i racconti di Milu
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Lei gettò le chiavi nella solita ciotola, l’appartamento era immerso nel buio. Non riusciva a decidersi a chiudere la porta blindata dietro di sé. Erano mesi che non metteva piede in quella casa e l’aria era irrespirabile a causa della mancanza di ricambio d’aria. Si mosse nell’oscurità, attenta a non farsi sentire dagli inquilini del piano di sotto. Ogni volta le facevano storie se camminava in casa con ancora i tacchi addosso, ma quella sera non aveva voglia di litigare con loro, voleva solo affondare dentro i ricordi, farsi del male pensando a lui.
Poco per volta aprì le finestre di quell’immenso salone ed alzò le tapparelle per favorirne il ricambio d’aria. Si voltò ad osservare quella stanza rischiarata dalla tenue luce della luna e dei lampioni per strada. Non era mai stato un appartamento felice, ora se ne rendeva conto, ogni angolo di quella casa le ricordava una lite o una assenza con lui. Fece un passo indietro e si ritrovò nel grande balcone, non era sicura che ce l’avrebbe fatta, che sarebbe riuscita a voltarsi ed affrontare quello che avrebbe visto davanti a sé.
Una vicina uscì dal suo appartamento per innaffiare delle piante. La riconobbe nella penombra e subito attaccò bottone impicciandosi dei fatti suoi. Emma non aveva voglia di parlare, ma la sua educazione le imponeva di rispondere a quelle raffiche di domande in maniera cordiale e solare. Una ennesima maschera da indossare.
Finalmente rimase sola e decise che si, lo avrebbe fatto, aveva bisogno di guardare verso quella finestra. Si voltò lentamente, aggrappandosi alla ringhiera, le gambe erano malferme dall’emozione. Un velo di tristezza tornò a rivestirle il viso. Buio. La finestra aveva la tapparella totalmente chiuse, lui non era nella sua stanza e non era lì, anche il resto delle finestre appartenenti al suo appartamento erano chiuse, quasi sigillate.
“Dove sarai amore mio? Sei con lei? Hai mai pensato a me in tutto questo tempo?” bisbigliò di modo che nessuno potesse sentirla.
Nella sua mente riecheggiavano ancora le sue dolci parole: “Ricorda, potremo allontanarci, perderci di vista, avere altre storie ed addirittura odiarci, ma io e te ci apparteniamo e lo faremo per sempre. Non importa quanto tempo ci vorrà, un mese, un anno, dieci o una vita intera, io e te ci ritroveremo, forti delle esperienze vissute, troveremo un modo per amarci senza farci del male.”
Emma si domandava se lui condividesse ancora quel suo pensiero. La sua assenza bruciava, il suo silenzio la feriva, ma era la rabbia che gli aveva causato a farla stare davvero male. Giurava di essergli indifferente, ma la rabbia è comunque una emozione, quindi dentro di lui non c’era il vuoto cosmico nei suoi confronti.
Decise di rientrare ed affrontare altri ricordi. Sempre al buio, continuò ad aprire le finestre delle altre camere. Lì era dove lui aveva riparato una zanzariera, là è dove lei si fotografava allo specchio in babydoll per eccitarlo a distanza. Quello è il bagno dove lei tentò di bere della candeggina, perché lui non voleva più convivere, quanto dolore cazzo, se solo lui non l’avesse fermata…
Un brivido di terrore percorse la sua schiena nuda. Ora era davanti alla svolta che il corridoio imponeva, per raggiungere la zona notte. Si aspettava di vederlo spuntare all’improvviso come quella notte. Oh si, che fantastica notte fu quella. Emma si era rifatta viva come sempre, malgrado il dolore e la rabbia non riusciva a vivere a lungo senza di lui. Stranamente lui rispose al primo squillo, era acido, freddo e distaccato, poi una richiesta di lei: “Ti supplico baciami”.
Fu in quel momento che lui cedette e le ordinò di aprire la porta di casa, stava correndo da lei. Emma in fretta e furia si diede una rinfrescata, aprì la porta d’ingresso, spense tutte le luci tranne quella della camera da letto, si spogliò e si inginocchiò sul letto.
Lui entrò in casa come una furia e con passo accelerato arrivò all’angolo del corridoio. I suoi occhi si posarono su di lei e si bloccò per un attimo. Il suo sguardo era terrorizzato, sapeva che riavvicinarsi era solo un farsi del male volontariamente, ma non poteva resistere a lei. Lei le fece un timido sorriso e lui crollò, corse tra le sue dolci braccia togliendosi la felpa per poterle far sentire il suo cuore battere a mille. Le loro labbra si riunirono dopo tanto tempo. Le loro lingue erano affamate di sesso. Era il loro modo per dimostrare amore. Esploravano in maniera vorticosa e frenetica le bocche reciproche. Il respiro di entrambi si fece affannoso e caddero entrambi sul materasso. Iniziarono a rotolarsi, mentre le mani esploravano con avidità i corpi dell’altro. Lui aveva una visibile erezione sotto quei jeans. Lei si staccò dalle sue labbra ed iniziò a spogliarlo. Il resto del mondo non esisteva, il loro passato era cancellato per quel frangente, erano solo lui ed Emma in una bolla di passione. Gli sfilò i jeans in maniera maldestra e fu sorpresa ed eccitata nello scoprire che lui non indossava biancheria intima in quel momento.
Si piegò a baciare quel cazzo che tanto l’aveva fatta godere ed impazzire in passato.
“Succhialo!” fu l’unica parola che lui pronunciò.
Lei non se lo fece ripetere due volte, aveva troppa fame di quel cazzo grosso e duro come il marmo. Lo prese in mano ed avvicino le sue labbra per baciarlo ancora. Tirò fuori la lingua ed iniziò a leccargli la grossa cappella. Si soffermò a lungo sul buchetto, quasi a voler entrare dentro di lui ed ogni colpo di lingua lo faceva fremere di piacere. Decise che non voleva torturarlo a lungo, sentiva il suo bisogno di godere. Affondò quel cazzo nella sua bocca… 1,2,3 volte, lentamente… ed altrettanto lentamente risaliva per farlo uscire del tutto.
Affondò ancora, cercando di prenderlo tutto fino in gola e lui gemette forte. Impazziva quando lei lo faceva. Emma prese a succhiarlo e leccarlo sempre più velocemente, sempre più avidamente.
“Piano bambina, non essere impaziente o verrò in fretta” ansimò lui tra un gemito e l’altro.
Ma lei non lo ascoltò, in fondo non lo faceva mai e lui lo sapeva. Aveva bisogno della sua sborra calda, aveva bisogno di sentirla scivolare nella sua gola. Con una mano stuzzicava le palle ed il perineo per accelerare il suo orgasmo. Lui non si fece attendere molto.
“Oh Emma!” e con le mani le bloccò la testa per riversarle direttamente in gola i suoi schizzi caldi.
Lei si sollevò da quel cazzo e lo guardò vogliosa. Lui sapeva cosa lei desiderasse.
Emma tornò alla realtà, abbandonando il ricordo di quella notte di sesso interminabile, non ricordava più neanche quante volte l’avesse fatta venire. La realtà era quel corridoio vuoto, quella notte lui non sarebbe arrivato.
Si avviò verso la camera da letto. Dal comodino tirò fuori i suoi pantaloncini, non li aveva mai restituiti a lui. Si spogliò lentamente, sfilandosi quel vestito nuovo, come avrebbe fatto davanti a lui per farlo eccitare ancora una volta. Si sfilò il perizoma e decise di sdraiarsi sul letto con indosso ancora le autoreggenti e le scarpe. Divaricò le gambe e affondò i tacchi vertiginosi nel materasso. Era distesa sul lato del letto dove lui dormiva, quando erano insieme, ed era come sentire ancora la sua presenza in quella stanza.
Emma sfiorava il suo corpo con quel bermuda. La sensazione era piacevole, la sua pelle reagiva ad ogni tocco. Sentiva la sua voglia montare nel suo ventre. Cosa avrebbe dato per poter sentire ancora quel cazzo riempirla totalmente. Gli avrebbe dato anche il culo, un limite assoluto per lei, se solo lui quella sera gliel’avesse chiesto. Ma lui non era lì. Non poteva spaccarla in due come solo lui sapeva fare, non poteva farla sentire viva come non mai.
Con una mano tormentava un suo capezzolo. Lo strizzava, lo solleticava, lo tirava. Il dolore si mescolava al piacere e gemeva di questo. Avvolse l’altra mano nei bermuda e la allungò verso il suo pube. Con le dita avvolte in quella stoffa, accarezzò lentamente il clitoride, compiendo cerchi che acceleravano o diminuivano il suo piacere, in base a con quanta energia vi premesse.
La sua mano scivolò verso quel buco caldo che reclamava attenzioni. Vi affondò due dita e sentì che lentamente il bermuda si bagnava. Oh si, era questo che voleva. Masturbarsi con un suo abito e bagnarlo tutto coi suoi umori. per poi spedirglielo per farglielo annusare. Più affondava e più godeva. Cercava di sussurrare il suo piacere, per non farsi sentire dai vicini impiccioni, ma era quasi impossibile trattenersi. Ora le dita dentro erano tre e con il palmo della mano strusciava il clitoride. La sensazione era pazzesca, era totalmente in balìa di quel piacere. Sentiva l’orgasmo montare sempre più ed aveva bisogno di sfogare tutto il suo piacere. Fanculo i vicini, lei aveva bisogno di urlare e lo avrebbe fatto.
“Si, si, aaah, si. Robertoooo! Aaaah!” Fu un orgasmo molto intenso che la lasciò senza fiato. Strano che le accadesse per una semplice masturbazione. Forse dipendeva dal fatto che in qualche modo, con quel bermuda, lui era stato lì, dentro di lei, ancora una volta.
Si, avrebbe lottato, avrebbe fatto di tutto, ma se lo sarebbe ripreso. Aveva ragione Roberto, loro si appartenevano, sarebbero riusciti a ritrovarsi ancora una volta.
Note finali:
Aspetto come sempre i vostri commenti, critiche e/o suggerimenti a gorgo.leonida@yahoo.it