Mi chiamo Alessia. Avevo diciannove anni, un corpo che reclamava di essere preso e nessuno che sapesse prenderlo come si deve.
I ragazzi della mia età mi annoiavano. Ci avevo provato, eccome, ma ogni volta finiva uguale: qualche pomiciata goffa, una sborrata frettolosa e io lì, con la figa ancora accesa e il cervello che urlava tutto qui?. Non ero mai soddisfatta. Mai. Così avevo smesso di aspettarli e avevo imparato a prendermi quello che volevo con le mie dita. Ero diventata frustrata, insopportabile, una stronza con chiunque. A casa si urlava più volte al giorno, mia madre disperata, mio padre muto. Ero una pentola a pressione con il coperchio saldato.
Poi, un sabato, il coperchio è saltato.
«Non ti sei ancora vestita? Siamo invitati da zia Helene!» strillò mia madre, irrompendo in camera come una furia. Ancora quelle cazzo di feste di famiglia, pensai. Ma dovetti andare: l’ultima volta che ero rimasta sola a casa avevo invitato mezza comitiva e il salotto sembrava passato sotto un carro armato. Così ingoiai il rospo e le loro stronzate.
Da zia Helene c’erano già tutti, i parenti e i il vicino accasciati sulle sedie come sacchi di patate, il chiacchiericcio che mi ronzava nelle orecchie. Dopo due ore non ne potevo più. Scivolai via, raggiunsi il giardino della piscina, mi sfilai tutto e mi tuffai nuda. L’acqua mi carezzò la pelle, i capezzoli si irrigidirono di colpo al contatto. Era bellissimo.
Mi stesi su una poltrona da giardino con un paio di giornali, le gambe appena aperte, il sole che mi scaldava le cosce. E all’improvviso mi prese. Quella voglia urgente, viscerale, di toccarmi. Misi da parte le mutandine e scesi con le dita sul clitoride. Cominciai piano, dei cerchi lenti, poi sempre più decisi, finché non diventò duro e gonfio sotto il mio pollice. Ero già bagnata, il mio stesso succo che mi colava tra le natiche.
Oh, cosa avrei dato per un cazzo vero. Duro. Grosso. Che mi spaccasse in due. Gemevo, la schiena inarcata, il respiro rotto, persa nel mio piccolo paradiso.
Poi un fruscio tra i cespugli.
Mi irrigidii, feci una smorfia, e in un lampo mi rimisi le mutandine come una ragazzina colta in fallo. Mi guardai intorno e lo vidi. Il vicino di zia. In piedi, immobile, con un telefono in mano. Un omone, capelli e barba bianchi, spalle larghe, occhi che brillavano. Mi sorrise, trionfante, e agitò il telefono.
«Sapevo che eri una prostituta arrapata.»
Quel vocione profondo mi attraversò come una scossa, dal collo fino alla figa. Mi terrorizzò e mi eccitò nello stesso istante. Forse si stava segando, quel vecchio porco… ma perché uscire allo scoperto? Volevo controllare, gli scesi con lo sguardo sul pacco, ma lui mi afferrò il braccio con una presa da orso e disse:
«Non te ne vai adesso, cagna. Guarda cosa ho in mano.»
E mi sventolò il telefono sotto il naso, minaccioso:
«Ho registrato tutto. E che ne dici se, quando torniamo dagli altri, glielo faccio vedere?»
«Posso farlo, sai… oppure preferisci fare quello che dico io, capisci?»
Mi strinse il braccio e, prima che potessi aprire bocca, continuò:
«Voglio vederti dal vivo mentre lo fai. E ti scoperò come nessuno ha mai fatto prima. Mi fotterò la tua piccola fica finché non urli di piacere.»
Mi lasciò il braccio e salì direttamente sul seno, prendendomi un capezzolo tra pollice e indice e torcendolo piano.
«Bene… stanno diventando belli duri.» E strinse più forte. Aveva ragione: durissimi, e sotto la pelle mi partì un formicolio che arrivò dritto tra le cosce. Gemetti, e lui tornò a pizzicare. Ancora. E ancora. Mi stavo sciogliendo tra le sue mani ruvide.
Buttò la macchina sul tavolo, mi afferrò e mi fece sedere sul bordo, divaricata. Con uno strattone mi strappò le mutandine, e senza tanti complimenti mi cacciò due dita grosse come salsicce dentro le cosce, frugandomi come se stesse ispezionando una cosa sua.
«Piccola puttana… ti piace, eh!» E mi infilò un dito nella figa, tutto d’un colpo.
«Sei già zuppa.» Tornò a spingere, lento e profondo, ancora e ancora, finché non mi ritrovai a muovere il bacino contro la sua mano come una gatta in calore.
«Vediamo fin dove riesco ad allungarti il piacere», disse, e con un secondo dito andò a cercare l’altro buco. Lo trovò, premette, spinse… ed entrò. Gemetti forte, senza vergogna. Mi stavo bagnando da davanti e da dietro, il culo che si apriva contro il suo dito, le cosce che tremavano.
E all’improvviso mi lasciò. Mi tirò su per un braccio, brusco.
«Ora fai quello che ti dico…» Mi piantò gli occhi nei miei, la voce bassa, e scandì:
«…SEMPRE. O metto il video online.»
Annuii, e con mio grande stupore non provai ansia né paura. Solo un’eccitazione feroce.
«Estrai il mio cazzo e inizia a leccarlo!»
Avrei voluto strapparglielo, mangiarlo. Dovette leggermelo in faccia, perché mi afferrò e mi piegò in ginocchio sul tavolo. E a mano nuda mi cominciò a sculacciare. Sclaack. Sulla natica, ancora, sclaack, più forte, più volte, finché il sedere non mi bruciò di rosso. Faceva male, sì. Eppure ogni colpo faceva affondare il piacere più in basso, dritto nella figa. Non riuscivo a spiegarmelo, ma lo sentivo eccome.
Quando si fermò, mi disse:
«Questo è perché ti entri in testa chi comanda, piccola cagna. Farai quello che dico. Ti userò e ti farò godere quando ne ho voglia io.»
Lo guardai, mezza terrorizzata e mezza bagnata, e annuii. Mi piaceva da morire come mi parlava. I miei tremori non accennavano a smettere.
«Ora vieni qui… riproviamo. Vai a tirarlo fuori e succhialo. Preparalo bene, che poi te lo ficco subito in quella figa calda.»
Mi inginocchiai davanti a lui e gli scesi con le dita sulla cerniera, lenta, di proposito. La abbassai. Cazzo, si vedeva già la sporgenza che spingeva contro la stoffa.
«Prendilo e tiralo fuori. E apri bene la bocca!»
Oh mamma. Quando uscì, quasi non ci credetti. Enorme, grosso, pesante, una vena che pulsava su tutto il lato. Non riuscivo nemmeno a chiuderci la mano intorno. Lui mi afferrò per i capelli, me li tirò indietro e mi spinse il cazzo in bocca come se fossi un buco qualsiasi.
«Guardami negli occhi mentre lo fai diventare duro. Vedrai quanto è bello, mia piccola sporca cagna.»
Quelle parole mi fecero andare fuori di testa. Provai a prendermelo tutto, ma arrivai solo con la punta: era troppo.
«Ingoia!» ordinò, eccitato, e spinse ancora, giù in gola, fin quasi a soffocarmi. Non gliene fregava niente che fossi senza fiato, che le lacrime mi scendessero: continuò senza pietà. Mi stava scopando la bocca, a colpi sempre più profondi, e sentivo il suo cazzo gonfiarsi, indurirsi, crescere contro la mia lingua. Lo spinse fino in fondo, e capii che stava per venire. Provai a sfilarlo, ma non me lo permise.
«Tienilo in bocca e ingoia tutto.»
«E non osare far uscire nemmeno una goccia… stronza.»
«Continua. Succhialo!»
Lo succhiai come se ne andasse della mia vita. Lui gemette, più forte, più veloce, e poi mi scaricò tutto in gola. Pensavo di soffocare. Deglutii, e ancora, e ancora: non finiva più, ondate di sborra calda che mi riempivano la bocca. Non avevo scelta: se volevo respirare, dovevo ingoiare. E lo feci, tutto. E dopo, con mia sorpresa, pensai che non aveva mica un sapore così cattivo.
Il suo cazzo era ancora lì, duro come prima, non aveva perso né un centimetro né un millimetro di spessore. Mi rimise sul tavolo, di peso. Non è ancora finita, pensai, e un brivido mi corse su per la schiena.
«Allarga le gambe, cagna! Voglio vedere la tua figa.»
Le aprii, e vidi un luccichio nei suoi occhi. Lussuria pura. Mi allargò ancora di più, le sue mani possenti che mi forzavano le ginocchia, poi scivolarono giù fino alle grandi labbra, aprendomele come un frutto.
«È piccola e stretta… e sei tutta bagnata.»
Si prese il suo cazzo in mano, lo puntò contro il mio buco e spinse. Lento. Oh mamma, quanto era grande, non finiva mai di entrare, mi allargava da dentro come se mi stesse aprendo per la prima volta. Ma ero così zuppa, così accesa, che non sentivo altro che voglia.
«Oh sì… per favore, per favore, fottimi, sono tua!»
E proprio in quel momento si fermò. Estrasse di colpo l’oggetto del mio desiderio dalla figa, lasciandomela vuota e pulsante. Lo guardai, gli occhi fuori dalla testa.
«Perché non continui?? Per favore, per favore, scopami. Non puoi fermarti proprio adesso.»
Mi guardò appena, freddo.
«Ah, adesso ti faresti scopare, puttana. Me lo ricorderò domani, quando verrai da me… e non sarò solo. Ci sarà anche il mio amico, e ti useremo tutti e due, ti fotteremo finché non urli. Presentati alle 17:00. Gonna e niente sotto. Così ti strofinerai ovunque, sul treno, sul tram, non importa dove, ma voglio che tu arrivi già bagnata, piccola porcellina.»
Lo guardai, e capii che l’avrei fatto. Che non vedevo l’ora. Ero entusiasta… e il giorno dopo ci sono andata, certo che ci sono andata, perché la curiosità mi stava mangiando viva. In quel momento ho capito che donna ero. Che sesso volevo.
Quando tornai a casa tremavo ancora. Tremavo al pensiero di quello che mi aspettava, e non riuscivo più a trattenermi: quell’uomo mi aveva accesa come nessuno mai. Mi sono buttata sul letto e mi sono scopata con le dita come una pazza, pensando a quello che era appena successo… e a tutto quello che sarebbe successo il giorno dopo.
Marcellove@hotmail.it
e
Helgac@outlook.it



Cara Errica, scusami se ti rispondo con ritardo ma ho letto adesso il tuo commento. Grazie. Scrivimi le tue fantasie…
Aspetto il seguito :)
Aspettiamo il seguito o i seguiti. Non farci aspettare troppo
letti tutti 3 tutti d'un fiato. Si leggono bene, la mente viaggia e la mano... pure!
Bello, aspetto il seguito