i racconti di Milu
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Giuseppe, 40 anni, bella presenza, sposato con un figlio più una in arrivo. Professione autista.

Il mio curriculum è semplice.
Da 15 anni lavoro per una grossa azienda internazionale e sono sempre in viaggio o quasi.

Vado a prendere i pezzi grossi a casa, li riaccompagno. Spesso li porto in altre città, in filiali e sedi distaccate, ed è la parte più noiosa o quasi del mio lavoro perché mi costringe a lunghi tempi d’attesa mentre loro sono in riunione o che altro.
Tra le altre cose ho il porto d’armi e l’autorizzazione a avere con me la pistola fungendo “anche” da guardia del corpo. Non so come abbiano fatto in azienda a farmelo avere e sicuramente non considero parte del mio lavoro “difendere” i boss che accompagno, ma tant’è…. Questo hanno voluto e questo faccio.

Mi considero fortunato perché mi piace guidare, la mia retribuzione è “robusta” e ho vari benefit tipo ottimi pranzi a spese dell’azienda quando l’attesa si protrae al pomeriggio.
Certo, sono costretto a stare poco a casa, a volte vengo anche chiamato il fine settimana per recuperare questo o quello in qualche aeroporto, però non sono legato a una scrivania o cicli produttivi. Siamo io, l’auto e il pezzo grosso di turno.
Inoltre girando, principalmente per il Centro-Nord Italia, conosco tanta gente nei posti che visitiamo.
Ecco, questo è un benefit non compreso nel contratto di cui vi voglio parlare.

I pezzi grossi che accompagno, tranne un paio che sono proprio stronzi, dopo un po’ sono diventati socievoli. Nel viaggio si parla piacevolmente, quando non sono presi dal lavoro al personal o da telefonate o chat. E’ naturale entrare in confidenza e diversi mi chiamano per nome e pretendono di farsi chiamare per nome.
Intendiamoci: di me a loro non fotte niente, solo che fa tanto “progressista” far vedere a tutti che sono amichevoli con i sottoposti.
Da questo discende che, nei posti dove li accompagno, ho cominciato a dare un’immagine di me non veritiera, cioè di quello che ha “entrature” nei piani alti.

Cambiando l’immagine ho visto cambiare anche l’atteggiamento nei mie confronti. L’ho notato chiaramente, la prima volta, in una filiale distante: fino a poco prima mi guardavano dall’alto in basso, le due segretarie principali nemmeno volevano che io attendessi in direzione l’uscita del boss e poi, quando lui è uscito in anticipo e mi ha preso sottobraccio dicendomi:

- Andiamo Giuseppe, abbiamo finito presto. Ne approfittiamo per fermarci a pranzo in quel ristorante che conosci lungo la strada.. offre la ditta ah ah ah ah –

Miracolo. La volta successiva in quella filiale erano tutti sorrisi e gentilezze:

- Giuseppe vuoi un caffè? Giuseppe siediti comodo ecc. ecc. –

Massa di ipocriti…….. però…………. però tra le tante persone “diventate” gentili c’era anche Milena, una segretaria di secondo livello assunta, credo, più per le sue doti fisiche che per la sua intelligenza. Lo dico perché lo penso, non sono maschilista ma…….. Milena è veramente un’oca. Oppure è un genio che sa recitare benissimo la parte dell’oca. Non lo so e nemmeno mi interessa. Mi interessa, invece, che all’improvviso parve accorgersi che esistevo.
Lavoravo nell’azienda da circa un anno quando avvenne il miracolo. La volta successiva che accompagnai il Boss, e dovevo attenderlo un paio d’ore, Milena mi fece accomodare nella sala d’attesa, vicino alla sua scrivania, parlandomi come se fossimo amici, chiedendomi di me, della mia vita, del mio lavoro.
Una conversazione contornata di battiti di ciglia, sorrisi splendenti, risatine sceme a mie battute ancora più sceme. Ero giovane ma non idiota e compresi subito il motivo del cambio di atteggiamento. Decisi quindi di divertirmi a sue spese (comportamento che avrei tenuto poi dappertutto in situazioni, tante, similari) e ricambiai l’interrogatorio farcendolo di complimenti per la sua bellezza, il suo lavoro, il suo abbigliamento, il suo profumo……. Oddio, non dicevo nulla di falso, a parte forse l’aspetto lavorativo, evitando accuratamente di lodarla (in quel frangente, lo feci successivamente) per l’intelligenza perché mi feci subito l’idea di avere di fronte una cretina totale (o forse una brava attrice come ho detto sopra).

La volta successiva eravamo vecchi amici e si cominciò a andare sul personale. Parlando con lei avevo ampia visuale delle sue gambe nervose coperte, si fa per dire, da una minigonna striminzita. L’accavallarsi e scavallarsi di quelle gambe mi permetteva di conoscere il colore del suo intimo e mentre mi chiedeva dei miei legami sentimentali, parlandomi dei suoi (di cui non mi fregava niente), le fissavo apertamente e alternativamente le belle gambe e il petto florido.
Civettuola si slacciò un bottone della camicetta lasciandomi intravvedere l’inizio dei bei seni. Insomma, flirtavamo spudoratamente e manifestai il mio interesse senza remore, a quel tempo non ero sposato. Quando arrivò una chiamata dalla sala riunioni per informarmi che potevo andare a pranzo perché non avevano finito e avrebbero proseguito nel primo pomeriggio, Milena subito mi chiese di farle compagnia durante la pausa. Lei avrebbe mangiato uno yogurt, per la linea, senza uscire. Benché affamato, presi una merendina da un distributore e così “pranzammo” insieme dentro l’ufficio.

Beh, se vi aspettate che abbia “giocato” con lo yogurt ed il cucchiaino……… siete nel giusto. Non come un una troia consumata, esasperando i gesti, ma il suo modo di mangiarlo, di leccare il cucchiaino, compresa la goccia bianca residua all’angolo delle labbra, spazzata via da un colpo di lingua …..… era impossibile non immaginare quelle labbra al lavoro su un cazzo duro.
E duro lo era diventato il mio guardandola, e lei se ne era chiaramente accorta a giudicare dal suo abbassare lo sguardo e poi rialzarlo sorridendomi maliziosa.

Insomma, un siparietto tutto da gustare. Ero partito con l’idea di “giocare” con lei, vedere fino a dove si sarebbe spinta, e invece ero io ad essere diventato impaziente. L’uccello duro nei pantaloni richiedeva prepotentemente la mia attenzione, buona parte della mia lucidità era svanita. Solo un barlume residuo mi permise di non approcciarmi più direttamente a lei all’istante, e questo la scocciò. In realtà era la mia paura di essere sorpresi, eravamo immediatamente visibili a chiunque fosse entrato in direzione o fosse uscito dalla sala riunioni, e di conseguenza di perdere il posto di lavoro, che mi trattenne. Null’altro.

Così rimasi “freddo” al chiaro invito limitandomi a farle altri complimenti sulla sua linea, sul suo coraggio e spirito di sacrificio nel mangiare così poco. Allora lei giocò il jolly: mi chiese di aiutarla a prendere una certa cosa nell’archivio adiacente e la seguii, gli occhi fissi su quel culetto ondeggiante. Appena dentro la stanza persi ogni remora; con la scusa di aiutarla mi appoggiai a lei facendole sentire il mio affare all’apice del culetto, lì dove le curve iniziano a promettere. Trattenne il respiro, le mani sollevate a prendere qualcosa su un ripiano. Io lasciai perdere questa cosa che stavo afferrando con lei per scivolare con le mie mani sulle sue braccia, fino alle spalle, per finire sui suoi fianchi che carezzavo leggermente.

Infoiato, mi stavo strusciando contro di lei come un cane. Ero veramente partito: ansimavo vicino al suo orecchio sussurrandole le cose oscene che volevo farle mentre col bacino spingevo avanti e indietro come se volessi forare la stoffa che ci divideva. La baciai sul collo, più volte, leccando dove baciavo, arrivando dietro l’orecchio, prendendone un lobo tra le labbra per succhiarlo, e lei…… lei era immobile, sentivo solo il suo petto sollevarsi nel respiro accelerato. Quando la sentii spingere contro di me capii che era fatta, il consenso era palese, potevo spingermi oltre. Lo feci facendole voltare la testa, impadronendomi della sua bocca. Un solo istante di ritrosia prima di arrendersi e ricambiare, incontrando la mia lingua invadente con la sua. Le strinsi i seni da dietro, li carezzai a piene manii e la sentii fremere. Andai oltre slacciando la camicetta fino al ventre, calandole il reggiseno per esporre completamente le tette.
La feci girare e le mie mani lasciarono il posto alla bocca. Doveva essere molto sensibile lì perché il solo succhiarle i capezzoli la fece mugolare.
Non c’era molto tempo, presto gli altri sarebbero rientrati dalla pausa.
Prendendola per i fianchi la sollevai di peso facendola sedere su un tavolo che era lì, all’altezza giusta. Le gambe penzoloni non si opposero quando spinsi la minigonna verso l’alto e premetti per fargliele aprire. Un gesto veloce e il mio uccello fu fuori e poggiato sugli slip. Un altro semplice gesto per spostare la poca stoffa e la punta fu a contatto con le sue labbra intime dove la strofinai alcuni istanti prima di puntarlo bene e premere.
Mi abbracciò di scatto con un gemito roco sentendosi penetrare. Non avevo spinto con la forza che avrei voluto, che il mio desiderio chiedeva, eppure le scivolai dentro facilmente trovandola già parzialmente lubrificata.
Scopammo così, io in piedi tenendola per i fianchi, lei con braccia e gambe strette intorno a me, guancia contro guancia quando lasciammo perdere i baci per muoverci più di fretta, spingere più a fondo nel galoppo che ci avrebbe portato al piacere.

- Sì… sì….sì….. –

Una sillaba che mi risuonava nelle orecchie, detta con una voce roca e arrapante che non le conoscevo. Io penso di averle detto ancora cose oscene, sinceramente non lo ricordo perché una specie di corrente elettrica mi attraversò il corpo mentre spingevo più forte, muovendo il bacino con furia, senza che lei si ritraesse, Senza pensare le godetti dentro, di gusto, andando avanti e indietro come un treno, egoisticamente senza badare a lei.
Quando mi ripresi lei era ancora abbracciata a me. Si sciolse lentamente, riaprì le gambe e potei tirarmi indietro uscendo da lei.
Non so dove possa averli presi ma la vidi mettere un paio di kleenex dentro gli slip e riassettarsi scendendo poi dal tavolo.

- Sei un animale…….. –

Me lo disse prima di uscire dallo stanzino, ma lo disse con tono compiaciuto esaltando il mio ego.
Milena sparì nel bagno per diversi minuti e quando tornò era di nuovo la perfetta segretaria, nulla nell’abbigliamento o nell’espressione poteva far capire cosa era successo. Solo un lieve rossore sulle gote.

Nemmeno il tempo di sedermi nuovamente che la porta della sala riunioni si aprì e il boss uscì salutando gli altri. Lo condussi, guidando velocemente, a casa per il suo pranzo e solo quando riportai l’auto nella sede aziendale, rimettendomi a disposizione, ebbi tempo per razionalizzare ciò che avevo fatto, il rischio, relativo, corso, il gusto di quella sveltina forse non inattesa ma certo non programmata.

Questa fu la mia prima “avventura” con una delle impiegate, altre ne seguirono.