i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Eccomi, sono qui, tenuto conto che sono comparsa senza scalpore né rumore all’interno del tuo ambiente non per caso, bensì condotta e assennatamente guidata da tutte le parole, sia quelle dette tanto quelle non dette né simboleggiate. Tu avevi elaborato e scritto il mio mondo con distinzione, con finezza e persino con orgoglio, io lo avevo nettamente avvertito osservando e provando un dolore come d’una nostalgia e d’un insolito rimpianto, perché vedi io nel mio di mondo ci sto addossata, scomoda e stretta.

Tu immagina per un istante che cosa si prova realmente nel far riaffiorare alla superficie delle proprie giornate e respirare attualmente l’abbandono, lo sconforto e in ultimo la solitudine, ebbene sì, quei segreti come delle scatole cinesi, così come delle ombre che ti scompigliano dietro a quei sorrisi. Il gioco, una volta ancora, sì, perché in quell’occasione sono infatti entrata nelle ville e nei palazzi che tu avevi descritto, mi sono seduta al tavolo questa volta ospite, però diversa da quelle da te prefigurate e ho in conclusione sorriso, tuttavia per un po’ ho anche sperimentato l’incertezza e il timore soltanto perché tu non eri lì a guardarmi. La benda che hai stretto dietro la sua nuca ha coperto anche i miei occhi ed è così che ho potuto seguire la tua voce, io ero dietro la porta quando la spiavi e ho respirato te in ogni pagina dietro ogni riga, adesso lasci che un altro colga ciò che tu soltanto hai abbozzato, modellato e scrupolosamente tracciato.

Adesso spiegami schiettamente una cosa: è il dominatore che seleziona la schiava oppure è il contrario? A dire il vero troppo energica, orgogliosa e perentoria, forse, però ci vuole correttezza, dignità e rispettabilità per essere una schiava, non è pur forse vero? Vedi, io non so nulla, eppure tu che sai mi lasci in quest’ignoranza, dentro quest’impreparazione e all’interno in questa cafonaggine più stretta di qualunque benda, d’ogni evidente legaccio che tu sapresti creare e inventare per me. Sì, devo riconoscerlo, proprio tu, che potresti liberarmi dall’impegno e dall’obbligo di piacere a chi dice d’amarmi e non sa come, restituendomi a me stessa e a te.

Il laccio imbambolato e trasognato saresti in effetti tu, con le tue parole, con quell’oscurità vellutata che sai diffondere dispiegando intorno a te, nella quale io m’avvolgerei come in una coperta morbida per le mie notti, perché potrei dormire un sonno profondo e ristoratore per risvegliarmi in seguito come l’ultimo d’una razza d’antiquato sopravvissuto all’alba del nuovo mondo e poi ritrovarci te, in questo mondo che finalmente sarebbe anche il mio. Io ho girato intorno a te come un pianeta che segue la sua stella, senza conoscere né scoprire né destinazione né rotta: è forse quest’attracco lucente e oscuro qui dove le stelle finiscono? Le stelle sono nelle tue mani, signore d’un regno che non conosci ancora, perché spetta soltanto a te aprire i palmi o richiuderli, come il padrone gretto, meschino e squallido che non sei.

Io potrei cercarti, però non lo faccio, eppure Dio sa come mi piacerebbe, perché Dio sa, che ne avrei ambizione, anzi no, voglia immensa. Tu scrivi così bene da fare invidia a me, che in verità astiosa e invidiosa per natura non lo sono per nulla, però devo ammettere che sei anche bello, guarda che non arrossisco nel dirlo, ameno, dolce e gradevole, perché potresti versare la dolcezza nelle mie ore fino a fonderle come il burro, o viceversa, filtrare il miele amaro della tua insoddisfazione di me.

In questo modo, ecco tu, che forse adesso mi leggi, perché lui non lo fa, digli pure che alla fine lo avevo adeguatamente trovato il mio resoconto compiuto e che sì, lo aveva scritto lui, dal momento che io scarabocchio per eseguire precise azioni, necessità o Dio sa che cosa, come se per non scrivere non avessi realmente vissuto.

Il suo racconto l’ho letto, sì, eccome, proprio io l’ho perfino sognato.

{Idraulico anno 1999}