-Signore, mi sembra chiara la gravità della situazione, e devo chiedere se non considera la possibilità di utilizzare gente al di fuori delle forze militari di Licanes per eventuali organizzazioni logistiche.-, disse Seleucinea. Licius la fissò.
-Ritengo che sia inappropriato.-, disse, -Ci esporrebbe al rischio di ulteriori infiltrazioni.-.
-Signore, con tutto il dovuto rispetto, lei ha richiesto che Marduk Atbash si mettesse alla ricerca di Minah Ahn, mi sbaglio?-, chiese la tiratrice. Lo sguardo dell’ufficiale fu rabbioso, e sorpreso. Il dubbio dovette leggersi, perché la donna riprese rapida la parola.
-È stato Marduk stesso a farne parola con noi.-, disse.
-Quel barbaro ignorante…-, sibilò Licius con rabbia. Non capiva? Simili dicerie non erano di alcuna utilità.
-È sincero. Forse più di lei, signore. Eppure la sua… cautela appare tardiva.-, continuò lei.
Licius la fissò. La rabbia lasciò il posto ad un’unica domanda.
-Perché proponi ciò?-, chiese. Seleucinea sorrise.
-Stiamo affrontando un nemico che è come un fantasma. Dobbiamo divenire come lui.-, chiarì. Licius annuì appena. Perso nei suoi pensieri.
-CI pensi signore.-, disse la donna. Fece per uscire.
-Aspetta.-, ordinò lui. Lei si fermò. Si voltò a guardarlo. Si era alzato dalla scrivania.
-Credo che nel tuo ragionamento ci sia del vero. E forse ho in mente qualcuno che può fare al caso nostro.-, disse l’uomo, -Ma prima c’era un punto che amerei chiarire. Uno informale.-.
-Si tratta forse di una missione classificata, signore?-, il viso e il tono della donna esprimevano un’allusivo divertimento. Licius sorrise. Adorava quella femmina.
-Della massima segretezza. Richiederà un equipaggiamento particolare…-, disse.
-Molto interessante, signore. Confido di disporre di tale equipaggiamento. E della determinazione per esplorare la terra di nessuno.-, rispose lei.
Licius sorrise. Sì: il suggerimento di Seleucinea era sensato. E di fatto, lui aveva in mente qualcuno. Qualcuno che forse non sarebbe piaciuto a Marduk Atbash.
Poco male.
Marduk aveva un presentimento tutt’altro che piacevole. La sensazione che qualcosa non andava. La percezione di un pericolo incombente.
Fu quella percezione a fargli abbandonare la palestra prima del temp, e fu sempre la stessa percezione a fargli percorrere il campo sino a girare un angolo e trovare Sho-Mi con la pistola in pugno. La donna si voltò. Non pareva sorpresa.
-Marduk.-, disse.
-Sho.-, disse lui. Si mossero senza bisogno di parlare, residui vestigiali di un addestramento al limite avvenuto molto prima, lei bassa, lui alto. Poi la videro. Una sagoma in corsa.
Viso glabro, veste nera standard. Il prigioniero.
-Merda!-, ringhiò Marduk. L’uomo correva verso l’esterno del campo.
Nessun esitazione da Sho-Mi: due colpi. Centrato alle gambe, l’uomo crollò a terra.
-Come ha fatto a uscire?-, chiese Marduk. Fissò il viso dell’uomo.
Gli occhi erano vacui, spenti. Cercò il polso. Battito accelerato.
Troppo. Troppo dannatamente accelerato. Muscoli ipertesi. Cercò di divincolarsi, ma Sho-Mi lo immobilizzò senza alcuna gentilezza.
-Doveva avere con sé una dose. Magari in un dente finto.-, disse lei.
-Forse.-, disse Marduk. Alcuni membri della Gamma e diverse guardie sopraggiunsero, capitanate da Lie Nu. La Chin osservò il pigioniero con rabbia.
-È riuscito a uccidere una guardia e a liberarsi.-, disse.
-Dovevamo controllalrlo meglio: aveva una dose di quella droga.-, sibilò Marduk con rabbia.
-Ora risponderà a diverse domande.-, sancì Lie.
-Ne dubito.-, disse Sho. In quel momento l’uomo s’inarcò.
-Convulsioni!-, esclamò Marduk cercando di tenerlo fermo. Inutile: l’uomo si morse la lingua, con forza sufficiente a staccarsela. Tutte le misure che poterono prendere furono insufficienti: il prigioniero rimase in stato comatoso a seguito di quell’episodio.
-Come ha fatto a liberarsi?-, chiese Licius. Erano tutti riuniti. Le squdre Equinox e qualche ufficiale del personale detentivo per eventuali chiarimenti. Fu Lie Nu a parlare.
-Sono stata io. È colpa mia.-, disse con tono assolutamente piatto.
Diverse espressioni rabbiose, quasi un preludio a un esecuzione sommaria, conversero su di lei. Licius la fissò.
-Spiegati.-, stavolta il tono lasciava ad intendere che non avrebbe avuto pietà.
-Il Celeste voleva sapere cosa fosse accaduto alle squadre Epsilon e Delta. Ha dato ordine di interrogare qualunque prigioniero nemico. Ho creduto di poterlo convincere a parlare ma…-, Lie fissò l’ufficiale. Il suo zigomo destro pareva raddoppiato di volume.
-Ti ha sopraffatta? Lui da solo?-, chiese Licius.
-Sì. È stato estremamente abile.-, disse lei, -A riprova del suo passato come soldato di Licanes.-. Fu Gannicus a fare un passo avanti.
-Perché non ce l’hai detto?-, chiese, -Sai che ti avremmo aiutata, siamo alleati!-.
-Perché Il Celeste voleva delle risposte subito: è pressoché sicuro che la Epsilon e la Delta abbiano tradito. E se l’hanno fatto, vuol dire che il gruppo Equinox è compromesso.-, spiegò.
-Non potevo permettermi il lusso di temporeggiare. Se quelle due squadre hanno tradito… Allora dobbiamo ipotizzare il peggio.-.
Licius annuì, piano. Lie poteva vedere la sua espressione mutata. Capiva. Anche se non gli piaceva, capiva. La Chin sapeva che, se lei fosse stata ai suoi ordini, l’avrebbe punita. Sicuro.
Ma non poteva. La situazione era ben diversa, ora. Qualunque punizione avrebbe incrinato l’alleanza. Lo sapevano tutti. Che poi Il Celeste avesse effettivamente prevaricato sugli ordini era un altro discorso, ma quello era qualcosa che avrebbero dovuto discutere lui e il licaneo.
-Questo episodio è da considerarsi concluso. Procederemo come previsto.-, ordinô Licius, cupo. Loro uscirono, senza commentare.
La guardia uccisa aveva il collo spezzato. Gannicus non lo conosceva, ma si rese conto che era un licaneo, un italico, per giunta.
-Si chiamava Rodius Varo.-, disse. Sho-Mi era apparentemente quieta, in attesa.
-Era un figlio di Licanes, e ha servito bene.-, improvvisamente sentì un groppo in gola. Quelle parole, dette tante, troppe volte, gli parvero ridicole, insufficienti, quasi offensive.
Rodius Varo era morto. Elogiarlo in quel modo non sarebbe servito a niente. Assolutamente a niente. Sho fissò il licaneo.
-Hai finito?-, chiese. Lui annuì.
-Tutti muoiono. È una cosa su cui è futile farsi illusioni. Non abbiamo scelta circa il momento della nostra morte, e solo raramente possiamo deciderne le circostanze.-, disse lei.
-Stai dicendo che Rodius è stato una mera vittima del fato? Poteva esserci chiunque al suo posto?-, chiese Gannicus, -Questo lo so!-, esclamò con stizza.
-Sì. E questo elogio funebre ti pare una beffa dopo averlo pronunciato così tante volte da svuotare le parole del loro significato.-, mormorò Sho-Mi. La Justicar fissò il licaneo.
-Voglio vendicarlo.-, disse Gannicus. Avvertiva ancora qualcosa. Una pulsione.
Oscura, quasi selvaggia, al centro del suo essere. Rabbia. Si sforzò di respirare. Di calmarsi.
-Quello che senti è normale.-, disse l’asiatica. Lui la fissò.
-Lo senti anche tu?-, chiese. Lei annuì. Un movimento solenne, lento.
-Da ben prima di diventare una Justicar.-, disse. Lui annuì piano. C’erano domande che avrebbe voluto porre, dubbi che voleva dirimere. E cose che avrebbe voluto osare fare.
Come baciare quella guerriera e accoppiarsi selvaggiamente con lei il prima possibile.
-Mi desideri?-, chiese Sho-Mi. Gannicus la fissò. Impossibile dissimulare lo stupore.
-Io… Sì.-, disse infine, -Non so cos’hai fatto, ma hai… hai scosso tutto. Sei riuscita a entrarmi in testa e nell’animo.-. Sho-Mi lo fissò, senza espressione.
-Io non ho fatto proprio niente. Hai fatto tutto tu.-, disse. Poi, lentamente, volse le spalle e uscì. Lasciando Gannicus ai suoi dubbi, in compagnia di un morto.
Marduk respirava piano. La tosse l’aveva colpito come una raffica di pugni al petto.
La schiena pareva un reticolo di muscoli disconnessi, una massa di stoffa bagnata.
Si forzò a stare calmo, a respirare. E a finire la serie di esercizi che stava facendo.
Osservò Lie Nu di sottecchi mentre lei terminava una serie di colpi a vuoto.
“Ha commesso un errore, su ordine del Celeste…”, pensò. Il Celeste, che non vedevano da diverso tempo. Il Celeste, che era un veterano del doppiogioco e dello spionaggio.
Il Celeste. Che poteva averli sempre manipolati per servire ZEUS…
Quel Celeste. Eppure… gli stonava. Non gli pareva corretto. In qualche modo sentiva che Il Celeste era affidabile. La domanda che valeva la pena farsi era: perché da un po’ aveva la sensazione che Lie Nu non fosse altrettanto affidabile?
Licius ignorò il dolore alle cervicali, conseguenza della tensione accumulata. Fissò Seleucinea. La tiratrice aveva estratto dal guardaroba un abito identico a quello del loro primo incontro. L’uomo sorrise appena, evidentemente soddisfatto di ciò che vedeva, e se la donna lo vide, non lo diede a intendere.
-Il mio equipaggiamento va bene, signore?-, chiese.
-Ottimamente.-, disse lui con un sorrisone. Naturalmente si era premurato di essere a sua volta presentabile, in un abito adatto a una cena galante.
Anche se di fatto la mensa ufficiali non era un ristorante di gran classe, Licius era riuscito a introdurvi alcuni piatti ricercati e del vino di Parisiii. Sufficiente a rendere quella cena speciale.
-Dunque, penso sia ora di considerare la possibilità di un superamento del fronte attuale.-, esordì. Aveva scelto di passare all’attacco, direttamente. Seleucinea lo fissò, in attesa.
“Come se fosse lei a dirigere il gioco e non io…”, pensò Licius. Non era la prima volta che aveva la sensazione che quella donna non sarebbe stata come tutte le altre. Lui conosceva tre tipi di donne. Le prime erano quelle che usava. Schiave, o meglio, rese tali, in un modo o nell’altro. Strumenti per il piacere, puri e semplici.
Le seconde erano quelle che non poteva avere, ma per cui nutriva stima o rispetto, anche solo di facciata. E in questa categoria rientravano superiori o alcune parenti.
E per finire la terza categoria. Quelle che lo affascinavano. Quelle che intendeva mettere alla prova. Per vedere dove si sarebbero potute spezzare, o se sarebbero rimaste fiere, forti.
Seleucinea dava l’idea di appartenere al terzo tipo. Ma ovviamente era solo una possibilità.
-E che cosa ti fa credere che esista una simile possibilità di penetrazione?-, chiese lei accorgendosi che lui non intendeva dire altro.
-Immagino che un’accurata operazione d’intelligence garantirebbe ulteriori dati… anche se potrebbe essere necessaria una prima esplorazione del territorio…-, disse Licius.
Si accorse di avere un principio di erezione quando Seleucinea sorrise.
Un sorriso che faceva ben sperare.
“Prima che tu parta, stavolta ti scopo.”, pensò. Sorrise a sua volta.
Mangiarono, proseguendo in quelle velate schermaglie verbali, allusive e orgogliosamente tese, con la sola e unica finalità di non dire ciò che Licius immaginava entrambi provassero.
Il perché era chiaro, almeno a lui: Seleucinea non avrebbe mai osato abbassarsi a fare la prima mossa. Era una discendente del Kelreas e ciò siginificava che con tutta probabilità condivideva la peculiare veduta circa i rapporti amorosi tipica di quel popolo, ma era anche una tiratrice, e ciò significava che era una più tendente alla reazione che all’azione.
-Penso sia ora di parlare seriamente di sondare il territorio.-, disse infine Licius.
Seleucinea lo fissò, sorrisendo con aria furba, divertita.
-Suppongo sia meglio scegliere un punto più discreto per avviare questa… esplorazione.-, sussurrò. Lui sorrise. Certo. Era naturale.
Seleucinea si alzò con la grazia di una regina, e la fluidità di una donna abituata a muoversi in fretta se la situazione lo richiedeva. Non aveva atteso che lui dicesse nulla, e ciò gli confermò che anche lei lo voleva, in un modo che non riusciva a immaginare sino in fondo.
-Faccia strada, signore.-, disse.
Marduk non soleva dormire con facilità. Di fatto, complice la malattia, il sonno gli scappava.
E allora aveva riflettuto. La fuga del prigioniero, Lie Nu che se l’era lasciato scappare…
Era tutto così assurdo. Tutto privo di senso. Lie Nu non poteva essere un’infiltrata di ZEUS, né Il Celeste, a meno che l’infiltrazione non fosse talmente profonda da venire rivelata solo al momento opportuno. Una parte di lui considerò l’alzarsi e andare a vedere.
Una parte di lui considerò seriamente che Lie e Il Celeste fossero dei traditori.
Perché a quel punto, la domanda era quando avrebbero colpito.
E un’altra parte di lui, valutò con estrema, assoluta calma.
Si alzò. Lentamente, quasi controvoglia. Si rimise l’uniforme, ma niente protezioni balistiche. Non sarebbero servite. Uscì dalla camerata. Aveva con sé solo un’arma da pugno e una lama. Minimo ingombro. Non sarebbe servito altro.
Si concentrò sul respiro e scivolò tra le ombre. La furtività veniva insegnata a tutti i Justicarii. Non tutti la padroneggiavano appieno, e Marduk sapeva di non essere tra quei maestri di tale arte, ma le nozioni basi del movimento furtivo e di come avvicinarsi di soppiatto a un bersaglio erano ben fisse nella sua mente, complici gli interminabili allenamenti tra lui e Sho-Mi, sotto la supervisione del loro maestro.
A Marduk pareva la vita di un altro: dopo la malattia simili doni gli erano parsi sbiadire.
Come se il morbo gli avesse strappato quelle capacità. Eppure, si accorse, non era così.
Si muoveva rapido, senza pensare. Era praticamente invisibile. Arrivò alla camerata di Lie Nu senza venire individuato. Aprì la porta, piano. Non c’era nessuno. La squadra Beta era stata rispedita verso Lepnaia Ultima, a prendere con sé alcune nuove reclute.
Entrò. Notò gli armadietti. Ne trovò uno solo con un ideogramma in Chin.
Lie Nu. Doveva essere il suo. Non si faceva illusioni. Armeggiò con la serratura grazie a un grimaldello che aveva con sé. Clack! Serratura aperta.
All’interno c’era poco e niente. Due paia di vestiti, qualche ricambio, armi e munizioni disposte in buon ordine. Fine.
Marduk alzò appena una mano per sondare i vestiti, per verificare, ma sentì appena un fiato sull’orecchio. Una voce calma, pacata, ferma. E maledettamente vicina.
-Non c’è nulla da scoprire, qui.-, disse Sho-Mi. Gli era arrivata alle spalle, senza che lui se ne accorgesse minimamente. Alla faccia dell’addestramento!
-Nei nostri vecchi allenamenti eri sempre stata la migliore.-, mormorò Marduk.
Abbassò la mano, girandosi. La Justicar lo fissò, sopravveste grigia su vestiario nero.
-Lo so cosa stavi pensando, Marduk. Ma puoi dormire sonni tranquilli: ho perquisito gli effetti di Lie prima che tu lo facessi. Tutto quello che troverai saranno una lettera di suo fratello e una statuetta di giada.-, disse. Lui annuì. Frugò tra le vesti. Era esattamente così, c’era solo quello.
Aprì con cautela la lettera, ma era piena di caratteri in Chin.
-La lettera è solo una breve comunicazione da parte del fratello e dei genitori. L’ho letta. Nulla di pericoloso o rilevante. Casomai commovente…-, aggiunse lei.
Marduk annuì piano. Chiuse l’armadietto. Fissò Sho-Mi.
-Beh, Lie allora non è una traditrice. Ma Il Celeste?-, chiese.
-Sta facendo gli interessi del suo paese.-, rispose lei.
-A scapito dell’alleanza?-, chiese Marduk, scettico.
-No. Casomai in previsione di problematiche.-, ribatté l’asiatica.
-Molto conveniente. E immagino che a te vada bene.-, disse l’uomo.
Non sapeva perché quelle parole gli fossero uscite. Ma Sho scrollò le spalle.
-Non m’importa davvero. E non dovrebbe importare neanche a te.-, disse.
-Abbiamo problemi più gravi.-, annuì lui. La Justicar annuì in risposta.
-Già. Ora, suggerirei che ce ne andiamo da qui. C’è qualcosa di cui voglio parlarti.-.
Probabilmente Seleucinea non era solita cedere, ma sicuramente sapeva guidare.
Licius la seguì sino a uno dei locali, il suo. Appena la donna aprì la porta, lui sentì le utilme vestigia di controllo sfuggirgli. La voleva. La voleva a tutti i costi. E la voleva lì e ora.
Seguì la tiratrice nell’ufficio e si sorprese con gioia quando sentì le sue labbra contro le proprie, un bacio che durò ben più di quanto la castità avrebbe concesso.
-Tempo di penetrare il territorio, signore.-, sussurrò lei.
Licius sorrise. Sì. Lo era. Si protese a baciarla ma lei si allontanò appena. L’uomo la seguì, mentre Seleucinea scivolava lungo la sala, sino alla postazione da lavoro.
Licius le si avvicinò. Il profumo di Seleucinea era naturale, piacevole ma non opprimente.
Un’ulteriore nota di gusto. La giovane non mancava certo di classe. Né di autorità.
-Aspetta.-, disse. Un ordine. Detto come avrebbe potuto dire “Avanzare.”, o “Fuoco.” sul campo. E lui si fermò. Non era solito prendere ordini ma Seleucinea lo stava accattivando.
-Credo sia molto meglio procedere senza troppo ingombro…-, disse lei.
Licius annuì. Si tolse l’abito con gesti frenetici. Seleucinea sorrise. Non si era ancora tolta niente, e pareva molto più interessata a guardare lui spogliarsi che ad affrettarsi a denudarsi.
-Ora…-, disse Licius. Lei sorrise.
-Ora, è arrivato il momento di controllare la dotazione…-, disse con tono addolcito ma fermo.
A Licius pareva di essere tornato ai tempi in cui operava sul campo, vittima di certi ufficiali dispotici. Ma quello era un dispostimo diverso, una tirannia a cui si piegava con piacere.
-Sìssignora.-, disse. Lasciò le mani lungo i fianchi. Si era interamente denudato. La donna, di contro, era ancora perfettamente vestita. Decisamente atipico.
Ma forse, sarebbe potuto anche essere interessante. La tiratrice si avvicinò. Soppesò i testicoli dell’uomo con la mano, solleticandoli appena con le dita. Una velata promessa.
-Uhm…-, fece. Accarezzò ancora. Licius lottò contro il desiderio di afferrarla, di strapparle di dosso i vestiti e di fotterla come un bruto. Lei non avrebbe gradito.
Notò che l’altra mano di Seleucinea era scivolata discretamente verso lo spacco cosciale dell’abito, in un movimento che non necessitava di alcuna spiegazione. La donna gli prese il membro. Iniziò a masturbarlo piano. Licius imprecò a mezza voce. Seleucinea accelerò.
Con ambo le mani. All’uomo parve di sentirla ansimare. I capezzoli della donna tendevano il vestito sotto cui non indossava chiaramente nulla. L’uomo si sentì prossimo al culmine.
-Io…-, iniziò. Sentì le prime contrazioni dell’uretra. Tentò di dominarsi, ma Seleucinea non parve interessata a fermarsi, né a permettegli di ritardare la fine di quell’esperienza.
Licius sentì l’orgasmo scuoterlo mentre eiaculava a grandi fiotti. Seleucinea, indistinta nel godimento che lo coglieva, si agitava ansimando. Il sesso dell’uomo sputò due fiotti perlacei sul pavimento. La donna lo mollò, quasi istantaneamente. Licius incespicò appoggiandosi alla scivania. Seleuicnea sorrise. Si toccò ancora tra le gambe. Stessa mano.
-Ispezione superata, signore.-, disse con soddisfazione palese. Inarcò schiena e collo nel piacere, -Debitamente capace, devo dire. Un’ottima dotazione. Penso che prossimamente si potrà parlare di penetrare il territorio.-. Si leccò le labbra. Licius sperò che il suo sesso reagisse. Non poteva concepire quella sconfitta: il suo colpo migliore era andato sprecato, ed era palese che la tiratrice non intendesse concedere un bis. Non ancora quantomeno.
Mentre lei usciva, Licius si accorse che, per la prima volta nella sua vita, una donna l’aveva totalmente sopraffatto. Il Potere gli era stato strappato. Urgeva rimediare.
-Credi ci sia un traditore.-, non era una domanda. Marduk sapeva che Sho-Mi lo pensava.
-Sì.-, ammise lei, -Ma chiunque sia dev’essere al di sopra di ogni sospetto.-, ammise lei.
-Licius. O Il Celeste.-, disse lui, -Solo loro avrebbero potuto organizzare un attacco a Saida in modo così preciso.-. Sho annuì piano, solenne. Marduk sentì la sua mano sulla spalla.
Conforto. Qualcosa che lo distrasse dall’emozione che provava. Dolore e rabbia furono allontanati, quietati come lupi timorosi di uscire dagli angoli bui dell’animo.
Eppure, quietati non significava scacciati o distrutti. Erano ancora lì.
-Marduk… Saida potrebbe aver saputo. Potrebbe aver capito.-, disse Sho.
-Saida è morta.-, replicò l’uomo, secco, -I morti non parlano.-.
-Non sempre. Ma a volte lasciano qualcosa dietro sé.-, disse l’asiatica.
Lui annuì appena. Lei gli strinse la spalla. Un muto incoraggiamento.
Marduk rimase fermo anche dopo che lei se ne fu andata, poi si alzò, piano.
Si erano imbarcati sul trasporto senza parlare, ma Gannicus aveva la distinta sensazione che qualcosa fosse prossimo all’esplosione. Era un sentimento che lo metteva enormemente a disagio. Osservò gli altri. Marduk fissava dritto davanti a sé un punto indefinito.
In apparente stato di quiete.
Seleucinea pareva altrettanto persa nei propri pensieri, quali che fossero.
Lie Nu scambiava poche occhiate con lui. Gannicus ripensò alla sera prima. Aveva passato gran parte della sera ad analizzare le prove e i referti medici, assistito da uno degli apotecari e da Lie stessa.
Nulla di nuovo. Avevano solo scoperto che l’agente nemico si era praticamente grazie a una tossina, forse contenuta in un dente finto. Una misura estrema.
I due avevano concluso la serata con Lie che, come per farsi perdonare, gliel’aveva preso in bocca in un punto discosto del campo. Fuori dalla ronda delle sentinelle.
Se doveva essere onesto, Gannicus stentava a definire il suo rapporto con la Chin. C’era attrazione, certo, ma non era amore, il loro. Solo attrazione, chimica essenziale.
Si rese conto che tutto sommato quella donna gli piaceva, ma non come Hawo.
Hawo… gli aveva aperto la mente, e il cuore. Hawo lo aveva liberato da catene che lui aveva a lungo considerato onori. E Hawo gli mancava atrocemente.
La verità era che Lie era… uno sfogo. Una catarsi necessaria alla pulsione che avvertiva dentro. E ciò probabilmente valeva anche per lei, da quello che aveva detto.
Il che lo riportava curiosamente a un eventuale post-Zeus. Il mondo sarebbe riuscito a ritrovare il proprio equilibrio? O Chin e Licanes avrebbero ripreso le ostilità appena possibile?
Si scoprì a pensare che non avrebbe voluto prendere parte a un nuovo conflitto. Aveva avuto la sua messe di orrori, la sua libbra di gloria insanguinata! Fossero pure altri a immolarsi in nome della patria, lui il suo lavoro l’aveva fatto e nessuno avrebbe dovuto osare supporre il contrario in sua presenza.
Ma quelli erano pensieri che ora come ora non riguardavano il presente.
“I morti lasciano qualcosa dietro di sé”. La frase tormentava Marduk come fosse stata il ritornello di una canzone, ossessiva e impossibile a smettersi di canticchiare anche a mezza voce tra sé e sé. Sho-Mi aveva lanciato un sasso nello stagno della sua mente.
Saida aveva davvero lasciato qualcosa dietro di sé? Qualcosa di rilevante?
Poteva essere. Sarebbe stato perfettamente nel suo stile.
Fatto stava che, poche ore dopo, quando irruppero nella ridotta fortificata, trovarono pochi difensori, tutti alterati e nessuno veramente un problema. La battaglia fu a senso unico e in breve tempo la Squadra Gamma fu in possesso della posizione. E, anche lì, non trovò nulla.
-Comando, rapporto negativo. Non c’è praticamente niente qui. Sembra che ZEUS stia spostando le risorse. Non abbiamo modo di sapere dove.-, disse Sho-Mi al vox.
L’imprecazione di Licius fu sentita e lunga. Marduk sospirò.
Perché ZEUS stava giocando al gatto e al topo in quel modo? Aveva sufficienti armamenti da radere al suolo la Confederatio di Licanes e l’Impero di Chin per ben tre volte, aveva abbastanza agenti, stando alle stime, per poter colpire praticamente ovunque, eppure non lo faceva. Non attaccava. Non ancora. Perché? Era completamente illogico.
Veniva da credere che stesse aspettando. Aspettando cosa?!
-Preparsi a ripiegare!-, ordinò Seleucinea, -Qui abbiamo finito.-.
-Ricevuto.-, comunicò lui. La tosse gli strappò il fiato per qualche istante. Stavolta però durò meno. Poté solo ringraziare per quella grazia.
-Abbiamo una mappa delle altri installazioni in Africae?-, domandò Gannicus.
-L’abbiamo. Questa era l’unica compromessa.-, disse Lie Nu.
-Per ora, quantomeno.-, considerò un soldato della Gamma.
-Già.-, ammise Marduk, -Per ora.-.
Tornarono verso la base temporanea. E qui trovarono Licius. E un’altra persona. Che Marduk riconobbe. La donna aveva un incarnato abbronzato, non dissimile da quello delle Amazzoni del Kelreas, capelli neri lunghi e occhi che parevano tagliare l’aria attorno a sé, indagatori.
-Ferelea.-, disse riconoscendo l’informatrice che lo aveva coinvolto in tutta quella faccenda.
-Marduk.-, disse lei con appena un cenno di saluto. La sua freddezza era comprensibile.
Durante gli eventi della caccia al gruppo Pax, avevano legato, più di quanto avrebbe dovuto fare un agente a contratto con il suo datore di lavoro. Troppo. E poi, Marduk si era innamorato di Saida, e aveva rifiutato Ferelea, la quale l’aveva presa male, ma senza trascendere.
-Che cosa ci fa qui?-, chiese l’agente. Licius sospirò.
-Ci serve qualcuno che possa muovere risorse e uomini fuori dai canali ufficiali. Ferelea è la migliore in questo campo.-, disse, -ZEUS potrebbe monitorare ogni nostra mossa.-.
-Se lo fa, perché non colpisce?-, chiese Gannicus.
-Forse lo farà.-, disse Lie, -Quando avrà la certezza che non potremo difenderci.-.
-Allora dovrà impegnarsi di più.-, concluse Marduk.
-Per intanto neppure noi abbiamo concluso chissà cosa. Tutte queste installazioni sono secondarie. Intanto ZEUS ha colpito al cuore della Confederatio, ma senza affondare il colpo. Ci riferiscono che il generatorum di Madridia è nuovamente operativo. Le riparazioni sono state tempestive. Alla luce di quanto accaduto inoltre, presso il territorio della Confederatio vigono severe misure di controllo circa gli spostamenti tra sottoregioni e stati.-, disse Licius.
-Finora è servito?-, chiese Seleucinea. Fissava l’ufficiale. Marduk percepì qualcosa. Una corrente sottile che parve la causa di una lieve esitazione di Licius nella risposta.
Fu quasi impercettibile, ma ci fu.
-Sì. Abbiamo fermato due gruppi di tre individui l’uno. Alterati. Li abbiamo contenuti prima che divenissero un pericolo.-, disse l’uomo.
-Il che ci porta alla prossima necessaria mossa. Stiamo vagliando tutto il materiale.-, disse Ferelea, -Io ho attivato alcuni ulteriori contatti. Se ZEUS farà mosse di sorta lo sapremo, e interverremo.-.
La squadra fu congedata. Ma Marduk rimase. Fissò Licius.
-Richiedo l’accesso al lavoro svolto da Saida, e ai suoi oggetti personali.-, disse.
-Negato. È competenza di esperti.-, ribatté l’ufficiale. Marduk scosse il capo.
-Loro non troveranno niente. Io conoscevo Saida. So come ragionava.-, insistette.
-Anche se così fosse non posso concedertelo. Non senza una valanga di autorizzazioni…-.
-Dannazione! Siamo in guerra, stiamo perdendo e tu vuoi negarci delle informazioni?!-, ringhiò Marduk, esasperato. Licius si mosse, rapido. Anche Marduk.
Armi puntate. La pistola di Marduk al viso di Licius, quella di Licius al viso di Marduk.
-Abbassa l’arma, agente. Ora.-, disse l’ufficiale. Il suo viso era teso, adirato di un’ira fredda.
-Non credo.-, rispose Marduk, -Quelle informazioni potrebbero risultare vitali. Se non vuoi che io vi acceda, da che parte stai? Come faccio a sapere che non sei con ZEUS?-.
Istanti di tensione visibile, percettibile. Poi Ferelea parlò.
-Marduk, Licius non può darti quelle informazioni perché attualmente sono al vaglio di un gruppo di Investigatores dell’interno. Non lo fa perché non vuole. Lo fa perché non può dartele.-, chiarì. Si mosse, prendendo i polsi armati di ambo gli uomini e abbassandoli.
-Esatto.-, disse Licius, -Non posso dartele perché dovrei richiedere una serie di autorizzazioni che potrebbero invalidare le stesse informazioni. Mi pareva chiaro.-.
-Già, beh, siamo in guerra! E la dannata burocrazia ci ucciderà prima di ZEUS!-, esclamò Marduk riponendo la pistola nella fondina, -A meno che…-.
-A meno che tu non vada sul posto.-, disse Sho-Mi. Era entrata senza essere preavvertita.
Sul momento, Marduk, e non solo lui (su questo ci scommetteva), ebbe il dubbio che non fosse mai uscita dalla stanza.
-Ci andiamo insieme.-, disse lui. Sho annuì appena. Licius aprì la bocca. La richiuse.
-Posso farvi arrivare al centro operativo di Lugdunum in poche ore.-, disse Ferelea.
-Allora è deciso.-, disse Marduk, -Va bene, Licius?-, chiese poi.
-Sì. A una condizione. Condividerete tutto ciô che troverete.-, capitolò l’ufficiale.
Gannicus stava riposandosi. In realtà, si sentiva sconfitto. Ogni volta ZEUS pareva un passo avanti a loro. Altre squadre di Equinox erano state distaccate, ma tutte con gli stessi risultati.
Come se il nemico temesse il confronto, eppure era chiaro che non era così.
Semplicemente, ZEUS stava aspettando il momento in cui il suo colpo avrebbe prodotto più effetto. E loro non potevano fare nulla per evitarlo. Nulla!
L’impotenza era annichilente, un dardo avvelenato scoccato al cuore del suo orgoglio di soldato, capace di affondare sino a una zona oscura che neanche lui riusciva a ricordare di possedere. Si alzò, frustrato, e camminò lungo la camerata, a passi lunghi.
A tratti gli pareva che quella lotta fosse inutile, e forse lo era.
Forse ZEUS avrebbe davvero vinto, alla fine. L’idea lo portò a stringere i pugni, con rabbia.
Colpì il vuoto coi pugni chiusi, una sequenza di colpi rapidi, e devastanti.
Si sentì solo marginalmente meglio. Uscì dalla camerata. Aveva bisogno d’aria.
Era sera. Una sera che si preannunciava scura e priva di luna.
Gannicus scattò in una corsetta lungo il perimetro. Arrivò verso il perimetro esterno.
La zona era poco illuminata. Questo era strano: il regolamento era tassativo circa l’importanza di illuminare ogni punto del perimetro più esterno del campo per scongiurare il rischio di attacchi notturni e infiltrazioni nemiche…
E anche l’assenza di sentinelle era oltremodo bizzarra, specie in un tratto buio!
Il piede di Gannicus calpestò qualcosa che fece un rumore umido. Lui si chinò. Cautamente, toccò la sostanza. Era calda, e vischiosa. Annusò. Sangue. Era sangue!
Il sangue di una sentinella?! Mosse due passi in avanti e incespicò contro un corpo disteso. Era chiaramente una delle sentinelle. Gli avevano tagliato la gola. Un lavoro furtivo. Da infilitrato, dedusse lui.
-Ci attaccano!-, gridò, -Allarmi! Ci attaccano!-. I nemici erano già dentro?! Gannicus prese il fucile del morto. E, pochi istanti dopo, la notte si illuminò di luce.
Licius sospirò. Stavolta Seleucinea stava muovendosi con tutta la lentezza che si confaceva a una donna desiderosa di quel momento. Il fatto che avesse impugnato il suo membro con decisione conferiva alla situazione tutta un’altra piega rispetto all’ultimo loro incontro.
Anche la mano che si agitava tra le vesti della tiratrice lasciava presagire ottimi sviluppi.
D’un tratto, quella stessa mano emerse. Licius notò la lucentezza dei liquidi più intimi di Seleucinea sulla pelle ambrata e illuminata dalle luci della stanza.
Le succhiò le dita. Lei gliele piantò in bocca, rigide e dritte, come fossero state un sesso maschile. Licius si prestò al gioco. Leccò.
Selucinea sussurrò qualcosa. Una frase oscena che fece sentire l’uomo ancor più eccitato, se possibile. L’ufficiale temette di non riuscire a trattenersi.
E d’un tratto, le luci si spensero, totalmente.
-Merda…-, imprecò Seleucinea abbandonando il membro dell’uomo per accendere una torcia. Si sistemò rapidamente, come lui. Fine dell’intermezzo erotico.
-Che diavolo succede?-, chiese Licius. Improvvisamente udirono entrambi rumori. Spari.
-Siamo sotto attacco!-, esclamò Seleucinea. Le luci d’emergenza, fioche e rosse, si erano attivate. Licius spalancò uno dei cassetti della postazione di lavoro. Estrasse una pistola. Modello Nobilitas, arma da sei colpi, canna corta, estrema precauzione che aveva adottato e mai veramente smesso.
-Tieni!-, esclamò consegnandola alla donna. Seleucinea sorrise, feroce.
L’attacco era stato sicuramente pianificato con attenzione, Gannicus lo comprese quando notò che, da una collina sovrastante il campo dove avrebbero dovuto esserci delle vedette, partirono colpi di bengala. Bengala seguiti da salve da mortai sugli edifici prefabbricati.
Erano armi piccole, trasportabili a spalla o comunque con minimo ingombro. Gli attaccanti non avevano pianificato né di assediare la base, né tantomeno di conquistarla. Anzi, a giudicare dal fatto che gruppi di fanti si muovevano da un riparo all’altro, la deduzione logica era che l’obiettivo fosse abbattere ogni occupante del campo.
Ma avevano calcolato male: Gannicus aveva raccolto fucile e caricatori. Ne aveva cinque.
Pochi, certo, ma sufficenti a tenere la breccia. Si accostò al filo spinato disteso lungo la posizione della sentinella sgozzata. Sparò. Tre colpi mandarono a gambe all’aria un’incursore.
Si mosse e sparò ancora, inseguito dai proiettili. Sapeva già che non c’era modo di riuscire a tenerli fuori dal campo, ma già resistendo, stava di fatto vanificando la loro sorpresa.
-Ci attaccano!-, urlò sparando. Qualcuno riprese il suo grido e in altri settori esplosero colpi d’arma da fuoco. Equinox reagiva, anche se in modo disorganizzato.
-Tutti gli uomini al perimetro esterno!-, ringhiò Chiem Je, un ufficiale di Chin particolarmente pratico. Lui e la sua squadra erano in quattro, ma si piazzarono lungo la palizzata, sparando ad alzo zero su un gruppo di ostili. Li cancellarono, ma alla luce dei bengala, Gannicus vide qualcosa. Uniformi e armi… Erano come loro.
Erano Chin, Licanei… erano Equinox.
-Sono… dei nostri!-, esclamò Chiem. Era attonito. Lo stupore gli costò la vita: una raffica lo falciò. Gannicus strinse i denti.
-Respingeteli! Alle palizzate, muoversi!-, ringhiò. Sparò altri sei colpi, abbattendo un altro fante che, da un riparo mediocre, tentava di colpirlo.
-Ne arrivano anche da sud!-, esclamò Lie Nu. Aveva indossato un antiproiettile e impugnava un fucile con determinazione, ma c’era una nota di panico nella sua voce, -Le comunicazioni Vox sono andate! Siamo isolati, ciechi e non abbiamo idea di quanti ce ne siano!-.
-Capito.-, fece Gannicus con rabbia. Non erano messi affatto bene.
Quell’attacco avrebbe concretamente potuto falciarli.
-Dobbiamo resistere. Fino all’alba.-, disse l’uomo. Ricaricò meccanicamente il fucile. Lie sparò. Costrinse un incursore a buttarsi al riparo di una duna. Centrò un secondo nemico.
-Apotecario! Abbiamo dei feriti qui!-, urlò una donna. Seleucinea non sapeva chi fosse.
Sparò due colpi neutralizzando uno degli incursori. Al suo fianco, Licius incalzava metodico i nemici. Erano a ridosso della palizzata. Uno dei difensori crollò in uno schizzo cremisi.
-Il mortaio! Il loro dannato mortaio sta ancora sparando!-, esclamò l’ufficiale.
-Mi serve una base di tiro.-, disse la tiratrice. Lui annuì.
-Voi!-, urlò additando tre fanti, -Con noi!-.
-Signore?-, chiese uno dei fanti. Un Chin. Licius annuì.
-Dobbiamo raggiungere l’altura meridionale. Ora.-, ordinò.
-Sissignore.-, scattarono i tre. Licius additò altri due uomini.
-Voi tenete questo punto. Non fateli passare.-. Ricevette assensi secchi e rapidi.
Lui e Seleucinea scattarono verso l’altura.
Gannicus ricaricò. Aveva solo altri tre caricatori. Lie imprecò quando un proiettile le fischiò sin troppo vicino alla testa.
-Dobbiamo ripiegare!-, esclamò la Chin. Erano rimasti loro e altri tre difensori. Alla luce spettrale dei bengala, si vedevano i nemici caduti, moltissimi, e altri che avevanzavano a prenderne il posto, come spinti dalla follia, da una brama di annientamento talmente grande da superare la paura, o l’istinto di autoconservazione.
-No! Dobbiamo tenere! Li stiamo decimando!-, esclamò Gannicus.
Un colpo di mortaio esplose dietro di loro, tra urla di dolore e richieste di aiuto.
Improvvisamente, gli assaltatori in arrivo furono colpiti da una raffica di colpi dall’alto. Munizioni esplosive a basso impatto. Armi di precisione.
Il rombo dei motori dei velivoli a spiro-ali di Licanes riempì l’aria.
-Visto?!-, chiese l’uomo con un sorriso, -Siamo salvi! Continuate a combattere! Resistete!-, urlô a incitamento degli altri. Per un istante si sentì come un tribuno, o un centurione dei tempi antichi. Avrebbe dato qualunque cosa per avere un vexillia con l’aquila dell’antica Licanes! Quell’esaltazione quasi puerile annullò il timore. E quasi gli costò la vita.
Lie lo travolse, gettandolo al riparo con sé mentre i nemici avanzavano sparando. La Chin sparò in risposta.
-Idiota! Questa non è una recita!-, ringhiò lei. Lui annuì. Aveva ragione: era stato stupido.
E la stupidità uccideva. Sempre. E fu in quel momento che lo vide. Uno dei mezzi a spiro ali fu disintegrato in volo da un colpo proveniente dal suolo. Impossibile dire da dove fosse stato colpito, ma si disgregò in una deflagrazione.
-Miseria!-, ringhiò un fante. Gli altri mezzi si dispersero per evadere il fuoco da terra.
I fanti di ZEUS erano venuti preparati. Altri colpi da sotto obbligarono i veicoli a interrompere le corse d’attacco. E, in tutto ciò, i fanti continuavano ad arrivare.
-Il dannato mortaio ci farà a pezzi anche se li respingiamo!-, ringhiò Lie Nu.
Gannicus annuì appena. Un fante si gettò al riparo accanto a lui. Lanciò un caricatore all’asiatica e si sporse a sparare. Raffiche brevi, da due-tre colpi. Da manuale.
-Qui comunque non passano!-, esclamò Gannicus, -E penso neanche altrove.-.
-Già… se solo riuscissimo a coordinarci!-, esclamò un fante, -Ma i vox sono andati.-.
Gannicus annuì. Non aveva comunque abbastanza uomini da mandare una staffetta, anche perché avrebbe implicato il rischio di vederla cadere colpita dal fuoco incrociato.
-Allora dobbiamo solo reggere sino all’alba.-, disse. La faceva facile, ma non lo era.
Loro avevano sempre meno munizioni, e i nemici non parevano intenzionati a desistere.
Improvvisamente, il mortaio sparò, di nuovo.
Ma stavolta sparò sulla piana. Sui suoi alleati. Colpi si schiantarono tra i fanti all’assalto.
-Ma che…?!-, esclamò il fante. Gannicus sorrise.
-Devono essere alcuni dei nostri!-, esclamò. Come a sottolinearlo, il mortaio sparò di nuovo.
Alla luce morente dei bengala, vide i colpi esplodere tra i ranghi nemici.
-Non potranno continuare a lungo: sicuramente questi bastardi non glielo lasceranno fare.-, disse Lie con rabbia.
-E noi gli diamo altro a cui pensare!-, esclamò il licaneo sparando a due nemici in arrivo.
-Velocità e precisione.-, disse Sho-Mi. Marduk annuì appena. Non erano parole. Erano dogma.
Instillato da ore, giorni, di ripetizione ossessiva e continua. Da sequenze riviste più e più volte, sino a rendere i movimenti inconsci. Era divenuta una verità, quella frase, permeava tutto.
Inclusa la ricerca di informazioni, anche lì, a Mons Badreus, stazione di riceva dei Servizi di Licanes. Era da ore che Marduk e Sho spulciavano il materiale di Saida.
Niente soste per mangiare e nessuna per dormire.
A dispetto delle loro migliori ipotesi, là non c’era nulla. O almeno, così furono portati a credere sino all’ultimo. Poi, Marduk fece passare le dita lungo la superficie di un bauletto piccolo, quasi fosse una custodia per gioielli. Lo aprì. Estrasse due gioielli. Sotto non c’era niente. Sho-Mi sospirò. Era comprensibilmente abbattuta.
-Potremmo aver sbagliato.-, disse.
-Potremmo.-, rispose lui. Passò di nuovo le dita lungo il fondo del baule. Sentì una massa cedevole. Un doppio fondo. Lo aprì, delicatamente. C’era un foglio. Sho si avvicinò.
-Saida ha lasciato qualcosa, alla fine.-, disse. Marduk aprì il foglio spiegazzato.
Era scritto in caratteri licanei. Una frase.
-“Apro al ricordare”.-, lesse l’asiatica. Fissò Marduk. Lui scrollò le spalle. “Apro al ricordare”…
Non gli diceva nulla, ma era chiaro che c’era qualcosa che Saida voleva che loro trovassero, qualcosa lì, da quelle parti, in quella base. Ed era improbabile che fosse altrove.
Lei sapeva che avrebbero radunato i suoi beni in tal senso.
Sapeva che sarebbero venuti. Sapeva che lui, Marduk Atbash, sarebbe venuto.
Ed era per questo che quel messaggio doveva essere per lui. Per lui solo.
“Saida…”, pensò. Ricordò una delle ultime volte che si erano visti. Lei intenta sul suo palmare.
Il palmare!
-Ci dev’essere qualcosa nel palmare!-, esclamò Marduk.
-L’hanno già analizzato. Non c’era niente.-, mormorò Sho-Mi. Lui scosse il capo.
-Loro non ricordano.-, osservò. Raggiunse il dispositivo e lo accese.
Una schermata iniziale apparve. Una password. Di sei lettere. Normamente sarebbe stata il nome della madre di Saida, Aymina.
Ma in quel caso, Marduk inserì il proprio. E premette la conferma.
Il palmare si spense. Poi si riaccese. C’era un file aperto. Uno in caratteri di Licanes.
-Marduk…-, la voce di Sho da appena sopra la spalla era un sussurro stupito.
-Grazie, Saida.-, sussurrò lui.
L’alba arrivò. Lo fece lentamente. Ogni ora fu conquistata a caro prezzo, ma quando il buio lasciò il posto all’aurora, la magnitude della strage si palesò in tutta la sua tetra gloria.
Gannicus osservò a occhi sbarrati. La piana davanti all’avamposto era ingombra di corpi. Ce n’erano a centinaia. Tutt’attorno al campo, i morti erano riversi a terra, gli uni sugli altri.
Era stata un’ecatombe. Molti di quei corpi erano avvolti in vesti da deserto, stringevano armi che probabilmente non avevano mai imbracciato, gli occhi allucinati.
“Burattini.”, pensò Gannicus, semplicemente schifato dalla bassezza di ZEUS.
-Guarda!-, esclamò Lie Nu. Lui li vide. C’erano corpi con loricae antiproiettili. Corpi con volti noti. La squadra Delta. E i loro occhi non erano sbarrati come quelli dei seguaci indottrinati dalle sostanze, ma conservavano anche nella morte un’espressività.
Nessuno li aveva costretti: ZEUS li aveva semplicemente convertiti.
-Dobbiamo evacuare il campo.-, disse Licius. Lui e Seleucinea stavano arrivando verso di loro. Nessuno aveva un bell’aspetto: la battaglia notturna aveva lasciato il segno.
-Signore, con tutto il dovuto rispetto lo trovo un errore: sarebbe come ritirarsi.-, obeittò Lie.
-Con tutto il dovuto rispetto, tra gli assalitori c’erano membri di Equinox. Direi che si tratta di preservare le nostre risorse. Risorse che tra l’altro vanno diminuendo. Abbiamo avuto trentaquattro caduti. La totalità del personale del campo è morta, o ferita. E i rimanenti sono due membri della Gamma, morti. Inoltre i danni sono ingenti, oltremodo ingenti. Ricostruire richiederebbe troppo tempo.-, disse Licius. Lie chinò il capo, accettò.
-Ma perché colpire solo gli edifci? Il mortaio poteva sparare su di noi, sulle nostre forze che difendevano le palizzate.-, disse Gannicus.
-Forse non volevano colpire i loro stessi uomini?-, chiese Seleucinea.
-Non mi pare verosimile: hai visto anche tu come venivano avanti. Volevano falciarci, anche a costo di venire massacrati.-, controargomentò Gannicus. Licius annuì.
-Hai ragione. È strano. È come se colpire gli edifici per loro fosse più importante. E hanno usato proiettili ad alto potenziale esplosivo.-, disse.
-Come se avessero voluto sincerarsi che non potessimo ricostruire.-, concluse Gannicus.
L’idea gettò un seme terribile nella sua mente, qualcosa di non detto. Di non definito.
E si rese conto di avere paura. Una paura che nessuno gli aveva mai insegnato a combattere. Perché di norma un soldato impara a fidarsi dei suoi pari. I commilitoni diventano amici, a volte amanti (anche se non dovrebbero) e i legami in una squadra sono spesso ciò che la fa andare avanti, che la fa agire di concerto. Ma vedendo i corpi riversi della squadra Delta, Gannicus capì che forse, quel legame poteva anche distruggerli, da dentro.
Licius espirò. La situazione non era facile. Ma in quel momento servivano ordini, priorità.
In altre parole, serviva un capo. E lui era quel capo.
-Procediamo con l’evacuazione come previsto. Abbiamo due squadroni di Spiroali in volo. Eventuali ostili in zona verranno abbattuti. Io dovrò contattare il comando dell’Africae per la Confederatio e gli omologhi dell’Unio Africae. Dobbiamo stabilire le prossime mosse.-, disse.
Posto che riuscissero a evitare che il loro avversario fosse nuovamente due passi avanti a loro. Si augurò che Marduk e Sho-Mi avessero trovato qualcosa.
Ferelea organizzò il trasporto in tempo zero. A dispetto di tutto fu rapida, e capace.
Spostare i superstiti del campo richiese relativamente poco tempo, ma la cosa che meravigliò Licius fu che l’informatrice aveva avuto modo di disporre la nuova base di Equinox con rapidità e professionalità. Era evidentemente preparata e la cosa lo compiacque molto.
“Devo dirlo: Ferelea ha capacità non indifferenti.”, pensò. Un quesito era circa il pagamento.
Equinox aveva un budget oltremodo notevole, stanziato sin dall’inizio della crisi. Nessuno nei servizi di Licanes, o di Chin, avrebbe osato fare l’avido o il tirchio con in ballo il destino del mondo conosciuto. Restava di fatto che Ferelea non aveva richiesto un compenso, il che voleva dire che si fidava di loro… Almeno così pareva.
La posizione della squadra non era brutta, era un edificio industriale riadattato, risalente alla guerra civile di Licanes, poi caduto in un lento disuso, e infine abbandonato, ma mai distrutto.
L’intera storia era pittoresca, persino affascinante.
Forse era per quello che Ferelea aveva scelto quel posto, ma a Gannicus diceva poco. Anzi, non gli piaceva. Come non gli piaceva l’aver dovuto abbadnonare l’Africae.
Ma più di tutto, non riusciva a liberarsi di un sospetto. Di un’insicurezza di fondo.
Le truppe di ZEUS non avevano bombardato loro per una sola ragione.
L’unica possibile, l’unica veramente plausibile, doveva essere che tra loro, tra i difensori, tra i membri di Equinox, dovesse già esserci un traditore. Un uomo, o anche una donna, abbastanza capace da deviare i sospetti. Da riuscire a manovrare tra loro con scioltezza.
E seminare il caos finale. Il respiro di Gannicus parve arrestarsi a quel pensiero.
Equinox avrebbe dovuto essere impenetrabile alle forze di ZEUS. Allora, la sola possibilità era che l’infiltratro fosse tra loro… Da prima.
Ma chi poteva mai essere? Il pensiero e le implicazioni erano così devastanti da portarlo a stringere i pugni e incassare il capo nelle spalle, irrigidendosi per parare un colpo che non sarebbe arrivato, non in quel momento, quantomeno.
Ma sarebbe giunto. E lui non intendeva starsene con le mani in mano ad attenderlo.
Due figure in nero. Lie Nu ebbe la netta impressione di vederci doppio.
Di fatto, sarebbe stato possibilissimo: stesso manto, stessa posa. Persino i respiri parevano sincronici. Attese, servile. Il suo compito era solo quello. Servire.
-Manca solo una persona.-, esordì uno dei due individui in nero. Erano in una sala nascosta, isolata e segreta, ben al di sotto degli spazi dedicati agli agenti di Equinox.
Tavolta il miglior nascondiglio è sotto gli occhi del nemico.
Chi ci fosse sotto la maschera, lei non lo sapeva. Ma era pur vero che non le importava. Aveva da tempo accantonato simili preoccupazioni prediligendo piuttosto votarsi agli obiettivi che le erano stati assegnati. Tutti compiuti con ammirevole capacità, peraltro.
Passi ruppero il silenzio. Passi silenziosi, ma non tanto quanto avrebbero dovuto se qualcuno fosse voluto arrivare di soppiatto.
L’ultimo arrivato alla riunione fece il suo ingresso. Manto nero e cappuccio. Solo Lie era a viso scoperto. La cosa le diede fastidio. Molto.
-Ora possiamo cominciare.-, disse una delle figure.
-Già. Possiamo cominciare con lo scoprire i nostri volti, vi va?-, chiese la Chin.
Se qualcuno volle obiettare, non avvenne. Una delle due figure in nero fece emergere le maniche dalla sopravveste nera. E le portò ai lati del viso, sganciando la maschera.
Un viso piacevole. Lineamenti licanei, appena più scuri, abbronzati.
-Ferelea.-, sussurrò Lie, -Non so perché ma non sono sorpresa.-.
-Dunque, immagino tocchi a me.-, fece l’altra figura in nero. La Chin scosse il capo.
-No. Ma credo di sapere chi c’è sotto l’altro cappuccio.-, disse.
-Notevole.-, commentò l’ultimo arrivato con un tono indefinibile.
-Il che ci porta a ciò di cui dobbiamo discutere.-, disse Ferelea, -Ho organizzato…-.
-Non ora.-, la figura in nero che era rimasta mascherata, quella che Lie aveva già visto entrando, si mosse, fluidamente e in silenzio. Controllò un monitor a parete.
-Ma che cosa…?-, chiese Ferelea. La figura fece cenno di tacere.
-Sensori. Li ho installati in caso di bisogno. Ne è scattato uno. Quadrante sedici.-, disse.
-È il nascondiglio di…-, Lie Nu sbiancò. Se qualcuno l’avesse trovato…
-Pittocamere?-, chiese Ferelea, sul pezzo nonostante l’agitazione.
-Sì.-, le immagini trasmesse mostravano Gannicus Vaian. Che letteralmente stava ispezionando sale su sale. Con estrema prudenza, con metodo. E stava entrando in una con degli armadietti. Quella in cui la Chin aveva nascosto qualcosa che non poteva, che non doveva venire trovato. E che aveva creduto totalmente al sicuro.
-Merda, lo troverà!-, esclamò Ferelea.
-No, se lo uccidiamo.-, rispose Lie, secca.
-Così facendo avremmo risolto un problema solo per vedercelo ritornare doppio.-, commentò il nuovo venuto. La Chin annuì.
-Ho capito. Ci penso io.-, disse. Si mosse rapida verso il corridoio.
Aveva incominciato per mera routine, un pattugliamento, nonostante le rassicurazioni di Ferelea e Licius circa la sicurezza. In realtà, se chiunque glielo avesse chiesto, onestamente Gannicus avvertiva il peso di una serie di fallimenti, una sfilza di sconfitte in una guerra che non riusciva a combattere secondo le sue regole contro un nemico che mieteva vittorie.
“Aristarda non cedette alla disperazione dopo la Battaglia di Brixiate, no?”, aveva pensato.
No. Non aveva ceduto. E nemmeno lui l’avrebbe fatto: il suo compito era resistere, ma farlo macerandosi nell’impotenza era logorante. Aveva dunque deciso di perlustrare le zone non utilizzate della struttura, anche a dispetto delle rassicurazioni circa la sicurezza.
Sbucò in una stanza con una serie di armadietti in metallo. Armadi fatti per contenere il necessario degli operai? Per i documenti?
Ne aprì uno. Niente. Vuoto. Lo ispezionò cercando doppifondi o altro. Nulla. Erano sei totali, alti un metro e sessanta, ma divisi in cabine di 80 centimetri d’altezza. Ne aprì un altro. Un paio di fogli e polvere. Schizzi e disegni a matita. E niente segreti.
Ne aprì altri tre. Niente. Stava per aprire l’ultimo, quando sentì dei passi.
-Sei qui!-, esclamò la voce di Lie. Si voltò. La Chin lo fissava, più trafelata che altro.
-È successo qualcosa?-, chiese, sentenendosi improvvisamente idiota. Era lì a perder tempo quando fuori… fuori poteva star finendo il mondo…
-No, nulla… Anzi sì! Sì, assolutamente!-, Lie Nu marciò verso di lui e si mise davanti all’uomo con aria evidentemente sostenuta.
-Ti stavo cercando, razza di stupido! E sei sparito…-, disse. Alternò un’aria delusa a quella permalosità che fece capire a Gannicus che le dispiaceva.
E lui rimase stordito, instupidito. Era stato tanto cieco? Tanto stupido da ignorarla?
Avevano lottato sotto il fuoco, sfiorato la morte insieme…
Era stato sciocco e insensibile. E anche se la loro storia era destinata a finire…
“Ma era poi vero?”, si chiese in un istante.
-Sono stato davvero uno stupido.-, disse mentre si avvicinava.
-Lo sei stato. Uno stupido straniero ignorante.-, rispose la donna con convinzione quasi seria, ma senza più la stizza. Anzi, con un vago sorriso. Gannicus sorrise.
-Ci sono pittocamere, qui?-, chiese. Lei scosse il capo. -Ferelea mi assicura di no.-.
-Ottimo. Perché ora voglio ripagare un debito…-, sussurrò a mezza voce prima di baciarla.
Lie Nu si era aspettata delle scuse, e magari che uscissero da lì. Si era preparata anche a una sfurita, a quasi tutto. Trannche che a Gannicus che le ficcava la lingua in bocca mentre le sue mani le abbassavano i calzoni della divisa.
-Gannichus!-, riuscì a biascicare. Lui s’inginocchiò abbassandole i pantaloni e la sottoveste.
-Zitta e godi.-, le impose affondando la lingua nel suo sesso.
-Si danno da fare, eh?-, chiese Ferelea, come a cercare di ironizzare. Le altre due persone nella stanza non commentarono mentre le immagini sullo schermo passarono da vagamente pudiche a sempre più esplicite, con Lie che si trovava infine schiacciata contro un armadietto chiuso e Gannicus che la prendeva da dietro.
L’informatrice sospirò. Loro non erano come lei, a tratti dubitava persino fossero esseri umani. Forse era lecito pensare non fosse così, perché solo esseri abominevoli potevano concepire un disegno simile, ed essere stati in grado di persuaderla a unirsi a loro.
-D’accordo.-, disse scostandosi dal video mentre la coppia ripresa a sua insaputa stava avvinghiandosi selvaggiamente sul pavimento.
-Lie Nu ha scongiurato un disastro.-, disse una delle due figure.
-Quindi come procediamo?-, chiese la licanea.
-Diccelo tu, Ferelea. Hai detto che hai organizzato il trasporto di quelle testate, giusto? Tre.-, disse la figura che aveva parlato. La licanea annuì.
-Sì… Io… Mi sono occupata della cosa.-, disse. Tutto il suo carisma svaniva quando quell’individuo parlava. Era come se la sua mera presenza la schiacciasse.
Se sotto quella maschera ci fosse stato un uomo, Ferelea l’avrebbe implorato di sbatterla fino all’incoscienza. Allo stremo. Ma l’aveva già fatto, una volta. Tempo prima. Ma non con un sesso. Con le dita. Come se avesse voluto evitare di contaminarsi con lei.
Contaminarsi… come se Ferelea fosse stata un’inferiore, un essere abietto.
Eppure, l’aveva convinta. Era riuscito a far sì che lei tradisse tutto e tutti, che rivedesse le sue priorità nella vita. E che segnasse la parola fine di due imperi.
Ovviamente non era stato gratis: Ferelea avrebbe ricevuto una ricompensa notevole. Sarebbe fuggita, ovviamente. Probabilmente in qualche isola sperduta. Avrebbe vissuto un esilio dorato. Sorrise al pensiero, ma c’era ancora da fare. Molto.
-Sai cosa fare.-, disse la prima figura in nero a quella arrivata dopo. Ferelea sospirò.
-Come fai con queste vesti? Io mi ci sento soffocare!-, esclamò. Stava sudando copiosamente. La figura in nero la fissò appena mentre l’altro usciva.
-Dimenticavo che tu sei abituata a girare con pochi abiti indosso, come le Amazzoni che ami emulare.-, rispose la figura in nero. Ferelea tacque, incerta se fosse una constatazione oggettiva, una battuta, un insulto o complimento.
-io…-, iniziò. La figura si rivolse al monitor, spegnendolo.
-Tu hai ancora cose da fare. Prima che Atbash arrivi.-, sibilò.
E quello era un ordine bello e buono. La licanea annuì. Uscì dalla stanza col cuore che batteva a mille.
Lie Nu venne per la… non sapeva esattamente quale volta.
Era stato un amplesso selvaggio: Gannicus l’aveva fatta godere di lingua, poi penetrandola contro l’armadietto che non avrebbe dovuto aprire(!) e infine per terra, avvinghiati come serpenti gemelli. Era sorpresa dalla sua resistenza.
-Dai! Godi! Godi con me!-, sibilò all’orecchio dell’uomo. Lui si sdraiò. Lei lo cavalcò sino a sentirselo esplodere nelle interiora.
Fu talmente devastante che crollò su di lui. Qualcosa di bagnato le scorreva sul viso.
Qualcosa di bagnato che poteva solo essere…
-Lie…-, fece lui. La sua mano intercettò una delle gocce che le solcavano il viso.
-Sei stanto… incredibile…-, sussurrò la Chin. Rimasero lì, per un lungo istante.
-Quanto… quanto tempo è passato?-, chiese Gannicus. Lei si alzò, piano. Dovette reggersi agli armadietti. Trovò parti del suo vestiario in vari punti della stanza, quasi fosse stato disperso da una tromba d’aria.
-Non so… Non importa… Ma dovremmo tornare, no?-, chiese.
-Sì… ma… vuoi aprire l’ultimo armadietto?-, chiese lui. Lei sospirò.
-Se proprio insisti!-, esclamò. Sapeva benissimo cosa c’era dentro.
Gannicus lo aprì. Aveva ancora la testa semivuota dal coito.
Vuoto. Come le sue gonadi in quel momento, gli venne da pensare con un sorrisetto.
-Dobbiamo tornare dagli altri. Si faranno domande.-, disse Lie. Teneva alla faccia, come tutti i Chin, ma Gannicus la capiva. Quello che avevano fatto era apertamente contro le regole.
Voltò le spalle all’armadietto. Lie si era rivestita in fretta. Lui la imitò.
-Andiamo.-, disse lei. Lo baciò un’ultima volta, poi uscirono.
-Abbiamo prefigurato l’abbandono delle province meno rilevanti in Africae.-, comunicò Licius.
“L’Unio Africae sarà contento.”, pensò Gannicus con tristezza. Ricordava Hawo e la sua appassionata filippica contro Licanes. A causa di ZEUS, alla fine, aveva ottenuto una vittoria di molto superiore a qualunque altra avrebbe mai potuto vantare.
-Non sono l’Africae, vero?-, chiese Seleucinea.
-No. Le Isole di Giudecca e le piazzeforti più estreme saranno abbandonate. Licanes deve concentrare le risorse nel difendere i territori rilevanti. Quelli che vale la pena salvare.-, disse Licius con un sospiro che pareva una tacita ammissione di sconfitta.
Gannicus capiva. ZEUS li aveva giocati, e ora li obbligava a scegliere se disperdere le loro forze o cercare di concentrarle. Poco importava che le posizioni abbandonate fossero strategicamente irrilevanti. Licanes non abbandonava del territorio. Semplicemente era impensabile. Eppure stava accadendo. E accadeva in quel mondo.
-Se ZEUS riuscisse a ripetere il colpo di Madridia…-, disse Ferelea, -Ci annichilirebbe.-.
-Per questo ho ordinato a tutte le forze alleate di convergere sulle infrastrutture nevralgiche. L’ordine è difesa. Strenua. Intanto prepareremo le forze di Equinox per colpire le posizioni di ZEUS a Merak, lungo il Panamicae.-, chiarì Licius.
-Anche così, non sappiamo dov’è il nucleo centrale di ZEUS.-, commentò Lie Nu, tetra.
-Io lo so.-, disse una voce. Tutti si voltarono. E Gannicus sorrise.
Marduk Atbash era entrato silente come un fantasma, con Sho-Mi alle spalle.
E a quel punto, anche Licius sorrise.
-M.34-71.-, disse Marduk. La sala era gremita, capisquadra, ufficiali, sottufficiali. Tutta Equinox era giunta lì. Tutti loro erano pronti a dare la stoccata finale. Quella che avrebbe permesso di rovesciare quel conflitto ombra in un singolo colpo magistrale.
La mappa olografica era l’unica fonte di luce nella sala. Mostrava le strutture di una base avvolta dalla giungla.
-Merak, dunque. Ben al di fuori dei confini di Licanes.-, annuì Il Celeste, sorprendentemente presente. Marduk annuì.
-Sì. Una base nascosta, edificata durante il periodo tra la prima guerra con Chin e quella più recente. ZEUS ha giocato d’anticipo. Non fosse stato per gli appunti di Saida non avremmo trovato traccia della sua costruzione. Ma lei è riuscita a intercettare una nota di spostamento materiali verso una coordinata che all’epoca non ospitava alcuna base, e ha scavato.-, disse.
-Abbiamo uno degli Occhi Celesti sulla base nemica. Rileviamo movimento al suolo.-, disse Il Celeste, -È pressoché sicuro che siano in stato di allerta medio. Si aspettano che verranno trovati, ma non sanno quando con esattezza.-, spiegò.
-Chiaramente si credono ancora al sicuro. Meglio per noi.-, disse Seleucinea.
-Sì. Colpiremo ZEUS con tutto quello che abbiamo, ogni squadra di Equinox sarà dispiegata. L’obiettivo è annichilire le difese esterne, eliminare i nemici e penetrare nella struttura, incapacitare ZEUS e porre fine alla crisi.-, decretò Licius.
-C’è solo un problema…-, disse Gannicus, -Ci vedranno arrivare. Non abbiamo basi che permettano un dispiegamento rapido in zona.-.
-Non importa.-, ribatté Il Celeste, -Abbiamo l’occasione di colpire il nemico al cuore. Non possiamo indugiare.-.
Il piano fu pronto in pochi minuti.
Mentre si preparavano per l’attacco, Marduk sentì accanto a sé la presenza di Sho-Mi.
Fu una percezione sottile, che accolse come una vecchia amica.
Si voltò intercettando il suo movimento. Lei sorrise.
-Le tue capacità si sono affinate, Marduk.-, disse compiaciuta.
-Forse. O magari sono solo fortunato.-, sorrise lui. L’asiatica scosse il capo.
-Dovresti avere più fiducia in te stesso.-, disse mentre prendeva una serie di caricatori.
-Lo dici solo perché ho avuto quell’intuizione, vero?-, chiese lui. Lei gli poggiò una mano sulla spalla. Non c’era nessun altro in quella stanza. Salvo loro.
-Marduk, lo sai benissimo che non è così.-, disse Sho-Mi, -E sai benissimo che tra poche ore potremmo essere morti.-. Lui annuì appena, la fissò. -E dunque?-, chiese.
-Hai davvero bisogno che te lo spieghi?-, replicò lei. Lui scosse il capo. E le prese la mano. Gentilmente, con fermezza, la staccò dalla sua spalla.
-Sho, lo so cosa stai pensando. E ricordo anche com’era. Ricordo, sai? Ma… non è più così.-, disse l’agente, -Perché adesso c’è lei.-.
-Saida.-, annuì Sho. Rispettava. Marduk sospirò, un sospiro triste, lento.
-Da quando è morta… mi sembra tutto inutile. Del tutto.-, ammise, -Se non mi fermo, è perché so che sarebbe da codardo. E non lo sono. Ma l’orgoglio è tutto ciò che resta. Un fragile baluardo contro la marea dell’esistenza.-.
La Justicar annuì appena. Piano. Solenne. E Marduk chinò il capo.
-Avrei voluto che potessimo aver avuto una vita normale, insieme, ma ci è stata negata e ora… ora vendicarla è tutto ciò che mi resta.-, disse. Emise un suono basso, di gola.
Era un singhiozzo. E Sho-Mi ebbe il tatto di non compatirlo.
-Ma la vita non finisce, Marduk. Dopo la vendetta, cos’altro avrai?-, chiese.
-Non lo so. Ma non credo che sia importante.-, riconobbe lui.
Gannicus rifletteva. Quello poteva essere l’attacco finale, l’assalto definitivo a ZEUS.
Oppure un’altra trappola. Non poteva esserne certo. Non poteva sapere con esattezza.
Poteva solo fidarsi di Marduk, di Sho-Mi, dei suoi compagni…
“Certo… come mi sono fidato degli altri di Equinox, no?”, si chiese con fatalismo ripensando al fatto che molti di loro erano finiti con l’essere divenuti i nemici che avevano dovuto affrontare… Era una considerazione amara, terribile.
Eppure lo mordeva, lambiva la sua coscienza. E s’incastrò con un ulteriore dettaglio.
Lie Nu era arrivata proprio quando stava per perquisire l’ultimo armadietto. E poi lo avevano aperto, e non c’era stato niente dentro.
“Niente di visibile…”, pensò. Improvvisamente ragionò sul fatto che forse si stava facendo troppe paranoie, ma…
Ma da quando quella storia era iniziata c’erano stati una serie di rovesci, di ingerenze, di sorprese tutt’altro che gradite e tutte letali. Era intenzionato a evitare ve ne fossero altre.
Smise di prepararsi e si mosse, rapido, verso la sala degli armadietti.
Non sapeva il perché ma sapeva che voleva riuscire a togliersi quel dubbio.
Era un dubbio stupido, folle. Eppure…
Eppure c’era. E andava fugato. Arrivò agli armadietti.
Aprì l’ultimo. Niente. Toccò il fondo. Batté. Suonava normale, ma…
Ma appariva leggermente nuovo rispetto al resto dell’armadietto. Un dettaglio a cui prima non aveva dato il dovuto peso. Cercò un appiglio. Alzò il doppiofondo, scoperchiandolo.
Niente. Niente di visibile, almeno, perquisì il doppiofondo. Qualunque cosa ci fosse stata lì, era stata rimossa. E forse, Lie Nu ne sapeva qualcosa. Forse.
O forse no.
Ma sicuramente, doveva parlarne con Licius!
-Gannicus, perché non sei ancora pronto?-, chiese l’ufficiale. Era nervoso: la loro occasione di colpire ZEUS, di colpirlo davvero e forse di finire quell’incubo si era palesata, ma erano ancora molte le incognite e le incertezze. E vedere Gannicus impreparato lo innervosiva.
-Signore, devo notificare un’irregolarità. Una consistente.-, disse.
Licius sbiancò. Non ci mancava che quella!
-Di che cosa stai parlando?-, chiese.
-Un doppiofondo, in uno degli armadietti. È vuoto ma…-, esitò. Licius lo fissò.
-Ma?-, chiese.
-Ma sembrava nuovo. Recente. Abbastanza da far sospettare che gli agenti di ZEUS siano già qui, signore. Tra noi.-, disse. Licius annuì piano, freddamente.
-Capisco. Non possiamo esitare però. L’operazione deve partire, non avremo altre occasioni.-, decretò. Gannicus lo guardò, sgomento. Ma Licius sorrise. Era un sorriso freddo, da rettile.
Perché Licius Carcio Quadro non era arrivato dov’era per il solo essere un arrogante bastardo.
Era un arrogante bastardo con un asso nella manica. E non piccolo.
Mentre s’imbarcavano, Lie Nu era calma, calmissima.
Osservò tutti loro, uomini e donne. Compagni d’arme, camerati.
Nel caso di Gannicus, compagni di letto…
“Morti che camminano. Tutti quanti.”, pensò. Tutti loro.
Sì, morti che camminavano, ma morti ancora in grado di essere pericolosi.
Notò che Sho-Mi pareva più guardinga, più attenta. Quasi che qualcosa fosse sbagliato.
Lie la fissò. Non capiva. Cos’aveva percepito la Justicar? Quale vibrazione eterea le aveva confidato un pericolo? Di cosa si trattava?
Qualunque cosa fosse, l’altra non parlò, lasciando Lie nel dilemma.
Marduk fu l’ultimo a imbarcarsi. Lentamente, quasi con solennità, prese posto.
Poi il velivolo decollò. Era stimato un tempo d’arrivo di circa trentasette minuti.
Poi sarebbe iniziato l’assalto. Le comunicazioni le confermarono che anche le altre squadre di Equinox erano presenti. E ciò significava che erano davvero alla resa dei conti.
Gannicus fissava Lie, non visto. In lui si agitavano sentimenti contrastanti.
Rabbia, delusione, paura. E sì, anche dubbio. Il dubbio che lei non c’entrasse.
Che il responsabile, o meglio, LA responsabile, fosse un’altra.
Ferelea.
Ma se era così, Licius aveva già garantito che se ne sarebbe occupato. Equinox non sarebbe stata fermata da una traditrice. Non importava chi fosse: non potevano permetterselo.
Marduk pareva scivolato in uno stato semi-letargico. In realtà, ragionava.
Quell’attacco era un tutto o niente, ma gli sembrava strano. Tutto troppo facile.
Si accorse di uno sguardo di Gannicus. Ricambiò con il suo. L’altro fece appena un cenno.
Un’alleanza silenziosa. Perché se qualcosa o qualcuno pensava di poter fregare Equinox, di certo non glielo avrebbero lasciato fare tanto facilmente.
Ferelea imprecò. Aveva abbandonato la base rapidamente, cambiato vesti e mezzo per due volte. Procedura provata a più riprese, ma metterla in atto aveva richiesto più sangue freddo del previsto. Non era certa che tutto fosse andato liscio, ma al quinto controllo si convinse che nessuno la stesse seguendo.
Arrivata al nascondiglio, entrò. Due dei suoi la accolsero con un cenno. Lei li ignorò.
Si piazzò al terminale. Connessione diretta ai canali criptati di Licanes.
Sarebbe stata lì, a monitorare l’operazione, a dirigere le ultime mosse delle pedine.
Ad assicurare il trionfo ultimo della figura in nero.
Sedersi fu come un taglio netto col passato. Ricordò per un istante Marduk, la notte passata con lui e Hawo, e tutte le volte che aveva voluto proteggerlo. Poi si risolse ad agire.
Sotto di loro c’erano isole. Terre remote, poco più di vaghi lembi di terra emersa, piccolissime.
Licanes aveva studiato quelle isole, sin dai tempi in cui aveva iniziato a espandersi. Ed aveva presto scartato ogni opzione di colonizzazione: le isole erano un miraggio. Erano terre emerse destinate a essere nuovamente inghiottite dal mare. Un fenomeno assolutamente atipico che giustificava l’adorazione da parte dei marinai di un dio dei mari noto come Thalasshanios.
Eppure, in quel momento, Lie Nu non aveva né tempo né modo di apprezzare la poesia della cosa o il panorama. Stava ascoltando. Ferelea stava dettandole istruzioni tramite un canale vox a tripla schermatura, talmente segreto che nessuno nella Confederatio o nell’Impero di Chin avrebbe potuto in qualche modo intercettare tali comunicazioni.
Lei non doveva parlare, solo ascoltare. Emise un sibilo, come quello di un rettile.
E sorrise, non vista.
Licius osservava i monitor. Le squadre erano prossime al punto d’arrivo.
-Ali da uno a quattro, prepararsi ad attacco al suolo. Date conferma.-, ordinò.
-Uno pronto.-, -Due pronto.-, -Tre pronto.-, -Quattro pronto.-, fecero i piloti.
-Avrete una sola corsa. Nessun margine di errore. Priorità alle difese antiaeree.-, Licius sentiva la tensione come una palla nel petto, un peso, una molla pronta a scattare.
-Una volta terminato l’attacco, disperdersi e preparare seconda corsa. Ogni nemico è un bersaglio valido, fate attenzione ai nostri. Priorità alle fortificazioni difensive.-, istruì lui.
Ricevette cenni d’assenso. Controllò un monitor, annuì.
-La Yang-Kun è a circa ottocento miglia dall’obbiettivo. Permetterà il rifornimento.-, comunicò. La nave di Chin era una massiccia opera ingenieristica sul modello di antiche navi pre-Cataclisma. Quella che un tempo, molto prima della nascita di Licanes, sarebbe stata chiamata “portaerei”. Grazie a navi così, Chin aveva annichilito alcuni dei primi attacchi di Licanes nel Mare Citeriore e lungo le coste del proprio territorio, di fatto impedendo una rapida conclusione del primo conflitto.
“Una fortuna che ora siano con noi.”, pensò Licius. Valutò la possibilità di costruire navi del genere da parte di Licanes. Sarebbe stato saggio, in vista di un futuro conflitto…
-Posizione nemica, ottocento metri. Bersagli validi.-.
-Ingaggiare.-.
Marduk ebbe solo una percezione parziale dell’accelerazione dei veicoli d’attacco al suolo che superavano i loro trasporti per lanciare i missili Ballistarius sui bersagli a terra.
Esplosioni fiorirono lungo la costa. La giungla improvvisamente avvampò di fiamme.
Era poco dopo l’alba. Un’alba di fuoco, rossa icona di furore.
-Fuoco da terra, manovre evasive.-, la voce del pilota era calma, assolutamente calma mentre portava il mezzo in una virata stretta. Impatti contro la carlinga, ma nessun danno.
-La squadra Omicron è stata colpita.-, riferì il pilota. La voce di Licius dal Vox era uno sprone unico, inflessibile.
-Proseguire. Non possiamo fermarci. Prendete terra.-, ordini dati con pacatezza quasi innaturale, d’altronde non c’era lui a rischiare la vita lì. Il mezzo scese di quota.
-Muoversi, abbiamo punti di fuoco al suolo!-, esclamò Gannicus.
Sho-Mi si mosse, fluida e sicura. Arrivò al portellone e inquadrò i bersagli sparando.
-Vi copro! Scendete!-, ordinò. Marduk si affrettò. Fu il primo a saltare a terra. Sparò una raffica davanti a sé obbligando alcuni nemici a prendere copertura. Il tempo necessario perché il resto dei suoi arrivasse a terra.
-Comando, siamo al suolo! Resistenza pesante, ma avanziamo!-, riferì Gannicus.
Alzò il Decimator, un’arma nota per l’estrema perforazione dei materiali. Arma a energia, decisamente capricciosa in ambienti non conformi, ma assolutamente efficace.
Sparò a dei nemici, passandoli da parte a parte. Marduk scivolò al riparo.
Vedeva l’ingresso, una gigantesca porta blindata che stava venendo chiusa in tutta fretta dal nemico. Scattò in avanti, la squadra che lo coprì più per istinto che su diretta richiesta.
-Non ci arriviamo in tempo!-, esclamò Matero, uno dei licanei.
-Le Squadre Iota e Zeta sono a terra. Ingaggi multipli. Stanno convergendo.-, riferì Licius.
-La dannata porta si sta chiudendo!-, sbraitò Lie Nu.
-Squadra Wu-shin in arrivo. Hanno le armi termiche.-, disse Il Celeste.
-Fuoco nemico da sotto! Fao-xi, evadi! Ora!-, urlò qualcuno. Esplosioni.
Il mondo intero pareva disciogliersi nel caos.
-Fao-xi colpito e precipita. Yun-He ingaggia.-, riferì un pilota di Chin.
-Ayameze e squadra Teta in arrivo.-, riferì una voce dal timbro africano.
-Ricevuto. Armi termiche, ci servono ora!-, esclamò Gannicus.
Ferelea ascoltava le comunicazioni. Strinse il cavo delle cuffie.
Una parte di lei stava quasi provando piacere. Uomini e donne gettati nel calderone della guerra, a morire e uccidere… Per niente, alla fine. Perché solo quello rimaneva.
Almeno per loro. Per lei era diverso. Fissò gli schermi che mostravano le posizioni delle forze di Licanes e di ZEUS.
Poi inviò il messaggio.
Licius ossevò i rilevamenti. L’impennata di energia non gli piaceva per niente.
-Merda! ZEUS sta preparandosi a lanciare!-, esclamò uno dei tecnici.
-Come?!-, ghiaccio. Nelle terminazioni nervose e nelle vene. Licius provò solo quello.
-Confermo: i sistemi di puntamento stanno attivandosi.-, riferì un’esperta.
-Quanto tempo abbiamo?-, chiese Il Celeste.
-Almeno venti minuti. Forse quindici.-, riferì la donna.
-Squadre, dovete entrare là dentro! Ora!-, esclamò Licius.
Intanto lui doveva pensare a come prepararsi a un eventuale fallimento di Equinox.
Era pur vero che lo scudo protettivo della Confederatio avrebbe potuto reggere diversi impatti, ma non avevano la certezza di quanti missili fossero effettivamente presenti in quel sito…
-Aprite una linea di comunicazione con i Triumviri.-, ordinò.
Lance termiche. Armi di Chin, roba tecnologicamente avanzata. Capaci di sprigionare un raggio al calore tale da fondere il metallo in meri minuti. La porta non sarebbe stata un ostacolo. Il problema era che non erano idonee all’uso in battaglia, non ancora almeno.
Ma fecero il loro dovere: ridussero il portone blindato a metallo fuso che si freddò rapidamente.
-Avanzare!-, tuonò Marduk. La squadra Teta lo affiancò. Erano tutti africani dell’Unio Africae. Gente che aveva deciso di combattere insieme a Licanes e a Chin sapendo che quel mondo imperfetto era meglio che nessuno.
-Nemici davanti!-, latrò un’agente africana. La raffica successiva falciò lei e un suo compagno troppo esposto. Marduk si gettò dietro una pila di casse. Sparò abbattendo i nemici. Pareva di essere al poligono. Quelli non erano nemici pericolosi. Il loro unico vantaggio era il numero. E l’incoscienza. Sho-Mi sparò con metodo, abbattendoli uno a uno, fino ad assicurare l’ingresso. Le squadre non si fermarono: non ne avevano il tempo e non potevano neppure soccorrere feriti o raccogliere l’equipaggiamento dei morti.
Avevano solo una quindicina di minuti prima dell’Apocalisse.
L’interno della struttura era illuminato da luci opache. Un budello in cemento e acciaio.
Alieno. Gannicus lo percepì così. Lie Nu si aprì alla sua sinistra, freddando un nemico con due colpi in testa precisi. Lui sopravanzò coprendola. Si muovevano benissimo.
Superarono sale, mense, camerate, e arrivarono agli ascensori.
-Tempo?-, chiese Gannicus.
-Al lancio? Almeno dodici minuti.-, riferì Licius, -E altri quattro-tre all’impatto a lancio avvenuto…-. Lui annuì. Era poco e niente! Dietro di loro, altri nemici minacciavano di arrivare.
-Le squadre Iota e Zeta ci copriranno.-, disse Seleucinea. La tiratrice aveva impugnato una mitraglietta. La sua letalità non ne aveva risentito.
-Noi dobbiamo procedere. Noi e la Teta.-, disse Marduk, poco distante. Ricaricò con gesti meccanici. Neanche a pensarci di fermarsi o mollare.
Gli ascensori arrivarono. Erano quattro.
-C’è spazio per due persone l’uno!-, esclamò Marduk.
-Io e te.-, disse Sho-Mi. Non c’era tempo per discutere.
-Io e Lie con l’altro.-, disse Gannicus.
-E noi cerchiamo di starci negli ultimi.-, dissero gli altri membri di Equinox. Nella frenetica corsa per arrivare sin lì le squadre si erano mischiate ed era stato impossibile riuscire a raggiungere tutti gli ascensori. Non c’era tempo per aspettare.
Entrarono e scesero nel ventre della struttura.
9.45 minuti al lancio. Ferelea osservava le telecamere, da dentro la struttura. Vide Lie Nu e Gannicus. Sorrise. Li aveva visti scopare. Era stata parte del piano. Gannicus non era stupido. Aveva subodorato qualcosa. Era furbo, o meglio, lo era diventato.
Avevano sperato di riuscire a distrarlo, ma non era certa che avesse funzionato, eppure ormai era tardi per attuare piani B. Per la prosima fase, Lie Nu doveva morire. E doveva morire senza che qualcuno la vedeesse.
Passò a un’altra cabina. Marduk e Sho-Mi.
Marduk… Ferelea sospirò. Era stato un ottima pedina. Era un vero peccato dovesse morire.
E doveva accadere per mano sua…
Ma lei aveva accettato. Per motivi suoi. Motivi che probabilmente nessuno poteva immaginare. Perché tutti potevano uccidere un uomo, ma quanti potevano vantare di avere sulle spalle il peso della morte di un’intera civiltà?
Sorrise. E inviò gli ordini.
9.27 Porte in apertura. Tempo disintegrato. Marduk uscì, rapido. Sho fece per uscire. Due spari da davanti. Colpi precisi. Marduk rispose. E sentì un grido.
Sho-Mi volò all’indietro contro la parete di fondo, premendo l’interruttore che rispediva di sotto l’ascensore col proprio peso e schiantandosi a terra. Nel proprio sangue.
-NO!-, l’urlo parve lacerare la gola di Marduk mentre il vox impazziva di voci.
-Sho è a terra! Serve un medico agli ascensori!-, esclamò lui.
-Ci stiamo arrivando. Voi dovete continuare! Avanzate!-, tuonò Licius.
Era imperativo, e la cosa peggiore era che aveva ragione. Marduk non poteva rallentare, nemmeno per Sho. Nemmeno per placare l’ansia che provava per lei, il timore di aver perso anche lei…
Gannicus e Marduk si ritrovarono fianco a fianco. Il corridoio si stringeva. I fanti di ZEUS erano bravi, capaci, precisi. Abbatterono altri due agenti di Equinox, incluso Matero.
-Questi sono quelli bravi! ZEUS dev’essere vicino!-, esclamò Gannicus. Tirarono granate. Soppressa la resistenza avanzarono. E notarono che Lie Nu non era avanzata con loro.
-Lie, dove ti trovi?-, chiese Gannicus. Silenzio.
-Lie, rispondi!-, esclamò lui. Silenzio.
-È morta?-, chiese Marduk, -No… ce ne saremmo accorti! Pensavo stesse aggirando!-.
-Probabilmente era così… Vai avanti. Io… devo trovarla, Marduk.-, disse Gannicus.
-Ho bisogno di te, Gannicus, mi devi coprire, non posso avanzare da solo.-, disse lui.
-Ci pensiamo noi.-, dissero due membri della Teta. Erano gli ultimi due sopravvissuti del loro gruppo. Marduk annuì. Lui e i due africani s’inoltrarono tra i corridoi. Sfidarono il fuoco nemico. Gannicus intanto filò verso l’ultima posizione di Lie.
Uccidersi per vivere.
Un paradosso. Non l’ultimo della sua vita, ma di certo quello più grande. Lie Nu osservò l’altra donna. Viso simile al suo. Ma diverso. Corporatura pressoché uguale.
Il meglio che ZEUS e la figura in nero avessero potuto fare in un così breve tempo.
-Come si chiama?-, chiese. Sparò due colpi a vuoto. Simulare uno scontro. Nessuno sussultò.
Erano solo loro due in quella sala.
-Mi chiamo Zhe Wang.-, disse l’altra asiatica, -E sono fiera di dare la vita per te.-.
-L’onore è mio, Zhe.-, disse Lie Nu. Alzò la pistola. Arma d’ordinanza di Licanes. Non andava bene. Prese quella della donna. Lei sorrise.
-Mi sarebbe piaciuto vedere la faccia di quei bastardi.-, disse soltanto. Non pareva rimpiangere nulla, solo esprimere un emozione, finché ancora poteva.
-Non hai molto tempo.-, disse Ferelea, -Gannicus ti sta cercando.-.
Lie annuì. Zhe la fissò. Occhi negli occhi. Un addio lungo. E silenzioso.
Poi Lie sparò. Due colpi. In testa.
8.38
Gannicus trasalì. Spari.
-Lie! Lie, sei tu?- chiese. Silenzio. Nessuna risposta. Si affrettò. Porta chiusa. Imprecò. Estrasse una carica da irruzione. Ne aveva due. Piazzò e inescò allontanandosi.
L’esplosione dilaniò la porta. Gannicus entrò. C’erano tre corpi a terra.
E uno lo riconobbe, anche se notò che il viso era massacrato.
-Lie…-, sussurrò. Crollò in ginocchio, maledicendo il mondo. Maledicendo ogni divinità rimasta a contemplare quell’estremo dolore. Anche Lie era morta. Dopo Hawo.
Dopo Saida, dopo tutti quelli che avevano perso.
Improvvisamente, sentì qualcosa di bagnato sul viso. Lacrime.
Non le fermò. Non aveva senso farlo.
6.02.
L’ultimo nemico crollò colpito. Marduk avanzò. Il superstite della Teta era con lui.
Licius l’aveva avvisato che non avevano visuale da nessuna parte. Nessun sistema informatico era stato infiltrato in quella struttura. Marduk proseguiva alla cieca.
A gesti, l’agente comunicò di coprire a destra. Il nero annuì. Sparò due colpi abbattendo un altro nemico. Ricaricò. Metodico.
Si sporse e avanzò. Corridoio libero. Controllò il cronografo.
5.32. Quanto diavolo mancava alla sala comando?!
-Licius, riesci a dirmi quanto manca alla sala principale?-, chiese.
-Dalle planimetrie… oco.-, l’interferenza tagliò la voce, -… metri, poi a destra… poi c’è una discesa. La… o è dietro… porte.-.
-Ricevuto.-, disse lui. Proseguirono.
L’esterno del perimetro era pieno di uomini di Equinox impegnati a combattere pattuglie e squadre sparse di seguaci di ZEUS. Uno scontro impari. Totalmente.
Lie Nu rimase a osservarlo per pochi istanti. Non le serviva restare lì. Aveva un volo da raggiungere, e alla svelta. Avvolta nella mimetica da giungla di Licanes, sparì nel sottobosco, verso la pista d’atterraggio dove l’aspettava il suo mezzo di fuga.
Per l’ultima parte del piano.
Non provava quasi nulla per Gannicus, anche se le capitava di ripensare alla foga con cui lui l’aveva presa in più occasioni. Era stato bravo. Bravo, certo. E anche molto.
Troppo per il suo bene, però. Ma in fin dei conti era fortunato.
Ucciderlo avrebbe potuto essere un problema, avrebbe fatto sorgere dubbi e domande. Ferelea e la figura erano state categoriche: non potevano permettersi un simile rischio.
Non con il piano così prossimo a compiersi.
3.01.
Marduk superò la svolta. Dietro di lui, il suo compagno ansimava. Si era beccato una pallottola in un fianco. Ferita trascurabile, a patto di curarla, un bel problema in quel frangente. Incespicò.
-Vai! Vai!-, lo spronò. Non avevano più tempo.
Arrivò alla porta. Premette il pulsante di apertura. Un’apertura lenta. Lentissima.
2.30… 2.20…
Infine riuscì a entrare. Sala piena di elaboratori, computer e banche dati, server. E al centro, una sfera in vetro antiproiettile. Quella doveva avrebbe dovuto essere ZEUS.
E dove di fatto, c’era solo il vuoto.
-Marduk! Marduk, rapporto!-, la voce di Licius gli tuonava nell’orecchio.
-Licius… ZEUS non è qui. Non… non capisco.-, disse lui.
Si avvicinò agli elaboratori. Lesse i dati sugli schermi. Energia incanalata verso le rampe di lancio, d’accordo. Ma i missili? Richiese panoramica delle testate.
Nessuna testata…
-Marduk, che diavolo stai dicendo?! Dev’essere lì! Per tutti gli déi! Deve!-, esclamò Licius.
-Non c’é. E ti dirò di più… I siti di lancio sono vuoti. Le procedure sono attive, ma ZEUS non ha mai avuto intenzione di lanciare nulla da questo sito.-.
-Come?!-, chiese Licius. Brusio. Confusione, molteplici voci che urlano e si sommano nel vox.
Panico, incertezza. Una ridda di emozioni. Marduk avvertì una stretta al petto.
-ZEUS… ZEUS non figura nei sistemi della base. Pare anzi essere stato…. Fermato. Qualcuno l’ha eliminato. Ha utilizzato un virus di qualche tipo… Per fermarlo.-, disse lui.
-Non ha senso! Non siamo stati noi!-, esclamò l’ufficiale.
-Neppure noi.-, riferì Il Celeste.
-All’esterno ci sono ancora scontri… Stiamo cercando di assicurare la struttura.-, disse un ufficiale. Marduk si prese il capo tra le mani. Avevano perso un sacco di uomini per combattere un nemico che non era mai stato una minaccia…
L’epitome ultima di diversivo, certo, ma a favore di chi?
-Marduk… Marduk, parlami!-, esclamò Licius come per richiamarlo alla realtà.
-Le comunicazioni da e per questa struttura sono poche, ma ce ne sono alcune, da Licanes.-, disse mentre analizzava i dati. Non era un tecnico, ma se la cavava. Tossì.
-Ricevuto. Credo di sapere chi ci abbia fregati. La stessa persona che ha iniziato tutto questo con la caccia a Minah Ahn.-, disse Licius, tetro.
-Ferelea.-, mormorò Marduk. Follia. Pura follia. Eppure…
Eppure spiegava tutto. Praticamente tutto. Ferelea era stata con loro sin dall’inizio, aveva coordinato i suoi passi, ma anche quelli di Licius, aveva rischiato con loro, vissuto con loro…
Scopato con loro… Aveva letteralmente fottuto tutta l’operazione.
Ma perché? Solo per punire Licanes di qualche torto immaginario? Era il motivo che gli sfuggiva. Marduk non riusciva a capire. Non riusciva a capacitarsi. Era possibile che fosse davvero Ferelea il vero nemico dietro tutti quei diversivi? Ma perché?
-Gannicus? Mi ricevi?- chiese Marduk. Silenzio, poi una risposta. Svuotata.
-Ci sono.-, riferì lui.
-Abbiamo fermato il lancio. Raggiungi gli altri al piano terra…-, Marduk si paralizzò.
-Sho! Licius, hai notizie di Sho?-, chiese.
-Sho-Mi non ha mai raggiunto il perimetro dei nostri agli ascensori.-, riferì Seleucinea.
-Com’è possibile?-, chiese Marduk.
-Il suo ascensore pare essersi fermato a metà tra i piani. Ho inviato qualcuno a verificare ma…-, iniziò la tiratrice, -Marduk, devi considerare che…-.
-Lo so.-, rispose lui alzandosi, -Lo so.-.
L’ascensore con dentro Sho era un mattatoio. C’era sangue, un impronta di una mano sulla parete, impronte. E segni di trascinamento.
-Qualcuno l’ha portata via…-, disse Marduk.
-Oppure è lei che si è riprese… e se n’è andata?-, chiese Gannicus, svuotato. Marduk lo fissò.
-Mi spiace per Lie.-, disse. La risposta del Licaneo fu appena un cenno di assenso.
-Pare che l’abbiano trascinata lungo le condotte d’areazione.-, disse Seleucinea.
-Bell’affare. Potrebbe essere ovunque ormai.-, disse Marduk con un sospiro. Sferrò un pugno alla parete con un urlo. Erano daccapo. Avevano vinto una battaglia inutile.
Erano stati ingannati. Impossibile dire da chi o perché, almeno per ora.



Un altro grande racconto, complimenti! Le sensazioni e le emozioni ne riesci a trasmettere sono veramente particolari ed intense. Ci…
Ti ringrazio per le belle parole e mi fa piacere che i racconti ti siano piaciuti. Si, ti confermo che…
Non so se è la fine, ma in caso mi mancheranno queste due sorelle meravigliose e le loro avventure. Grazie…
A quando una bella doppietta per le due amiche con i due cuck a godersi la scena delle mogli riempite…
Bello finalmente vedere qualcuno che inserisce una nera nel proprio racconto!