i racconti di Milu
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Io ricordo con precisione quando tu sei entrata per la prima volta nel mio ufficio, in quella circostanza avevi infatti una corporatura esile, i capelli lunghi, gli occhi d’un colore grigio-azzurro con quell’atteggiamento diffidente, visibilmente incerto e timoroso di un’adolescente d’altri tempi:

“Buongiorno dottoressa, sono molto lieta di conoscerla” - hai esclamato in quell’occasione accennando addirittura un lieve inchino.

“Chiamami semplicemente Anna, giacché in quest’ufficio dovremo rapidamente appoggiare esultanze, preoccupazioni e specialmente sforzi”.

Tu in quella contingenza sei lievemente arrossita e quest’aspetto m’ha radicalmente intenerito, giacché ti sei in brevissimo tempo impegnata nel lavoro senza risparmiarti e senza farti notare, considerato che la tua serenità e il tuo sorriso leggero e gentile m’hanno aiutato in ultimo alla svelta nel far fronte sbrogliando alla grande numerose situazioni difficili e particolarmente ingrate e ostiche. Un giorno, eravamo ai primi di luglio, ti vidi comparire dopo l’intervallo per il pranzo in condizioni pietose, eri completamente inzuppata a piedi nudi con le scarpette bagnate anch’esse, dato che io ti guardai con notevole stupore chiedendoti:

“Che cosa ti è successo?”.

“Mi sono presa l’ultimo scroscio di pioggia a cinquanta metri dall’ingresso, poi proprio davanti alla scalinata si è formato un laghetto profondo almeno dieci centimetri”.

La tua voce restava in precario equilibrio fra il pianto e il riso, francamente anch’io ero incerta fra i due atteggiamenti, scelsi a tal punto la via più pratica e immediata:

“Vieni qua, che adesso la zia Anna risolve tutto”.

“Sto gocciolando, rovinerò di certo tutta la moquette”.

“Se starai ferma lì sarà peggio”.

Dal mio armadietto presi un piccolo asciugamano e te lo lanciai:

“Ecco, comincia ad asciugarti i capelli”.

Nel frattempo tolsi dalla mia borsa una blusa di cotone leggero:

“Spogliati e mettiti questo” - mentre tu obbedivi rinfrancata e visibilmente stupita, nel tempo in cui ti facevo accomodare sulla mia poltrona girevole.

Dopo mi chinai davanti a te e con l’asciugamano ti frizionai i piedi. In quel preciso istante mentre tenevo fra le mani i tuoi piccoli e delicati piedi ben curati, scoprii d’amarti follemente, di desiderarti sfrenatamente, così come s’ambisce d’ottenere un gioiello perfetto d’assoluta e d’esclusiva eleganza. Il mio cuore in quel frangente si fermò per un attimo, poi riprese a battere con maggiore intensità, dal momento che ho impiegato tanto tempo per trovare il coraggio di rivelarti del mio amore. Tu m’hai ascoltato attentamente, a un certo momento ho visto che i tuoi occhi erano lucidi per l’emozione, ciononostante non m’hai risposto. Io so chiaramente che l’amore non si può esigere e neanche imporre, si può solamente donare però con delicatezza. Spesso io ho gioito delle tue risate sincere e spontanee, d’uno scherzo, di un’occhiata complice, sovente ho persino sofferto angosciandomi ulteriormente nel vederti inarrivabile e irraggiungibile. Ho capito di dovermi muovere come un artigiano, che soffiando in una sottile cannuccia produce fragilissime bolle di vetro colorato: basta solamente che non si fermi all’istante giusto e la bolla va in mille briciole.

Adesso siamo in vacanza, la sera passeggiamo fino al molo, dopo lo percorriamo lentamente fino in fondo, per il fatto che quanto più ci allontaniamo dal viale popolato di luci, dai tavolini di caffè, dalle palme, dai pini marittimi e dalle famiglie, tanto più il respiro del mare sostituisce soppiantando in ultimo i rumori della vita cittadina mettendoli in sottofondo. Di notte tutto s’appiana, ogni cosa s’attenua, di quest’andare ci sediamo sul nostro scoglio, quello leggermente incavato come una grande poltrona, giacché di giorno qui brulicano i bambini urlanti, le ragazze che si stendono al sole distribuendo intorno a sé borse variopinte, lettori di Mp3 e i sandali infradito di plastica. Di giorno, invece, le vecchie signore gridano premurose e solerti ai mariti:

“Sta’ attento, che là su quello scoglio ci sono le alghe, altrimenti scivoli”. E i vecchi mariti sbraitano di rimando:

“Spalmati bene la pomata, in caso contrario rischierai di bruciarti come l’anno scorso”.

Di notte il mare riprende giustamente il sopravvento, però di notte ci siamo soltanto noi: tu, io e il mare. Il mare è giudizioso, paziente e saggio, perché non s’indigna né si scandalizza di certo quando vede che io agguanto il tuo volto fra le mie mani. In quel momento t’accarezzo, poi comincio a succhiare gradualmente il tuo labbro superiore aprendo un varco per la mia lingua che penetra lentamente fino a incontrare le tua. Tu non ti disgusti né ti nausei quando vedi che le tue labbra finalmente s’aprono, quando il mare intravede distintamente le mie carezze giungere là dove la tua sensibilità è concentrata, quando il tuo ventre comincia a ondeggiare delicatamente seguendo il ritmo delle onde, fino al gemito di piacere che fuoriesce dalle tue labbra socchiuse.

Soltanto alla presenza del mare tu ti lasci amare, unicamente al cospetto del mare il tuo piccolo e timido seno s’offre esponendosi alle mie dita che lo sfiorano e su di esso disegnano itinerari capricciosi e mutevoli, al centro del quale dove ci sono sempre i tuoi capezzoli duri, ogni notte.

Ogni notte io mi nutro tenendomi vivo del profumo della tua pelle, del mormorio della tua voce e d’una tua distinta e garbata carezza.

So molto bene però, che alla fine la bolla scoppierà e allora resteremo in due, limitatamente io e il mare.

{Idraulico anno 1999}