i racconti di Milu
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02. L’amico timido



Mi fa rabbia, mi fa proprio tanta rabbia, perché so bene che in fondo è tutta e solo colpa mia. Avrei dovuto essere meno impulsiva e controllarmi di più. Ma chissà che avevo quel giorno.

Nulla, nulla che io ricordi. Un giorno come tanti.

Eppure qualcosa deve esserci stato, no? Altrimenti non mi ritroverei davanti a questo stronzo brufoloso di Giusberti che senza nemmeno salutarmi mi fa davanti a tutti: “Ehi faccia-da-topo, gira voce che hai fatto un pompino con ingoio a Caprari a casa sua, davanti a Cappelli. E che quando hai finito lui ti ha chiesto se gliene potevi fare uno anche a lui, che non aveva il coraggio di chiedertelo”.

Il tutto condito dalla sua risata schifosa, ché quando apre la bocca gli si vedono tutti i denti sporchi e gialli e storti, e dalle risatine imbarazzate dei ragazzi e delle ragazze tutte intorno.

Ma perché gira sta voce? In che cazzo di guaio mi sono cacciata? E se lo vengono a sapere i miei genitori?

Sì, sì, è chiaro. Posso sempre negare, tanto mica qualcuno ha tirato fuori il telefonino e ha fatto un video o scattato delle foto.

Però intanto mi rode, se ci penso mi vergogno, divento rossa (posso sempre dire che sono furibonda, è vero). Perché io so come stanno le cose. E lo sanno anche Marco e Giorgio.

Davanti a loro potrei negare? Mi tremano le gambe solo a pensarci.

Mi presento, sono Marialuisa. Sì, tutto attaccato. Però tutti mi chiamano Maru, sin da piccola. La ragazza con la faccia da topo.

Un’esagerazione. Lo so che non sono bellissima, con questo naso gibboso che in effetti mi spinge tutto il viso in avanti. Però il resto non è male. Anche se non sono molto alta – vabbè, è un eufemismo, sono uno e cinquantasei - ho un bel fisico. Perfetto, direi. Un bel culo e due tette che levati. Una bella terza, ho sviluppato presto.

Ho compiuto da qualche mese diciotto anni, ma il sesso mi ha sempre attratto, mi è sempre piaciuto. Sin dalle prime esperienze da ragazzina. E quando dico ragazzina intendo proprio ragazzina.

Dopo la mia prima volta, che non posso raccontare perché ero minorenne, ricordo che avevo solo due pensieri in testa: che mi bruciava tutto e che avrei dovuto rifarlo al più presto.

Fu così che cominciai a fare sesso. Prima con il mio primo fidanzatino, Massimo. Poi, quando ci lasciammo, con altri ragazzi. Imparai anche a prenderlo in bocca, anche se permisi mai a nessuno di venirmi dentro. Mi piaceva fare i pompini, ma non avevo nessuna voglia di assaggiare il latte del maschio.

Almeno finché in quinta non conobbi Marco. Marco Caprari.

Con lui devo ammettere che la mia soggezione è totale, perché è molto bello e io mi sento inadeguata. E’ alto e io mi sento una nana.

Però a lui sembra non importare nulla. Non che mi consideri la sua ragazza, ma non ha problemi ad abbracciarmi e baciarmi anche in pubblico, a esprimere affetto, desiderio.

Quelle poche volte che abbiamo scopato invece lo abbiamo sempre fatto da soli, a casa sua.

Almeno fino alla settimana scorsa.

Ero andata da lui sapendo che il giovedì pomeriggio i suoi tornano sempre molto tardi. Avevo davvero molta voglia di essere scopata perché sette giorni prima, causa mestruazioni, mi ero limitata a fargli un pompino. E io invece lo volevo tutto dentro.

Lui purtroppo però si era portato a casa un suo amico di pallacanestro, Giorgio. Lo conoscevo solo di vista e non mi stava antipatico. Un po’ chiuso, forse.

Credo che sia stato per alleviare la mia delusione che Marco cominciò a fare il cazzaro, cosa che gli riesce abbastanza bene. Riesce sempre a farmi ridere e a far ridere gli altri, anche quel musone di Giorgio.

Seduto sul divano accanto a me iniziò poi a farmi il solletico e a passarmi la mano sulle cosce, sempre più all’interno, sempre più su. Io mi vergognavo che lo facesse davanti al suo amico, ma allo stesso tempo volevo fare la figura di quella che riesce a gestire la situazione. In realtà la sua mano mi stava eccitando.

“Toglila!”, gli dissi ridendo e dandole uno schiaffetto sul dorso. Ma lui insistette, ridendo e dandomi per scherzo della bigotta.

La situazione degenerò quando lui mi strinse una tetta, sempre ridendo e con fare scherzoso, insultandomi: “Sei una fica secca ahahahahah”.

Battuta, parliamoci chiaro, più che terra terra, sottoterra. Eppure quella strizzata alla mammella mi provocò una specie di scossa che partì dal cervello e mi arrivò direttamente al sesso, passando per i capezzoli.

Non avevo però intenzione di fare alcunché, almeno non con quell’amico suo tra le palle, così mi tirai indietro sghignazzando un “Eddaaaaiiii!” di protesta e andando a rannicchiarmi sull’angolo opposto del divano, coprendomi istintivamente il petto con le mani.

Però iniziavo a sentire caldo, e sapevo che tipo di caldo era.

Fossero o meno d’accordo i due amici (lì per lì non ci pensai nemmeno, ma in seguito la cosa mi sembrò plausibile) Giorgio ci disse che si allontanava per andare a fumare una sigaretta sul balcone e uscì dalla stanza.

Nemmeno il tempo di lasciarlo scomparire e Marco mi balzò addosso infilandomi la lingua in bocca e palpandomi il seno con avidità.

Roteai la mia lingua intorno alla sua, sarebbe stato un piacere infinitamente inferiore a quello per il quale ero andata a casa sua, ma almeno quello non me lo volevo perdere. Così come non volevo perdere quello delle sue mani sulle mie tette, pur sapendo che sarebbe stata una tortura doverci fermare di lì a breve. Non seppi resistere, l’errore, il primo errore fu quello.

Dopo il bacio Marco si sistemò sul divano a gambe larghe, mi prese per le spalle e e provò a farmi accomodare per terra. “Fammi un pompino!”, mi disse con la voce eccitata. “Ma che sei scemo? – mi ribellai – di là c’è il tuo amico”.

Fu come se non avessi detto nulla. Lui si slacciò la cinghia dei pantaloni e si abbassò la zip, frugò un attimo e tirò fuori il cazzo.

Era davanti a me grosso, duro, bello. Non era solo la sua voce a essere eccitata.

In un attimo mi squagliai.

“Maru dai, succhia”, mi intimò. “Ma non fare il coglione”, gli risposi. Di pompini gliene avevo fatti, e non solo a casa sua. Anche nei parchi e una volta persino nella palestra della scuola. Ma in quel momento, nonostante mi stessi infradiciando gli slip, non ne avevo la minima intenzione. Pregavo che il suo amico non tornasse, piuttosto, e non mi sorprendesse a ammirare quel pezzo di cazzo che avevo davanti.

Marco allora fece una cosa che non avevo minimamente preventivato: mi afferrò per i capelli formando una coda proprio a contatto con la nuca e mi strattonò verso il centro delle sue gambe. Io strillai per il dolore e chiusi gli occhi, quando li riaprii mi ritrovai il suo cazzo a un centimetro dal naso. Il suo odore mi stordiva, mi riempiva le narici di sesso.

Mi strattonò ancora una volta facendomi male. Ma, non lo avrei mai detto, gettando allo stesso tempo altra benzina sul fuoco della mia eccitazione. ”Cazzo se fa di me quello che vuole”, pensai. Ma avrei potuto pensare anche: “Cazzo che maschio alfa”. Il senso era quello.

Sentii una forte contrazione alla vagina seguita da altre più deboli, avrei potuto scommettere che si fosse dilatata per implorare alla bocca di lasciarle quel magnifico bastone.

Ma la bocca non doveva essere d’accordo, perché senza nemmeno che io potessi dominare i miei movimenti e le mie azioni si aprì e avvolse la mazza di Marco.

A me i pompini piace farli iniziando piano, leccando il glande e ciucciandolo un po’ per poi percorrere tutta l’asta con le labbra e con la lingua, se è possibile anche leccare i testicoli, prima di iniziare il vero e proprio lavoro di risucchio e di pompaggio.

Anche con lui facevo così.

Quella volta invece Marco me lo spinse direttamente e immediatamente tutto in gola. O meglio. Mi abbassò di colpo la testa in modo che la mia bocca si impalasse quasi interamente sul suo uccello duro.

Sentii la sua carne sbattermi in fondo, se avessi ancora avuto le tonsille me le avrebbe divelte, probabilmente. Non riuscivo a respirare, avevo conati di vomito e le lacrime agli occhi. Mi stava scopando la testa tenendomi per i capelli e incitandomi “dai! brava troia, braaaava, succhia sto cazzo”.

Mi piaceva? Sì, era la prima volta che lo facevo così ma quella sua forza e quella sua brutalità mi piacevano. Non mi sentivo più la-ragazza-dalla-faccia-da-topo, non mi ci sentivo mai quando stavo con lui.

Però non avrei voluto essere lì, non volevo che l’amico rientrasse e ci vedesse, quanto poteva durare mai una sigaretta?

Fu quando Marco mi tirò la testa all’indietro per permettermi di respirare che gli dissi, anzi gli sussurrai: “Basta, basta! L’amico tuo può tornare da un momento all’altro!”.

“Ma lui da mo’ che è tornato!”, rispose Marco stringendomi ancora più forte i capelli e voltandomi la testa per costringermi a guardare alle mie spalle.

Io vidi prima le stelle dentro i miei occhi chiusi. Quando li riaprii vidi Giorgio, seduto sulla sedia dove era seduto prima, che si dava un’aria da uomo navigato che le aveva viste tutte e che quindi non faceva una piega davanti alla scena di una troia che sbocchinava il suo amico.

Ero sconvolta e avvampai di vergogna. Prima ancora di cominciare a insultare Marco il mio primo impulso fu quello di scattare in piedi. E ci provai.

Ma la stretta di Marco sui miei capelli mi riportò dolorosamente a terra e un’altra strattonata mi fece voltare ancora una volta la faccia verso il suo cazzo. Mi sembrava ancora più grosso di prima, tutto lucido di saliva, con la punta rosso scura completamente scoperta.

Marco cambiò la presa sui miei capelli, afferrandone una ciocca da una parte e una ciocca dall’altra. Dovevo sembrare Pippi Calzelunghe mentre sbocchina il fratello di Annika, Tommy.

Cosa che in effetti ripresi a fare. Cioè, non sbocchinare Tommy ma Marco. Che dopo avermi detto brutalmente “Dai, continua a succhiarmelo” me l’aveva spinto in gola un’altra volta, riprendendo a tirare la mia testa verso il pube, cercando di infilarmelo il più a fondo possibile.

Non ci potevo credere. Cercavo di reagire afferrandogli i polsi e graffiandoli, ma non era una cosa facilissima. Mi vergognavo, mi vergognavo tanto. Soprattutto non avrei voluto emettere quei gorgoglii così osceni che riempivano la stanza.

Avrei voluto scappare.

Però mi piaceva.

Se trovate la cosa contraddittoria vi capisco, fate pure.

Ma è così.

Dopo un po’ Marco non ebbe nemmeno più bisogno di strapparmi i capelli in quel modo. Gli bastò mettere una mano dietro la mia nuca e cominciare a spingere sempre più veloce. Non si capiva nemmeno più se ero io ad assecondare le sue spinte o viceversa.

Approfittò di quel momento per staccarsi un attimo e togliermi la maglietta. Me la lasciai sfilare come se nulla fosse, ero troppo impegnata a respirare.

Mi liberò dai gancetti del reggiseno che scivolò subito in avanti, liberandomi le tette. Quasi godetti di quel sollievo e dell’aria che le rinfrescava, i capezzoli mi sembrava che dovessero essere sparati via da un momento all’altro, tiravano e mi procuravano un dolore delizioso. In quel momento non avrei rinunciato per nulla al mondo a quel dolore.

Un attimo dopo però mi ero già buttata a pesce su quel cazzo caldo e duro.

Mi ero ormai persa in quel pompino e mi piaceva, i suoi peli mi solleticavano il naso, segno che ero riuscita ad accogliergli tutto il cazzo. Avevo la sensazione, ma che dico, la certezza, di avere un lago in mezzo alle gambe ma in quel momento non avrei voluto che Marco mi scopasse. Avrei voluto che mi dicesse finalmente “sto per venire” e io gli avrei preso trionfante il cazzo in mano e come le altre volte lo avrei segato fino all’orgasmo, godendomi gli spruzzi del suo seme e pensando, come sempre, devo assolutamente cominciare a pensare a un anticoncezionale che non sia il preservativo. Quegli spruzzi caldi prima o poi avrei voluto sentirli dentro di me.

Invece quel bastardo, dopo avermi avvertito, mi premette la faccia contro il suo ventre. Ero in apnea totale, ma ciò che mi terrorizzava era il fatto che lui, l’avevo capito, mi volesse venire in bocca. Non l’avevo mai fatto, non lo volevo, mi faceva schifo l’idea.

Lo so, lo so che tante ragazze … ok, non c’è bisogno che me lo spiegate. So tutto. Ma non mi andava lo stesso.

Dunque ve l’ho detto, ero impietrita dalla paura. Non credo che sia difficile da capire, se vi mettete per un secondo nei miei panni. Quello che è più difficile da capire, e infatti non l’ho capito nemmeno io allora e non lo capisco tutt’ora, è che quando ho sentito in bocca il suo cazzo contrarsi e pulsare la mia fica ha reagito allo stesso modo. Sarà forse per questo che i primi due schizzi non li ho nemmeno notati, o forse perché mi sono finiti diritti in gola.

Gli altri no, perché lui un po’ mi ha staccato la faccia dal suo ventre e allora il suo sperma ha colpito il mio palato, la lingua.

Non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuto.

Non lo sperma, per carità, con quel saporaccio. Non è quello che mi è piaciuto. Mi è piaciuto il fatto che si sia svuotato dentro di me.

Lo so che non è vero, ma in quel momento mi piaceva pensare che i coglioni di Marco fossero un serbatoio da prosciugare e che io, sì proprio io, lo stavo prosciugando. La ragazza faccia-da-topo che aveva spompinato il dio greco! Se Marco si fosse limitato a raccontare questo, magari facendo anche in modo che la cosa arrivasse alle mie amiche, avrei camminato ad almeno trenta centimetri da terra per settimane.

Ma la realtà è che non so nemmeno chi abbia messo in giro la voce. Se sia stato Marco, o Giorgio, o tutti e due.

Di primo acchito direi Marco, per il carattere. Ma chi può dirlo?

Giorgio. Mi ero completamente dimenticato di lui in quei momenti. Mi ritornò in mente quando Marco mi fece aprire la bocca perché gli mostrassi lo sperma che ancora mi copriva la lingua e mi riempiva la bocca. Ma quanta ne aveva fatta?

“Dai Maru, facci vedere come ingoi adesso”. Io non l’avevo mai fatto ma lo feci, mandando giù quel metallico, acido, salato.

Arrivando con un secondo di ritardo a comprendere che non aveva detto “fammi”, ma “facci”.

Mi gettai verso Marco in fretta cercando un bacio che potesse garantirmi che non era vero niente, che contavamo solo io e lui.

Lui invece mi fermò con un dito davanti alle labbra, come se volesse dirmi di fare silenzio: “Vai in cucina a bere un po’ d’acqua, a me non piace”.

Capii subito che si riferiva al sapore della sborra con cui mi aveva mezzo affogata.

Umiliata mi alzai e andai in cucina. Il reggiseno mi penzolava davanti lasciandomi le tette tutte scoperte. Marco era stato stronzo ma aveva ragione ancora una volta: morivo dalla voglia di rinfrescarmi. E morivo dalla voglia di esporre all’aria le mie mammelle. In fin dei conti ne andavo fiera, no?

Mi sfilai il reggiseno e lo lanciai nell’altra stanza, sicura che in quel momento non mi vedessero, mi sciacquai la bocca due volte, non credevo che la sborra potesse essere così filamentosa. Andava decisamente meglio, anche se parte di quel sapore era rimasta.

Quando tornai in salone, la sorpresa. Giorgio si era seduto accanto a Marco a gambe larghe e ciò che si vedeva benissimo era che tra quelle gambe fasciate da un paio di pantaloni di velluto si vedeva un bozzo spropositato, come se si fosse infilato nelle mutande, che so, un ferro da stiro!

E come se non bastasse, dalla sagoma si intuiva che non era nemmeno del tutto duro.

Restai interdetta, con lo sguardo incollato su quella visione. Ancora una volta ebbi l’impulso di scappare via, ancora una volta qualcosa mi trattenne. Per meglio dire, quel “qualcosa” che mi trattenne furono nell’ordine: una contrazione pazzesca al ventre, un brivido che attraversò tutto il mio corpo, il formicolio quasi doloroso dei capezzoli che si indurivano. Mi sembrava che le mie tette ormai liberate stessero per esplodere.

Fu Marco a prendere l’iniziativa: “Perché non fai un pompino a Giulio? – disse – Lui lo vorrebbe tanto, ma si vergogna a chiedertelo, è timido”.

“Co-cosa?”, balbettai coprendomi le tette.

Iniziai a insultare Marco, in breve passai a insultarli tutti e due. Non ricordo bene le mie parole perché in quel momento ero davvero sconvolta, ma cosa volete che si dica in quei momenti?

Probabilmente dovevo essere avvampata, perché mi sentivo le guance andare a fuoco. Ero come avvolta da un improvviso senso di vergogna. Forse immotivato visto il modo in cui si erano messe le cose, direte voi. E invece no, non lo era.

Rimettiamo un attimo le cose in fila: avevo fatto un pompino a Marco davanti al suo amico che mi aveva visto ingoiare tutto quello che mi era stato scaricato dentro; ero stata costretta a aprire la bocca per mostrare lo sperma residuo che mi era rimasto sulla lingua e che di lì a poco avrei mandato giù; era restata praticamente con le tette di fuori alla vista di Giulio e per rincarare la dose mi ero vista negare un bacio e ero stata mandata in cucina a sciacquarmi la bocca perché sapeva di sborra.

Cazzo, avevo fatto il mio primo pompino con ingoio e un bacio pensavo di essermelo meritato, no? E invece che ti ritrovo? Giorgio seduto accanto a Marco che mi mostra quel… già, quella specie di transatlantico nei pantaloni che… – fu il pensiero che mi investì in quel momento – che ora che ci penso mi sembra di non avergli mai staccato gli occhi da sopra da quando sono rientrata in stanza…

Lo trovavo magnetico.

In faccia dovevo essere diventata di color ciclamino, violetto, ultravioletto, non lo so. Distolsi un momento gli occhi e diedi un’occhiata d’insieme, allargando lo sguardo sul divano e vedendo questa scena abbastanza buffa: Giorgio che sembrava nascondere nei calzoni una bottiglia di due litri di Coca Cola e Marco accanto a lui con i pantaloni calati alle cosce e le mutande un po’ abbassate, in modo da nascondermi la vista dei coglioni ma dalle quali spuntava un cazzo ormai ammosciato.

“Siete due bastardi, due pervertiti”, mi sorpresi a dire, perché evidentemente non avevo ancora terminato la mia dotazione di contumelie. Tuttavia mi accorsi tragicamente di non essere in grado di impedire che la mia vista corresse di nuovo tra le gambe di Giorgio. Come se non bastasse, la mia fica là sotto sembrava impazzita, ero tornata a sudare come una fontana.

“Ma non fare la stronza, che si vede da qui che hai fame di cazzo!”, gridò Marco. Il suo tono non era arrabbiato, tutt’altro. Era quello di chi ti chiede: ma chi vuoi prendere in giro?

Lo odiai con tutte le mie forze, in quel momento. Non solo perché mi aveva messo in quella situazione, ma perché con quelle tre parole, “fame di cazzo”, era come se mi avesse fotografata.

“Maru facci vedere le tette, dai”. La voce di Marco mi scosse. Ero ancora lì con le braccia che mi coprivano il seno. Le lasciai cadere lungo il corpo mentre Marco diceva all’amico: “Visto che bocce?”. Il timido Giorgio si limitò a annuire.

Se dovessi dire che la mia fu una decisione consapevole probabilmente mentirei. Ma se dovessi dire che furono le parole di Marco a convincermi mentirei lo stesso.

Non so in che modo, ma sono certa di essere stata io a dire alla mia dignità di andarsi a fare un giretto.

E questo fu il secondo errore.

Mi avvicinai a Giorgio tenendomi sollevate le tette. Non so che cosa mi prese, ma in quel momento volevo solo quello. Volevo esibire le mie tette e farlo uscire fuori di testa.

Non lo so nemmeno se uscì fuori di testa, la cosa certa è che uscii fuori di testa io!

Mi piazzai di fronte a Giorgio, la fica mi pulsava all’impazzata, non avevo più nessun ritegno.

- Ti piacciono? – chiesi.

Lui rispose con un timido cenno della testa.

- Io penso che non ti abbiano mai succhiato il cazzo, vero?

Giorgio accennò un no.

- E ora ti piacerebbe che facessi un pompino a te come l’ho fatto prima a Marco….

Andavo così fiera in quel momento di due cose, delle mie tette e dei miei congiuntivi. Con questi ultimi non potevo giocare, ma con le tette sì.

- Tiralo fuori, fammelo vedere…

Ma complimenti alla mamma! Giorgio tirò fuori un qualcosa di ancora semiduro che mi fece restare affascinata a guardarlo per qualche secondo. Guardavo l’attrezzo in sé, non pensavo per nulla al suo uso. Il suo uso su di me, a dire il vero, mi sembrava inverosimile.

Giorgio se lo prese in mano e iniziò a segarsi piano. Ogni volta che la sua mano andava giù mi sembrava più grosso, la cappella era gonfia e congestionata, il taglietto sopra la sua punta sembrava un occhio che mi guardava.

Fu la voce di Marco a farmi riprendere dallo stordimento.

- Ce l’ha bello grosso, eh? Hai visto che bel regalo ti ho fatto? Ehehehe…

- Cafone! – gli urlai guardandolo con disprezzo. Ero sempre più incazzata con lui. Ero ormai troppo partita per tirarmi indietro, ormai ragionavo con la fica. Ma la parte più cosciente di me si vergognava e sapeva che la colpa di tutto quello che accadeva in quella stanza era di Marco.

Tuttavia, forse proprio per reazione alla bullaggine del mio amico, mi avvicinai a Giorgio decisa a prendere in mano la situazione (scusate il doppio senso).

- Ora però si fa a modo mio - dissi inginocchiandomi davanti a Giorgio – abbassati i calzoni.

Lui obbedì calandoseli fino alle ginocchia, ma in questo modo rappresentavano una barriera tra me e il ragazzo. O meglio, tra la parte che del ragazzo mi interessava. Glieli calai alle caviglie e avvicinai la testa al palo, afferrandolo.

Aveva un odore più morbido di quello di Marco. E anche il sapore lo era, a giudicare dalla prima leccatina che gli diedi. Ma era indiscutibilmente odore di maschio, mi inebriava.

Iniziai a passare la lingua lungo tutta l’asta e non trascurai i coglioni. Lo sentivo ansimare sopra di me e su di me sentivo anche gli occhi di Marco.

Ci lavorai a lungo, sono abbastanza brava credo. Poi cercai di prenderlo in bocca. Almeno per quel che potevo. Cioè non molto, all’inizio.

Più che altro lo segavo e ciucciavo il glande e poco sotto. Si sentiva solo il rumore di quel risucchio e il respiro pesante di Giorgio.

Non mi accorsi nemmeno che Marco era passato dietro di me, ma quando le sue dita percorsero il disegno della mia vulva presi la scossa.

Nonostante avessi ancora i jeans addosso avevo sentito tutto. Ero sicura di essere fradicia là sotto e ebbi anche paura che il bagnato fosse passato attraverso le mie mutandine impregnando il cavallo dei pantaloni.

Dio che vergogna, pensai, senza tuttavia riuscire a staccare la bocca dal cazzo di Giorgio. Anzi, mugolandogli sopra sotto l’effetto della scossa.

Ma quello fu niente in confronto alla vergogna che provai quando Marco mi sbottonò i jeans e me li calò giù insieme alle mutande.

Avevo capito quali fossero le sue intenzioni, del resto non ci voleva molto.

“Dio mio che troia, che troia”, pensai, “sto per prendere due cazzi nello stesso momento”. Una parte di me avvampava e voleva scappare via. Un’altra diceva invece “se vuoi vai pure ma io resto qui che non ho mai goduto tanto in vita mia”.

L’attesa mi lacerava.

Sentii una scarica incredibile quando me lo infilò dentro. Ho un debole per questa posizione. Mi ricordo ancora della prima volta che venni presa a pecorina. Fu con Stefano, un ragazzo che fa l’università. “Oddio che bello così!”, ricordo che esclamai.

Non so perché. Forse perché in quel modo il cazzo mi tocca in punti diversi, forse perché lo sento arrivare più in fondo. O forse perché stare così, avendo il maschio alle mie spalle senza nemmeno poterlo vedere in faccia mi fa sentire come se lui potesse fare quel che vuole, mi fa sentire passiva, un buco, una porca.

Mi eccita questa cosa. Mi eccita anche sapere che lo pensino loro, i ragazzi. “Una troia da trivellare”, come ho sentito dire una volta. Una frase sicuramente poco carina, ma che mi fece bagnare.

Ecco perché quando vengo presa così mi eccito di più e ripenso a quella prima volta quando ho urlato “Oddio che bello così!”.

E in quel momento lo avrei urlato anche a Marco, se non fosse stato per quella mazza del suo amico che mi riempiva all’inverosimile la bocca.

Giorgio fu il primo a venire. E me la schizzò tutta dentro la bocca. In meno di mezz’ora ero diventata una veterana dell’ingoio.

Chissà da dove la tirava fuori, ma aveva in corpo una quantità di sperma smisurata. E io che pensavo che Marco ne avesse fatta tanta! Un bel po’ lo buttai giù, ma il resto cominciò ben presto a colarmi fuori insieme alla saliva. Una schiuma bianca che penzolava tra la mia bocca in cerca di ossigeno e la punta dell’uccellone di Giorgio.

I colpi di Marco ora mi facevano disallineare. Perdevo il cazzo di Giorgio e poi mi ci riavventavo sopra a bocca spalancata, come una che non mangia da giorni. Ogni tanto, in questi movimenti scomposti, l’arnese di Giorgio mi colpiva in faccia come un manganello. Mi faceva pure male, ma adoravo quel contatto. Cazzo, è il caso di dire, che pezzo di carne!

Ancora un po’ del suo seme mi precipitò fuori. Sul mio muso da topo ero una maschera di bava e sborra da fare schifo, ma credo che, stando allo sguardo che aveva, a Giorgio non dispiacque per nulla vedere come mi aveva conciata. “Madonna che troia che sono!”, dissi a me stessa. Senza scandalizzarmi per nulla.

Pensavo che avrei perso interesse al suo cazzo non appena il godimento che mi regalava Marco fosse aumentato.

Al contrario però, appena iniziai a sentire le onde dentro la pancia, ripresi in bocca Giorgio e iniziai a pomparlo con furia. Era rimasto ancora duro nonostante l’orgasmo appena avuto. Non so perché lo feci, del resto era la prima volta che succhiavo un cazzo mentre ne avevo un altro dentro. Ormai mi faceva male la mandibola, ma non riuscivo a staccarmi da quel bastone.

Marco mi trivellava sempre più velocemente e io iniziavo a perdere cognizione di tutto ciò che non fossi io e i due cazzi che avevo dentro. Quello dentro la vagina, in particolare.

Per un istante pensai a come sarebbe stato il contrario, ossia spompinare Marco con l’obelisco di Giorgio che mi sventrava. Ma ben presto le sensazioni che provenivano dalla mia vagina presero il sopravvento. Non me ne fregava più un cazzo di niente.

In quel momento Marco avrebbe potuto farmi di tutto. Se me lo avesse chiesto mi sarei anche lasciata sverginare il culo. Anche se non me lo avesse chiesto, a dire il vero.

Ora, come vi ho detto, non sono particolarmente contenta che tutta questa storia giri, anche se in modo parziale. Cioè limitata al fatto che ho sbocchinato due ragazzi, il secondo dei quali a gentile richiesta del primo. Tuttavia, finché la cosa non arriva alle orecchie di mamma e papà, e magari di qualche prof, la posso anche gestire, credo. Così come credo che potrei gestirne anche i componenti aggiuntivi, ovvero la storia di Marco che mi chiava a pecora mentre sbocchino Giorgio.

Ciò che al contrario non potrei proprio tollerare, e sono felice che non ci siano testimonianze video, è che si sappiano due cose.

La prima, il modo in cui mugolavo mentre Marco me la spanava e io tenevo in bocca il cazzo del suo amico. Avrei voluto dire a Marco qualcosa di volgare, osceno, anche se non so cosa. Ma in verità nulla avrebbe potuto essere più osceno di quel suono che emettevo.

La seconda è quello che avvenne dopo il mio orgasmo, che arrivò talmente devastante da farmi mollare Giorgio al suo destino per strillare non so bene cosa (non ero molto presente a me stessa, sentii come se per qualche istante uno shock elettrico spegnesse tutto).

Mentre ero ancora lì che combattevo per ritornare in vita, Marco tirò fuori il suo cazzo e sentii scendermi qualcosa di caldo e liquido tra le cosce.

Pensai che mi fosse venuto dentro ma con allarme relativo. Non perché sia un’incosciente, ma perché in quel momento il mio stato di beatitudine mi impediva di concentrarmi bene sulle cose.

Qualche istante dopo però i fiotti caldi dello sperma di Marco mi colpirono sulla schiena e sul sedere. Capii allora che ero stata probabilmente io a sbrodare come mai mi era capitato prima.

E furono le parole di Marco, gentile come al solito, a confermarmelo.

- Guarda come ha goduto sta troia – disse mentre rivolgevo una risatina isterica a Giorgio – ci vogliono almeno due cazzi per farla felice.

Ecco, queste due ultime cose vorrei proprio che non si sapessero in giro.

Non condividete, grazie.



Ps. Vi ho detto che a un certo punto avevo pensato a come sarebbe stato succhiare il cazzo a Marco mentre Giorgio mi scopava. Beh, per un paio di giorni mi sono seduta con difficoltà.



CONTINUA

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