i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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L’incantevole, magica e spettacolare perla della Sardegna che con la sua preziosa aria piena d’aromi, d’essenze e d’odori mediterranei m’accarezza appieno, bucandomi e frastornandomi addirittura intimamente e profondamente i sensi. Il bianco e il rosso delle rocce frastagliate contrasta contendendosi con il colore azzurro del mare che abbraccia in simbiosi la terra. Lui è rincasato ricomparendo dopo un lungo peregrinare, a seguito d’un vagabondare creativo dopo aver attraversato bighellonando e calpestando terre lontane e scoperto nuovi orizzonti adesso è di nuovo lì nel suo microcosmo, proprio là in quel punto dove un bacio gli ha infiammato il sangue incendiandogli in ultimo le membra e i sensi tanti anni addietro.

Il suo passo è lento, quasi imponente, mentre ripercorre il viottolo sterrato che porta al mare. Gli arbusti selvatici dei ginepri, dei corbezzoli, dei lecci, dei gelsomini, degli oleandri e dei lentischi sparpagliati qua e là fanno con i loro colori da contorno, mentre le grandi piante dei fichi d’India sembrano come dei personaggi sbucati dalle favole venuti a dargli il lieto bentornato. Negli anni è cambiato, è sempre bello, eppure ha nascosto rintanando adeguatamente la sua anima girovaga e zingara in abiti eleganti, le sue voglie d’avventure e di scappatelle in un lavoro stabile e al momento ha indossato la maschera dell’uomo qualunque. E’ stanco di sfuggire per donne che si perdono nei suoi occhi misteriosi, intrattenendosi e soffermandosi solo sull’esteriore apparire e mettersi in vista.

Una volta, l’essere corteggiato lo gratificava, il suo attrarre bellissime donne con estrema facilità lo faceva sentire che poteva tutto e la sua mascolinità gustava prelibata carne con la golosità specifica e tipica degli affamati. Da qualche tempo ormai, ha però saziato appagando adeguatamente quella fame, attualmente cerca nell’anonimato una luce nuova che gli renda quel profumo speciale, quell’emozione intensa e febbrile, che soltanto l’entusiasmo e la sfida della conquista e della scoperta sanno procurare. Con un passo leggero s’accosta alla duna di sabbia, dove l’uomo è adesso seduto, intanto che il mare continua a cantare soffiando in modo inconsapevole. Le onde s’innalzano quasi nel voler baciare i gabbiani e tutto diventa risplendente di cristalli di sale, senza parlare si siede al suo fianco e sfiora quella fronte irritata. Al presente non c’è scontrosità né stupore in lui, c’è unicamente un movimento garbato della mano, che scosta una ciocca che le sfugge dalla chioma camminandogli sfrontata sulla guancia. Le mani s’uniscono e i cuori rallentano la corsa, intanto che il ricordo si srotola prendendo vita.

Questo modo di fare la riporta di qualche anno addietro nel medesimo posto, nel tempo in cui Gabriele con i capelli alla “rasta”, con il giubbotto di pelle sui jeans stracciati e con lo sguardo spavaldo e temerario in un pomeriggio assolato e sonnacchioso, camminava nella strada principale del paese. Sebastiano parlava con una bella ragazza, ma vedendolo sopraggiungere gli aveva fatto un cenno per richiamare la sua attenzione. Conosceva da qualche tempo Sebastiano, visto che aveva anche lavorato con lui per un breve periodo ed erano alla fine diventati amici. Gli occhi ridenti e scurissimi lo avevano appena percepito, che già il naso presuntuoso si era voltato verso l’uomo elegante che le stava di fronte. Quel ragazzo spiantato non era certo d’interesse di Sara, la bella del paese, la principessina che tutti ammiravano sbigottiti e di cui tutti gli uomini degni di tal nome si erano invaghiti.

Gabriele quella volta si era sentito pungere da quell’indifferenza sdegnosa e aveva percepito il sapore della battaglia indebolirgli il palato, si era sennonché avvicinato e aveva salutato Gianluca, in quanto aveva risposto alla formula della presentazione con studiata noncuranza, per poi ignorarla e trascurarla totalmente girandole quasi le spalle, conversando con l’amico in modo molto espressivo, mentre nella mente gironzolavano rimbombanti quelle parole:

“No, non m’interessa, non mi serve. Non è nessuno questa femmina esaltata, fanatica e per di più montata”.

Un grido, un’invocazione per sbriciolare l’incanto che quel viso irriguardoso e spudorato e quel corpo perfetto stavano creando. Lei era rimasta mortificata, ferita, offesa e spiazzata da tanta apatia e da tanto disinteresse, non essendo abituata a essere evidentemente ignorata, sottovalutata e non presa in considerazione, sennonché per darsi un tono, per recuperare e per cercare di ritrovare l’attenzione dei due era intervenuta nella conversazione proclamando:

“Stasera vado al Granchio e voi?”.

Il Granchio era un locale molto in voga a quei tempi poco lontano dal paese, Gabriele l’aveva guardata dritta negli occhi annunciando:

“Sai, che in quel locale d’artefatti e di presuntuosi non ci sono mai stato?”. Lei aveva risposto con un sorriso incerto e perplesso appellandosi con il suo modo di vedere:

“Ti dirò che non è un locale stravagante da disprezzare, è soltanto un bel posto, tutto qua”.

Gli occhi di Gabriele non avevano mollato quelli di Sara, poiché erano occhi duri, quasi arrabbiati, mentre la voce era stata appena un sussurro quando le aveva risposto:

“Beh, tu ci vai però”.

“Questo che cosa significa?” - la voce di Maria Luisa si era manifestamente alterata, la rabbia le brillava negli occhi e le guance si erano soffuse di rosea indignazione, perché Gabriele l’aveva presa in contropiede cambiando tono di voce rendendola più complice e ridente:

“Sai che m’hai incuriosito? Stasera potrei anche venire. I miei amici non mi seguiranno di certo, perché sarò da solo. Io vado con la mia amica Marta”.

“Beh, non sei poi così antipatica e indisponente come mi eri sembrata, se mi fai un favore verrò per vedere l’ambiente. Sai, io non amo entrare da solo in un locale che non conosco, bere qualcosa guardandomi attorno smarrito e spaesato. Se mi prometterai, che tu e la tua amica appena mi vedrete mi saluterete come se fossi un vecchio amico allora verrò”.

Sebastiano lo guardava divertito tessere la ragnatela e lei ignara e all’oscuro si lasciava incautamente avvolgere.

“Tu vieni e noi ti saluteremo come se fossi un nostro carissimo amico”.

Così era stato. Appena varcato l’ingresso gli erano andate incontro entrambe sorridenti, lo avevano abbracciato e baciato sulle guance come se fossero stati amici da sempre. Lui aveva fatto un po’ lo scemo, aveva corteggiato Marta e preso un po’ in giro Maria Luisa, aveva candidamente mostrato tutto il suo brio, sfoggiato il suo innato senso dell’umorismo e la serata trascorse allegramente fra risate e parlantine in un ambiente molto piacevole. Alla fine della serata Maria Luisa lo aveva disinvoltamente salutato dicendogli:

“Sei simpaticissimo, è stata una serata bellissima”.

“Dimmelo di nuovo, però domani Maria Luisa”.

“Dove dovrei dirtelo Gabriele”.

“T’aspetterò all’Oleandro, vieni là alle dieci di domani mattina”.

Senz’aggiungere altro le aveva baciato una guancia e si era dileguato. L’Oleandro era il bar della piazza, quello dove le paste erano molto gustose, il ritrovo di tutti i giovani golosi e non della zona. Gabriele si era presentato con la motocicletta vestito tutto di pelle nera, invero un centauro dal fascino agguerrito e combattivo. Lei era già lì ad aspettarlo vestita in maniera sportiva, un jeans firmato e un giubbotto bianco che le stava d’incanto. Era salita dietro, aveva allacciato le mani alla sua vita e poggiato il viso alla sua schiena. Erano arrivati rapidamente al mare in pochi minuti, avevano abbandonato la motocicletta e avevano in seguito camminato sulla sabbia bianca, lì su quelle dune di sabbia intatta si erano seduti ad ascoltare il mare. Lì le labbra si erano cercate, i sapori si erano intrecciati, i brividi li avevano impregnati. La pelle candida di lei, le sue forme piene e lussuriose si erano svelate lasciandolo senza fiato. Una sirena divinamente bella stagliata nella luce calda del mezzogiorno, baciata da quel sole compiacente e incredulo che li aveva abbracciati e colti complici.

I vestiti creavano macchie incongrue di colori attorno ai corpi nudi, mentre gli oleandri poco lontano ribollivano nell’osservare quelle membra perfette avvolgersi e congiungersi nella danza dell’amore. La bocca di Gabriele assaporava il corpo offerto, mordicchiava e succhiava il seno perfetto, carezzava il ventre piatto e i fianchi pieni, immergeva il viso fra quelle cosce, per il fatto che si deliziavano della dolcezza di quel miele selvatico nascosto fra quel foltissimo triangolo scuro di nera peluria. Lui era del tutto rapito da sensazioni impetuose, sfiorava e risucchiava ogni goccia di lei, s’impadroniva dei sospiri sempre più languidi fino a sentirla irrigidirsi e tremare negli spasimi incontrollati e spontanei del piacere. Le natiche di Maria Luisa affondavano nella morbida sabbia mentre lui le modellava sopra, i glutei scolpiti e sodi di lui brillavano al sole, mentre penetravano selvaggiamente in lei marchiandola.

Cinque giorni interi era durato il loro intimo paradiso, cinque giorni d’inconfessata partecipazione e d’esclusiva passione infinita, di dolcezza unica, di segrete tenerezze, di profumi incancellabili e d’aromi indimenticabili. L’ultimo ricordo che aveva di Maria Luisa era una lacrima che scivolava malinconica e nostalgica sulla guancia e sulle labbra tremanti, intanto che lei lo baciava all’aeroporto poco prima che lui decollasse per Verona. All’epoca era troppo giovane, troppo inquadrato e smodatamente massificato, per inseguire rincorrendo i suoi sogni e il suo destino per fermarsi da lei, eppure molto probabile un pezzetto di cuore lo aveva indubbiamente lasciato proprio lì, in quell’isolato e solitario ma incomparabile e unico paese da fiaba della sua Sardegna.

Maria Luisa adesso apre gli occhi colmi di lacrime, osserva per qualche istante il suo pugno chiuso posato sul cuore di Gabriele, poi lo solleva lentamente avvicinandolo alle labbra e soffiandoci sopra. Lentamente le dita si slegano, fino a mostrare il palmo dov’è posata una gemma rossa che brilla luminosa sprigionando calore. Legata alla cintura che porta in vita c’è una borsa di pelle di daino dipinta con bizzarri e curiosi geroglifici, slega i lacci di cuoio e lascia scivolare al suo interno la gemma, poi si china sul volto sereno di Gabriele e le sue labbra carezzano leggere gli occhi socchiusi di lui. In seguito s’alza, scompare e la converte in fiaba.

Gabriele sente il cuore libero e sciolto, depurato e purificato, finalmente disposto e pronto a vivere d’amore.

{Idraulico anno 1999}