i racconti di Milu
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Note:
Continuano (o forse dovremmo dire iniziano) le avventure di Nero dopo "Ultimo ballo."
Un lampo improvviso illumina l'orizzonte.
Vento di tempesta levato dal nulla porta con sé odor di pioggia.
Una saetta scende dal cielo come furia divina.
In un attimo non più pochi e sporadici, ma dieci, cento, mille fulmini senza posa tutt'attorno, nemmeno così lontani.
Così avevano fatto le gocce.
Da principio erano state poche e minute, in pochi attimi decuplicate, trasformandosi in quantità e dimensioni, s'abbattevano al suolo con la furia che solo gli elementi sapevano scatenare.
Tempesta.
Nera furente tempesta.
I tuoni non mancavano di far sentire la loro voce, facendo vibrar la terra al ritmo di ancestrali tamburi da guerra, ma il rombo della moto di Nero ne sovrastava il boato. Troppo pericoloso, se non impossibile, continuare il viaggio sotto una bufera simile.
Alla prima insegna ancora accesa nonostante l'ora iniziasse a farsi tarda, Nero rallentò lentamente, sapeva bene che era necessario manovrare delicatamente sull'asfalto reso viscido dalla tanta acqua che stava cadendo, e svoltò, fermandosi davanti alla trattoria. Giusto il tempo di girare la chiave e abbassare il cavalletto che un fulmine cadde non lontano dalle sue spalle, illuminando la facciata della palazzina come se fosse pieno giorno.
Tolse il casco e rimase alcuni istanti fermo dov'era, quasi godendo di quella pioggia sul viso e sui capelli. Infine scese dalla moto, liberò lo zaino dal telaietto a cui era legato mettendoselo in spalla e varcò la soglia del locale. Pochi minuti sotto quel diluvio erano stati sufficienti per inzupparlo dalla testa ai piedi, come se si fosse tuffato in una piscina completamente vestito. A ogni movimento i vestiti gli si incollavano addosso e sembravano non volerlo lasciare più.
C'era una grassa signora dietro il banco del bar. Aveva le mani grosse e callose, di chi è abituato a lavorare senza risparmiarsi tanto. I capelli erano raccolti in una retina d'un verde fluorescente e, sopra una divisa da cucina indossava un grembiule macchiato qua e là di sugo e pomodoro. Un lampo non distante annunciò un tuono. I vetri vibrarono.
Non appena la porta d'ingresso si chiuse alle sue spalle, la donna voltò il capo verso l'uomo e l'osservò da capo a piedi, impassibile, quasi non fosse esistito.
«Piove?»
Nonostante l'aspetto non propriamente gradevole, la voce era morbida e dolce, bella e melodiosa.
«Solo due gocce», rispose Nero mentre un rivolo d'acqua gli scivolava sulla fronte fino all'occhio, «si può avere qualcosa di caldo da mangiare?»
«Prego, dove preferisce.»
Certo, una doccia calda e dei vestiti asciutti sarebbero stati assai graditi, ma prima avrebbe dovuto trovare un posto dove trascorrere la notte, magari dopo avrebbe chiesto alla signora se ci fosse qualche affittacamere nelle vicinanze, ma già poter sorseggiare una birra fresca non era cosa da poco. A cui avrebbe aggiunto, da lì a pochi minuti, un bel pasto caldo. Che, in una cosa fattasi così improvvisamente buia, fredda e tempestosa, poteva risultare un vero toccasana per lo spirito.
In verità la pioggia non gli dava particolarmente fastidio, anzi, si può dire che quasi apprezzasse sentir l'impatto delle gocce sulla pelle. Non era certo la prima volta che si trovava a guidare sul bagnato e anche quella sera, se il temporale non avesse limitato tanto la visuale, forse non si sarebbe nemmeno fermato.
Mentre era perso in quei pensieri dalla cucina emerse una ragazza bionda dai capelli corti, il viso delicato, con lineamenti morbidi e dolci, illuminato da due occhi color del cristallo. La camicetta bianca metteva in risalto i fianchi stretti e il ventre piatto che scivolava su due cosce affusolate strette in un paio di jeans neri. I seni non erano inesistenti, ma nemmeno prosperosi, forse una seconda, ma comunque ben proporzionati alla figura della fanciulla. Al collo, incuneato nella scollatura della camicia, brillava un piccolo ciondolo della forma d'un fiocco di neve.
«Buonasera.»
La ragazza gli sorrise cordiale e Nero osservò le due graziose fossette agli angoli della bocca.
«Buonasera.»
Dopo aver posato il piatto ancora fumante sul tavolo la cameriera si girò e tornò in cucina. Un gesto normale, compiuto chissà quante infinite volte ma che, in quell'occasione, offrì il fondoschiena allo sguardo del cliente. I jeans ne fasciavano perfettamente le curve, mostrando un sedere che, in qualche modo, sembrava fondersi perfettamente nell'armonia di quel corpo snello.
Il biker sorrise chiedendosi se la giovane fosse la figlia della signora che l'aveva accolto nel locale. E, se così era, attraverso quali dolori doveva essere passata quella donna per essere ora così sfigurata?
Abbandonò quei pensieri e si dedicò alla pietanza concentrandosi solo sulle sensazioni che quel cibo caldo gli dava scivolando in gola e riscaldandogli le membra. Mangiò davvero con gusto.
Pochi istanti dopo aver vuotato il piatto, la ragazza si presentò nuovamente al tavolo con un sorriso che andava oltre la cortesia professionale. O forse... era solo un'impressione... una fantasticheria... di Nero?
«Avevi fame...»
«Un po'», rispose Nero facendosi un poco indietro per facilitare il lavoro della cameriera, «mi dispiace disturbarvi a quest'ora.»
«Non preoccuparti, fa parte del nostro lavoro.»
La biondina prese il piatto con la sinistra, mostrando un polso fine e grazioso e una mano dalle dita curate e affusolate. Fece per tornare in cucina ma si fermò un momento.
«Piuttosto», continuò gettando uno sguardo ai vestiti fradici, «non vorrai tornare in moto così.»
«Non è certo la prima volta che prendo la pioggia. Volevo arrivare a un hotel, ma con la violenza con cui stava cadendo era impossibile proseguire oltre.»
«Ho visto, e potrei dir sentito, il temporale. Sembra davvero inferocito!»
«Direi che è il termine appropriato. A proposito, sai dirmi se qui vicino ci sia un hotel o un posto dove poter trascorrere la notte?»
Inaspettato il campanello della cucina fece sentire il proprio trillo.
«Perdonami, arrivo subito.»
Nero lasciò la ragazza con un gesto semplice della mano e l'osservò allontanarsi, perdendosi su quel leggero ancheggiare. Era solo un'impressione o questa volta quel movimento era più accentuato? Lei non tardò molto prima di esser di ritorno, posandogli un piatto di arrosto fumante e patate al forno assai profumate.
«Senti, noi abbiamo delle camere di sopra. Con questo tempo le abbiamo riempite tutte, tranne quella piccola piccola. Non è gran che, diciamo che la teniamo per le emergenze, ma puoi dormire qui.»
«Sarebbe ottimo, grazie!»
«Pensavo... se mi dai i vestiti li posso mettere nell'asciugatore e domani, per quando ti svegli, li avrai come nuovi.»
Nero sorrise di nuovo, piacevolmente stupito da quella novità.
«Non posso chiedere soluzione migliore. È stata davvero una fortuna fermarmi qui, grazie infinite.»
«A volte non è questione di fortuna. Perdonami, devo fare due lavori. Torno presto.»
Senza dire altro la ragazza tornò in cucina, lasciando Nero un poco perplesso per quella strana frase. Chissà che aveva voluto dire...
Pazienza, avrebbe avuto modo di chiederglielo più tardi.
Senza più il timore di dover andare via per lasciar chiudere il locale alle donne e trovarsi poi un posto dove passare la notte mangiò con calma e dovette riconoscere che rare erano le volte in cui s'era trovato tanto bene.
Finché, senza più nulla nel piatto, vuotò anche il boccale con un ultimo sorso. Sì, era assai soddisfatto.
Pochi istanti dopo la fanciulla fece la sua comparsa. In mano reggeva due piccoli bicchieri pieni di un liquido trasparente dai riflessi cangianti. Non appena li posò sul tavolo un profumo intenso ma delicato, per nulla sgarbato, riempì le narici di Nero. Si sedette di fronte a lui.
«Questa è una grappa speciale che fa mia madre. Non possiamo tenerla al banco, sai com'è, tra finanza e sanità...»
Nero osservò gli occhi cristallini della ragazza, i corti capelli biondi, fino al disegno delle labbra, sottili, proprio come tutta la sua figura.
«Sì, capisco.»
«Dormi qui, non devi guidare. Ho pensato che ti avrebbe scaldato un po' finché non ti infili sotto la doccia.»
«Grazie, molto gentile. Sei così premurosa con tutti quelli che entrano qui?»
Lei rise.
«Oh no, solo con quelli bagnati come pulcini.»
«Ho sempre apprezzato la pioggia.»
«Un biker che apprezza la pioggia? Pensavo la odiassi.»
«Forse dovrei odiarla, ma in realtà non è così. Mi piace, sa di buono.»
«Sì, hai ragione. Anche a me piace. In realtà prendermi cura dei clienti è il mio lavoro e mi piace. Ogni tanto capitano quelli che mi colpiscono e mi fanno venir voglia di dedicargli qualche attenzione in più.»
«Ho il sospetto di essere uno di quelli.»
«Touché.»
La ragazza sorrise, mostrando le fossette ai lati della bocca. Nero avvicinò il bicchiere al naso e ne respirò lentamente il profumo. Un profumo che gli fece venire alla mente l'immagine di un campo pieno di fiori in primavera. Non si sentiva affatto la presenza dell'alcol.
«Non diresti che è grappa, vero?»
La ragazza lo stava guardando come chi si gusta trionfante il frutto delle proprie dure fatiche. Un sorriso di una semplicità rara e di una luminosità disarmante. Nero si sentì quasi messo a nudo davanti a quel viso radioso.
«No davvero. Complimenti.»
«Sai, c'è un campo nelle colline poco distanti da qui, nascosto in una piccola valle, più un'insenatura a dire la verità. Non so di chi sia, credo che nemmeno mia madre lo sappia, forse non è demaniale e basta... chi lo sa? Il fatto è che nessuno se ne prende cura da... secoli ormai. La sua esistenza è un piccolo segreto che mia madre ha ereditato da mia nonna, così come io l'ho ereditato da mia madre.»
La ragazza si fermò un attimo, perplessa. Nero l'osservava incuriosito.
«Perdona la ripetizione. Beh, ti dicevo, c'è questo campo in questa valletta. Non sembra lontano a pensarci ma, una volta lasciata l'auto, ci vuole quasi un'altra ora a piedi per arrivarci. Ma fidati, è un posto splendido, meraviglioso... oserei dire magico.
Devi sapere che non è affatto facile da trovare né da vedere. La vegetazione lo protegge da sguardi indiscreti e visitatori indesiderati. Tutt'attorno è chiuso da muri alti e spessi di rovi con spini lunghi e acuminati e se non conosci il punto esatto per passare potresti girarci attorno per ore senza trovare il modo di entrare. Ma se conosci dov'è il posto e il passaggio tra i rovi puoi accedere a questo piccolo campo in cui, in primavera, sbocciano migliaia di fiori dai mille colori e dai profumi più incantevoli.»
La ragazza sembrava in estasi mentre parlava di quel posto magico e Nero l'ascoltava affascinato, quasi cavalcando quelle parole e immaginandosi di essere tra quei fiori.
«Deve essere davvero meraviglioso.»
«Lo è. Un giorno mi capitò di essere lì dopo la pioggia. Le nuvole grigie si stavano aprendo e un timido sole cercava di trovar le forze per splendere. E mentre ero lì, come dal nulla, comparve l'arcobaleno. Davvero, fu uno spettacolo mozzafiato. Credo non dimenticherò mai quel giorno...»
Ci fu un momento di silenzio in cui fu chiaro che la ragazza stava rivivendo quei ricordi. Nero rimase in silenzio, rispettando i suoi tempi. In fondo era piacevole osservarne i lineamenti. Era proprio una bella fanciulla.
«Scusami, ho divagato.»
Disse lei con un dolce sorriso mentre l'uomo le faceva cenno che non c'era alcun problema.
«Ogni primavera io e mia madre ci rechiamo in quel campo e riempiamo due ceste di quei fiori. La cosa incredibile è che vanno colti con cura e amore, altrimenti decadono subito, non arrivano nemmeno a casa. Quanti ne ho sciupati la prima volta che andai al campo...»
A dire il vero Nero fu alquanto dubbioso su quest'ultimo elemento, ma preferì non spezzare la magia del momento. All'improvviso la ragazza si riscosse.
«E, alla fine, da quelle piante ricaviamo questa grappa.»
«Vacanza?»
Nero non si scompose davanti a quegl'occhi chiari che sembravano studiarlo.
«Come prego?»
«Vai in vacanza?»
Nero accennò un sorriso amaro. Fosse stato un semplice viaggio di piacere...
«Vacanza... se vogliamo chiamarla così.»
La risposta non era stata molto convincente e la ragazza se n'era accorta dubito. Curiosità era il nome di quello sguardo.
«Non lo è?»
«Sì e no. È un po' più complesso in realtà.»
«Capisco, non ti va di parlarne. Sono brava e non insisterò oltre, anche se mi piacerebbe che tu dicessi qualcosa in più. Beviamo?»
«Beviamo.»
Alzarono i bicchieri facendo sì che si toccassero con un lieve tintinnio.
«Alla vita», disse lei.
«Alla vita», fece eco lui.
Se quel liquore si era dimostrato una meraviglia per l'olfatto, al gusto fu sublime. L'alcol non fece minimamente sentire la sua presenza, rivelando un sapore dolce e profumato e, per un attimo, Nero pensò di poter riconoscere, uno ad uno, i mille fiori che ne componevano l'essenza.
Posò il bicchiere con delicatezza, imitato subito dopo dalla ragazza che, di colpo, si fece seria.
«Ti ho raccontato un segreto che non rivelo mai a nessuno, non so perché l'ho fatto con te. Penso di potermi fidare. Se mia madre lo venisse a sapere io passerei un gran brutto guaio.»
«Hai la mia parola, nessuno saprà mai nulla da me.»
«Bene. Altrimenti io lo verrei a sapere e, sai come vanno queste cose... dovrei ucciderti.»
Si guardarono seri, talmente seri che, per un istante, Nero pensò che la fanciulla stesse parlando sul serio. Alla fine, però, la cameriera aveva ceduto ed era scoppiata a ridere.
«Avresti dovuto vedere la tua faccia! Non mi dirai che un biker come te teme una piccola e indifesa fanciulla come me!»
Nero sorrise a sua volta, divertito dal modo di fare della biondina.
«Sempre meglio fare attenzione. Non puoi mai sapere cosa nascondono le apparenze.»
«Hai ragione. Beh», disse lei alzandosi, «gustati la grappa in pace, io finisco un lavoro in cucina e poi ti accompagno alla camera.»
Allungò la mano per prendere il piatto vuoto, rivelando così un tatuaggio con le fasi lunari all'interno dell'avambraccio, dal polso al gomito. Nero gli dedicò un'occhiata, ma senza dargli eccessiva importanza. Un disegno che, in qualche modo, l'aveva sempre affascinato.
«Vieni?»
La ragazza era lì, ricomparsa alcuni minuti dopo, sulla soglia che conduceva in cucina. Come Nero portò lo sguardo su di lei, le sue labbra si incresparono appena in un sorriso dolce e fece alcuni passi verso di lui.
«Perdona l'attesa, ma non potevo rimandare.»
Nero si alzò in piedi e si issò lo zaino sulle spalle per poi raggiungere la fanciulla.
«Non preoccuparti per me, mi stai già facendo una cortesia, posso aspettare un po'.»
«Immagino non vedrai l'ora di toglierti quella roba bagnata di dosso e poterti asciugare.»
«Ti confesso che l'idea di poter fare una doccia calda e cambiarmi è allettante, ma due minuti in più non mi cambieranno la vita.»
«Sei carino a dir così. Perdonami lo stesso.»
«Davvero, non preoccuparti.»
Nel frattempo avevano attraversato un'altra sala con le luci spente e avevano raggiunto delle scale.
«In teoria questo passaggio è riservato al personale. I clienti dovrebbero passare da fuori, ma visto che diluvia...»
A metà dei gradini la ragazza si era girata, cogliendo in flagrante il biker intento ad apprezzare il suo fondoschiena.
«Non è educato fissare il sedere delle ragazze.»
Nero alzò le spalle e sorrise.
«Forse, ma a me piace apprezzare le cose belle.»
«Sei un ruffiano.»
«Ho solo detto quello che penso.»
«Dovresti imparare ad essere più discreto.»
«Questo vuol dire che posso continuare a guardare?»
«No!»
La cameriera non sembrava affatto convinta, ma parve decisa a lasciar correre l'incidente.
Si trovarono in un piccolo salottino, arredato con garbo e buon gusto, un tavolino, due poltroncine e una libreria ricolma. Una piccola abat-jour illuminava con una calda luce l'ambiente, donandogli un tocco di intimità davvero gradevole. Di fronte alle scale una finestra, ora chiusa, ma da cui si sentiva distintamente il picchiettare della pioggia e si potevano intravedere le scariche dei lampi.
Seguendo la ragazza Nero s'infilò nel corridoio sul quale si affacciavano diverse porte, ma loro si fermarono alla prima.
«Eccoci», disse la ragazza girando la chiave nella toppa.
Fece un passo nella stanza e accese la luce. Nero la seguì un attimo dopo. C'era un fresco odore di lavanda nell'aria.
In effetti la stanza era piccola, ma di certo non meno di quella che può essere una camera singola d'albergo. Un letto, seppur di una piazza soltanto, un frigo bar, un piccolo armadio ad un'anta sola, una finestra e un bagno di ridotte dimensioni.
«E questa la chiami piccola? Ho dormito in posti ben più angusti.»
Nero si girò verso la ragazza, lì in piedi e sorridente.
«Bene, sono contenta ti piaccia. Quello è il bagno con la doccia e l'acqua calda. Gli asciugamani sono freschi e puliti, li ho portati su poco fa.»
Nero avanzò guardandosi attorno, una verde vallata attraversata da un piccolo corso d'acqua immortalata in un quadro occupava il poco muro libero. Posò lo zaino ai piedi del letto e e rivolse un sorriso di gratitudine.
«Davvero grazie. Mi hai salvato dall'annegamento.»
«Ci mancherebbe... Beh, allora ti lascio il tempo di fare la doccia, torno dopo a prendere i panni bagnati. Non ti addormentare finché non torno però!»
Senza dire altro fece due passi indietro, tirandosi dietro la porta. Era proprio di bell'aspetto e dai modi carini. Si sarebbe dovuto ricordare questo posto...
Sentire l'acqua calda sulla pelle infreddolita fu un vero toccasana non solo per la carne ma anche per l'anima. Non aveva certo paura del sonno e la prospettiva di poter trascorrere la notte in un letto caldo piuttosto che all'addiaccio, com'era successo negli ultimi giorni, lo rincuorava assai. Si attardò sotto la doccia più del necessario, ma non aveva importanza. Assaporò quella doccia quasi come avrebbe fatto con un'amante.
Avvolgersi nel grande telo di spugna morbida fu un altro piacere assai gradito. Era di spugna, delicatamente profumato e incredibilmente morbido. Uscì dal bagno e si sedette un momento sul bordo del letto, strofinandosi i capelli con energia.
Per essere una piccola trattoria di passaggio doveva riconoscere che lo stavano trattando meglio di quanto si sarebbe mai potuto aspettare. E la cosa non gli dispiacque affatto. Nonostante tutti i pensieri che gli stavano affollando la mente nell'ultimo periodo si concesse un attimo di tregua e di riposo.
Bussarono alla porta.
Si issò in piedi di colpo. Doveva essersi addormentato.
«Entra.»
La ragazza fece capolino da dietro la porta con quel suo sorriso immancabile.
«Sei vestito vero?»
«Quasi.»
Nero osservò la ragazza mentre si avvicinava a lui e gli posava una mano sul petto scoperto. Una strana luce le brillava negli occhi.
«Lo sai vero?»
La sua voce era bassa e questo le donava una sfumatura ancor più sensuale di quanto già non stesse facendo quella camicetta bianca che le stringeva i fianchi.
«Cosa?»
«Scadremmo nel più banale cliché dei film porno.»
Nero rise divertito da quella specie di avance. Non era la prima volta che una donna si facesse avanti, ma raramente era accaduto in modo tanto sfacciato. Nonostante questo, però, a Nero non sarebbe dispiaciuto.
«Tu dici?»
«Certamente. I cliché ci son tutti. Il temporale, il motociclista infreddolito, la cameriera gentile, la stanza per dormire, lui che si fa trovare solo con il telo indosso, lei che lo guarda affascinata, l'asciugamano che cade quasi per magia...»
Ci fu un momento di silenzio, uno di quei magici momenti in cui tutto pare possibile. Nero passò lo sguardo da quella mano posata su di lui al viso della ragazza, lasciandosi andare ad una smorfia.
«Sarebbe davvero triste così.»
La cameriera ricambiò lo sguardo con ritrovata energia e spezzò il contatto facendo un passo indietro.
«Non mi dirai che ci stavi credendo davvero?»
L'espressione di Nero valse mille parole. Il sorriso della fanciulla altrettante. Gli fece la linguaccia e recuperò i vestiti bagnati dalla sedia su cui lui li aveva posati.
«Devo andare a farli asciugare. Te li farò trovare domani mattina.»
Guadagnò la porta e gli concesse un inchino scherzoso.
«Grazie infinite.»
Le disse prima che sparisse dietro la porta, ma prima che questa si fosse chiusa la richiamò.
«Ehi aspetta!»
Un lungo istante di silenzio prima che quel viso facesse la sua apparizione.
«Dimmi.»
«Posso sapere il tuo nome?»
«Uhm... ci penso. Buonanotte!»
E sparì dietro la porta senza aggiungere altro.
Nero scosse il capo, tutto sommato divertito da quella buffa ragazza e il suo simpatico modo di comportarsi. Finì di asciugarsi, prese due vestiti asciutti dallo zaino e, finalmente, si coricò.
Un rumore nella notte lo destò dal sonno.
Fuori la tempesta stava infuriando con ancor più violenza di prima e non sembrava affatto intenzionata a smettere. Con molta probabilità era stato un tuono particolarmente forte a destarlo. Si giro dall'altra parte pronto a scivolare nuovamente tra le braccia di Morfeo.
Qualcuno bussò alla porta.
Forse era stato solo il frutto della sua immaginazione. Restò in ascolto ancora un istante.
Ancora.
Accese l'abat-jour e andò alla porta, aprendola solo un poco. La ragazza era davanti alla porta, con il viso spaventato. Non indossava più i jeans e la camicia, ma una lunga camicia da notte di colore chiaro assai sensuale.
«Ciao. Qualche problema?»
«Ho paura della tempesta.»
Sembrava seria. Nero rise.
«Sul serio?»
«Sul serio.»
Confermò lei.
«Come posso aiutarti?»
«Sul serio?»
Nero rise ancora.
«Sul serio.»
L'espressione di lei fu più che eloquente.
«E questo non sarebbe un altro banale cliché dei film porno?», aggiunse l'uomo.
«E tu non aiuteresti una povera fanciulla intimorita dalla furia degli elementi?»
«Una fanciulla di cui non so nemmeno il nome.»
«Non sei un cavaliere» disse e si girò, facendo per andarsene, triste.
«Aspetta.»
Nero non fece in tempo ad aprire la porta per andarle dietro che lei girò i tacchi e corse dentro la camera, tuffandosi sul letto e raggomitolandosi sotto il lenzuolo. Nero si fermò sulla soglia della camera ad osservare le forme della ragazza.
Per quanto lei potesse essere minuta e graziosa, un letto ad una piazza soltanto non lasciava molti dubbi su come sarebbe proseguita la notte.
Lei era lì, con quegli occhi luminosi a guardarlo, invitandolo al suo fianco.
«Un vero cavaliere cederebbe il suo giaciglio alla fanciulla intimorita, accontentandosi del pavimento.»
«Tu l'hai detto, non sono un cavaliere.»
Nero chiuse la porta, diede un giro di chiave e si abbandonò tra le braccia di lei.

Il cinguettio degli uccelli e un raggio di sole sul volto diedero il buongiorno a Nero, che allungò pigramente una mano verso l'orologio.
Le otto del mattino.
Era un buon orario per concedersi una tazza di caffè nero e rimettersi in viaggio. Aveva ancora molta strada da fare, era vero, ma poteva concedersi un momento.
Si guardò attorno. Della ragazza nessuna traccia. Doveva essersi alzata prima di lui per andare a preparare le colazioni. Peccato.
Si vestì con calma, raccolse le sue poche cose e scese pigramente al piano terreno.
«Buongiorno.»
La signora grassa che l'aveva fatto accomodare la sera prima era al banco del bar, intenta a tagliare a fette una profumata crostata che, a giudicare dalle apparenze, doveva esser stata sfornata da poco.
«Buongiorno», rispose Nero posando lo zaino a terra.
«Caffè? Crostata?»
«Molto gentile.»
Lo bevve con tranquillità, gustandosi una fetta di quella squisita prelibatezza alle more.
Saldò il conto, ma la signora volle solo la quota della cena. Nero insistette, cercò ugualmente di pagare, ma la signora fu irremovibile.
Infine si mise lo zaino in spalla e si preparò a partire, ma sulla porta si fermò. Gli dispiaceva andar via senza salutare la ragazza.
«Mi saluti sua figlia signora, è una ragazza sveglia e in gamba. Non sono tante quelle come lei.»
«Figlia? Io non ho nessuna figlia.»
Note finali:
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