Episodio 5: L’Aperitivo
Il giorno dopo il CDA Elena mi ha mandato un messaggio alle undici e venti.
E: «Domani sera è libero?»
Non c’era un saluto. Non c’era una spiegazione.
Ho aspettato dieci minuti prima di rispondere.
A: «Dipende.»
La risposta è arrivata quasi subito.
E: «Da cosa?»
A: «Da chi me lo chiede.»
Questa volta ha aspettato lei.
E: «Io.»
A: «Allora sì.»
E: «Aperitivo. Un posto dove possano vederci.»
A: «Un appuntamento?»
E: «Un incontro professionale.»
A: «Naturalmente.»
E: «Non faccia lo spiritoso.»
A: «Non lo sto facendo.»
Elena aveva organizzato tutto.
Il locale era elegante, abbastanza rumoroso da permettere una conversazione privata e abbastanza pubblico da costringerci a mantenere le apparenze. Elena aveva scelto un tavolo appartato, visibile dalla sala ma abbastanza lontano dagli altri da non poter essere ascoltato.
Eravamo soltanto noi due.
Non aveva invitato nessun collega. Non voleva testarmi davanti a qualcuno. Voleva poter parlare senza testimoni e, nello stesso tempo, osservare come mi comportavo in un luogo in cui lei non poteva controllare ogni ingresso.
Quando sono arrivato, Elena era già seduta al tavolo.
Indossava un completo blu scuro, una camicia chiara e gli stessi tacchi neri dell’ufficio. I capelli erano raccolti. Il trucco era più accurato del solito, ma lei avrebbe negato di aver dedicato un minuto in più al proprio aspetto.
Mi ha guardato da capo a piedi.
E: «È in ritardo.»
A: «Di tre minuti.»
E: «Tre minuti sono un ritardo.»
A: «Allora ho già cominciato male.»
E: «Si sieda.»
Ho preso posto di fronte a lei.
Per qualche minuto Elena ha parlato di lavoro. Margini, fornitori, una possibile acquisizione. Non aveva bisogno di alzare la voce, anche se non c’era nessuno a cui imporre il ritmo della conversazione.
Io intervenivo soltanto quando mi interpellava.
E: «Alex ha seguito la parte tecnica del progetto.»
A: «E lei mi ha invitato per verificare se sa stare zitto quando serve.»
Elena ha sollevato gli occhi.
E: «Non si monti la testa.»
A: «Non lo faccio.»
Elena mi osservava mentre parlavo. Non con il distacco della CFO. Voleva vedere se avrei cercato di mostrarmi più importante di quanto fossi.
Non l’ho fatto.
Dopo pochi minuti si è alzata.
E: «Venga.»
A: «Dove?»
E: «Fuori.»
Il tono non lasciava spazio a domande.
Siamo usciti sulla terrazza laterale del locale. Era una sera fresca. Le luci della strada arrivavano oltre la ringhiera e rendevano il vetro delle finestre uno specchio scuro.
Elena si è fermata lontano dagli altri tavoli.
E: «Adesso parliamo senza pubblico.»
A: «Pensavo le piacesse avere il pubblico.»
E: «Mi piace scegliere cosa vede.»
A: «E cosa vede adesso?»
E: «Un uomo che ha avuto fortuna.»
A: «Il CDA?»
E: «La scommessa. Il telecomando. Tutta quella storia.»
Ho aspettato.
E: «Non pensi che questo significhi che hai potere su di me.»
A: «Non lo penso.»
E: «Bene.»
A: «Lo so.»
Elena ha fatto un passo verso di me.
E: «Questa sera decido io.»
A: «Cosa?»
E: «Quanto restiamo. Cosa dici. Cosa puoi fare.»
A: «È il suo aperitivo.»
E: «Esatto.»
Era venuta per dominare la scena. Non soltanto quella dell’aperitivo. Voleva dimostrarmi che il CDA non aveva cambiato nulla, che poteva ancora convocarmi, ordinarmi di seguirla e stabilire dove dovessi stare.
E: «Il telecomando.»
Ho estratto il piccolo dispositivo dalla tasca.
Elena lo ha guardato senza prenderlo.
E: «Me lo dia.»
A: «Perché?»
E: «Perché questa sera decido io quando usarlo.»
A: «Era quello che pensava di aver deciso anche ieri.»
E: «Non ricominci.»
Ho lasciato il telecomando sul palmo della mano.
Elena non l’ha preso.
E: «Ridammelo.»
A: «Per farne cosa?»
E: «Per decidere io quando usarlo. Quando lo deciderò, te lo affiderò.»
A: «No.»
La parola è uscita piano.
E: «No?»
A: «Se lo tiene lei, torna a essere un oggetto sotto il suo controllo.»
E: «È esattamente quello che voglio.»
A: «No. È quello che pensa di volere.»
Elena ha fatto un passo verso di me.
E: «Me lo ridia.»
A: «Non ancora.»
E: «Lei non può decidere per me.»
A: «Posso decidere se accettare le sue condizioni.»
E: «Allora accetti.»
A: «Perché?»
E: «Perché glielo sto chiedendo io.»
Quella frase mi ha fatto sorridere.
A: «Non è una richiesta. È un ordine.»
E: «E se fosse?»
A: «Allora mi dimostri che sa ancora comandare.»
Elena ha stretto la mascella. Per qualche secondo abbiamo sostenuto lo sguardo.
Poi ho teso il telecomando verso di lei.
Elena ha allungato la mano.
Le sue dita erano a pochi centimetri dalle mie quando una voce è arrivata dalla porta della terrazza.
«Dottoressa Rinaldi, non sapevo che il suo nuovo toyboy fosse così serio.»
Era Riccardo Valenti, un uomo potente che conoscevo di vista e che lavorava per una società concorrente. Non era stato invitato. Era capitato sulla terrazza per caso, o almeno così avrebbe detto.
Aveva cinquant’anni, un abito costoso e la sicurezza di chi è abituato a trasformare le indiscrezioni in strumenti di potere.
Elena ha ritirato la mano.
Il telecomando è rimasto nella mia.
E: «Riccardo.»
R: «Non si arrabbi. Sto scherzando.»
E: «Non mi sembra il momento.»
R: «Al contrario. Una CFO che si apparta con un uomo così giovane. Se la vedessero le persone sbagliate, qualcuno potrebbe pensare che tradisca suo marito.»
Elena è rimasta immobile.
R: «E se la voce arrivasse in azienda, potrebbe rimetterci anche LogistiCa. Non sarebbe il massimo per una dirigente che tratta numeri sensibili.»
Quella non era più una battuta.
Riccardo non voleva sapere se Elena avesse davvero una relazione con me. Voleva farle capire che poteva insinuarlo.
Aveva trovato un punto in cui la reputazione privata e quella professionale si toccavano.
Elena avrebbe potuto distruggerlo. Ma per farlo avrebbe dovuto reagire. E una reazione, in quel momento, sarebbe sembrata una conferma.
Ho fatto un passo avanti.
A: «Mi perdoni, ma credo che stia confondendo due cose.»
Riccardo mi ha guardato con sorpresa.
R: «Prego?»
A: «La dott.ssa Rinaldi non mi ha portato qui come accompagnatore. Mi ha chiesto di controllare un dispositivo.»
R: «Non mi sembra il luogo per parlare di numeri.»
A: «È proprio il motivo per cui siamo usciti. Il dispositivo contiene accessi a numeri sensibili. Abbiamo rilevato un’anomalia e la dott.ssa Rinaldi teme che qualcuno abbia installato una microspia.»
Riccardo ha smesso di sorridere.
R: «Una microspia?»
A: «Non posso sapere se sia una microspia. Posso verificare se il dispositivo trasmette dati quando non dovrebbe.»
R: «E lo fate durante un aperitivo?»
A: «Lo facciamo lontano dalle reti del locale e dalle persone che potrebbero ascoltare. La dott.ssa Rinaldi non si permette di trattare numeri delicati con leggerezza.»
Ho abbassato leggermente il capo verso Elena.
A: «Mi ha chiamato perché è più scrupolosa di tutti noi.»
E: «Alex.»
A: «Mi lasci finire, dottoressa. Se ho sbagliato a interpretare il suo incarico, mi assumo la responsabilità e me ne vado.»
Il tono era deferente. Quasi sottomesso.
Ma mentre parlavo ho premuto il telecomando.
Una sola volta.
Elena ha inspirato senza muoversi.
Io ho continuato a proteggerla.
A: «Non sono qui per accompagnarla. Sono qui perché lei mi ha chiesto di fare un lavoro che nessun altro ha il diritto di commentare.»
Riccardo ha sorriso.
R: «Si è preparato la parte.»
A: «No. Mi sono preparato a lavorare per lei.»
Ho guardato Elena.
A: «La dott.ssa Rinaldi è la persona più competente in questa terrazza. Se ha scelto di affidarmi un controllo, la domanda non è perché io sia qui. La domanda è perché lei si senta autorizzato a trasformare una procedura di sicurezza in un pettegolezzo su suo marito.»
Riccardo ha aperto la bocca, ma non ha trovato una risposta.
A: «Le consiglio di non ripetere quella insinuazione. Non perché io possa permettermi di difenderla. Perché lei non può permettersi di dubitare della sua correttezza senza avere una sola prova.»
Riccardo ha perso il sorriso.
Elena non ha detto nulla.
Era il momento che Alex aveva preparato senza prepararlo. Non doveva sembrare che la stessi salvando. Dovevo restituirle tutto il potere.
E: «Riccardo, credo che Alex abbia risposto abbastanza bene.»
R: «Non volevo offenderla.»
E: «Eppure ci è riuscito.»
R: «Era una battuta.»
E: «Una battuta è divertente quando non serve a mettere qualcuno in una posizione inferiore.»
Riccardo si è guardato intorno.
R: «Non volevo creare problemi.»
E: «Allora non li crei.»
La sua voce era tornata quella dell’ufficio.
Riccardo ha annuito e si è ritirato verso la sala.
Elena è rimasta immobile.
Poi ha guardato me.
E: «Non doveva intervenire.»
A: «Non l’ho fatto.»
E: «Ha parlato al posto mio.»
A: «No. Ho parlato per lei finché lei non ha potuto riprendere il suo posto.»
E: «È una differenza comoda.»
A: «È la differenza tra proteggerla e sostituirla.»
Elena ha abbassato gli occhi sulla sua mano.
Il telecomando era ancora nella mia mano.
E: «L’ha usato.»
A: «Sì.»
E: «Non gliel’ho affidato.»
A: «Stava per farlo.»
E: «Avevo detto che avrei deciso io quando.»
A: «E io ho deciso che questo era il momento.»
Elena ha inspirato lentamente. Il suo viso era ancora composto, ma il respiro l’aveva tradita.
E: «Non mi dica cosa fare.»
A: «Non davanti a lui.»
E: «È questo che voleva? Proteggermi mentre mi ricordava che le appartengo?»
A: «Non volevo ricordartelo. Volevo che lo sentissi.»
La tensione nei suoi occhi non era paura soltanto. Era il sollievo di avere affidato a qualcuno la parte che non voleva controllare, anche se ancora non aveva avuto il coraggio di consegnargliela davvero.
Siamo rientrati nella sala.
Gli altri non si sono accorti di nulla. Elena ha ripreso il suo posto al tavolo. Io sono rimasto accanto a lei, leggermente indietro.
Per il resto della serata non ho usato il telecomando.
Non ce n’era bisogno.
Aveva già capito.
Prima di salutarla, quando gli altri erano andati via, ho rimesso il telecomando nella tasca della giacca.
E: «Cosa succede adesso?»
A: «Da domani riceverà tre messaggi al giorno.»
E: «Ordini?»
A: «Tre ordini.»
E: «E io scelgo a quale obbedire?»
A: «Uno.»
E: «E se non obbedisco a nessuno?»
A: «È libera di farlo.»
E: «Ma?»
A: «Ma il gioco si ferma.»
Elena ha guardato il telecomando.
E: «Questa sera è diverso.»
A: «Questa sera è già finita.»
E: «Quindi riceverò un solo messaggio.»
A: «La serata sta finendo.»
E: «E se non volessi riceverlo?»
A: «Potrà non eseguirlo.»
E: «Ma il gioco si fermerà.»
A: «Sì.»
Elena ha guardato la tasca della mia giacca, dove il telecomando era tornato.
E: «Lei è insopportabile.»
A: «Lo so.»
E: «E protettivo soltanto quando le conviene.»
A: «No. Sono protettivo quando lei mi lascia esserlo.»
Sono uscito prima di lei.
Elena è tornata a casa con la testa piena della terrazza, della battuta di Riccardo, del modo in cui Alex aveva trasformato una possibile umiliazione in una dimostrazione del suo potere.
Aveva voluto dominare Alex.
Aveva cercato di riprendersi il telecomando per dimostrargli che la decisione restava sua.
Poi, davanti a un uomo che avrebbe potuto danneggiarla, Alex l’aveva protetta senza toglierle il ruolo, la voce o l’autorità.
L’aveva lasciata al centro.
E aveva tenuto per sé la parte invisibile.
Quando Elena ha aperto la porta di casa, il telefono ha vibrato.
Era passato meno di un minuto.
Il messaggio diceva:
A: «Primo ordine. Usa un dito sul tuo sesso e mandami una risposta. Voglio sapere quanto sei eccitata. Hai due minuti.»
Elena è rimasta ferma nell’ingresso.
Non era nemmeno entrata del tutto.
Il telefono le tremava nella mano.
Ha letto il messaggio una seconda volta.
La testa le scoppiava. Aveva ancora addosso il vestito, il profumo dell’aperitivo, la tensione della terrazza e il ricordo della vibrazione breve che Alex aveva provocato senza che nessuno se ne accorgesse.
Per qualche secondo ha pensato di cancellare il messaggio.
Poi ha fatto quello che le era stato chiesto.
Non ha scritto molto.
Ha mandato soltanto una risposta breve, abbastanza precisa da permettergli di capire.
Alex non ha risposto.
Elena ha aspettato.
Un minuto.
Cinque.
Dieci.
Il silenzio di Alex è diventato il nuovo comando.
Quella notte Elena non è riuscita a dormire.
Si è tolta il vestito, ha lasciato il telefono sul comodino e lo ha ripreso ogni pochi minuti. Ha provato a convincersi che fosse soltanto una scommessa, un gioco che avrebbe potuto interrompere quando voleva.
Ma il giorno dopo avrebbe ricevuto tre messaggi.
E avrebbe dovuto sceglierne uno.
Per la prima volta, Elena non aspettava di capire cosa volesse Alex.
Aspettava di scoprire cosa avrebbe voluto lei.
Alex
Se vuoi raccontarmi cosa hai pensato di questo episodio, puoi scrivermi a alepaolozzo@gmail.com.
Accetto commenti, suggerimenti e proposte. Se ti incuriosisce il gioco mentale di Alex, se hai una fantasia da raccontare o se vuoi immaginare una dinamica di coppia, puoi contattarmi.
Non prometto giudizi. Prometto attenzione.



Ciao William... Dunque, posso onestamente dirti che non ho piani precisi per un eventuale prequel sebbene l'idea mi stuzzichi. Tuttavia…
Come sempre, un ottimo racconto, Rebis: l'attesa è valsa la pena. Sarebbe bello avere anche la storia antecedente, che narra…
Bello! Adoro le santarelline porche
Sempre più coinvolta con Giacomo, bei racconti grazie
Per me non è una novità...anche se bianchi o nere/i non fanno differenza.... sono solo protagonisti come tutti gli altri..