentire il tuo odore. Tu ti giri con la schiena rivolta alla parete, schiudi un po’ lo cosce, mentre io vedo benissimo che stai facendo entrare la mia matita, però non vedo esattamente perché hai le mutandine”.

“Di che colore sono?” - lei a quel punto lo interruppe senza troncare il flusso dei suoi ricordi, ormai fusi e mescolati alla fantasia e ai pensieri del momento.

“Sono di colore azzurro, sì, sono chiare, perché le vedo più scure dove capisco che sei bagnata”.

Lei accalorata e curiosa incalzando in modo famelico lo assecondò:

“Dai, su continua, mi piace”.

“Io assisto che la matita ti entra chiaramente nelle mutande, ma non da sopra, bensì dal fianco, cioè di lato dall’elastico mentre io ti sussurro qualcosa che però non ricordo, sarà una cosa senza senso come capita nei sogni, tu allora scosti il bordo delle mutandine, le sposti insomma, a quel punto io riesco finalmente a vedertela. La cosa più incantevole è che vedo la matita entrare dentro quel foltissimo e arrappante nerissimo boschetto e penso che va davvero a fondo, perché poi la tiri fuori ed è bagnata un bel pezzo. La fessura è piena da una specie di schiuma bianca, vedo com’è lunga quando la tiri fuori e la fai salire fino al clitoride. Sì, lì, alla fine la muovi, il clitoride è rosso e si sposta come tu gli dici, la schiuma aumenta, poi rimetti dentro la matita e continui così, io m’accorgo dopo un po’ che un rigagnolo ti scende fra le natiche e ti bagna la sedia mentre penso che vorrei leccarlo. Tu mi leggi nella mente e mi dici di farlo, perché non c’è nessuno. Io ti credo, cioè, io so che è vero che non c’è nessuno, anche se non ha senso perché prima c’era la lezione, ma sai che i sogni cambiano le cose senza senso, allora io mi chino e ti lecco la sedia, raccolgo tutto e quello che sento dato che mi piace molto e davanti agli occhi ho la matita che continua a fare su e giù. Io continuo a leccare, fino a quando tu a un certo punto lasci la matita dentro, però non la tieni più, lei scivola, allora io la prendo come se qualcuno m’avesse detto di farlo e comincio a muoverla, ma in modo diverso da come facevi tu, perché io la muovo in orizzontale, e anche se continui a bagnare la sedia vedo che così non tocco il clitoride. Allora m’inginocchio sul pavimento e comincio a passarci la lingua come tu ci passavi la matita, poi lo prendo proprio in bocca e lo succhio, poi lo lecco ancora e intanto ti lecco anche le labbra tutte bagnate, ogni tanto pulisco la sedia e poi torno sul clitoride, siccome sento che godi, perché prima sospiravi forte, adesso da un po’ hai cominciato a gemere e mi piace tanto come lo fai, sei bellissima, io la prendo tutta in bocca e continuo a muovere la matita che così passa in mezzo e ti entra dentro insieme alla mia lingua. Tu spingi forte la testa come se volessi farmi entrare, io alzo un attimo gli occhi e vedo che tu sei proprio splendida, allora ti scopri un seno e me lo porgi, io m’alzo un po’ e lo succhio bagnandoti. Anch’io sono tutto bagnato sul mento, però intanto sotto siamo in tre, le mie dita, le tue dita e la matita, io e lei entriamo dentro e tu massaggi il clitoride. Allora tu mi dici di sì con la mente, che devo masturbarmi, allora io m’abbasso ancora, torno a leccarti e intanto me lo tiro fuori, tu mi chiedi d’alzarmi e di sborrarti sulla pelosissima e nera fica, però senza penetrarti. Io lo faccio, tu mescoli i nostri liquidi spingendomi di nuovo la testa sotto e muovendoti tutta verso di me, io eseguo e continuo di fatto l’opera interrotta”.

“Aspetta, racconta un attimo. Io gradisco per tutto ciò che m’accade?” - invocò lei con la grafia alquanto incerta, instabile e vacillante.

“Io direi veramente di sì, al cento per cento, senza alcun dubbio. Io ce l’ho già bello duro, dato che vorrei mettertelo dentro, eppure mi supplichi di continuare a fare quello che stavo eseguendo con la lingua, perché muovi talmente veloce la matita che a volte mi colpisce il mento, lo fai proprio velocissima, la mandi così in fondo che entri anche con le dita, a quel punto io non ce la faccio più, dato che ti levo le mutandine, tu me lo lasci fare e ti faccio mettere con i gomiti sul banco”.

“E dopo mi prendi da dietro?”.

“Non lo so, sono chiaramente amareggiato e desolato, perché il sogno finisce qui”.

“No, dai, allora mi prendi da dietro, è vero?” - mi sollecita lei spronandomi alquanto incuriosita e infervorata, assecondandomi e caldeggiandomi in maniera degna e compiaciuta per quanto appena esposto.

“Sì, certamente, prima davanti e poi da dietro” - aggiungo io animato, carico e ispirato al momento più che mai.

“Dimmi una cosa, ci metti anche la matita? E’ così?”.

“Sì, esatto”.

“In fondo?”.

“Sì, molto, visto che entra benissimo Il banco però stona contro il pavimento, perché ci muoviamo molto”.

“Tu entri forte, sei anche veloce? Entri tutto?”.

“Sì, fino al limite”.

“E ci piace?”.

“Tantissimo è una meraviglia”.

Il suono forte, inatteso e sgradevole della campanella lo picchiò in quell’istante in testa come un martello per il ghiaccio scompaginandolo, il cervello sussultò traumatizzato per un po’ e di riflesso lui nascose velocemente il foglio sotto quel quaderno, dal momento che cercò di reagire prima ancora di comprendere che cosa fosse successo, però nei jeans una tormentosa e vistosa erezione si rivelava comprensibilmente chiara. Giovanna s’alzò lentamente dal proprio posto, benché chiamata da Simona, lo guardò per un attimo, chiuse i libri e facendo finta di nulla uscì nel corridoio. Ancora angosciato e sconvolto lui dovette seguire Paolo. Nell’alzarsi notò perfettamente l’alone umido sulla sedia di lei e allora la sua attenzione volò immediatamente alla matita sul banco, quella matita era umida e scivolosa, lui se l’accostò al naso inalandone i profumi del sogno in maniera chiara e distinta. Appena che uscirono riferì ai suoi amici che doveva andare in bagno, dicendo loro d’aspettarli al distributore del caffè per darsi un tono, perché pochi giorni dopo iniziavano le vacanze di Natale, lente, però intervallate da meravigliosi messaggi scambiati con Giovanna, messaggi immorali, sconci e spinti dove artificiosamente in maniera ingenua lei lo provocava finendo per domandargli a notte tarda dove glielo avrebbe infilato, per quante volte, per quanto, come e dove. Non si videro mai.

Al ritorno in classe, quei posti vennero nuovamente scambiati e così lui finì vicino a una ragazzina cretina e sprovveduta con un diario che somigliava un po’ a un mattone e un po’ alla documentazione dell’anagrafe, cosicché Giovanna si ritrovò in prima fila dall’altra parte della classe. Le cose continuavano come sempre, lei lo salutava bonariamente sorridendo, però nulla di più. Lui era comunque felice e positivo d’animo. L’unica situazione diversa adesso era stata la maniera in cui Simona lo guardava per intero con una sbirciata quasi assassina, visto che i suoi erano occhi che lo avrebbero scandagliato e dopo sviscerato. Ogni mattina appoggiato alla ringhiera ascoltava e pensava più o meno trivialmente alla sua donna, o almeno verso quella donna che era stata sua mille volte in quelle incalcolabili e inclassificabili fantasie, che per qualche attimo sospeso nel tempo avevano entrambi persino condiviso. Era risaputo che lui si fosse infatuato perdendosi radicalmente per lei, malgrado ciò nessuno prendeva sul serio la questione, però a lui non importava molto, dato che gli bastava anche solamente guardarla ancora. Forse dopotutto, ripensandoci adesso, Ignazio non aveva avuto tutti i torti, anche a me sembrano un po’ lesbiche replicava di continuo lui, Franco di questo andare rispose distrattamente al biglietto:

“Tu che cosa dici?”.

“Dico di sì, eccome. A proposito di faccende da sostenere, adesso smettila di sgranocchiare la matita, perché fa un rumore davvero fastidioso e francamente mi fa anche un po’ schifo”.

Il ragazzo si piegò quel tanto che bastava per guardare la sua amata e prediletta scambiarsi nel frattempo un foglietto con il compagno di banco:

“Tu dici?” - scrisse ancora lui, questa volta più che mai convinto e ormai persuaso, ma incurante e indifferente d’ogni cosa, anche se in cuor suo gli avvenimenti avevano già preso un altro andamento, un’altra inattesa e inesplorata piega sconosciuta sennonché ai più.

{Idraulico anno 1999}