i racconti di Milu
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Sabato sera, le una di notte. Siamo da poco rientrati da una serata in compagnia degli amici di Matteo, la classica pizza tra coppiette in apparenza felici, in cui mi è toccato parlare e fare anche finta di divertirmi con le fidanzate dei suoi amici, insopportabili e stupide. Eccomi qui sdraiata sul letto, di schiena, con le cosce aperte e le gambe accucciate, con indosso solo slip e reggiseno. Matteo è sopra di me, in mezzo alle mie gambe, con indosso solo i boxer, e mi bacia il collo. È il suo modo solito di procedere, talmente prevedibile che potrei dire esattamente ogni mossa che succederà nei prossimi dieci minuti. Ecco, ora sta iniziando a baciarmi il seno, mentre lo fa prova a slacciarmi il reggiseno, non gli riesce mai subito e devo aiutarlo. Quindi prende in bocca un capezzolo e lo lecca avidamente, poi lo succhia un po’. Starà così un altro mezzo minuto e poi farà la stessa cosa con l’altro seno. Mi leccherà il seno, poi il collo, prima di mettermi la lingua in bocca. Questa operazione può durare anche a lungo, ma dal suo modo di muoversi capisco che stasera farà un po’ prima, perché ha iniziato prima del solito a infilarmi una mano nelle mutande e a ficcarmi le sue dita dentro la fica. Mi fa un po’ male, gli dico di fare più piano. Con le mani, tutto sommato, è la parte migliore della scopata. Mi sfila le mutandine dalle gambe, e appena fatto mi stringe forte una natica. Penso che vorrei sentire più male di così, o almeno sentire qualcosa. Quindi inizia un secondo giro, lecca il collo, poi le tette, poi mi bacia sulla bocca, e più fa così, più accelera, più infila le sue dita dentro di me. Sento il suo membro duro sfiorandolo con l’interno della coscia. Ha il cazzo molto grosso, quasi spropositato. Lo immagino rosso e tumido. Ora che gli è venuto bello duro non resisterà a lungo prima di infilarmelo dentro. E infatti, eccolo. Si sfila i boxer, per la prima volta lo sento muoversi libero in mezzo alle mie gambe, puntare tra le labbra della fica. Mi bacia in bocca affondando la lingua. È il momento. Toglie le dita e lo infila. Piano ti prego, piano. Lo aiuto un poco. È dentro. Spinge solo un poco all’inizio, poi quasi si ferma quando sente un po’ di resistenza. Sta a me. Sono bloccata da lui e dal peso del suo corpo sopra il mio, e provo a muovere il bacino in avanti e all’indietro, col suo cazzo dentro. Lui è rigido, sento il suo respiro sul mio collo. Sono passati 15 o 20 secondi. Mi dice amore, sto per venire, lo dice mentre cerca di tirare via il cazzo per non venirmi dentro. Gli dico, no ti prego aspetta, stai tranquillo, sto prendendo la pillola. Questa cosa lo tranquillizza un poco. Sta a me adesso, muovo avanti e indietro l’addome per cercare il mio orgasmo prima che lui mi schizzi in anticipo. Ma è un destino segnato, già lo sento contrarsi e pulsare dentro di me. Mi chiama amore. Amore. Amore un cazzo. Sono lontana minimo tre minuti dal mio orgasmo. E non è vero che sto prendendo la pillola.


Dopo essere venuto, a Matteo piace stare sopra di me, mentre il suo cazzo mi si ammoscia dentro. Normalmente resta così a lungo e io gli accarezzo la testa il collo e le spalle, dolcemente, come si fa con un bambino. Normalmente, ma stasera passano 3 minuti o forse quattro, lui inizia a ronfare, questo non lo sopporto, mi fa tenerezza il suo bisogno di rilassatezza, ma io non ho avuto il mio cazzo di orgasmo, e che ora si metta addirittura dormire no. Mi sfilo dal suo membro appiccicoso e scivolo con fatica da sotto al suo corpo. Vado a lavarmi, ok? Ah sì vai prima tu. Vado in bagno, accendo la luce, mi piazzo con le gambe aperte sotto il bidet lasciando che il getto dell'acqua calda mi sciacqui le parti intime. Lui entra in bagno. Con l'uccello moscio che gocciola ancora del suo liquido, se lo tiene con la punta delle mano e aspetta in piedi dietro di me, giusto il tempo che mi alzi dal bidet e mi asciughi.Torno in camera e mi butto sul letto a pancia in giù, completamente nuda e con le gambe divaricate. Riesco a distinguere tutti i battiti del mio cuore. Sento il ticchettio dell’orologio sul canterano. Aspetto che rientri dal bagno, eccolo, sento che si muove verso la sedia dove ha lasciato i suoi panni. Immagino che stia cercando nelle tasche una sigaretta. Sento il rumore dell' accendino. È il segno che per stasera ha finito. Non che stasera sperassi in qualcos'altro. Te ne vai? gli chiedo, mi dice se non ti dispiace amore domattina devo alzarmi presto per studiare, ho l’esame di abilitazione Martedì. Ma certo dai, vai pure ci sentiamo domattina. Sento che si veste, io resto nella mia posizione senza nemmeno alzare la testa, quando è pronto si avvicina e mi dà un bacio sulla guancia e poi, per qualche inspiegabile motivo, mi dà un bacio anche sul culo nudo. Immagino che così si senta più uomo. Un ultimo ciao, e poi sento aprire il portone, si accende la luce delle scale del condominio che vedo riflessa attraverso la finestra, sento sbattere la porta. Ancora un altro  minuto, due, la luce delle scale si spegne e in quello stesso momento mi trovo a cercare a tastoni per terra il mio computer portatile sotto il letto. Giuro che non ho programmato nulla di quello che sto facendo. Mi muovo istintivamente come se sapessi già cosa farò, ma lo faccio in modo quasi totalmente incosciente. Mi connetto all'indirizzo di un sito di incontri che ho già aperto altre volte, la sera, quando mi sento più sola, o più annoiata. In pochi minuti ho già quattro o cinque contatti, non riconosco nessuno tra quelli con cui avevo già parlato, tranne lui, un nome ridicolo di chat, cazzogrosso o cazzoritto, o qualcosa del genere, uno di quelli che in cuor mio speravo di trovare. In precedenza ci eravamo già scambiati foto e comunicato desideri e aspettative. Come sei, mi aveva chiesto, gli avevo risposto 1,72 peso 56 kg, terza abbondante di seno, capelli mori e lunghi, bel culo, fica depilata a baffetto sottile. Come il simbolo della Nike, mi aveva scritto con l’emoticon del sorriso. Come sei tu, mi aveva risposto alto 1,86 peso 82 kg ho 31 anni faccio palestra, che lavoro fai, il grafico, non sei un nerd vero, no tutto il contrario, dai scambiamo foto ok. Come ti piace scopare, mi aveva scritto, gli avevo risposto che mi piace essere sbattuta forte, presa da dietro, che il mio ragazzo non lo fa mai. Il culo lo dai, ho risposto di no, ma quando ha insistito gli ho detto che vedremo. Chissà. Le foto del corpo non le scambiamo tramite chat, ma da un anonimo servizio email. Sei una gran fica mi aveva scritto, ma anche lui non è male. Ora siamo in chat da due minuti. Che fai, mi scrive, vuoi che ci vediamo? Non lo so. Ma sei col tuo ragazzo? No sono sola. Vediamoci, ho voglia, mi scrive. Ho scritto sì, vediamoci, senza nemmeno pensarci, obbligando me stessa a qualcosa che istintivamente mi fa paura, il cuore che batte a mille. Dimmi dove e quando, posso venire da te, vivi sola? No qui no, vivo con altre persone, meglio in un parcheggio. Allora ci vediamo alla rotonda davanti all'autostrada, mi dai il cellulare? No, il cellulare no. Ti devi fidare, e comunque non garantisco di venire.
Allora ci vediamo alle 2 e mezzo. Parcheggio della rotonda. Che auto hai?

Sono in macchina. Mi sento braccata, costretta a fuggire un destino che la parte cosciente di me non vuole. Ma ho bisogno di questo, del calore di un corpo, di essere stretta da due mani forti e ruvide, di sentire qualche parola volgare. Di qualunque qualcosa mi faccia sentire meno sola.
Prima di uscire ho bevuto due bicchieri di whisky, e passando davanti ad un posto di blocco non sento la paura ,nulla, non ho timore che i carabinieri mi fermino e mi facciano il test alcolemico. Sono un po’ in ritardo, pensavo di metterci meno a quest’ora. Ma ora spero di non trovarlo, mi sentirei fortunata e grata se lui non ci fosse.
Il parcheggio si trova un po’ in discesa, sotto il piano della strada. Entro faccio un giro del piazzale, senza fermarmi, lo faccio un’altra volta senza nemmeno guardarmi attorno, decido di andarmene, ma proprio mentre mi avvio verso l’uscita, una macchina mi si avvicina dietro, mi lampeggia. È lui. Mi fermo prima dello stop di fronte alla strada principale e mi si accosta. Apre il finestrino, mi scruta e sorride con i suoi denti un po’ radi. Dice ciao bella, pensavo che non venissi.
La sua faccia non mi piace. Non è il mio tipo. È grezzo. Ma ho voglia di provare qualcosa, ho una smania addosso che è più forte della paura. Vuoi salire me, mi dice? Gli dico che preferirei seguirlo, se lui si avvia davanti a me con la sua macchina. E no, sali da me, dai! insiste, mica ti mangio, dice.
Parcheggio la macchina nel piazzale quasi vuoto ed esco, la chiudo a chiave e la luce che lampeggia illumina il mio corpo. Sono vestita con una minigonna attillata e sopra una giacchetta corta di pelliccia sintetica.
Apro la portiera della sua macchina sul lato passeggero, lui non scende di macchina. Mi dà un bacio sulla guancia, ciao Simona piacere Mirko. E dove mi porti?
Mirko ha dei pantaloni chiari morbidi, penso bianchi, e una ampia maglia leggera, sul beige. Si capisce che è un bel ragazzo, sportivo, ha un buon profumo maschile, ma in questo momento ho soprattutto paura, mi sento prigioniera di questo tizio che non conosco, e mi chiedo perché sono qui. Lui forse capisce questo, mi allunga una carezza sulla faccia, scostandomi i capelli. Tutto bene?
Gli dico di si, che sono solo un po’ nervosa. Stai tranquilla, mi dice, nessuno ti obbliga, se non ti va ti riporto indietro. No no, gli dico, mi va. Mi va, anche perché non ho alternative, non voglio stare sola e questo sconosciuto è la cosa che mi fa meno paura in mezzo alla notte, ai campi, alla stradina di campagna che lui imbocca con sicurezza, sapendo esattamente dove andare.
Mi mette una mano sul ginocchio. E ce la tiene facendo un lieve movimento a sfiorare l’interno. Mi sembra di intuirlo sorridere, ma non riesco a guardarlo in faccia. Imbocca un’altra stradina. I fari illuminano le zolle di un campo, in mezzo a filari di vite. Fa una manovra, per girare la macchina, rimettendola nel senso del ritorno. Si ferma. Spegne il quadro, lasciando accesa solo l’autoradio, con una musica di merda di fondo. Gli chiedo di spegnere, mi dice: perché? non ti piace? No, preferisco senza musica.
Mi guarda. Ancora ho la sua mano sul ginocchio, e come prima lui accarezza la gamba sinistra, la più vicina al cambio. Mi chiede ancora se va tutto bene, te l’ho già detto si, tutto bene. Mi dice, buttiamo giù i sedili? Non so come si fa. Faccio io, dice. Allora si avvicina con il suo corpo al mio, con un movimento molto armonioso, quasi rispettoso, non so se di me o della sua macchina, in cui si muove con perizia. Avverto il calore del suo corpo senza che mi si appoggi addosso. Trova una levetta sotto il sedile alla mia destra e appoggia una mano sul poggiatesta mentre mi abbassa giù. Si avvicina con il viso, mentre fa così, e subito mi caccia la lingua in bocca. Lo lascio fare. Una lingua ruvida, forte, che cerca la mia, e aspira con forza. Mi apre la giacchetta e passa le sue mani sopra la maglietta di raso che ho sotto. Mi cerca il seno, lo palpeggia con forza e sicurezza. Non mi stacca la lingua dalla bocca, nemmeno un secondo. Sento il soffio delle sue narici sul mio viso mentre con le mani si infila sotto la minigonna, e la tira su sollevandola con la mano libera. Un altro movimento, veloce della mano si infila sotto gli slip, e me li sfila con forza, come se volesse strapparmeli. Gli dico di fare piano, mi prende per i capelli e continua a baciarmi in bocca, mentre si slaccia i pantaloni, e si tira giù in pochi secondi pantaloni e mutande, liberando il cazzo che sfioro appena con il dorso delle mani. Gli dico ti prego, fai più piano. Mi prende per i capelli e mi dice, succhiami troia. Non lo faccio mai con Matteo, lui mi accompagna il viso al suo membro già duro e tenendomi stretti i capelli, apro la bocca e me lo infila. Inizio a leccarlo, mentre me lo spinge già in gola. Ha delle gambe muscolose, belle, gli e le sfioro con le mani, ma non sopporto di avere il suo coso in bocca, mi sento soffocare. Si muove con ritmo come per scoparmi la gola. Dopo un po’ sembra che si scocci, penso che non gli piaccia il mio pompino, mi dice problemi? Mi sento umiliata, gli dico no, tutto ok. Allora mi dice di girarmi, abbassa anche il suo sedile, portandolo al livello del mio, ovvero non completamente giù, e mi fa sdraiare appoggiata ai due sedili con lo spazio vuoto sotto di me, sto a pancia in giù con le mutandine calate e la gonna tirata su. Mi prende per i capelli, e mi fa girare il volto, vuole che lo baci così. È anche abbastanza dolce quando mi fa sentire il suo fiato e la lingua sul collo, e poi inizia a massaggiarmi la fica con le mani. Da lì scende, e mi infila il viso là sotto. Sento la sua lingua vigorosa che mi esplora le grandi labbra e si infila nella vagina. Mi sento ansimare, mi piace sentire il mio corpo che risponde facendomi mugolare senza che io riesca a controllare le mie reazioni. Succhia con vigore, quasi mi volesse dimostrare che ne è capace. In chat gliel’avevo detto, che il mio ragazzo non me la lecca mai.
E va avanti così per un bel po’, sento un calore invadermi, la testa che scoppia, un frastuono nelle orecchie. Poi decide che è il suo momento, e fa una pausa, i pochi secondi che occorrono perché si infili il preservativo. Sento che mi massaggia la passera con le dita, allargando un poco le labbra, per valutare la disponibilità. Tutto bene? Chiede. Non gli rispondo. Sono pronta. Mi passa la cappella ripetutamente nel solco, e la mia eccitazione è enorme. Si infila piano, con una dolcezza imprevista, date le circostanze. Lui è ancora vestito, ha solo i pantaloni calati e la maglietta ancora indosso. I primi affondi sono lenti, dolci, come per farmici abituare. Ogni affondo successivo è profondo, lo sento in tutta la sua forza. All’orecchio mi dice parole oscene, le solite, che sono una gran troia e che devo preparami a farmi sfondare il culo. Non gli rispondo nulla, continuo ad ansimare come se non potessi fare altro che sopportare questa situazione. I vetri dentro la macchina sono appannati, mi sembra di stare in una dimensione fuori dal mondo, in mezzo alla notte, in un posto dei miei pensieri che conosco da sempre. Ora sta sbattendo, si è ricordato cosa gli avevo detto in chat. Sbattuta forte. Sento le ossa del suo bacino ad ogni colpo, quando sbattono sulle mie natiche. Il ritmo di quel corpo forte e armonioso che non conosco e che imprime al mio un movimento che non so controllare. Mi tiene le mani sui fianchi costringendo il mio bacino a muoversi col suo. Mi schiaffeggia il culo con forza. Ora mi dai il culo, troia. No, no. Ti prego. Lo dico senza convinzione, non potrei opporre nessuna resistenza se lo volesse davvero ma capisco solo dopo un po’ che lo dice per eccitarsi. Il suo respiro si è fatto pesante e affannoso.
Continua a montare, con una mano mi stringe i capelli, con l’altra si è infilato e mi dilata con le dita come per aprirmi meglio. E così ho il mio orgasmo, finalmente.
Lui non sembra accorgersene, continua a scoparmi con forza, mi chiede se può venire schizzandomi in faccia. Gli dico che preferisco se continua così. Non dice più nulla, e avverto il suo orgasmo dai colpi secchi del suo bacino, più che dalla pulsazione del suo membro. Si appoggia completamente sopra la mia schiena, e si stacca quasi subito, si vede non ne può più di quella posizione scomoda.

Con calma si tira su i pantaloni. Io rimango zitta. Tutto bene? È la quarta o quinta volta che lo ripete, da quando abbiamo iniziato, e nemmeno stavolta gli rispondo. Mi sento svuotata di tutto, di ogni pensiero, anche della paura che avevo prima di venire qui. Mi tiro su gli slip, mi riabbasso la gonna e mi rimetto a sedere. Stavolta il sedile lo tiro su da sola, ho capito come si fa.
Accende il quadro della macchina, e mette in moto. Mi chiede se mi è piaciuto. Si, certo, ma lo dico freddamente. Riaccende l’autoradio, con la stessa musica di merda sentita prima. Una canzone che conosco, la metteva anche un mio ex quando voleva fare il romantico, prima di limonare.
Stavolta lo lascio fare, ritrova la strada principale e poi anche il parcheggio. Ci rivediamo vero?
Lo guardo. È un bel ragazzo, il suo corpo è da impazzire ma non mi piace la sua faccia, i suoi denti radi, ha la pelle abbastanza scura e butterata. Mi dice, dammi il tuo numero. Ti chiamo io, gli dico, lo scrivo sul mio cellulare. Fammi uno squillo, mi dice. Ti mando un messaggio quando arrivo a casa, gli dico, ok? Mi dice che va bene, ma lo fa per non insistere. Lo sa anche lui che non ci rivedremo più.
SI allunga davanti a me per baciarmi, lo assecondo senza convinzione. Mi fa ribrezzo.
Esco fuori. Da gentleman, aspetta che anche io sia dentro la macchina, per non lasciarmi sola in un posto così alle tre di notte, e aspetta che metta in moto. Mi saluta, e va via. È finita, ancora viva.

Sono le tre e mezzo, sulla via del ritorno ci sono ancora alcune puttane. Le guardo con i loro vestitini attillati e i loro volti tristi. All’altezza di un lampione c’è una ragazza di colore, forse non avrà neppure vent’anni, sta dormendo in piedi. Le poche macchine in giro sono di ragazzi di ritorno dalle loro uscite. Mi fermo ad un semaforo, sul vialone. Mi si affianca un fuoristrada blu. Dentro c’è un ragazzo, sbadiglia. Sento che mi guarda, con la coda dell’occhio. Evito il suo sguardo e conto ogni secondo che mi costringe a stare ferma allo stop. È verde, era ora.
Parcheggio nella via parallela alla strada di casa, faccio qualche decina di metri a piedi in mezzo al silenzio delle strade. Le luci delle case sono tutte spente. Apro il portone del palazzo e salgo le mie scale. Mi spoglio e mi infilo sotto le lenzuola. Finalmente, a casa.