A distanza di molti anni, oggi ho capito quante cose siano accadute nella mia vita solo a causa della mia totale accondiscendenza. Sono sempre stato un debole. Non ho mai saputo dire di no, illudendomi che, in fondo, anche gli altri non avrebbero mai detto no a me. A volte pensavo che il mio “sì” avrebbe fatto felice qualcuno e allora mi chiedevo: perché non aiutarlo? Altruismo? Sicuramente anche quello, ma mescolato a una dose massiccia di ingenuità. Avrei dovuto sapere che il male e l’egoismo albergano in moltissime persone.
Questa mia fragilità l’ha capita subito la persona che più di ogni altra mi è stata vicina, e che ho amato alla follia: mia moglie Gloria.
Aveva solo diciotto anni quando la sposai dopo un fidanzamento brevissimo; io ne avevo ventitré. Era bellissima, nel viso e nelle forme. Provavo per lei un’attrazione viscerale, esagerata: ogni minimo contatto, persino il suono della sua voce al telefono, bastava a procurarmi un’erezione d’istinto. Purtroppo, quell’elettricità non era reciproca. Quando facevamo l’amore, io toccavo le vette più alte del piacere, mentre lei restava immobile, incapace di raggiungere l’orgasmo.
Eravamo inseriti in una comitiva di amici, tutte coppie sposate. C’era molta confidenza e spesso ci si confessava a vicenda. Peccato che mia moglie avesse il vizio di non tenere per sé nemmeno i dettagli più intimi, quelli che dovrebbero morire dentro le mura di una camera da letto. Il risultato? In breve tempo tutti seppero che ero un marito virile, che la cercavo ogni sera, ma che lei non aveva mai goduto.
Vittorio, uno del gruppo, sposato con la donna più insignificante della comitiva, intuì subito che c’era terreno fertile per provarci. Iniziò a farle la corte e non ci volle molto. Una sera, a letto, Gloria mi confidò che lui le aveva chiesto di vedersi da soli per un aperitivo. Mi disse che aveva risposto che ci avrebbe pensato; ammise che quell’uomo le piaceva molto e che le sarebbe piaciuto incontrarlo, ma che avrebbe rinunciato per non mettere a rischio il nostro matrimonio.
In quel momento vidi solo il lato positivo. Apprezzai la sua totale trasparenza e il fatto che, implicitamente, stesse cercando la mia autorizzazione. Ma la mia fantasia, intanto, aveva già cominciato a galoppare. Pensai che forse sarebbero finiti a letto e che lei, probabilmente, avrebbe provato quel piacere intenso che io non ero in grado di darle. Perché privarla di quella felicità?
Col senno di poi, so che Gloria conosceva già ogni mia mossa. Non solo le dissi che, essendo io d’accordo, non si sarebbe trattato di un vero tradimento, ma la esortai a non lasciarsi sfuggire l’occasione. Volevo che capisse di essere una donna normale, capace di godere. Le raccomandai solo una cosa: non fargli capire che io sapevo. Non volevo passare per il classico cornuto contento agli occhi di quell’uomo.
Le cose andarono come dovevano. Prima l’aperitivo, il giorno dopo il sesso in un hotel. Vittorio doveva essere un amante esperto, perché lei mi confessò, nei minimi dettagli, di aver goduto tantissimo.
La parola “riservatezza”, però, non faceva parte del vocabolario di mia moglie. Dopo un paio di mesi scoprii che non solo aveva rivelato a Vittorio che io l’avevo autorizzata, ma aveva raccontato tutto anche alla sua amica del cuore della comitiva. Quest’ultima lo aveva riferito al marito e lui, senza scrupoli, lo aveva spiattellato a tutto il gruppo, tranne ovviamente alla moglie tradita di Vittorio.
Al primo incontro ne seguirono molti altri. Per Gloria era facilissimo strapparmi il consenso; io ero persino felice che avesse finalmente una vita sessuale appagante. Assecondando i desideri feticisti del suo amante, quando eravamo in pubblico con gli amici lei non si faceva scrupolo di indossare abiti provocanti, camicette di garza finissima che lasciavano intravedere i capezzoli nudi e turgidi. Quando compresi che ormai Vittorio sapeva che io ero al corrente di tutto, il gioco divenne ancora più scoperto. Andammo persino in vacanza in tre, in un villaggio in Croazia: a bordo piscina lei sfoggiava un topless mozzafiato sotto i nostri occhi, godendosi gli sguardi eccitati del suo amante e quelli complici del marito.
Ormai nel gruppo si parlava apertamente, con frecciatine, di scambi di coppie, matrimoni aperti e mariti permissivi. La mia dignità veniva calpestata ogni giorno di più, ma il vero limite lo superammo una sera in cui eravamo a cena noi tre in un ristorante (la moglie di Vittorio era fuori città). Decidemmo di finire la serata a casa nostra per bere qualcosa.
Eravamo in salotto con i bicchieri in mano quando Gloria disse che si sarebbe allontanata un attimo al piano di sopra. Poco dopo, sentii suonare il campanello. Andai ad aprire: era un uomo imponente, un conoscente che avevo incrociato solo un paio di volte con gli amici. Lo feci accomodare, offrendo un drink anche a lui, confuso.
All’improvviso, sentimmo il rumore ritmico e nitido di una camminata sui tacchi. Gloria stava scendendo le scale. Vittorio le aveva ordinato di scendere completamente nuda non appena fosse arrivato il suo amico, e lei aveva obbedito. Addosso non aveva nulla, se non i sandali alti con cui eravamo usciti a cena. Il suo corpo splendido era interamente esposto. Il pube perfettamente depilato. Sia lei che Vittorio sapevano che avrebbero potuto spingersi a qualsiasi estremo, perché avevano capito il mio segreto più torbido: tutta quella situazione mi teneva in uno stato di costante, dolorosa eccitazione.
Rimasi paralizzato. Gloria si era già mostrata nuda davanti a me e Vittorio, e quello era quasi diventato “normale”. Ma stavolta c’era un estraneo. Lei lo sapeva perfettamente e non mostrò alcuna sorpresa. Camminò lentamente verso di me, mi stampò un bacio alla francese profondo, poi si diresse verso Vittorio e fece lo stesso con lui con una passione selvaggia.
Lui si sbottonò i pantaloni in fretta, la spinse sul divano del salotto, le aprì le gambe e la penetrò con foga, senza alcun preliminare. Li guardavo con il cuore a mille, travolto da un’eccitazione parossistica ma terrorizzato dalla presenza dell’altro uomo. Era la prima volta che assistevo alla scena dal vivo, a pochi metri da loro, sentendo l’odore del loro sesso e i gemiti reali di mia moglie.
Un rumore lieve mi fece voltare. Vidi con orrore che il nuovo venuto aveva tirato fuori il telefonino e stava riprendendo tutto, muovendo l’obiettivo per inquadrare prima i corpi baciati dal sudore e poi me, immobile sulla poltrona.
In quel momento, il mio cervello andò in corto circuito ed un brivido gelato mi attraversò la schiena, mescolandosi a una scarica di adrenalina quasi dolorosa. Capii che la mia intimità, il mio segreto più torbido e vergognoso, stava venendo catturato per sempre. Quell’occhio di vetro stava registrando la mia sottomissione, la mia totale impotenza di fronte al piacere di mia moglie con un altro. Ero il guardone della mia stessa rovina, intrappolato in un loop di eccitazione immorale: più mi sentivo umiliato, più il mio corpo rispondeva a quello stimolo visivo. L’intruso era un colosso di due metri; sarebbe stato folle e inutile tentare di strappargli il cellulare. Mi rassegnai alla mia debolezza. Mi sedetti, sprofondando la testa tra le mani, ascoltando i gemiti animaleschi di Gloria mentre la lente registrava ogni singola spinta.
Quando tutto finì il silenzio in stanza era tagliente. Vittorio, con un sorriso sfacciato e privo di qualsiasi rispetto, mi presentò formalmente il suo amico: era un collega del suo studio legale.
«Gli altri avvocati in studio non ci credevano,» mi disse Vittorio, «Ho raccontato a tutti che mi scopo tua moglie con il tuo permesso, ma pensavano che fossi un pallone gonfiato. Questo video finirà dritto nella chat di gruppo dello studio domani mattina. Sarà di dominio pubblico, caro mio. Diventerai una celebrità.»
Quelle parole mi colpirono come uno schiaffo in pieno volto. Fino a quel momento avevo tollerato la vergogna all’interno della comitiva, ma l’idea che il mio volto, la nudità di mia moglie e la mia dignità calpestata diventassero materiale da intrattenimento per un intero studio legale — e chissà per chi altro, una volta che il video avesse iniziato a circolare di telefono in telefono — mi squarciò lo stomaco. Immaginai gli sguardi di scherno, le risate, i commenti crudi dei colleghi. Non sarei stato più solo un marito permissivo; sarei diventato lo zimbello pubblico di un’intera città.
Dopo questa ennesima, definitiva umiliazione, la nebbia dell’eccitazione svanì, lasciando spazio solo a un vuoto disperato. Trovai finalmente la forza di separarmi da mia moglie e non volli più guardare in faccia nessuno di quell’ambiente.



Stupendo quando lo continui con la 3°parte Ti lascio la mail se mi vuoi contattare apaperina758G@yahoo.com
Ciao William... Dunque, posso onestamente dirti che non ho piani precisi per un eventuale prequel sebbene l'idea mi stuzzichi. Tuttavia…
Come sempre, un ottimo racconto, Rebis: l'attesa è valsa la pena. Sarebbe bello avere anche la storia antecedente, che narra…
Bello! Adoro le santarelline porche
Sempre più coinvolta con Giacomo, bei racconti grazie