i racconti di Milu
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Ero in città con mio fratello Domenico da un annetto. Entrambi studenti all'università, vivevamo in un appartamento fittato dai nostri. L'unico però che prendeva seriamente lo studio era mio fratello. Trascorreva notti intere sui libri, al mattino presto era già a ripetere, la sua stanza era un inferno di fotocopie, libri, appunti, fogli volanti, matite e penne. Questa differenza tra me e lui si vedeva soprattutto sfogliando i nostri libretti universitari. Lui aveva dato otto esami ed aveva ottenuto il massimo dei voti, ad un esame addirittura aveva beccato una lode. Io avevo dato solo due esami ed i voti non erano granché. Nonostante vivessimo così diversamente la vita universitaria ci rispettavamo. Io lo lasciavo studiare in tranquillità, lui mi permetteva di portare ragazzi in casa. A me sembrava un accordo più che convincente. In un anno ce ne erano già stati diversi. Lontano da casa avevo scoperto la mia sessualità e me la godevo pienamente. Non avevo ciò che si chiama un "ragazzo fisso", ne cambiavo quando mi pareva, tanto meno cercavo relazioni durature. Mi bastava provare piacere libera da condizionamenti. Mio fratello non era così libertino e da quel che ne sapevo, in un anno, non era mai uscito con una ragazza. Si concedeva un solo passatempo settimanale, una partita di calcetto con gli amici. Era strano, tuttavia lo apprezzavo perché era felice così e soprattutto perché mi lasciava tutta la libertà che desideravo. Ero persino libera di scopare con i suoi amici.

Bene, proprio una sera in cui a letto con me c'era il suo compagno di studi, Paco, si accese la miccia che mi portò a fare la mia più clamorosa follia. Tutto accadde perché, nel fare roba, alzai la voce un po' più del consueto. Non che Paco mi stesse sbatacchiando in un modo tale da farmi perdere i freni inibitori, ma fui io che senza ragione presi a lasciarmi andare in voluttuosi ed intensi gridolini a tutto volume. Mio fratello, che come al solito studiava, non tardò a richiamarmi: "Patrizia sto studiando!". Io continuai e lui ancora urlò dalla sua camera: "Patrizia abbassa la voce!". Io mi tappai la bocca con un gesto irridente, poi abbassai subito il tono della mia eccitazione. Paco invece si fermò ridendo di tutto gusto. "Che cazzo ridi?", gli dissi guardandolo immobile tra le cosce. "Niente, siete strani voi due. Così diversi", disse e riprese a fottermi. "Lo so", feci io e lui seguitò tra gli sforzi della scopata: "E pensare che Domenico ha un cazzo che tutti noi gli invidiamo ma non lo usa mai". "Che? Che hai detto?", chiesi spiegazioni. "Bhe si, negli spogliatoi al campetto dopo le partite, l'abbiamo visto tutti il cazzone che ha", fece lui continuando a scoparmi. Non so come sia possibile, non chiedetemelo, ma a me quelle parole mi eccitarono di brutto. La mia mente si aprì immediatamente a decine di immagini e sensazioni, trasalii e venni di colpo, una, due, tre volte. Paco non si spiegava il mio profondo e ripetuto piacere. Continuava a scoparmi inzuppando il suo cazzo nella mia vagina brodosa. Dovette pensare che era bravo, che mi stava facendo impazzire, io invece pensavo a mio fratello.

Me lo immaginavo nudo negli spogliatoi con il suo cazzo grande, ma grande quanto? Lo chiesi a Paco nel bel mezzo della scopata: "Scusa ma quanto è grande il cazzo di mio fratello?". Lui fu colto di sorpresa poi mi rispose: "Non so, ma è più grande del mio e di quello degli altri”. Aggiunse: “Quasi gli penzola tra le ginocchia, immagina!". Io restai senza parole, la mia mente viaggiava, Paco mi scopava, ma io pensavo ad altro, al grande cazzo di mio fratello e mi mordevo le labbra e continuavo a venire senza sosta. Quando Paco si spense dentro di me, io avevo ancora una voglia matta. Mi affrettai a dirgli addio. Lo salutai carinamente, lo baciai, ci scambiammo effusioni e lo accompagnai alla porta. La chiusi subito. Ero nuda e con la mente ancora scossa da quella strana eccitazione che mi aveva procurato Paco con le sue affermazioni sul conto di mio fratello. Un cazzo grande, più grande di quello dei suoi amici, talmente grande che gli penzolava tra le ginocchia, pensavo. Incredibile. Non so come ma mi ritrovai nel corridoio, distesa sul pavimento, accanto alla porta chiusa della camera di Domenico.

Lui andava avanti e indietro proiettando la sua ombra attraverso il vetro della porta, ripetendo e leggendo ad alta voce. Io ero lì fuori e mi masturbavo. Con le mani torturavo il mio clitoride ed esplodevo in nuovi orgasmi, mi contorcevo, mi dimenavo. Non so cosa mi prendeva ma continuavo a masturbarmi e ad agitarmi irrequieta tra i miei orgasmi. In pochi attimi ero distesa in una pozza di umori diffusi sul pavimento mentre mio fratello nella sua camera ripeteva le sue lezioni ad alta voce. Un cazzo grande, più grande di quello di Paco e degli altri. Mi ripetevo e sbrodolavo. Pensai che ero un'idiota, insomma si trattava del solito cliché della letteratura erotica, lui con cazzo grande e lei che ne resta ammaliata, con tutte le infinite varianti tra giardinieri, boss, vicini di casa, per non parlare poi dei familiari! Non potevo trovarmi al centro di quei racconti così stupidi. Però mi piaceva, cazzo quanto mi piaceva masturbarmi pensando di avere un fratello dotato. E se Paco avesse solo detto una stronzata? Non mi importava, era fantastica quella fantasia.
Improvvisamente la porta della camera di Domenico si aprì: "Patrizia! Patrizia che ti prende? Stai bene?". "Oh si certo, non è successo niente", dissi coprendomi tette e figa. "Sei svenuta? Che diavolo è successo?", disse con tono spaventato e continuò: “Un abbassamento di pressione forse?”. "Niente davvero. Non è successo niente, mi metto subito in ordine, non preoccuparti", gli risposi ma Domenico si chinò verso di me per sollevarmi: "Ma che.. qui è tutto bagnato!", esclamò. "Bhe sì, è caduta un po' d'acqua", dissi io rossa come un peperone mentre lui mi tirava su prendendomi per le mani. Ero nuda, lui sembrava non farci caso, preoccupato solo del mio stato di salute. "Su va a vestirti, io pulisco a terra. Stasera ordiniamo qualcosa di sostanzioso, devi recuperare energie". Io tacevo, lui parlava preoccupato: "Non vorrei insistere ma se non ti dai una regolata con la tua vita sessuale puoi deperirti", mi disse con affettuoso tono di rimprovero. Io andai in camera mia imbarazzatissima e presi i miei vestiti, poi ci ripensai. Dovevo andare oltre. Dovevo sapere se Paco aveva detto la verità. Avevo voglia di fare conoscenza del suo cazzone, impazzivo.

Tornai da lui che intanto puliva nel corridoio con uno strofinaccio. "Hey Domenico", richiamai la sua attenzione. Lui sollevò il capo verso di me ancora nuda e disse: "Oh ma ti copri o no?". "Paco dice che hai un..", tentennai per un attimo, "un pene più grande del suo ed anche dei tuoi amici". "Esagera e non dovrebbe venirti a dire certe cose", mi rispose continuando a pulire il pavimento. "Ma davvero ce l'hai così grande come dice?", continuai. "Insomma ma che vogliono da me! Mi stanno seccando con questa storia, che ci posso fare?", disse lui. Io lo guardai ingolosita da quella conferma indiretta. "Saranno invidiosi", dissi. Lui tacque e si rialzò lasciando il pavimento asciutto poi mi guardò e fece: "Insomma vai a vestirti?". "Perché non ti spogli tu?", gli proposi con tono ingenuo. Lui mi guardò stupito, non sapeva che dirmi e continuai: "Voglio vedere il tuo cazzo". Lui fece un sorriso smorzato e rispose: "Sei fuori. Hai fumato o hai voglia di prendermi anche tu in giro?". "Ho solo voglia di vedere il tuo cazzo", insistetti. "Dai vatti a vestire", mi disse e fece per tornarsene in camera. Mi frapposi fra lui e l'entrata e lo ammonii: "Se non ti spogli, io in casa non mi vestirò più". "Dannazione Patrizia, ma che ragionamenti sono!", esclamò. "Sono ragionamenti da donna, non puoi capirli", gli dissi. Lui mi fissò poi fece: "Ok, ma solo per poco!". Annuii sapendo già che non mi sarebbe bastato mentre lui si dava dell'idiota e mi accusava di essere stupida e capricciosa. Con un movimento che mi sembrò lungo una eternità tirò fuori il suo affare dalla patta dei jeans. Ciò che vidi mi riempì di stupore, restai meravigliata, sorpresa dalle fattezze monumentali del suo arnese, bianco e liscio, bello carnoso e spesso, lungo, davvero lungo. Lo guardavo senza riuscire a dire nulla, sconvolta e senza fiato. Finì tra le mie mani senza che Domenico potesse fiatare, lo massaggiai e lo masturbai, lo sentivo indurirsi e riempirsi di energia. Mi ci curvai e fu nella mia bocca. Che bello, che sensazione di calore e carica erotica. Mi sembrò profumato e continuava ad ingrossarsi dentro la mia gola e mi riempiva tutta. Domenico farfugliò qualcosa che non compresi. Lo afferrai per il cazzo e lo portai in camera sua.

Mi poggiai sulla sua scrivania, col culo sui libri aperti ed i gomiti che fecero cascare un portapenne. “Ti prego, sto morendo di voglia”, gli dissi come una gatta. Divaricai bene le gambe, lui si accostò a me e con irruenza sfilò la camicia restando a petto nudo. Portò il suo cazzo sulla mia vagina, avvertii la cappella umida entrarmi tra le labbra, poi lui allungò le braccia e mi afferrò le gambe sollevandole. Mi spinse il suo cazzo dentro. Una folla di pensieri si affacciò alla mia mente. Fortuna che ero decisamente ben lubrificata, non sarebbe stato possibile altrimenti prendere quel palo. Ansimai sentendomi penetrare, poi si seguirono botte d’anca drastiche. Il suo cazzone si faceva largo dentro di me, mi sentivo la figa stracciare, divenire rovente, ogni colpo era una gioiosa pugnalata di piacere e dolore. Mi fotteva e spingeva l’asta più in profondità. Guardava le espressioni contorte dal piacere che non intendevo nascondere. “Così”, gli dissi. Lui si chinò su di me col bacino e con una voce disarmonica mi ordinò: “Aggrappati a me”. Lo feci. Si rialzò con me tra le sue braccia. Scopammo in piedi, io sospesa da terra, sostenuta dalla sua forza, lui ben saldo coi piedi sul pavimento. Ero sollevata verso l’alto e poi lasciata scivolare sulla sua asta. Avvertivo dei leggeri dolori, delle fitte che poi si scioglievano in godimento. Mi sentivo impalare con la figa fatta a pezzi. Presi a godere come una porca. Mi aggrappavo alle sue spalle mentre il suo bastone di carne mi riempiva tutta. Mi mancava il fiato, mi sentivo cadere in apnea, i miei occhi roteavano nelle orbite sopraffatti dal godimento. Agitavo la testa, mi dimenavo come una forsennata mentre lui riusciva a tenermi ben salda coi seni schiacciati sul suo petto. Ogni volta che scendevo sul suo cazzo, mi sembrava di sentirlo fino all’utero. Mi sentivo sventrare. Sgranai gli occhi, lo guardai esterrefatta. Lui insisteva così, mentre il mio corpo prese a tremare travolto da brividi lungo la spina dorsale ogni volta che il suo cazzone raggiungeva nuove profondità. "Si, sihh", era bellissimo. Porca puttana ma quanto era? Quanto era? Forse una ventina di centimetri. Si era così ed io li avevo tutti per me. Spinsi la testa indietro inarcandomi.

Scopavamo selvaggiamente al centro della sua cameretta. Mi teneva con forza, le mie cosce si erano già da un pezzo chiuse attorno ai suoi fianchi. Ero come trafitta, ma resistevo ed anzi gridavo la mia gioia per quello stupendo piacere che divampava dentro di me. Le sue mani mi stringevano le chiappe. Avevo ora tutto il suo cazzo dentro di me fino alle palle. Vibravo continuamente, preda del più puro e dissoluto piacere. Chinò per un attimo il capo sui miei seni, li baciò, poi tenendomi ferma iniziò a fottermi con movimenti brutali di bacino. Fu allora che affondai le mie unghia nella sua schiena. “Ahhhh cazzo”, lo sentii lagnarsi ma le mie unghie non mollarono la sua carne. “Scopami, scopami così”, dicevo in una sinfonia di gemiti lussuriosi. Lo graffiai e capii che piccoli rivoli di sangue sgorgavano sulla sua pelle. La cosa dovette eccitarlo di più e i suoi colpi di bacino divennero ancora più irruenti. Sentivo la mia figa sconquassata, saccheggiata, colavo indecorosamente sul suo cazzo e la mia voce diventava gutturale. Sbavavo con quelle botte di cazzo che mi sfregavano l’utero e mi rimbombavano nel cervello. Venni rovinosamente senza ritegno. Mi disse qualcosa ma non capii le sue parole travolta come ero dal piacere. Il suo cazzo iniziò a cedere, si sentiva che bramava svuotarsi. Io lo fissai negli occhi decisa come una troia, sudata ed esasperata dal godimento estremo. “Dammela!”, gli dissi come un’animale in calore. “Adesso!”, ordinai. “Riempimi”, ribadii e fu così che senza più trattenersi mi venne dentro con una faccia stravolta dal sesso ed un urlo deforme. Rilasciò tutta la sborra che gli era montata. Sentii le contrazioni della sua asta violentissime dentro di me. Fui stracolma di sborra tra le sue braccia. Ferma godevo quella calda energia mentre il liquido continuava ad affluire nella mia figa come un fiume caldo. Ero stordita. Lui mi sembrò un gigante mentre mi distese sul letto. Mi assopii e quando mi ridestati ero coperta da un plaid. Domenico alla sua scrivania, rivestito, studiava. Non volli disturbarlo, mi levai dal letto ma mettendomi in piedi sentii un forte indolenzimento tra le gambe, barcollai, feci qualche passo e vacillai ancora. Guardai la mia figa, era violacea e logora con le labbra lacere e secche, le cosce erano arrossate ed illividite all'interno. Che cazzo, mi faceva pure male! Mi trascinai in camera mia in completo silenzio e tornai a dormire. Altro che cliché della letteratura erotica, ero stata distrutta.
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