i racconti di Milu
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Fino al giorno prima la mia vita era normalissima. Gunther, il mio secondo marito faceva il commesso in un magazzino di surgelati della catena Centrum Warenhaus ed insieme eravamo felici. Ero la sola a sapere che era un IM, un collaboratore non ufficiale della Stasi, e penso che ciò abbia concorso non poco a garantire svaghi e agiatezza a me e ad Hans, il figlio che ebbi da Klaus, il mio primo marito, dileguatosi oltre la cortina.

Hans era sempre stato membro attivo nella FDJ, studioso, laborioso, aveva avuto la sua utilitaria, la Trabi, appena diciannovenne ed ora, prestato il servizio militare, era iscritto ai corsi di elettromeccanica. Mai avrei potuto sospettare che fosse insoddisfatto della sua vita. Eppure era così, lo capii quando Gunther mi rivelò che era sotto osservazione della Stasi. Caspita che botta al cuore! Ero al corrente dei jeans che aveva acquistato di contrabbando e sapevo pure del disco dei Rolling Stones che avevano preso da qualcuno in prestito al jugend club, ma queste erano ragazzate. Per cose ben più gravi la Stasi e la sua rete di delatori e confidenti stavano indagando su di lui: sì, il mio Hans progettava di scappare ad Ovest.

Quando ne fui messa al corrente era notte fonda. Gunther era appena rincasato. Mi confessò tutto a letto. Io mi sentii venir meno, tramortii. L’avevano scoperto altri IM del nostro plattenbau ed erano stati audaci nel confidarlo a mio marito accettando di correre un rischio in nome della loro amicizia. Disperai in un pianto improvviso tra le braccia di Gunther. Non solo voleva fuggire via da me, ma in quell’impresa rischiava la vita ed anzi, visto che lo controllavano, bhe, poteva pure scomparire in qualche prigione di Stato. A poco valsero le carezze di mio marito, non servirono le sue parole. Sapevo bene che semplicemente parlare con mio figlio sarebbe servito poco eppure lui mi ripeteva che avrebbe discusso con Hans e risolto tutto perché il mio ragazzo era sempre stato un tipo equilibrato, con la testa apposto. Completamente in subbuglio, preoccupata per la sua sorte, disperai e confidai nell’iniziativa di mio marito.

Non chiusi occhio quella notte. Mi alzai all’alba, Gunther più tardi e, senza indugiare, filò a svegliare mio figlio munito di caffè. La porta della camera fu chiusa. Mi ci accostai ad ascoltare. Parlavano sottovoce, non si capiva nulla. Mi concentrai, ma nulla da fare, non riuscivo a distinguere le parole. Riconobbi poi lo stridore metallico delle tapparelle che si serravano ed il clic sordo dell’interruttore. Pochi attimi e la discussione riprese ad alta voce. "Non puoi farlo", era la voce di Gunther. “È tutto pronto! Diamine!", mio figlio inveiva rabbioso contro mio marito che lo metteva in guardia: “Questa storia finirà male, ti tengono d’occhio ma come devo fartelo capire?!”. Ero lì ad origliare, preoccupatissima, con i nervi tesi. Hans insisté: “Voglio riabbracciare papà!”. Calarono pochi attimi di pesante silenzio. “Tuo padre vi ha abbandonato”, disse sommesso Gunther. “Voleva la libertà ed eravamo piccoli per seguirlo. Non azzardarti a sparlare di lui!”, Hans trasalì ed il patrigno provò ancora a farlo ragionare: “C’è tua mamma, pensa a lei… ti arresteranno”. Mio figlio spazientì: “Mamma… oh mamma! Pensa tu a lei! Io non rinuncio ai miei propositi, tu… tu fa una cosa… spaccia notizie false su di me, depista tutti!”. Gunther non mollò: “Ma che dici, non fare l’incosciente…“.Hans allora sbraitò: “Ohh senti l’asciami in pace! Esci da questa stanza!”. Mio marito ammutolì e malinconico abbandonò la camera.

Appena fu fuori gli presi la mano. Mi guidò verso la porta, mi abbracciò, promise di riprendere il discorso in serata. Adesso doveva andare a lavoro. Lo strinsi a me ed in pochi istanti mi ritrovai sola con le mie paure.

Iniziai a pensare cosa fare. Dovevo agire, dovevo dissuadere mio figlio dal commettere sciocchezze. Riflettei, cercai di restar calma e ponderare bene la situazione, mi tormentai, ricaddi nella paura poi gli occhi si posarono sulla porta del bagno.

Restai ferma, muta, trattenni il respiro. Improvvisamente mi tornarono in mente le volte in cui Hans, da adolescente, m’aveva spiato mentre mi lavavo! Lui era lì, avvertivo la sua presenza con una sensazione di fastidio ma tacevo un po’ curiosa un po’ timorosa di danneggiare la sua sessualità. Sentirsi spiata dal proprio figlio, sapersi da lui desiderata era qualcosa di troppo forte per la mia mente e non volli affrontare mai questa questione. Dissimulai, feci finta di nulla, furono almeno sei le volte che lo sorpresi a spiarmi e lasciai sempre correre celandogli delicatamente ogni nudità. Quanti anni erano trascorsi ed Hans da adolescente travolto dalle prime pulsioni s’era fatto un uomo audace e ribelle.

Navigavo nei ricordi ed in meditazioni fumose quando mi balenò l’osceno pensiero. Cavolo sì, il modo giusto per fargli abbandonare il progetto d’una fuga ad Ovest stava tutto lì, proprio lì: dovevo risvegliare quelle piccole ed innocenti perversioni che aveva da ragazzo e servirmene per una buona ragione! Quello era un modo infallibile, usare il mio corpo e l’attrazione che provava mio figlio per me. Concedermi a lui sarebbe stata la sola cosa che l’avrebbe tenuto lontano dalla malsana idea d’un tentativo di fuga ad Ovest. In un baleno quell'esecrando pensiero mi erose ogni energia. Qualcosa di indecente, di folle, di così impudico da farmi ribrezzo eppure era la più efficace soluzione, la mia sola e vera ancora di salvezza. Lo accettai, non potetti fare diversamente. Sì, scopare con mio figlio era la cosa giusta da fare e di colpo la mia mente rinuncio ad ogni muro di moralità e pudicizia.

Restai in intimo ed entrai nella sua camera. “Hans”, lo chiamai volutamente languida. Aveva acceso la televisione, sullo schermo passavano "Dauria". Pronunciai ancora il suo nome: “Hans”. Si voltò, mi guardò, stupì col giacchio etereo dei suoi occhi che si infranse contro le forme abbondanti del mio seno. “Voglio che resti qui”, gli dissi avvicinandomi al suo letto e, spegnendo la televisione, sollevai di poco le tapparelle creando una diffusa penombra. Restò in silenzio, Notai sulla sua scrivania una copia della “Neues Deutschland” che annunciava la scoperta di un complotto di dissidenti e ripresi: “Non abbandonarmi…”. “Mamma… io potrei… trovare papà di là”, farfugliò senza smuovere gli occhi dalle mie poppe. “Se mi amava restavamo uniti… poi oggi tutti ricevono un Familienzusammenführung per ricongiungersi coi propri cari… lo vedi pure tu che Zio Rudi viene regolarmente a trovarci, tuo padre invece...”, mi sedetti sul suo letto. Hans mi scrutava con occhi lussuriosi: “Mamma qui è tutto... finto come la vita-cola o i jeans sintetici!”. Gli sorrisi sorniona: “Cosa? Mi lasceresti qui per una Coca-Cola e dei jeans? e poi... poi io sono vera!”. Gli presi la mano e me la portai su un seno. “Tu?”, di colpo la mascella gli cascò e la bocca gli finì spalancata in una espressione di stupore.

Dovetti sembrargli chiara e tuttavia incomprensibile. Il contraccolpo lo impallidì. Tenne la bocca socchiusa come ad inseguire chissà quali pensieri poi batté le palpebre bagnandosi gli occhi di disperazione e, finalmente vinto, prese a palparmi con foga. Gemetti, lui con un movimento netto conquistò anche l’altro seno. In pochi attimi bruciai della presa feroce delle sue mani, dell'assalto del suo torace, dello sforzo dei suoi muscoli. Impazzii e mi trovai umida. Tastai la mia figa quasi incredula mentre lui esplorava il mio seno. Mio figlio! Era mio figlio quello con cui stavo provando il più indecente dei piaceri. Completamente persa, mi sollevai dal letto e sfilai le mutandine. “Resta con me…”, biascicai liberando i seni e mi introdussi sotto le coperte.

Le mie mani tastarono il suo corpo, scandagliarono i muscoli delle braccia, saggiarono le fattezze delle spalle robuste e del petto ampio poi la tensione del suo aggeggio. Lo impugnai, lo feci mio. Lui, rovente di desiderio, mi teneva i glutei. Feci tutto delicatamente, senza scosse, sinuosa e morbida. Mi adagiai sul suo corpo, tenni il suo cazzo ritto con le mani, ci puntai sopra la vagina e, con gradualità, lo incastrai nella mia figa. “Resta con me…”, dissi ancora. Lui trepidò: “Ohh mamma, si… resto… qui…, con te”. Chiusi gli occhi e mi lasciai scivolare la sua asta dentro lentamente, con premura, gustandone la costituzione. Distinsi ogni curva, ogni venuzza, ogni aspetto di quella turgidità e presi, disinvolta, ad andare su e giù ed ancora su e giù, ancora ed ancora. La testa mi crollò all’indietro salutando un amplesso impensato. Lo guardai e finii sotto, con le gambe nude fuori dalla coperta e lui che mi percuoteva ancora. Ci impigliammo nelle spine del desiderio e lui fece la sua parte, duro e felice. Il letto cigolava, strideva, era scosso da quel movimento famelico ed io venivo ancora. Fui subissata da una tempesta di nuovi orgasmi.
La libidine di mio figlio mi guizzava davanti agli occhi. Era poderoso, non mi dava tregua, mi spaccava colpendo, affondando, spingendo, calcando. Nessuno avrebbe potuto sbrogliare quell'indecente groviglio. Tenni ben aperte le cosce ed Hans seguitò a fottermi, fu burrascoso come i miei orgasmi disordinati, poi fremé in un sospiro contratto ed allungato ed io gemetti lasciva sentendomi riempire il ventre di seme. Mi imbottì.

Restammo in balia dell'impasto lascivo dei nostri corpi e lo facemmo ancora. Era mio e mai avrebbe più pensato d’abbandonarmi. Quando Gunther rincasò ci trovò amorevolmente seduti a tavola ad aspettarlo. Tenevo mio figlio per mano e fui lieta di annunciargli la novità: “Hans resta a Berlino Est”.