Into the White by Rebis
Summary: Una storia un po' diversa.
Un protagonista atipico.
L'ombra di un presente mai passato davvero.

Non leggetelo se cercate solo sesso.
Categories: Etero, Trio, Saffico, Dominazione Characters: None
Genres: Racconto
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 40 Completed: No Word count: 458654 Read: 63008 Published: 01/18/2017 Updated: 09/17/2018

1. Sacerdote del Male. by Rebis

2. La Danza del Dragone e della Farfalla by Rebis

3. La notte dei demoni by Rebis

4. Cambiamenti by Rebis

5. Interludio by Rebis

6. Un possibile incontro by Rebis

7. Russian old stories Parte uno. by Rebis

8. Russian Old Stories parte due by Rebis

9. Cambio della guardia by Rebis

10. Chugi by Rebis

11. Giri e Ninjo. by Rebis

12. Ronin by Rebis

13. Meiyo by Rebis

14. L'ultimo ordine by Rebis

15. Contrasti e conseguenze by Rebis

16. Guantanamera by Rebis

17. Reazioni by Rebis

18. Vodoo children, fall of hero (parte 1 di Vodoo children) by Rebis

19. Vodoo children, Mourning (parte 2 di Vodoo children) by Rebis

20. Vodoo Children, Allies (Parte 3 di Vodoo Children) by Rebis

21. Vodoo children, corrections (Parte 4 di Vodoo Children) by Rebis

22. Vodoo children, choices (Parte 5 di Vodoo Children) by Rebis

23. Vodoo children, losses (Parte 6 di Vodoo Children) by Rebis

24. Vodoo children, Setback (Parte 7 di Vodoo Children) by Rebis

25. Vodoo children, Trap (Parte 8 di Vodoo Children) by Rebis

26. Vodoo children, Tortures (Parte 9 di Vodoo Children) by Rebis

27. Vodoo children, War (Parte 10 di Vodoo Children) by Rebis

28. Vodoo children, Vision (Parte 11 di Vodoo Children) by Rebis

29. Vodoo children, Ascension (parte 12 di Vodoo Children) by Rebis

30. Movimenti by Rebis

31. Mirrors by Rebis

32. The Moshpit (parte 1) by Rebis

33. Moshpit (parte 2) by Rebis

34. Riorganizzazioni by Rebis

35. Esecuzioni by Rebis

36. Ritorsione by Rebis

37. Dies Irae by Rebis

38. Rebellion by Rebis

39. Showdown by Rebis

40. La vendetta dei Mitsutune by Rebis

Sacerdote del Male. by Rebis
Author's Notes:
Il primo atto é sempre il più difficile...
Into the withe.

Nel bianco. Un bianco vuoto, privo di forma o sostanza.
L’uomo aprì gli occhi. Il bianco era ovunque, abbacinante, assoluto, totale. Inglobava lo spettro dei colori, inghiottiva le domande e le risposte, fagocitava la sanità mentale di chi lo fissava troppo a lungo.
O meglio, avrebbe potenzialmente distrutto chiunque altro ma non lui. L’uomo fissò il bianco con la stessa ferocia con la quale questo attentava alla sua salute mentale. Sorrise ferocemente. Lui aveva attraversato l’inferno, era sceso abbastanza dentro sé stesso da scoprire che una piccola, minuscola scheggia di follia alberga in ogni essere umano.
Il bianco che vedeva era solo quella stessa scheggia ingigantita e non lo impressiona.
Non ha paura di qualcosa che già conosce. Solo chi non conosce sé stesso teme i suoi stessi abissi. Mera ignoranza. Da essa nascono superstizione e odio. E così la razza umana si nasconde sempre dietro a un dito, accampando come pretesa l’inesistenza di simili abissi. Lui sorride nuovamente. Tutte scuse: la verità era che nessuno voleva ammettere di essere come realmente era. Nessuno voleva realmente conoscersi ma tutti volevano conoscere tutto di tutti gli altri. L’uomo sapeva che era solo un sogno.
Sapeva bene che quello era sempre il solito sogno, identico ogni volta. Eppure, pur sapendo che era un sogno, non riusciva a svegliarsi. Restava lì. A guardare la sua follia.
Da vicino. Era seduto sui talloni, alla maniera di karateka prima del saluto.
Capiva anche perché: era la postura sicura da seduti, bilanciata, in equilibrio fisico e mentale. E davanti a lui, per contrasto, il bianco. Onnipresente, permeante, violento, brutale. Era osservato dal bianco. Quasi sezionato, come se ogni suo segreto più recondito potesse venirgli strappato.
Ma lui sorrideva ancora. Sapeva anche perché. Non aveva segreti da rivelare alla follia.
Non più.
Improvvisamente, attorno a lui calò il buio. Un buio avvolgente, nero come l’inchiostro. Il genere di buio che terrorizzava perché l’uomo aveva conosciuto il buio prima della luce e l’essere improvvisamente esposto al cambiamento tra l’uno e l’altra l’aveva segnato.
Segnato. Non spezzato.
Sorrise. Sapeva cosa verrà dopo. Era un copione che già conosceva.

Aprì gli occhi. Improvvisamente, senza una reale soluzione di continuità tra sonno e sveglia. Il soffitto bianco della camera lo guardò. Il letto matrimoniale era vuoto, con la sua eccezione della sua presenza.
Era vuoto da sempre. L’aveva preso tempo prima, sperando di trovare l’amore.
Aveva trovato delusioni, sfiducia, tradimenti, sesso ma l’amore, quello vero, se mai esisteva… mai. Mai Cupido si era degnato di centrarlo al cuore con una freccia, preferndo colpire il cervello e il pene. Beh, evidentemente Cupido non era un cecchino e preferiva i bersagli evidenti e ben visibili.
Inizialmente si era arrabbiato con l’universo, aspettando una risposta che non sarebbe arrivata mai, una donna che mai sarebbe giunta. Poi c’aveva rinunciato. Paradossalmente aveva iniziato a fare quel che faceva. Un lavoro ingrato. Un mestiere che nessuno, mai, avrebbe voluto fare, neppure per caso.
Il ripulitore.
Uscì dal letto sentendo l’aria fredda di gennaio assalirgli la pelle esposta, solo leggermente mitigata dai riscaldamenti. Non che gli importasse. Andava bene così.
Iniziò a fare esercizi appena sveglio. Non aveva granché di muscoli. La natura gli aveva negato l’aspetto predatorio e feroce per gratificarlo con qualcosa di diverso, di infinitamente migliore, secondo lui. Il suo corpo era quello che era. Da tempo aveva smesso di cercare di cambiarlo.
Ma la sua volontà, quella era forte, adamantina, inflessibile.
Quando il corpo fallisce, la volontà deve subentrare e non tutti ne hanno quanta ne serve in quei casi. Nemmeno i così detti maschi alpha.
Lui, paradossalmente, aveva la volontà ma non il fisico. Non che servisse.
Gli esercizi che faceva non erano solo ed esclusivamente fisici, c’era anche una componente mentale. Al ritmo dell’OM che aveva selezionato come brano, cantato per un ora a cadenza regolare nele sue due versioni, l’uomo continuò i suoi esercizi.
Terminati, si concesse la colazione. Succo di frutta multivitaminico e un integratore proteico. Colazione salutista per una vita non esattamente all’insegna della salute.
Che poi a lui non importava come potese apparire. Aveva iniziato ad abbandonare il futuro per muoversi verso il presente. Per rinascere bisogna morire.
E lui era morto. Tempo prima. Una vita per una vita, no?
O almeno la parvenza di quest’ultima. Terminata la colazione gettò tutto in lavastoviglie e fece paritre. Tornò in camera.
L’OM risuonava ancora, prima espressione dell’universo, sillaba primigena che ha originato il tutto dal niente. Lo ascoltò, cercando di assaporare il momento.
Si perse nell’attimo.
E rimerse un indeterminato tempo dopo. Nulla era cambiato.
Forse l’essere ancora lì era una punizione divina. Forse era una grazia.
Non lo sapeva. Non gli interessava. Sì vestì con rapidità. Infine prese quel che doveva prendere: chiavi, cellulare e un ultima cosa.

Il ventre molle della città. Oltre la luce dei grattacieli e dei cieli.
Laggiù buoni o cattivi, si era sottoposti a una scelta. Alla madre di tutte le scelte.
Inevitabilmente laggiù un uomo o una donna scopriva chi realmente fosse. Cosa fosse.
Laggiù lui c’era stato. Una vita prima, ogni volta che ci tornava, uno strano brivido, che non si era mai dato la pena di indetificare tornava a colpirlo.
Ma lui lo ignorava. Non ci badava, farlo avrebbe significato distrarsi e lui non se lo poteva permettere. Non più. Sicuramente non in quel momento. Aveva qualcosa di troppo importante da fare.
Camminò con calma, consapevole di ogni passo sul terreno.
Attorno a lui, graffiti, bottiglie di birra fuori dai cestini, macchine in male arnese. Gente che sembra uscita da qualche ghetto stereotipato. Pantaloni stracciati e vestiti da poco, facce da gente che ha visto l’inferno, come lui.
Ma anche facce tormentate… Appesantite, abbruttite dal peso di un passato che non se ne va mai. Per loro poteva anche provare una certa compassione e forse un certo grado di malcelato rispetto.
Per quello che doveva fare invece… Espirò. L’ossigeno abbandonò il suo corpo in uno sbuffo argenteo-biancastro, fondendosi con l’aria quella fredda mattina di gennaio.
Sapeva bene cosa doveva fare.
Estrasse dalla tasca un foglio. Un indirizzo scritto sopra.
Poche righe scarabocchiate oltre a quello: un nome e un cognome. Tra le virgolette, un nomingolo di sorta, uno pseudonimo.
Un nome da cartone animato, da film d’azione di serie Z.
Il vero nome era probabilmente più attendibile. Martin Priest.
Martin il Prete. Martin il Sacerdote. Martin l’officiante del demonio, il bastardo che aveva trascinato nel baratro moltissime persone. Forse un minuscolo ingranaggio. Forse no.
In ogni caso, era una metastasi cancerosa, parte del tumore che avvolgeva la città.
Ed era tempo che la metastasi smettesse di esistere.
Percorse la via. Notò come, nonostante fosse giorno fatto, alcune ragazze e anche donne, bianche o nere che fossero, affollavano il marciapiede, avvicinandosi alle auto o a passanti che parevano interessati.
Prostitute. Puttane, non per vocazione o scelta ma per necessità. Tutto quello che avevano era il loro corpo, tutto quello che potevano perdere… l’avevano già perso?
Forse.
O forse avevano ancora la vita. Per loro c’era ancora speranza.
Per altri, lui incluso, il tempo delle speranze era lontano. Trascorso ormai da tempo immemore. Per quelli come lui nessuna redenzione attendeva.
Solo la consapevolezza di aver ceduto a un impulso irrefrenabile, di aver fatto saltare le regole. In fin dei conti, anche se circondato dalla folla, lui era straniero nel mondo, così come ogni altro uomo. La differenza era che lui lo sapeva. Gli altri no.
Così come le prostitute. Esponevano poca carne ma movenze e linguaggio del corpo rendevano pIù che evidente il loro mestiere. Alcune, una bionda dalla carnagione pallida come il gesso e una che sembrava messicana, apparivano persino imbarazzate. Dovevano essere nuove del mestiere, costrette a farlo per fame.
Un’altra invece, un’asiatica ancheggiava e si muoveva come se il marciapiede fosse la sua personale passerella. Fece il filo a un paio di tizi e alla fine, confabulò con un bianco di sessanta o più anni. Soldi passarono di mani, mani passarono sul corpo della donna. I due iniziarono a camminare in senso opposto alla folla. Evidentemente a cercare un alcova in cui rubare istanti di mercenario piacere al tempo lui e lei a riscuotere i soldi che sapeva di dover pagare a qualche protettore. Le motivazioni non erano importanti: lui non condannava. Non aveva il diritto di giudicare. Non più.
Una nera, anche un bel pezzo di donna, per essere onesti, si avvicinò a lui, fendendo la folla con espressione arrogante. Viso ovale, il naso forse un po’ schiacciato, capelli crespi e sguardo luminoso. Trucco aggressivo e leggins con una giacca aperta su una maglietta leggerissima che sembrava esplodere sotto la pressione di due seni grossi come pomodori maturi. Lui la guardò. Lei ricambiò lo sguardo.
-Ehi, cerchi compagnia? 500 e puoi farmi tutto quello che vuoi, ogni cosa. Con o senza preservativo, davanti, dietro, entrambi…-, mise provocatoriamente una mano sul suo inguine, ottenendo una reazione che sconfinava nel priapismo. L’uomo per un istante accarezzò l’idea ma poi riprese il controllo.
-Purtroppo no. Ho un incontro con degli amici…-, declinò. Fece per scansarla ma…
La mano si strinse sul suo fallo inturgidito. Evidentmente quella nera non era una che si dava per vinta al primo rifiuto. Era tenace e questo poteva essere indice di disperazione o di reale lussuria. In ogni caso, lui sapeva che ora non aveva tempo.
-Puoi portare anche me al tuo incontro… Faccio tutto con tutti. Ho una sorella minore che non ha mai visto un cazzo… Voglio che tu sia il primo. Tu e i tuoi amici.-, disse lei.
Lui si sforzò di respirare. Era passato tempo, tanto dall’ultima volta che aveva potuto godere di una donna e ora quel meraviglioso fiore nero gli si offriva…
La tentazione c’era. Saliva come sentiva salire l’erezione. La stretta si strinse inpercettibilmente ma lui sentì la differenza.
-Allora, amore? Tutto quanto, tutto quello che puoi immaginare, e anche quello che forse non puoi… Tutto per 500. Anche per i tuoi amici.-, tornò all’attacco lei. Stavano parlando molto vicino, troppo, quasi abbracciati in una strada che pochi percorrevano.
-Come ti chiami?-, chiese lui.
-Lucy.-, disse lei, -Mia sorella si chiama Maya. Vedrai che…-, prima che ricominciasse, l’uomo le scrisse il suo numero di telefono e le diede una banconota da cinquanta.
-Non ora ma chiamami tra tre ore.-, disse. La nera sembrò quasi offesa ma si limitò a prendere i soldi, lasciando il glande avvolto nei pantaloni e infilarsi la banconota nella scollatura della maglietta.
-Ok, amore. Non vedo l’ora… Porto anche mia sorella?-, chiese la donna. Lui la guardò. Voleva davvero che venisse anche la ragazza? Non lo sapeva.
In quel momento la risposta non importava. La sua mente era altrove. Il suo corpo no.
-Non so. Decidi tu.-, disse con un sorriso storto.
-Capito, amore. Ciao.-, disse lei procedendo oltre. Lui inspirò, cercando di calmare il cuore che galoppava impazzito. Quella donna era una bomba.
-E ora al lavoro.-, disse. Deviò in una stradina tra due edifici. Cercò di tornare concentrato. Il desiderio di poco prima non spariva facilmente ma lui si limitò a ignorarlo. C’era un tempo per tutto e quello non era il tempo per le fantasie erotiche.
Per vicine a realizzarsi che fossero.
Ed ecco l’indirizzo. Mise i guanti. Una catapecchia. Entrò, arrivò fino al primo piano dopo una rampa di scale. Non incontrò nessuno. Vide che c’era un tizio alla porta un bianco, uno come lui Stesso sguardo, vestiti stracciati e una pistola alla cintura bene in vista.
-Il capo è occupato.-, disse subito.
-Scommetto che per un vecchio amico troverà tempo.-, disse lui.
-Oh, e l’amico sei tu?-, chiese l’altro poggiando una mano sul calcio del ferro.
-No.-, anche la destra dell’uomo scese sino alla cintura del cappotto afferrando qualcosa.
L’espressione dell’uomo mutò in stupore. E poi in agonia e disperazione subitanea quando il Tanto gli aprì la gola. Sangue piovve a cascata, l’uomo comunque era già oltre. Aprì la porta, accompagnando nel mentre il corpo nella sua caduta.
Lui sospirò. Ecco ancora le voragini. Non bianche ma cremisi. Come il sangue sparso.
Era consapevole di percorrere una via che lo avrebbe condotto alla pazzia, che già lo aveva portato a perdere pezzi della sua sanità mentale. Ma sapeva anche che non si poteva continuare così. Se ogni autorità della città intendeva ignorare un simile problema, certamente lui non avrebbe più atteso. Avrebbe agito.
E agire talvolta implicava anche quello: sporcarsi le mani.
Ma ormai era così che doveva essere. Quel cancro doveva morire.
O lui o tutti gli altri.
Martin Priest era una metastasi, nulla di più. Ma una metastasi più grossa di altre, un agglomerato di cellule cancerogene in continua espansione.
E quella cellula andava asportata, oggi.
Scivolò nel corridoio. Sentì una voce. Controllò il bagno, libero, la cucina, libera.
Restava solo la camera da letto. Ovunque odore di cannabis. Normale, fin qui. Ma l’uomo sapeva che Priest non era dedito solo alla Maria… Era un devoto di un dio diverso e sbagliato. Eroina. Cocaina. Tutto quello che finiva con “ina” prima o dopo era passato per le sue mani. E c’era rimasto. Almeno finché non aveva passato quella dubbia benedizione ad altri. E altri c’erano già stati: un suo amico, l’uomo ricorda ancora, era morto malissimo per una dose di quella merda. Poi altri. Cadevano tipo mosche ma il governo se ne fregava. Il governo non metteva il naso in affari tanto piccoli.
Che i miserabili soffrissero pure!
Non solo: Martin Priest era anche un violentatore. Sei episodi di violenze carnali, sempre sospettato, sempre ritenuto coinvolto. Mai accusato. Protezioni in alto facevano sparire le prove, mettevano a tacere chi osava ribellarsi, scioglievano corpi e anime nell’acido.
Martin era il Male. Il sacerdote del demonio, se ne esisteva uno.
Ed era tempo che la sua omelia finisse.
Si accostò al battente della camera da letto. Le voci divennero più chiare. Una era maschile, profonda e tipica degli afroamericani. Evidentemente era lui. L’altra era di una ragazza, giovane. Avrà avuto appena diciotto anni o forse anche solo diciassette.
A giudicare dal timbro era nera anche lei. Socchiudendo appena la porta appoggiata, gettò uno sguardo nella stanza.
-Allora? Ne vuoi?-, chiese Martin. In una mano aveva una busta di coca. La ragazza, lineamenti fini, nasino leggero, capelli corti radunati in tanti dreadlocks, annuì muta.
-E allora dove sono i miei soldi?-, chiese lui. Il tono era cambiato.
-Io… Lo sai, lavoro poco.-, disse la ragazza.
-Tu non lavori! Tu non fai niente! Te ne vai in giro con quattro tue amichette a fare la splendida! Sei una stupida!-, l’ira del nero sembrava essere esplosa. La ragazza sembrò voler ribattere ma si fermò. L’uomo si chiese se l’avesse notato. Lei poteva vederlo, Martin invece era girato di spalle.
-Ma io sono buono.-, disse lui. Lei lo guardò, l’uomo provò un moto di disgusto.
Martin Priest buono? Più probabile che gli asini volassero!
-Ti darò la dose, gratis.-, disse. Lei sembrò illuminarsi di sorpresa e felicità.

L’uomo odiò quel momento, odiò Martin e odiò quella bustina. Ecco un’altra anima che va a perdersi per così poco… Era stanco. Stanco di vedere la gente che crollava in quel modo. Ne era stufo marcio. Prima di Martin Priest aveva eliminato un protettore che bazzicava un’altra zona di quella desolata periferia della decadente civiltà umana e due tizi che avevano commesso l’errore di aggredire una ragazzina.
Ogni volta aveva ceduto un pezzo della sua anima. Ogni volta si era raccontato di star facendo la cosa più giusta. E ogni volta, in cuor suo, aveva saputo che lui non era un buono. Era come Priest, con una differenza: sarebbe andato all’inferno sorridendo e sfidando il diavolo a dirgli che aveva agito per mero egoismo perché la verità era un'altra. Aveva agito per stanchezza. Pura e semplice.
Il Governo non aveva fatto nulla, la polizia che pattugliava quelle strade sembrava aspettare solo che finisse il turno. Una volta li aveva visti lasciare due tizi a picchiarsi finché uno dei due non aveva smesso di respirare, svenuto per le botte e un calcio alla testa. Era stato lui a chiamare l’ambulanza.
Dio non avrebbe fatto nulla. Non per alterigia. Non c’era più un dio. Non c’era più nulla. Nulla se non quella consapevolezza. Gli uomini erano lasciati a sé stessi, abbandonati a cercare di crearsi il destino che volevano.
E in questo, quelli come Priest si erano imposti: avevano preso il sopravvento, scalando montagne di cadaveri e decadenza. Schiacciando i deboli e i bisognosi.
E lui? Lui si era seduto, a guardare, a saziarsi di quell’orrore. Finché non si era deciso a fare qualcosa. Finché il suo amico non era stato ritrovato morto in un parco della città perbene, quella coi soldi. Nessuna indagine, nessuna commemorazione, niente. Un funerale di cinque persone in tutto. Un prete svogliato, forse anche lui stanco di osannare un dio che non da segno di esserci.
Era stato dopo il funerale, dopo aver assistito all’ennesimo furto, che aveva agito.
Aveva rincorso lo scippatore, neutralizzandolo dopo un breve combattimento e aveva riportato la borsa all’anziana signora che l’aveva riempito di complimenti.
E lì aveva capito.
Sino ad allora aveva vissuto così, come a cercare di essere un mantenitore di pace. Tra i suoi amici, tra la gente di quel paese, tra gli estremi opposti di sé.
Ma dopo quel giorno… Aveva deciso che il mondo non aveva bisogno di pace.
Non aveva bisogno di apparire pacifico.
Aveva bisogno essere giusto, o quantomeno non così ingiusto da permettere a cose del genere di succedere. E lui sarebbe dovuto diventare giudice, giuria e boia.
Il male dilagava nella periferia sino a sfiorare la metropoli ma a nessuno era importato. Tutti preferivano guardare la nuova soap-opera appena uscita, tutti si sgolavano per Rihanna o Eminem, tutti aspettava l’uscita del nuovo film, tutti tiravano avanti, vivendosi addosso. Proprio come lui.
Solo che lui lo aveva capito. Allora si era equipaggiato. Pistola silenziata, guanti, cappa impermeabile, Tanto forgiato sul modello giapponese di un pugnale che i Samurai usavano per aprirsi il ventre, per salvare l’onore. Poi si era allenato. Aveva forgiato mente, corpo e spirito sino al momento in cui non era sceso in strada.
E aveva preso a indagare, passando giorni interi a fare domande, a sosperttare, a chiedere. Per poi trovarsi davanti il primo bersaglio mentre picchiava una ragazzina anoressica il cui unico errore era stato voler dare del denaro a una madre che stava morendo di cancro. E non aveva avuto pietà.
Fanculo i buonisti, i sostenitori dei fottuti diritti. Tutti bravissimi però: nessuno stava più considerando i doveri dell’Uomo. Verso sé stesso e gli altri. Doveri che lui non aveva dimenticato né voleva dimenticare.
Uccise quell’uomo. Non fu rapido, non fu pulito.
Ma fu l’inizio. Per due giorni assorbì il colpo. Rischiò la follia quando si rese conto di quanto in basso fosse caduto. Poi sorrise.
E i sogni iniziarono. Ma se dopo il primo si svegliava col cuore a mille, dopo il secondo sapeva già di star sognando. E guardava il bianco in occhi che vedeva solo lui, specchi della sua follia.
Non era migliore degli altri. Per un cazzo. Ma era sicuramente più sincero degli altri.

Impugnò il Tanto, si preparò ad entrare. La ragazza sorrideva. Fece per prendere la busta.
-Eh, ho detto gratis, non che non mi devi nulla. Inginocchiati!-, il tono dell’uomo era cambiato di nuovo. La busta rimase fuori dalla portata della giovane nera. E subitaneo fu il cambiamento negli occhi della ragazza.
L’uomo trattenne un grido. Trattenne la voglia di irrompere. Doveva restare lucido!
Martin era muscoloso il doppio o il triplo di lui. Se avesse saputo che stava per essere aggredito avrebbe potuto potenzialmente ucciderlo. Certo, lui aveva un arma ma Priest avrebbe potuto schivare, usare la ragazza come scudo, o tirare fuori un coltello da quelche parte. Doveva attendere ancora un istante. Spinse appena la porta, allargando l’apertura. La ragazza non lo vedeva. Non poteva. Non ancora.
Meglio così.
-Beh?-, chiese Martin Priest con un tono annoiato ed arrabbiato ad un tempo.
-Io… non l’ho mai fatto.-, disse la ragazza.
-Ah, capisco. È facile. Devi sbottonarmi i calzoni tirarmelo fuori. Poi lo succhi, come quando da bambina succhiavi il latte dalle tette di tua madre.-, disse lui fingendo comprensione. Lei tentò, si sforzò di farlo. Riuscì ad aprire i calzoni ma quando evidentemente si trovò davanti il membro del pusher, chiaramente non riuscì a proseguire.
L’uomo capiva. La ragazza non era piegata. Aveva ancora un rimasuglio di dignità.
Priest sembrava molto meno lieto della cosa. Le afferrò la testa con una mano come a volergliela spappolare. La ragazza si lasciò sfuggire un gemito dolente che divenne un grido quando lui intensificò la stretta.
-Allora, puttanella? Vuoi prenderlo il bocca sì o sì? Apri quella bocca!-. Improvvisamente Martin estrasse una pistola. Piccola, una Derringer. Un revolver minuscolo quasi più da collezione che altro. Eppure, era pur sempre un arma da fuoco. La puntò alla testa della giovane. Armò il cane. Lei si mise a piangere.
-Puoi fare in due modi, troietta. O mi dai quello che voglio e io ti do la dose o ti sparo in testa. Hai fino al tre per decidere.-, disse. La ragazza ora piangeva proprio. Ciò nonostante si fece forza e con una mano, prese ad accarezzare l’asta del pusher.
-Bene. Ancora non ci siamo, però. Uno.-, disse Priest. Sadico. Godeva del potere di vita e morte che aveva su quella ragazza tanto quanto avrebbe potuto godere del sesso.
Lei cercò d’impegnarsi di più, cercò di frenare le lacrime.
-Due.-, disse lui. Lei implorò qualcosa.
Il tre non arrivò: l’uomo attraversò la sala con rapidità. Priest si voltò ma assorto com’era in quel momento la sua difesa fu pressoché inesistente. Il Tanto invece trapassò il collo dell’uomo come fosse stato in cartone. Affondò fino alla guardia.
L’agonia del pusher fu stranamente breve, persino per una ferita simile. Evidentemente qualche sostanza gli aveva accelerato il battito cardiaco perché morì dissanguato in un tempo rapidissimo.
La ragazza lo guardò. Era terrorizzata oltre ogni dire, spaventata che lui potesse uccidere anche lei. Lui alzò una mano, come a volerla rassicurare. Poi pulì la lama sulle vesti dell’ormai morto Martin Priest. Il Tanto tornò nel fodero dopo aver bevuto il sangue.
-Chi sei?-, chiese la ragazza. Come risponderle? Che era un uomo come quello che aveva ucciso? Che era un assassino? Che era un giustiziere?
Non lo sapeva. Si limitò a guardarla.
-Non prendere quella roba.-, disse indicandole la cocaina che lei stringeva in mano.
La ragazza improvvisamente sembrò tornare ad aver paura.
-Uccide. Credimi. Hai visto cosa voleva lui in cambio. Di gente che scende a compromessi per quella merda ce n’è già troppa.-, disse lui.
Lei lo guardò ancora.
Lui pensò che era già stato lì troppo a lungo. E in ultima analisi non stava a lui essere il guardiano di quella ragazza. La vita era la sua. Si voltò.
-Aspetta!-, esclamò la giovane. Si fermò. Non la guardò in faccia. Non poteva.
-Grazie.-, disse lei. Grazie. Una parola che aveva sentito così tante volte nella sua vita. Erano anni che la sentiva. Anni che quella parola era diventata sterile, come morta.
Ma grazie a quella ragazza e a molte altre persone, quella parola ora era qualcos’altro. Di meglio. Detta senza consapevolezza, per mero rito, era sterile e vuota.
Detta con gratitudine vera, diventava cibo per l’anima, un goccio d’acqua nel deserto.
Lui annuì con un cenno del capo. Poi uscì.

Tornò a casa con calma, aveva fatto tutto quel che doveva.
Non aveva lasciato impronte di sorta ed era stato attentissimo a non calpestare le macchie di sangue fresche o no che fossero.
Arrivato a casa si sedette al tavolo. Depose il Tanto e i guanti. Non aveva usato la pistola. Non ne aveva avuto motivo. Inotlre odiava usare quell’arma. Le armi da fuoco non le sentiva sue da molto tempo. Pulì metodicamente la lama dell’arma e gettò i guanti in lavatrice. Così facendo avrebbe evitato qualunque incriminazione. Questo unitamente al fatto che aveva raccolto i capelli in uno chignon alla maniera dei samurai, evitava in genere di lasciare tracce sul luogo del delitto.
E lui era lì, sul ciglio dell’abisso.
A continuare a combattere una guerra che nessuno aveva il coraggio di riconoscere.
Sospirò. Aveva eliminato Priest, mondato una parte, per quanto infinitesimale del tumore. A cosa sarebbe servito? Un altro avrebbe preso il suo posto. Certo, quello era sicuro perché Martin Priest era sicuramente solo l’officiante di un culto votato a una divinità immortale, insita nella natura umana.
E gli dei non muoiono.
Allora a cos’era servito? A dargli pace? A illudersi di aver fatto qualcosa di utile?
Scosse il capo. No, doveva essere servito a qualcosa. DOVEVA!
In preda alla rabbia e alla frustrazione colpì il tavolo con un pugno. Il dolore gli restituì lucidità. E la lucidità gli fornì una risposta.
Era vero: Priest era morto e un altro sarebbe arrivato ed era inevitabile.
Ma per un po’, per poco tempo, ci sarebbe stato quel vuoto.
La possibilità per tutti coloro che avevano sofferto a causa di quell’uomo di tirare il fiato.
Era già qualcosa. Era già abbastanza.
il telefono squillò. Numero sconosciuto. Aprì la comunicazione.
-Pronto?-, chiese.
-Hai finito il tuo meeting?-, chiese la voce della nera che aveva avuto modo di conoscere poco prima. A quelle parole sentì un erezione fulminante salirgli. La voleva.
-Certo, anzi, credo di dover scaricare la tensione… Se capisci cosa intendo.-, la risata della nera gli fece intuire che capiva. Perfettamente.
-Capisco benissimo tesoro… Vengo io da te o vieni tu da me?-, chiese. Non perdeva tempo. E perché avrebbe dovuto?
Lui rifletté. Meno persone vedevano il suo eremo meglio era per lui.
Ma dopotutto, lei era solo una visitatrice occasionale.
Non ci saebbe stata una seconda volta, no? No.
-Vieni tu da me.-, decise. Lei rise, probabilmente senza reale gioia.
-Sono al numero 21, xxxxxxx xxxxxx. Suona al campanello senza nome.-, disse lui.
-Ok. Arrivo.-, disse lei. Click. Fine della comunicazione.
Lui posò in telefono. Si fece una doccia e attese. Il citofono suonò venti minuti dopo la fine della loro conversazione. Quella donna aveva fatto in fretta.
-Sono io, Lucy.-, disse infatti al citofono. Lui sorrise e le disse il piano a cui doveva recarsi.
Lei arrivò qualche istante dopo, sorridente, vestita come quando gli si era presentata, profumava di femmina e tentazione oltre a una spruzzata di un profumo da donna che non sembrava esattamente dappoco. Non ci voleva un genio per capire che certamente il suo lavoro le fruttava non poco oppure aveva solo saputo investire i soldi.
-Ciao.-, disse. Entrò e si tolse le scarpe col tacco parecchio alto. Senza era alta praticamente come lui. L’uomo si stupì di quanto fosse bella. Le sorrise.
-Ciao. Scusa, oggi ero molto indaffarato.-, disse.
-Tranquillo, tesoro. Cose che capitano. Mia sorella oggi si è sentita male, quindi ci sono solo io.-, disse con un sorriso. Intanto aveva preso ad accarezzargli con insistenta il non proprio indifferente membro che sporgeva attraverso i calzoni.
-Cosa vuoi che facciamo tesoro?-, chiese Lucy con un sorriso lascivo.
-Credo sia più corretto che io ti chieda cosa non fai.-, disse lui con un sorriso sornione.
-Scaty e giochetti vari con la merda sono fuori questione e stesso dicasi per il pee. Per tutto il resto… Non c’è limite.-, sussurrò lei. Ormai parlavano faccia a faccia. L’uomo dominò l’eccitazione e l’impulso di baciare quelle labbra così belle e piene come un fiore carnivoro. La voleva. La desiderava tantissimo.
-500 e ti faccio vivere la notte migliore della tua vita.-, sussurrò lei con tono suadente.
-Affare fatto.-, sussurrò lui con un sorriso.
La baciò. Lei contraccambiò. Lui iniziò a esplorarle la bocca con la lingua mentre le labbra si avvicinavano, assaggiavano, suggevano, separavano.
Il bacio divenne lungo, quasi selvaggio. Era ovvio che anche lei ci prendesse gusto.
Intanto si erano spostati lungo il corridoio. Per pura e semplice inerzia erano arrivati barcollando e baciandosi sino alla sala da pranzo.
La maglietta della donna cadde a terra, rivelando un seno costretto in un top che implorava libertà. Lei gli tolse la maglia, Lui le vezzeggiò i seni dopo averli liberati dal top. Grossi e coi capezzoli enormi, scuri e appuntiti. Resistette per qualche istante alla tentazione di leccarli.
Poi cedette, e incominciò a leccare e accarezzare quei seni così perfetti. La donna mostrò di apprezzare quel trattamento con un sospiro e dei gemiti di crescente eccitazione.
Sì sentì una sbarra di ferro.
Lucy sembrò intuire la cosa e gli abbassò i pantaloni e le mutande. Il suo membro eretto svettò davanti alla bocca della nera inginocchiata come davanti a un idolo. In adorazione.
Fu solo un istante e il pene dell’uomo fu fagocitato dalla vorace bocca della donna che prese a succhiarlo. Lui strinse i denti, impedendosi di venire. Non voleva che finisse subito. Non così presto!
Lei capì, si fermò, diminuì la pressione delle labbra sul pene, stringendo le dita alla base del cazzo per impedire un eiaculazione imminente. Respirando, l’uomo tentò di controllarsi. Era passato troppo tempo dall’ultima volta. Un eccitazione fuori norma era comprensbile. Fece alcuni respiri profondi.
Lucy, comprensiva, lo guarda aspettando. Sorrise. Quando lui le sembrò pronto, lei ricominciò. Stavolta con la lingua. Solleticò i testicoli, salendo lungo l’asta sino al glande. Lentissima tortura a cui lui non avrebbe voluto mai sottrarsi.
Lei lo riprese in bocca, iniziando a leccare il glande esposto e il meato con la lingua.
Intanto Lucy si toccava con voluttà, immergendo una mano nei leggins. L’uomo comprese che non poteva non restituire il favore.
La fece alzare, riprendendo a baciarla. Ora la sua bocca sapeva anche di lui. Lucy si lasciò abbassare i leggins, scoprendo un perizoma ridotto ai minimi termini.
L’uomo si fermò un istante a guardarlo. Era bellissimo.
Non ebbe il tempo di ammirarlo: la nera se lo sfilò con un movimento rapido come il pensiero. Ora mostrava un pube rasato, un monte di venere scuro come l’inchiostro.
Il desiderio assalì l’uomo e anche lei non ne sembrava proprio immune.
-Vuoi un po’ di cioccolato, amore?-, chiese lei. Senza aspettare la risposta si sedette sul tavolo e spalancò le gambe esponendo una vulva scura e pronta a essere degnamente onorata. L’uomo vi si fiondò con bocca, dita e lingua.
Lucy inarcò la schiena e il collo sentendo la bocca dell’uomo baciare quella sua alcova così segreta che andava scaldandosi. Era bello il sesso orale, peccato che pochi avevano ancora voglia di concederle o concedersi simile piacere nell’esplorare la sua figa. I più avevano paura dell’AIDS o di tutte le altre malattie. Quell’uomo invece…

…Vi si gettò dentro senza ritegno, assaporando quella perla nera e rosata con ogni senso.
Era passato un tempo incalcolabile dalla sua ultima volta e quel fiore lo tentava troppo.
Se all’inizio aveva cominciato con l’accarezzare la pelle scura delle grandi labbra con un dito, dopo poco passò all’accarezzare lentamente l’apertura tra le due, come in attesa che fossero quelle stesse labbra a schiudersi per farlo entrare. Dopo pochi istanti fu accontentato e la falange del suo indice destro entrò scivolando in un territorio caldo e umido. La nera gemette di piacere sentendo quel dito entrarle dentro. L’uomo si chinò e leccò le grandi labbra mentre il dito usciva quasi completamente per poi rientrare. Lentamente. Quasi una tortura.
D’altronde anche lei aveva torturato lui in un modo molto simile fino a pochi istanti prima.
Il ditro rientrò per la seconda volta. Stavolta era grandemente aiutato dall’umidore della vulva di Lucy che non faceva mistero di quanto quel trattamento le piacesse.
Intanto la lingua e la bocca dell’uomo avevano preso a cercare il clitoride della donna.
Lei gemette un po’ più forte quando la lingua di lui lo trovò. Comprendendo di aver trovato quel bocciolo di piacere, lui lo strinse tra le labbra.
-Così…-, sussurrò lei. L’uomo alzò appena la testa. Aveva gli occhi chiusi e sebbene seduta sembrava galleggiare sul piacere, oltremodo sorpresa dal godimento di quelle carezze. La sua espressione era l’espressione del piacere. Non al suo apice ma quello ci sarebbero arrivati. Avevano tutta la notte.
Il dito uscì improvvisamente e totalmente con un rumore umido. Lucy sembrò protestare con un rumore indefinibile. Poco dopo però fu sostituito.
Dalla bocca dell’uomo. Lui iniziò a leccarle la vulva, aiutandosi con le dita, assaporando gli odori forti di quella vagina così diversa da tutte, appartenente a una donna diversa da molte. Divaricò le grandi labbra con le dita, per andare a lecca l’incarnato rosato e le piccole labbra. La sua lingua si bagnò dei succhi di piacere che ormai quella meravigliosa cavità secernava. Lui desiderò perdervisi per un istante, annullarsi e dimenticare tutto.
Lei gli poggiò una mano sulla nuca, spingendogli dolcemente la testa contro la vulva.
-Così… Continua…-, evidentemente pochi l’avevano gratificata di una simile esperienza orale. Lui fu ben lieto di proseguire alternando baci a colpi di lingua, carezze sull’interno coscia a piccole penetrazioni con le dita. Il tempo si frammentò, dissolvendosi nell’infinito presente. Un momento privo di collocazione temporale. Per quanto lo riguardava, non aveva rimpianti. Improvvisamente, mentre due dita le scavavano dentro, lei lanciò un urletto roco e le pareti della vulva si strinsero su quelle dita. Un primo orgasmo.
Lucy aveva goduto e lo guardava con un sorriso, un sorriso, l’uomo lo capì, non completamente appagato.
Lui tolse le dita da dentro di lei, facendo stillare qualche gioccia del suo piacere sul pavimento. Aveva ancora il pene duro come la pietra. La desiderava. E lei sembrava desiderare ancora lui.
Poi però gli occhi di lei si fissarono su un oggetto, in un punto oltre la sua testa, alla sua sinistra. L’uomo seguendone lo sguardo capì cosa lei stesse guardando. Il Tanto.
Quello che non aveva messo via. Quello che aveva usato per uccidere Martin Priest.
Lei si alzò dal tavolo, improvvisamente diversa. L’uomo non capì. Instupidito dall’estasi e dalla prospettiva del piacere non comprese finché lei non arrivò al pugnale e afferrandolo per il fodero, lo esaminò. Improvvisamente però, tutto gli fu chiaro.
-Sei stato tu…-, sussurrò lei. Lui comprese improvvisamente chi aveva davanti.
-Sei stato tu a salvare mia sorella da quel porco bastardo.-, sussurrò lei ancora.
Sentendosi svelato più di quanto già non fosse, l’uomo si levò calzoni e mutande, avanzando sino alla donna nuda che teneva in pugno la sua arma.
-Lei è arrivata a casa dicendomi che qualcuno aveva ucciso Martin Priest. MI ha raccontato tutto. Non pensavo fossi tu, credevo fosse un regolamento di conti tra mafiosi ma…-, i suoi occhi si posarono su di lui, come a volerlo sezionare.
-Tu chi sei?-, chiese lei.
-Materiale danneggiato. Un uomo macchiato dal peccato, dalla sfiducia. Un samurai senza padrone. Tutte queste cose e nessuna allo stesso tempo.-, disse lui. Mise una mano sul Tanto, come a volerglielo togliere. Lei non lo mollò ma neppure strinse la presa.
Erano l’uno accanto all’altra. Nudi. Sentiva sulla sua pelle il calore del corpo di lei.
L’eccitazione montò di nuovo ma lui la trattenne. Capiva pienamente. Guardò la donna negli occhi. Pozzi neri, abissi di tenebra che si scrutavano reciprocamente.
Un lungo istante passò su di loro.
-Se vorrai andartene capirò.-, disse lui. Ecco. L’aveva detto. Ma era giusto così.
Era il solo abitante in un posto tenebroso e senza luce. Quella donna aveva varcato il confine. Ma d’altronde perché fargliene una colpa? La sola responsabilità era la sua.
Ed era giusto che lei se ne andasse, se voleva. Perché avrebbe dovuto voler restare?
Lui non era un eroe. Era un assassino. Un pazzo. Un disperato.
-Scusa?-, chiese lei. I loro occhi non si erano mai staccati.
Lui credette che lei non avesse capito ma lei semplicemente lo baciò. Fu un bacio lungo, pieno. Lui sentì il suo corpo aderire a quello di lei, le loro labbra sfiorarsi, i suoi capezzoli sfregare contro i seni della nera, il sesso eretto di lui toccva il caldo pube di lei.
-Sei l’uomo che ha salvato mia sorella da un destino peggiore del mio.-, disse lei una volta finito il bacio, -Non pagherai niente. Fammi quel che vuoi. È il minimo…-.
Lui ci mise un istante a metabolizzare quella frase.
Poi la baciò di nuovo, lingua in bocca, una mano sul seno, il cuore a mille o più.
La mano della donna accarezzò lascivamente il fodero del Tanto prima di abbandonare l’arma alla mano dell’uomo e, prendendolo come al guinzaglio, per il pene, lo condusse sino alla camera da letto. Riposto il Tanto su uno scaffale vicino, lui la adagiò sul letto, seguitando a baciarla e accarezzarla, ricambiato da lei. Tempo di andare al sodo. Si mise tra le cosce della nera mentre lei si accarezzava la vulva con una mano mentre indugiava sui seni con l’altra. Sorrise.
Anche lui sorrise. Aiutandosi con una mano guidò l’erezione sino all’apertura della vulva.
Pregustò il momento, sentendo quelle labbra aprirsi lentamente, invitarlo a entrare, a possederla, a farla sua. Invitarlo a godere.
Spinse. Lucy afferrò le lenzuola con un gridolino deliziato. Entrò sino in fondo, sentendo le pareti delle viscere della donna accoglierlo. Lui si distese sopra di lei.
Impose il ritmo mentre le bocche si univano, le mani si univano, i sessi si univano.
Le gambe della nera si avvinghiarono ai suoi fianchi. Un invito a entrare ulteriormente.
D’un tratto si trovò sotto di lei, con lei che lo cavalcava lieta e selvaggia, emettendo versi inumani. Si accorse che gli stessi gemiti, gli stessi grugniti, le stesse espressioni di piacere uscivano dalla sua bocca.
Improvvisamente lei si sfilò, stringendo alla base del pene con una mano. Si mise a pecora. Per l’uomo era qualcosa che ancora mancava al suo repertorio. Sorrise.
-Prendimi così… Lo sento meglio dentro.-, disse lei guardandolo con desiderio puro.
Lui eseguì. Si mise dietro di lei dopo che lei gli baciò il pene come a voler gustare i loro sapori misti. Lei divaricò le natiche. Vedere la vulva da lì era difficile ma non impossibile.
Le entrò dentro.
-Aaahhh, sì… Lo sento fino in pancia! Così!-, eccitato da quella confessione l’uomo le afferrò i capelli come a farne delle redini per domare la puledra che aveva davani. Con una mano scivolò lungo il suo addome sino a incontrare la forma di un seno.
Lucy godeva. Non fingeva, si vedeva bene. Persino uno come lui lo capiva.
Lui stava per godere e lo sapeva.
Lei sembrava star affogando nel suo secondo orgasmo. Lui uscì di poco, lei sembrò quasi implorarlo di continuare. Lui l’accontentò infilandosi dentro di lei per qualche centimetro.
-Mi piace… Mi piace tanto amore…-, amore. Una parola a cui lui non aveva più diritto.
Era quasi certo che Lucy la dicesse a tutti i suoi clienti ma perché giudicarla?
-Vienimi dentro… farciscimi per bene!-, il linguaggio di lei stava diventando più scurrile, la sua vulva sgocciolava sul copriletto. Il suo respiro si misurava in ansimi, come se non riuscisse a raccogliere abbastanza ossigeno.
-Vienimi dentro…-, sussurrò lei ancora.
-Agli ordini.-, sorrise lui. Accelerò il ritmo. Lei sembrò stare al gioco ma sicuramente non era da meno. Lui affondò sino alla fine e si sentì risucchiato. Un grido più simile a un ruggito che a un grido umano lo informò che la sua compagna aveva goduto per la terza volta. Lui resistette esattamente altri due secondi prima di godere dentro lei.
Crollarono esausti sul letto.
L’uomo si sentiva come galleggiare. Fluttuava in uno spazio e un tempo in cui bene e male non esistevano. Non esisteva piacere o dolore, vita o morte. Chiuse gli occhi, come svenendo. Ritornò in questo mondo minuti o ore dopo.
Lei era ancora lì, sdraiata accanto lui, ad accarezzargli il petto con una tenerezza indicibile, gli occhi pieni di soddisfazione, un sorriso di felicità sulle labbra piene.
-Sei stato incredibile, tesoro… Sono venuta tre volte.-, sussurrò. Ora parlare a lui pareva sacrilego eppure una risposta ci voleva. Baciò le labbra che avevano assaggiato il suo piacere con le sue, ancora pregne del piacere di lei.
-Avresti davvero portato anche tua sorella?-, chiese lui.
Lei divenne seria. Il suo viso mutò espressione.
-Dopo quel che è successo, dopo Martin Priest… No. Ho sbagliato anche solo a pensarlo. Lei merita altro. Merita di meglio.-, disse Lucy dopo qualche minuto.
-E tu? Perché fai questo lavoro?-, chiese l’uomo. Improvvisamente voleva conoscerla un po’. Come se durante l’amplesso non l’avesse già conosciuta a sufficienza.
Ma la conscenza del corpo è una cosa…
-La mia prima volta è stata a quindici anni, con un lontano cugino. Mi è piaciuto tanto. Poi da lì ogni settimana dovevo farlo, ogni settimana, in ogni posto. Era una droga. Ma poi… Poi i miei mi hanno sbattuta fuori di casa. Niente lavoro, molti fidanzati violenti e alla fine ho scelto di fare questa vita. Finché non sono rimasta incinta. E ora questo è tutto quel che ho. Mia sorella… lei non sa quel che faccio. Pensa che io lavori da qualche parte come commessa. E io glielo lascio credere.-, sussurrò lei. Lui capiva. Lucy sospirò.
-Ma a te piace questa vita?-, chiese lui. Lei annuì.
Lui pensò che forse non fosse vero ma che diritto aveva di intavolare una discussione del genere? Nessuno. Ognuno è artefice del suo destino, no?
-Hai da fumare?-, chiese lei con un sorriso.
-Purtroppo no. Ho da bere, se vuoi.-, disse lui. Lei annuì. Lui si alzò lentamente. Sentiva le gambe molli. Zampettò sino in cucina.
Aprì uno scomparto. Sentì dei passi dietro di sé.
-Cosa preferisci? Rum cubano? vino? Birra?-, chiese lui voltandosi
-Del rum, se puoi con della coca cola.-, decise lei. Lui annuì e due secondi dopo le servì un coca e rum. Lui si versò due dita di rum.
Lei si sedette su una delle sedie al tavolo della cucina. Lui la guardò. Nuda, bella come una dea, statuaria e con filamenti di umori che le colavano dalla vulva. La femmina.
Bevve un sorso mentre lei buttò giù un terzo della bevanda in un'unica volta.
Quegli alcolici appartevano al suo passato, a quando, tempo prima vi aveva trovato rifugio e sollievo, prima di decidere di essere qualcos’altro.
Era ben lieto però di condividerli con Lucy.
Si sedette sulla sedia accanto a lei.
-Molto buono, tesoro. Hai gusto…-, sussurrò.
-Ce l’ho?- , chiese lui con un sorriso.
-Mucho… E non solo nel scegliere il da bere.-, disse lei. Lui si accorse che l’erezione stava montando di nuovo.
Guardò un orologio, erano la una e quarantasei.
La nera notò il pene che stava inturgidendosi alla sua sola vista.
Gli sorrise salacemente. Aprì le gambe come a mostrare ancora la rosa del suo piacere.
Anche lui sorrise. Perché no?
-Non so neanche come ti chiami…-, sussurrò lei avvicinandosi a lui, si protese e sfiorò le sue labbra con un bacio.
-Non ho un nome da molto tempo.-, sussurrò lui. Stavolta fu lui a protendesi a baciarla.
-Hai salvato mia figlia. Dovrai pur averne uno…-, insistette lei. Prese un altro sorso di rum e cola. Lui finì il rum. Si sentiva la testa vuota. Un solo punto del suo corpo era ancora pieno, a dispetto di tutto quanto.
-Beh, da tempo ho rinunciato ad averne uno. Per quello che faccio è meglio così.-, disse lui. Le aveva già rivelato molto. E lei era già arrivata molto più lontano di quanto lui avesse mai permesso.
-Sei uno stallone.-, mormorò lei alzandosi. Era eccitata, si vedeva. E anche lui.

Lucy gli si sedette in grembo, impalandosi sul suo membro eretto.
-Aaaahhh!-, gemette. Se lo doveva star sentendo tutto. La sua faccia esprimeva una goduria come poche. Anche a lui piaceva. Non avrebbe voluto mai staccarsi da quella posizione. Sentiva le mucose calde di lei aspirarlo, come mungerlo. Sorrise.
Si baciarono di nuovo, le lingue a intrecciarsi e lottare come per un predominio impossibile. Ma salvo i baci e le mani di lui sui seni di lei e le unghie di lei nella schiena di lui, i loro corpi erano immobili, come in attesa di un segnale.
Nessuno faceva una mossa. Lui desideroso di prolungare quel momento paradisiaco il più a lungo possibile, lei consapevole del godimento che lui stava provando e del proprio sentire quel palo di carne nelle interiora.
Improvvisamente entrambi si guardarono e compresero che non ce l’avrebbero fatta a restare immobili ancora un altro istante.
Entrambi volevano l’orgasmo, volevano il piacere, volevano godere.
Lucy si aggrappò a lui disperatamente, come una naufraga si sarebbe aggrappata a un relitto. Lui si alzò.
Il letto era lontano. Fottutamente lontano. Si distesero sul pavimento.
Freddo fuori, sulla pelle, ma bollenti dentro. Lui iniziò a penetrarla, Lei gemette ritmicamente a ogni affondo di lui. Ancora e ancora.
Lui le strinse un seno, lei gli graffiò il petto. I loro baci divennero famelici, tanto quanto affamati erano loro stessi. L’uomo capì che stava per venire. Non avrebbe resistito ancora a lungo. E probabilmente nemmeno voleva.
Andò avanti e indietro e improvvisamente si fermò. Voleva davvero che finisse così?
Aveva un desiderio e non era sicuro che lei l’avrebbe voluto realizzare.
-Che succede amore?-, chiese Lucy. Lui le sorrise. Ormai doveva dirlo.
-Voglio venirti dentro, nel sedere.-, disse d’un fiato. Lei si sfilò da lui, si mise a carponi, allargandosi le natiche con fare impudico. Il bocciolo scuro dell’ano di lei fece capolino.
-Mettici sopra qualcosa… ho del lubrificante in una tasca della giacca.-, disse lei. Lui si alzò, andò a prenderlo, glielo porse. La nera spalmò lo sfintere di crema. Con una mano e alla cieca, spalmò anche il membro dell’uomo.
-Entra pure, è pulitissimo.-, disse lei.
Lui non se lo fece ripetere due volte. Affondò sino in fondo lentamente prima, poi come a volerla sventrare. Non avrebbe resistito a lungo: coi muscoli più segreti, l’afroamericana lo massaggiava, stringeva e teneva. Lui le afferrò nuovamente i capelli, dando colpi di reni lunghi e costanti. Si sentì sull’orlo dell’esplosione e notò che la donna aveva inziato a toccarsi con una mano. In piena goliardia la sculacciò.
-Sono stata cattiva…-, mormorò lei. Poco dopo lanciò un grido, esattamente mentre lui le veniva dentro. Aveva goduto. L’uomo senti una sensazione di bagnato alle ginocchia nude. Guardò. La nera aveva sbrodolato il succo del suo piacere sul pavimento.
Si tolse da dentro di lei con un sorriso cui lei rispose col suo.
L’uomo si accorse di non riuscire ad alzarsi: crollò a terra dov’era.
La nera gli sorrise. Lui pensò che se lei fosse stata una ladra o un’assassina in quel comento avrebbe avuto campo libero. Ma non era nulla di tutto ciò.

Infatti lo guardò con espressione soddisfatta.
-Erano anni che non mi scopavano così bene…-, sussurrò.
Lui annuì, per metà perso nel territorio del sogno. Dove tutto era bianco prima di divenire nero… Come loro.
-Immagino che per oggi sia finita, eh tesoro?-, chiese lei. Lui si domandò se lei avesse potuto gradire un terzo amplesso ma sapeva bene di avere dei limiti ben precisi.
Si mise a sedere mentre lei restava sdraiata. Annuì, ancora a corto di fiato.
Guardò l’ora. Quasi le due. Si sentiva stanco, quasi stremato ma anche soddisfatto come poche altre volte. Pagò Lucy appena poté alzarsi, poi andarono a letto.
End Notes:
Allora. Solitamente non faccio sconti ma...
In primis, un grandissimo ringraziamento a Viktorie.
Un ringraziamento speciale a Ronin (il cui nome mi ha dato una botta d'ispirazione).
Un grazie a T. una persona sull'orlo dell'abisso grazie a cui é nata questa sotoria.

E ovviamente un grazie a tutti voi che la leggete.
Commenti e critiche ad aleessandromordasini@gmail.com
La Danza del Dragone e della Farfalla by Rebis
Author's Notes:
È lungo. Parecchio. Davvero, non iniziatelo se poi non lo reggete...
Un po' come il vino XD

Buona lettura ai coraggiosi che oseranno!
Bao Yi era una donna molto impegnata.
Nella sua posizione, era il minimo. Non si arrivava tanto in alto senza lottare.
Senza sacrificare qualcosa…
Solitamente il sacrificio era tempo ed energia, dove energia poteva essere, fisica, mentale, monetaria (soldi), ecc ecc.
Ma Bao sapeva, lo sapeva lei e lo sapevano gli altri come lei, che il più grande sacrificio era quello spirituale. Specificatamente parte di quello che lei era. Parte della sua anima.
Anima… Una parola a cui lei non riusciva più a dare un senso.
Erano passati anni da quando, scalando le vette del potere, era riuscita a decapitare suo zio incestuoso. Quel porco l’aveva toccata e violata per mesi. I genitori morti, nessun fratello maggiore a difenderla, Bao Yi aveva dovuto cavarsela da sola.
E aveva presto compreso che al mondo esistono due categorie di persone soltanto.
Quelle che schiacciano e quelle che si fanno schiacciare.
Bao non voleva essere schiacciata da altri. Aveva sopportato per tre giorni gli abusi dello zio, meditando vendetta, attendendo l’occasione.
Poi, un giorno, lo zio svegliandosi, si era ritrovato la spada Taiji nel petto per tre palmi. Morto lui, presto Bao aveva compreso di aver fatto un errore impedronabile. Aveva ucciso un trafficante parecchio potente di Lacrime di Drago, meglio nota col nome di Eroina.
Ma se da un lato quello era un errore, dall’altro, poteva diventare un’enorme opportunità.
E Bao amava alla follia le opportunità.
Che poi quell’opportunità si fosse presentata con una pistola e una richiesta di spiegazioni a dir poco intimidatoria, era secondario. Appena ventenne, Bao aveva fatto una semplice proposta all’uomo che era venuto per ucciderla.
Permetterle di prendere il posto dello zio nel traffico di Lacrime di Drago.
Il sicario non era il tipo che negoziava ma Bao aveva da tempo imparato a essere molto persuasiva. In un modo o nell’altro, il bastone o la carota.
E se l’omicidio dello zio aveva portato via un primo pezzo della sua anima, di certo, il colloquio con il negoziatore-sicario ne sottrasse almeno altri due.
Il primo fu quando aprì le gambe e sollevò il vestito davanti al killer.
Lo zio non l’aveva mai presa, si era limitato a infilarle il pene in bocca. Era stato spiacevole. Ma Bao aveva imparato una preziosa lezione da quell’esperienza.
Aveva imparato a piegarsi ma a non farsi spezzare. Era divenuta d’acciaio.
Il killer, bello contento di avere davanti ben servita una ragazza di vent’anni più che disposta a farsi deflorare, non si era fatto pregare.
Le era entrato dentro con pochissima delicatezza e Bao non aveva dissimulato un certo dolore. Lui aveva iniziato a fotterla e un pezzo della sua anima se n’era andato quando il suo imene aveva ceduto alla pressione di quel bastardo.
Il secondo pezzo se n’era andato quando, cambiando posizione, lei si era messa sopra di lui. Il sesso le piaceva ma, a differenza del suo ormai estatico compagno, lei non intendeva perdere la lucidità.
Infatti con un gesto fluido si strappò lo spillone dallo chignon che protava, lasciando cadere i capelli in una cascata d’inchiostro lunga sino alle reni.
E con la medesima disinvoltura, piantò lo spillone nel pezzo dell’uomo, ancora e ancora.
L’uomo crepò con un gemito orgasmico. Le venne dentro con uno sguardo stupito, sofferente e compiaciuto ad un tempo. E, cosa bizzarra, anche Bao Yi godette.
Poco importava: con calma quasi incredibile, ripulì la scena, fece a pezzi il corpo e lo fece gettare nel vicino fiume da alcuni amici di suo zio. Prese solo il telefono e la pistola dell’uomo.
Da li in poi il passo fu breve. Plata o Plombo, Compra o ammazza. Comunque lo si volesse chiamare, quella era la prassi e Bao aveva messo in chiaro che la parte Plombo nel suo caso non era esattamente applicabile.
Allora i collaboratori di suo zio ammisero che quella ragazza poteva avere molto valore.
Decisero di elargirle una fetta del traffico dello zio defunto.
E fu così che Bao Yi divenne la Farfalla d’Acciaio. Trafficante di Lacrime di Drago.

In quel momento, Bao Yi stava fumando una pipa d’oppio. A differenza degli altri, se ne concedeva una sola a mese. Metteva alla prova sé stessa, il suo corpo e la sua mente, fedele al suo motto. Supera i tuoi limiti!
E il suo limite l’aveva superato qualche giorno prima, quando un poliziotto troppo zelante aveva deciso di sequestrarle un carico di Lacrime di Drago. Lei aveva convocato l’ispettore e capo della polizia Anthony Jackson, col quale aveva già avuto il piacere di trattare in passato.
In quel caso, però, erano stati presi accordi, accordi che quel poliziotto ignorante aveva violato. Anthony si era profuso in scuse e aveva giurato che avrebbe riportato il carico a Bao e i suoi entro due giorni. Era stato di parola.
Bao Yi era molte cose ma non una che non sapeva ripagare la lealtà. E Anthony le era decisamente leale, anche se non per sua scelta. La cinese aspirò una boccata d’oppio.
Espirò mandando un drago di fumo a dissolversi nel Nulla.
Anthony Jackson restava inchinato, come davanti a una regina.
-Ottimo lavoro, Anthony.-, disse lei dopo dieci minuti buoni che il poveretto era rimasto prostrato a terra. Umiliarlo, spezzarlo, mostrarsi distante e incurante di lui o della sua fantomatica autorità era tutta parte di un copione.
-Grazie… mia signora.-, sussurrò lui. Bao Yi rise tra sé e sé pur mantenendo un aria impassibile. Eccolo lì!
Anthony Jackson, bianco, quarantasette anni, brizzolato, marito e padre affettuoso, baluardo di giustizia e verità in quella zona della città, ufficialmente in prima linea contro il traffico di droga…
A inchinarsi in una posa che non apparteneva alla sua cultura a una donna che aveva appena mandato le Lacrime di Drago ai pusher perché venissero smerciate.
A prostrarsi, a chiedere la grazia di un sorriso, di una gratificazione di qualche genere.
Il loro accordo era semplice: nessuno dei poliziotti di Anthony rompeva le scatole a lei e al suo giro e nessuno dei suddetti tornava a casa in una bara.
Semplice ed efficace, no?
Ma a Bao Yi non bastava più. La cinese si alzò. Camminò sino all’uomo e gli ordinò di alzarsi. Gli porse la pipa. L’uomo deglutì, stupito e consapevole di cosa volesse.
-Prendila e fuma con me.-, disse lei soltanto. Era un ennesimo ordine.
Anthony sembrò esitare. Bao assunse un espressione feroce.
-Fuma, o posso garantirti che tua moglie e i tuoi figli domani saranno cadaveri…-, sussurrò lei. Lui sembrò prossimo alle lacrime. Rimase fermo un altro istante, come a illudersi di poter ancora salvare qualcosa, forse l’orgoglio.
Infine afferrò la pipa e fece un tiro. Impreparato alla sostanza tossì convulsamente. Bao afferrò stizzita la preziosa pipa prima che l’uomo la rovesciasse in preda agli spasmi.
-Dilettante. Quelli come te sono tutti feccia. Ipocriti!-, stava parlando in cinese ma sicuramente l’ispettore capì il senso generale.
-Io… ti prego…-, implorò lui, tossendo ancora.
-Zitto!-, sibilò lei in un idioma che lui potesse capire. Le guardie di Bao fecero per mettere mano alle armi. Solitamente quando lei diceva quella semplice parola, pochi secondi dopo aggiungeva un ordine in cinese di esecuzione. Erano semplicemente abitudinari.
Ma Bao Yi sapeva che uccidere quel verme avrebbe solo significato dover ricominciare daccapo con quelcun’altro. E lei era tante cose ma non incline agli sprechi.
Era stata lei a chiedere un colloquio con lui. A sfidarlo nel suo territorio, con una cintura esplosiva legata in vita. Già da come l’uomo l’aveva guardata aveva capito che era un debole e meritava quella fine. Il destino dei forti era di regnar,e quello dei deboli, di servire.
E lì, in quella sala vasta quanto la navata centrale di una chiesa, con il trono di Bao Yi posto su una piramide di gradini che recavano incise in cinese le benedizioni di fortuna e gioia, con le lampade ad olio secondo tradizione, il destino dei deboli era piegarsi o morire. La visione del mondo di Bao Yi era semplice. Non c’erano possibilità di passaggi o redenzione di sorta. Se nascevi debole lo restavi a vita e sguazzavi nel fango sino alla morte. E l’ispettore era destinato a fare questa fine.
Le guardie attendevano solo il suo ordine per poter accelerare un simile corso di eventi ma lei ne diede un altro. Ordinò alle guardie di uscire.
Sollevato, Anthony s’inchinò di nuovo, profondendosi in ringraziamenti che lei non ascoltò minimamente. Era divertita. Molto. Nulla le dava più gioia di quello.
Ma le dava anche qualcos’altro. Una sferzata di eccitazione che nemmeno l’ecstasy o altre droghe che aveva a suo tempo provato, riusciva a darle.
Esattamente in quel momento sentiva un bisogno sorgerle dentro.
Sorrise benevolmente all’ispettore che restava in attesa di una sua parola. Servile.
-Dimmi, Anthony, io ti piaccio?-, chiese con civetteria.
Lui sembrò combattuto.
-Ho famiglia…-, sussurrò. Patetico. Bao Yi si trattenne dal colpirlo.
-Non ti ho chiesto cos’hai fuori di qui. Non mi interessa. Fuori di qui puoi recitare la solita storiella dell’ispettore intergerrimo e sicuro di sé ma tutti e due sappiamo bene chi sei e cosa sei. Sei un debole, un lombrico che striscia nel fango. Io invece sono una farfalla leggiadra. Io sono tutto quello che tu non potrai mai diventare. E sai qual’è la cosa più bella?-, chiese lei con un sorriso crudele. Era una domanda retorica.
-Che tu sai bene che è così. Sai che non si tratta solo di scelte. È una questione di destino e il tuo stesso oroscopo lo dice. Il tuo destino è servirmi. In ogni cosa che chiedo. Quindi te lo chiedo di nuovo ed esigo una risposta chiara e senza idiozie. Io ti piaccio?-.
-Sì.-, ammise lui. Sembrava quasi stesse per mettersi a piangere. Il vedere la sua faccia in quel modo, l’espressione disperata di chi non ha vie d’uscita… Bao Yi dovette lottare per non perdere il controllo su sé stessa. Quello che stava conducendo era un gioco sottile.
Per pochi eletti.
-Non ho sentito.-, disse lei. Falsità piena: pur con difficoltà, Anthony era stato chiarissimo e la sua voce l’avrebbero sentita anche le guardie se fossero ancora state presenti ma lei si limitò a ingiungergli di ripetere. Adorava quella sensazione.
-Sì, mi piaci.-, disse lui con più voce. Lei sorrise.
-Vorresti piantare il tuo stelo di giada nella mia caverna del piacere?-, chiese.
Aveva volutamente usato una terminologia ricercata, propria dell’arte erotica cinese.
Ma a giudicare dallo sguardo di Anthony, pareva che non servissero ulteriori semplificazioni. Non c’era bisogno di essere un fisionomista per capire che l’uomo non desiderava altro. La cinese lo fissò, gli occhi neri che trafiggevano i suoi occhi castani.
-Sì.... Ti voglio.-, ammise lui. Bao Yi sorrise.
Indietreggiò di un passo, poi di un altro.
-Mi vuoi.-, non era una domanda ma il poliziotto si sentì in dovere di annuire.
-Vieni a prendermi.-, disse lei con un sorriso. Si sedette sul trono. Era un genere di scranno che permetteva una simile manovra. Appoggiando le gambe divaricate sui bracciali, alzò la veste tradizionale che portava.
La sua vulva da sotto fece capolino. Rosea, depilata, pronta.
Il capo della polizia si alzò con una frenesia che lei trovò divertente. In pochi secondi l’aveva già tirato fuori. Ma Bao Yi sorrise.
Davvero lui credeva che lei avrebbe anche solo lontanamente permesso al suo stelo di giada di entrare? Davvero credeva che lo avrebbe reputato degno di un simile onore?
Lo bloccò con un piede. Anthony s’incupì al suo sorriso strafottente e orgoglioso.
-Tu non devi nemmeno pensarci. Ricordi? Sei un debole. Il destino dei deboli è un altro.-, aprì nuovamente le gambe e fumò uno sbuffo oppiaceo in faccia all’interlocutore.
-Lecca.-, disse. Il poliziotto sembrò esitare. Bao Yi protese un braccio e gli puntò alla testa una G18 silenziata. Con il silenziatore, nessun avrebbe mai potuto sentire lo sparo. Non lì, né tantomeno nella discoteca a fianco, dove centinaia di giovane e meno giovani animavano la notte, alla ricerca di scampoli di vita barattati a prezzo altissimo.
Anthony non esitò oltre: iniziò a leccare la vagina dell’asiatica. Lei non amava quel trattamento. Fatto da uno come lui, era qualcosa che non aveva la benché minima valenza erotica. Bao Yi aveva fatto sesso poche volte, per quanto riguardava il voler fare sesso. Giudicava l’amplesso come una possibile arma, una risorsa.
Il sesso in funzione del piacere l’aveva fatto solo due volte. Ma si era concessa molte altre per mero profitto. Aveva imparato a simulare, a fingere. Talmente bene che nessuno avrebbe messo in dubbio che stesse godendo.
-Continua…-, sospirò. In realtà quel che amava di quella scena era la sottimissione dell’uomo. La sua pretesa di forza, di virilità, di onestà e giustizia che andava in pezzi. Frantumata dalla sua volontà. Era quello che la faceva scattare, che le stava donando un orgasmo. Non la lingua che goffamente sfiorava la sua vagina, come timorosa.
Bao Yi per un istante si chiese se la moglie di Anthony non lo tradisse: vista la sua performance attuale, l’uomo non sembrava esattamente un dio del sesso.
Un telefono squillò. Quello del poliziotto. Lui le rivolse una muta supplica.
-Rispondi pure…-, disse lei. Si sfiorò appena il clito. Rabbrividì. Era bellissimo.
-È mia moglie…-, sussurrò lui. Disperato. Bao Yi sorrise.
-Inventati qualcosa. Dille che sei al lavoro o quel che ti pare. Poi finisci quel che hai iniziato, verme.-, disse lei.
Mentre lui parlava con la moglie, accampando scuse, Bao si fece l’appunto mentale di sapere qualcosa di più su di lei. Al termine di un “ti amo anche io” che quasi la fece ridere vista la scena e la somma infedeltà che lui stava compiendo, lei gli sorrise. Lui chiuse la chiamata. Sembrava disperato. La cinese non poté evitare di sorridere. Quell’uomo aveva parecchi anni in più di lei, era potente, un capo della polizia. Ed era suo. Anima e corpo.
-Finisci quel che hai iniziato. Leccami. Fammi godere.-, sibilò.
Iniziò a leccarla con impegno. Lei però non se ne diede pena. Si concentrò sulla sensazione di averlo in pugno, di averne spezzato lo spirito.
E sorrise. Godette pochi istanti dopo, spingendo via la testa dell’uomo.
Si alzò. Dovette reggersi al trono: l’orgasmo era stato intenso. Ansimava ancora in cerca d’aria. L’uomo le sorrise. Lei sorrise di rimando. Ma non per il motivo che lui pensava.
Lei si frugò la vulva fradicia raccogliendo i suoi umori. Sfiorò le labbra di lui col dito, bagnandole del suo piacere.
-Quando arriverai a casa dovrai baciare tua moglie con queste labbra. Dovrà sentire il mio odore. E dovrai dirle quello che sei. Il suo servo. Perché sono sicura quanto vuoi che lei è una donna molto più forte di te.-, sussurrò lei.
-Ora vattene.-.
L’ispettore uscì dopo un inchino. Lei sorrise. Amava quella sensazione. Chiamò la sua segretaria perché sbrigasse la distribuzione del carico che Anthony gli aveva riportato.
E poi si diresse verso i suoi alloggi. Dopo aver tolto le vesti, si gettò in doccia.
Domani sarebbe stato un giorno importante. Se tutto andava bene, Anthony Jackson avrebbe avuto modo di esserle utile ancora.
Si lavò e, completamente nuda, si dedicò ai suoi esercizi di Qigong.

Il sogno era sempre uguale. L’uomo non si sconvolgeva più. Perché farlo quando si conosce ciò che si deve affrontare?
Si limitò ad attendere che il sogno passasse.
Sorrise, ancora.
Si svegliò. La camera era vuota. Lucy se n’era andata la mattina del giorno prima. Aveva lasciato dietro di sé il ricordo del piacere, dell’abbandonarsi alla lussuria, del desiderio.
Un ricordo che ora doveva accantonare. Si concentrò sul suo respiro e iniziò gli esercizi.
Finiti gli esercizi fece una doccia. Calda, fredda poi ancora calda e infine di nuovo fredda.
Colazione essenziale. E ora iniziava la parte divertente. L’attesa.
Si mise in seiza davanti al televisore. A guardare il notiziario.
-Ancora nessuna notizia sulle cause della morte di Martin Priest. Trovato ingente quantitativo di cocaina ed eroina nel suo appartamento. La polizia ritiene che alla base ci sia un regolamento di conti tra mafiosi.-, l’uomo sorrise senza vera gioia.
La polizia sceglieva sempre di seguire la pista più semplice. Non solo per mancanza di intuito ma per semplice svogliatezza. L’indossare una divisa li rendeva fieri. E stupidi.
Combinazione pericolosa per gente che doveva ricoprire un ruolo tanto importante.
Avvolto nello jimbon, si alzò. Prese il Tanto.
Girò su sé stesso di centottanta gradi, estraendo nel frattempo la lama. Tagliò l’aria davanti a sé. Le illusioni, il desiderio, le vestigia di tutti gli attaccamenti svanirono.
Restava solo lui. O chi per lui. Rinfoderò il Tanto dopo averne controllato il filo. Perfetto.
Sorrise.
Il notiziario continuava. Notizie di gossip e glamour che non gli importavano per niente.
Notizie su un attentato terroristico in Afghanistan. Lontanissime e ininfluenti.
La sua realtà era il qui e ora. Tutto il resto non lo toccava.
Poteva piangere per i morti ma nulla di più e allora preferiva andare avanti con la sua vita.
Fare ciò che stava facendo.
Prese le armi e uscì dopo essersi vestito.

Le strade erano sempre uguali. Non cambiavano mai.
Anche la gente. Puttane sui marciapiedi, pusher non troppo in bella vista. Se avesse potuto, l’uomo si sarebbe occupato anche di loro. E prima o poi, giurò a sé stesso, lo farò.
Deviò in un vicolo. Eccolo là. Un tizio dagli occhi a mandorla. Spacciava bustine di polverina bianca. Il suo cliente, un rudere di mezza età, gli conegnò una banconota sdrucita. Sicuro che l’uomo sarebbe morto prima di arrivare al prossimo compleanno: aveva io sguardo allucinato, la pelle del naso screpolata da troppi tiri di coca, gli occhi rossi per le canne e l’espressione di chi vuole solo perdersi nel Nulla.
Non voleva essere salvato. E l’uomo non aveva intenzione di provare a salvarlo.
Morisse pure, se voleva. Tanto meglio! La sorella di Lucy, Mya o qualcosa del genere, era stata un altro paio di maniche. Per lei c’era ancora speranza. Ma per quel tizio no.
L’uomo attese altri due minuti che il drogato se ne andasse. Poi si avvicinò.
-Ehi? Vuoi della roba? Ho tutto quello che puoi volere!-, disse il cinese.
-Si. Voglio della roba.-, disse lui. Estrasse la pistola. Il Tanto non avrebbe mai voluto l’anima di un topo. E lui sapeva bene che i cinesi obbedivano a qualcuno.
Quel tizio era solo un ingranaggio. Era da prima di Priest che si era reso conto della cosa.
-Cazzo fai!-, esclamò il pusher. Calmissimo lui sparò. Il proiettile impattò col terreno a qualche centimetro dal piede sinistro del cinese.
-Una sola mossa e parte il prossimo colpo.-, lo avvisò l’uomo con un ghigno crudele.
-Io non ti ho fatto niente!-, esclamò l’altro. Nessun passante. O meglio, uno c’era e fece anche per agire ma quando vide lo sguardo del cinese e quello dell’uomo, il ragazzo si ficcò le mani in tasca e scelse saggiamente di continuare a farsi i cavoli suoi.
Molto saggio.

-Ok, amico, cosa vuoi? Roba gratis? Soldi? Ti do quello che vuoi! Tutto quanto! Ti prego!-, le implorazioni di quell’uomo erano fetide, esalazioni mefitiche che corrompevano la terra.
-Voglio un nome.-, rispose lui, -So che voi asiatici rispondete a qualcuno che si fa chiamare la Farfalla d’Acciaio. Voglio un nome. E voglio sapere dove trovarla.-, disse lui.
-Lei mi ucciderà!-, esclamò lui.
-Perché io non lo farò, secondo te?-, chiese lui con un ghigno. In quel momento il cinese sembrò rattrappirsi. Annientato dalla consapevolezza che, qualunque cosa fosse successa, non sarebbe arrivato all’indomani vivo.
-Considera questo: lei ti ucciderà male. Sarà una morte dolorosa. La peggiore che puoi immaginare. So come vanno queste cose. Forse ti farà squartare da un elefante… no, quello lo fanno i vietnamiti. Comunque sia non sarà piacevole. Io invece ti offro una via d’uscita rapida e pulita. Scegli.-, disse incalzando l’uomo.
Silenzio. Il cinese fece un passo indietro e tentò stupidamente di estrarre una pistola. L’uomo modificò l’angolo di mira in un istante. Sparò. A quella distanza mirare era secondario. Tre colpi andarono a perforare l’addome del cinese che cadde all’indietro urlando come un maiale squartato. La pistola dell’asiatico cadde a terra.
L’uomo lo afferrò e lo appoggiò dietro un cassonetto.
-Ora i tuoi succhi gastrici inizieranno a corroderti le viscere. Non sarà bello e non sarà veloce. La mia offerta resta valida.-, disse con calma.
-Fottiti!-, esclamò lui. Con calma, l’uomo estrasse l’altro coltello. Un minuscolo coltello da lancio. Lo appoggiò appena sotto l’occhio destro del cinese. Bava rossastra colò dalle labbra dell’asiatico. Il giovane sussultò.
-Certo. Capisco. Ma sappi che posso rendere i tuoi ultimi istanti molto più brutti se voglio.-, disse con fare calmo l’uomo. Non provava nulla per quell’essere. Quel cinese non meritava pietà. Era un ingranaggio. Un servo. E lo era per scelta. Se avesse voluto liberarsi l’avrebbe fatto ma aveva permesso a sé stesso di divenire quello che era.
E ora serviva morte e dannazione agli altri.
La resistenza del cinese durò due secondi esatti. Poi sciorinò un nome e un indirizzo.
L’uomo uscì dal vicolo dalla parte opposta. Aveva un indirizzo e un nome.
Si concentrò sul respiro. Dentro e fuori, dentro e fuori. Il cinese era morto com’era vissuto. Nell’ombra, nell’infamia, violentemente.
Lui gli aveva dato una fine che poteva dirsi pietosa e poi aveva gettato il corpo nella spazzatura dopo aver preso tutta la droga e averla gettata in un tombino.
Almeno i barboni non si sarebbero fatti di coca ed ero a spese della comunità.
E uno era stato rimosso ma era comunque poco, pochissimo. Ma se quello che aveva detto il cinese era vero, allora presto avrebbe potuto decapitare la Farfalla d’Acciaio e la sua rete. E quello si sarebbe stato un colpo notevole.

Alle cinque di pomeriggio la luce iniziava ad abbandonare il mondo.
Il Capo della polizia sussultò. Ormai si sentiva sotto assedio.
Era tornato a casa, aveva baciato sua moglie, ci aveva fatto sesso.
Tutto magnifico, per lei.
Non per lui. Si sentiva un verme. Ripensò a quando aveva iniziato quel lavoro, a quando la giustizia gli sembrava inflessibile, il suo sentiero chiaro e il fato dei suoi antagonisti scolpito nella roccia.
Poi Bao Yi si era presentata nel suo studio. Senza parlare si era tota la giacca mostrando una cintura di TNT sufficiente a vaporizzare l’intera sede della polizia.
L’aveva anche informato che indossava un pulsante uomo morto. E questo aveva annichilito la possibilità di spararle, cose che Anthony considerava di fare.
Quella donna lo aveva annientato. Aveva iniziato a parlare, con calma. Senza nemmeno dare peso al fatto che qualcuno sarebbe potuto entrare. Senza esitazioni o timori, come se non fosse suo il corpo avvolto da una cintura letale seduto davanti ad Anthony.
Metodicamente lei gli aveva detto quel che voleva e lui aveva annuito. Servilmente.
Quando lei se ne era andata, lui aveva sibito pensato di farla seguire. Effettivamente l’aveva fatto. Il suo agente migliore e amico di lunga data, Frederick Mount aveva seguito quella troia e i suoi guardaspalle sino a un locale nella zona cinese della periferia cittadina. E poi era sparito.
Due giorni dopo, Anthony aveva ricevuto un pacco, a casa.
L’aveva aperto ed era scoppiato a piangere. All’interno c’era una busta. E insieme alla busta, la testa di Frederick. A giudicare dalla sua espressione la sua agonia non era stata rapida o pietosa. Quella sera si ubriacò. Dopo aver preso una sbronza colossale, seppellì la testa in un prato ed ebbe il coraggio di leggere la lettera.
Poche parole che lo informavano di come, se avesse ancora osato sfidarla, Bao Yi avrebbe riservato un fato identico a quello dell’Ispettore Fredrick a tutta la famiglia di Anthony prima e all’intero dipartimento poi.
L’uomo aveva fatto a quel punto la sola scelta possibile. Si era piegato. Era andato alla discoteca, Airone Sevatico gli pareva si chiamasse, e aveva chinato il capo.
Bao Yi aveva annuito e accettato la sua sottomissione.
E lui aveva creduto che tutto sarebbe finito lì. Invece era solo all’inizio.
Aveva dovuto coprire due spedizioni di eroina, aveva dovuto rilasciare due pusher appartenenti al giro della Farfalla d’Acciaio. Aveva dovuto chinare il capo. Ancora e ancora e ancora. L’ultima sua sottomissione era stata la peggiore.
Perché l’aveva costretto ad ammettere qualcosa che non solo sapeva essere vero ma l’aveva anche portato a manifestare qualcosa contro cui quotidianamente lottava.
Lui adorava Bao Yi. Sin da quando quella maledetta puttana era entrata nel suo ufficio con addosso gli esplosivi si era accorto che qualunque altra donna non era alla sua altezza. Neppure sua moglie. Lei lo aveva costretto ad ammettere quel desiderio recondito, quell’adorazione che non aveva osato confessare ad anima viva.
Lo aveva annientato. Aveva ragione. Era un verme e meritava di strisciare.
Era assorto in questi pensieri quando improvvisamente gli venne comunicata una visita da parte di una cinese.
“Dio. Cosa vorrà stavolta?”, eppure non riuscì a dire di no, anzi ingiunse di farla entrare e di non disturbarli. Manco fosse stata la sua amante. Anzi, magari lo fosse stata!
“Oddio, cosa sto pensando! Sono sposato, dannazione!”.
La cinese che entrò era molto simile a Bao Yi ma non era lei. Inoltre aveva uno sguardo arrogante che Bao Yi, nonostante tutto, non ostentava.
-Buongiolno, singol Anthony. Io sono Xiu Jin, una collabolatlice di signola Yi.-, il poliziotto notò quanto la giovane storpiasse la R a causa della sua pronuncia.
-La signola ha un messaggio pel lei.-, disse.
-Sono tutto orecchi.-, disse lui.
-La signola glielo dilà di pelsona.-, disse la giovane mettendogli davanti un tablet.
C’era una chat aperta, una videochiamata con Bao Yi il cui volto capeggiava nell’inquadratura. Al solo vederla Anthony provò un fremito.
-Anthony. Buondì.-, disse lei.
-Buongiorno.-, riuscì a rispondere lui.
-Oggi è successo un fatto increscioso. Un mio… collaboratore è morto in circostanze misteriose. L’hanno trovato in un casonetto con diverse ferite d’arma da fuoco e un mignolo amputato. Credo sia stato torturato e ucciso. Voglio sapere chi è stato.-, disse lei, perentoria. Anthony rabbrividì. Cercò di opporsi.
-Ma non posso fare un indagine per tuo conto! Se venissi scoperto sarei radiato!-, protestò. Le fattezze di Bao Yi non cambiarono di una virgola. Non sembrò neppure interessata a recepire il messaggio, si limitò a fare un tiro dalla sigaretta che teneva in mano. Sorrise ferocemente e Anthony capì di aver osato troppo.
-Allora non farti scoprire.-, disse semplicemente.
-Un’altra cosa: Xiu Jin rimarrà con te. Qualunque cosa lei dica avrà la medesima valenza come se fosse uscita dalla mia bocca. Qualunque, mi sono spiegata? Disobbedisci a lei e saré come se tu abbia disobbedito a me. Chiaro?-. Lui annuì, improvvisamente terrorizzato.
-Un’altra cosa. Xiu è autorizzata a punirti se sbagli e credimi. Lo farà. Come se fossi io.-, disse Bao Yi. Xiu Jin annuì come a voler rimarcare quella frase.
Ed Anthony capì di essere in trappola. Non lo capì tramite riflessioni, fu un’intuizione. Lampante, assoluta. La sua vita tranquilla era stata scossa tempo prima ed era iniziato un processo di dissoluzione che avrebbe portato alla sua distruzione nel giro di poco tempo.
E finalmente la parte finale del percorso era giunta. Personificata in quella donna diabolica che gli stava davanti e che lo guardava con arroganza.
-Tutto chiaro.-, rispose servilmente. Bao Yi chiuse la comunicazione.
-Andiamo a vedere questo cadavere.-, disse l’uomo.
-Non selve. Io l’ho fatto poltale qui.-, dise Xiu. Anthony imprecò mentalmente.
Questo gli avrebbe solo complicato la vita.

Infatti quando lei e lui arrivarono all’obitorio, il medico legale, una nera relativamente in carne ma simpatica che tutti chiamavano Big Mama, li informò di quanto scoperto.
-È stato ucciso di recente, stamattina verso le 11, credo. La causa della morte è stato senza dubbio il proiettile in testa. Ha l’aria di essere stata un esecuzione sommaria. Probabilmente è un pusher, sicuramente un drogato, a giudicare dalle analisi del sangue e dallo stato complessivo degli organi interni oltre che da alcuni rilievi sugli abiti che indossava al momento del ritrovamento.-, riassunse in breve.
-Impronte digitali? Segni di collutazione? Qualcosa che ci aiuti a capire come sia morto?-, chiese Anthony. La nera scosse il capo lavandosi le mani in un lavandino poco lontano dopo aver pietosamente ricoperto il cadavere col lenzuolo.
-Niente. Chiunque sia stato, sa sicuramente fare il suo lavoro.-, disse. Anthony scrollò le spalle. Questa non ci voleva. La cinese rimase immobile, impassibile.
-Sul luogo del ritrovamento abbiamo trovato tre bossoli che corrispondo al calibro di una G18. Stiamo cercando testimoni ma lei sa bene quanto me quanto possa essere difficoltoso trovarne. In questa maledetta città nessuno vede, sente o dice nulla.-, disse un agente. Anthony si massaggiò la sommità del naso. “Dannazione!”.
-Ho già mandato qualcuno sul posto a interrogare chi poteva essere presente o gli abitanti della zona ma…-, l’agente scrollò le spalle con un gesto fatalista.
-Capisco. Va bene. Questa cosa la dobbiamo chiarire. Omicidi di questo tipo non possono continuare ad accadere così…-, disse Anthony cercando di apparire grintoso ma riuscendo solo a sembrare svogliatamente attivo.
Uscirono dal distretto. Anthony si sentì meglio. Là fuori la presenza della cinese al suo fianco non gli dava così tanti problemi.
-Hai già qualche idea?-, chiese lei, mettendo fine al suo breve sollievo.
-Uhm, potrebbe essere un regolamento di conti. Mi sembra l’ipotesi più plausibile.-, disse.
Xiu Jin scosse il bel capo.
-Nessuno oselebbe. La nostla olganizzazione è nota. Se ci colpiscono non lispondiamo più folte.-, Lui annuì, guardandola. In quel momento, Anthony Jackson si rese conto di quanto fosse maledettamente simile a Bao Yi. E si sentì nuovamente invadere dal desiderio. Ma doveva muoversi con calma e gesso. Forse almeno quella piccola vittoria se la poteva prendere.
“Ma che diavolo ti salta in mente?!”, gli gridò il suo buonsenso.
Ma la verità era che il suo buonsenso stava naufragando lentamente e inesorabilmente.
Che altro aveva da perdere? Bao Yi gli aveva strappato i sogni, soldi, la possibilità di decidere, la sua visione del mondo, il suo più caro amico e la dignità.
Non gli restava proprio più nulla da perdere.
-Posso offrirle una cena?-, chiese. Xiu Jin annuì entusiasta.

L’uomo arrivò alla zona asiatica della periferia. L’unico faro di vita era quella discoteca. L’Airone Selvatico. Un punto di ritrovo per tutti i disperati privi di una vita propria che andavano elemosinandone scampi presso altri disperati. E su tutto questo mare di uomini e donne, ragazzi e ragazze e gente perduta, si stagliava l’ombra della Farfalla d’Acciaio.
Aveva fame. Si appropiquò a un sushi-bar.
Cibo spazzatura, letteralmente. Non era certa la provenienza del pesce e molti dei piatti avevano nomi in cinese anziché giapponese. Cibo spazzatura per vite considerate tali.
Un tempo anche la sua vita sarebbe potuta rietrare tra quelle a pieno titolo. Poi aveva deciso di cambiare. Ordinò del Sashimi e dell’acqua.

Xiu Jin mangiò con la grazia di una regina.
Anthony pensò di essere finito in paradiso.
Il paradiso sembrò solo la perfieria quando lei lo invitò ad accompagnarla nell’hotel dove alloggiava, poco distante. Lui accettò.
Pochi istanti dopo erano davanti alla camera di lei. L’uomo cercò disperatamente di mantenere un minimo di aplomb. Ma fallì.
La cinese sorrise.
-Buona notte.-, disse. Lui rimase fermo sulla porta. Per un lunghissimo istante.
Poi le afferrò il capo e fece per imporle un bacio. Il ceffone che gli arrivò fu bruciante, più per l’orgoglio che per altro. Gli occhi della cinese mandavano lampi d’ira e oltraggio.
Lui pensò che era completamente impazzito. Pensò che lei l’avrebbe ucciso, o forse lo sperò. E improvvisamente lei lo guardò. Lui non ebbe il coraggio di parlare.
-Se ne vada. Verme.-, sibilò lei.
Lui si rese conto che dentro di lui covavano due sentimenti. Una rabbia basica, elementare, assoluta e un altrettanto elementare desiderio di sesso.
Improvvisamente si sentì potente, come trascinato oltre i suoi limiti. Il mondo era nauseante e ingiusto e le persone che quella donna e la sua padrona non meritavano pietà. Lui era debole, aveva detto lei. Ed era vero. Nessun dubbio in merito. Ma la sua debolezza era finita in quel momento. Piantò negli occhi della cinese uno sguardo di fuoco. Decise.
Estrasse con rapidità fulminea la pistola. Andava spesso al poligono ed erano anni che si teneva in forma in tal senso. Era più rapido lui a estrarre e sparare che la media degli agenti appena usciti dall’accademia. Puntò al petto della donna. Sparò.
L’esplosione fu assordante e la scia cremisi che seguì il volo della cinese all’interno della stanza fu anche peggiore. L’uomo entrò. Centro ai polmoni. La cinese sarebbe morta male. E anche velocemente. Il foro d’entrata era poco più grande di un penny.
Anthony Jackson guardò Xiu Jin esalare i suoi ultimi respiri. Sorrise. Si chinò sulle labbra semichiuse della moritura e le baciò. Almeno quella soddisfazione se l’era tolta.
Sapeva che presto qualcuno sarebbe arrivato a indagare. Scrisse rapidamente un messaggio col cellulare alla moglie. Poche parole confuse. La speranza di una comprensione, se non di redenzione.
Poi prese la smith&wesson. L’arma conteneva ancora cinque colpi. Se la puntò alla tempia. Sorrise. Era libero e con quella libertà voleva dare l’addio al mondo. Neanche una parola a Bao Yi. Non ne meritava. Ricordò che il rinculo avrebbe potuto portare il proiettile a deviare. Calibrò, correggendo l’angolazione. Fece un respiro.
E premette il grilletto.

Bao Yi aspettava. Aspettava che il compratore decidesse. Infine il rumeno annuì. Lei sorrise e afferrò la borsa. Cinquanta lingotti d’oro puro, ognuno da duecento grammi. Il corrispettivo in Lacrime di Drago era notevole ma era anche vero che la sua era l’eroina migliore sul mercato.
-Signora?-, chiese una guardia mentre il rumeno se ne andava.
-Sì?-, chiese lei con fare annoiato. Altri si stavano occupando dei soldi.
-C’è un uomo per lei.-, disse la guardia.
-Ha detto come si chiama?-, chiese Bao Yi.
-No.-, replicò la guardia. Pareva imbarazzo ciò che gli impediva di parlare,
-Ha detto da dove viene?-, chiese ancora la cinese. La risposta fu negativa.
-Allora ha detto per cosa vuol vedermi?-, Bao Yi iniziava ad essere quantomeno irritata.
-Neppure. Ha solo detto di darle questo.-, disse la guardia. Le mostrò un dito, anzi la falange di un dito. Il mignolo di Chen Ham, il suo pusher scomparso da qualche ora.
-Fatelo entrare!-, ordinò seccamente lei.

L’uomo entrò. Calmo e teso ad un tempo.
Analizzò la sala. Gradinate incise in legno, un trono che su cui era seduta lei. Bao Yi.
Lampade pendenti dal soffitto illuminavano la sala. Guardie sicuramente armate dietro di lui e due giovani ragazze una cinese l’altra giapponese (?), lo fissavano.
Ma era Bao Yi a guardarlo con quello che sembrava interesse e questo gli faceva capire che il suo piano aveva grandemente funzionato.
Inviare il dito come dono di presentazione si era rivelata una mossa vincente ma ora serviva cautela. E lucidità.
Uccidere Bao Yi adesso avrebbe implicato non uscire vivo dalla sala e l’uomo non era un martire. Intendeva vivere per combattere un altro giorno. Finché il combattimento non l’avrebbe portato davanti a un nemico troppo forte e capace.
Ma sino ad allora avrebbe fatto la sua parte, recidendo le cellule cancerose del tumore che aggrediva quella città. Una alla volta, se necessario.
E perché questo accaddesse, colpire Bao Yi in quel momento era fuori questione.
-Inchinati, straniero.-, disse la voce della donna sul trono.
-Non mi inchino a nessuno.-, ribatté lui. Era vero. Aveva smesso d’inchinarsi anni prima.
Che fossero gli altri a farlo! Lui preferiva morire in piedi che vivere in ginocchio.
Sul volto della cinese passò una smorfia d’ira malcelata. L’uomo sorrise.
-Ma sono comunque lieto di presentarmi davanti a te.-, disse con un sorriso.
-Hai un nome?-, chiese Bao Yi con un ghigno.
-Puoi chiamarmi… Qi.-, disse lui. Il sorriso sulle sue labbra si aprì.
-Oh, poetico. Immagino che il tuo vero nome sia fuori questione, vero Qi?-, chiese lei.
Lui annuì.

Bao Yi guardava quell’uomo. Sapeva solo di star provando una crescente irritazione.
Quel folle aveva osato uccidere un suo servo e ora veniva lì. A sfidarla.
La cinese avrebbe dovuto strappargli gli occhi, bollirli e mangiarli.
Eppure…
Il telefono suonò. Un suo contatto esterno che chiedeva di essere richiamato quanto prima. Bao sprofondò nella sua riflessione, fissando lo straniero che ricambiava con uno sguardo calmo.
“Ha ucciso uno dei miei schiavi e mi ha sfidata qui. Nel mio regno! Ma non capisce che potrebbe morire? È pazzo. Deve essere pazzo! È l’unica risposta! O pazzo o molto determinato. E una simile determinazione indica che lui è forte, molto. Forse tanto quanto me.”, si sforzò di guardare l’uomo attraverso altri occhi, cercando di vedere con la mente piuttosto che coi meri sensi. Sentiva promanare da lui volontà, una determinazione ferrea e… il vuoto. Tornò a guardarlo con gli occhi fisici. Bao Yi era una seguace di diverse dottrine esoteriche. Tra le tante aveva tentato di sviluppare una consapevolezza astrale, una seconda vista. E quel che vedeva le dava da pensare.
Quell’uomo era vuoto. Un tronco cavo, uno spazio vuoto e una lavagna bianca.
“Nessuno scopo dietro tanta volontà? Solo il desiderio di uccidere e annientare?”. La domanda la inquietò. Era per questo che quell’uomo era lì?
Forse. In tal caso, la cosa più sensata da fare era ordinare alle guardie di piantargli un proiettile in testa. Ma Bao Yi ormai era intrigata. Voleva capire chi fosse quell’uomo.
E voleva spezzarlo. Sarebbe stato un degno avversario. E se non fosse riuscita a spezzarlo lo avrebbe potuto sempre convincere a unirsi a lei.
I forti sono più forti da soli, no?
-Dimmi, Qi. Quando sei nato?-, chiese lei.
-Sono nato nei primi giorni del primo mese.-, disse lui.
Lei sorrise. Sì, la cosa si preannunciava MOLTO interessante.
Avrebbe studiato quell’uomo. Ne avrebbe scoperto i segreti e poi avrebbe deciso.
Ma prima lo avrebbe messo alla prova in altri modi. Perché lei ne aveva sondato la mera volontà. Ora avrebbe messo alla prova le sue capacità.
-Achiko!-, chiamò. La giapponese al suo fianco si alzò e s’inchinò leggermente.
Le disse qualcosa in cinese che la nipponica comprendeva perfettamente.
-Spero tu possa accettare la mia ospitalità per questa notte, Qi.-, disse all’uomo.

L’uomo valutò la cosa. Era tante cose ma non un pazzo e Bao Yi avrebbe certamente tentato di ucciderlo. Però era anche vero che era ora vicinissimo a raggiungere il suo scopo. Doveva assolutamente proseguire. Doveva restare. Accettare e rilanciare.
Alzare la posta in gioco. Un tempo era la sua vita.
Ora capiva che sarebbe stato ciò che restava della sua anima. Sorrise.
-Accetto.-, disse soltanto. Una giapponese avvolta in un kimono color acqua di mare lo raggiunse e lo pregò di seguirla. Lui eseguì. Senza inchinarsi a Bao Yi.
Le guardie si scansarono e lui seguì la ragazza giapponese sino a un ascensore, dalla parte opposta del corridoio. A metà di esso vide la porta da cui era entrato. La giapponese sorrise. Lui sorrise di rimando. Concentrato. Stava giocando un gioco letale.
-Lei ha impressionato la mia signora.-, disse. Lui annuì.
-Non è cosa facile.-, aggiunse la ragazza. Lui annuì di nuovo. Tutte cose che già sapeva.
E non per sentito dire: conosceva la gente del calibro di Bao Yi. A un certo punto diventavano molto simili tutti quanti. Per impressionarli bisognava fare qualcosa che non si aspettassero, qualcosa di totalmente folle e fuori dagli schemi.
Myamoto Musashi aveva detto che quando il duello giunge a uno stallo è necessario cambiare tattica, facendo qualcosa di totalmente imprevedibile.
Aveva fatto suo quell’insegnamento.
L’ascensore arrivò. Pareti lisce e bianche. Il bianco, in Giappone, era il colore della morte.
L’uomo sorrise di nuovo. Se quella era una morte, allora al termine della salita vi sarebbe stato il suo personale inferno. Un’ascesi a un paradiso cremisi…
L’ascensore era relativamente stretto. Conteneva fino a quattro persone.
La giapponese e l’uomo passarono il viaggio a studiarsi. Lui notò quanto lei fosse bella, sembrava una bambola di porcellana. Il kimono lasciava intravedere poco della sua figura ma i capelli raccolti in uno chignon e la figura dritta e aggraziata denotavano sicuramente una certa bellezza appena celata.
Il suo studio fu fermato dal suono dell’ascensore che annunciava il termine del viaggio.
-Da questa parte, signor Qi.-, disse la nipponica. Lui la seguì.

Bao Yi fumava pensierosa. Aveva ricevuto notizie della morte di Xiu Jin e di Anthony. Due vermi in meno. Xiu aveva tentato di fregarla. Era stata scaltra ma la sua scaltrezza non le aveva salvato la vita. Il capo della polizia invece aveva fatto la fine che meritava.
Anche se ora si rendeva necessario essere cauti e trovare un sostituto. Anzi due.
Xiu Jin era stata una buona servitrice. Sarebbe stata dura trovare qualcuno altrettanto degno. E di chi non era cinese o giapponese, Bao Yi non si fidava. Erano esseri inferiori.
Tranne forse quel Qi. I suoi pensieri tornavano a lui di continuo.
Era un enigma che voleva svelare. Ordinò al suo astrologo di stilarne l’oroscopo.
E chiese che le venisse portato l’I-Ching.

La giapponese procedeva con passi piccoli. L’uomo si accorse che non era esattamente facile tenere il suo passo. Era abituato alla falcata larga. Superarono diverse porte.
-Qui la signora Yi ospita le persone di alto livello. È un onore di cui lei deve andare fiero, signor Qi.-, l’uomo non rispose. Arrivarono a una porta. Dalle pieghe del kimono, la ragazza fece comparire una tessera. La fece scorrere nel lettore. Questione di istanti e la porta si aprì. Rivelando una suit degna del Grand Hotel.
Divano letto, TV a schermo piatto da quattordici pollici, lettore DVD, bagno con vasca idromassaggio. Tutto stupendamente occidentale. Tutto perfettamente contrastante con la sala in cui Bao Yi teneva udienza.
Evidentemente amava fare sì che gli ospiti si sentissero come a casa.
-Il telefono è lì. Comunica unicamente con la reception. Se ha bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, non esiiti a chiamare.-, disse la sua accompagnatrice.
-Non sapevo che l’Airone Selvatico fosse anche un Hotel…-, disse lui.
La ragazza sorrise, evidentemente lieta di essere riuscita a fare breccia nell’apparentemente indistruttibile facciata di granitica impassibilità dell’uomo.
-Oh, non è solo discoteca. Offriamo anche altri servizi.-, disse lei. Allusiva da morire.
“Droga e prostituzione… Mix non da poco ma sembra quasi che la droga sia il traffico principale. Questo pare più un buisness secondario o forse un modo per mettere a proprio agio i compratori.”.

Le monete dei Ching sfavillarono nell’aria mentre Bao Yi le interrogava. L’antica pratica divinatoria cinese le era ben nota, un regalo dello zio bastardo.
Impattarono sul tavolo in noce. Lei lesse il responso. 6. Tracciò una linea Yang mobile. Un segmento spezzato di grafite, ultima di sei linee. Accanto a lei, il vecchio astrologo scriveva in caratteri arcaici. Usava un cinese antico, come secondo tradizione.
Bao Yi consultò rapidamente l’esagramma risultante.
Il Concubinaggio. Si sentì infiammare. Le possibilità non erano molte ed era vero che quel Qi l’aveva colpita. Dimostrava coraggio e fermezza. Qualità che lei sapeva apprezzare in un uomo. Ma quell’uomo non era solo quello. Guardò l’astrologo.
-Mia signora. Le stelle di quell’uomo brillano forti, tanto da rivaleggiare con le sue.-, iniziò.
Bao Yi sorrise, questo era noto.
-La sua data indica una grande energia. Uno Shien che non può essere imbrigliato o piegato. È come un drago, padrone di sé stesso e deciso a restare libero.-, continuò.
Bao Yi pensò che la cosa si faceva molto interessante.
-Le vostre stelle sono vicine. Lei era destinata a incontrarlo.-, disse il veggente. Bao Yi annuì, presa nelle sue riflessioni, in attesa di quel che voleva sentire.
-E lui era destinato a incontrare lei.-, disse il vecchio che, per qualche ragione, dava del “lei” a Bao nonostante questa gli avesse più volte detto di dargli del tu.
-Le vostre stelle si uniranno. E io vedo chiaramente che alla fine una nuova alba sorgerà nel cielo.-, disse il veggente. Bao Yi inclinò il capo, pensosa.
“Il Concubinaggio prima, il responso dell’Astrologo ora…”, ogni responso divinatorio sembrava indicare l’inizio di una relazione (molto probabilmente sessuale) con quell’individuo.
Afferrò il Libro dei Mutamenti e cercò il significato del Concubinaggio, pur già conoscendolo a grandi linee. Infatti era molto riguardante l’amore e il sesso. Specialmente i problemi da esso derivanti e, pur non essendo esattamente favorevole, suggeriva cautela e moderazione. Bao Yi sorrise. Sarebbe stata cauta, calma e soprattuto circospetta. Avrebbe studiato quell’uomo, ne avrebbe piegato la volontà. O l’avrebbe amato e gli avrebbe strappato ogni briciola di sperma per divenire la madre di un essere ancora più forte. Fece un tiro dalla pipa d’oppio.
-Sei congedato, nobile astrologo. Ti ringrazio.-, disse lei.
-Un ultimo avvertimento, mia signora.-, disse lui. Lei annuì.
-Quell’uomo… le sue stelle sono altresì fioriere di sventura e morte. Viene da un passato tormentato, ha ucciso e ucciderà ancora. State attenta.-, profetizzò lui. Bao Yi sorrise.
-Stai dicendo cose che già so, venerabile anziano. Vai e che il tuo sonno sia lieto.-, disse.
Rimasta sola nel suo Inner Sanctum, Bao Yi si concesse una riflessione.
Quell’uomo era giunto per ucciderla?
Allora avrebbe avuto modo di provarci. E lei avrebbe avuto modo di piegarlo.
Ma prima… Attivando una trasmittente diede un ordine ad Achiko.

L’uomo fissava il bagno. La giapponese gli aveva mostrato tutto e ora era dietro di lui.
Lui era concentrato. La bellezza di quel luogo era una trappola. Celava un putridume dell’anima che pochi altri erano in grado di rivaleggiare.
Neanche lui era puro, lo sapeva bene, ma aveva da tempo deciso che c’era un limite alla decomposizione spirituale. E quel posto era ben oltre il limite e rischiava di trascinarvi anche lui. Ma quella era solo una parte della trappola. Se ne rese conto quando sentì un respiro farsi pesante, come prossimo a uno sforzo.
Acuì appena il suo udito e sentì come un brivido premonitore. Pericolo!
Si voltò, girando su sé stesso, agile come un danzatore.
Portò le mani in ikyo, bloccando il fendente che la nipponica gli stava sferrando. Dilettantesco: se avesse voluto ucciderlo non l’avrebbe colpito con una mossa tanto banale, avrebbe affondato di punta piuttosto. Quindi ucciderlo non era la priorità. Lei si ritrasse. Lui sorrise, feroce, intimidatorio. Il futuro e il passato svanirono.
Lei affondò. Lui si spostò, girando sufficientemente da fare sì che il suo affondo scivolase oltre il suo fianco. Le afferrò la mano ed esegui una presa. Con un verso dolente, la giapponese mollò il coltello. Lui lo afferrò, sgambettò, facendo cadere la nipponica sul pavimento coperto da un tappeto da bagno. La bloccò a terra puntandole il suo stesso coltello alla gola. Le sorrise di nuovo.
-E ora?-, chiese soltanto.
-Mi uccida.-, disse lei. Lo stava chiedendo, con calma e dignità. Una vera Samurai.
Ma lui non era così. Non uccideva per diletto. E quella donna inoltre… C’era qualcosa in lei che lui proprio non riusciva a identificare. Lei lo guardava senza paura. In attesa del fendente che avrebbe messo fine a tutto.
-No.-, disse lui con calma. Si alzò.
-Lo faccia! Ho perso. Merito la morte.-, disse lei. Appunto, fedele al Bushido. Quasi come lui. Quasi. Lui scosse il capo, con calma. La guardò.
-Non meriti la morte.-, disse. Lei lo guardò.
-Se non mi uccidi, sarò io a dover uccidere te.-, disse lei.
-Perché? La tua padrona vuole mettermi alla prova, chiaramente.-, disse lui.
Silenzio. Lui annuì. Chiaramente era alla prova sotto più aspetti. Non era solo una verifica di come lui avrebbe agito se minacciato era anche un test per quanto riguarda la sua indole. Un test volto a verificare chi lui fosse davvero. Tutte cose che lui già sapeva.
-Non ti ucciderò, donna. Tornerai dalla tua padrona. Le racconterai tutto quanto e poi eseguirai gli ordini. È questo che un Samurai fa. E tu, anche se donna, segui il mio stesso codice.-, disse lui con calma.
-Tu… chi sei?-, chiese lei. Sembrava sorpresa.
-Un Samurai senza padrone.-, disse lui, -E tu?-.
-Io mi chiamo Mitsutune Achiko.-, si presentò lei con un lieve inchino del capo.
-Un piacere per me conoscerti.-, disse lui educatamente.
-Ma perché sei qui?-, chiese lei. Lui sorrise.
-Per seguire la mia strada.-, rispose solo. Lei si accigliò. Lui temette per un istante che volesse attaccarlo a mani nude ma si limitò a fare un passo indietro.
-Andrò e riferirò alla mia signora.-, disse. Non riprese il coltello. Uscì dalla camera e basta.
L’uomo annuì e poi si sdraiò sul letto. La giornata era stata lunga e, lui lo sapeva, presto le cose si sarebbero mosse.

Bao Yi ascoltò il rapporto di Achiko. Quello era un notevole risultato.
“Ma perché risparmiarle la vita? Fossi stata io al suo posto avrei ucciso senza esitare.”
“È forse più debole di ciò che temo? O ha solo scelto la pietà?”.
Guardò la giapponese china davanti a lei. Per anni, Achiko era stata la sua favorita, la sua killer di punta, la sua amante persino. Per anni le aveva concesso il privilegio di servirla come prima tra le sue servitrici e persino il sommo onore di darle piacere, quello vero, senza risiparmiarsi. Aveva goduto dell’abilità della giovane con la lingua, la bocca e le dita. E aveva persino pensato, a volte, di farla godere. Ma si era sempre fermata, come a voler ricordare alla giovane chi fosse padrona e chi schiava. E poi aveva guardato Achiko mentre si dava piacere da sola, concludendo ciò che le dita di Bao Yi avevano inziato e mai portato a termine.
E ora la sua killer aveva fallito. Sospirò. Era anche vero che Achiko non era più tale da parecchio. Quello era stato il primo vero omicidio che lei le aveva commissionato da tanto tempo. La guardò. Piangente e spezzata, ispirava solo ribrezzo.
-Alzati.-, disse. Lei eseguì, -Mi hai deluso.-, disse.
-Se la mia signora vuole la mia vita, non ha che da dirlo.-, rispose lei. Bao Yi sorrise.
-Apprezzo l’offerta.-, disse lei con calma, -Nu Xi!-, chiamò poi. Una cinese si fece avanti. Capelli corti, veste cerimoniale, alta poco più di Achiko. S’inchinò.
-Ora sei tu la mia favorita. Vieni qui.-, disse Bao Yi. Adorava quel giochetto. Spezzare Achiko in quel modo era bello. E l’avrebbe preparata a ciò che sarebbe venuto dopo. L’inizio della danza tra il Dragone Qi e la Farfalla d’Acciaio.
Baciò Nu sulle labbra. Le infilò la lingua in bocca. Lei non si oppose. Le piaceva.
-Vattene ora, Achiko.-, disse lei congedandola.
La ragazza si alzò e inchinandosi uscì. E sebbene Bao Yi fosse troppo presa a rimuovere il vestito di Nu Xi per vederle, dalle gote della giovane cadevano lacrime di rabbia e dolore.

Il Sogno era sempre uguale.
Ma stavolta l’uomo non era lì. Era consapevole di dormire e voleva riuscire a restare vigile.
Col primo test, Bao Yi aveva messo alla prova la sua forza. Col secondo test avrebbe messo alla prova qualcos’altro. Ma cosa?
Non lo sapeva ma doveva stare pronto.
Decise di svegliarsi.
Aprì gli occhi. Erano le sette e quarantasei di mattina, stando al suo orologio.
La pistola era sotto il cuscino, il tanto era alla sua cintura. La scomodità non aveva permesso un perfetto riposo. Tanto meglio, doveva essere riposato.
Decise di affrontare Bao Yi. Prima che lei potesse pensare a una seconda prova da sottoporgli, avrebbe mosso l’ombra. Altro insegnamento del Libro dei Cinque Anelli.
Chiuse la porta con la tessera lasciatagli. Scese al pianterreno. Le guardie lo guardarono. Brutti ceffi pescati nella Chinatown vicina. Allettati con soldi e droga. Ma sicuramente in grado di usare i mitragliatori Scorpion che mostravano.
-Devo parlare con Bao Yi.-, disse lui.
-Attenda.-, disse uno dei due. Sarebbe potuto essere un figlio di Gengis Khan. L’uomo comunicò tramite un microfono per qualche istante poi, la risposta.
-La signora non desidera vederla. Non ancora.-, disse.
Era un altro test. Calmissimo l’uomo annuì. Poi accadde tutto molto in fretta. Entrò nella guardia del tizio che sembrava un parente del condottiero Mongolo e lo gratificò di una testata degna di Zidane. L’uomo cadde a terra, centrato appena sopra il naso, dove tecnicamente c’era il Dantien supriore. L’altro alzò l’arma, confuso. Evidentemente gli ordini erano di non ucciderlo, per ora.
Lui, scrupoli in quel caso non ne aveva. Estraendo il coltello preso ad Achiko, lo piantò nella spalla dell’uomo e ne alzò rapidamente il braccio. Una raffica partì verso il soffitto. Fortunatamente silenziata.
Sarebbe stata una pessima pubbilicità. La Scorpion cadde a terra da una mano ridotta all’inutilità. L’uomo non si fermò e colpì con un atemi alla tempia. Black-out. Il gorilla cadde a terra privo di sensi. L’altro gemette qualcosa.
-Allora, posso entrare?-, chiese gentilmente.
-Prego…-, mormorò il cinese con uno sguardo di odio puro e sofferenza.
-Grazie.-, disse l’uomo. Aprì la porta.
Bao Yi se ne stava assisa in trono, imbronciata.
-Avevo detto che non volevo riceverti.-, sibilò, -Dovrai lavorare sulle tue maniere.-.
-E tu dovrai trovarti migliori guardie del corpo. Ah, già, ieri sera ho fatto conoscenza con Achiko.-, rispose lui. Estrasse il coltello, momento di panico puro. Tutti tranne Bao Yi sembrarono avvertire l’inizio di un imminente massacro. Ma l’arma fu semplicemente gettata a terra. Con sdegno.

Bao Yi sorrise. Quell’uomo aveva superato la prova. Capace, inflessibile… L’unica sua debolezza poteva essere la pietà. Nu Xi le diede il coltello con un inchino riverente.
-Così, Achiko ha fallito. Deludente.-, disse la donna esaminando l’arma con curiosità.
-Non faccia la commedia. Odio l’ipocrisia.-, disse l’uomo. Bao annuì. Tempo di smettere di giocare, almeno su un livello così banale.
-Perché sei qui?-, chiese lei.
-Perché questo è il mio cammino. Achiko non te l’ha detto?-, chiese lui. Bao notò che non esprimeva particolari emozioni. Solo una calma quasi apatica.
“Niente rabbia, niente dolore. Il nulla, mi sembra quasi di star parlando con una statua.”.
-E dove ti porterà ora il tuo cammino?-, chiese.
-Non lo so. Forse a fare colazione.-, disse lui. Bao Yi sorrise.
-E sia!-, fece un cenno in una direzione. Achiko, portando un vassoio, lo depose su un tavolino vicino.
Bao Yi sorrise, invitando l’uomo a servirsi.

Manghi, pere, pesche, un bendidio di frutta. Pane integrale, bacon, una colazione imperiale. Per lui soltanto? L’uomo non poté evitare di crederla una trappola.
-Mangia pure. Non è avvelenato. Se ti volessi morto lo saresti già.-, disse lei.
Lui iniziò a mangiare con calma. Imburrò una fetta di pane, vi dispose del bacon e addentò il tutto. Calmo. Consapevole di ogni morso e boccone.
In breve tempo poté dirsi sazio.
-Ti ringrazio per la colazione.-, disse.
-Ah, allora un po’ di educazione la conosci!-, sorrise Bao Yi.
Lui con calma incredibile sorrise a sua volta. Senza dire nulla.
-Conosco anche altro.-, disse. Lo sguardo della donna si fece curioso.
-Tipo?-, chiese lei cercando di non tradire emozione alcuna.
-Il Go.-, disse lui.

Bao Yi notò che non guardava lei: guardava invece il tabellone che aveva lasciato sul tavolo. Un altro test. Unicamente per verificare se avesse conoscenza di simili giochi e quindi l’animo dello stratega. E la risposta era sì.
-Desideri fare una partita?-, chiese lei.
Lui annuì con calma.
-Purtroppo sono una persona terribilmente impegnata. Tra poco arriverà un mio cliente ed è mio dovere accoglierlo. Ma sarà per un'altra volta.-, disse lei con calma.
Lui annuì. Lei si sorprese di quell’accettazione. Era lo stesso uomo che aveva messo K.O. le sue guardie.
-Allora mi ritirerò nelle mie stanze.-, disse lui. Lei annuì. Il gioco, quello vero, proseguiva.
Quando l’uomo se ne fu andato, lei chiamò il cliente. Un sinoamericano che riforniva buona parte del giro di Bao Yi di cocaina. La loro relazione di affari durava da molto. Quando entrò, poco dopo, l’uomo le si inchinò e Bao iniziò a parlare di affari.

L’uomo arrivò in camera. Chiuse la porta e solo a quel punto ebbe modo di togliersi dalla manica il biglietto scritto a mano e nascosto a bordo del vassoio. Bao Yi non l’aveva notato. E lui immaginava chi l’avesse scritto. In ogni caso lo lesse. Annuì.

-Chi è lo straniero?-, chiese il sinoamericano a scambio concluso.
-Ah, un ospite.-, disse Bao con calma. Meglio che quel tizio sapesse il meno possibile del sottile gioco che lei stava intessendo.
-Oh, capisco. Un pericolo?-, chiese l’altro. Lei rifletté.
-No. Più un opportunità.-, disse infine.
-Uhm. E permetti a tutte le opportunità di parlarti come fa lui?-, chiese lui.
-Jack, ti consiglio di stare molto attento alle tue prossime parole. Ho già dimostrato alla nostra organizzazione che siete voi ad avere bisogno di me, non il contrario.-, disse lei con calma. Lui annuì. Bao Yi sorrise. Jack Li lavorava nel giro da anni ma era sempre il solito idiota. Come molti altri. Era Bao la forza trainante della Farfalla d’Acciaio. Era lei la mente.
E lo sapeva. Oh, se lo sapeva!
-Chiedo scusa.-, disse lui con un inchino. Lei accettò le scuse con un cenno del capo.
-Desideri fermarti? Per gustare la nostra ospitalità? Posso farti avere una camera e magari anche qualcuno in camera…-, disse Bao Yi. Lui annuì. Lei mandò una giovane cinese, Yin Shan a mostrargli la stanza. Magari non avrebbe nemmeno dovuto mandargli altro. Comunque quel tizio aveva fatto l’errore terminale: credere di poterla sfidare a casa sua.
E per questo doveva pagare. E avrebbe pagato.
-Chiamate Qi. Questa sarà un’ennesima prova per lui.-, disse.

Stava meditando quando fu chiamato. Scese ma ci mise volutamente qualche minuto in più. Altra tattica: irritare l’avversario.
Bao Yi lo attendeva corrucciata sul trono.
-Qi, tu non sei un monaco o un non violento.-, era un’affermazione, a cui lui non ritenne obbligatorio rispondere.
-Il mio… cliente ha commesso un errore imperdonabile.-, disse lei.
Lui non batté ciglio. Già poteva immaginare dove volesse andare a parare. L’ennesima prova. Forse persino l’ultima.
-Diciamo che errori del genere non dovrebbero esistere. E a coloro che li commettono non dovrebbe essere concesso di vivere per vedere un’altra alba. Ti è chiaro cosa devi fare?-.
-Dove si trova?-, chiese senza emozione alcuna. Il killer perfetto, fin lì.
-Terzo piano, stanza 302, la mia ragazza che ora è con lui ha lasciato la porta aperta.-.
Lui annuì e le voltò le spalle.
Nu Xi guardò la sua signora. Bao Yi le fece un muto cenno di parlare.
-Mia signora… è sicura che sia saggio? Questo Qi è un uomo illeggibile. Non sappiamo cosa farà. Potrebbe diventare un problema.-, disse in cinese.
Bao sorrise. Accarezzò lascivamente la guancia della sua amante.
-Non ti preoccpupare, mia colomba, lui ha la sua utilità ma sarà rivelata solo dopo questa prova. Per di contro, Jack è diventato un peso. Ed è ora che l’Organizzazione ricordi chi è che comanda.-, disse lei nella medesima lingua. Nu sembrò acquietarsi.
Inoltre Bao Yi sapeva bene che quell’uomo era sempre ancora un uomo…
E quella sarebbe potuta essere la prova finale, o l’inizio di tutto un nuovo livello del gioco.
Perché Bao amava sondare i limiti. I forti meritavano rispetto ma solo fintanto che erano disposti ad arrivare oltre i propri limiti. Bao Yi ne aveva spezzati tanti che si credevano forti.

L’uomo fece come gli era stato chiesto.
Entrò nella stanza con passo felpato, attento.
Tra le coltri sfatte giacevano due corpi. Quello della ragazza e il bersaglio.
E l’uomo lo riconobbe. Era Jack Ling. Curioso come il destino o chiunque per lui, l’avesse messo sulla sua strada. L’uomo avrebbe voluto occuparsi di quel bastardo ma non ne aveva mai avuto occasione. Era stato lui a fornire la roba a un gruppo di suoi amici.
Lui li aveva precipitati all’inferno da vivi.
Ora di loro sette, due erano in clinica riabilitativa, soggetti a problemi mentali e fisici a causa di roba tagliata male, tre erano morti. Una era dispersa, all’estero e lui… Lui che quella merda non l’aveva mai toccata, si trovava a fare quello che faceva.
Strinse i denti. Quel figlio di troia aveva ucciso i suoi amici. Aveva portato la donna che aveva amato a vivere una vita randagia. Aveva distrutto sette vite prima che lui decidesse di contenere i danni. E di iniziare a restituire colpi, non solo ai diretti responsabili ma a tutti quanti. Nessuno di quei pezzi di guano escluso.
Estrasse la pistola, tolse la sicura. Si avvicinò. Voleva guardarlo in faccia.
Gli appoggiò il silenziatore in fronte. Il sinoamericano aprì gli occhi.
L’uomo sorrise feroce.
-Guardami!-.
-No… no, ti supplico! Ti do quel che vuoi! Quanto ti paga? Dimmi quanto e io ti quintuplico il salario!-, implorazioni vane.
-Tutti i soldi di questo schifo di pianeta non mi restituiranno gli amici, la compagna, la felicità… Nulla potrà farlo.-, sussurrò lui. Ora anche la ragazza era sveglia.
Curiosamente non faceva proprio nulla. Avrebbe potuto disarmarlo? Forse.
Non importava, in quel momento lui era spinto da una furia che non conosceva limiti o ragione. Una furia però terribilmente lucida sebbene fosse esistito un tempo in cui quella stessa furia l’avrebbe potuto portare alla follia.
-Ma la tua morte potrà impedire che altri soffrano questo destino.-, mormorò.
-Tu sei pazzo!-, urlò lui.
-E quelli come te sono il male.-, disse lui. Premette il grilletto. Il proiettile trapassò la fronte, affondò nel cranio, spazzando via la mente malata del trafficante. Lui si ritrasse mentre una macchia rossa si spandeva sul cuscino. La ragazza accanto a lui pareva terrorizzata. Un viso carino con un bel seno in vista, rovinato da una smorfia d’orrore.
Lui le indicò la porta. Lei si vestì e uscì, estremamente contenuta. Lui prese il telefono.
-Fatto.-, disse soltanto. Appese subito dopo.

Bao Yi sorrise.
Yin Shan aveva riferito tutto, non senza una vena isterica che aveva fatto capire quanto debole fosse. Bao l’aveva fatta congedare, con doppio pagamento. Non era per mera generosità. Era un modo per tenere al guinzaglio le ragazze troppo intraprendenti. Il bastone e la carota. Mandò qualcuno a portare via il cadavere.
-Qi ha fatto davvero un bel lavoro…-, sussurrò a sé stessa.
Ora arrivava la parte bella della recita. Sino a lì le prove erano rivolte a un aspetto che Qi poteva controllare.
Era tempo di avventurarsi nell’insondabile.

Quando entrò nella sala del trono la prima cosa che notò furono le nuove guardie.
Decisamente più serie di quelli che aveva steso. Avevano un aria professionale senza sembrare pompati o usciti da qualche film. Seri ma non tesi, consapevoli ma non distratti.
Non andava bene, le guardie allora erano state un test? Possibile. Ma queste di certo non lo erano. A meno che Bao Yi non desiderasse un’ulteriore dimostrazione della sua abilità marziale… Cosa di cui dubitava.
Comunque le guardie non erano il solo cambiamento. Nella sala del trono il tavolo era appparecchiato per due. E una sedia era già occupata dalla Farfalla d’Acciaio.
-Siediti. Mangia. Ti sei guadagnato un pasto.-, disse lei.
Effettivamente aveva fame. Annuì a mo’ di ringraziamento e si sedette.
Wanton, zuppa di miso, wakaname sarada, maki e tofu. Cibo cinese e giapponese. Di alta qualità e sicuramente migliore del sushi che aveva ingurgitato. Lo assaporò con calma.
-Dimmi Qi, tu credi nell’aldilà?-, chiese Bao. L’uomo si chiese quale fosse stavolta il trabocchetto. Aveva ormai imparato che una conversazione con quella donna celava sempre almeno una trappola.
-Se per aldilà intendi una dimensione che non è la nostra, in cui i morti ci aspettano, no.-, rispose. La risposta sembrò far riflettere la cinese. Lei bevve. Acqua. Esattamente come la sua. D’altronde se lei lo avesse voluto morto lo sarebbe stato già dalla mattina.
-Io credo che dopo la morte non ci sia nulla. Non siamo fatti di anima e carne ma solo di pensieri. Siamo creature temporanee, in attesa della fine. Tu temi la morte?-, chiese lei.
Lui scosse il capo. Non era un’argomento che voleva toccare.
-Eppure la dispensi senza tanti problemi, mi pare di capire. Cosa temi, Qi?-, chiese ancora lei. Lui sorrise. Ferocemente.
-Cosa temo? Ho lasciato la paura dietro di me, sepolta in un cimitero lontano, in un giorno di pioggia. Una notte tempestosa e il funerale di giovani innocenti morti prima di poter vivere davvero.-, disse lui. Bao Yi sembrò impressionata.
-Vorresti rivederli? I giovani di cui parli, intendo.-. Offerta singolare.
-A che pro? I morti sono morti, i vivi sono vivi.-, rispose lui.
-Eppure i tuoi morti ti circondano. Sei nato dalla morte e vivi tra le morti.-, disse lei.
-E tu?-, chiese lui stanco di sentirsi analizzato.
-Io? Io do alla gente ciò che vuole. Sesso, droga, un posto in cui bruciare serata e neuroni! Io offro loro qualcosa che li distragga dalla loro disperazione quotidiana. Dono loro un’alternativa all’iniquità della vita.-, disse lei poeticamente. Lui storse la bocca.
-Tu gli offri una morte più lenta, un paradiso avvelenato.-, disse solo.

Bao Yi sentì la rabbia invaderla. Quella considerazione era vera ma nessuno aveva diritto a giudicarla. Sorrise ferocemente.
-Se è così allora, ti prego di compiere un viaggio.-, disse lei.

“Cosa?!”, davanti agli occhi dell’uomo si dipinsero ombre. Il nero e il bianco del sogno si mischiavano. Realizzò la verità in un respiro.
“Quella puttana mi ha drogato…”, la guardò. Voleva parlare ma la sua bocca semplicemente non poteva farlo. Seduto in seiza, lottò per tenere il controllo del suo corpo ma le tenebre chiamavano. E lui era debole come poche altre volte.

Bao Yi sorrise. La droga era nel suo bicchiere. Incolore, inodore. Un allucinogeno.
Si alzò, seguita dallo sguardo dell’uomo. Si sedette davanti a lui, esattamente a un paio di centimetri da lui. Sorrise di nuovo.
-Vedi, Qi, io rispetto i forti e tu lo sei. Ma rispetto ancora di più i forti che superano i propri limiti. E nella prossima ora o due vedremo se tu sei uno di questi o solo un debole.-, disse.
Sfiorò le sue labbra con un bacio delicato. Lui emise un verso inarticolato. Lei sorrise.
-Non sforzarti. La lotta è dentro di te, non fuori.-, disse.

Ombre velavano il suo sguardo. Si sentiva catapultato in un caleidoscopio.
Vide il viso di Bao Yi. Disse qualcosa prima di baciarlo e diventare il viso della ragazza. Della giovane che aveva amato ed era sparita.
Avrebbe voluto solo lasciarsi andare, piangere, mentre i suoi amici del passato lo fissavano dal mondo dei morti, quale che fosse.
Una risata lontana di una divinità che assaporava un’altra anima dannata.
“NO!” La sua volontà insorse, un dragone bianco che attaccava un dragone nero.
Precipitò nell’abisso. Sentì i denti di un essere orribile nello spirito.
Moriva, era stato lanciato all’inferno. Vide Priest e gli altri. I morti.
-Benvenuto, fratello.-, disse il nero con un sorriso paterno.
-Questo non è reale.-, ribatté lui. Ricordava una droga, un capogiro, un nome cinese…
Ma quante vite prima?
Lucy gli apparve davanti. Nuda e bellissima. Ricordava quella donna, la sua passione.
-Neanche questo è vero?-, chiese. Lo baciò. Un bacio lunghissimo. Per un solo istante desiderò perdervisi e sentì il dragone nero accingersi a mangiare quello bianco.
Le mani di Lucy gli scivolarono addosso. Cambiarono forma, divennero quelle della ragazza. Ora era cresciuta. Il bacio si accese di fuoco.
Lui sospirò. Perché? Perché soffrire ancora? Cosa glielo faceva fare?
Si abbandonasse piuttosto a quella bellissima ordalia. Si perdesse pure!
Lei gli accarezzò il pene con la sua mano che sembrava così piccola e così bella…
-Ho sempre voluto questo… Non te l’ho mai chiesto per paura di amare ma ora… ora puoi farlo? Puoi prendermi, fami tua? Ti prego!-, la ragazza era nuda. Lui tracheggiò. Era bellissimo. Afferrò la giovane per le anche, accorgendosi della sua nudità improvvisa.
Il dragone nero chiuse le fauci. Perché resistere ancora?
“Perché altri stanno rischiando di fare la loro fine!”. Uno spiraglio.
“Cosa dovrebbe importare? Non vogliono essere salvati”. Lottò per tornare là ma la sua coscienza, la consapevolezza di ciò che era, il vero sé stesso che si annidava dietro le illusioni illimitate del desiderio non lo lasciava andare.
“Devono diventare consapevoli che esiste un’altra strada. E poi, ci sono questi sciacalli. Lascerai che arrivino altri Priest? Altre Bao Yi? Allora non sei migliore dei politici che promettono e non fanno! E tu non sei così!”.
Il dragone bianco divenne una fenice, squartò il dragone nero da dentro. Emerse dai resti con un grido, un Kiai degno di un vero samurai.

-IIAAAAIIIIIII!-, si accorse di star gridando. Bao Yi lo guardava. Era ancora seduto in quella postura, davanti a lei. La guardò.
-Complimenti, guerriero. Hai vinto.-, disse lei.
-Quanto tempo?-, chiese lui. Era sudato ed eccitato.
-Almeno un ora. Sei stato via parecchio. È stato un viaggio doloroso, sì?-, chiese lei.
-Ma sono riemerso. E non tornerò laggiù.-, disse lui.
-Naturalmente. Mi congratulo. Hai parlato di una tale Lucy, un’altra ragazza… Hai detto una marea di cose che non ho capito in una lingua che non era umana. Notevole.-, sembrava persino divertita. Lui riuscì solo a guardarla.
-Vai a riposare, guerriero.-, disse lei. Lui fece per alzarsi. Aveva le gambe intorpidite ma riuscì a farcela. Arrivò all’ascensore.
Si appoggiò alla parete. Aveva salvato la sua anima, evitato di divenire quel che non era. Di tornare ad essere un relitto. Ma per quanto ancora avrebbe resistito? Strinse i pugni. Per tutto il tempo che sarebbe stato necessario!
Arrivato in camera sua si buttò sul letto.

Bao Yi sorrise. Aveva visto il duello interiore di Qi.
Ed era stato veramente eccezionale. A un certo punto aveva dovuto davvero sforzarsi di non saltargli addosso. Lo desiderava. Lo bramava. Voleva sentirlo dentro di sé.
Ed era sicuro che anche lui lo volesse.
Ma avrebbe atteso ancora un singolo giorno.
Per dimostrare a sé stessa che poteva farlo. Per superare i propri limiti ed essere più forte che mai. Sorrise di nuovo. Poi si decise a chiamare un’altra persona. Altri affari.

Si svegliò che erano le otto.
Nessun sogno aveva turbato il suo sonno. Nessun sogno ricorrente. Immaginò fosse dovuto alla droga che gli avevano somministrato. Poco male.
Si trovò davanti un vassoio di cibi. Riso alla cantonese in una scodella, gamberi, frutta.
E Achiko. La giovane lo fissava con calma. Si posò un dito sulle labbra. Gli mostrò un foglio. Una sorta di lunga lettera.
“Siamo spiati da cimici. Non parlare. Bao Yi ti trova interessante. Io posso aiutarti a farla fuori se tu mi prometti che potrò prendere quello che ha per tornare in giappone e riscattare l’onore di mio padre. Fai “sì” con la testa se accetti.”.
Lui annuì. Lei girò il foglio.
“Domani lei ti chiamerà. Fai sì che decida di concedersi a te. Io mi occuperò delle guardie e preparerò un diversivo. Tu uccidila, prendi una chiavetta che si porta sempre dietro e poi ci vediamo fuori da qui, dall’uscita posteriore dietro la sala del trono. Ho una macchina là.
Non ti tradirò. Come sai, ho una sola parola.”. Lui annuì di nuovo.
-Goditi il pasto.-, disse lei.
Lui annuì. Iniziò a mangiare i gamberi. Continuò e terminò il resto del pasto con calma. Ora doveva farsi una doccia. Era un po’ che ne sentiva il bisogno.

Achiko tornò nei suoi alloggi.
Ricordava quando era arrivata in quella città, ultima erede di una famiglia molto tradizionale del Giappone. Ricordava l’aver creduto in quei valori. L’aver sdegnato droga e debolezze. L’aver iniziato a uccidere. Ricordava tutto quanto, anche il giorno in cui incontrò Bao Yi. Lei era puro fuoco. Achiko era un legno che attendeva di bruciare.
Su quel ring, a colpi di karate, si costruì prima un rispetto reciproco. Poi un’amicizia e infine l’amore. L’amore che lega una serva alla sua padrona.
Ma Bao Yi non era solo una padrona. Era anche una trafficante. Ad Achiko la cosa non aveva dato particolare fastidio. Sdegnava quelli che usavano la droga, non quelli che sapevano controllarsi. Odiava i deboli. E Bao Yi non era certo debole.
Per un lungo periodo avevano condiviso gioie e dolori. Per un lungo periodo erano state l’una il rifugio dell’altra. Si erano amate.
Achiko all’epoca era confusa, bisognosa di una bussola che le indicasse la via. Bao Yi poteva essere quella bussola ma necessitava di un bastone per liberare il cammino dagli ostacoli. Erano l’una il completamento dell’altra ed era naturale che divenissero amanti.
Achiko ricordava. Lunghe nottate passate sui tatami a raffinare i kata e le forme di karate. Poi lunghe ore, nel letto, a guardare l’alba nascere con gli orgasmi che si donavano e il sole della loro lussuria lento tramontare.
Bao Yi poi però si era allontananta. E Achiko si era resa conto di essere sola.
Bao aveva trovato altri amanti. Maschi, femmine, entrambi in generi in un solo corpo. Aveva iniziato a viaggiare. E lei, fedele serva, le era rimasta accanto. Obbediente e fiera di essere ancora la sua prima luogotenente. Sino allo straniero.
Lui aveva avuto un doppio effetto su Achiko.
L’aveva distrutta, aveva strappato alla giovane tutto ciò che riteneva importante e l’aveva anche annullata, dandole la forza di fare qualcosa che da troppo tempo doveva fare.
Lei odiava quelle droghe. Odiava vedere Bao Yi fumarle e odiava vedere tanti giovani correre incontro alla morte. Era tempo che qualcuno vi poensse fine.
E sarebbero stati loro due, lei e quell’individuo a farlo.

Il giorno dopo l’uomo si svegliò.
Aveva dormito e il sogno era tornato. Tutto regolare.
Si vestì. Allacciò il Tanto alla cintura e la fondina con la pistola.
Scese a fare colazione. Bao Yi non c’era. Preoccupante. Ma decise di non farsi prendere dal panico. Mangiò e fece una passeggiata nei dintorni dell’Airone Selvatico. La Chinatown era l’emblema della decadenza. Tutto era cinese in modo commerciale. Non traspariva lo spirito da quel posto. Rimase fuori sino a pomeriggio inoltrato. Poi tonrò.
Bao Yi lo aspettava nella sala del trono. Vestita con un kimono dorato, i capelli in un chignon e il portamento di una regina.
-Dove sei stato?-, chiese con irritazione.
-Ero fuori, a fare un giro.-, disse lui senza offrire scuse. Lei scrollò le spalle, come se non le importasse.
-Sei armato. Giri sempre armato.-, osservò lei senza animosità. Lui annuì.
-Un guerriero non è nulla senza la propria spada.-, disse.
-Ma la spada qui non ti servirà. Nessuno oserà aggredirti.-, disse lei, -Sei sotto la mia protezione.-. Lui annuì e depose le armi dietro di sé. Ecco che inizavano i problemi…
-In ogni caso, ti prego. Unisciti a me.-, disse Bao Yi.
Si sedettero a un tabellone di Go.
-Bianchi o neri?-, chiese lei.
-Neri.-, rispose lui. Lei gli diede la scatola e lui afferrò una pedina facendo la prima mossa.

Achiko agì poco dopo. Piazzò l’esplosivo in tre punti. Doveva sembrare qualcosa di accidentale? No, non necessariamente. Sarebbe bastato anche poter accusare qualche banda rivale. Preparò gli “inneschi”: cellulari Nokia impostati su vibrazione. La vibrazione avrebbe fatto esplodere il “pacchetto” di esplosivo artigianale. Semplice e facile!
Finì. Si rialzò. Aveva organizzato di colpire solo due posti: il parecheggio sotterraneo (specificatamente la vettura di Bao Yi) e il deposito di droga. Fu con piacere che sistemò la seconda carica trenta minuti circa più tardi. Controllò l’orologio. Erano le otto e trentasette.
-Ehi!-, le abbaiò una voce.
“Merda…”. La guardia, un armadio di muscoli pompati a steroidi, l’aveva beccata in pieno.
-Bene, bene, bene! Guarda chi abbiamo qui!-, sembrava felice come un bambino.
-Ti prego… non dirglielo!-, implorò lei. Nel cervello non certamente eccelso del gorilla giunse un evidente pensiero. Achiko notò lo sguardo di lui posarsi sul suo seno, e poi più in basso. Non serviva essere dei geni per capire che cosa volesse.
-Io non glielo dico ma tu cosa mi dai?-, chiese l’uomo.
Achiko ammiccò. Sorrise con espressione implorante mentre slacciava i pantaloni del gigante. Due secondi dopo lo prese in bocca. Il gorilla grugnì di soddisfazione.
Achiko era lesbica. Ma sapeva fingere talmente bene che il grosso non se ne sarebbe accorto mai, neppure prestando attenzione. Avviluppò la lingua attorno al frenulo e incominciò un su e giù con la testa. Sentì la mano del bastardo afferrarle i capelli, imporre il ritmo. Lei lo assecondò, la mente ferma sul suo proposito di riuscire nell’intento.
“Pensa solo a finire. Rendiglielo insopportabile, fallo godere.”.

La lunga partita finì con Bao Yi vincitrice. Nonostante ciò, l’uomo era stato un valido avversario.
Lei gli sorrise. Erano da soli. La cinese si avvicinò appena.
-Debbo credere che le donne ti piacciano, vero Qi?-, chiese lei.
-Credi giustamente. Tant’è che sto ammirando il gioiello più bello della terra.-, le parole dell’uomo furono un invito a farsi più ardita. Ma prima che potesse, lui parlò di nuovo.
-Temo che la biforcazione lungo la mia via stia ora avvenendo.-, disse.
Lei lo guardò. Le parole erano singificative fino a un certo punto. Ora Bao Yi voleva i fatti.
Oh se li voleva!
-Allora cosa ne dici di giocare a un altro gioco? Quello che entrambi sappiamo di volere?-chiese lei. Non si stava arrendendo e neppure lui. Il loro confronto stava spostandosi su un altro livello. Uno che lei amava. Il gioco del dominio e dell’Eros.
Quello era il momento in cui ogni difesa cadeva. Gli uomini si rivelavano per com’erano e le donne per quelle che erano. E Bao Yi sapeva che in quel gioco, vittoria e sconfitta erano terribilmente similli. Ordinò alle guardie di non disturbarli.
-Allora, vuoi giocare?-, chiese con un sorriso.
-Volentieri.-, rispose lui. Le loro labbra si sfiorarono. Bao Yi si divertiva. Conosceva il copione a memoria. Lo adorava. Ecco i primi baci. Lei timida, lui? Oh non che importi. Lei si concedeva e poi si ritraeva, come a pentirsi.
Ma lei sapeva bene che non avrebbe retto quel gioco a lungo, l’uomo in compenso sembrava in grado di continuare così per anni…

Lui stava pensando. Privo delle armi doveva arrivarvi ma erano dietro di lui, a diversi passi di distanza. No. Doveva farla fuori in un altro modo. Scambiò con lei un altro bacio. E poi decise. La guardò con calma assoluta.
-Credo che entrambi vogliamo qualcosa di più, no?-, chiese. Lei sorrise.

Su e giù, su e giù. Il pompino era tutto il presente di Achiko. La ragazza stava facendo del suo meglio per non vomitare ogni volta che il bastardo glielo piantava fino a quasi in gola. Ma quel maledetto figlio di una cagna non veniva: ci andava vicino, si fermava e ricominciava. Il tempo stava scadendo. E lei era a corto di trucchi con cui sollazzarlo.
Era possibile che si stancasse del gioco e dicesse tutto quanto. Al pensiero, un brivido passò lungo la spina dorsale della giapponese. Doveva impedirlo a ogni costo!
Aumentò il ritmo, sentendo un sapeore vischioso sulla lingua. Vinse il ribrezzo, continuando a leccare, pensando di avere in bocca un cono gelato, una carota, qualcosa di buono. Ma il bastardo improvvisamente la fermò.

Quell’uomo la stava facendo impazzire. Sdraiata sul tavolo, Bao Yi accettava di buon grado la tortura a cui lui stava sottoponendola e a sua volta lo torturava con una masturbazione lenta… Piacere e desideri infranti si mescolavano.
La cinese non chiedeva di meglio.
Il pene di lui era rigido. Sembrava l’impugnatura del suo Tanto. Lei invece sentia e accoglieva le dita di lui. Sdraiati sul tavolo, sembravano una raffigurazione erotica del Taiji.
Lei gemette quando sentì che lui aveva cambiato dito. Ora usava il medio, strofinandole le grandi labbra, vezzeggiandole il clito emergente. Tra le pieghe del kimono alzato quel dito scavava tra le sue pieghe, esplorava, studiava, tintillava, giocava e s’immergeva.
Si lasciò sfuggire un gemito. Strinse la presa sul membro, manipolandolo. L’uomo rispose con un verso di piacere. “Allora non sei proprio insensibile, eh?”.
-Leccamela…-, gli ordinò. Anche se il godimento faceva sembrare il suo ordine meno autorevole. Inoltre quell’uomo sapeva farla godere. Sapeva quel che faceva e la sua personalità… Ogni cosa suggeriva un vero uomo. Non quel verme di Anthony.
-No.-, rispose lui. Lei ponderò l’idea di punirlo finendola ma capì che non serviva: quel bastardo era come lei. Il sesso era solo un’arma.
Ma per che fine? Ancora non riusciva davvero a capirlo.
-A meno che tu non me lo succhi, in cambio.-, disse lui. Lei ammise di starci pensando ma l’orgoglio le impedì di accettare. Si distese completamente sul tavolo.
-Preferisco altre cose.-, disse con un sorriso carico di sottintesi.

Lui sorrise. Quell’amplesso era più una tacita gara di superiorità. Lui contro di lei. Il dragone contro la farfalla. E nessuno dei due vinceva.
Tuttavia lui era eccitato. Dire che Bao Yi non fosse una bella donna era come bestemmiare in chiesa. Nonostante ciò, lui sapeva di doversi controllare.
Si posizionò col membro e i calzoni calati davanti alla figa della cinese e constatando che era già abbastanza umida, si preparò a entrarvi.

-Non voglio venire così, troietta! Voglio la tua passera.-, disse il grosso senza mezzi termini. Achiko desiderò ucciderlo, tantissimo.
Ma non poteva: non aveva armi e pur essendo brava era gracile. Se un suo attacco fosse fallito il tizio l’avrebbe annientata. O avrebbe rivelato tutto.
-Non sono… pronta.-, disse a mo’ di scusa. Lui le alzò il kimono, scopredo le mutandine in pizzo. Le lacerò. Incurante del possibile disgusto di lei, la sondò con un dito.
-Sei secca. Come diavolo fai coi clienti?-, chiese lui. La obbligò a chinarsi sui pacchi di panetti di coca.
-Per fortuna che ho qualcosa che può fare al caso mio…- lei sentì qualcosa di unto scivolarle sulla vulva, nella vulva. Con calma, diresse i pensieri ad altro.
Aveva appena inziato a ricordare una ragazza con cui aveva fatto del sesso fantastico che qualcosa di grosso e caldo le entrò dentro mozzandole il fiato.
-Così! Ti prego! Scopami!-, riuscì a urlare.
-Ti piace, eh?-, chiese lui, affondò fino in fondo. Lei strinse i pugni, sentì le lacrime pungerle gli occhi come spilloni. Si sforzò di apparire estusiasta.
-Siiii!-, improvvisamente lei la vide. Dimenticata. Protese la mano. Non bastò. Dovette allungarsi di più sui pani, offrendo ancora di più sé stessa a quell’assalto impari.

Bao Yi gemette. Quella posizione era da sottomessa ma a lei piaceva. Le andava benissimo. Per ora. Qi le entrava dentro con piccoli colpi, come a giocare con lei.
L’uomo si stava controllando ma lei sapeva che prima o poi avrebbe ceduto.
Voleva che le venisse dentro. Voleva che le godesse in pancia.
Voleva avere un figlio come lui.

L’uomo iniziò ad andare più a fondo. Niente. Quella posizione non permetta iniziative. Si fermò. Ci voleva un cambio di piani.
-Aspetta. Voglio farti provare qualcos’altro.-, disse.
Lei sorrise. Come se gli avesse letto nel pensiero, attese che lui si sedesse e s’impalò su di lui dandogli la schiena. L’uomo dovette fare uno sforzo bestiale per resistere e non venire. Bao Yi lo stava portando oltre il limite.
Improvvisamente recuperò la lucidità. In un istante, serrò un braccio attorno alla gola di Bao Yi. La cinese non capì, subito.
Persa nell’orgasmo della sua vita, difficilmente avrebbe potuto capire.
L’altra mano strattonò il capo in direzione opposta.
Il collo della donna si ruppe come un fuscello. Per assurdo, proprio in quel momento, lui godette. Dentro di lei. Il temporale fuori, che era iniziato nel bel mezzo dei loro giochi amorosi festeggiò la fine e l’inizio con un tuono.

Ignorando il dolore, Achiko si protese ancora. Il grosso sembrava ormai agli sgoccioli ma lei non avrebbe permesso una simile catastrofe. Essere lì a farsi possedere era già abbastanza. Il lato positivo era che la sua vulva ora sembrava accogliere di più lo scorrere del membro dell’uomo. Poco male. Proprio ora che non serviva.
La mano di Achiko riapparve con in pugno la sparagrffette che serviva a chiudere i pacchi. Sparò alla cieca e scalciò selvaggiamente dietro di sé. Il gigante gorgogliò e qualcosa di caldo e bagnato le piovve addosso. Si voltò.
Sangue. Le cambrette avevano colpito il grosso al collo. Agonizzava in mezzo alla sala.
Achiko soffocò un gemito dolente. Sangue usciva anche da lei. Quel bastardo l’aveva deflorata. Si asciugò con un fazzoletto tra le gambe. Danni collaterali. Si rirpese. Prese la pistola, occultò il cadavere e si fiondò verso il parcheggio. Trovò la sua auto. Accese, mise in moto dalla prima alla quarta.
Sgommò fuori dal parcheggio.

-Mia signora. Tutto bene?-, chiese una voce. Una delle ragazze, sicuro. Lui non rispose ma poco dopo lei entrò. E la vide. Fece per gridare ma l’uomo fu più rapido. Aveva ripreso la pistola un istante prima. Double-tap al petto. La giovane asiatica andò giù in uno schizzo cremisi.
Lui la saltò, era, si fiondò verso la porta dopo aver preso Tanto, chiavetta dal kimono di Bao Yi ed essersi rimesso i calzoni. Preso da un ispirazione improvvisa, prese una delle lampade.
A olio. La gettò accanto ai cadaveri. Fumo e fiamme. Sicuramente nella sala non c’erano rilevatori. Quell’Inner Sanctum del demonio sarebbe bruciato all’inferno!.
Lui non attese di vedere se quel che aveva pianificato avesse funzionato.
Vide la macchina di Achiko, una Smart. Piccola. Fottutamente piccola. Ma veloce. Probabilmente truccata. La ragazza inchiodò.
-Sali!-, gli gridò. Scamagliata, sporca di sangue e decisamente mal messa, sembrava aver attraversato l’inferno. Lui eseguì. Lei partì in quinta. Gli passò il telefono straccione. L’ultimo. Lui chiamò.
Due secondi dopo, nuovi tuoni esplosero.
E dall’Airone Selvatico promanarono grida di terrore.

Achiko guidò sino alla costa. Non parlarono. Non ne avevano motivo. Si fermò davanti al blu di una distesa d’acqua quasi infinita allo sguardo.
-La chiavetta.-, disse solo. Lui gliela diede. Che altro dire? Lei la tenne in mano, come a voler essere sicura che fosse reale. Lui si voltò. Aveva parecchia strada da fare.
-Che farai ora?-, chiese lei, sorprendendolo con quella che sembrava genuina preoccupazione. Lui sorrise. Guardò l’alba nascente.
-Seguirò la mia strada.-, disse solo.
-Grazie.-, disse lei. Lui accettò il ringraziamento con un cenno del capo.
-Devo andare.-, disse lei, -Ho un traghetto da prendere. E un aereo dopo.-, lui la guardò.
Cercò di pensare che la sua sofferenza potesse essere servita a qualcosa. Sicuramente Bao Yi e l’Airone avevano chiuso. Decapitata, l’organizzazione di Yi si sarebbe ritorta su sé stessa. Forse sarebbe arrivato un nuovo leader. Ma ci sarebbe voluto del tempo.
E la notizia della morte di Bao Yi, le leggende, avrebbero fatto in modo che ne passasse parecchio. Forse abbastanza da non essere più un suo problema…
La Danza della Farfalla d’Acciaio e del Dragone Qi era finita.
-Possa tu trovare pace.-, disse soltanto. Lei annuì e ricambiò l’augurio, incamminandosi.
In fondo, esseri come loro erano rari. Guerrieri pronti a dare tutti sé stessi perché altri potessero dormire tranquilli nei loro letti, beatamente ignari della verità.
End Notes:
È stato un capitolo difficile ma l'ho lavorato anche in breve tempo, modestamente. Spero vi piaccia.
Commenti e/o critiche su:
aleessandromordasini@gmail.com
La notte dei demoni by Rebis
Tempo dopo, in una località sconosciuta.
Rap sudamericano, immondizia cacofonica pompata a volume quantomeno elevato.
Copriva un altro rumore, molto più melodioso, a suo modo.
Il canto della cantante, una misconosciuta stella del panoama musicale del Brasile, faceva da contraltare ai gemiti, ai grugniti, alle urla e ai sussurri.
L’uomo continuò a pompare. Ancora e ancora. Dentro e fuori. Il pene scivolava nella vagina ben lubrificata da madre natura. La donna, distesa sul letto sfatto subiva gli assalti del pusher con entusiasmo contenuto, elogiandone le doti d’amatore.
Lui gustava quel corpo. Ancora e ancora.
Non era realmente un grande amatore e se la donna avesse potuto scegliere, avrebbe decisamente fatto a meno di farlo con lui.
Ma non poteva. La periferia era anche questo: anime dannate che concedevano a ulteriore dannazione per poco. Illusi che cercavano un paradiso senza trovarlo.
E lei le scelte le aveva lasciate dietro di sé. Molto tempo prima.
Quando, vedendo il frigo vuoto, aveva deciso di concedersi al primo che passava.
Di vendere sé stessa.
Non le c’era voluto molto: le piaceva e bisognava dire che la natura era stata generosa con lei. Oltre a un seno non da poco, le aveva elargito anche natiche notevoli e, dulcis in fundo, una notevole porcaggine.
Lui venne, per la seconda volta. Era già venuto durante il pompino che lei gli aveva superbamente fatto. Lei contrasse il viso in una smorfia di piacere. Pur limitato dal condom, il piacere di sentirlo sborrare fu cosa notevole. O almeno così a lui apparve. Lei lanciò un urletto poco dopo, godendo. O così lui credette. Crollarono nel letto.
-Sei stata fantastica.-, disse lui.
-Anche tu.-, disse lei con un sorriso. Lui sorrise. Lei non lo pensava davvero. Pochissimi si erano meritati realmente quel complimento abusato. E Augustus el Rey non era tra questi.
Sebbene lui fosse di ben altra opinione.
“Potrai dire a tutti che ti sei scopata el Rey!” le aveva detto all’inizio. Lei aveva finto entusiasmo. In realtà per lei, lui e il suo arnese erano solo un normalissimo turno di lavoro.
Nulla di speciale o ecclatante. I tipi come quello e anche i ricchi del Centro erano tutti uguali. Tanto fichi, tanto a far i superiori ma poi, calate le braghe erano esattamente come gli altri. A volte anche meno. El Rey, per dirne uno, si era fatto un pastiglione di Viagra. Aveva retto per tutta la notte ma lei aveva conosciuto gente meglio fornita e meno impasticcata e preferiva quelli che erano dotati per natura…
No. Decisamente lui e i ricconi non potevano capire. Avevano però una cosa in comune con lei. La cercavano per il sesso, per fare tutto quel che non potevano fare con le mogli o le compagne ufficiali, così bigotte e ben pensanti. La elogiavano ma alla fine la consideravano solo questo: una preda, una cavalla da monta. Che poi fosse la monta della loro vita, buon per loro.
E così lei considerava loro. Portafogli col cazzo, affittuari ad ore della sua intimità. O del suo corpo in generale. Cosa cambiava?
Niente. Erano tutti li per la stessa cosa, lei e loro.
Il potere. Lei voleva il potere con cui tirare avanti. Loro volevano il potere su di lei. Il potere di osare il proibito. In diverse versioni.
El Rey in questo senso era ancora stato moderato… Almeno lui era uno solo.
Uno stronzo pieno di soldi del centro invece aveva chiesto qualcosa di diverso. Un vecchio di almeno sessant’anni, aveva preteso che lei si facesse lui e i due figli. Un’orgia che l’aveva sfiancata. Quelli stronzi si tenevano su con eccitanti vari. Lei solo con le sue forze. A colpi di coca e viagra nero made in India erano andati avanti dal tramonto sino all’alba.
Scopandola in più posizioni, tutti assieme, insultandola come una cagna, con lei che annuiva, accettava, ammetteva di essere ciò che non era. Senza peraltro godere molto. Quando lei aveva fatto venire per la terza volta l’ultimo di loro, ricordava solo un’estrema stanchezza, un ottudimento mentale come pochi e un odio profondo verso sé stessa per l’aver accettato quel contratto. Ma sapeva anche di non poter fare altro.
Era la sua vita e ormai non poteva più cambiarla. Ricoperta del seme di tre uomini e riempita più volte da tutti in almeno un orifizio, aveva fatto rapidamente una doccia in un bagno grande come casa sua, si era rivestita (ringraziando che nessuno di loro avesse progettato di venirle sui vestiti…) aveva preso i soldi… Un compenso che era almeno il quadruplo del solito. Ma quel tizio non l’aveva fatto per generosità: quello stronzo l’aveva filmata. E lei non poteva denunciarlo, dato che teneva in pugno i tribunali e la polizia. Un’industriale figlio di troia che non meritava quel che aveva. Che viveva sulla sua miseria e quella degli altri.
Lei aveva preso i soldi e se n’era andata, muta e decisa a non tornare mai più.
Il vecchio era morto un giorno dopo. Qualcosa alle coronarie, dovuto forse all’uso di sostanze… “Che strano! Ma allora una giustizia esiste!”
El Rey invece… Ancora poca roba. Non aveva chiesto nulla di eccessivo.
Però come loro era pieno di sé. Un tizio con legami con la mafia sudamericana, con i marimberos (i produttori di coca) del Brasile e della Colombia.
E ora, calmo, si accendeva una canna. Lei, stesa sul letto come una grande pantera nera, lo sentì divenire piccolo e scivolarle fuori. La trovò una liberazione.
Ma non lo era.
-Con questo siamo pari?-, chiese lei alzandosi a sedere. Lo stronzo era anche quello che gestiva il racket di prostitute sotto cui lei lavorava. Molte di loro, lei inclusa, pagavano in natura.
-Lo saeremmo. Peccato che hai saltato gli ultimi due pagamenti.-, rispose lui.
-Sei venuto due volte.-, osservò lei voltandosi a guardarlo. Si trovò a guardare in bocca a una pistola. El Rey rise, facendo nebbia nella camera. Lei tossì. Non era molto abituata alla ganja.
-Vedi, guapa, tu hai fatto sconti, promesse e poi ti tieni tutto. Non va bene così. Le ragazze prima o poi lo sapranno e io dovrò dare l’esempio.-, disse lui. Lei capì che sarebbe morta lì.
-Faccio quello che vuoi.-, sussurrò, implorante. Una frase di rito che coi clienti scatenava voglie e apriva portafogli e che con lui, forse, avrebbe rimesso la sicura alla pistola.
-Troppo tardi, guapa. Sei indietro.-, disse lui, non senza uno sguardo.
Meccanicamente lei aprì le gambe. Ma lo sguardo di lui rimase fermo, concentrato.
-Hai una sorella, vero? E una figlia.-, chiese lui.
-Loro non c’entrano niente.-, ringhiò la nera. Il latino sorrise.
-Loro c’entrano. Sono mie. Tanto quanto te. So che non battono e credo sia ora di farle iniziare. Facciamo così. Portami tua sorella e io sorvolerò sul tuo mancato pagamento, puta.-, disse lui. L’orrore affondò nell’animo della donna.
-Dev’esserci un altro modo! Ti prego, Augustus… È per evitarle questa vita che faccio quel che faccio.-, disse lei. Aveva le lacrime agli occhi. Lui sorrise, pensieroso e forse benevolo. Temporeggiò. Lei valutò la possibilità di prendergli in bocca il pene per ingraziarselo quando lui la guardò e decise.
-E sia. Un’altra settimana.-, disse infine. Lei impallidì
-È troppo poco… Sono sotto di almeno duemila…-, mormorò lei.
Lui mise la pistola sul mobile che usava come comodino. Un mobile devastato e sporco.
-Affari tuoi, puta. Tu sei brava ma non sei essenziale. Non ci metto niente a trovarne un’altra uguale a te. Avrai una settimana. Non di più. E se pensi di poter scappare, sappi che so dove abitano i tuoi. Se stavolta sbagli, pagherete tutti. Tu forse morirai o forse prima vedrai me e i miei fratelli farmi tua sorella e tua figlia.-, disse El Rey calmissimo finendo la canna. Gliela offrì. Lei la prese. Fece un paio di tiri. Non c’era abituata ma la ganja assurdamente le snebbiò la mente.
E capì cosa fare. Appena riuscì ad alzarsi, afferrò lo string. El Rey la guardò e scosse il capo. Lei imprecò. Ma cedette. Che altro poteva fare? Lasciò cadere l’indumento aprendo la mano. Ennesima resa, ennesima concessione.
Prese il top viola e poi la T-Shirt. Infilò i leggins e trovò l’impermeabile poco più in là.
-Ci vediamo tra una settimana, puta!-, esclamò lui mentre il canto cacofonico della repper ricominciava dopo la tregua che aveva loro concesso…
Lei imprecò, strinse i pugni con rabbia. Uscì. Il freddo la avvolse. Il sole era lontano. Il cielo limpido non le trasmetteva felicità o gioia. Frugò in una tasca. Alla ricerca disperata del suo cellulare. Trovato! Lo prese. Compose il PIN. Cercò nella rubrica il numero che le serviva. Il solo in grado di aiutarla.

La lama tagliò l’aria davanti a sé. Il taglio era perfetto. Totale. L’uomo non si fermò. Entrò nella guardia dell’altro, bloccandolo contro la parete. Il rumeno biascicò qualcosa prima di beccarsi tre palmi di lama tra le costole. Sussultò e, in un tempo brevissimo, rese l’anima al suo dio imputridito, per poter essere accolto nel paradiso dei bastardi.
L’uomo estrasse il Tanto. Lo schizzo rosso scuro, quasi nero, lambì il vuoto.
Il bastardo era morto. Rimasto solo in una stanza in cui la morte aveva imperato, l’uomo ripulì la lama sulla veste del bastardo. Rinfoderò l’arma. Si guardò attorno. Trovare quel bastardo di Mikahil Borich aveva richiesto meno di tre giorni.
Ma il problema era stato abbatterlo. La guardia del corpo del maledetto, armata di una Desert Eagle aveva opposto una discreta resistenza. Morto lui il capo si era rifugiato in casa. Una casa monofamiliare. Una rarità in Periferia.
Mikahil l’aveva comprata coi soldi della droga. E delle armi. Pistole soprattutto. Ma la merce la teneva in magazzini. Tre. Uno dei quali bruciava, i due sgherri dell’ucraino all’interno erano solo un aggiunta al rogo. Così come lo era ora lo stesso Mikahil.
Il trafficante era morto, la sua anima aggiunta alla collana di morti che l’uomo aveva mietuto. Non era stato semplicissimo. Era servito osservarlo, conoscerne la routine, studiarne le abitudini, come un cacciatore doveva fare con la sua preda.
La casa aveva un’antifurto. Ma lui era entrato esattamente quando l’ucraino l’aveva disinserito per poter entrare a sua volta, non visto. Poi l’aveva atteso. La guardia del corpo era morta, due proiettili da nove millimetri piantati in petto. I buchi nell’intonaco testimoniavano la scarsa precisione. Una bionda, forse la compagna di Borich, era arrivata dal piano superiore con una MAB in pugno. La raffica aveva sventrato mobili, traforato l’intonaco e mancato lui. Quasi totalmente almeno. Sentiva un dolore sordo alla spalla destra. Quella troia lo aveva centrato. Lui invece aveva risposto con pochi colpi mirati. Centrata tre volte lei era caduta a terra e lui aveva pietosamente dato il colpo di grazia con un double tap al petto e alla testa, prima che la sua arma s’inceppasse a causa di un bossolo incastrato nella finestra di eiezione. Tagliando la ritirata a Mikahil l’aveva sospinto verso il suo ufficio dove il trafficante aveva aperto la cassaforte e tentato di afferrre un revolver. Inutile: il Tanto aveva già morso la carne dell’uomo, scavandosi un tunnel sino al cuore nero di quell’essere che prosperava sulle morti altrui.
Fine dei giochi.
L’uomo tolse la giacca, andò verso il bar nella cucina, recuperò una bottiglia di rum. Lo versò sulla ferita. Tamponò con carta da cucina. Rimise l’impermeabile. Lasciò là la pistola scarica ma prese il revolver di Mikahil. Non era un mero trofeo: lui stava combattendo una guerra e combatterla senza armi implicava perderla molto in fretta.
Non che lui fosse destinato a vincerla facilmente. Sapeva di stare affrontando un nemico multiforme e risorgente. La spalla protestò quando sollevò una maniglia.
Per rimettersi veramente in sesto avrebbe dovuto attendere. Uscì da una finestra proprio mentre giungevano le auto della polizia. Li vide di sfuggita mentre se ne andava camminando. Due agenti non esattamente entusiasti procedevano cauti lungo il viale d’ingresso. Ma lui era già oltre. Si mimetizzò tra gli abitanti del quartiere perbene (?) della Periferia. Da lì ci avrebbe messo poco a tornare a casa.

Quando arrivò incominciò a ricucirsi la ferita. Strinse i denti mentre avvicinava i bordi slabbrati della ferita e incominciava. Il suono improvviso del campanello lo sconcentrò. Imprecò mentre andava a rispondere al citofono.
-Pronto!-, ringhiò.
-Sono io, Lucy. Apri. Ho bisogno di parlarti.-, disse la voce della bella nera che solo una settimana prima aveva incendiato una notte di passione.
Lui valutò la possibilità di non aprire. D’altronde lei aveva già visto e saputo molto. Troppo.
Lui era un guerriero, un assassino. Non era bene che qualcuno gli si avvicinasse tanto.
E quella nera il cui mestiere era il godimento e la passione, si era già avvicinata più di quanto lui avesse mai permesso ad anima viva.
Tuttavia qualcosa gli diceva di farla entrare. Una sensazione. E lui aveva imparato a seguire le sensazioni come quella. Aprì la porta.
Andò a sedersi. Lucy entrò. Capelli scamagliati, trucco un po’ sfatto, decisamente nei guai.
-Ti prego… Devi aiutarmi!-, iniziò, -Nessun’altro lo farà.-.
Lui temette per un istante di sentire la frase, la stessa che i suoi amici gli rivolsero a più riprese. Quella stessa frase che trasformò molti di loro e lui non per ultimo.
-Cosa succede?-, chiese mentre tentava di ricucirsi.
-È El Rey… Ho sbagliato ma ora lui… se la prenderà con tutta la mia famiglia e in una settimana…-, l’afroamericana scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani.
-Un momento. Ricomincia da capo.-, disse lui a denti stretti. Lucy smise di piangere, come per miracolo. Lo guardò, come a valutare la ferita e a indovindare dove o come l’avesse subita. Lui alzò gli occhi al cielo, quello che sapeva essere vuoto.
-Un trafficante d’armi con un paio di amici.-, tagliò corto lui. Non amava quei momenti e meno lei e chiunque altro avessero saputo meglio sarebbe stato per tutti.
-Vuoi una mano?-, chiese lei, -Posso aiutarti.-.
Lui sospirò. Gli sarebbe stata utile una mano.
Annuì. Lei andò a lavarsi le mani. Tornò poco dopo. Rivederla e sentire le sue dita sulla sua pelle scatenò nell’uomo un eccitazione come poche. Il dolore gli restituì lucidità.
-Il mio protettore, Augustus El Rey mi ha dato un ultimatum. O trovo i soldi per pagarlo o ucciderà me e manderà a prostituirsi mi sorella dopo aver ucciso tutto il resto della nostra famiglia.-, disse lei. Lui sospirò. Odiava sentire chiedere aiuto. Odiava quando qualcuno gli si rivolgeva a quel fine. Lo odiava perché gli ricordava lei. Che gli chiedeva un altro po’ di soldi, per il suo personale inferno. Eppure…
-Quanto gli devi?-, chiese lui mentre lei finiva.
-2000 circa.-, disse lei. Si alzò dalla sedia una volta finito il lavoro e taglio il filo. Lui notò una chiazza scura sui leggins. Non portava mutandine? Il suo sesso s’inturgidì apprezzando la vista. Lucy si rimise a singhiozzare e lui forzò la sua libido a starsene a cuccia. Non era il momento. E la libido ubbidì. La sua volontà era d’acciaio.
Non era un animale. Certo, aveva fatto e faceva cose indegne di un uomo e ammetteva che dentro di lui esisteva un lato selvaggio pronto a esplodere. Ma non era una bestia.
Non ancora.
-Io non posso darti una simile somma.-, disse lui. Era vero. Quella casa e il cibo prosciugavano tutto quel che guadagnava. Non che guadagnasse moltissimo comunque.
Lucy lo guardò. Lui la guardò di rimando.
-Sei l’unico che può aiutarmi… Tutti gli altri mi hanno chiuso la porta in faccia.-, Eccolo.
Il remix riproposto di una storia che lui già conosceva. Il tono di Lucy aveva lo stesso bisogno della ragazza. Lui la odiò. E poi odiò sé stesso. Che colpa ne aveva lei?
Nessuna. Uno dei colpevoli era finito all’altro mondo. Gli altri, quali che fossero, prima o poi avrebbero pagato. In quella vita o nella prossima.
No. Per lei lui non aveva soldi da dare. Ma… La guardò.
-Dove abita?-, chiese.
-Lo vuoi…?-, chiese lei.
-No. Ci parlerò. Sono convinto che riuscirò a persuaderlo a lasciati stare.-, ribatté lui.
In realtà sapeva benissimo che non sarebbe mai stato così. Conosceva troppo bene la tipologia. Gli uomini si uccidevano sempre per motivi futili. Denaro, potere, credenze, donne, onore, terra. C’era solo un motivo per cui lui riteneva ammissibile togliere una vita.
Ed era per salvarne altre.
Lucy lo guardò. Speranzosa, timorosa e forse anche un po’ delusa.
Lui espirò. Le sorrise.
-Farò sì che tu non abbia problemi.-, promise. Lei si permise di sperare.E lui pregò di poter mantenere quella promessa. La prima dopo tanto tempo a un essere che non era sé stesso. Lei annuì.
-Posso restare da te, per oggi?-, chiese. Lui annuì.
Il bacio che lei gli diede fu rapido e commovente a un tempo.
Lui attese che fosse lei a ristabilire la distanza. Quando uscì dalla sala, lui cercò di scuotersi. Inutile: Lucy aveva messo in moto una catena di eventi il cui solo finale poteva essere la morte di Augustus El Rey. Non che fosse un male. Augustus era un pusher, un ennesimo mercante di decadenza e morte. E uno sfruttatore di donne.
Lui le aveva viste per strada: ragazze di vent’anni dipendenti da sostanze che lui forniva, costrette a vendersi. La parte peggiore era che per loro non ci sarebbe stata redenzione. Solo una lunga vita di sofferenza e illusioni. Per poi un giorno morire senza che nessuno le ricordasse. Lucy era una rarissima eccezione. Non lo faceva per sé. Lo faceva per sua figlia e sua sorella minore. E avrebbe continuato a farlo per loro.
C’era anche da dire che, a differenza di molte altre, lei faceva quel che faceva anche con una certa passione, o almeno così era stato con lui. In ogni caso, l’uomo immaginò che c’erano chissà quante ragazze che si prostravano, che mangiavano dalle mani di Augustus El Rey, odiandosi per non poter fare altrimenti.
Andò a letto. Lucy dormiva già, coi pugni serrati, in preda a sogni non esattamente pacifici.

L’indomani si alzò prima di lei. Fece i suoi esercizi in silenzio. Si servì un bicchiere di succo d’arance multivitaminico e rimase seduto per un istante.
Uccidere El Rey avrebbe cambiato qualcosa e solo per breve tempo. Già lo sapeva.
Nulla cambiava davvero: per ogni Priest, Yi o El Rey rimossi dall’equazione, un altro sarebbe giunto. Eppure…
Anche se era solo per pochissimo tempo, forse quelle persone sarebbero state libere. Libere di vivere senza paura, senza la droga. E forse anche libere di vivere davvero.
Se solo avessero voluto. Per quello lo faceva.
Era una riflessione che affrontava spesso. Aveva sentito di come l’Airone Selvatico avesse chiuso e poi riaperto i battenti sotto nuova gestione, sotto un nuovo proprietario.
Che perlomeno, non trafficava in droga. Almeno all’apparenza. L’organizzazione di Bao Yi aveva subito un colpo che l’aveva portata a recedere. Si sarebbe ripresentata, certo. Come un cancro, appunto, ma a suo tempo. I moltissimi pusher che aveva lasciato indietro si erano dati alla macchia. I pochi con il fegato o la disperazione sufficiente a restare in zona si erano venduti a qualche altro boss, i più avevano fatto fagotto e se n’erano andati dopo aver venduto le ultime dosi. Forse erano tornati in Cina…
Ma poco importava. La Periferia era un terreno insterilito, mutato da decenni di corruzione. Il governo se ne fregava. Finché il marcio restava dove nessuno lo poteva vedere, per loro tutto bene. Quella situazione era iniziata molto tempo prima. L’inizio del male era da ricercarsi negli anni antecedenti alla sua nascita.
Quando il male aveva preso il sopravvento su quello che ormai era vuoto buonismo.
E poi, quando i “buoni” avevano dopo pochi anni smesso di agire. Smesso di chiedere che le cose migliorassero, capitolando all’assedio che ogni giorno subivano.
Distratti da pubblicità ingannevoli, offerte vuote, sesso in vendita, sostanze che permettevano loro di non vedere lo squallore in cui la loro casa stava precipitando.
In effetti tutti avevano deciso di rifugiarsi nella loro piccola e personale nicchia di falsità.
Tranne lui, che a un certo punto non aveva più potuto mentire a sé stesso.
Sentì dei passi dietro di sé. Lucy.
-Accomodati. Ti ho fatto del caffè.-, disse lui. Lei si sedette. Indossava solo la maglietta, senza reggiseno e i leggins. Sembrava più serena.
-Lui abita lungo la zona costiera. Abita in un piccolo quartiere quasi esclusivamente latino. Quei bastardi sono tutti gente che fa parte della sua gang.-, disse lei.
Lui annuì. Calmo. Concentrato. Lei lo guardò.
-Lo ucciderai?-, chiese. Domanda inevitabile.
-Lo metterò in condizione di non nuocerti.-, rispose lui, evasivo.
-Non lo dirò in giro…-, sussurrrò lei. Bevve un sorso di caffè.
Lui sospirò. Non amava quel che faceva ma semplicemente non era in grado di fare altro.
Aveva tentato di avere una vita normale, come tutti e aveva scoperto che gli faceva schifo.
-Lo ucciderò solo se non mi lascerà altra scelta.-, disse infine.
Lei annuì. Si alzò.
-Devo andare.-, disse, -Devo tornare a casa.-.
Lui annuì. Si alzò per accompagnarla sino alla porta.
E appena lui aprì, lei si aggrappò a lui e lo baciò. Fu un bacio lungo, non il preludio alla passione e al desiderio che avvampavano dentro lei e lui ma il bacio di commiato di una donna che attendeva il suo uomo al termine dell’ordalia che lui avrebbe dovuto attraversare. Durò almeno due minuti, poi Lucy uscì.

Il genere era cambiato. Ora era Daddy y Yankee a cantare.
Non che cambiasse la situazione, però. Anzi!
Stavolta la partner di El Rey era una bionda. Una stupida drogata, forse sottopeso a giudicare dalla magrezza che non esitava a darla via a cani e porci.
La giovane si era rivolta a lui per un po’ di neve (gergalmente, cocaina). El Rey però non dava niente per niente e quella non aveva che una cosa da dare.
La bionda dai capelli lunghi stava succhiandoglielo a quattro zampe. Non certamente un trattamento imperiale, bisognava dirlo ma s’impegnava. La sorella della bionda, distinguibile solo dai capelli corti e un piercing all’orecchio destro, stava gratificando sua sorella di un po’ di sano sesso orale in versione saffica e, a giudicare dai gemiti dell’altra, non sembrava neppure star facendo un lavoro spiacevole.
La performance orale della sorella (che insieme all’altra sarebbe stata retribuita di una bella dose di coca), era incrementata dalle spinte pelviche del fratello di El Rey, il cui membro entrava e usciva dal sedere della bionda.
Dopo i primi minuti in cui le due sorelle ci avevano messo qualche istante a carburare, l’orgia era iniziata con una pompa per i fratelli. Le due si erano poi sbizzarrite in un sessantanove tra loro e poi avevano iniziato a scopare con El Rey e suo fratello.
Ma se all’inizio Marcos si era accontentato della vulva stretta della sorella minore (appena diciottenne) dopo un po’ aveva desiderato qualcos’altro ed El Rey aveva sottolineato che negando a Marcos ciò che voleva, il patto sarebbe stato considerato infranto.
Allora, sottomessa, la più giovane aveva offerto l’orfizio posteriore. L’urlo che aveva lanciato all’invasione del suo sfintere da parte del non esattamente piccolo pene di Marcos aveva raggiunto un volume quasi doppio alla musica sparata dall’impianto stereo. Ma poi si era abituata e ora, aiutata dalla sua stessa mano che scavava tra le sue profondità, accoglieva quegli assalti con gemiti compiacenti.
La sorella maggiore si tolse il pene di El Rey di bocca per lanciare un grido che terminò il un orgasmo. El Rey le riprese la testa e le affondò il pene in gola. La bionda continuò la pompa. Poco dopo, El Rey godette in bocca alla troia.
Si distese sul letto. Rilassato. Pensando che il vero potere non fosse politico, o militare, o religioso. No. Il vero potere era quello. Era poter costringere gli altri a fare ciò che si voleva. Fino addiritura a far loro amare quello stato di servilismo.
Avrebbe potuto ordinare alla maggiore di sgozzare la minore e poi mangiarsela e lei l’avrebbe fatto per quella singola dose.
Ma comunque, non l’avrebbe mai ordinato. Non era da lui. Lui non era un selvaggio.
Lui era un re.
Si rivolse al fratello che si stava rivestendo confabulando in portoghese.
Lui uscì. Le due guardarono El Rey supplicanti, imploranti.
“Potrebbero mangiare la mia merda, se lo chiedessi”, pensò. Sorrise loro, rassicurante.
-Un patto è un patto.-, disse. Si distese sul letto, la canna perennemente in mano. Dopo una notte a base di coca e figa un po’ di relax era d’uopo.
Il fratello tornò e diede loro due bute di polverina magica.
Le due sorelle sorrisero. Si rivestirono e se ne andarono. La minore zoppicava un po’ a causa della sodomia imprevista.
-Torneranno.-, disse Marcos, -Tornano sempre.-.
Augustus annuì. Loro alla fine erano re della coca. Gli Imperatori del loro giro.
-El Chapo ha chiamato.-, disse Marcos.
-Mierda!-, El Chapo era il contatto cui loro facevano riferimento.
-Dice che passa stasera per la sua parte.-, disse Marcos, impassibile.
Augustus sbuffò. Quel lavoro non finiva mai! Si rivestì pigramente.
-A volte credo che dovremmo smetterla. Prima o poi qualcuno verrà a farci fuori.-, disse Marcos. Augustus s’irritò a quelle parole.
-Hermano, che vuoi che succeda? Siamo i re di questo quartiere. Se vuoi fermarti fallo. Io non lo farò. Siamo destinati alla grandezza.-, rispose lui. Prese una busta di coca e usando una carta di credito fece una striscia. Tirò. Pura elettricità nei neuroni. Buona.
-Quella roba ti rovina, fratello. Nostro padre diceva che solo gli idioti si fanno di ciò che spacciano.-. disse Marcos. Lui coca mai ne aveva toccata. Una canna ogni tanto ma roba così pesante mai. Augustus sbuffò. Quando suo fratello iniziava con le prediche…
Ma stavolta Marcos dovette capire: smise di parlare e poi, improvvisamente, uscì.
“Tanto meglio per me. Smettere! Ma che gli piglia a quello?!”. Augustus pensò che avrebbe richiamato volentieri una delle bionde ora che il suo organismo sovreccitato dava segni di rapida ripresa. Poi però si fermò. Non era il caso.
El Chapo stava arrivando e lui doveva essere in forma, presentabile.

Marcos uscì. Superò il piantone colombiano che vegliava sul loro quartier generale e si fiondò nelle strade animate da voci spagnoleggianti.
Perché quell’ignorante di suo fratello non voleva capire?
Perché non voleva provare a fermarsi, tentare un’altra strada?
Era così innamorato del potere da aver dimenticato di quando giocavano insieme, nelle strade delle favelas di Brasilia? Di quando il padre aveva dato loro l’estremo saluto lasciado a entrambi i risparmi di una vita perché uscissero dall’oscurita?
Marcos aveva messo a frutto quei risparmi: si era laureato in diritto ed era diventato avvocato. Uno dappoco, senza uno studio o rispetto dagli altri membri dell’ordine che lo ritenevano un poveraccio, ancora legato alle sue origini.
Augustus, che all’epoca si chiamava Almicar, spese tutto in coca. La rivendeva a prezzo maggiorato. Al secondo acquisto eliminò la concorrenza, piantando un coltello in gola al pusher. Aveva diciassette anni.
La Favela era il loro mondo ma non era il Mondo. Se ne resero conto quando gli amici del pusher vennero da fuori e uccisero la loro famiglia. Marcos pianse quel giorno. Augustus invece no: preferì trasformare il dolore in rabbia, mettere sotto l’intero cazzo di pianeta.
In tre anni erano arrivati in alto. O meglio, Augustus l’aveva fatto. Marcos si era tenuto ai margini, aiutandolo quando poteva e per come poteva.
Assassinii, incendi, scambi sottobanco, contrabbando. Andarsene dal Brasile fu difficile ma dopo cinque anni dall’assassinio del Pusher, ce la fecero.
Marcos aveva ventisette anni. E aveva continuato a tentare di prendersi cura di suo fratello. Nonostante questo scivolasse lentamente nell’abbraccio del potere.
Alla fine erano approdati alla Periferia. E presto erano diventati parte dell’aristocrazia malata e marcia degli spacciatori di quel posto.
Ma a Marcos quella vita non piaceva. Non importava cosa il fratello gli desse. Lui voleva qualcosa di normale. Una moglie. Dei figli. Un lavoro che non implicasse girare col ferro alla cintura. Una professione che non gli facesse schifo.
Invece aveva solo ottenuto più ricchezza. Guadagnava più di quanto suo padre o suo nonno avessero mai osato sognare. Si era buttato sulla religione a corpo morto, cercando nel silenzio delle chiese il perdono e la pace ma presto aveva capito che non competeva a Dio perdonarlo. No. Competeva unicamente a lui. Dio non poteva fare alcunché.
E d’altronde perché avrebbe dovuto? Perché avrebbe dovuto Dio salvare lui, che non meritava salvezza. Che offendeva la divinità con ogni suo respiro.
La sola cosa che gli aveva impedito di crollare era stata la consapevolezza di dover ancora provare a salvare suo fratello.
A salvarlo da sé stesso. Da quella vita che lui sapeva, sentiva, lo avrebbe ucciso.
Entrò in chiesa. Lo faceva ormai per routine.
Si inchinò segnandosi con l’acqua benedetta. Parte di lui sperò, pregò che l’acqua incendiasse il suo corpo marcio e la sua anima putrida.
Lo meritava. Pienamente.
S’inginocchiò davanti all’effige dell’uomo che era morto anche per i suoi peccati che continuava imperterrito a commettere.
Conosceva le preghiere. Ma nessuna poteva esprimere quel che sentiva. I preti non l’avrebbero mai potuto capire.
-Dio. Se ci sei… Aiutalo a capire!-, disse soltanto. Infuse in quelle parole la massima fede.
L’eco delle sue parole si spense.
-Dio è morto.-, disse una voce. La blasfemia annichilì i sensi di Marcos.
-Dio morì millenni fa.-, continuò la voce. Marcos si voltò.
-El Chapo…-, sussurrò. L’uomo gli sorrise.
-Augustus mi ha detto che hai strane idee… Mollare e tutto il resto.-, chiese. Marcos non rispose. Non aveva risposte. Essere tradito così per della droga...
-In questo giro nessuno molla.-, El Chapo estrasse una pistola. Tolse la sicura.
-Nessuno viene assolto.-, puntò. Armò il cane.
-Nessuno viene redento.-, BANG! Il boato fu centuplicato dalla navata della chiesa. Tre vecchiette uscirono in fretta e furia. Il prete fece per protestare ma un occhiata del guardaspalle di El Chapo mise a tacere ogni rimostranza.
Marcos guardava davanti a sé. Il proiettile di El Chapo aveva centrato il crocifisso facendone scempio. Una blasfemia.
-Il prossimo sarà per te. Se non capisci la lezione.-, disse El Chapo voltandosi. Lasciò Marcos ai suoi pensieri.

L’uomo fendeva la folla lungo i moli del porto. Le poche barche ormeggiate apparivano abbandonate. Il quartiere latino non aveva un vero inizio o una vera fine. A differenza di Chinatown si estendeva lungo tutta una serie di quartieri grazie alla mera presenza dei sudamericani. Era un terriotrio controllato dalla gang di El Rey.
L’aria si riempì di voci spagnole, portoghesi. Parlate argentine, cilene o boliviane persino.
L’uomo continuò a camminare. Si fermò a un bar. “El perro muerto”.
“Simpatico…”, pensò lui. Come un calcio nei coglioni dato da David Beckham.
Entrò. La barista era una donna grassoccia. Le cameriere avevano lo sguado di chi ne ha passate tante e non ce la fa più. Ma non erano loro a interessargli. Gli interessava Augustus El Rey.
-Chi cerchi, amigo?-, chiese una voce. Un tizio con degli occhialini, canuto. Un vecchio.
-Cerco Augustus el Rey.-, risposle lui. L’atmosfera sembrò raffreddarsi. Di fatto una delle cameriere, a portata d’orecchio, sussultò. Il nome di quell’uomo pareva un anatema.
-El Rey non è uno che viene cercato. È uno da cui si viene convocati.-, disse il vecchio.
Gesticolò alla barista. –Una Tequila, mi amor! E una anche per il mio hermano.-, ordinò.
L’uomo scosse il capo. Non amava la tequila. A dire il vero gli alcolici in generale ultimamente li evitava.
-Non amo gli alcoolici. Dammi solo dell’acqua e siamo apposto.-, disse.
-Bueno, puto.-, disse il vecchio. Evidentemente trovava disdicevole che un uomo non bevesse alcool. Si sparò lo shot di tequila in un sorso.
-El Rey è il gran capo di questo quartiere. Fa girare l’economia! Tu sembri uno che ha bisogno di due cose: svago o un lavoro ed El Rey può darti entrambe, entiendes?-, la parlata del vecchio mischiava lingue come se niente fosse.
-Capisco.-, disse l’uomo.
-Io conosco il fratello di El Rey. Te lo presento se vuoi. Lui ti farà incontrare il grande capo. Ovviamente non è gratis compriende, amigo?-, offrì il vecchio.
-Compriendo.-, disse lui. Estrasse il portafoglio e buttò due banconote da duecento in mano al vecchio.
-Bueno! Andiamo!-, disse questo. Si alzò con passo malfermo, salutò la barista e una cameriera particolarmente piacente dopo aver pagato la tequila.
Uscirono e il vecchio condusse l’uomo in un vicolo.
-Marcos, el hermano di El Rey è un avvocato, sissignore! Uno in gamba. Conosce tutti i trucchetti della legge. Per questo El Rey non è mai finito nei guai.-, disse. L’uomo ascoltava per metà, tutti i sensi all’erta, consapevole di essere in territorio ostile.
Per quanto ne sapeva poteva starsi infilando in una trappola.
E quando entrò in un locale seguendo il vecchio ne ebbe la certezza. Si trovò puntata addosso una pistola. Il tizio che la impugnava sembrava Pancho Villa nei suoi giorni migliori. La presa non tremava.
-Allora, hermano. Cosa vuoi da El Rey?-, chiese il vecchio con cattiveria. Non si fidava.
Lui optò per il silenzio. Valutò l’ambiente. Il grosso fece l’errore di venire più vicino.
-Voglio incontrarlo. Per parlare di affari.-, disse con calma l’uomo mentre si preparava ad agire. Veloce come il vento e forte come una valanga. Così doveva essere.
-Allora? Parla!-, sbraitò Pancho Villa. Lui sorrise. E compì un passo in avanti. Stupito il tizio con la pistola perse un istante. L’uomo invece no: il Tanto disegnò una curva argentea nell’aria. Tranciò tutto quello che trovò sulla sua strada e praticamente decapitò il Pancho. Il vecchio sembrò voler estrarre una pistola ma si trovò puntato contro il revolver dell’uomo. E saggiamente decise di desistere.
-Basta con le menzogne. Dov’è El Rey?-, chiese l’uomo con ferocia.
-Io non lo so… Credimi! Io sono solo un gregario. Troppo poco importante per sapere queste cose!-, il vecchio ora implorava.
-Allora chi è che potrebbe darmi una risposta?-, chiese.
-Marcos! Lui va in chiesa a pregare di solito! Ti ci porto!-, implorò il vecchio.
-No. Non mi ci porti: mi dici dov’è e ci vado da solo dopo averti tolto cellulare e pistola e se provi a fare il furbo ti ammazzo.-, disse l’uomo. Il vecchio cedette.

Chiesa. Cattedrale, santuario, tempio.
Tutti modi per descrivere un edificio sacro o consacrato.
Ma in quella chiesa, anzi, in nessuna chiesa, l’uomo sentiva la presenza dell’Altissimo.
Dio era morto. E morto restava. L’assassino era l’uomo. E l’arma del delitto, la convenzione, il ripetersi ossessivo di riti e falsità. Ed entrare in quell’edificio gli dava solo una sensazione di malessere che si avvicinava molto alla nausea.
-Marcos El Rey?-, chiese all’uomo inginocchiato.
-Sì?-, chiese lui. Era un sudamericano magro dal viso stranamente gentile.
-Desidero vedere suo fratello.-, disse con calma l’uomo.
-Perché se posso chiedere?-, chiese Marcos.
-Suo fratello sta facendo del male a qualcuno che mi sta a cuore.-, disse solo l’uomo.
Marcos sospirò, l’uomo lo guardò. Per essere il fratello di un trafficante non sembrava esattamente apprezzare l’attività del fratello minore. L’uomo pensò che se avesse giocato bene le sue carte forse avrebbe potuto evitare di uccidere Augustus.
-Io vorrei che suo fratello non continuasse su questa strada. Ho anche un piano e se vuole, glielo esporrò.-, disse. Marcos annuì.

Il quartier generale di Augustus era una palazzina a due piani. Sotto c’erano le guardie, gli scagnozzi, i cerberi. Sopra le stanze del re… Il re di una nazione inesistente. Il figlio della corruzione. El Chapo guardava quella reggia decadente con disprezzo.
Non vedeva l’ora di tornarsene a Cuidad Juarez. Il viaggio sino a là era stato lungo.
E la sua copertura di rispettabile uomo d’affari del Messico venuto per partecipare a un summit di importanza capitale sul futuro di una delle più famose compagnie di elettronica del mondo era a prova di proiettile ma riuscchiava anche parecchi soldi. Eppure lui era lì, a fingere di godersi quella sorta di festa che Augustus el Rey aveva dato in suo onore.
Droga, cannabis principalmente ma anche altro, alcool (specialmente rum ma anche tequila e soprattutto Vodka, che si trovava facilmente e a basso prezzo) avevano già iniziato a girare. El Chapo, il cui vero nome era Gustavo Ruiz, si era limitato a un sorso di Vodka con ghiaccio. Il superalcolico russo gli aveva fatto poco effetto.
Augustus invece era lì a fare il compagnone, facendo battute e parlando del più e del meno. El Chapo annuiva, ascoltava a metà, fingeva un sorriso.
Odiava quel tizio. Odiava il suo modo di fare. Passasse che la sua organizzazione fosse utile e poteva pure soprassedere sul fatto che si credeva un re mentre la sua reggia era una catapecchia ma proprio, la spocchia che esibiva era semplicemente troppa.
Se fosse dipeso da lui, El Chapo gli avrebbe sparato un colpo solo per il fastidio. Ma non dipendeva da lui: anche lui seguiva una maledetta gerarchia.
E la gerarchia aveva deciso che Augustus el Rey era ancora utile.
Per il momento.
-Allora, El Chapo, che ne pensa?-, chiese il giovane con uno spinello in bocca e il naso spaccato dalla coca. El Chapo pensava che se quello andava avanti a quel modo col cavolo che sarebbe arrivato ai quarant’anni. Ma non lo disse.
Pensava anche che quella festa facesse schifo. Musica commerciale, inquinamento cacofonico, alcool di bassa lega, un rinfresco che a guardarlo sembrava il risultato di atti di sciacallaggio alimentare e droga tagliata con la merda tutt’intorno.
Annuì come a voler dire: “Bella festa!”.
Non era bella manco per il cazzo.
-E il meglio deve ancora venire.-, disse Augustus. Batté le mani.
Ragazze. Neanche queste erano quel granché.
Una bionda anoressica dai capelli corti che, già in una mise al limite del possibile, ancheggiava sui tacchi alti.
Una ragazzina dalla carnagione ambrata, forse caraibica, il naso schiacciato e i capelli lunghi fino a quasi i reni. Shorts e T-shirt minimali. Andava in giro credendosi chissà chi. Aveva un tatuaggio lungo il braccio. Una lunga scritta in qualche idioma che El Chapo non conosceva.
-Quella è una vera bomba!-, disse Augustus con un sorrisone. Ruiz pensò che fosse una bomba solo quando era piena di droga fino agli occhi. Cioè spessissimo a giudicare dai tremori delle mani. Stava per avere una crisi d’astinenza…
Quella dopo fu una tipa in minigonna inguinale, stavolta doveva essere russa o qualcosa del genere perché si scolò due shot di Vodka in rapida successione ed esplose in un esclamazione dal tono slavo. I capelli erano raccolti in una sorta di coda. Seni pronunciati e trucco al limite della volgarità. El Chapo pensò che se quella avesse dovuto struccarsi non sarebbe stato sufficiente il solvente per garantire risultati seri.
-Si chiama Jaroslavna. Bazzica spesso il quartiere. L’ho convinta a venire qui per divertirsi.-, disse El Rey, come a voler compiacere il suo ospite di riguardo commentando ogni cosa su cui posasse lo sguardo.
Traduzione: è una che batte spesso. Probabilmente l’ho persuasa con le buone (offrendole soldi o droga) o con le cattive (non che ci sia bisogno di specificare) a presentarsi qui quando probabilmente facevano la fila per montarla tipo mobile dell’Ikea.
El Chapo alzò gli occhi al cielo. Quella festa stava degenerando male. La tipa caraibica in astinenza si era fatta due strisce e ora si stava dando a una lap dance scatenata sul ventre di uno dei gorilla. Il tizio, fatto anche lui chiaramente, sorrideva in modo ebete afferrando i fianchi della tipa e mimando una copula. Lei lasciava fare. Il gorilla le infilò di prepotenza una mano negli shorts. Lei esplose in un esclamazione eccitata.
La russa aveva iniziato a ballare, insieme alla bionda. El Chapo per un istante si chiese se fosse bisex. Ebbe risposta positiva quando le due si fecero un bocca a bocca che durò quasi cinque minuti. Ebbe anche una mezza idea di come far andare avanti la serata.
-Se vuoi te le faccio salire di sopra…-, disse Augustus indovinando i desideri del suo ospite. Ma El Chapo scosse il capo.
-No, va bene così. Prima gli affari.-, disse. Tempo di mettere fine alla farsa.
-Ne sei sicuro? Possiamo goderci la festa. Sto aspettando una persona. Una tipa speciale. E poi non vedo mio fratello. Dove diavolo si sarà cacciato?-, chiese Augustus.
El Chapo soprresse il desiderio di tirare un pugno a quel bamboccio. Quell’intera festa era un baccanale da quattro soldi al confronto delle feste dei Marimberos di Cartagena.
Lì le ragazze non si vendevano in modo tanto evidente, bensi in modo più velato e nobile.
Il risultato non cambiava ma almeno non scopavano come animali in mezzo alla sala.
Cosa che invece, vedendo il gorilla e la caraibica, sembrava prossima ad accadere.
Lei infatti gli si strusciava addosso mentre lui le infilava le mani nei vestiti, contento come una pasqua. El Chapo odiava quel tipo di bassa manovalenza. Non erano professionali, gli mancava la capacità di capire quando bisognava distrarsi e quando non.
La sua guardia le corpo stanzionava in un angolo. Impassibile, concentrato, quasi una statua. Guardava l’intera scena con l’occhio di un falco ma non si faceva distrarre dallo spettacolino della tossica o dalla russa che stava parlando con un altro pusher.
Lui era un professionista. Proprio come El Chapo.
-Gli affari, Augustus.-, disse.
-Divertiti un po’ Capo! Non capita spesso un’occasione simile!-, disse con un sorriso El Rey. Ruiz desiderò ardentemente gambizzaro per la sua idiozia.
-Prima il dovere. Poi il piacere.-, disse invece, mostrando l’autocontrollo di un santo.
-E va bene! Dobbiamo solo aspettare che mio fratello arrivi ma guarda un po’ chi è arrivata!-. El Chapo si voltò e rimase senza fiato.
La nera statuaria che era entrata con la grazia di una regina era tutt’altra cosa rispetto alle altre “invitate”, esibiva una bellezza che lui non credeva possibile. In minigonna e camicetta, avanzava lungo la sala. Attirò più di uno sguardo. Il gorilla impegnato ora a scoparsi apertamente la tossica ovviamente non si accorse dello stupendo esemplare di femmina che gli passò davanti. La russa invece alzò gli occhi per qualche istante. Anche il pusher che ci stava parlando seguì il suo esempio.
La nera però non diede confidenza a nessuno. Sembrava essere lontana da lì con la mente. E questo, oltre al corpo e all’aria di lei, a convincere El Chapo che forse in quella festa non tutto era di bassa lega.
-Lei si chiama Lucy. È qui perché sennò la sua famiglia sparirà nell’acido. E posso garantirti che farà tutto quello che le chiedi. Ogni cosa.-, disse Augustus.
-Presentamela.-, disse El Chapo. Era un ordine, non una richiesta cortese.

Lucy odiava essere lì. Odiava il dover perdere tempo. Evidentemente El Rey voleva renderle la cosa difficile. Aveva passato la giornata a battere la Periferia. Ma purtroppo quel giorno infausto non aveva trovato clienti. O meglio ne avrebbe trovato uno ma saputo il prezzo, questi si era diretto da una troietta bianca che chiedeva molto meno di Lucy.
Se preferiva la quantità alla qualità affari suoi.
Poi era arrivato l’invito. Invito che, ovviamente era anche una minaccia.
“O vieni alla festa, o domani tua sorella perde la verginità con ognuno dei miei uomini.”.
Molto convincente.
E lei si era preparata ed aveva eseguito. Che altro aveva potuto fare?
E ora era lì, circondata da troiette in astinenza, gorilla arrapati e droga. Notò però che qualcuno, un uomo elegantemente vestito, a destra di Augustus la stava fissando.
Andò verso di lui, comprendendo che era uno importante. Magari persino più importante di El Rey. Augustus sorrise quando la vide arrivare.
-Ecco, lei è Lucy, la perla della mia collana di perle.-, disse. L’uomo non sembrò badare a ciò che Augustus diceva.
-È un piacere, Lucy.-, disse offrendole la destra. Lei gli strinse la mano.
-Il piacere è tutto mio.-, rispose con un sorriso. Quell’uomo le sembrava garbato ma non per questo meno sporco o marcio di El Rey. Anzi, quel suo modo di fare le faceva capire quanto lui fosse maledettamente peggiore di El Rey.
Era un predatore alfa. Un uomo di ghiaccio.
Lucy gli sorrise comunque e iniziò a conversarci. Ricordandosi perché era lì.

L’uomo si aggirava per le vie, fino alla roccaforte di Augustus.
Il piano era semplice: Marcos sarebbe entrato dalla porta principale e avrebbe convinto Augustus ed El Chapo a separarsi. Lui si sarebbe occupato di El Chapo. Eliminato lui, Marcos avrebbe ricevuto un SMS. A quel punto, avrebbe dato al fratello del vino adulterato con un potente sonnifero. L’uomo a quel punto avrebbe eliminato gli altri mentre Marcos avrebbe portato via Augustus. Al suo risveglio sarebbero stati lontani.
Infine Marcos avrebbe inscenato un blitz di una banda rivale, convincendo il fratello che il loro giro era stato annientato e che solo loro si erano salvati.
Un piano semplice ma richiedeva un tempismo eccelso.
Marcos era già entrato. Quando però, dopo cinque lunghi minuti, inviò un SMS per dire all’uomo la posizione di El Chapo, questi capì che le cose si erano appena complicate.
El Chapo era in una stanza, con una donna.
Deciso a portare a termine la missione, Marcos gli aveva anche inviato la posizione della stanza. Fortunatamente era al piano terra.
Percorrendo il perimetro lungo la roccaforte, l’uomo s’imbatté nel primo problema.
Un maledetto bodyguard, con almeno una pistola alla cintura. Cintura per altro abbassata, così come i calzoni, per facilitare la pompa offertagli dalla bionda che gli stava davanti.
L’uomo manteneva un’aria semi-vigile ma chiaramente tra la droga e la pompa, era dura stare concentrati. Valutando le possibilità, il killer decise di attendere.
Infatti dopo qualche minuto il gorilla godette in bocca alla bionda che con lodevole iniziativa, ingoiò tutto quanto. Risistemandosi i calzoni, il tizio e la bionda si dileguarono in una viuzza. L’uomo, attentissimo a non fare rumore, proseguì.
Trovò una porta laterale. Entrò. Non lo vide nessuno. Perfetto.
Dentro era un delirio. Musica pompata a novanta dagli altoparlanti. Una tipa che limonava apertamente con un bodyguard, altri due gorilla che si facevano coca.
Il paradiso dei dannati, la notte delle anime perse.
Somigliava a una delle tante sere coi suoi amici, tempo prima, quando lui solo si era accorto della china per cui si stavano incamminando.
Loro a tirare coca e maria, e alcool. E lui fermo, a meditare, al margine del gruppo. A trattenere lacrime di rabbia e impotenza. A chiamare l’ambulanza, a tenere la mano al suo amico quando il suo cuore prese a rallentare e poi, improvvisamente smise di battere.
E poi gli altri…
Spazzando via i ricordi, l’uomo seguì le indicazioni del messaggio.
Arrivò a una porta. Gemiti dall’interno.
-Fermo! Nessuno entra. El Chapo è occupato.-, disse un bodyguard. Giacca e cravatta, occchiali antiriflesso, pistola in vista. Non guardava le ragazze o la droga. A differenza degli idioti che popolavano quel baccanale, lui era serio. Gli sorrise e si voltò. Doveva assolutamente riuscire a entrare in quella stanza prima che El Chapo finisse e il loro piano divenisse inapplicabile.

Lucy aveva chiaccherato per un po’ con El Chapo. Infine l’uomo le aveva chiesto se avesse voluto appartarsi con lui in un posto più intimo.
Lei, notando come Augustus l’aveva guardata, aveva annuito con moderato entusiasmo.
E da lì in poi il passo era stato breve.
El Chapo non era un corteggiatore ma evidentemente nascondeva una vena di romanticismo che lei aveva fortemente sottovalutato. Le disse che era bella come una statua e più di qualunque altra donna avesse conosciuto. Le disse che sarebbe stato lieto di poter godere della sua compagnia. E le disse che l’avrebbe pagata parecchio.
E la nera aveva accettato.
La fortuna dell’indossare la minigonna era che il partner poteva subito arrivare al sodo. Ma El Chapo era un edonista e un estimatore della bellezza. La volle nuda. E lei si spogliò.
L’uomo, un quarantenne, passò qualche minuto in contemplazione del suo corpo che lei sapeva essere mozzafiato. Una dieta precisa e sani esercizi fisici le permettevano di tenersi in forma. In più, aveva la fortuna di avere ogni curva al posto giusto.
Poi lui aveva iniziato ad accarezzarla, quasi come un amante. Lei aveva sospirato di piacere quando le dita di lui avevano iniziato a giocare coi suoi seni. Poi anche lui si era spogliato. E lei aveva iniziato a succhiarglielo. Quell’uomo era poco fornito da madre natura ma lei non gliene diede peso, anzi, s’impegnò in un pompino degno di tale nome.
L’uomo la fermò. Non voleva godere così. Almeno non subito.
Lei ubbedì. Si sdraiò sul letto king-size, spalancando le gambe. Conosceva il copione.
Ma El Chapo aveva altri piani. La fece mettere a pecora, poi le entrò dentro. Di forza.
Lucy ringraziò sentitamente l’elasticità della sua vulva e il fatto che si fosse toccata parecchio mentre glielo aveva succhiato poco prima, altrimenti quell’entrata prepotente avrebbe potuto risultare dolorosa.
Invece lei si limitò ad assecondare il ritmo imposto dall’uomo gemendo come la miglior pornostar in circolazione. –Ahh, siiiiì!-, sospirò. L’uomo grugnì, compiaciuto.
L’uomo aveva insistito per mettere un preservativo e la nera non aveva protestato. Tanto non che ci fosse granché da sentire. Quell’uomo non era molto dotato. Continuò ad assecondarne il ritmo, aspettando che venisse.

El Chapo non scopava da un casino e il fatto che quella nera si mettesse tanto d’impegno aveva rischiato di farlo esplodere in fretta. Ma lui era uno che non godeva più come tutti. La sola penetrazione e il solo piacere sessuale, non bastavano più.
Lui era alla ricerca di un tipo di piacere molto diverso. Qualcosa di barbaricamente più ricercato. Si protese verso la sua giacca dove sapeva, teneva quel genere di strumento che serviva per quelle evenienze.

Luscy aveva preso a toccarsi con una mano. Si accarezzava lascivamente i seni indugiando sui capezzoli grossi e ormai duri.
Quel tipo ci stava mettendo una vita. Sembrava quasi che l’avesse sottovalutato.
Non sarebbe neppure stato male se solo lei ci avesse potuto godere… Ma niente: l’arnese dell’uomo non era più lungo di sedici centimetri.
Allora la nera aveva iniziato a pensare a sé stessa. Toccandosi aveva incominciato a provare piacere. A sufficienza da poter rendere quell’esperienza più o meno decente.
Si soffermò a ripensare a tutte le volte che i suoi numerosi clienti l’avevano fatta godere. Alcuni più di altri. Le dispiacque che al posto di quel microdotato non ci fosse stato un suo ex cliente. Un tale Likan, lui sì che aveva una mazza notevole. Quando l’aveva penetrata, la nera l’aveva sentito fino all’esofago…
Il solo pensiero le scaldò il sangue. Aumentò il ritmo, desiderando che quella caricatura di uomo venisse in fretta. Magari dopo qualcun altro le avrebbe levato i pruriti. O magari lo avrebbe fatto lei da sola.
In ambo i casi andava bene. Persa in questi pensieri e talmente concentrata da non notare i movimenti di El Chapo, sussultò improvvisamente quando il laccio si strinse sul suo collo.
Si oppose improvvisamente, cercò di respirare. La vista iniziò ad annebbiarsi. Cercò di sfuggirgli ma il bastardo aveva tutto sotto controllo. Ed entrava e usciva da lei come se fosse solo ora deciso a scoparla.
Lucy conosceva quel fenomeno. Asfissia erotica. In certi casi sfociava nel femminicidio. Ne aveva sentito parlare da un suo ex cliente. Un criminologo.
In Messico era comune, tanto quanto i pneumatici ribassati a Las Vegas.
E lei stava per diventare una delle vittime. Si agitava sempre più debolmente.
Crack!
La pressione sul suo collo s’interruppe e così anche il membro dell’uomo si ritirò da dentro di lei. Una mano la liberò da quella sorta di cappio scorsoio. Sentì il freddo di un arma sul collo ma non sentì il calore del proprio sangue. Qualcuno l’aveva salvata, uccidendo il figlio di puttana. Prima ancora di voltarsi seppe di chi si trattava.
-Sei tu…-, disse alzandosi e togliendosi El Chapo di dosso. L’uomo le sorrise facendole segno di tacere.

Trovare la finesta della camera non era stato difficile. Lo strano era stato trovarla semiaperta. Era entrato dopo aver eliminato una guardia ancora abbastanza lucida da rappresentare una minaccia. Marcos gli aveva parlato di chi fosse El Chapo e l’uomo non aveva potuto fare a meno di ricordare i libri che aveva letto in passato. La pseudo-usanza del femminicidio all’apice del sesso. Eros e Tanathos che s’intrecciavano nell’abbraccio finale dell’estasi prima dell’oblio. L’uomo aveva molti difetti ma il menefreghismo davanti a un omicidio non rietrava tra questi. Aveva affrettato il passo. Scoprendo che la partner di El Chapo era Lucy si era rapidamente introdotto nella camera, stando attento a non fare alcun rumore. Infine, aveva spezzato il collo al bastardo.
-Credi di riuscire a fingere per altri due minuti di star scopando con lui?-, chiese. La nera annuì. Bene. Due minuti. Erano tutto ciò di cui abbisognavano lui e Marcos per la seconda parte del piano. Mandò l’SMS a Marcos.

Il Bodyguard di El Chapo osservava la scena con distacco. O almeno così avrebbe voluto. Il suo capo aveva un bel dire. Si era appartato con quella pantera minuti prima e da allora, il poveretto si sentiva gemiti ed espressioni che gli stavano ricordando quanto tempo fosse trascorso da quando aveva scopato l’ultima volta. Vero che aveva moglie e figli a casa ma per una volta…
No! Non doveva distrarsi!
La sala grande del piano terra era un baccanale, la russa che aveva visto prima stava lesbicando apertamente con una brasiliana con le tette grosse e il culo a mandolino.
La caraibica che si era fatta ben tre strisce di coca spompinava come un indemoniata uno dei latinos mentre un altro la prendeva da dietro con foga. Un altro si avvicinò e infilò un dito nel culo della giovane, completamente nuda salvo le scarpe, che sembrò gradire.
Da qualche altra parte giungevano imprecazioni e berci da ubriachi. Tutti si divertivano, ognuno a modo suo. Salvo lui.
Dall’altra parte della porta, c’era silenzio.
-Signore, tutto bene?-, chiese. Era relativamente preooccupato.
-Aaaahhh! Siiii! Di più!-, le grida della nera lasciavano intendere che andava tutto ok.
Decise che forse anche lui poteva concedersi un po’ di svago.

Marcos guardò l’SMS.
La sua parte del piano era iniziata. Versò il sonnifero in un bicchiere e mischiò col vino. Invisibile. Porse il bicchiere al fratello che, canna nell’altra mano, stava toccando i seni e le natiche di una giovane dell’Equador.
-Brindiamo alla nostra fortuna, fratello.-, disse.

El Rey prese il bicchiere. Fece per alzarlo ma improvvisamente notò qualcosa. Un cambiamento infinetesimale. La mano di Marcos tremava e nel suo sguardo c’era….
Come una sorta di aspettativa, una disperazione. El Rey conosceva quegli occhi e sapeva bene leggerli.
-Tutto bene, fratello?-, chiese. Lui si affrettò ad annuire. Era sudato. Non era rilassato. Per niente. Non sembrava nemmeno essere lì. I sospetti di El Rey presero improvvisamente corpo. Non ebbe bisogno di udire conferme. Fece un gesto a una delle guardie con la mano col bicchiere fingendo un brindisi e, nonostante le proteste, suo fratello si trovò una pistola puntata alla testa.
-Allora, fratello?-, chiese di nuovo lui. Stavolta con sdegno, rabbia. Si sentiva tradito. Non capiva ancora cosa suo fratello avesse organizzato ma era pronto a scommettere che qualunque cosa fosse presto qualcosa sarebbe andato storto.
Marcos tacque.

Lucy continuò a toccarsi. La nera amava quei momenti. Amava sentire le sue stesse dita entrarle lentamente dentro, accarezzarla tutta, poi raccogliersi e ricominciare.
L’aveva fatto la prima volta da dodicenne, con l’amica Helen che le insegnava come fare.
Aveva goduto, moltissimo. Non aveva conosciuto un godimento simile fino a che un uomo non l’aveva fatta sua.
Trasognata, sfiorò il clitoride. Non voleva venire subito ma non le sembrava troppo saggio restare. Era pur sempre in compagnia di un cadavere. L’uomo se n’era andato, lasciando là e dicendole poi di andarsene. Lei aveva perso la cognizione del tempo. Due minuti potevano essere passati dieci volte, o non ancora.
Si accarezzò le grandi labbra con le dita. Gemette. Quel modo di toccarsi era un rituale, una lenta scoperta. Non riusciva a capire perché la gente se ne privasse…
Tanto peggio per loro.
Entrò con la punta dell’indice, senza fretta. Come a volersi autoinvitare nelle proprie profondità. Era bagnata, avrebbe veramente voluto un cazzo, magari quello del suo salvatore che era stato così capace. Sospirò. Immaginò che il suo dito indice e il suo medio fossero il pene di quell’uomo.
Iniziò ad affondare dentro di sé. Una goduria estrema che lei sottolineò con gemiti sempre più forti e pronunciati. Alla fine venne con uno schizzo. Sorrise. Non succedeva quasi mai. Lo sapeva di esserne in grado ma le capitava raramente.
Si rivestì in silenzio e uscì dalla finestra. Pregando che il piano dell’uomo funzionasse.

Rassicurato dai gemiti emessi dalla nera, il Bodyguard pensò che El Chapo ne avrebbe avuto ancora per un po’. Adocchiò la russa. Stava bevendo qualcosa, un superalcolico di qualche genere che avrebbe stroncato un montone.
Ci andò a parlare. Svetlana o Jaroslavna, qualcosa così, ricordava si chiamasse.
Decise di iniziare presentandosi.

L’uomo rientrò dalla porta. Ora arrivava la parte “difficile”. Non aveva ricevuto ancora un SMS da parte di Marcos ma quello poteva essere dovuto anche al fatto che non avesse ancora avuto modo di narcotizzare il fratello.
Il baccanale nella sala proseguiva. Al ritmo di una musica sudamericana che lui non conosceva, la tossica caraibica che aveva intravisto stava succhiandolo a uno dei latinos. Un altro le aveva piantato il pene nella vulva o nel culo, difficile dirlo. La tipa non sembrava particolarmente dispiaciuta…
L’uomo pensò che fosse dovuto alla cocaina di cui era piena fino agli occhi arrossati da qualche altra sostanza. Il mix di droghe avrebbe potuto ucciderla ma a quella giovane non pareva interessare altro che proseguire quel triangolo erotico di cui era la stella.
Una stella in rapida caduta…
L’uomo guardò oltre. Un tipo che sembrava europeo, forse un pusher, a giudicare dall’aria schiva, parlava con una stangona mora. Lei rise e accennò qualcosa. Soldi passarono di mano. E le anime, o ciò che ne restava, seguirono.
L’uomo sospirò. Non era suo dovere salvare chi non voleva essere salvato. Non più.
C’aveva già provato una volta ed era finita male.
La russa, ne aveva intravista una che lo sembrava, era sparita dalla scena. Così come il gorilla di El Chapo. Meglio. Un osso duro in meno. Quei deficenti erano tutti mezzi fumati, partiti per universi e dimensioni differenti. Sarebbe bastato un niente per ucciderli tutti.
Ma lui non era nemmeno un assassino a sangue freddo. La maggior parte dei tizi che erano lì erano criminali. Ma le donne, tipo la caraibica che ora stava succhiando due peni a turno, segandone un terzo e venendo fottuta da un quarto, loro erano innocenti (o almeno diversamente colpevoli). Meritavano pietà.
Sospirò. Il pusher che aveva intravisto prima si era appartato da qualche parte a consumare istanti di piacere con la bella che aveva visto. Marcos non mandava ancora quel dannato SMS. Lui pensò a cosa fare per un altro istante. Poi decise.

Marcos taceva. L’unica reale difesa all’accusa di suo fratello era il silenzio.
Ma sapeva bene che era finita. Augustus non l’avrebbe mai perdonato.
Ora il fratello si aggirava infuriato per la stanza.
-El Chapo? Dov’è?-, chiese El Rey a uno dei suoi luogetenenti.
-Non s’è visto…-, disse quello vago, -Sarà ancora con la nera.-, disse.
La nera. Lucy… Augustus si sentì eccitato al ripensare a quella creatura celestiale.
Di tutte era quella che lui si era sbattuto più appassionatamente e che sarebbe stato lieto di rivedere. Ma ora era occupata con El Chapo. Che fino a prima di vederla era uno stacanovista estremo.
-Dobbiamo avvertirlo. Scendi, trova il suo gorilla e digli che il suo capo è in pericolo. Oppure bussa direttamente alla porta, fai quel che devi perché El Chapo sappia che qualcosa non va.-, disse.
-E Marcos?-, chiese la guardia che teneva l’avvocato sotto tiro.
-Fratello, se mi dirai cos’hai in mente, forse e sottolineo forse ti lascerò vivere.-, disse.
Marcos sospirò. Non era un duro. Odiava il sangue, la tortura, tutto quel genere di cose lo riempivano di paura. Ma non era neanche uno che tradiva i patti. Non avrebbe parlato. Non poteva.
-Fai del tuo peggio, fratello.-, disse soltanto. Trasse forza dalla consapevolezza che, bene o male, suo fratello non avrebbe più potuto avvelenare le vite di altra gente.
Augustus sorrise.
-È così?-, chiese. Estrasse il revolver. Un mito del west. Marcos tremò.
-Vuoi morire, fratello?-, chiese lui di nuovo.
-Voglio solo che questo finisca.-, rispose Marcos stanco di quella recita, -Abbiamo venduto le nostre anime e ora abbiamo più di quanto potremmo spendere in tre vite. Non c’è ragione di continuare.-, disse. La smorfia di Augustus divenne bestiale.
-Per cosa? Farci impiccare dai colombiani? Diventare l’esempio per quelli che provano a uscire dal giro? Non esiste che usciamo, Marcos. Non esiste, cazzo!-, e finalmente Marcos capì. Suo fratello era terrorizzato. Non dal perdere le ricchezze ma dalla possibile ritorsione dei messicani o dei loro soci in affari. E ne aveva ben donde.
Ma alla paura si doveva porre un freno. A ogni paura.
-Allora ribaltiamo le cose! Mandiamo qualcuno a ucciderli, o chiediamo aiuto alle forze dell’antidroga. Sai bene che con le informazioni che abbiamo potrebbero sorvolare su molte delle cose che abbiamo fatto. Certo, sarà difficile ma ricominceremo. Siamo sopravvissuti a cose peggiori, ricordi quando vivevamo nella Favela? Cosa vuoi che sia questo, fratello? Un piccolo prezzo da pagare! Io voglio chiederti, è così che vuoi vivere?-.

Augustus soppesò le parole del fratello. Erano parole ben gravi, interrogativi che lui stesso si era posto. Anni prima. Aveva scelto la strada e non la poteva più cambiare. Sorrise feroce. Non c’era possibilità di tornare indietro. Augustus El Rey sapeva di aver venduto la sua anima all’oscurità e ne era persino fiero. Era spaventato dai suoi padroni ma deciso a restare in gioco. Contro tutti e tutto. Persino contro l’ultimo della sua famiglia.
Premette il grilletto, spedendo una pallottola 44. Magnum nel cranio del fratello.
Si sentì… strano. Dolore, odio, disprezzo. Tutte le emozioni che aveva sentito a iosa sino a quel momento fuorno aspirate via, cancellate da quel gesto fratricida.
Si sentì in pace come se avesse evitato il baratro per un soffio.
E poi gli giunse la notizia.

L’uomo era stato rapido. Quando aveva visto il tizio scendere dalle scale ed andare verso la camera in cui aveva ucciso El Chapo, si era affrettato a uscire. Molti degli sgherri erano fuori, incapaci di concepire la sua presenza come una minaccia ma alcuni avrebbero potuto capire. Uscì e andò verso un edificio poco distante. Oltre il retro di un negozio. Seguì uno dei latinos. Il tizio gesticolava, al ritmo della musica rap che ascoltava da un MP3. Spalancò una porta.
L’uomo lo seguì. Prima che il sudamericano potesse chiudere la porta, l’uomo entrò, tirandogli una spallata. Prima ancora che l’altro reagisse, il Tanto aveva già strappato la sua anima marcia. L’uomo accese una luce dopo averla trovata a tentoni.
Davanti a lui stava un normale magazzino, casse su casse impilate. L’unica cosa strana era un gigantesco banco frigorifero. Perché proprio lì?
L’uomo lo sapeva. Aprì il banco. Pani di oppiacei. Storse il naso. Sapeva benissimo che quel veleno sarebbe finito per le strade e se quei bastardi non ne avessero approfittato sarebbe stata la polizia a farlo.
Aveva solo una scelta possibile. Cercò negli scatoloni qualcosa d’infiammabile. Trovò una tanica di carburante. Due litri e poco più. La versò sui pani di coca e, trovato un accendino, appiccò fuoco a un giornale. Gettò la torcia improvvisata nel frigo.
La coca avvampò ma lui non era già più lì. Il suo piano era stato in qualche modo scoperto e ora doveva colpire Augustus in un altro modo.

Augustus si fiondò ai piani bassi. Tra i suoi che gozzovigliavano, scopavano e collassavano non ci mise molto a raggiungere la stanza di El Chapo.
Il fiume d’imprecazioni che proferì avrebbero fatto arrossire una statua.
La morte di El Chapo sul suo territorio avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. Per lui e per la sua organizzazione era una vera e propria condanna a morte.
Si sforzò di pensare.
-Che facciamo, capo?-, chiese uno dei gorilla. Augustus dominò il desiderio di piantargli un colpo in piena fronte. In quel momento gli servivano tutti gli uomini validi.
-Prendete il cadavere e nascondetelo. Io mi inventerò qualcosa per il suo bodyguard del cazzo e i suoi amici a Cuidad Juarez.-, condì il finale con altre espressioni colorite.
-Capo! Salvador è morto! L’abbiamo trovato sgozzato poco lontano.-, disse un’altra guardia con tono agitato. Augustus fece per rispondere ma una chiamata sul cellulare gli impedì di proseguire.
-Pronto!-, sbottò rispondendo.
-La coca! Tutta… È andata!-, gridò la voce isterica di uno dei suoi luogotenenti.
-Non può essere.-, sussurrò Augustus. In realtà sapeva perfettamente che era possibile.
Ma non voleva crederci. Non voleva assolutiamente credere a quella possibilità. Si sforzò di tagliarla fuori dalla sua mente.
-È bruciato tutto! Uno stronzo ha pensato di andarsi a rifornire ma dev’essere stato seguito… Qualcuno ci sta colpendo di brutto, capo!-, esclamò lo sgherro.
Augustus chiuse la chiamata. Cercò di riflettere, di dare un senso logico a quegli attacchi che erano giunti rapidi e incisivi e che avevano vanificato il lavoro di una vita. Le parole di suo fratello gli tornarono alla mente. Era questo che avrebbe dovuto fare? Era questo il suo piano? No! Non se ne sarebbe andato! Aveva già perso troppo per perdere anche quello! Si fece forza.

Il Bodyguard di El Chapo, totalmente all’insaputa di quelle tetre novità, si stava godendo la compagnia di Jaroslavna. Era riuscito a conquistarne i favori dopo una brevissima trattativa. La russa lo aveva trascinato in una casa, a qualche isolato di distanza. Appena chiusa la porta aveva iniziato a baciarlo. Un vero e proprio assalto.
E l’uomo aveva risposto con uguale passione. Come dire di no?
I vestiti erano divenuti superflui e erano stati abbandonati a terra nel giro di un minuto.
Le tette di Jaroslavna erano belle grosse e lui non si era fatto problemi a stringerle mentre la russa lo baciava. Ma quel divertimento era durato poco. Lei aveva subito preteso la sua parte, il suo pene.
Lui aveva subito voluto accontentarla ma lei aveva deciso la posizione. Con le gambe muscolose e scolpite dall’esercizio fisico sulle spalle di lui, l’aveva invitato a farla sua.
La vagina della russa era aperta come un’ostrica e bagnata, molto.
Lei lanciò esclamazioni in qualche lingua slava il cui significato pareva universale visto il tono. Il Bodyguard sorrise mentre affondava in quell’alcova accoliente e calda. Cercò di riprendere il controllo, non voleva venire. Infatti riuscì a trattenersi. Uscì per qualche secondo da lei ma il desiderio era troppo e troppa era l’astinenza. Rientrò.
Stantuffò dentro la russa per altri due lunghi minuti. Poi venne.
L’orgasmo gli annichilì la mente. Collassò a terra. Sul pavimento.
Lei gli sorrise. Si mise dietro di lui, massaggiandogli dolcemente le spalle. Lui si lasciò fare. Poi, improvvisamente, avvertì qualcosa di diverso. Le mani cambiarono.
Non solo il modo in cui lo toccavano ma anche la loro posizione. Ora gli massaggiavano le tempie. Sentiva il corpo caldo di lei contro il suo.
Sorrise. E due secondi dopo non sentì più nulla: Jaroslavna gli ruppe il collo.
La russa si alzò dal cadavere. Un uomo uscì da una porta.
-Ottimo lavoro, cara.-, disse in russo.
-Grazie amore.-, rispose lei.
-Con questo sappiamo che l’organizzazione di El Chapo avrà qualche serio problema. Un messaggio molto chiaro, dire.-, disse l’uomo.
-Già. Ora, come facciamo con il corpo?-, chiese lei. Non era agitata. Non era neppure la prima volta che uccideva. Era come una mantide religiosa.
-Ho già chiamato Djokar e Edon. Lo porteranno a fare il bagno.-, disse.
In parole povere lo avrebbero sciolto nell’acido.
-Allora mentre aspettiamo…-, sussurrò lei assumendo una posizione di offerta al limite del porno. Aveva ancora voglia.
Amava quella vita. Amava l’eccitazione che le dava l’essere potente. L’essere la moglie di Yuri Borykov. Ovviamente nessuno lo sapeva. Per tutti era solo Jaroslavna, una puttana. In realtà era la prima agente di quel ramo della mafia russa. Che ora aveva inflitto un colpo da K.O. ai sudici latinos del dilettante El Rey.

Un magazzino poco distante dalla base di El Rey era guardato da due sentinelle. Veterani fidati. Gente in gamba. Il duo non si faceva e non cazzeggiava. Gente tosta.
Ma non così tosta e preparata.
La macchina passò alla velocità di 89 km/h. Il guidatore era un siberiano. Suo figlio maggiorenne, seduto sul sedile del passeggero, impugnava una UZI. Abbassò il finestrino e sgranò una raffica. I due non ebbero tempo di reagire: furono segati ad altezza petto. Il duo scese dalla macchina. Altri due latinos vociferavano dentro l’edificio. Poco importante: infrangendo le finestre il duo lanciò le granate dentro l’edificio. Granate incendiarie di tipo militare. Le esplosioni avvilupparono gli uomini e la merce.
E due secondi dopo, la notte dei demoni s’incendiò.

Augustus aveva ordinato a tutti i suoi uomini di radunarsi alla sua base. Ora tentava di contattare i suoi uomini che erano di guardia a posti secondari. Niente. Due magazzini andati. El Chapo morto. Il lavoro di tutta una (breve) vita letteralmente andato in fumo.
Stava cercando di mettere assieme i pezzi e ciò che usciva non gli piaceva per niente.
Suo fratello aveva cercato di tradirlo con un’altra banda? No. Marcos era stato tante cose ma non un avido bastardo traditore.
La sola spiegazione che Augustus El Rey riusciva a darsi, la sola che credeva possibile era che due gruppi stessero colpendo le sue forze allo stesso momento.
Valutò le possibilità. Se anche avesse vinto avrebbe dovuto praticamente ricominciare da zero. E senza l’appoggio dei marimberos sudamericani…
La sua sola opzione sarebbe stata la sottomissione. Un’ulteriore dettagli gli tornò in mente.
El Chapo si era appartato con Lucy. Quella troia doveva avere qualcosa a che fare con tutto quanto!
-Due di voi! Andate a cercare Lucy!-, urlò. Due suoi sgherri si staccarono dal gruppo.
Erano ancora quelli svegli. Quelli che non si erano fatti, almeno non abbastanza da risultare inutili. Augustus sapeva che doveva radunare le forze e poi trovare gli avversari e colpire con tutta la forza di cui disponeva. Le guerre si vincevano così.
Improvvisamente il suo telefono suonò.
-Pronto!-, sbraitò. Si preparò all’ennesimo rapporto catastrofico. Ma dall’altro capo della linea non giunse una voce reverente e sottomessa ma un sibilo. Più tagliente di qualunque lama. La voce di un uomo che ha attraversato l’inferno dei vivi e che ne è uscito per spedirvi altri uomini.
-Il tuo capo è morto. La tua droga è cenere al vento. Ora tocca ai tuoi uomini. E a te.-, disse la voce. Augustus non aveva paura. Ma quella voce lo sorprese.
-Sei tu? Sei tu l’amico di Marcos?-, chiese.
-Sono io. Sono anche entrato nella tua base un paio di volte ma evidentemente non eri in grado di accorgertene.-, disse lui. Non era derisorio. Stava solo prendendo nota di fatti.
-Io sono l’araldo degli incubi che non confessi a te stesso.-, sussurrò ancora l’uomo.
-Hai un nome?-, chiese con calma El Rey. Non era impressionato.
-Un arma non ha un nome. Il mio l’ho ripudiato anni fa.-, disse l’altro.
-Allora fatti vedere, uomo senza nome. Vieni a batterti da uomo!-, lo sfidò Augustus.
Dall’altro capo della linea giunsero solo risate.
E a quel punto, Augustus El Rey sentì un brivido lungo la schiena.

L’uomo chiuse la chiamata. Vide due degli sgherri di Augustus uscire dalla base. Cercavano Lucy. Fatica sprecata. L’uomo si voltò e guardò le nera.
-Io li dovrò uccidere. Tu prendi questa.-, disse. Le diede il revolver. Lucy ammutolì.
-Questa è la prova finale. Tua figlia, tua sorella… Tutti contano su di te. Non esitare. Ma spara solo se devi farlo.-, disse lui.
-E tu?-, chiese lei. Lui sorrise.
-Io vado a fingermi un drogato.-, rispose. Scese dal tetto lasciando la nera da sola.

I due facevano casino. La strada era completamente vuota. La polizia presto sarebbe arrivata in forze. Ma quella era una zona della periferia vicino al porto e nessun poliziotto voleva entrarci senza un’ottima ragione.
-Maledizione! Dov’è quella troia nera?-, chiese uno dei due tirando un calcio a un sacco dell’immondizia. Davanti a loro passò un tizio ingobbito. Tremava. Un drogato.
Uno dei tanti dannati di quella notte.
-Levati!-, sbraitò l’altro. Lui continuò ad avanzare.
-Avete da sniffare?-, chiese. Non lo si vedeva in viso ma i due lo considerarono innocuo.
Cambiarono idea quando quello estrasse un coltello bello grosso e trapassò il collo di uno dei due. L’altro però non era scemo. Si portò a distanza e sollevò la Skorpion.

“Merda… Questo mi ha fregato.” L’uomo sapeva che doveva attendere l’occasione giusta.
-Non ti muovere, pezzo di merda!-, e lui non ci pensava neppure. Valutava però come fare. Doveva portarsi puì vicino ma era impossibile. Quel figlio di troia l’aveva battuto.
-Ok, frate, facciamo i seri…-, sussurrò. Non parlava così da una vita e mezza prima. Poi, improvvisamente le detonazioni rimbombarono nella strada. Ci fu un grido mortifero.

L’odore del fumo e della polvere da sparo le aggredì le narici.
Lucy aveva chiuso gli occhi. Li riparì.
Davanti a lei stavano l’uomo che l’aveva salvata e i corpi dei due latinos.
Morti. Uno giaceva in un lago di sangue.
L’altro… L’altro l’aveva ucciso lei.
Iniziò a tremare. Il revolver le cadde dalle mani. L’uomo si avvicinò.
-Non avevo mai ucciso nessuno…-, sussurrò lei.
-Sshh.-, l’uomo le accarezzò una guancia. Non con fare sensuale ma consolatorio. A volerle ricordare che non era sola a portare quel peso.
-Avrai tempo per pensare. Tempo per riuscire a farti una ragione di quel che è successo e tempo per elaborare. Ma ora… ora devi andartene.-, si chinò e alleggerì uno dei cadaveri del peso di una Desert Eagle.
-Io…-, era sotto shock. O forse stava sperimentando una vera e propria overdose di adrenalina. Sentiva il suo cuore pompare forte. Cercò di respirare.
-Tu devi andare da tua figlia. Da tua sorella. Aspetta che io ti chiami.-, disse lui.
-E tu?-, chiese.
-Ho ferito la bestia ma ora devo dargli il colpo di grazia.-, rispose l’uomo. Si addentrò nella via oltre i corpi.
Lei lo raggiunse. Per un singolo istante lo guardò e poi lo abbracciò. Stretto. Forte, come a non volerlo lasciare andar via.
-Non morire…-, lo supplicò. Lui le sorrise. Lei si sentì rasserenata. No. Non sarebbe morto. Un bacio sfiorò le sue labbra. Lei desiderò che durasse, desiderò fosse per sempre. Desiderò che il tempo potesse fermarsi e lo spazio aprirsi.
Ma non poteva. Con dolore, lasciò che lui ristabilisse la distanza tra loro.
-Ci vediamo quando ho finito.-, disse lui. Poi si mise a correre verso l’ultimo nemico. Verso l’ultima danza letale della notte infernale.

La volante della polizia si avvicinò al quartiere. Fiamme divampavano da un edificio basso. I pompieri stavano già arrivano. I due agenti valutarono per breve tempo la possibilità di indagare. Poi optarono per tornare al commissariato.
Che le bande se la sbrigassero tra loro. Entrambi avevano mogli e figli a casa.

Correva tra le strade. Volava sull’asfalto crepato. Improvvisamente un gruppo di uomini armati gli si parò davanti. Erano almeno tre. Armati anche pesante cazzo! AK in versione corta. Sapeva perfettamente che erano russi o balcanici venuti da lontano per crearsi un feudo là, dove nessuno dettava mai davvero legge, neanche il divino.
Non attese che parlassero: Sparò da altezza uomo con la Desert. Tuoni da monsone.
Il bracciò andò in quasi in strappata. Due dei russi caddero. Una raffica si alzò verso il cielo. L’ultimo sparò in preda al panico. L’uomo si lanciò in avanti. Capriola in avanti da aikidoka. Pura sensibilità nel momento. Ogni emozione era stata eliminata. Restava solo la mera consapevolezza. La raffica gli passò sopra. Cercando di cambiare caricatore il russo imprecò nella sua lingua. L’uomo lanciò il tanto. Trenta centimetri d’acciaio perforarono lo sterno del suo nemico.
Non si fermò a guardarlo cadere: estrasse il Tanto dal moribondo, lo alleggerì di una pistola e di una granata. Cavolo, quelli sembravano pronti alla prossima fottuta guerra mondiale! Ma era pronto anche lui. Era vicino alla roccaforte di El Rey. Che sicuramente ora lo stava aspettando. Espirò. Riguadagnò il controllo sulle sue emozioni e su sé stesso.
Doveva essere lucido.

Yuri Borykov non capiva.
Il trio dei suoi che aveva mandato a uccidere Augustus El Rey non rispondeva. La loro ultima comunicazione era stata un minuto fa, dicendo di essere ormai a portata dell’obiettivo. Ma in quel momento, perso fra le cosce di Jaroslavna non gli importava proprio. In un modo o nell’altro, quel maledetto sudamericano aveva chiuso. Lasciò da parte il cellulare. Quella notte doveva festeggiare la sua vittoria. Anni di pianificazione, di silente attesa e osservazione che davano frutto! Afondò nella vulva di Jaroslavna con un sorriso.

Deciso a vendere cara la pelle, Augustus ordinò ai suoi prepararsi allo scontro.
Lo sguardo gli cadde sul trio che stava allegramente fottendo la tossica caraibica.
A parte loro, tutti gli altri erano, chi più chi meno, lucidi.
Valutò come agire. Gli uomini erano indispensabili, finanche quei coglioni.
Estrasse il revolver. Mirò e sparò.
Il proiettile passò oltre il capo della ragazza, mancando di pochissimo il membro che leccava tipo gelato. Tutti e tre si voltarono.
Tutti e tre capirono. Persino la ragazza, strafatta e apparentemente ancora eccitata, sembrò comprendere che la festa era finita. Infatti si gettò alla ricerca dei suoi vestiti (posto che nessuno li avesse tenuti come souvenir). Trovò e si mise a tentoni gli shorts. Erano talmente macchiati e lerci che Augustus si sorprese che fossero ancora un opzione. Ritrovata la T-shirt calpestata e sporca, la ragazza si dileguò. Evidentemente aveva capito l’antifona.
Poco male. I tre sembravano invece persino vergognarsi. Augustus sorrise.
Volevano ucciderlo? Volevano sterminare i suoi uomini?
Avrebbe venduto la pelle a carissimo prezzo.
Una volante della polizia passò sulla strada. Si beccò una raffida d’avvertimento che disintegrò i finestrini posteriorie e il lunotto e aprì fori slabbrati lungo la carrozzeria.
Gli sbirri lasciarono in fretta il campo.
Un altro degli uomini di El Rey, appostato a una finestra vide un ombra. Raffiche di mitra. Un corpo cadde a terra. Carichi di adrenalina e spaventati, quei latinos erano vere e proprie bombe a orologeria. Pronti ad esplodere. Erano talmente instupiditi che avrebbero riempito di piombo qualunque cosa si avvicinasse alla struttura.
Perfetto.

L’uomo scivolò tra le ombre. Vide la ragazza caraibica col tatuaggio correre via come se avesse avuto il diavolo alle calcagna. Cosa eccezionale per una drogata che fino a poco prima stava scopando con ben tre o più uomini contemporaneamente… Lei lo vide di sfuggita. Nei suoi occhi albergava una paura senza fine. Il terrore di vivere che aveva provato anche lui. Ma ora non più. Lui aveva deciso di non essere più schiavo. Bisogni e necessità ricorrenti quali cibo e sonno erano un conto. Il drogarsi per sfuggire alla propria vita o per mero fenomeno sociale, era un altro. E lui qualche canna l’aveva anche fumata, talvolta per rilassarsi, talvolta per socializzare. Ma non era mai arrivato tanto in basso. I suoi amici invece si erano scavati la fossa. Aveva visto uno di loro massacrarsi, vendere sangue, capelli, sperma e un rene per pagarsi la roba. E com’era finita?
In comunità. La mente fusa, il corpo abbandonato a vagare.
Privo di ogni possibilità di recupero. Si era suicidato tre mesi più tardi, buttandosi sotto un treno. Ognuno di loro era una lezione per lui. Un errore da non ripetere. Aveva deciso che avrebbe fatto giustizia. Dio e la legge degli uomini avevano beatamente scelto di fregarsene. Allora lui avrebbe fatto da solo.
Guardò il bersaglio. Canne di mitra e armi da fuoco spuntavano da ogni finestra.
Impossibile avvicinarsi senza essere notati e impiobinati.
Allora… L’idea gli sfiorò la mente. Prese il cellulare.
-Pronto?-, chiese Augustus El Rey.
-Hai fatto un errore enorme.-, disse lui.
-Ah, vieni! Vieni a farmi vedere quanto grande è l’errore!-, esclamò euforico El Rey.
-Non ne ho bisogno. Ho minato la casa.-, disse l’uomo con calma.
-Balle.-, disse El Rey.
-Bene. Eccoti la dimostrazione!-, esclamò l’uomo con un sorriso. Tolse la sicura alla granata. Rallentò la detonazione e lanciò l’ordigno nella camera doveva aveva ucciso El Chapo. L’unica che non era guardata. L’esplosione gettò nella confusione i latinos.
-Ce ne sono altri, sai?-, chiese con calma lui. In quel momento, qualcosa lo colpì da dietro alla testa e perse conoscenza.

La guardia si avvicinò alla fortezza con il mitra alzato.
-Ho preso il bastardo!-, esclamò.
-Mata elo! Matalo! Mata esta lagarte!-, esclamazioni simili. Augustus ordinò che lo straniero gli fosse portato. Voleva almeno presentarsi all’uomo che avrebbe ucciso.

L’uomo riprese conoscenza. Era tenuto da un tizio che gli bloccava le mani dietro la schiena. Davanti a lui, altri due sudamericani e uno che pareva il capo.
Augustus El Rey.
-Interessante il tuo giocattolino da Samurai…-, disse questi con un sorriso derisorio. Maneggiava il Tanto con indolenza e curiosità.
-Purtroppo non avevi calcolato che un mio uomo fosse rimasto all’esterno del perimetro. Sono deluso. E sei stato tu a far saltare due miei magazzini e uccidere El Chapo? Impressionante ma pensavo fossi più attento.-, disse soltanto. Non voleva ripsoste, era una summa di ciò che aveva fatto. O di quello per cui Augustus lo riteneva responsabile.
-Un magazzino.-, disse l’uomo.
-Come?-, chiese El Rey.
-Ho distrutto un solo magazzino. E uccciso El Chapo. E anche un paio d’altri dei tuoi.-, ammise l’uomo studiando la situazione. Immobilizzato e prossimo a essere ucciso.
Espirò. Doveva essere lucido. Consapevole. E calmo.
Non era ancora finita.

Augustus assorbì le informazioni. Se quel tizio stava dicendo il vero, e lui non ne era certo, allora le ultime ore erano state frutto di una coincidenza fatale. Due nemici. Uno l’aveva davanti, l’altro ancora gli sfuggiva. In due lo avevano colpito, entrambi inconsapevoli di un’involontario alleato.
E lui aveva perso. Molto. Troppo.
-Che facciamo, capo?-, chiese uno dei suoi. Augustus contò gli uomini. Ce n’erano una decina scarsa. Per quanto ne sapeva erano tutto ciò che restava della sua organizzazione. Imprecò.
Inoltre, morto El Chapo, i contatti con Cuidad Juarez sarebbero divenuti sporadici, posto che il cartello della droga avesse ancora abbastanza fiducia in lui da reputarlo un utile intermediario, cosa di cui dubitava. Privo del suo principale grossista, avrebbe dovuto lavorare al soldo di altri padroni. Cosa che non intendeva fare.
-Uno dei nostri si avvicina, signore.-, disse uno dei suoi sgherri.
-Puoi essere certo che sia dei nostri?-, chiese con calma Augustus.
-Sî.-, disse il lacché.
-Allora fallo entrare.-, disse Augustus.
Il latino entrò. Calmo.
-Com’è la situazione fuori?-, chiese El Rey.
-Siamo messi male capo. Ero andato da Ramon ma sia lui che suo fratello sono morti. Un lavoro da professionisti.-, disse. Un altro salasso notevole.
-Datemi buone notizie!-, esclamò Augustus, decisamente fuori dai gangheri.
-Io ne ho una.-, disse una voce. El Rey si voltò. Quella voce! Era…
L’esplosione fu devastante: il proiettile trapassò il cranio di Augustus e si piantò nel collo di uno dei bodyguard. Gli altri tardarono a reagire. Altri due colpi trapassarono uno dei Latinos più svegli.
L’uomo non rimase fermo: il suo alleato aveva sparato da una delle finestre. Ma sapeva bene chi fosse. Ne aveva sentito la voce. Tirò una testata all’indietro e si liberò le braccia. Colpì con un pugno alla trachea il gorilla. Un rumore sgradevole lo informò che aveva stroncato le cartilagini della trachea. L’uomo cadde all’indietro. Uno dei latinos alzò l’arma. L’uomo cadde all’indietro, i proiettili passarono sopra di lui e colpirono un altro dei suoi nemici. Uno degli sgherri, strafatto, esplose tre colpi. Il tizio che aveva fatto fuoco amico fu dalniato dai proiettili. Cadde a terra boccheggiando.
Un altro proiettile. Colpito alla spalla, uno dei bodyguard di Augustus El Rey fu scagliato verso la parete dalla forza d’impatto. Tramortito, non riuscì a reagire.
-Qui!-, girdò l’angelo custode del killer. Lui si gettò sul Tanto. Lampo d’argento. E pochi istanti dopo una cascata cremisi mise fine al messaggero di El Rey. L’uomo piroettò su sé stesso. Colpì di nuovo. Stavolta trapassò tra la terza e la seconda costola uno dei gorilla.
Gli altri due fecero per sparargli ma erano troppo vicini tra loro. Tentarono di usare le pistole come mazze. Idioti.
Pochi istnati dopo giacquero nel loro sangue.
Lucy avanzò nella sala. La pistola scarica, i capelli scamagliati, l’espressione totalmente e assolutamente risoluta, pareva un’erinni. Un’amazzone giunta per la vendetta finale.
Lui, coperto di sangue, sembrava uscito dall’inferno.
In mezzo a loro i cadaveri di tutta l’organizzazione di El Rey.
-Di sopra!-, esclamò l’uomo. Raccolse una pistola e ne gettò un'altra alla nera. Lei la prese al volo. Lui si fiondò in cima alle scale. Marcos El Rey giaceva morto a terra. Vittima finale della follia del fratello minore. Ultimo vero sacrificio. L’uomo sospirò. Era così che andava. Così era sempre andata. Non importava quanto ardua fosse la lotta o profonda la vittoria.
Inevitabilmente, c’era sempre una ragione per piangere.
-Lo conoscevi?-, chiese Lucy.
-Voleva solo fare sì che suo fratello la smettesse con tutta questa merda.-, disse lui. Chiuse gli occhi al morto con un palmo della mano. Un gesto di rispetto.
Andò alla cassaforte. Sparò due colpi. I cardini si deformarono.
-Prendi quello che vuoi. A nessuno di loro serviranno.-, disse con un gesto.
-Tu non prendi nulla?-, chiese la nera, sorpresa.
-Io vorrei solo una cosa. E non saranno questi soldi a darmela.-, disse lui.
Lei lo guardò. Lui si lasciò guardare. Perché no? Ora lei era come lui. Ora vedeva quel che aveva visto lui. O almeno, ora capiva cosa volesse dire uccidere.
Poi, lentamente, lei lo baciò. Un bacio lungo. Si strinsero. Ultimi due superstiti. Ultimi rimasti di quella notte infernale. La coppia che aveva ballato il ballo del diavolo sino alle ultime note conclusive.

Poco tempo dopo si staccarono. Lucy svuotò la cassaforte. C’erano soldi. Molti.
Eppure, improvvisamente si sentì disgustata.
Certo, quei soldi potevano darle la libertà. Potevano fare sì che non dovesse più battere per strada. Ma veniva dal male. Dalla droga. Dallo sfruttamento di donne…
Non poteva accettare quei soldi. Ma sapeva chi ne avrebbe fatto buon uso.
End Notes:
Ancora, per commenti e/o critiche
aleessandromordasini@gmail.com
Cambiamenti by Rebis
Il giorno stesso. Ore 6.53.
L’Ispettore Raul Montoya non amava le complicazioni.
Generalmente nessuno della polizia amava le complicazioni. Così quando i suoi agenti riferirono di essere stati aggrediti con dei mitra dai Latinos della zona del Porto, l’Ispettore si era limitato ad annuire e sottolineare l’importanza di mantenere basse le perdite tra loro.
Ma quando improvvisamente nella notte fuochi erano divampati e colpi d’arma da fuoco erano divenuti la costante fonte di disturbo sonoro di molti cittadini onesti e impauriti, Montoya aveva deciso d’intervenire. Aveva seguito le tracce e si era trovato davanti un carnaio. Una scena che sembrava uscita da un film di Quentin Tarantino.
Morti. Molti. Diversi dei quali erano noti criminali e tagliagole al soldo di un boss chiamato Augustus El Rey. Montoya non ci mise molto a trovare anche El Rey tra i morti. Poco male. Un bastardo in meno.
Un tizio nudo dal collo spezzato invece era un vero mistero. Raul ordinò che venisse contattata l’immigrazione per dissolvere i dubbi al riguardo.
E poi c’era un altro. Un avvocato. Marcos El Rey, un povero cristo che sembrava essere finito dentro qualcosa di grosso. C’erano impronte digitali varie, un casino enorme per quanto riguardava liquidi corporei e stupefacenti artificiali e non. Un vero massacro.
La cassaforte di El Rey era vuota. Svuotata completamente. Anche lì, niente impronte.
Difficile se non impossibile trarre qualche pista da quel macello.
Era chiaro che alcuni dei latinos erano stati uccisi con un arma da taglio. Uno presentava una rottura della trachea che faceva pensare che il killer fosse un assassino esperto di arti marziali. Ma poi, ecco il problema. Altri due presentavano ferite da arma da fuoco.
Fuoco amico? Tradimento? Demenza da droga?
Montoya sorvolò. Un ulteriore dettaglio era la morte di El Rey. Il proiettile era stato impietoso: aveva trasformato le tempie dell’uomo in una poltiglia sanguinolenta. Per quel che gli importava, Montoya pensò che se la fosse cavata con poco.
-Testimoni? Gente che ha visto o sentito qualcosa?-, chiese senza grandi speranze.
Sapeva bene come andavano quelle storie: nessuno vedeva o sentiva niente.
Nessuno sapeva nulla. Nessuno avrebbe detto nulla.
Una bionda della scientifica si avvicinò. Campioni catalogati, impronte e tracce prese.
-Un bel casino. A mio avviso doveva essere una festicciola a base di droga, alcol e sesso facile ma poi qualcuno deve aver deciso di regolare i conti con Augustus e i suoi.-, disse.
-Le impronte… C’è ancora qualcosa che possiamo cavare da quelle?-, chiese Raul.
Odiava quel caso. Odiava quel posto. E odiava il fatto di essere consapevole che, morto Anthony, probabilmente ora sarebbe subentrato qualcuno ancora peggiore.
Più marcio. E i poliziotti come lui avrebbero fatto ancora una volta la figura degli idioti, forzatamente tenuti in naftalina per garantire una pax mafiosa degna dei migliori film del Padrino. Imprecò sottovoce. Non servì. Si sentiva esattamente uguale.
-Moltissime sono corrotte. Ci sono liquidi organici un po’ ovunque. Sangue, sperma, fluidi vaginali, sudore. È tutto mischiato. Difficilmente trarremo qualche conclusione.-, disse la donna. Raul sospirò. Come sempre. Caso chiuso. Prima ancora di aprirlo.
-Hanno trovato altri due in strada. Uno ucciso con un arma da taglio, l’altro con due pallottole al petto.-, riferì un’agente. Una vera e propria fottuta zona di guerra.
Eppure Raul si sentiva quasi bene: Augustus El Rey era una metastasi cancerosa, un male che andava rimosso. Lui personalmente non aveva mai potuto farlo e ora qualcuno l’aveva eliminato. Se avesse mai avuto modo di incontrare quell’uomo, Raul gli avrebbe ben volentieri stretto la mano.
-Capo.-, la voce di Lucia Ramirez lo svegliò dalla riflessione, -Questa la deve vedere.-.
Oltrepassando i nastri che bloccavano l’accesso.
Seguì l’agente lungo la via. I pochi presenti si affrettarono a farsi gli affari loro. Meglio.
Cadaveri. Tre.
-E questi chi cazzo sono?-, chiese con rabbia Raul Montoya.
La cosa si complicava. Sospirò. Odiava quell’incarico. Odiava essere sull’orlo del baratro e dover vedere cose del genere senza poterle in qualche modo evitare. Tutta colpa di quella volta che l’avevano beccato a scoparsi una collega di alto livello. Se non l’avesse fatto e se entrambi non fossero stati fatti di coca in servizio, non sarebbe finito laggiù.
Ma quel giorno… Beh, circostanze attenuanti, almeno secondo lui.
Era un miracolo che non fosse stato radiato ma forse solo perché i suoi superiori preferivano farlo star male in un altro modo. Farlo invecchiare lì, mostrargli il marcio su cui lui non poteva fare nulla. E lui lo faceva.
Lucia Ramirez si chinò davanti a uno dei corpi. Messicana d’origine, era bella, capelli neri, carnagione bronzea, occhi scuri. Un seno di tutto rispetto gonfiava la divisa d’ordinanza.
Raul Montoya era single. Da tanto. Dopo la storia con la collega, aveva finito col decidere di non correre ulteriori rischi. Così ogni tanto abbordava una prostituta.
L’agente aprì la giacca del soggetto e poi la camica sotto. Oltre alle ferite per via dei colpi di pistola s’intravedevano tatuaggi.
Tatuaggi che Montoya conosceva per mero sentito dire.
-Merda!-, esclamò. Ora anche la mafia balcanica…
Quella storia diventava sempre più un casino.
-Prendete tutto quello che è utile, campioni di tessunti, foto, campioni di liquidi e prove.-, disse. Sapeva già cosa sarebbe accaduto. E non era d’accordo.

Infatti al commissariato la storia fu archiviata in fretta. Il nuovo capo, una bionda lampadata che Raul identificò come una gran stronza, mise subito in chiaro che l’inchiesta sarebbe stata archiviata. Troppo poche prove, diceva.
La verità, Montoya la conosceva bene.
Il nuovo capo era un burattino. Un fantoccio al servizio dello stesso male che avrebbe dovuto combattere. Cercò comunque di ragionarci.
-Signora, io credo che dovremmo almeno tentare. È da un po’ che pusher, papponi e bassa manovalenza muoiono come mosche. Qualcuno là fuori sta facendo una strage. Non crede che dovremmo cercare almeno di capire chi sia?-, chiese.
-Montoya, lasci che le faccia una domanda. Chi comanda qui?-, chiese lei di rimando.
Raul Montoya tacque. Per un lungo, lunghissimo minuto.
Era entrato in polizia per cercare di rendere il mondo un posto migliore e si era reso conto di quanto poco la gente volesse che ciò accadesse. Tutti bravi a scrivere cose pacifiche e a ricalcare frasi di filosofie pacifiste e non violente sui social ma poi, nella realtà, vigeva ancora una sola e antica legge. Quella del più forte.
Raul aveva chinato il capo. L’aveva fatto quando il suo capo l’aveva scoperto. L’aveva fatto quando la collega si era licenziata, sottolineando che era stato lui a farsi un tiro. E l’aveva fatto quando, arrivato laggiù, aveva iniziato a essere relegato a inchieste di secondia importanza, crimini minori, lontano dal lavoro vero.
Ma ora.. Sentì la rabbia corrodergli le viscere.
-Lei, signor Montoya, continuerà ad agire come ha sempre fatto, lasciando questo caso a Franco DeMario.-, disse la Kapa. DeMario. Un mangiaspaghetti, venduto tanto quanto la bionda. Montoya sentì i pugni improvvisamente chiusi dolere. Non si fermò. Meritava quel dolore. Era la sua ricompensa per non aver mai saputo fare altro.
Per aver sempre chinato il capo.
-Ha capito, brutto idiota?-, chiese la kapa con un sorriso. Montoy lesse il nome. Adele Qualcosa. Non gli importava. Sorrise. Aveva capito eccome.
Con un gesto calmo, calmissimo, prese il distintivo. Lo portava al collo, come un talismano. Ora però rappresentava solo la sua affiliazione a una banda di bastardi.
Se lo tolse. Lo posò sulla scrivania. Con calma.
-Trovi qualcun altro disposto a restarsene con le mani in mano.-, disse.
Si voltò, ignorando Adele la Kapa che strillava di tornare indietro, inviperita.

Lucy fece entrare la busta. La casa di quella ragazza, la caraibica che la sera prima aveva fatto baldoria come mai lei aveva visto, era un rudere. Uno squat. Lo schifo e il degrado.
Lucy sperò che quella drogata vedesse la luce e usasse quei soldi per una buona ragione.
D’altronde ora, il giro da cui si riforniva era sparito.
Infilata la busta sotto la porta, lasciò la palazzina. Lei era l’ultma. Era stata in piedi tutta la notte per distribuire quei soldi alle vittime di El Rey.
Per sé non ne aveva tenuti. Non ne voleva.
Aveva però lasciato parte dei soldi a sua sorella e un’altra parte, uguale a quelle delle altre vittime a sua figlia. Per garantire loro un futuro dignitoso.
Sperò che ciò fosse possibile.

Montoya tornò alla scrivania. Guardò il posto di lavoro che gli era stato imposto. Lo aveva spesso odiato. Non gli sarebbe mancato. Ma prima di andarsene doveva fare una cosa. Erano le nove di mattina.
Si recò alla postazione d’autopsia. Il reparto di autopsia e analisi scientifica occupava buona parte dei sotterranei della struttura.
-Raul, che fai?-, chiese un dottore. Carlos “Carl” Gordon. Un buon diavolo.
-Carl, ho bisogno che tu mi dica tutto quello che avete trovato da quanto recuperato stamattina.-, disse senza preamboli. Carl lo guardò.
-L’inchiesta è stata archiviata.-, disse perentoriamente.
-Me ne frego.-, ribatté con rabbia Raul.
-Raul, sei un amico ma non rischierò il posto per te.-, disse Carl con calma. Raul lo afferrò per una spalla, impedendogli di andarsene.
-Non si tratta di me. Si tratta di giustizia. Una parola che è divenuta vuota da troppo tempo.-, disse Montoya.
Un silenzio calò su di loro. Raul capì che Carl era combattuto quanto lui.
-Non si è rilevato praticamente nulla. Tranne l’identità degli sgherri identificabili. Ma abbiamo una traccia. Un DNA che corrisponde a una ragazza. Una tossica del quartiere.-, cedette infine Carl.
-Ha un indirizzo?-, chiese con calma Montoya. Forse c’era ancora una chance!
-Sì. Te lo scrivo ma poi vattene, ok?-, chiese esasperato Carl. Scrisse l’indirizzo su un pezzo di carta e lo passò a Montoya. Lui lo ringraziò con un cenno e fece per andarsene.
-Ma dubito che parlerà. Ai tossici non piacciono gli sbirri.-, disse Carl a mo’ di commiato.
-Non sono più uno sbirro.-, disse lui con calma. Uscì, sapendo che non sarebbe mai più tornato là dentro da poliziotto.

L’uomo si fermò. La sua silenziosa contemplazione interrotta da un’improvviso sentore.
La consapevolezza che qualcosa stava cambiando.
Aveva liberato la periferia da diversi tiranni. Da molti nemici.
Eppure, ora qualcosa stava cambiando. E non era sicuro che fosse in meglio.
Sapeva che un tizio balcanico aveva preso il posto di Michael Priest. Stava lentamente assorbendo la sua vecchia manovalenza.
Sospirò. Uccidere Priest aveva solo fatto posto a qualcun altro. Qualcuno che doveva morire. Lui non si sarebbe fermato finché non fosse finita. Sapeva che non sarebbe cambiato molto ma aveva deciso: la sua vita sarebbe stata spesa così. Al servizio.
Ma alla fine qual’era la differenza tra lui e loro?
Lui uccideva per vendetta, per giustizia, per richiamare uno spettro di equilibrio su una terra dominata dal caos. Loro per dominare, per spremere la vita dai nemici e da coloro che reputavano indegni. Erano poi così diversi in tal senso?
Sì! Lui uccideva nella speranza che la gente potesse assaporare un istante di libertà. Loro uccidevano per profitto. Cambiava tutto quanto. E in ogni caso, alla morte (sua o degli altri) nulla sarebbe importato. Motivazioni, apologie, razionalizzazioni, tutto sarebbe stato cancellato, spazzato via.E lui lo sapeva.
Quella era una consapevolezza che probabilmente aiutava entrambi, l’essersi autoconvinti che nessuna entità li avrebbe puniti per i propri crimini o peccati.
Che importanza poteva avere, alla fine?
La vita non si misurava in anni o mesi, ma in azioni. E lui lo sapeva bene.
Sospirò. La sua vita era divenuta una battaglia ma sapeva bene che se lui si fosse ritirato, nessun’altro avrebbe mai preso le armi al suo posto.
Lui era l’ultima linea di difesa. L’ultimo vero baluardo di valori che la città aveva dimenticato. Ed era solo. Completamente.
Lucy e Achiko erano state presenze temporanee ma né l’una né l’altra erano rimaste al suo fianco. Nulla le legava a lui. Avevano percorso con lui un tratto di strada ma nulla di più e a lui andava benissimo così.
Ma evidentemente a volte l’universo sfoderava il suo senso dell’umorismo poiché suonarono alla porta. L’uomo si alzò. Andò al citofono. Aprì.
Lucy entrò poco dopo con la grazia di una regina. Indossava la minigonna e l’impermeabile. Sorrideva felice.
-Grazie… Per tutto.-, sussurrò soltanto abbracciandolo.
-Per averti resa un’assassina?-, chiese lui. Non ne era felice. A causa sua Lucy aveva conosciuto il sangue. Aveva sparso sangue. Che poi l’avesse fatto per lui, non era importante. Avrebbe in effetti accolto la morte se avesse saputo che non sarebbe vissuto a costo dell’anima di quella donna. Lei scosse il capo. Gli accarezzò la guancia.
-Non parlare così. Sei stato un eroe. Hai liberato un sacco di persone da quel bastardo.-.
Le sue parole erano gentili ma lui stesso era consapevole che non aveva fatto nulla di speciale. Lucy lo guardò.
-Capisci perché non volevo che tu restassi?-, chiese lui. Lei annuì.
-Ma so anche che quei bastardi meritavano tutto.-., disse.
-E noi? Cosa meritiamo?-, chiese lui.
-Non lo so. Credo che la domanda sia piuttosto, cosa crediamo di meritare?-, rispose lei.
Lui sapeva che non stava a lui giudicarla. Lei aveva agito per salvarlo. Aveva preso su di sé quel peso. Annuì.
-Forza.-, sussurrò lei, -Dobbiamo brindare.-. Lo trascinò in cucina. Lui si sedette. Alla fine, rifletté, era inutile farsi tanti problemi. Ciò che è stato è stato.
Allora bisognava vivere il momento. Espirò. Inspirò di nuovo.
La nera gli porse un bicchiere. Rum e coca cola. Per due.
-Alla salute.-, disse lei alzando il suo bicchiere.
Lui cercò di sorridere, non capiva come lei potesse essere felice. O meglio lo capiva ma aveva difficoltà a condividere tale felicità. In ogni caso, bevve.
Dopo il primo sorso, i dubbi si attenuarono. Al secondo erano svaniti. Al terzo si era reso conto di essere eccitato, di voler fare l’amore con quella femmina superba.
Perché farsi tanti dubbi? La vita è una sola, ed è troppo breve per viverla male.

Il resto era stato semplice.
I vestiti finirono sparpagliati un po’ ovunque. La nera prese a succhiarglielo prima ancora di raggiungere il letto. Lui si sforzò resistere. Tra l’ottudimento dell’alcool e le capacità di Lucy nel sesso orale, era una vera sfida. Lei sorrise.
-Ce l’hai molto più grosso di quell’altro…-, sussurrò. Si mise contro il muro. Offrendosi.
-Mettimelo dentro… è da quando ti ho chiesto aiuto che lo aspetto…-, sussurrò invitante. Lui eseguì. La vulva della nera era una fornace e bagnata all’inverosimile. Resistere lì fu ancora più difficile. Iniziò a stantuffarla, cercando di contenersi. Non voleva venire. Non subito. L’afroamericana invece non sembrava avere quel problema. Accoglieva la penetrazione incitandolo ad entrare di più. Sembrò percepire la sua esitazione.
-Vienimi dentro… tempo ne abbiamo.-, sussurrò. Lui annuì. Aveva ragione…
Le venne dentro poche spinte dopo sentendo anche lei che godeva. Sentì qualcosa di caldo uscire da lei e mischiarsi a lui… Un unione che lui nemmeno seppe definire.
Barcollando, crollarono esanimi sul letto.

Raul Montoya stappò la bottiglia di Jack Daniel’s. Bevve a garganella. L’alcool lo stordì.
Il suo colloquio con quella tossica era stato molto breve, incisivo e semplice.
Aveva bussato alla porta. Lei aveva aperto, vestita solo di una maglietta di almeno tre taglie più grande del dovuto. L’aveva subito guardato male.
-Sei della polizia? Non ti conosco.-, aveva subito chiesto con aria ostile.
-Non sono della polizia.-, aveva risposto con calma lui. Lei sembrava essersi calmata.
-Che vuoi?-, aveva dunque chiesto lei, assumendo una posa leggermente più rilassata..
-Vorrei farti qualche domanda, se posso.-, aveva detto lui. Speranzoso.
-Caschi male. Se non vuoi scopare cercati le risposte su Google.-, aveva risposto lei. Aveva subito fatto per chiudere la porta. Lui non l’aveva fermata. Perché inimicarsela ulteriormente? Che diavolo aveva poi da pretendere? Era andato tutto esattamente come aveva detto Carl.
“Ho sbagliato? Sarei dovuto restare a far finta di niente?”
Ingollò una sorsata d’alcool, inviando maledizioni alla troia che aveva preso il posto di Anthony. Riflettè sulle possibilità, sul da farsi. E decise. No: non aveva sbagliato. Non poteva. Aveva sempre lottato nella sua vita per smentire i pregiudizi e la sfiducia della gente. NON POTEVA AVER SBAGLIATO TANTO!
Riconsiderò la situazione. L’alcool gli sottraeva lucidità ma gli restituiva la capacità di guardarsi in faccia. Di essere onesto. Con sé stesso, quantomeno.
Se n’era andato. Non solo per orgoglio. Principalmente perché sapeva che la Polizia ormai non intendeva fermare il crimine nella Periferia o in tutta la città, volevano solo sopravvivergli e lui non lo accettava. Non poteva accettare quel compromesso.
Ma sapeva anche che c’era qualcuno che stava facendo pulizia. Aveva saputo che nel quartiere cinese, la rete della Farfalla d’Acciaio era stata annientata. Aveva sentito di diversi piccoli spacciatori morti e ora il carnaio nella zona portuale…
Se avesse potuto trovare quel qualcuno avrebbe anche potuto iniziare a fare seriamente il poliziotto, pur non essendo più tale.
Ma prima doveva trovarlo un simile individuo ed era certo che quella ragazza sapesse qualcosa. Si chiese come farla parlare… magari offrendole del denaro?
Partendo dal presupposto che lei ricordasse qualcosa dopo una notte di alcool e droga…
Lui sapeva che raggiunta una certa soglia, il corpo spegneva il cervello. Semplicemente la gente si svegliava al mattino dopo senza ricordare la notte prima. E solitamente questo poteva portare a enormi problemi: Raul aveva già visto un suo amico d’infanzia diventare padre per l’essersi fatto una tipa mentre entrambi erano felicemente sbronzi. Entrambi il giorno dopo non ricordavano alcunché e c’era voluto solo un paio di mesi perché la verità venisse a galla. Ovviamente l’amico di Raul si comportò onorevolmente sposando la ragazza.
Finendo con l’essere padre a vent’anni. Triste fine.
Ma era ancora un fato misericordioso, e quanto!, rispetto a quello che attendeva quella giovane e molti altri che Montoya aveva conosciuto. Prima o poi sarebbero incappati in una dose di coca tagliata male e a quel punto… Sempre che non fossero morti o stati uccisi prima.
Sospirò bevendo un altro sorso. Che vita di merda!

Anche se avevano inziato con l’accarezzarsi lentamente, il 69 in cui l’uomo e Lucy stavano cimentandosi non era né lento né tantomeno eccessivamente tenero.
Lei, seduta sul suo viso lo succhiava con foga, come timorosa che quell’ottimo esemplare di maschio poesse venirle strappato da un momento all’altro.
Lui affondava di lingua e dita nella sua vulva, consapevole del piacere che sentiva. Osò persino penetrare con un dito l’orifizio anale della nera.
-mmmmh!-, evidentemente le piaceva. Fece affondare il dito ancora un po’.
Lei in risposta lo prese in bocca fino in gola, tormentandolo con lingua, dita e l’abilità di una vita di sesso. Ah, è così?! Si stava persino divertendo. Ma in quel momento persino il divertimento veniva messo in secondo piano. Contava solo l’orgasmo.
Il suo e quello di Lucy.
Strinse sul clitoride, come a volerlo masturbare, mentre la sua lingua affondava nel sesso della donna. La nera ansimò emettendo versi inumani. Stava godendogli addosso, lo sentiva. Iniziò a bere il suo piacere, gustandone l’aroma forte, l’odore robusto e selvaggio, quel retaggio di antenati d’africa…
Lei gli stava praticando una vera e propria gola profonda. L’uomo notò quanto fosse vicino a venire.
Si chiese se voleva davvero godere così. E due secondi dopo decise che voleva davvero farlo. Affondò nella sua intimità con due dita, unendole agli sforzi della sua lingua. La nera sussultò e lo leccò facendolo venire nella sua bocca. Bevve tutto mentre crollava su di lui, fulminata dal piacere. Respirarono affannosamente, rapiti dall’estasi del piacere, catapultati in universo a sé stante per minuti o ore.
Vivi… a differenza di moltissimi altri.
-È stato bellissimo…-, sussurrò lei estasiata. Rotolò via da lui, distendendosi sul letto.
-Davvero.-, mormorò lui. Era stato qualcosa di esplosivo. Sesso allo stato puro. Felicità per due. E allo stesso tempo…
-Mi piace farmi scopare da te. Mi piace scopare in generale ma tu… Dio, credo di essermi innamorata!-, esclamò lei. Ancora su una nuvoletta rosa.
Lui rimase sorpreso. Ed ebbe paura. L’amore l’aveva bruciato, pugnalato e lasciato a morire per molto tempo prima che trovasse la forza di risorgere.
E l’amore ora tornava? Nella sua vita? A esigere altro dolore, un altro costo in sofferenza?
O forse a benedirlo con la ritrovata compagnia di un’anima affine?
Possibile? Improvvisamente comprese che non voleva sapere. Steso sul letto sfatto, ansimante e con quella meravigliosa pantera nera al suo fianco avrebbe solo desiderato poter restare là a vita. Poter almeno per un istante chiudere fuori rabbia e vendetta.
E per il momento, sembrava fosse persino possibile.

Raul Montoya era consapevole di essere sbronzo.
Ma lo considerava un bene: la sua prima giornata come giustiziere solitario e detective privato al soldo di sé stesso era un tale fallimento che poteva ben giustificare una bevuta. Eppure qualcosa gli sfuggiva. Quella ragazza, il carnaio, la Farfalla d’Acciaio… I pezzi e i dati del suo dossier si mischiarono.
E improvvisamente capì che qualcosa non tornava. Un uomo non poteva rendersi così invisibile… nemmeno quell’uomo. Decise di tornare a chiedere a quella ragazza.
Stavolta però avrebbe usato un’altra strategia. Sarebbe arrivato in fondo a quella storia.

Gli ordini di Mark Immeldorf erano chiari.
Raul Montoya doveva morire. E lui doveva bussare alla porta e sparargli.
Sparare a un uomo che manco conosceva per ragioni che esulavano dalla sua comprensione. L’ordinario, insomma, per lui. Bussò alla porta, estraendo la M9 silenziata.
Sarebbe stato rapido e facile: due colpi al petto, uno alla testa una volta che il bersaglio era a terra. E poi sarebbe tornato al motel, a degustare lo champagne.

Qualcuno stava bussando. Eppure lui sapeva che non aspettava nessuno.
Obnubilato dall’alcool, il suo cervello prese in considerazione che qualcuno stesse venendo per ucciderlo… Possibile? In quel momento non se lo chiese. Afferrò la Derringer, minsucolo revolver quasi più da collezione che altro. Quando l’aveva acquistata, anni prima, l’aveva fatto per mero impulso collezionistico.
-Arrivo.-, disse. Controllò che fosse carica e la strinse in pugno.
Aprì, trovandosi davanti un individuo che non conosceva. L’altro, rapidissimo, estrasse una pistola. Pericolo!
Rapidamente ma goffamente, il detective si portò fuori dalla linea di fuoco.
Lo sparo trapassò la finestra di camera sua. Lui invece non sbagliò: il proiettile della Derringer centrò l’uomo al cuore.
Addio interrogatorio. Ma non si poteva avere tutto, no?
Cercò delle prove. Nulla. Niente documenti o biglietti. Niente. Prese la pistola dell’uomo. Numeri di serie limati, matricola cancellata. Gli tolse i guanti. Se li mise.
Trascinò il corpo in casa. Innaffiò ad alcool il corpo e il locale. Poi, con calma reverenziale, accese un fiammifero e diede fuoco a tutta la sua vita passata.
Improvvisamente, mentre scendeva le scale avvolto nell’impermeabile alla Dick Tracy, ebbe una folgorazione: chiunque avesse tentato di ucciderlo poteva aver pensato di fare lo stesso con quella ragazza. Si rilesse l’indirizzo.
Forse poteva ancora salvarla, o quantomeno convincerla a dargli retta. Intanto dietro di lui bruciava il rogo funebre di Raul Montoya. Si trovò a pensare all’idiozia della cosa.
“Prima mi licenzio. Poi mi sbronzo dopo aver bruciato l’unica testimone del caso. Se non ero sbronzo forse ero morto… Dio ha davvero un senso dell’umorismo. E ora, dopo aver dato fuoco a tutto quanto, vado a cercare quella tossica pregando che non sia tardi per salvarle la vita che lei sta bruciando così facilmente.”.
-Meno male che quando sono arrivato qui mi dicevano che non succedevano grandi cose…-, sussurrò. Intanto qualcuno previdente aveva chiamato i pompieri. Gli allarmi risuonarono lungo la via e Montoya si affrettô a raggiungere la sua auto. Sbronzo, pregò che nessuno dei suoi ex-colleghi decidesse di intercettarlo mentre si recava a compiere la sua autoimposta missione.

Adele Kingsword era originaria dell’Inghilterra. Aveva la nobiltà e il comando nelle vene. Era divenuta capo della polizia per meriti propri, non per scelta di qualcuno. Lo sarebbe diventata anche prima se Anthony non le avesse fregato il posto.
Ed aveva subito capito cosa andasse fatto. Se non puoi batterli…
Così, quando aveva inviato Mark Immeldorf a uccidere Raul Montoya prima che, come sospettava, divenisse un pericolo per lo status quo aveva gestito la cosa con calma e sicurezza. Ora però sentiva che l’appartamento di Montoya e l’intera palazzina erano andati a fuoco. Nessun morto, per fortuna, ma diverse persone ricoverate per problemi respiratori indotti dal fumo e uno con ustioni di primo grado.
Adele sapeva bene che Immeldorf non poteva aver fatto un simile disastro da solo. Ordinò rapidamente a una pattuglia di andare a verificare chi fosse il morto.

Guidando come in trance, Raul Montoya pensava che una parte della sua vita era definitivamente finita. Se non altro, poteva dire di aver smesso di mentire.
Evitò di misura di andare a sbattere contro un’altra macchina beccandosi insulti a raffica.
Impassibile, continuò a guidare. Arrivò alla palazzina decadente dove abitava la tossica.
Salì le scale facendo i gradini a tre a tre. Pregando il dio in cui non credeva che non fosse arrivato tardi. Bussò alla porta. La ragazza, stessa maglietta indosso e stesso look trash da after-party in collasso, aprì la porta. Lui esultò silenziosamente, ringraziando dio.
“Forse dovrei riconsiderare la messa della domenica…”.
-Ancora tu?!-, chiese la caraibica. Decisamente infastidita.
-Ascolta… Sei in pericolo!-, esclamò lui.
-Vattene! Non mi rompere il cazzo!-, ribatté per tutta risposta lei. Fece per chiudere la porta. Lui stavolta la fermò. Doveva ascoltarlo. Doveva capire.
-Hanno provato a uccidermi e sono sicuro che faranno lo stesso con te!-, la avvertì.
-Ma tu ti sei fumato roba forte!-, esclamò lei. Sorrideva scossa da tremiti nervosi.
Per un istante, Raul avrebbe voluto dirle che era una frase strana in bocca a una che aspirava peggio di un Dyson. Ma si trattenne.
-Ti prego, stammi a sentire solo un istante!-, la implorò lui.
-Ma si può sapere cosa cazzo vuoi?-, chiese lei. Forse fu la frase. Forse fu l’alcool. Forse fu la consapevolezza di aver buttato nel cesso vent’anni di carriera e i sogni di una vita.
Forse fu tutto questo insieme ma non poté trattenersi dallo sbraitare.
-Tu c’eri. Eri a casa di Augustus El Rey quando è morto. So che sai qualcosa, così come lo sanno quelli che mi hanno gentilmente spedito un killer a casa!-, esclamò lui.
La ragazza sbatté gli occhi, come instupidita. Una, due volte. Sembrò improvvisamente spaventata. Come se avesse ricordato qualcosa di terribile.
-Io non c’ero!-, esclamò lei. Improvvisamente sembrava essere sulla difensiva.
-C’eri.-, disse lui, -Abbiamo trovato…-, “cazzo!” Si fermò prima di poter dire altro ma ormai il danno era fatto. Anche se fosse stata completamente in trip avrebbe sicuramente fatto il collegamento. Persino un’idiota ci sarebbe arrivato.
-Sei della polizia! Brutto figlio di puttana! Vuoi portarmi dentro perché mi faccio? Che vuoi? La vuoi gratis? Vuoi scopare e non pagarmi? Vieni che ti accontento! Ti faccio fare la scopata della tua vita! Te le svuoto!-, stava quasi gridando e infatti una vecchietta di passaggio alzò la testa. Giusto in tempo per vedere la giovane alzare la maglietta e mostrare le tette nude e un perizoma rosso fuoco.
Raul Montoya respinse il desiderio di accontentarla, anche solo per tenerla al sicuro.
Non scopava da tantissimo tempo: Non ricordava neppure l’ultima volta… anzi no, la ricordava. E non voleva ricordare. Si fece forza per restare concentrato.
-Se avessi voluto arrestarti avrei tirato fuori distintivo e manette.-, rispose, -Ma non l’ho fatto. E per quanto riguarda il sesso…-,.
-Ah, non ti piace? Cos’è, vuoi vedermi scopare qualcuno? Vuoi farti me e una mia amica? Ho una collega russa che è una bomba…-. Tempo di porre fine alla avance della bella lolita cocainomane…
-Ok. Senti, non voglio estorcerti niente. So che tu c’eri. Non sono un poliziotto, non più…-, disse lui ma lei lo interruppe.
-Raccontala a qualcun altro. Voi sbirri siete bravissimi a fingere di non essere sbirri.-, disse con tono annoiato e irritato assieme.
Raul iniziava seriamente a essere stanco. Perché doveva essere tutto così fottutamente difficile? Sospirò. Decise di giocarsi tutto.
-Senti, vuoi una cazzo di prova che non sono uno sbirro?-, chiese. Non attese una risposta. Le porse la pistola.
-Ora il coltello dalla parte del manico ce l’hai tu. Se sono davvero uno sbirro, lo avrei fatto?-, chiese.
-Beh, no… Ma…-, la drogata andò in confusione. Per il suo cervello sovraccarico di elettricità era troppo, soprattutto senza la bamba a tenerla su… In quel momento, Montoya li vide. Salivano le scale. Il loro portamento gli fece capire che erano venuti per la ragazza.
Agì rapidissimo. Sparò al primo. L’altro sparò a sua volta. Raul sentì un dolore sordo a un braccio. Merda! L’avevano centrato. Il sangue usciva a fiotti. La ragazza sembrò impietrita per qualche istante poi lo trascinò in casa.
Montoya si tolse l’impermeabile. Usò la cintura per fare un laccio emostatico.
-Merda! Merda! Merda! Merda!-, la tossica sembrava essere divenuta isterica, anzi, forse era anche oltre l’isteria. A Raul Montoya non importava. Quel che gli premeva era uscirne vivo, possibilmente con l’informazione che cercava.
Improvvisamente la porta andò in pezzi. Un oggetto tozzo rimbalzò sul pavimento lurido:
Una granata stordente. Merda, quei tizi erano maledettamente ben equipaggiati. Veniva da chiedersi perché non avessero asfaltato l’appartamento con un lanciamissili…
Sicuramente erano abbastanza ammanicati.
L’udito gli fu strappato dall’esplosione. La visuale gli si annebbiò divenendo un frame di un film che non era sicuro avrebbe avuto altre scene.
-Ti ho preso bastardo…-, disse il tizio. Un nero con l’aria da gangstar. Poteva essere uno dei tanti tirapiedi. Gli puntò la pistola alla testa. Montoya alzò le braccia. Doveva temporeggiare… La sua pistola? Dove cazzo era?
-Possiamo parlare?-, chiese.
-No.-, la pressione sul grilletto si accentuò. Raul Montoya comprese di essere vicinissimo alla fottuta fine. Chiuse gli occhi. Non voleva morire vedendo come ultima cosa il viso di quel tizio. Cercò di pensare a qualcosa di bello.
Ma la sua vita era stata schifosa. Le belle cose se n’erano andate anni fa, disertando come soldati stanchi di lottare contro un nemico onnipotente.
Poi sentì come dei colpi di tosse e qualcosa di caldo gli schizzò la faccia.
“Sono ancora vivo cazzo!” Aprì gli occhi.
La tossica impugnava la pistola silenziata che aveva cercato inutilmente.
-Cazzo… Cazzo!-, le braccia le crollarono. Cadde in ginocchio.
-Dobbiamo andarcene…-, disse lui alzandosi a fatica. Il braccio destro leso doleva. Prese la pistola del nero, impugnandola con la sinistra. Era un bene che fosse ambidestro.
-Vaffanculo! La mia vita è finita, porca puttana! Questo buco di merda era tutto quel che avevo e ora arriveranno gli sbirri…-, la drogata iniziò a piangere. I singhiozzi la scossero da capo a piedi. Montoya le si avvicinò. Le tolse l’arma dalle mani. Mise la sicura.
-Andrà tutto bene… Andrà tutto bene.-, disse il detective.
-Un cazzo! Sono finita…-, sussurrò lei. Lo guardò. Raul si preparò al pugno, all’insulto, al qualunque cosa quell’imprevedibile donna stesse per scagliargli addosso.
Ma lei si limitò a piangere.
-No. Non sei finita. Ti aiuterò io.-, disse lui. Lei sembrò rasserenarsi. Lui sentì delle sirene. Merda. La polizia. Evidentemente Adele la Kapa voleva essere certa che il casino restasse sotto controllo.
-Dobbiamo andare.-, disse, -Adesso.-.
-Aspetta…-, sussurrò lei. Si alzò malferma sulle gambe. Prese qualcosa da uno scaffale, andò in una stanza. Tornò vestita di un paio di jeans slavati e pieni di macchie e buchi sulle gambe. Si era messa un impermeabile.
-Andiamo.-, disse.
Uscire fu facile. Eludere la polizia fu altrettanto facile: il cordone di curiosi sembrò ostacolare gli sbirri e i due uscirono dal restro dell’edificio.
-Dove andiamo?-, chiese la drogata.
Raul Montoya stava ponendosi la stessa identica domanda.

Adele Kingsword imprecò sottovoce.
Il corpo bruciato aveva impronte dentarie che non corrispondevano a quelle di Montoya. Su quello, Carl era stato strachiaro. E ora le giungevano voci di una sparatoria…
Cosa che non le avrebbe dato problemi se non fosse stato che la suddetta era avvenuta all’indirizzo dell’unica scomodissima testimone che le era stato chiesto di eliminare.
Adele sospirò massaggiandosi la radice del naso. Quell’accordo aveva dei costi e stava iniziando a costare troppo.
Ma doveva continuare a fingere. A giocare secondo i piani.
-Capo… I giornalisti vogliono avere qualche notizia… Che devo dire?-, chiese Branco. Un poliziotto messicano naturalizzato americano.
-Di loro di attendere mezz’ora. Organizzerò una conferenza stampa.-, disse lei.
E il gioco ricominciava.

Lucy mangiava con calma.
Avevano ordinato qualche pizza e stavano consumando quel pasto con tutta calma. Eppure l’uomo era attento. Consapevole. Qualcosa stava succedendo. In quel luogo avvolto dalle ombre qualcosa succedeva sempre.
La nera lo guardò. Sorrise.
Indossava solo lo string e la maglietta, come lui indossava solo i boxer e uno jimbon (veste giapponese casalinga simile ma non uguale al kimono). Anche lui sorrise.
-Tu non vuoi che io rimanga ancora, vero?-, chiese.
Lui sospirò. A che pro mentire? Per quanto lei potesse essere un’ottima compagnia, sia fuori che dentro il letto, era giusto che capisse. Lui era un solitario, l’ultimo lupo di un branco di fantasmi. Era pericoloso che lei si legasse a lui. Lei sospirò, comprendendo che il silenzio era un’ammissione, una conferma delle sue parole.
Terminò di masticare la magherita e ingoiò.
-Sai… C’è una cosa che vorrei prima che tu vada avanti con la tua…vendetta?-, sembrava incerta sulle parole da usare ma lui annuì, spronandola a continuare.
-Vorrei che andasse diversamente. Che io potessi restarti accanto…-, sussurrò lei.
-Viviamo due vite troppo diverse, per poter condividere qualcosa di simile.-, disse lui.
-Perché?-, chiese lei. Sembrava persino adirata a quel rifiuto.
-Perché?-, chiese lui, -Come credi che sarà la nostra vita? Quanto dovremo soffrire? Quanto passerà? Quante morti, quanto sangue? Come potrai restare?-, si avvicinò a lei.
-Io non so come potrai resistere. Per questo preferisco evitare che tu subisca una silmile prova.-, disse lui. Lucy lo guardò e basta.
-A me basta che tu sia qui… Basta che tu ci sia per me.-, disse. Lo baciò.
Il bacio divenne più profondo. L’eccitazione torno a montare. L’uomo la fermò.
Lei lo guardò con espressione interrogativa.
-Non ti ho ancora fatto vedere la mia doccia, vero?-, chese lui sorridendo.
La doccia era bella grande, una cabina in vetro, Un lusso come ve n’erano pochissimi.
Lucy ne sembrò sorpresa. L’uomo notò che sembrava ammutolità.
-Non avevamo qualcosa da fare?-, chiese con un sorriso lui.
-Oddio…-, sussurrò lei, -Non l’ho mai fatto in una doccia…-.
-Ti piacerà. Immagina di farlo nella giungla… Sotto una cascata!-, la incoraggiò lui.
I vestiti caddero in pochi minuti. L’acqua prese a scrociare sui loro corpi poi l’uomo iniziò a gratificare la nera vulva di Lucy oralmente. La nera gemette, mostrando di gradire.
Lei gli spinse la testa contro l’apertura della sua intimità. Lui incominciò letteralmente, come a mangiarla, ad assaporarla. Perso nel momento.
Leccando, suggendo, mordendo, succhiando, sfregando.
-Così… mangiami… ti piace il cioccolato? Serviti… aaaaahhhh!-, mentre parlava la donna ebbe un primo orgasmo. L’uomo si rialzò, si leccò le labbra.
-Fammi tua…-, sussurrò lei. Due battiti di cuore dopo lui le entrò dentro. Era al limite dell’eccitazione e non sarebbe durato a lungo, lo sapeva. Ma non aveva neppure voglia di trattenersi: voleva solo godere in quella splendida femmina.
E lo fece esattamente tre lunghi minuti più tardi. L’orgasmo fu condiviso. Lei si afflosciò contro la parete, lui ebbe appena la forza di uscire dalla sua intimità prima di appoggiarsi al vetro della doccia.
-È stato bellissimo… Non ho mai scopato così bene come con te.-, sussurrò lei.
Lui sorrise. Annuì.
Sapeva bene che l’indomani avrebbe portato ancora sangue, oscurità e morte. Ma sapeva anche che era giusto così.
Era la vita che si era scelto. Ed era deciso a godersi il presente, a non lasciare che il futuro lo rovinasse.
Interludio by Rebis
Nonostante il pessimo inizio, le cose miglioravano.
Lui e la ragazza avevano preso alloggio in un motel. Nessuno aveva fatto domande. Non era il genere di motel che storceva il naso davanti ai soldi e Raul Montoya ne aveva abbastanza. Massima discrezione. Almeno per ora.
-Allora. Raccontami tutto quanto.-, disse.
Lei sembrò titubare o forse no. In ogni caso, Montoya aveva finito la pazienza.
-Ascolta, se non hai notato…-, iniziò spazientito.
-Sto cercando di ricordare!-, esclamò lei. Si sdraiò sul letto, sembrava provata. Raul non se la sentì di mettere in dubbio la cosa. Era stata dura. Per tutti e due.
-Io ero andata a questa festa… Da El Rey.-, iniziò finalmente lei a raccontare, -Ero in manco, avevo una scimmia pazzesca e lui solitamente guarniva i festini con della roba niente male.-, Montoya annuì. La cosa iniziava a farsi più chiara.
-Insomma, inizia la festa. Io mi faccio un casino di bamba e questi tizi cominciano a scoparmi manco fossi Jada Fire… Era una vera orgia!-, sorrise con malizia. Raul dovette dominare il desiderio di chiederle di scopare con lui. Quelle frasi erano tortura.
-A un certo punto è successo qualcosa. El Rey ha urlato qualcosa che non ricordo ma i tizi chi mi stavano fottendo erano fatti quanto me e lui ha sparato. Ho visto la morte in faccia.-, raccontò lei, -Così ho preso i miei quattro stracci e me ne sono andata.-.
Montoya imprecò mentalmente. La testimonianza di quella tossica provava solo che Augustus aveva dato un festino a base di donne e cocaina. Ma nulla di più.
-E poi?-, chiese lui, -Hai visto qualcosa o sentito qualcuno?-. Era tutto quello che aveva. Se quella non ricordava… Preferì non pensare a quanto gli era costato quel fiasco.
-Beh, io…-, sembrò fare lo sforzo della sua vita per riuscire a rammentare quella sera.
-Sì?!-, chiese lui all’apice dell’impazienza.
-Ricordo… un uomo. Mi guardava. Aveva impermeabile. La faccia da… non so neanche io come descriverla.-, disse lei.
-Aveva armi?-, chiese lui. Forse eccolo! Quello che cercava…
-Una pistola in mano, mi pare. Ero strafatta, cosa vuoi?!-, sbottò lei.
-Scusa… Mi sono giocato carriera, vita e reputazione perché penso che la tua storia contenga la chiave del mistero.-, disse lui.
-Qualche chiave?-, chiese lei. Raul sospirò. A quel punto tanto valeva presentarsi come dio comandava, o no?
-Mi chiamo Raul Montoya. Ero un poliziotto. Un ispettore. Me ne sono andato perché sono stanco di come la polizia di questo stato gestisce questa città. Evitano i casini. Preferiscono ignorare i crimini piuttosto che indagare, perché pensando che ormai il crimine qui ci abbia fatto il nido. Da un certo lato hanno ragione MA è importante, vitale anzi, che qualcuno faccia qualcosa. La polizia non lo fa più, si è piegata a quei bastardi. Ma di recente ho sentito parlare di assassinii. Un pusher morto, un pappone sventrato, un trafficante d’armi noto alle autorità ma tollerato perché ammanicato che è stato trovato morto a casa sua insieme a guardia e moglie. Un incendio a Chinatown con diversi morti e tutti abbastanza sospetti e, per finire, questa strage nella zona portuale. Qualcuno sta reagendo. Qualcuno vuole farsi giustizia da sé. E io voglio capire chi é.-, si presentò lui.
La drogata lo guardò con un sorriso cinico.
-E vuoi arrestarlo?-, chiese.
-No.-, rispose lui, -Voglio capire.-. Silenzio.
Poi la tossica si mise a ridere. Il genere di risata che Raul non sopportava.
-Che ci trovi di tanto divertente?-, chiese, piccato.
-Che vieni a chiedere aiuto a me! E che pensi che cambierà qualcosa!-, esclamò la giovane ridendo. Raul non rispose. Forse era vero, forse non sarebbe mai cambiato nulla.
-Ma cosa costa provare?-, chiese, -Tu non vuoi avere una vita migliore? Degna di essere vissuta?-. La drogata lo guardò e sorrise mettendo in mostra una dentatura stranamente bianca per una la cui sola preoccupazione era trovare un’altra dose di coca.
-Bello mio, la mia vita è iniziata qui. A sedici anni mi sono fatta la prima pista. A sedici già andavo a letto con gente che aveva il doppio della mia età. A diciotto anni sono rimasta incinta. Ho abortito e adesso di anni ne ho ventiquattro. È tutta la vita che scopo e mi faccio. Vuoi sapere cosa penso? Penso che non cambierà proprio niente. Butta pure giù i pezzi grossi di adesso e te ne troverai altri dopo.-, disse lei con fatalismo.
-Hai rinunciato a sperare.-, disse Montoya.
-E tu? Per la speranza hai mandato a puttane tutto il resto.-, ribatté lei.
-So che non volevi finire coinvolta ma…-, iniziò lui. Lei balzò dal letto e con una rapidità che non credeva possibile lo afferrò per il bavero della giacca.
-Io volevo solo poter vivere in pace. Ma poi sei arrivato tu. Mi hai salvato la vita solo per togliermi il poco che restava!-, esplose lei. Incominciò a prenderlo a pugni ma dopo qualche istante si raggomitolò contro di lui, distrutta.
-Come ti chiami?-, chiese lui.
- Ainhoa…-, sussurrò lei.
-Bene, Ainhoa. Ascoltami. Ti prometto che quando sarà finito ti aiuterò a riavere tutto quanto, ok?-, chiese lui. Lei annuì, in lacrime.
-Ma perché io possa farlo, tu devi ricordare.-, disse lui. Lei annuì di nuovo. Più calma.
-Ricordo che mi ha guardato… Sembrava un animale. Ricordo qualcosa che sporgeva… Una spada, o qualcosa così.-, ammise lei infine.
Una spada! Il cervello di Raul Montoya rischiò di collassare mentre metteva insieme i pezzi. Aveva senso. Alcuni dei corpi presentavano ferite da taglio.
Veniva dunque da credere che quell’uomo avesse neutralizzato alcuni di loro per poi essere aiutato da qualcun altro di esterno. E gli altri… Il pusher e il suo gorilla, il pappone e il trafficante… L’arma da taglio centrava sempre. Ecco il filo logico. La conferma che i suoi sospetti erano fondati. Sorrise.
-Brava…-, sussurrò. La giovane sospirò. Tremò, o forse fu solo l’immaginazione a farglielo credere. Comunque si preoccupò.
-Hai fame? Sonno? Freddo?-, chiese.
-Voglio la bamba…-, piagnucolò lei. Era in astinenza. Raul sospirò.
-Non ce n’è. E non possiamo uscire di qui, subito.-, disse lui.
-Ne ho bisogno…-, sussurrò lei, -Faccio quel che vuoi!-, esclamò. Frase di rito…
-Non dipende da me.-, disse lui. Ferreo.
-Vaffanculo!-, esplose lei. Il ceffone la centrò in pieno. Cadde all’indietro. Montoya bestemmiò in silenzio. Non avrebbe mai fatto una cosa simile ma d’altronde non era nemmeno più la stessa persona di qualche ora prima. Ainhoa si mise a piangere.
-Voglio la neve! Porca troia!-, urlò. Raul pregò che quella sorta di attacco smettesse presto. Doveva farla tacere. Doveva farlo! Se fosse arrivata la polizia sarebbe stata la fine.
-Ascolta! Se ci trovano gli sbirri…-, sussurrò lui. Non sapeva che altro dirle.
-Merda… voglio una dose!- sussurrò lei. Lui le strinse una mano.
-Guardami! Guardami!-, le ordinò. Si fece forza. Doveva essere forte per entrambi o sarebbero caduti tutti e due. E nessuno li avrebbe aiutati a rialzarsi.
Lei lo guardò. I suoi occhi erano pieni di lacrime. Lui la fissò.
-Ne usciremo. Insieme. O non ne uscirà nessuno.-, promise. Erano parole che aveva già detto. Anni prima. A un'altra donna. E che ora sentiva più presenti e vere che mai.
Lei lo guardò. Probabilmente desiderò poter essere più forte o forse lo odiò per quelle parole. Per l’averle sbattuto in faccia la verità. Per averle distrutto la vita.
In ogni caso sembrò smettere di lamentarsi.

L’uomo camminava. Le strade della città parevano fagocitarlo. O risputarlo dall’inferno.
Camminava calmo e sicuro in un universo in cui tutti, ma proprio tutti, sembravano avere fretta o attendere qualcosa.
Tutto sembrava in attesa di qualcosa. Ma era sempre così. La Periferia, piena di feccia e graffiti viveva sull’attesa. Viveva sull’incertezza. Sull’eterno istante.
Proprio come lui, viveva sul presente. Nessun passato o futuro. Solo l’agire. Solo il presente. Sorrise ferocemente.
Aveva saputo che le sue imprese non erano passate inosservate. La polizia aveva iniziato a indagare ma lui sapeva bene che non avrebbero avuto molto su cui lavorare. Tanto meglio. Sarebbe giunto, un giorno, anche il momento dei poliziotti corrotti, lui ne era certo.
Non era però sicuro che un tale onere fosse suo.
Aveva già il suo bel da fare. E se anche un giorno avesse dovuto affrontare i poliziotti caduti nell’abbraccio del male, non era affatto certo che sarebbe riuscito a uscirne vivo.
Tagliò oltre un vicolo. Sentì un grido. Una ragazza. In quel punto, era facile che ragazze o donne fatte e finite fossero aggredite, derubate e stuprate. Ed era proprio quel che sarebbe accaduto. I due tizi non sembravano intenzionati a recedere dai loro propositi. La ragazza tentava di opporsi ma alla fine un ceffone la stordì, facendola cadere di schiena. Uno dei due le si inginocchiò tra le gambe. Lei implorò, pianse. Tutto inutile.
Al mondo non importava. Ma all’uomo sì: abbattè in silenzio il compare del tizio, un nero dall’aria veramente eccessiva. Il Tanto trapassò il petto dell’uomo prima che potesse anche solo lontanamente pensare a una reazione. L’altro si alzò, impugando un coltello.
Un SOG, di quelli vecchi, risalenti al Viet Nam. Non si era ancora sbottonato i calzoni. Era stato lento o forse solo prudente.
In ogni caso l’uomo sorrise impugnando la sua arma. Era un grave errore quello che quel tizio aveva deciso di commettere. La ragazza si rannicchiò a terra, shockata dalla morte e dalla violenza.
Il bruto tentò un affondo. L’uomo entrò nella guardia di quel bastardo e disegnò un taglio cremisi lungo il costato. Vi fu un urlo. Qualcosa di metallico cadde a terra. Il coltello. L’altro, ferito ma non morto, decise per la vita al posto della dignità. Se ne andò, tenendosi la ferita. Zoppicò via con versi dolenti.
-Lo lasci andare?-, chiese la ragazza con rabbia e lacrime in pari misura. L’uomo la guardò. Meticcia, capelli corti, un volto bello su un corpo un po’ troppo magro, la camicetta aperta sui seni acerbi e la gonna tirata su fino alle cosce. Un paio di mutandine facevano capolino.
L’uomo non rispose. Non serviva. A che pro inseguire quel bastardo? Solo per ucciderlo? Non ne valeva la pena. La sola lezione sarebbe dovuta bastare.
-Grazie.-, sussurrò la ragazza con profonda riconoscenza. Lui annuì, si voltò e proseguì per la sua strada. L’aveva salvata da un’inferno. Ma lei avrebbe saputo restare al sicuro? Salva da sé stessa? Dai suoi demoni?
Lui aveva fallito. Enormemente.
Non aveva fallito solo nei confronti dei suoi amici ma anche nei confronti di sé stesso.
E sapeva bene che, per quanti morissero sotto la sua lama, non avrebbe mai conosciuto perdono. Non esisteva. Per certi versi a lui andava anche bene così.
Ma per quel giorno, doveva sospendere il suo piano. Un morto era già troppo in quella zona. Quel bastardo di Hector Van Kesse avrebbe avuto ancora un giorno per diffondere il suo veleno.

La conferenza stampa fu breve, incisiva e perfetta. Una recita eccezionale. Del tipo che Adele Kingsword preferiva. I giornalisti si bevvero ogni parola, arrivarono quasi a picchiarsi per poter parlare con lei. Ma lei, calmissima, centellinò i dati. Che quelle larve si sforzassero da sole di giungere a conclusioni. Lei sapeva da tempo che in quella città non serviva a niente il giornalismo. Era quasi uno sport.
Uno sport a perdere. Nessun giornalista diceva la verità. Tutti coglievano stralci, affermazioni, possibilità, poco altro. Ma nessuno arrivava a cogliere il quadro generale.
Nessuno capiva quanto profondamente l’intera città fosse immersa nel marciume.
Adele conosceva bene il marcio. L’aveva combattuto e aveva perso.
E alla fine, aveva capito che il solo modo per vincere era di chinare il capo e cambiare team prima che fosse tardi. Aveva avuto fortuna. Aveva incontrato Pierre Roy, procuratore distrettuale. Anche lui un marcio di quelli seri.
Era bastato poco. Adele sapeva bene quando fosse il caso di essere intimidatoria e brutale e quando invece andavano applicati altri approcci.
Dopo una notte di sesso folle, l’uomo si era convinto che la Kingsword poteva essere utile.
Dopo due, lei aveva avuto accesso a diversi documenti.
Dopo tre, lei aveva trovato un video potenzialmente dannoso per quell’uomo.
E l’aveva reso pubblico. La reazione era stata immediata. Un linciaggio mediatico che si era concluso con la morte (suicida) del bastardo.
Il suo successore era stato subito messo in guardia da Adele stessa. Gli era stato proposto un semplicistico ultimatum: una fetta della torta in cambio di un’esistenza tranquilla. Il bluff a monte era che Adele non sarebbe mai riuscita a rovesciare anche lui.
Ma aveva avuto fortuna: l’uomo era un debole senza spina dorsale. Così aveva ottenuto la sua fetta.
Il suo personale grado nella loggia che dominava la città. Una massoneria occulta, una cabala di squali. Erano in pochi. In verità erano Sedici, all’inizio.
Ora erano quindici. La Farfalla d’Acciaio era morta. Ed El Chapo (che aveva un posto riservato nel loro sacrilego consesso) pure.
Erano quelle morti a non andare giù ad Adele. I suoi pari l’avevano presto messa sotto pressione. Un messaggio ricevuto la notte prima. Doveva trovare quell’assassino.
E appena ricevuto il messaggio aveva compreso che il solo modo per farlo era seguire il suo detective ribelle.

Raul Montoya.
End Notes:
aleessandromordasini@gmail.com per eventuali dubbi critiche o consigli
Un possibile incontro by Rebis
La crisi pareva passata. O forse stava solo per arrivarne una che avrebbe spezzato definitvamente la sanità mentale della giovane. Montoya sapeva che avrebbe dovuto chiamare qualcuno. Un medico.
Ma sapeva anche che sarebbe stata solo questione di tempo e i suoi ex-colleghi lo avrebbero trovato. Distruggendo la sua migliore possibilità di fare luce sulla verità.
Cercò di capire che altro fare. Non aveva molte idee. Per fortuna la notte era finita. O quasi. E anche questa non era esattamente fortuna: con l’arrivo dell’alba dove sarebbero potuti andare?
Raul Montoya cercò di riflettere. Più ci provava peggiore diveniva la sua visione della situazione. Sospirò massaggiandosi il capo. Non aveva dormito e nemmeno Ainhoa.
Anzi, la ragazza aveva alternato stati di sonno a momenti di veglia e un’ora prima aveva rischiato un’altra crisi. Montoya aveva dovuto ricorrere a tutto il suo autocontrollo per fronteggiare quell’indemoniata. Consapevole che alla fine non fosse colpa sua.
Ora dormiva, o almeno, così sembrava. Lui invece era stato sveglio. Tutta la notte. A pensare. A riflettere, a cercare di pianificare le proprie mosse.
Ma la verità era che c’era ben poco da pianificare.
Era all’angolo, con poche o nessuna opzione e quella drogata che stava venendo disintossicata in modo brutale. Aveva solo le sue pistole e la consapevolezza che presto i suoi soldi, i soldi che aveva nel portafoglio, sarebbero finiti.
Ad Adele sarebbe bastato piazzare un uomo a ogni bancomat della città e lui sarebbe finito in trappola. In effetti in trappola c’era già.
NO!
Si rifiutava di accettarlo. Lo rifiutava con tutto sé stesso. Avrebbe lottato.
-Abbiamo bisogno di un posto… un posto dove stare. Dove riprenderci…-, sussurrò come a sé stesso.
-Io so dove andare.-, disse Ainhoa. Era sveglia? Sì, lo fissava con occhi da folle, febbricitanti. Ma sembrava lucida. O forse non lo era proprio per niente.
In ogni caso, Raul Montoya sapeva bene di non avere più molto da perdere.
-Ti ascolto.-, disse.

L’uomo camminava lungo i palazzi. La base operativa di Hektor Van Kesse era un bar. Uno squallido locale di cui era proprietario.
Il Drunk Devil… proprio a tema col personaggio.
Hektor Van Kesse era di famiglia olandese. Un bastardo non da poco, era uno che organizzava frodi belle forti. Estorsioni e bische clandestine con le quali inondare il mercato dell’eroina. Aveva una sua banda di appena cinque elementi. Brutti ceffi pescati dai peggiori angoli della Periferia.
In confronto ad Augustus El Rey e alla Farfalla d’Acciaio era un pesce piccolo ma non così piccolo da non meritare attenzione. E quel giorno l’avrebbe avuta.
Entrò. L’interno era poco frequentato. Due ceffi ai tavoli che bevevano birra. La barista che sembrava uscita da un concerto metal e una porta accanto al bancone con scritto “Privato”. Lui sorrise alla barista bionda.
-Cerco Hektor.-, disse con calma.
-Glielo chiamo. Desidera qualcosa da bere?-, chiese lei. Mise in mostra un decolté al silicone, pompato in modo incredibile. Lui sorrise.
-Una birra analoclica.-, disse. Lei lo guardò male. Lui se ne fregò.
Non era lì per fare bella figura. Era lì per estirpare un male. Lo avrebbe fatto senza curarsi d’altro. Come doveva essere.
-Hektor la aspetta sul retro.-, disse con calma la barista rossa con la cresta da mohawk mentre lui beveva la birra.
-La ringrazio.-, lui pagò la birra e lasciò una mancia notevole.
-Il piacere è tutto mio…-, sussurrò lei con un sorriso suadente. Forse per una mancia un po’ più sostanziosa avrebbe persino potuto considerare la possibilità di approfondire la conoscenza con quell’uomo. Ma lui preferì tagliare il dialogo. Non era lì per quello. Entrò nell’ufficio.
Si trovò davanti uno sulla sessantina. Hektor van Kesse. Seduto su una poltrona girevole da ufficio, appoggiato a una scrivania che da sola doveva costare parecchio.
-Veniamo agli affari. Ho pochissimo tempo.-, disse Van Kasse.
-Come me.-, ribatté l’uomo, -Desidero parlarle di un affare notevole. Una fornitura di eroina laotiana purissima arriverà stasera al porto, molo tredici.-.
Van Kesse non sembrò molto interessato.
-E perché dovrebbe interessarmi? Ho già i miei fornitori.-, chiese.
-Perché insieme all’eroina arriveranno dei laotiani. Vogliono mettere basi qui approfittando del vuoto di potere creatosi con la morte della Farfalla d’Acciaio. E questo potrebbe essere la sua occasione per poterli eliminare.-, disse l’uomo.
Hektor parve interessato. Si sfregò la pappagorgia.
-Perché mi sta dicendo tutto questo?-, chiese.
-Perché sono un affarista. Compro dalla sua rete da diverso tempo e preferisco che il monopolio vada a lei piuttosto che ai suoi concorrenti.-, disse l’uomo.
-Balle. Lei deve per forza volere qualcosa in cambio.-, disse Van Kesse. L’uomo parve pensarci. Sorrise. Van Kesse non mostrò emozione alcuna. Uno squalo.
-Diciamo che, vorrei effettivamente qualcosa.-, ammise l’uomo, -Vorrei sapere se ha contatti con la polizia. Gente in grado di essere comprata…-.
-E a che cosa le servirebbero?-, chiese Hektor.
-A regolare un torto.-, disse l’uomo, -Dopotutto non è un così grande prezzo da pagare…-.
Hektor sembrò pensarci poi annuì. Scrisse i nomi e dei numeri su un foglietto.
-E mi serviranno anche un po’ di soldi.-, disse l’uomo.
-Quanti?-, chiese l’altro.
-Diecimila.-. Hektor fischiò, impressionato.
-Beh, se l’informazione è giusta… Diecimila saranno solo spiccioli.-, disse lui.
-Te ne intendi…-, osservò Hektor.
-È così.-, disse l’uomo, impassibile e calmo.
-E ancora non hai detto il tuo nome.-, disse il trafficante. Sospettoso.
-Jhon Locke.-, rispose lui con un sorriso. Van Kasse lo fissò prima di annuire appena.
-Ah, capisco. L’anonimato, no?-, l’altro sorrideva per intesa. Gli mise in mano una mazzetta di banconote da mille. La seconda parte del patto.
-Già. È vitale.-. Con quelle parole l’uomo si alzò. I laotiani sarebbero davvero arrivati. L’aveva saputo poche ore prima da un pusher reso molto collaborativo.
E allora ecco l’idea: usare Hektor per eliminare un male. E poi estirpare anche Hektor.
Due piccioni con una fava. E poi tutto il resto.
Sorrise alla barista.

L’aveva guidato lungo un dedalo decadente di edifici squallidi, ancora più a fondo nell’inferno. Raul non si era opposto. Perché farlo? Era l’ultima carta che poteva giocare.
Il portone era nero come la pece. O come l’anima del proprietario di quell’immobile che l’aveva lasciato divenire una mecca di drogati. Il cui sacerdote ancora officiava le sue blasfeme messe. Ainhoa sorrise.
-È qui.-, disse. Suonò al citofono.
-Sono io.-, disse. Una frase in risposta. Lei sorrise di nuovo. Era chiaramente in attesa di una dose. Raul sospirò. Possibile che non capisse?
Sì. Possibile, purtroppo.
La porta si aprì. La giovane salì a passi rapidi, sino a una porta al primo piano.
Quella era rossa, rovinata e ridipinta. La giovane bussò.
-Arrivo.-, disse una voce. Poco dopo un grassone aprì. Squadrò subito con sospetto Raul.
-E Questo chi cazzo è?-, chiese.
-Un amico. Senti, ci serve un posto dove stare che mi è bruciata la casa… E mi serve un po’ di neve.-, disse lei con un sorriso a tutto tondo.
Il grasso sorrise. Era disgustoso, sembrava Jabba the Hutt dall’espressione e il fatto che avesse i capelli a zero non aiutava. Comunque li fece entrare.
Raul identificò subito con disgusto l’odore chimico di qualcosa. Coca? O cose peggiori?
Non importava: l’ambiente della casa era sfatto. Un divano, un tavolo, una TV.
Tutto era decadente.
-Il tuo amico può restare qui per qualche giorno. Poi però deve sloggiare. E comunque, mi dovrà dare qualcosa per il disturbo.-, sottolineò il grasso.
-Andy, lo sai che di me ti puoi fidare.-, sorrise Ainhoa. Montoya rimase zitto.
-E tu…-, disse lui, oscenamente compiaciuto. Lei sembrò tendersi come la corda di un arco. Il suo atteggiamento cambiò da fiducioso a implorante.
-Mi serve un po’ di neve.-, disse. Lui distese calmissimo della polvere bianca su un piatto.
-Sono 200.-, disse. Ainhoa storse il naso.
-Non li ho.-, disse. Andy sorrise tipo predatore.
-Il tuo amico?-, chiese indicando Raul che se ne stava seduto.
-Non li ha.-, rispose lei. Sembrò disperarsi.
-Capisco.-, disse con calma lo spacciatore. Mise con assoluta nonchalanche una mano sul culo della giovane. Strinse la natica avvolta dai leggins con forza.
-Vuoi scopare?- chiese lei. Lui sorrise. Lei lo guardò. Guardò Montoya. Si vergognava?
-Andiamo di là.-, sussurrò lei. Ma Andy le prese un polso.
-Lo faremo qui. Davanti al tuo amico. Può guardare se vuole…-, disse con calma Andy.
-Andy… Ti prego!-, lo implorò lei, evidentemente c’era un limite alle bassezze che si potevano raggiungere in nome della cocaina…
-O così o niente, troietta.-, sibilò lui. Ainhoa sospirò. Rassegnata, piegata. Sembrava anche già sapere cosa fare perché si mise in ginocchio davanti al grassone.
-Tiramelo fuori e prendilo tutto in bocca, puttanella!-, le ingiunse lui. Lei armeggiò con la cintura di lui. Lui chiuse gli occhi. Un istante.
E fu a quel punto che Montoya agì.
Per tutta la vita, aveva visto abusi simili. Per tutta la vita era stato a contatto col peggio che la razza umana potesse offrire, illudendosi che sarebbe cambiato.
Aveva voluto giocare secondo le regole e aveva sempre e solo perso.
Ora si era stancato. Quel figlio di puttana giocava fuori dalle regole solo e unicamente perché credeva di avere chissà quale potere. Se ne approfittava perché, come Montoya, in realtà non era nessuno.
La differenza era che Raul Montoya era stanco di essere un nessuno. Si alzò rapido come la folgore. Mise mano alla pistola. Puntò ed esplose due colpi.
Il pusher era talmente intento a godersi il recalcitrante pompino da non accorgersi quasi di nulla e morì con due buchi in testa. Ainhoa si scansò con un grido.
-Ma che cazzo di problemi hai?-, esplose.
-Che cazzo di problemi ho io? Che cazzo di problemi hai tu, piuttosto? Non hai una dignità?-, chiese lui. Lei lo fissò per altri tre lunghi minuti. Poi si girò verso il piatto con la striscia di coca già pronta. Lui la fermò.
-Prima devi dirmi tutto quel che sai su quel che è successo quella notte.-, disse lui. Lei sbuffò. O parve farlo. Difficile dire. Cercò di divincolarsi.
-Te l’ho detto. Ero strafatta. A un certo punto Augustus ha iniziato a dare ordini e ho capito che dovevo filare. Me ne sono andata e ho visto quel tizio. Non sembrava uno dei soliti gangstar. Ora posso…?-, indicò il piatto di coca con la testa.
Con calma invece, Montoya entrò nella camera da letto di quel tizio. Posto schifoso. Un letto sfatto e una cassaforte a muro. Era aperta. Soldi. Molti. S’infilò nelle tasche tutto quel che poté. Sentì un rumore d’inspiro parecchio forte seguito da un’esclamazione.
-Porca troia quanto è buona questa!-.
Sospirò. No. Ainhoa non sarebbe cambiata. Non avrebbe mai mutato la sua strada. Era persa su un sentiero che Raul conosceva bene e già sapeva come sarebbe finita.
E lui? Aveva appena ucciso un uomo. Si sarebbe dovuto preoccupare, avrebbe dovuto nascondere il corpo, organizzarsi, fare qualcosa. Non ci riuscì. Tutto quel che riuscì a fare fu pensare che per la prima volta dopo tanto tempo si sentiva carico di energia, tanto da esplodere. Adele o come diavolo si chiamava aveva fatto un grave errore. Aveva aggiunto l’ultimo componente a una potentissima miscela.
Involontariamente aveva causato quella mescolanza di elementi, permesso la creazione di un virus che ora era stato liberato nel sistema circolatorio di quella marcia città.
Un virus che nessuno avrebbe potuto dimenticare o ignorare.
Si chiamava Raul Montoya.
Il telefono squillò. Lui raggiunse Ainhoa. La ragazza gli rivolse uno sguardo preoccupato.
-Tu fingi di star facendo sesso.-, disse lui con calma. Lei iniziò a emettere gemiti al limite del porno. Raul dovette prendere un lungo respiro prima di alzare il ricevitore.
-Pronto?-, chiese.
-Andy?-, chiese una voce per tutta risposta. Raul cercò di apparire convincente.
-No. Il capo è impegnato a scoparsi una tipa. Chi parla?-, chiese.
-Jacob. Ho una soffiata su un carico di roba buona al porto. Roba orientale. Dillo al boss quando puoi. Stasera. Al molo tredici.-, disse l’altro.
-Riferirò.-, disse Montoya. Appese. La ragazza smise di gemere proprio dopo aver gridato qualcosa come “aprimi in due!” con una recita degna della migliore delle attrici.
-Grazie.-, disse Raul.
-E di cosa? Piuttosto, che ne facciamo di lui?-, chiese lei indicandolo.
Montoya sospirò.
-Prendi un sacco della spazzatura. Lo buttiamo nell’umido. Poi prendi tutto quel che può avere qualche importanza. Droga, soldi o tutti e due e andiamocene di qua.-, disse.
Lei eseguì. Lui infilò il corpo nel sacco. Scese le scale e lo gettò nel container dei rifiuti.
Tornò su. La giovane aveva fatto tabula rasa della coca e anche di parecchie banconote.
-Sarò sistemata per mesi…-, gongolò con un sorriso ebete.
-Già.-, sospirò Montoya. Affari suoi, alla fine. O no? In ogni caso mica poteva salvare tutti.
La guardò di nuovo. Sapeva perfettamente cos’avrebbe fatto. E sapeva anche come sarebbe finita. Per quella giovane non c’erano lieti fini. Una vita bruciata. Una fottuta vita bruciata. Ma almeno lui aveva evitato che la sua dignità venisse calpestata. Quel giorno.
Doveva pur valere qualcosa!
-Senti, lo so. Ti ho ucciso il pusher, fatto abbandonare la casa e rovinato la vita ma… Grazie.-, disse con sincerità. Era vero: nella sua ricerca della verità aveva dimenticato che lottava anche per lei. Per lei e molte, moltissime altre persone.
Anche se né lei né nessun’altro probabilmente avrebbero mai capito.
Ainhoa lo fissò, aveva uno sguardo bizzarro. Diverso da ogni altro. Raul si scoprì improvvisamente a desiderare che lei facesse qualcosa, dicesse qualcosa, qualsiasi cosa.
Perché a ucciderci non è il sì o il no. È lo spazio che c’è tra la domanda e la risposta.
L’incertezza.
-E il sangue?-, chiese infine la giovane indicando una macchia di emoglobina sulla moquet. Raul ci rifletté un istante, soffermandosi a considerare l’ironia della cosa.
Poco tempo prima sarebbe dovuto entrare in quell’appartamento, raccogliere prove e catalogare indizi, cercando di avere il quadro generale. Ora Montoya sapeva cosa provassero quelli a cui aveva sempre dato la caccia.
-Dovevamo pensarci prima. Dovrai accontentarti di sfregare. Acqua ossigenata e olio di gomito. Se non va via dovrai coprirlo. Trova anche qualcosa per confondere l’odore o taglia la moquet. Dovrebbe bastare-, disse lui. Lei annuì. E lo guardò di nuovo.
Montoya si sentì improvvisamente inquieto. E dolorosamente consapevole della sua erezione, che non se n’era mai andata davvero. Lei fece un passo in avanti. Calmissima.
-Taci.-, gli intimò. Si avvicinò di un altro passo, -E scopami.-.
Lo baciò, non senza foga. Montoya sembrò esitare per un lunghissimo istante.
Poi mandò al diavolo tutto quanto. Aveva un bisogno urgente. La lingua di Ainhoa s’incontrò con la sua. Le mani di lei gli liberò un pene turgido. Lui le tolse la maglia. Niente reggiseno. Solo la pelle dorata di lei e le tette che lo aspettavano. Si chinò a leccarle. Ainhoa gemette. Evidentemente le piaceva essere coccolata qualche volta.
Lei aveva iniziato a segarlo. Lui pregò di non venire subito. Non voleva concludere così presto. Lei parve capire. Sgombrò un angolo del tavolo gettando all’aria bottiglie e piatti e si distese prona su di esso dopo essersi abbassata gli shorts.
-Dentro! Ora!-, lo implorò. Raul non la fece attendere: le entrò dentro senza troppa delicatezza, fiducioso che avesse già subito assalti simili.
-Oh, sî…-, sussurrò Ainhoa, -È grosso… lo sento fino in pancia. Mmmh!-, le sue parole si confusero con gemiti. Montoya aumentò il ritmo. Ora voleva godere.
-Ah, sì…-, sussurrò lei. Iniziarono entrambi a gemere in modo quasi ossessivo.
Alla fine lui le venne dentro. Lei si rilassò sul tavolo. Un piccolo, minuscolo istante di paradiso che era durato poco, meno di cinque minuti ma abbastanza.
-Aahhh! È stato bello. Ne avevo proprio bisogno…-, sussurrò lei. Raul annuì. Lo stesso valeva per lui. Si ritrasse da dentro di lei, pulendosi il pene con un fazzoletto e rimettendoselo nelle mutande. La ragazza, nuda come madre natura l’aveva fatta, si sedette sul divano, incurante dello sperma che le usciva dalla vulva aperta. Si accese una canna che sembrava aver trovato sul tavolo. Espirò una nube di fumo, gli occhi persi nella rilassatezza indotta dalla cannabis.
Pareva persino serena. A lui bastava. Uscì senza voltarsi. Non poteva permettersi sentimentalismi. Aveva un piano da portare a termine.

La notte.
Era l’ora dei demoni. Le 23.39.
L’uomo aspettava nell’ombra. Calmo, concentrato. Paziente.
I laotiani sbarcarono dalla nave con metodo. Erano almeno una ventina, capitanati da un ometto che pareva uscito da un lager. Un vecchio emaciato e pallido che sembrava vicino a tirare le cuoia e che, nonostante l’aspetto era probabilmente più vivo che mai. Portarono giù casse, sorvegliate da uomini armati fino ai denti. Una vera e propria invasione.
L’uomo aspettava. Nell’oscurità era come uno scorpione. Un predatore invisibile.
Non era ancora il momento di agire. Non subito.
Imprecazioni in cantonese e lao. Uno dei portatori era inciampato. Uno dei mafiosi puntò la Desert Eagle che aveva impugnato alla testa del malcapitato. Il poveretto implorò pietà inutilmente: un boato e la sua testa si aprì tipo noce di cocco.
Il corpo fu buttato nel fiume. Un primo sangue in una notte che ne avrebbe visto molto.
Dalla sua posizione, l’uomo vedeva perfettamente la scena. Era abbastanza lontano e aspettava che Hektor e i suoi si facessero vivi.

Montoya beveva il caffè, una sbobba immonda acquistata in un chioschetto poco lontano. Dal tetto di un edificio guardava il porto. Erano 23.40.
I laotiani erano puntuali. Fottutamente puntuali. Veniva da chiedersi come agire ora.
Improvvisamente lo vide. La canna di un fucile. Sporgeva da una terrazza in ombra.
“Ah. Sì, ora le cose si faranno interessanti.”, pensò.
Si mise a cercare l’entrata a quell’edificio.

Lo sparo rimbombò, araldo di morte e distruzione. Il vecchio in vesti cerimoniali fu scagliato indietro da un colpo in testa perfetto. I laotiani avrebbero reagito, se avessero potuto. Colti di sorpresa, i più cercarono d’individuare il cecchino.
Inutile: dalla strada giunse un’auto. L’uomo sorrise. Ecco che arrivava Hektor.
L’auto passò a ottanta chilometri orari sulla strada, le ruote divoravano il terreno. Dai finestrini posteriori sbucarono canne di mitragliette. Hektor aveva deciso di portare l’artigliereia pesante. Falciarono gli orientali senza nemmeno rallentare. Si fermarono e scesero. Alcuni dei mafiosi asiatici erano ancora vivi. Non erano gente che si arrendeva.
Uno di loro rispose al fuoco con un MP5. Un tizio in impermeabile scuro cadde all’indietro in un getto cremisi che sparì nel buio.
Raffiche di risposta. Il porto era divenuto una zona di guerra.
L’uomo sorrise. E attese.

Montoya sentiva gli spari. Salì i gradini a due a due. Entrò nella stanza al piano superiore con una spallata. Il cecchino, in abiti casual, si voltò. Troppo lento. Raul lo bloccò a terra.
-Per chi lavori?-, chiese piantandogli la pistola nel collo. L’uomo biasicò un insulto.
-Capisco.-, disse il detective. Sparò al ginocchio dell’uomo spargendo cartilagini e sangue in giro. Le grida dell’uomo furono orribili a sentirsi ma Montoya se ne fregò. Era oltre l’orrore. Nelle ultime ventiquattro ore aveva fatto cose che non avrebbe mai creduto di voler o poter fare. E si era reso conto di quanto improvvisamente si sentisse sulla strada giusta. Non voleva il perdono. Non rivoleva il suo posto in polizia. Non voleva niente.
Tranne la possibilità di piantare un proiettile in fronte a ognuno di quei bastardi.
-Risposta sbagliata. Parla!-, lo incalzò.
-Mi ucciderai comunque!-, protestò l’altro. Raul sorrise. Demoniaco.
-Ma sarà veloce e indolore oppure lento e doloroso a seconda di cosa decidi di fare.-.

I laotiani si erano asserragliati tra le casse. Rimasti in cinque, sparavano come se non ci fosse un domani. In effetti era ben probabile che per loro non ce ne fosse uno…
Da dietro la macchina, i tre di Hektor rispondevano al fuoco.
Era uno stallo. L’uomo sapeva che avrebbe dovuto fare qualcosa, sbloccare la situazione.
Ma sapeva anche che nessuno dei due gruppi doveva sopravvivere a quella notte.
Quella non era una semplice sparatoria. Era una purga.
Intervenire avrebbe implicato modificarne il corso ed era meglio lasciare che le cose procedessero secondo il corso stabilito.
Attese, nell’ombra.

Montoya si scansò dal cadavere. Il cecchino aveva detto di essere agli ordini di un tale Hektor van Kesse.
Un tizio che non pareva esattamente un pesce piccolo. E ora era lì, a intercettare i laotiani. Beh, ci mancava solo che arrivasse la polizia.
Delle sirene gli fecero capire che effettivamente la polizia stava arrivando. Montoya sospirò. Lì non aveva nulla da fare, salvo venire incriminato per omicidio se rimaneva.

Sirene. L’arrivo della polizia era inaspettato ma l’uomo era calmo. Rimase dov’era.
Una delle più grandi lezioni era l’importanza di saper aspettare l’occasione giusta. Di adattarsi alla marea del fato.
E la marea ora era mutata.
I poliziotti diramarono i soliti avvisi. Ma poi, agli avvisi, seguirono spari. Ad altezza uomo.
Non si fermarono, non ebbero pietà. Uccisero e basta. L’uomo capì. Comprese.
Non erano poliziotti. Ne indossavano armi e uniformi ma non erano che altri ladri venuti a derubare i ladri. Un nuovo inaspettato giocatore nella partita di quella serata.
Estrasse la pistola. Ponderò la possibilità di usarla. Una scelta che durò una decina di secondii. No. Non l’avrebbe usata.

Montoya si voltò. Poliziotti che sparavano ai gangstar? Probabilmente le cose si erano rimesse in quadro eppure gli pareva troppo bello. Ne ebbe la conferma poco dopo, quando, uccisi Hektor e i suoi e i laotiani rimasti, i poliziotti attesero l’arrivo di qualcuno. Un russo. E tutto gli divenne chiaro. La collusione di Adele con i gangstar si delineava di secondo in secondo. Realizzò improvvisamente che poteva fare foto, trovare prove.
E per cosa? Nessuno voleva la verità.
Allora restava solo una possibilità. Scrutò l’incontro col fucile da cecchino, invisibile ai più.
Il russo era noto. Qualcuno che, tempo prima, aveva già fatto comparsa nei dossier della polizia.
Yuri Borykov, affiliato alla mafia russo-siberiana. Uno con protezioni in alto. Molto. Strinse la mano ai poliziotti e prese la sua parte del carico, facendola caricare sul furgone che arrivò poco dopo.
Montoya valutò seriamente la possibilità di sparargli. Ma non era stupido. Farlo in quel momento avrebbe significato venire ucciso subito dopo.
Notò in quel momento una figura. Un uomo che se ne andava. Non aveva l’aria del tossico, anzi pareva stranamente calmo, come a suo agio.
E l’istinto gli urlò che quell’uomo poteva essere la risposta a molti dei suoi problemi. Posò il fucile da cecchino.

L’uomo batté in ritirata. Quell’imprevisto aveva modificato i suoi piani. Se ne andò furtivo inziialmente per poi accelerare a un passo normale.
Per quel giorno, la battaglia era da considerarsi sospesa. Tutto sommato l’annientamento di Hektor e dei laotiani era andato come previsto. E in più ora aveva qualcosa che poteva usare. Una foto del tizio che aveva stretto la mano ai poliziotti corrotti.
Una foto del prossimo bersaglio da abbattere.
End Notes:
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Russian old stories Parte uno. by Rebis
Author's Notes:
L'ho diviso sennò era veramente lunghissimo.
Adele guardò la scena. Tutto perfetto. Tutto lasciava credere al tipico scontro tra bande.
Tutto bene. Salvo una piccolissima e pericolosissima sbavatura.
Raul Montoya. Lei sapeva che lui era stato lì. Impronte digitali erano state ritrovate sugli abiti del cecchino morto che era stato trovato all’ultimo piano di una palazzina disabitata.
Adele sospirò. Montoya si stava rivelando tenace e inutile allo stesso tempo oltre che pericoloso. Aveva in mano prove per incriminare la polizia e solo questo bastava a rendere Adele Kingsword molto prudente. Usare Raul per scovare il giustiziere solitario che stava attentando ai vari membri del Circolo diveniva sempre meno conveniente.
-Njala!-, latrò la donna. Una nera con una coda di cavallo la raggiunse.
-Signora!-, si mise sull’attenti.
-Voglio che tutti i testimoni di quanto accaduto vengano trovati e interrogati. Metti in gioco tutto quello che ritieni necessario ma voglio sapere cosa ci faceva Raul Montoya qui e soprattutto dove possa trovarsi ora.-, disse lei. Lo sguardo dell’agente non vacillò di un millimetro. Brava agente, Njala. Capace, intelligente e pure bella. Nel fiore dei suoi trent’anni, gambe toniche, un seno non esagerato ma neppure inconsistente e un viso gradevole. Adele se la sarebbe fatta molto volentieri se quella non avesse già avuto qualcuno. Ma chissà…
Rimandando le fantasie erotiche a un altro momento, Adele valutò la scena.
I laotiani di Yao Chen erano stati annientati. Il vecchio patriarca detto anche Lo Yak, era morto. Non si sarebbero mai introdotti nella città. Tanto meglio.
Che Hektor van Kesse si fosse messo in mezzo invece… Quello era bizzarro. Qualcuno doveva avergli fatto una soffiata.
-Patrick! Vai al Drunk Devil e cerca di capire com’è che Hektor si è trovato in questa faccenda.-, disse mentre il corpo dell’olandese veniva portato via.
Qualcuno aveva abilmente manipolato i due schieramenti perché si annientassero a vicenda. Montoya? No. Non sapeva dei laotiani… O sì?
Oppure… Adele Kingsword comprese improvvisamente la verità. Si sentì stupida.
Doveva essere stato qualcun altro. L’intervento della polizia era contemplato ma avrebbe dovuto vedere solo i laotiani sterminati. Invece aveva portato a quella carneficina da cui Yuri Borykov era uscito vincitore. Adele si fece l’appunto mentale di chiamare il russo. Di cercare di capire se fosse lui ad aver manipolato ambo gli schieramenti o se invece la cosa era da imputarsi a un’individuo o una fazione non ancora noti.

Yuri Borykov beveva Vodka di bacche importata dalla Siberia.Un liquore capace di stendere uno Yak. Festeggiava con Jaroslavna la vittoria.
Ma qualcosa non gli tornava. Perché mai Hektor van Kesse avrebbe dovuto essere al corrente della spedizione. Non che importasse. L’olandese era morto e ora la sua parte di affari sarebbe ricaduta sotto il controllo di Borykov e di pochi altri. Un nemico in meno.
Il russo alzò il bicchiere in un brindisi al destino che l’aveva ancora una volta visto vincitore. Jaroslavna e i suoi bodyguard lo imitarono. Nasdrovje!
-Bene. Ora al lavoro. Presto arriverà Jallud Afizullah a contrattare l’acquisto di alcune cose quindi vediamo di essere presentabili.-, disse.
Jallud Afizullah era un bastardo. Un terrorista di quelli seri. Deciso a compiere un’attentato in quel posto già decadente e devastato di suo. Ma a Borykov non importava: finché veniva pagato queli tizio e i suoi amici fanatici potevano fare quel che volevano!

L’uomo si era informato. Era problematico il fatto che i russi non avevano una zona propria ma vivessero bensì sparpagliati lungo l’intera città. Trovare il tizio della foto avrebbe potuto richiedere giorni. E sarebbe stato stupido scorrazzare per la Periferia mostrando in giro la foto di quel russo. Prima o poi lui avrebbe reagito. No, se voleva colpire, doveva farlo una sola volta e senza mancare il bersaglio.
L’idea migliore che venne all’uomo fu di organizzarsi diversamente. Aveva ancora i numeri datigli da Hektor. I poliziotti che potevano essere comprati.
Perché non usarli? Prese il cellulare.

Raul Montoya era esausto. Non aveva dormito. E non aveva idea di come fare.
Non era riuscito a trovare l’uomo, quel tizio si era dileguato. Era sparito con un singolo movimento, come un mostro della notte al sorgere del sole.
Eppure… C’era qualcosa che non era chiaro. Che Raul non riusciva a capire.
Che fosse lui il giustiziere? Che fosse quel tizio il carnefice di due tra i più pericolosi criminali che la città aveva conosciuto?
L’aveva seguito ma quello si era defilato. E aveva pure già parecchio vantaggio su di lui.
-Dannazione!-, esclamò. Nessuno gli badò ma quell’esclamazione gli servì: gli permise di ammettere quanto nera fosse la situazione.
Solo, privo di una casa o di una possibilità di contattare quel tizio, senza alleati e col cellulare quasi scarico. Il peggio era l’essere totalmente privo di qualunque appoggio.
Sapeva la verità, o quantomeno parte di essa ma non aveva modo di provarla o di proseguire nella sua indagine. La frustrazione rischiò di soffocarlo.
Poi ricordò un dettaglio.
I siberiani che avevano ritrovato nel quartiere latino erano sempre uomini di Borykov?
Sì, quasi sicuramente. Se Montoya avesse dovuto dare retta al suo istinto, Yuri Borykov aveva iniziato una campagna di espansione che l’avrebbe portato a divenire molto influente nel sottobosco criminale della perfieria…
Un influenza che doveva cessare. Ma come? Non si sapeva neppure dove fosse quell’uomo. Quel demonio che da un inferno lontano dannava le anime…
Raul archiviò i problemi: entrò in una caffetteria. Ordinò un caffè.
Altri soldi che si preparavano a lasciare il suo già decimato portafoglio. Bevve il caffè, riducendo il suo mondo alla bevanda. Gli avventori di quel bar erano pochi, pochissimi anzi. Principalmente gente che stava per recarsi al lavoro alle 7.35 di mattina. Una mattina grigia e nuvola. C’era anche qualche eccezione. Un’anziana e qualcun altro.
il barman pareva indaffarato comunque. E improvvisamente tutto cambiò: due tizi con caschi da biker e guanti entrarono spianando delle pistole davanti a tutti.
-Che nessuno si muova! Questa è una rapina!-, gridò uno dei due entrando con una battuta che era ormai un tale cliché da essere scontata. I colpi di pistola sparati al soffitto comunque dimostrarono che le armi erano vere.
Montoya rimase calmo. Bevve il suo caffè, come se nulla stesse succedendo.
-Ok, ora il mio collega passerà e voi gli darete i vostri soldi, collanine, preziosi e quant’altro. E se uno di voi decide di voler finire in prima pagina, beh, faremo sì che lo faccia da morto! E non sarà da solo, mi sono spiegato?-, chiese quello che sembrava il capo. L’altro aveva già iniziato la “colletta.”. Strappò una collana di perle (probabilmente false visto il valore…) dal collo di un’anziana. La vecchietta imprecò peggio di un carrettiere. L’altro le piantò la pistola in fronte.
-Silenzio, nonna. Sono dell’idea che tu vuoi rivederli i tuoi nipoti o tua figlia o quel vecchio rottame di tuo marito, no?-, chiese divertito il rapinatore. La vecchia tacque. Raul continuò a bere. Il tizio passò altri due clienti. Alleggerendoli di portafogli, orologi e cose così.
-Ehi, tu!-, gridò il tizio che stava derubando tutti, -Alza le mani.-.
Montoya finì il caffè. Sorrise. Alzò le mani. E freddò il bastardo con un double-tap da manuale al centro di massa. Aveva atteso, preso tempo mentre estraeva la pistola e toglieva la sicura. L’altro ci mise un attimo a reagire. Sparò un colpo che disintegrò l’intonaco. I due proiettili di Montoya lo scagliarono a terra. Privo di vita. Fine della rapina. La gente urlò, la vecchietta sembrava sotto shock. Una donna che poteva benissimo essere un’impiegata si mise a piangere.
Raul superò rapidamente il morto e uscì. Un tizio in auto si allontanò a velocità sospetta. Per quel che gli importava andava bene così. Rientrò. Un coro di ringraziamenti lo accolse. Il barman gli porse un caffè.
-Offre la casa. Grazie mille!-, disse prima che l’altro potesse declinare.
-Io… Grazie a lei.-, disse Montoya. Per un istante si sentì meglio, più vicino a quel che voleva essere e meno quel che era diventato in tanti anni. Sorrise. Lo stomaco brontolò.
-Ce l’ha una ciambella?-, chiese con calma. Presto sarebbe arrivata la polizia e lui doveva andarsene in fretta. Il barman, sulla sessantina, annuì. Gli diede una ciambella al cioccolato. Una bomba calorica di cui Raul non poteva fare a meno. Fece per mettere mano al portafoglio. Il barman scosse il capo.
-Non ci pensi neanche!-, esclamò.
-Mi ha già offerto il caffè…-, fece per protestare Montoya.
-Lei ci ha salvato la vita e la borsa.-, disse l’anziana. Pagò la ciambella al posto del detective, -È il minimo, sa? Magari la polizia fosse così efficiente.-, quell’osservazione era quantomeno infelice. Lui sapeva bene quanto la polizia della città fosse profondamente incapace di fare ciò che doveva. Ed era tempo che le cose cambiassero.
-Già.-, si limitò a rispondere. Prese tutto e uscì. Doveva filare prima che i suoi ex-colleghi decidessero di farsi vivi. Qualcuno stava già chiamando la polizia…

Due dei numeri erano inutili: i poliziotti erano morti, o fuori servizio.
L’ultimo. Restava solo quello. E poi? Beh, doveva lanciarsi.
Compose il numero.
Incominciò a suonare libero. Uno. Due. Tre squilli. Poi una voce di donna.
-Pronto?-, inidentificabile. Meglio così.
-Pronto. Una persona mi ha dato questo numero.-, disse lui.
-Cosa desidera?-, chiese la donna.
-Informazioni. Il genere di informazioni che solo la polizia ha. L’identità di un individuo.-, rispose l’uomo. Un sospirò leggero si udì dall’altro capo della linea.
-Non sarà gratis.-, disse l’altra.
-Non lo pretendo.-, ribatté lui.
-Costerà parecchio.-, avvisò la donna.
-Quanto?-, chiese lui. Non temeva la risposta.
-Cinquemila.-, sparò lei. Probabilmente sperava che lui chiedesse un prezzo più basso ma se quella era la sua speranza, sarebbe rimasta delusa.
-Va bene. Le sto inviando una foto. Le darò l’indirizzo di un posto dove troverà quei soldi. La richiamerò tra circa quattro ore. Per allora voglio sapere chi è il tizio nella foto.-.

Njala sospirò. Come al solito nessuno ne sapeva nulla. Fottuta città!
E fu in quel momento che la sua volante captò una richiesta d’intervento.
L’accettò. Tanto peggio di così…
Si sbagliava: arrivata sul luogo del misfatto vide gente in lacrime, corpi stesi a terra. Due.
I rapinatori evidentemente. Interrogò tutti quelli che avevano assistito alla scena e sorrise.
Non aveva saputo cosa avesse fatto là Montoya ma se lo poteva immaginare.
Non aveva idea di dove fosse ora. Ma sapeva che era ancora in circolazione.
Chiamò Adele. Rispose al secondo squillo.

Adele ascoltò e sorrise. La caccia continuava. Ordinò a tutte le pattuglie di convergere su quella zona.

Raul Montoya correva. La polizia sarebbe arrivata presto, se non lo aveva già fatto. Doveva allontanarsi, andarsene e farlo in fretta.
Scivolò lungo i vicoli. Gli serviva un posto dove andare. Ainhoa era fuori questione, posto che fosse ancora a casa del pusher. Casa sua era andata e la casa di Ainhoa… No, serviva un altro posto.
Entrò in un bar. La barista cinese lo guardò strano. Lui chiese un bicchiere d’acqua ignorando gli sguardi degli altri. Si sedette al tavolo. Era stravolto. Avrebbe solo voluto dormire un paio d’ore. Per ora la caffeina lo teneva su ma presto avrebbe esaurito l’effetto.
E anche il cibo era un problema. Una ciambella non l’avrebbe certo saziato…
E i soldi, che costituivano una valanga di guai a sé stanti.
E l’assenza di prove…
Smise di pensare. Se fosse rimasto fermo a fare l’elenco delle sue difficoltà sarebbe finito K.O. prima di cominciare. Allora decise. Bevve l’acqua mentre comprendeva che la sua sola alternativa era attaccare.
Ripescò nella sua memoria un caso accaduto mesi prima, in un hotel della periferia. Un postaccio. Il genere di motel dove le prostitute portano i turisti. Una di queste era stata trovata con un bel buco in testa, insieme all’asiatico che aveva adescato. Inizialmente si era pensato a un regolamento di conti. Ma se invece fosse stata la prima mossa di Borykov? Aveva senso. In ogni caso, andare ad agitare le acque era tutto quel che Montoya poteva fare per smuovere la situazione.

-Pronto?-, chiese la voce.
-Ha trovato i soldi?-, chiese l’uomo.
-Sì. Ecco i risultati. Yuri Borykov, emigrato dalla Russia nei primi degli anni Ottanta. Sospettato di essere del GRU, interrogato, torchiato, rilasciato. Ha svolto alcuni lavori con la C.I.A. ma è roba secretata. E ora controlla un vasto giro di prostituzione legalizzata.-, disse la donna. L’uomo annuì. Evidentemente Borykov stava cercando di diversificare le sue attività. Variare non faceva mai male… a lui quantomeno. Ma non stavolta.
-Grazie. La nostra piacevole trattativa si chiude qui.-, disse con calma.
-È stato un piacere.-, rispose la voce della donna, asettica e cordiale al minimo.
L’uomo chiuse la chiamata. I russi erano sparsi un po’ in tutta la periferia. Trovare Borykov non sarebbe stato facile. Allora sarebbe stato meglio se avesse smosso le acque.
Si diresse verso il Balalaika. Un ritrovo russo noto per i fiumi di Vodka e i denti rotti.
L’aria del Balalaika era desolante: sedie, tavoli usurati, un bancone che pareva sottratto a un tempio bizantino e un barman che pareva essere finito per diverso tempo al fresco e non solo in senso climatico. L’uomo ordinò della Vodka. L’altro gliela servì. Lui bevve. Pagò. Poi iniziò.
Individuò subito il suo bersaglio: un tizio con tatuaggi lungo le braccia e le mani. Le cupole di San Basilio spiccavano, tipico emblema della mafia dell’Europa Orientale. Per rendere meglio la recita si finse sbronzo.
-Ehi, tu!-, esclamò. L’altro si voltò. Non esattamente di buon umore.
-Che vuoi?-, chiese.
-Dov’è il bagno?-, chiese l’uomo.
-Prima porta a destra.-, disse l’altro. L’uomo sorrise in modo demente.
-Bene! Mi ci aspetta tua figlia, là!-, rise. Il pugno lo vide arrivare ma non lo schivò. Doveva dargli l’idea di essere un po’ sbronzo. Imprecando in russo, il tipo lo colpì. Lui incassò sentendo un dolore cane alla guancia. Il barista non si agitò. Era la norma.
-Cos’hai detto?! Ti scanno come un porco!-, minacciava il russo.
-Ho detto che tua figlia è una gran troia… Come tua madre e tua moglie!-, disse lui rialzandosi. L’altro tornò alla carica ma stavolta l’uomo era pronto: schivò il pugno e, nonostante i riflessi rallentati dall’alcool, colpì con un jab. Stordì il russo il tempo necessario per affferrargli il braccio, tenderlo, metterlo in leva e…
Crack! L’articolazione del gomito andò fuori posto. L’ulna si spezzò. Il russo urlò.
Poteva bastare? No. Mancava ancora qualcosa. Colpì al collo. Il Barman estrasse una pistola ma l’uomo fu più rapido. Si spostò e caprioleggiò a terra. Sparò due colpi che centrarono il barista armato di una vetusta Makarov allo stomaco. Andò giù lamentandosi.
Gli altri avventori uscirono. Qualcuno probabilmente chiamò la polizia.
-Allora… Yuri Borykov. Dov’è?-, chiese avvicinandosi al barista.
-Yabat zalupa!-, esplose lui. L’uomo annuì. Estrasse il Tanto.
-Mettiamola così. Questa fottuta testa di cazzo, come mi hai chiamato può decidere di farti morire malissimo o senza troppi problemi. Scelta tua. Io so che le ferite allo stomaco non sono una bella morte… Voglio solo sapere dov’è Borykov.-, disse l’uomo con fare calmissimo. Il russo tracheggiò, sputò qualche altra imprecazione.
-Borykov. Adesso. O ti faccio soffocare con i tuoi stessi intestini!-, ringhiò il killer.
L’altro annuì. Cedette. Disse solo un nome. Che l’uomo non riuscì a collegare.
Jaroslavna.

Adele si massaggiò le tempie. Una sparatoria in un bar, una in un ritrovo di russi…
Brutta faccenda e tutte e due nella stessa mattina. Veniva da credere che qualcuno si stesse dando alla pazza gioia!
-Njala, sei abbastanza vicina, vai tu a capire che è successo al bar russo.-, disse la kapa.
Lei doveva fare rapporto.

Njala imprecò. Quella mattina le toccava fare gli straordinari. Proprio ora che poteva spendere agevolmente quei cinquemila in un po’ di sana ganja…
Andò verso il bar. A piedi. Ma le ci volle poco e vide un’uomo uscire.
-Fermo! Mani sopra la testa!-, urlò. Lui la guardò. Calmo. La sua calma era quantomeno inquietante. Non ubbedì.
-Mani sopra la testa! O sparo!-, gridò lei. Mirò al petto. Tolse la sicura.
-Non ho intenzione di darti problemi.-, rispose lui. Lei lo riconobbe dalla voce. Il tizio con cui aveva parlato al telefono. Ma questo non cambiava nulla.
-Allora esegui!-, ordinò. Lui scosse il capo. Risoluto.
-No.-, disse, -Stai puntando la pistola su di me quando i tuoi stessi colleghi stanno dalla parte sbagliata della barricata. Sei sul bersaglio sbagliato, sorella. E credimi, se ora premi il grilletto, farai il più grave errore della tua carriera.-, disse. Parlava con una calma che appariva veramente inquietante. Njala si fermò a pensare che forse, quella con un’arma puntata addosso fosse lei. Non era impossibile.
-Hai complici qui in giro?-, chiese, sentendosi idiota per una simile domanda.
-Nessuno.-, rispose lui. Era pur vero che, se ci fossero stati, forse avrebbero già agito.
-Allora cosa intendi quando dici che sbaglierei a spararti? Ne ho tutti i diritti e, a giudicare da come vai in giro, anche un buon motivo. Hai ucciso almeno una persona là dentro.-, lo accusò lei. Lui non negò. Anzi, calmissimo, annuì.
-Metastasi. Cellule tumorali in crescita. Un male che andava eliminato.-, disse lui.
-Potevi rivolgerti a noi.-, disse la donna.
-No.-, rispose lui, -Anche voi della polizia non siete privi di marcio. Quest’intera città ci affoga dentro. Io sto solo dando una ripulita che credo essere necessaria.-.
-E pensi che potrai continuare a darla da dietro le sbarre?-, chiese lei.
-Penso che tu non sei come loro e che abbasserai la pistola una volta che ti avrò detto chi sono.-, rispose lui. Due passanti guardarono la scena ma, a un occhiata di Njala, preferirono farsi i fatti loro. La poliziotta era combattuta. Come tutti sapeva che c’era qualcuno. Un vigilante che uccideva criminali e spacciatori. Qualcuno che ripuliva la città senza operare nella legalità. La caduta della Farfalla d’Acciaio e del circolo dei Latinos ne era la prova. Era lui? Era davvero quello l’uomo che aveva metodicamente messo fine a due dei più potenti nemici della giustizia? “No, vuole solo salvarsi il culo. Eppure…”
-Ho ucciso criminali. Molti. Non lo nego. Ma l’ho fatto perché loro dominano le vite dei cittadini, rendono schiava questa città, affogandoci in un fiume di droga, alcool e puttane costrette a botte a fare ciò che fanno. Ci hanno resi schiavi anni fa ed è da allora che combatto. Ho distrutto la Farfalla d’Acciaio di Bao Yi, ucciso Augustus El Rey e diversi altri.-, disse lui.
-Uccidere… Sei un mostro. Non sei diverso da loro.-, disse lei.
-Al contrario. La mia motivazione è pura. La loro no.-, rispose lui.
-E quale sarebbe? La libertà? La giustizia?-, chiese lei.
-La vendetta. La vendetta per il sangue versato, l’innocenza perduta, la caduta, la violenza perpetrata e l’arma puntata alla testa e al cuore di tutti noi.-, rispose lui. Gelido.
Njala sentì un brivido correrle lungo la schiena. Si sforzò di fare le connessioni con ciò che già sapeva. I pezzi andarono al loro posto.
-Eri tu ad avermi pagato per sapere chi fosse Borykov, giusto?-, chiese. Lo sapeva già.
-Sì.-, rispose l’uomo. Non faceva una piega.
-Lo ucciderai?-, chiese lei.
-Sì.-, disse lui.
-Ti rendi conto che sulla base di tutto questo potrei arrestarti e finiresti dentro a vita?-, chiese lei. Lui la fissò negli occhi.
-Allora arrestami.-, disse solo, -Se ritieni sia la cosa giusta da fare.-.

Il tempo passò su di loro. L’uomo era calmo. Calmissimo.
-Hai due possibilità. Puoi uccidermi, o arrestarmi e lasciare che tutto continui ad essere com’é. Oppure puoi lasciarmi continuare. E assistere al cambiamento.-, disse lui.
-Chi mi dice che posso fidarmi?-, chiese lei. Lui alzò un braccio. Lentamente. Le mostrò una pistola. Una Derringer. Piccola ma micidiale.
-Perché è da quando hai iniziato a puntarmi la tua pistola addosso che io non muovevo la mia. Potevo spararti un infinità di volte. Non l’ho fatto.-, disse lui. Lei espirò, come a volersi calmare. Lui sorrise.
-Allora?-, chiese. La ricetrasmittente della donna emise rumori di statica. Lei tacque.
-Vattene.-, disse soltanto. Lui annuì. E due secondi dopo sparì lungo una via laterale.

Njala afferrò la ricetrasmittente. Entrò nel bar.
Un macello. Due morti. Lei ora poteva fare due cose. Poteva lasciare tutto com’era. O poteva coprire quell’uomo. Si prese un istante per riflettere.
Afferrò una bottiglia di Vodka e bevve. Odiava ammetterlo ma aveva ragione lui. Quella città aveva bisogno di un ripulisti da troppo tempo.
Sparse gli alcolici in giro e appiccò il fuoco.
-Centrale, qui 1:2, brucia tutto. Mandate i pompieri.-, disse.
Poi tornò alla volante. Aveva fatto quel che doveva, ciò che sentiva giusto pur disobbedendo. La testa le pulsava. Voleva una canna. Nascose i soldi che aveva recuperato poco prima e tornò alla stazione di polizia.

Raul Montoya guardò l’hotel. Un postaccio, un postribolo praticamente. Puttane assiepate nella hall e fuori. Un portinaio con una faccia patibolare. Probabilmente pure armato.
Bel posto, davvero…
E ora? Si concentrò. Il dossier di Yuri Borykov menzionava qualcosa di rilevante? Si sforzò enormemente di pensare. Qualcuno, un’amante, una favorita, una donna a cui avrebbe potuto parlare di dove fosse realmente?
Doveva esserci, ricordava qualcosa ma il nome gli sfuggiva. Jar qualcosa…
Maledizione!
Era arrivato in mezzo alla hall dell’hotel e il tizio alla reception lo fissava. Lui sorrise, impacciato. Il russo gli dedicò uno sguardo tutt’altri che amichevole.
-Non si entra se non si è accompagnati.-, disse.
-Ok. Io devo solo fare un paio di domande…-, iniziò lui.
-Nessuna domanda. O hai donna o tene vai.-, disse un tizio slavo che pareva ancora in difficoltà linguistiche elevate nonostante la permanenza all’estero. Entrambi tenevano le mani vicino alla cintura con noncuranza ma Raul sapeva bene che erano armati. Sorrise e fece qualche passo indietro. Doveva entrare là dentro. Non importava il come.
Uscì. Guardò le ragazze. Quasi tutte slave o caucasiche. Un paio di asiatiche sembravano persino timorose di essere lì.
Lo guardavano come se fosse stato allo stesso tempo un salvatore e un opportunità.
Montoya sorrise. Guardò una giovane dagli occhi grandi e capelli castani. Piccola, minuta, non era neanche lontanamente formosa come le sue colleghe (sempre che una simile parola si potesse usare in quell’ambiente…). Eppure gli sembrava persino più umana.

Njala tornò in centrale stanca.
Il suo turno di lavoro era finito. E apparentemente, la aspettava una serata tranquilla. Lei, un po’ di musica rilassante, un libro che attendeva di essere letto da troppo tempo e forse, se si fosse degnato, il suo ragazzo. Un idiota che prediligeva il calcio al sesso. Ma era il suo idiota. L’aveva conosciuto tempo prima e non aveva più saputo far senza di lui.
Eppure negli ultimi tempi era divenuto distante, freddo. Forse aveva un’altra, Njala non lo sapeva. Non lo voleva nemmeno sapere. Njala era africana ma i suoi genitori erano francesi, cittadini di una nazione sempre più nella morsa del terrore, stretta tra rabbia e accettazione. Se n’erano quindi andati dal suolo patrio.
Avevano fatto bene.
Njala raggiunse gli spogliatoi. Si tolse la divisa. Mise la maglia, i pantaloni leggins e le scarpe Nike. Non era mai stata tipa da tacchi alti. Non le erano mai piaciuti.
Il suo turno era finito. Finalmente.
Fece per uscire quando qualcuno l’avvisò che il capo voleva vederla. Sospirò.
A quanto pareva il lavoro non finiva mai davvero.

Yuri sorrise. Jallud Afizullah aveva contrattato a lungo ma alla fine aveva ceduto. Disperato e fanatico, aveva pagato il prezzo per l’esplosivo che voleva. Termite. Esplosivo a uso militare. Yuri l’avrebbe fatto arrivare ma per ora aveva già incassato un acconto che da solo copriva una settimana di vendite.
I fanatici erano sempre così facili da manipolare. Proprio perché sono fanatici sono disposti a grandi sacrifici e a pagare senza troppe storie. Jallud aveva tentato di spuntare un prezzo più basso e aveva fallito ma perlomeno c’aveva provato. Un fanatico con un certo senso dell’onore. Peccato che del suo cosiddetto onore e delle ragioni che lo muovevano, Yuri se ne fregasse.
Yuri Borykov era nato e cresciuto nella miseria. Aveva defezionato appena possibile da un servizio che l’aveva visto compiere missioni classificate da ogni parte della Cortina di Ferro. Giunto laggiù, sul fondo dell’Inferno eppure molto vicino al Paradiso, aveva scelto di diventarne il capo. Stufo di prendere ordini aveva presto mostrato a tutti che opporsi a lui poteva essere oltremodo rischioso. I primi a capirlo furono degli italiani. Una famiglia mafiosa sicilliana. Vecchi predatori e lupari, bastardi duri a morire. Credevano di poter spremere lui e la sua organizzazione e per qualche tempo lui lasciò che loro ci credessero.
Poi agì. Una notte attaccò metodicamente le tre basi della Famiglia. I siculi si erano aspettati un’attacco. Ma solo a una delle basi, a quella che loro avevano volontariamente scelto di lasciare in bella vista. Invece Yuri e un paio di soci gestirono un raid che non aveva nulla da invidiare alle missioni Search and Destroy degli americani in Vietnam durante gli anni ’60. Quando il sole sorse sulla Periferia, la Famiglia Cappio aveva smesso di esistere. Erano stati tutti massacrati, i loro lupari e sicari erano allo sbando, la loro organizzazione devastata. Yuri e i suoi ne presero il posto.
Ovviamente non regnarono incontestati: la famiglia Grimaldi aveva forti legami coi Cappio e scatenò una vera guerra tra bande. CI vollero due mesi ma alla fine la figlia di Jake Grimaldi, Rosa, fu sedotta da uno degli uomini di Yuri. Per amore, pugnalò suo padre.
Con la morte del capofamiglia, i flgli si trovarono indecisi e incapaci di agire. A Yuri bastò aspettare un giorno e i due presero a scannarsi tra loro. Rosa, furba e scaltra come pochi, riuscì a soppiantare i fratelli. Solo per essere uccisa da colui che amava poco dopo.
E quella fu la fine dei Grimaldi.
Una fine misericordiosa in confronto a quella dei traditori. Borykov giustiziò personalmente Igor Drostin, colpevole di aver tentato di rubare parte del prodotto. Dopo avergli asportato gli arti lo aveva fatto dissanguare lentamente e intanto l’aveva costretto a vedere sua moglie e sua figlia uccise davanti ai suoi occhi, divorate dai dobbermann. L’uomo aveva versato tutte le sue lacrime, confessato tutto, implorato pietà e versato sino all’ultima stilla di sangue in un agonia che non aveva paragoni al mondo.
Il video di quell’esecuzione aveva fatto il giro dell’organizzazione di Borykov. Un semplice monito. Un’ammonimento ai furbi. Che non tentassero di fregare Yuri.
O sarebbero sprofondati all’inferno da vivi.
Jaroslavna era arrivata dopo. Inizialmente era una killer. Il genere di donna che prova piacere ad accoppiare sesso e uccisioni come i buongustai godono delle combinazioni di sapori. La donna aveva un fisico da urlo e, cosa più importante, la mente adatta ad usarlo.
Il suo fisico era la sua arma. Attirava gli incauti (e a volte anche le incaute) nella sua trappola. Poi a lei bastava poco. Un istante di disattenzione e lo sfortunato amante che aveva pagato per i suoi servigi o il cavalier servente della serata passava senza quasi averne consapevolezza da un’eccitazione sfrenata alla morte silente.
Jaroslavna era un artista. Un’artista che Yuri Borykov amava, anche se non l’avrebbe mai potuto ammettere. Reclutata dopo un colloquio culminato in un amplesso animalesco in cui avevano messo a soqquadro la scrivania di Yuri, la donna si era rivelata una fonte d’informazioni incredibilmente preziosa. Ben lungi dal voler evitare le strade, abbracciava la sua perversione con l’abbandono di chi ha trovato la sua strada.
Yuri la incoraggiava. La sfruttava e ne ricompensava gli sforzi al meglio.
Quella donna era una musa dell’arte. Assassinio e sesso erano il suo imprescindibile binomio, la sua essenza. E l’uno non esisteva senza l’altro.
Il suo primo bersaglio era stato un pusher che aveva sgarrato. Yuri l’aveva inviata da lui come un regalo. E il bastardo, beatamente ignaro, aveva accettato di scartare il pacchetto.
Lei lo aveva spolpato, copulando con lui per quasi venti minuti, prima di piantargli le unghie nel collo e aprirgli la gola. E solo allora, aveva goduto.
Jaroslavna gli raccontava tutto e lui si eccitava. Gli piaceva sapere come lei godesse nel togliere le vite di coloro che la credevano essere debole e preda.
Il secondo bersaglio era una donna. La moglie di un procuratore che aveva fatto l’errore di voler mettere il naso negli affari di Borykov. Consapevole di chiedere molto, lui aveva mandato Jaroslavna ad archiviare la questione. Aveva creduto che la donna non avrebbe osato corteggiare il bersaglio. Invece aveva scoperto con sommo piacere, che Jaroslavna era in grado di affascinare tutti. Maschi o femmine che fossero.
Un primo contatto tra Jaroslavna e il bersaglio era avvenuto a un galà a cui lei presenziava sotto false credenziali e falso nome. Ma destreggiarsi tra i meandri dell’alta società non era esattamente un problema per quella donna. Aveva presto individuato la moglie del procuratore, una bella donna dai lineamenti fini e delicati. Capelli castani, occhi grandi ed espressivi dello stesso colore, pelle bianca come la luna.
Una creatura da sogno destinata all’incubo.
Il loro primo contatto fu squisitamente formale, quelle erano state le esatte parole di Jaroslavna. La donna, Martha, aveva subito mostrato di apprezzare la compagnia di Jaroslavna a un galà in cui, apparentemente non conosceva che poche persone.
Le due avevano parlato del più e del meno e poi, con sorpresa di Jaroslavna, era stata Martha a chiederle di potersi tenere in contatto. Evidentemente la poveretta non aveva molti amici. Troppo impegnata nella sua crociata contro Yuri.
Ironico che colei che l’avrebbe uccisa sarebbe anche stata la sua sola amica…
Le due si erano riviste a un café. Avevano visitato una mostra, fatto shopping, tutto quanto senza che Jaroslavna agisse, senza che cercasse un’apertura. Ogni singola volta che se n’era presentata una, la donna l’aveva ignorata. Yuri non aveva capito subito ma poi aveva compreso. Dio se aveva compreso! Ed aveva brindato a quella killer così abile.
Non sfruttava le aperture, le allusioni velate prima e poi abbastanza palesi o le possibilità per una sola ragione. Godeva della manipolazione. Voleva che fosse Martha a pregarla.
Sconfessare l’ipocrisia della donna valeva tanto quanto l’assassinio stesso o forse semplicemente, Jaroslavna si divertiva a vederla soffrire. Erano passati un mese e sei giorni prima che Martha, generosamente ospite di Jaroslavna, aveva avuto il coraggio di ammettere che provava qualcosa per lei. E la bella slava sorrise. Sorrise mentre si avvicinava a lei. Sorrise sentendone il battito accelerato, la trepidazione. Sorrise mentre appoggiava le sue labbra su quelle di Martha. Aveva continuato a sorridere per tutto il tempo. Durante il bacio. Durante lo spogliarsi frenetico. Durante le carezze dolci e indulgenti che segnarono il crollo definitivo di Martha. Sorrideva mentre la donna si dava da fare per ricambiare quelle carezze con un erotismo titubante, con una esitazione che nasceva dall’inesperienza. Aveva continuato a sorridere quando l’altra, ancora neofita le aveva infilato dentro un dito con delicatezza. Tra i gemiti aveva sorriso quando l’altra si era chinata tra le sue cosce. Aveva continuato a sorridere quando le aveva infilato la lingua nella vulva, sondando le sue profondità. E aveva goduto quando, stringendo le cosce attorno alla testa di Martha con passione, le aveva spezzato il collo.
La narrazione di quell’amplesso aveva causato un orgasmo a Yuri.
La verità era che Jaroslavna gli era indispensabile e affezionata ma lui non l’avrebbe mai reso pubblico. Avrebbe sempre tentato di nasconderlo.
Entrambi sapevano che era giusto così. E con lei al suo fianco, presto Yuri e i suoi si erano affermati come una potenza sotterranea con cui fare i conti.
Ora però aveva saputo del Balaika ed aveva subito ordinato che tutti coloro che potevano si mettessero in moto per capire chi fosse dietro a una simile mossa.
Aveva metodicamente escluso i sudamericani (dopo la batosta ad Augustus era improbabile che avessero il fegato di fare qualcosa), aveva eliminato i giapponesi (con i quali aveva buoni rapporti d’affari) e altre bande minori. Restavano solo i pesci piccoli o, ancora peggio, i batteri.
E i batteri erano pericolosi. Un solo uomo ben motivato e addestrato ne valeva novanta raccattati nei bar. Quello allora non era un uomo. Era una scheggia impazzita. Un killer.
Un giustiziere. Possibile?
In ogni caso Yuri aveva già attivato le sue fonti. Mancava solo un rapporto. Quello di Adele Kingsword.

Njala uscì dall’ufficio di Adele con l’aria stanca. La nuova Kapa l’aveva messa sotto, costringendola a quello che era parso un lungo interrogatorio. Sembrava particolarmente rigorosa sui casi che seguivano.
Meglio così. Finalmente qualcuno di competente. La nera uscì, controllando il telefono. Nessuna chiamata. Il suo ragazzo era via con amici a seguire una partita... Meglio così. Quella sera voleva solo una pizza da Pizza Hut e una serie TV da Netflix.

Raul Montoya varcò le porte dell’hotel con la ragazza che si era scelto. Lei, ucraina, si chiamava Natasha. Era bella ed ispirava persino tenerezza. I due gorilla all’ingresso non si erano scomposti più di tanto a vederlo arrivare accompagnato dalla giovane.
Uno di loro gli aveva allungato un comdon. Lui aveva ringraziato.
-Stanza 310.-, aveva detto lei. Doveva essere quella dove abitualmente portava i clienti.
-Sicuro.-, disse lui. Presero l’ascensore. Lui calmo, non esattamente eccitato, lei rigida, professionale, distaccata.
-Prima volta qui?-, chiese Natasha con fare civettuolo.
-Già.-, sorrise lui. Cercò di distendersi. Di valutare la miglior linea d’azione.
-Tu sei già stato con…-, lei lasciò la frase in sospeso. Lui annuì.
-Vedrai… Ti farò impazzire.-, sussurrò lei. Lui sentì l’erezione avanzare.
Arrivarono al terzo piano. La 310 era nell’angolo a sinistra. Natasha aprì la porta. Indossava un impermeabile sotto il quale portava uno string con della lingerie e un top.
Minimale ed eccitante come poche. Entrarono. Lei richiuse la porta.
-Allora tesoro, che cosa vuoi fare?-, chiese. Montoya si bloccò un istante.
Tra desiderio e disperazione per un indagine che andava in fumo sempre più non sapeva come rispondere.
-Ecco, io mi chiedevo se ti andava di fare qualcosa con una tua amica… Jaro-qualcosa. Posso pagare. E pagherò molto.-, disse cercando di mentire al suo meglio.
Natasha sembrò offendersi.
-Come? Non ti piaccio? Non ti piacciono queste tette?!-, chiese togliendosi di scatto impermeabile e top. Raul Montoya dovette fare violenza a sé stesso per riuscire a evitare di saltarle addosso.
-No, sei bellissima è solo che vorrei tanto vedere tu e lei che vi baciate… Mentre io…-, lasciò che la frase deragliasse. L’altra annuì. Pareva persino comprensiva.
-Capisco. È vero che Jaroslavna è brava. Ed è speciale. Yuri Borykov e altri ricchi vogliono solo lei. Quella troia ci ruba tutti i clienti.-, disse Natasha non senza invidia.
BINGO! Ora tutto quel che doveva fare era riuscire ad avvicinarla.
-Ed è possibile che tu possa fare qualcosa con lei. Oggi?-, chiese l’ispettore.
-Tutto è possibile tesoro. Io ho il suo numero. Lei mi ha fatto iniziare questo mestiere… Fammi chiamare.-, da una tasca dell’impermeabile, la slava trasse un samsung. Generoso regalo di qualche cliente soddisfatto. Cosa sicura…
Conciliabolo in russo o serbo o ucraino. Insomma in qualche lingua cirillica. Raul non si prese la briga di cercare di tradurre per quel poco di russo che sapeva (due parole: Da e Niet). La telefonata si concluse qualche istante dopo.
-Lei arriverà tra poco tesoro. Tempo dieci o venti minuti. Tu e io possiamo fare qualcosa intanto…-, per invogliarlo, si era abbassata lo string mostrando un pube depilato e una vulva già pronta e apparentemente vogliosa.
Montoya considerò la possibilità di fare il virtuoso e attendere. Ma la verità era che non ne valeva la pena. Perché fingere? Quando la vita ti dà i limoni fatti una limonata, no?
E la vita era stata pauca quanto a limoni con lui.
Natasha intanto si era abbassata a prenderglielo in bocca. Lo faceva bene ma lui notò subito quanto fosse maccanica. Lo faceva in modo ripetitivo, privo di entusiasmo. Al punto tale da fargli quasi svanire l’erezione.
Lei sembrò intuire perché si rialzò. Lui le sfiorò i capezzoli e le grandi labbra. Lei gemette e si distese sul letto. Lui glielo mise dentro. Oh, ora era molto meglio: la sua intimità era calda e umida. Le affondò dentro a spinte ripetute. Lei gli avvinghiò le gambe ai fianchi come a invogliarlo a entrare di più. Lui aumentò il ritmo. E venne.
Improvvisamente però notò che qualcosa non andava. La porta sembrava essere aperta…
Eppure ricordava perfettamente che era stata chiusa. Ma non a chiave. Come se…
Un dolore terribile alla testa mise fine ai suoi pensieri.

L’uomo sognava. Il sogno era sempre lo stesso.
Il bianco abbacinante, tanto puro da sfidare e dissolvere logica o intelletto.
Che improvvisamente divenne rosso, un rosso sangue. Come lui, circondato dal sangue. Improvvisamente e senza preavviso il sogno sempre uguale mutò. Il sangue assunse una voce di donna che gli parlava del passato. Sapeva a chi apparteneva la voce. Non intendeva ascoltarla. Prendendo atto che fosse un sogno, concentrò la propria volontà nello scuotersi.
Ma il sogno non voleva lasciarlo andare. Sussurrava parole senza senso che lambivano i confini della sua mente erodendo la sua sanità mentale. Lui lo ignorò. I sogni sono sogni.
Aprì gli occhi. Erano le 5 di mattina.
Si era addormentato alle 23.06, un’orario come un altro…
Incominciò gli esercizi, con calma, dando tempo al corpo per abituarsi al movimento.
Tanto già sapeva che non sarebbe riuscito a riaddormentarsi.
Finiti gli esercizi, andò a fare colazione. Si fece la doccia e si vestì. Recuperò le armi.
Ora l’imperativo era trovare quella Jaroslavna. Probabilmente era la moglie o un’amante di Borykov. Se era così, avvicinarla sarebbe stato oscenamente difficile. Ma lui aveva una possibilità per dipanare un simile mistero. Lucy conosceva Jaroslavna? Poteva valere la pena battere quella pista. Erano le sette di mattina. Quasi sicuramente, Lucy era sveglia. Digitò il numero della bella nera e chiamò.
-Pronto?-, chiese lei dopo il terzo squillo.
-Sono io.-, disse lui, -Ho bisogno di un favore. Conosci una tale Jaroslavna?-, chiese.
Preferì andare subito al sodo. Passò un lungo istante di silenzio.
-Sì. Era alla festa con me, quella data da Augustus El Rey.-, disse lei.
-Me la puoi descrivere?-, chiese lui.
-Bionda slavata, capelli raccolti in una coda, tette belle grosse. Ha un bel viso ma non troppo. È un po’… contadinotta. E soprattutto usa spesso espressioni russe.-, disse Lucy.
Lui annuì non era granché ma poteva bastare.
-Bazzica un po’ tutta la periferia.-, aggiunse la nera. Un ennesimo istante di silenzio.
-La vuoi uccidere, vero?-, chiese.
-No.-, rispose lui. Ed era sincero: avrebbe ucciso Jaroslavna solo se costretto.
-Voglio uccidere quello che lei serve. Il burattinaio.-, disse.

Montoya riprese i sensi a poco a poco. La testa gli doleva come se gliel’avessero rotta.
Eventualità non da scartare a priori. Era legato a una sedia.
-Bene. Il bell’addormentato si è svegliato.-, disse una voce slava. Un uomo.
Lui aprì gli occhi. Aveva davanti un tizio dalla barba di tre giorni avvolto in un cappotto.
Natasha, giusto accanto a lui, osservava la scena.
-Hai chiesto un servizio un po’ troppo elevato amico. Il nostro capo sa chi sei e i tuoi capi hanno deciso di non permetterti di andare oltre. Ci dirai tutto quel che sai e poi finirai in pasto ai pesci. Oppure cercherai di resistere, soffrirai come un cane, ci dirai ciò che sai e poi finirai ugualmente in pasto ai pesci. Fossi in te mi eviterei la sofferenza.-, disse l’uomo.
-Cristo, Tomo, guardalo! È un miracolo se ricorda come si chiama…-, la voce di Natasha gli giunse divertita e a tratti, preoccupata. Non rimase ad ascoltare la risposta dell’altro. L’unico pensiero di Raul Montoya fu che si era fatto fregare come un idiota. E ora sarebbe morto, a meno che non avesse trovato una via di fuga. Doveva pur essercene una.
Si guardò attorno. Lo scantinato era illuminato da una lampadina.
Un bisturi, un coltello e un taser facevano bella mostra di sé su un mobile vicino.
Montoya non necessitava di indizi particolari per capire che quei maledetti strumenti erano lì per essere usati su di lui.
Guardò i due. Tomo, come l’aveva chiamato Natasha era evidentemente un gregario: aveva parlato molto. Troppo. Il classico atteggiamento di chi si dà delle arie al contrario della troia (vocabolo ora usato in senso dispregiativo) che aveva parlato poco e niente. Bizzarramente, il capo era lei. O quantomeno, occupava una posizione di comando
-Allora bello? Parli o devo passare alle maniere forti?-, chiese Tomo.
Montoya prese tempo. Mobile, arnesi da tortura, pavimento e… una sceggia di vetro? La vedeva appena ma avrebbe solo dovuto cadere in quella direzione, tagliare le corde, non farsi scoprire e sgozzare uno di quei due. Facile… E implicava soffrire.
Ma era tutto quel che aveva.
-‘Fanculo.-, disse. Si beccò un pugno. Direzione d’impatto sbagliata. Gli sorrise con la bocca insanguinata e il naso spaccato.
-Non l’ho neanche sentito.-, disse con un sorriso. Sputò una boccata di sangue.
Il pugno dopo quasi lo mandò K.O. Lui e la sedia caddero di lato. Sentì per miracolo il pezzo di vetro sotto le dita. Lo afferrò mentre Tomo lo rimetteva in piedi.
-Non fai più il figo, eh?-, chiese. Natasha restava zitta. Era la parte che probabilmente gli metteva più paura. Quella donna era ghiaccio. Acciaio. Pura e semplice volontà.
Era il genere di persona adatta a comandare.
-Ora incominciamo a parlare.-, disse Tomo.
-Prego…-, replicò Montoya. Sentiva un dente ballare in bocca. Ma si sforzò di sorridere.
Il ceffone gli confermò che un dente gli passeggiava allegramente per il cavo orale.
In compenso aveva iniziato a tagliare le corde. Lentamente. Senza dare nell’occhio. Escludendo tutto tranne le corde da tagliare.
-Ci dirai tutto quello che sai.-, disse Natasha. Era la prima volta che parlava dopo tanto.
-Non credo.-, sorrise lui. Altro pugno. Lo zigomo destro protestò. Montoya continuò a tagliare. Le corde si allentarono. Abbastanza da permettergli di liberarsi.
-Tutti sono bravi a fare i duri con chi è legato. Slegatemi e venite a prendermi!-, li sfottè lui con un ghigno. Tomo prese il Taser.
-Ora vediamo chi si diverte…-, disse con un sorriso sadico. E fu allora che l’uomo agì.
Raul non amava perdersi in chiacchere. Lo trovava stupido, come trovava stupidi quei tizi.
Quelli come Tomo erano arroganti e sicuri di sé solo quando erano in una posizione di predominio. Troppo facile essere dei duri così.
-Ultima possibilità. Poi ti scarico 2000 Volt in petto. E diventerai ottima carne per gulach.-, disse l’altro. Aveva appena concluso la frase che Montoya si era alzato. Era pieno di energia. Rabbia, dolore, il senso di inutilità: tutto quanto gli forniva una forza e un energia che non erano nella norma. Aprì la gola di Tomo con il vetro stretto nel pugno destro mentre con la sinistra portava la pistola Taser, strappata alla mano dello slavo a mirare Natasha. La donna aveva fatto a tempo ad alzarsi in piedi e stava tirando fuori una pistola dall’impermeabile. Inutile: nemmeno il più veloce dei pistoleri poteva battere un’arma già puntata. 200 Volt di elettricità fecero contorcere la slava.
Raul si liberò del corpo di Tomo. Era sporco di sangue, stanco e pesto. Ma era indomito e non si sarebbe fermato. Puntò il coltello alla gola di Natasha, strappandole la pistola di mano con un calcio. Fine dei giochi. La donna gemette.
-Ricominciamo. Jaroslavna.-, disse.
-Fottiti.-, ribatté la giovane con un ringhio da belva ferita.
-Pessima risposta.-, disse lui. Altri volt sparati nel corpo della donna. Il petto di lei si alzò e abbassò rapidamente mentre si contorceva.
-Le prossime scariche potrebbero esserti letali. Sicura di voler rischiare?-, chiese con calma lui. Lei ghignò. Un ghigno demente.
-Non hai idea di chi stai mettendoti contro.-, disse lei con tono sofferente.
-No.-, ammise lui, -Non ce l’ho. E non me ne importa un cazzo. Voglio delle risposte.-.
Puntò minacciosamente il petto della donna. La sicurezza di lei parve incrinarsi.
-Allora?-, chiese di nuovo.
-Non lo so.-, rispose lei.
-Bene.-, disse lui. La pressione sul grilletto si accentuò. E un secondo dopo la troia cedette. Sospirò, implorando una tregua con una mano alzata.
-Non so dove sia Jaroslavna. Bazzica spesso le zone russe della Periferia… Lei mi ha mandato Tomo… Io sono solo una puttana… Quella troia invece, lei è pazza. Tu te ne accorgerai… Ti mangerà il cuore.-, disse Natasha, piegata.
Improvvisamente, Montoya si rese conto di un particolare.
Natasha avrebbe comodamente potuto avvertire Jaroslavna e i suoi, una volta libera.
Una sola cosa avrebbe potuto impedirlo. Una cosa che Raul doveva fare. E la donna dovette capirlo perché lo guardò negli occhi con vera e propria supplica.
-Allora morirà di fame.-, disse con tono grave l’ispettore e premette il grilletto. Ancora e ancora. Sino a che la slava non smise di muoversi. Morta.
Montoya si prese un secondo. Non era stato lui a cercarli quei problemi. Non era stato lui a voler essere assegnato là. C’era finito per causa sua, sicuro ma quell’evento aveva messo in moto una catena di accadimenti che l’aveva portato a diventare quel che era diventato. Un lupo solitario. Un lupo tra le pecore. Si scosse.
Ora doveva uscire di là.
Era fortunato: il seminterrato aveva un’uscita che dava su una strada deserta. Uscì dopo aver preso gli abiti di Tomo (quelli meno macchiati di sangue) e tutti i soldi che aveva trovato addosso ai due.
Doveva confondersi con la folla, trovare un posto per riposare, trovare Jaroslavna e mettere fine a quella storia.
Ma prima di tutto, doveva mangiare qualcosa. Guardò l’ora. Erano solo le nove di mattina e già si sentiva uno straccio. Doveva trovare del cibo.

L’uomo guardò le strade. Alle nove di mattina erano piene di gente.
Si era fatto consigliare da un conoscente quali fossero i ritrovi dei russi.
Una bisca clandestina, coperta dal pubblico esercizio di un bar-ristorante.
Un bordello, la colomba siberiana (che fantasia…)
Un bar, Il Compagno. E un hotel, anzi, un motel.
Un motel che somigliava pure a un bordello. L’uomo aveva deciso di iniziare da lì.
Il motel era effettivamente come cinto d’assedio da una schiera di donne che non facevano mistero del loro lavoro. L’uomo vide una volante della polizia accostare e due agenti scendere. Ognuno dei due si scelse una donna ed entrarono ghignando.
L’uomo li guardò entrare. Erano idioti. Corrotti e stupidi. Pecore, appunto. L’intera Città a ben guardare era popolata da pecore. Non stupiva che fossero i lupi a far da padroni. L’intera città era affetta da un virus. Ma lui era la cura.
Il portinaio lo guardò in tralice mentre avanzava verso le porte dell’hotel.
-Niente donna. Tu non entri.-, disse. L’uomo annuì. E gli aprì la gola un istante dopo.
Basta coi compromessi, con le mezze misure. Quel luogo gli faceva schifo, prostituzione venduta così, donne sfruttate a tal modo, tenute col coltello alla gola.
Ognuno di quei bastardi era un magnaccia di qualche genere. Un lupo.
Ognuno di loro meritava di morire.
Fece irruzione tra le urla dei più. Uno dei portinai aprì il fuoco ma lui si era già mosso. Non aveva con sé il Tanto. Aveva portato un’altra arma. Qualcosa di più lungo.
Wakizashi. La spada corta che i samurai usavano come arma secondaria insieme alla Katana. La lama compì un guizzo squarciando veste e carne del petto di uno slavo troppo vicino all’entrata. L’uomo lo afferrò per il collo interponendo il corpo del moribondo tra sé e i proiettili in arrivo. Impatti futili e detonazioni. Due donne presero a urlare. Una si rannicchiò a terra. Panico. Tra gli spettatori di quel massacro, i gorilla e gli sgherri di Borykov. Panico puro.
Nessuno si aspettava un’assalto simile. A dire il vero, nessuno si sarebbe aspettato un assalto e basta. Borykov era noto per essere spietato. Non avrebbe mostrato misericordia per chi lo avesse attaccato. Ma l’uomo… Lui era oltre la paura.
Il Wakizashi nelle sue mani compì una rotazione. Lo lanciò verso uno dei gorilla preso a ricaricare. Allo scoperto. Un idiota. Il guizzo argenteo della lama attraversò la sala prima di colpire. Trapassò il petto dell’uomo infrangendo lo sterno e spaccandogli il cuore. Colpi in risposta. L’uomo sorrise. Protese l’altra mano. Colpi di tosse. Una M93 silenziata. I due gorilla restanti andarono giù. Guardandosi intorno in quel massacro, l’uomo annuì. La prima fase era finita. Ora doveva solo pescare Jaroslavna in quel massacro. Recuperò la lama e la rinfoderò. Si avvicinò a una ragazza rannicchiata a terra, mostrando che non aveva cattive intenzioni. Lei parve rilassarsi o forse era sull’orlo di una crisi di nervi.
-Va tutto bene. Voglio solo sapere dov’è Jaroslavna.-, disse.
-Mi ucciderà!-, esclamò lei.
-Già. A meno che io non faccia in fretta. E questo dipende da quanto tempo impiegherai per rispondermi.-, osservò lui, calmissimo attraverso maschera che aveva messo, una maschera da carnevale che impediva alle telecamere di riconoscerlo.
-Io…-, sussurrò lei.
-Hai paura. Come tutti. Si può essere ostaggi della paura. O decidere di reagire. La scelta è solo tua.-, disse lui con calma. La ragazza sgranò gli occhi. L’uomo si voltò, pistola in mano. Due gorilla scesero le scale.
-Uccidiamo quel bastardo!-, gridò uno. L’uomo puntò e sparò mentre il tizio che aveva così stupidamente urlato ancora stava togliendo la sicura. Fu scagliato all’indietro. L’altro si beccò due colpi in una mano dopo aver sparato mancando il suo bersaglio ma uccidendo la ragazza. Premeditato? Per evitare che parlasse? Forse. In ogni caso era morta.
L’uomo si avvicinò all’altro. Ora era infuriato. Per quei tizi le vite degli innocenti non valevano un soldo. Lui era differente, aveva sempre tentato di evitare vittime “civili”.
Il tizio, un caucasico attempato tentò di raggiungere la pistola con l’altra mano. S’interruppe quando sentì una lama sulla gola.
-Ti prego…-, piagnucolò. Patetica imitazione di uomo che, fino a poco prima si era creduto grande e che ora riscopriva il significato della parola “terrore” nel più diretto e terribile dei modi.
-Lupi dalle zampe rotte. Tremolanti nel loro buco. Così bravi a fingersi predatori ma quando arriva il cane del pastore, temono la sua venuta come servili ancelle davanti a un padrone scontento.-, disse l’uomo.
-Che cazzo vuol dire? Chi cazzo sei?!-, chiese l’altro, terrorizzato.
-Una buona domanda.-, disse l’uomo, -Io sono il vostro male restituito al mittente.-.
-Io…-, la pressione della lama sulla gola si accentuò e il farabutto decise di tacere.
-Tu, come loro, vivi sulla sofferenza di altri. Meriti di morire.-, alle narici dell’uomo giunse un odore acre. Urina. Il tizio se l’era fatta sotto. Vegognoso.
-Ma vivrai. Per consegnare il mio messaggio a Borykov.-, disse l’uomo. L’altro annuì.

Yuri Borykov giunse all’hotel insieme ai poliziotti. Adele Kingsword e i suoi si erano mobilitati in massa. Il russo guardò il serbocroato che era sopravvissuto a quella strage.
Il messaggero, così aveva detto. Di avere un messaggio per lui da parte del tizio che aveva fatto quella strage.
L’uomo gli aveva raccontato, così come ai poliziotti, cosa fosse successo. Quel tizio con una maschera totalmente asessuata aveva iniziato a uccidere. Metodico, quasi artistico. In pochi istanti aveva ucciso il gorilla accanto alla porta poi si era spostato a rapidità notevole. Aveva ucciso tutti con la rapidità di un falco, l’efficienza di un commando e la grazia di un danzatore. E quel che era peggio era stato il finale.
Aveva lasciato vivere solo lui. Per dare quel messaggio.
“Non importa dove siete. Non importa chi siete. Io vi troverò. E vi ucciderò.”.
Così aveva detto. Borykov non aveva battuto ciglio. Era abituato alle minacce di morte. E avrebbe reagito con forza. Scambiò un occhiata con Adele che trasudava preoccupazione e dubbi.

Adele Kingsword si era impensierita visibilmente, nel dubbio su come agire.
-Impronte digitali? Porve di qualche genere?-, chiese a uno della scientifica.
-Niente. Ha usato guanti, maschera e forse anche qualcosa per confondere la voce. Non ci caviamo niente qui.-, disse lui. Karl, Carl, qualcosa del genere. Lei non si era data la pena di imparare il suo nome.
L’hotel era circondato da volanti e agenti della polizia. I giornalisti aspettavano solo un cenno per poter iniziare a far man bassa di scoop vari.
“Parassiti.”, il pensiero attraversò la mente di Adele. Ma parassiti utili, lo sapeva.
Servivano a proiettare l’immagine che lei voleva si vedesse.
Ed evitare che accadesse l’irreparabile.

Yuri valutò la situazione. Pensò che ormai Tomo e Natasha avessero spremuto il tizio che avevano catturato. Pensò che le cose non solo erano peggiorate ma stessero deragliando.
Qualcuno aveva osato sfidarlo. Due volte. Una al Balalaika e ora aveva seminato morte nel suo motel, mandando a monte un giro d’affari enorme…
Era un affronto che non poteva restare impunito.
-Chiama Jaroslavna.-, disse al superstite dell’eccidio. Annusò l’aria. Polvere da sparo, sangue e urina. La sua faccia si tese in un ghigno.
-E cambiati i calzoni.-, aggiunse, fintamente schifato.

Njala aveva ricevuto la segnalazione qualche minuto prima. Un’uomo e una donna.
Morti in un seminterrato. Lei fulminata a morte, probabilmente. Lui sgozzato.
Un’ennesima mattina di orrori. E lei che sperava di poter avere un turno in santa pace…
Si chiese se fosse sempre e ancora opera del tizio che aveva ucciso due russi al Balalaika ma lo escluse. Era evidente che chiunque fosse stato a uccidere quei due avesse lottato. Corde legate rivelavano un interrogatorio e un fremmento di vetro aveva i residui di impronte digitali. E se c’erano i residui, si poteva risalire all’impronta e a un identità.
La caccia era aperta.
Sorrise. Infilò dei guanti in lattice e mise la prova in una busta sigillata.

Montoya trangugiò la pizza ingozzandosi con la delicatezza di un mastino che sventra una preda. Ignorò beatamente una coppia di anziani che lo guardavano schifati.
Aveva fame. Una fame da lupi. Per fortuna in quella pizzeria gestita da due fratelli italiani, facevano sempre un piccolo sconto ai clienti affezionati come lui, che c’era andato abbastanza spesso. Dopo essersi medicato alla meglio le ferite, aveva risposato in un hotel per qualche ora. Poca gente, nessuna domanda. Poi era scivolato nell’anonimato, sino a trovare la strada per quel posto. Ordinare una mergherita e una coca cola per tenersi su era stato rapido. L’attesa l’aveva usata per collegare quel che sapeva.
La verità era che non aveva molto in mano. Sapeva che Jaroslavna bazzicava la periferia russa (cosa che avrebbe potuto intuire anche da solo) e che ricopriva un ruolo ben più importante di quanto lui avesse in precedenza creduto.
Veniva da pensare che fosse lei dietro a tutti gli affari di Borykov, o almeno a molti di loro.
Ripensò a un paio di casi. Gente morta in circostanze bizzarre. E ricordò di un testimone che aveva detto, in uno di quei casi, di aver visto una donna bionda, una russa probabilmente. Montoya aveva una memoria di ferro, era uno dei suoi pochi pregi.
Non gli ci volle molto a fare il collegamento. Per quando la margherita cotta a forno a legna gli fu servita, Raul Montoya aveva già delineato un possibile profilo.
Jaroslavna era un’assassina. Una mantide religiosa. In tutto e per tutto.
Prima scopava e poi uccideva… E non solo uomini. Probabilmente anche donne…
Una serial killer per cui sesso e uccisione rappresentavano un binomio inprescindible ed inseparabile. Vedendola così, molti di quei casi apparentemente privi di soluzione avrebbero avuto un colpevole certo.
Come quello di Martha Clark, il caso era stato archiviato come una caduta. Ma doveva essere stata una caduta spettacolare per spezzarle l’osso del collo. Inoltre il coroner aveva fatto presente tracce di fluidi vaginali. Tutto faceva credere che avesse rischiato di farsi beccare in atteggiamenti scomodi e che fosse scivolata mentre tentava di andarsene. I vestiti spiegazzati e il volto privo di trucco lasciavano intendere quella possibilità.
Ma ora…Era possibile che Jaroslavna avesse sedotto Martha? Probabilmente sì.
Ed era quindi fattibile che la stessa Jaroslavna l’avesse uccisa durante un’amplesso saffico? Ora che ci pensava, a Raul venne in mente che Martha era introversa, timida e relativamente rigida. Qualcuno l’avrebbe definita bigotta.
Ma forse aveva solo paura di mostrare chi fosse davvero?
In ogni caso, pareva che Jaroslavna fosse stata in grado di fare breccia nel suo animo.
Per poi attendere quel momento, quell’istante ferale in cui, travolta dalla passione e desiderosa di appagare la sua amante, Martha non aveva commesso quell’errore fatale.
E a quel punto, la slava aveva spezzato il collo della donna con le cosce?
Possibile, sì. Decisamente possibile.
Ma non era la sola possibilità. C’erano altri casi, sei o più, che si prestavano a una spiegazione simile. Ma Jaroslavna mai processata. Mai inquisita. Mai si erano trovate tracce. Faceva pensare che, dopo aver ucciso, ripulisse metodicamente la scena del crimine. Non era solo una psicopatica con tendenze sessual-omicide, era anche un’attenta professionista dell’assassinio. Una donna da non sottovalutare insomma.
Inghiottendo una fetta di margherita e innaffiandola a coca cola, Montoya fece qualche altra considerazione.
I morti di quei casi… Martha aveva spesso sostenuto la colpevolezza di Yuri Borykov in un caso di traffico d’armi conclusosi poco dopo la sua morte con la caduta delle accuse nei confronti del russo. Francis era un povero idiota drogato ed aveva pensato bene di provare a ricattare Yuri. Si sapeva di una sua missiva che denunciava Yuri Borykov come un trafficante di droga e di donne. Yuri aveva iniziato una causa legale ma evidentemente la vittoria in aula non gli era bastata. Quadrava.
Almond Biken, un anglo-nipponico che aveva forti connessioni con la famiglia mafiosa Grimaldi e che per un po’ aveva avuto alterchi con Borykov. La questione era poco chiara ma Borykov aveva deciso di rimuovere l’ostacolo. E l’aveva rimosso con una trappola al miele. Quadrava.
Viktor Radek, estremista ceceno emigrato. Era un po’ che progettava di attaccare Yuri ed evidentemente alla fine l’aveva fatto. Aveva ucciso due degli sgherri di Yuri con un AK. Caso che la polizia aveva archiviato senza neppure guardarlo. La politica dei poliziotti nella Periferia era lasciare che le cose si sistemassero da sole.
Ma uccidere due uomini di Yuri era poca roba e Borykov minacce come quella le neutralizzava sul nascere.
Francis P. Egg era morto sventrato in un vicolo. L’avevano ritrovato senza pantaloni, portafogli e cellulare. Tutti avevano pensato a una prostituta isterica. E probabilmente la troia c’era ma isterica proprio no. Poteva aver benissimo inscenato una rapina.
Strano a dirsi: nessuna traccia o impronta digitale della donna…
Almond Biken era morto nel suo letto. Durante un giochetto sadomaso con asfissia erotica finita male. Tutto normale. Praticamente nessuno aveva indagato. In quell’occasione, qualcuno fece persino un bonifico consistente alla famiglia come segno di scuse… Strano. Ora, alla luce della nuova pista, pareva invece che fosse un malcelato sfottò.
Viktor Radek. Anche lui morto nel suo letto. Apparentemente dopo aver diviso il letto con due puttane. Per infarto. Nulla di strano: il cinquantenne ceceno beveva, fumava e pippava coca da una vita. Tutti si sarebbero sorpresi se fosse arrivato a un altro compleanno. In quell’occasione nessuno si era voluto scomodare.
Radek era un pazzoide. Aveva appeso la bandiera cecena fuori dalla porta di casa, aveva almeno un Ak-47 funzionante ed aveva diverse foto di militari russi morti durante combattimenti in Cecenia e Afghanistan (questi ultimi risalenti all’invasione sovietica).
Si diceva che avesse combatutto a Grozny contro l’occupazione russa. Controllando con Google usando il cellulare di Natasha, Montoya si accorse che Radek effettivamente aveva anche fatto parte di un gruppo di miliziani che in Afghanistan avevano combattuto contro i sovietici. Era un duro. Ma evidentemente, anche un duro, prima o poi, abbassa la guardia. Quelli erano solo quattro casi su sei. Gli altri Montoya non li ricordava, uno era un contabile di qualche genere, gli altri invece erano assenti nella sua memoria. Nonostante ciò non si biasimò: quattro casi soltanto erano pochi, rispetto a tutti gli omicidi che quella donna poteva aver commesso ma bastavano. Bastavano a pensare, se non a provare, che Jaroslavna fosse una killer al servizio di Yuri Borykov e che lo stesso Borykov fosse il mandante degli assassinii. Sfortunaente senza prove, non ci sarebbe stata nessun’inchiesta. Ma da tempo, Montoya aveva smesso di credere che qualunque tribunale avrebbe saputo prendersi cura del caso.
Tutto tornava e lui sarebbe dovuto essere giudice, giuria e boia.

Adele guardò la scena del crimine. Altri due morti in una mattina che pareva un film di Quarantino… Ma quelli avevano un ché di particolare.
Sembrava stessero interrogando qualcuno. Qualcuno che era riuscito a liberarsi e che li aveva uccisi. Se era così era possibile che…
-Ho il referto della scientifica.-, la voce di Njala interrupe il filo dei pensieri della donna.
-E quindi?-, chese, la kapa guardando la nera. Era bella. Adele si scoprì a desiderarla di nuovo. D’altronde cosa ci sarebbe mai voluto per farla crollare e averla nel suo letto?
Sicuramente aveva qualche punto che lei poteva toccare, qualche nervo scoperto.
Sì, si poteva fare. Ma non ora.
-È Raul Montoya. Li ha uccisi lui.-, disse Njala.
-Lo immaginavo. Ma è stato attento. Ha lasciato qui i suoi abiti. Sa come sfuggire alle forze dell’ordine. Catturarlo non sarà per niente facile. Vista la situazione anzi, il miglior metodo è aspettare. Montoya sta lavorando contro gli stessi criminali. Lasciamo che faccia il lavoro al posto nostro.-, decretò Adele.
-Non dovremmo aiutarlo?-, chiese la nera, confusa. La bionda le sorrise con aria indulgente. Quanto poco capiva quella ragazza…
-Rischieremmo di scatenare una guerra. Lui da solo invece è più discreto, furtivo ed efficiente delle squadre SWAT.-, spiegò brevemente. Si diresse verso altri agenti. Doveva coordinare un indagine. Trovare Montoya senza fare troppo clamore. Borykov non avrebbe tollerato altri attacchi alla sua organizzazione.

L’uomo filava lungo i quartieri. Superò una tabaccheria gestita da un reduce cubano della Guerra d’Angola. Oltrepassò un negozio di surplus militare gestito da un veterano della Prima Guerra del Golfo. Tutti posti che tempo fa l’avrebbero intrigato ma non in quel momento. In quel momento, lui cercava qualcos’altro.
Arrivò al ristorante. Grande e di bell’aspetto emanava un fascino all’europea che non stonava con i palazzi attorno. Era un fusion-experience. Proponeva piatti orientali della cucina cinese e indiana e piatti tipici occidentali. Pareva anche rendere bene a giudicare dal numero di clienti all’interno.
Un cameriere lo raggiunse. Gli sorrise, benevolo e servizievole.
-Desidera un tavolo?-, chiese.
-No grazie.-, rispose lui.
-Abbiamo tavoli speciali.-, disse il cameriere. L’uomo annuì.
-Cerco un privé.-, disse.
-Signolo o la signora arriva dopo?-, chiese il cameriere.
-La signora arriverà tra mezz’ora.-, rispose l’uomo.
Lo scambio di battute in codice abilitava l’uomo a entrare nella bisca clandestina del seminterrato del locale.
Privo della maschera e del wakizashi, l’uomo aveva con sé solo la pistola.
Scese le scale, una porta si aprì e lui entrò. Un alone di fumo aleggiava come se l’inferno avesse acceso i fuochi. In realtà, lo notò una volta entrato, il fumo era dovuta ad almeno tre persone che fumavano fregandosene per bene del divieto di fumare vigente nel ristornate. D’altronde una cappa sifonava il fumo verso l’alto.
Una bisca-fumeria clandestina… Sicuramente quel posto fruttava parecchio.
L’uomo individuò tra i giocatori della bisca, l’Onorevole Antonio Bigham, un influente giudice che si era spesso sospettato essere corrotto. Eccone la prova, no?
Un altro ospite interessante era Mary Gionitti, nota per il suo libro “Radici marce”. Divertente ed ironico il fatto che avesse scritto un libro per denunciare la corruzione e fosse finita a divenirne parte. L’uomo era pressoché sicuro che quella bisca garantisse a Borykov una certa copertura dal punto di vista legale. Avendo lì gente del genere, il russo era in grado di ricattare i suoi principali oppositori. E se qualcuno avesse creduto che l’onestà valesse più della carriera… Avrebbbe sicuramente trovato un altro modo.
Era lì, in quel budello sotteraneo così simile allo stomaco di un dio malefico che Yuri Borykov forgiava e manteneva la sua presa d’acciaio sulla giustizia della città.
Ed era lì che lui avrebbe dovuto intervenire.
-Vuoi un posto a un tavolo?-, chiese il gestore. L’uomo annuì. Sganciò una banconota da cento e gli fu dato l’equivalente in fiches.
-Ohama e Blackjack là. Dietro di te, Texas Hold’em. Stud e Five-Draw Cards alla tua destra. Buona fortuna.-, disse l’altro. L’uomo annuì di nuovo. Era di poche parole ma sapeva giocare a Poker. L’aveva imparato una vita prima. Si sedette al tavolo.
-Oh, un nuovo pollo da spennare!-, esultò il non-così-Onorevole Bigham. L’uomo sorrise.
Prese le carte con la sinistra. Un tre di picche e un sei di fiori.
E con la destra sparò due colpi. L’Onorevole Bigham si irrigidì. Lasciò cadere una coppia di dieci. Una mano che non avrebbe più potuto giocarsi.
Gli altri s’irrigidirono improvvisamente vedendo l’uomo cadere all’indietro con due buchi nella pancia.
-Non sono qui per fare del male a nessuno. Andatevene. Tranne il tizio al bancone.-, disse l’uomo. Si girò di scatto sorprendendo il gestore della bisca nell’atto di prendere qualcosa da dietro il bancone.
-Mani in alto.-, disse.
-È una rapina?-, chiese l’uomo alzando le braccia mentre gli altri uscivano spintonandosi.
-È un ripulisti.-, disse il killer, -Ma tu puoi evitare di diventarne parte. Mi basta un numero di telefono, un indirizzo, qualcosa che mi conduca a una persona.-.
-Chi?-, chiese l’altro in un soffio. Evidentemente ci teneva alla pelle.
-Jaroslavna.-, rispose l’uomo. L’altro degluitì rumorosamente.
-Il capo mi scuoierà vivo…-, disse.
-Qui ci sono molti soldi… Se te ne vai in fretta potresti persino cavartela. Oppure, potrei aiutarti a scoprire un nuovo tipo di dolore.-, propose l’uomo. L’altro imprecò. Scrisse qualcosa su un fogliio mentre il killer gli puntava la pistola al petto da sette metri di distanza. Gli porse il foglietto.
L’uomo lo guardò. Era un numero di telefono. Lo prese.
-Vattene.-, disse. L’altro afferrò l’incasso della bisca e fuggì. L’uomo andò dietro al bancone, trovò una porta, la aprì. Come sospettava, conduceva a un locale secondario. C’erano delle scale. La sua via di fuga.

Jaroslavna Tumic aveva appena finito di offrire le sue grazie a un cliente. Rivestitasi e pagata, aveva rapidamente lasciato l’hotel. Parte della sua copertura la obbligava a fare quel mestiere che non disdegnava per nulla. D’altronde, la verità era che grazie a quel ruolo godeva di enorme libertà rispetto a molti dei collaboratori di Yuri.
Sebbene quasi nessuno la soddisfacesse, lei riusciva a fingere con tale maestria da rendere impossibile comprendere che stesse fingendo di godere e ciò l’avvantaggiava.
Il cliente in questione era un turco. Un tizio che aveva una tabaccheria divenuta punto di ritrovo per molti fumatori di narghilé. Jaroslavna aveva saputo approfittare dell’incontro per scoprire qualcosa in più sugli avventori di quel posto.
Nulla di rilevante ma il suo lavoro consisteva anche in quello. Fallimenti di quel tipo erano tollerabili: portavano comunque informazioni e non stava a lei decidere cosa farne ma a Yuri. Lui era la mente, lei il braccio.
Jaroslavna aveva iniziato a uccidere da ben prima di lui.
In verità, all’epoca era piccola. Cresciuta in un regime severo e pauco. Con una simile infanzia alle spalle, era abituata alla scarsità di lussi.
Aveva passato la sua infanzia in Serbia. In un villaggio minuscolo, insignificante.
Già all’epoca aveva sviluppato un gusto per il sangue. Amava veder la madre tagliare la carne, il padre tornare con la cacciagione. E amava andare a caccia quando tutti la credevano a giocare con le amiche di cui a lei non importava per niente.
Cacciava lucertole o lepri. A volte persino gatti randagi.
Amava la sensazione del sangue sulle dita, la vita che fuggiva via. Aveva pensato fosse stata solo una fase. Si era sbagliata ma sicuramente non era tutto ciò che importava nella sua vita. Infatti con la pubertà era arrivato il suo secondo piacere.
Lo zio Milo era un ubriacone. Reduce di una guerra che nessuno voleva ricordare, beveva molto. Se lo tenevano in casa perché aiutasse col lavoro. Ma col padre di Jaroslavna perennemente assente per lavoro, la madre impegnata tra vari amanti e i fratelli in servizio nell’esercito, a casa spessissimo c’era solo lui. Passava i pomeriggi a guardare il vuoto e bere. Diventava volgare e rozzo da sbronzo e lo era perennemente. Una sera erano da soli in casa e lei si era appena lavata. Aveva pensato che lo zio stesse dormendo ed era passata nuda davanti a lui per recarsi in camera.
Invece no. Lo zio era ben sveglio e quel corpo che gli passò davanti senza veli doveva averlo svegliato del tutto. Ben presto aveva seguito la nipote in camera sua.
E l’aveva trovata a guardarsi davanti allo specchio. Jaroslavna era già florida e bella per la sua età all’epoca. Ma aveva sempre considerato la sua bellezza come un fattore accessorio. Una mera conseguenza della crescita, poco importante.
Finché non aveva sentito gli occhi di Zio Milo sul corpo. Si era girata e lo aveva guardato.
-Sei bella…-, aveva detto lui. Lei aveva sorriso. Imbarazzata ma lieta del complimento.
-Posso accarezzarti i capelli?-, aveva chiesto. Lei aveva annuito, in imbarazzo per quella scena che riteneva davvero molto, molto strana. Prima che potesse rendersene conto la mano dello zio era scivolata sulla sua guancia, poi sul collo e infine si era posata sul seno.
Strano ma vero, lo zio era stato delicato. Jaroslavna ricordava che aveva accarezzato il capezzolo, facendole improvvisamente provare un brivido simile al solletico. Lei era rimasta bloccata mentre sensazioni mai provate le fiorivano dentro.
Così, quando lui aveva iniziato a baciare i capezzoli, lei non si era opposta. Tanto lo zio non era veramente lo zio. Era un parente acquisito, uno che nella famiglia non aveva mai davvero trovato posto. A lei non era mai stato né simpatico né antipatico.
Ma quando la lingua dello zio le aveva solleticato i capezzoli, lei aveva avuto la pelle d’oca. Cos’erano quelle sensazioni? Ancora lei non riusciva a capirlo. Aveva guardato quell’uomo con fare interrogativo.
-Ti piace?-, aveva chiesto lui. La sua mano intanto si era fermata sotto. Sullo stomaco.
Sull’ombelico… Come in attesa. Jaroslavna ricordava bene quell’istante. Un momento incredibile in cui si era resa conto di quanto quelle sensazioni le fossero profondamente gradite. Aveva sorriso. Mentre la mano dell’uomo le carezzava la pancia, aveva sorriso e chiuso gli occhi come per bearsi di quelle sensazioni senza dover vedere il mondo.
-Sì.-, quella parola aveva forgiato il suo destino quanto la sua passione a uccidere animali.
-Vuoi che diventi ancora più bello?-, chiese lui. Lei aveva annuito senza esitare, gettandosi alle spalle ogni cautela. Era rapita da quel nuovo divertimento…
Aveva appena sedici anni. Milo aveva sorriso e con calma l’aveva guardata. A lungo.
-Sai, quel che stiamo facendo è speciale. Lo fanno due persone che si vogliono bene. Tu vuoi bene allo zio Milo, vero?-, chiese lui. Intanto le mani erano scese fino al pube.
Insistenti ma invitanti. Jaroslavna capì subito cosa doveva rispondere.
-Sì zio… Te ne voglio tanto.-, disse. Lo zio sorrise.
-Le persone che si vogliono bene fanno questi giochi… Si baciano… Si toccano e poi fanno qualcosa d’altro. Qualcosa di molto speciale. Qualcosa che fa nascere i bambini.-, disse lo zio. Le dita scendevano lente. Jaroslavna aveva sentito un brivido lungo la schiena quando avevano sfiorato l’apertura delle grandi labbra.
Aveva passato la sua infanzia in un paese in cui mai aveva visto film, libri o anche solo sentito parlare di sesso. Quel che Milo le stava facendo le era così nuovo e inesplorato…
-Fanno nascere i bambini?-, chiese lei. Lui sorrise. Sputò sul pavimento. In ogni altro momento lei ne sarebbe stata disgustata ma in quel momento… Lo zio fece un gesto con la mano come a voler dire che di quello lei non si sarebbe dovuta preoccupare.
-Vuoi vedere com’è dopo, Jaro? Vuoi vedere cosa fanno i grandi dopo i baci e tutto?-, chiese lui. Lei notò che sembrava agitato. Per un istante si chiese se stesse bene.
-I grandi fanno queste cose, piccola. Gli uomini hanno qualcosa tra le gambe che voi non avete. Lo usano per farvi godere. Alcuni sono bravi. Altri no.-, disse lui. Intanto si era tolto i calzoni. Il suo pene eretto svettava davanti a Jaroslavna. Lei lo aveva guardato con curiosità. Infine l’aveva chiesto.
-Posso toccarlo, zio?-. Lo zio aveva sorriso felice.
-Stà solo attenta… È delicato.-, aveva detto. La ragazza aveva timidamente posato una mano sul membro dell’uomo e l’aveva accarezzato. Lui aveva lasciato andare un sospiro.
-Stai bene?-, aveva chiesto lei. Lui aveva sorriso.
-Benissimo piccola. Non fermarti. Toccalo tutto.-, aveva sussurrato. Lei aveva deciso di farlo. Lui le aveva sorriso ancora. Intanto le dita di lui erano scivolate sulle grandi labbra.
-Apri un po’ le gambe, tesoro.-, aveva detto lui. Lei aveva ubbedito. La sua prima volta era stata lenta, esplorativa. Eppure poi qualcosa era cambiato. Lo zio aveva smesso di accarezzarla e le aveva fatto smettere di accarezzarlo.
-I grandi hanno tanti modi di fare queste cose. Alcuni lo fanno come ho detto prima. Altri come stiamo facendo adesso. Ma chi davvero vuole bene all’uomo con cui lo sta facendo gli fa un regalo grande. Glielo succhia. Apre la bocca e lascia che il pisellone dell’uomo entri dentro e fuori. E tu vuoi bene allo zio, vero?-. Lei aveva esitato.
-Mi farai ancora venire quei brividi così belli?-, aveva chiesto di rimando. Lo zio aveva riso.
Lei l’aveva preso per un sì. Si era inginocchiata su sue istruzioni e l’aveva preso in bocca. Lentamente all’inizio. Aveva sentito lo zio lamentarsi ed era andata in panico. Non sapeva cosa fare. Si era fermata, a un passo dalle lacrime. Ma lui, brillo e comprensivo, aveva annuito. Le aveva spiegato che non faceva nulla se ancora non ne era capace. Che avrebbe avuto tanto tempo per imparare.
Poi l’aveva fatta sdraiare. Jaroslavna aveva trattenuto il respiro quando lui le aveva sfiorato la vulva con un dito. Che bello! Poi, lo zio l’aveva guardata con uno sguardo felice.
-Ora lo facciamo come i grandi, ti faccio diventare grande. Prima del tempo.-, aveva sorriso. Lei aveva sorriso. Aveva pensato che sarebbe stato bello. Si era rilassata.
Poi aveva sentito qualcosa di caldo e duro tra le cosce. Aveva subito capito che lo zio Milo stava mettendoglielo dentro. Ma aveva cominciato a far male. Lei aveva quasi pianto ma poi, dopo il dolore, dopo aver sentito lo zio entrare tutto e poi uscire si era sentita bene.
-Continua zio, continua!-, l’aveva supplicato. Lui aveva annuito e aveva continuato. Ancora e ancora. A lei era piaciuto. Tanto. Ma poi si era tolto e alzandosi, si era rivestito.
-Perché?-, aveva chiesto con dispiacere dipinto in viso.
-Perché sennò resti incinta e quel che abbiamo fatto stasera lo rifaremo ancora. Non ti preoccupare.-, aveva detto lui. Lei aveva sorriso al pensiero. E lo avevano rifatto. Era lo zio a decidere quando, dove e quanto.
Non più sul freddo pavimento ma anche in altri posti. Fuori casa, nel bosco, sul divano sfatto di casa, nel letto dello zio, sotto la doccia…
Una serie di scopate che l’aveva vista presa in più posizioni. A diciassette anni compiuti, Jaroslavna aveva fatto più sesso di quanto ne avessero fatto molte sue coetanee.
Non ne parlava e a che pro? Quella con lo Zio Milo era una convivenza dura a casa. Scoppiavano spesso alterchi tra lui e il padre di Jaroslavna. A lei non importava.
Le bastava poter continuare quella vita: la scuola di paese, gli animali uccisi nel bosco, le scopate con quello zio sempre un po’ alticcio.
Fino al giorno in cui suo padre non le aveva imposto di andare a frequentare un Liceo. Lei non voleva farlo. La sua vita andava bene ma suo padre aveva insistito. Sarebbe dovuta partire due giorni dopo. Quando lo disse allo zio, naturalmente lui uscì di testa. Andò a parlare con suo padre e ovviamente ebbero uno dei loro alterchi.
Vennero quasi alle mani. Lo zio Milo sicuramente avrebbe voluto farlo.
Ma comunque non servì: la decisione era presa. Se non che, a Jaroslavna non andava. Non voleva studiare voleva solo fare quel che faceva.
Così, quella notte si introdusse in camera dello zio e gli chiese di aiutarla.
Lui, ancora una volta sbronzo, le promise che avrebbe fatto il possibile a patto che lei facesse qualcosa per lui.
Lei ormai conosceva la musica, le era nota. Incominciò a succhiare il pene dello zietto con dedizione e impegno. Quando lui le venne in bocca, lei non si scompose. Era successo già una volta e lui le aveva spiegato che da quella cosa bianca nascevano i bambini ma solo le usciva finendo dentro alla pancia di una ragazza, sennò non succedeva niente.
Lei ingoiò e lui le sorrise poi le spiegò il piano.
Jaroslavna non andò mai al liceo: lo zio le fece conoscere un amico. Un ragazzo di venticinque anni, un furfante e un contrabbandiere chiamato Volk.
Volk l’aveva portata via dopo un generoso pagamento da parte di Milo. Lei si era immaginata una vita felice. Lieta. Lontana da obblighi di sorta. Un’idillio.
Invece no.
L’illusione si era sfaldata la notte la sua partenza. Recuperata dagli amici dello zio, Jaroslavna aveva fatto mente locale su dove andare. Forse lo zio le aveva accordato un passaggio per qualche bel posto. Di non rivedere la sua famiglia non le importava: il padre la sgridava spessissimo, la madre la ignorava. Stava viaggiando verso un futuro dorato.
Ma era un’illusione destinata a finire molto in fretta e male.
Volk le si avvicinò quella notte mentre il trio faceva una sosta col camion.
-È ora che paghi il passaggio.-, disse soltanto. Lei gli aveva allungato un paio di monete. Lui le aveva intascate dicendo che non sarebbero bastate a coprire un decimo delle spese di viaggio. Lei si era chiesta che altro poteva dargli.
Lui aveva sorriso e lei aveva pensato che forse doveva dargli qualcosa di diverso. Ma non aveva avuto tempo di dire o fare altro: da dietro, uno dei colleghi di Volk l’aveva afferrata e bloccata.
-Il buon vecchio Milo… Pagare i suoi debiti con una ragazza. Proprio tipico suo. Vecchio bastardo!-, aveva detto l’altro, rimasto in penombra.
La verità si era palesata agli occhi di Jaroslavna con la rapidità del fulmine.
Suo zio l’aveva ceduta a quei bastardi per pagare i suoi debiti. I debiti di cui suo padre aveva spesso parlato… E lei stupida, gli aveva creduto.
Intanto, Volk aveva iniziato a palparla senza ritegno da sopra il vestito.
-Vediamo come sei senza tutta questa roba addosso.-, disse.
Faceva freddo. Erano lontani dalla strada principale. Jaroslavna sapeva che non sarebbe arrivato nessuno ma non per questo smise di sperarci. O di tentare di resistere.
Le sue speranze s’infransero come le cuciture dei suoi abiti quando le furono tolti con forza sino a lasciarla nuda. E circondata dai tre.
-Che bel pezzo di figa.-, aveva detto quello che la teneva.
-Come ci organizziamo?-, aveva chiesto un altro.
-Che domande…-, disse Volk. Si avvicinò alla ragazza e le schiaffò la lingua in bocca.
Jaroslavna Tumic aveva già fatto sesso. Suo zio l’aveva iniziata al sesso ma con lui era stato diverso. Con lui aveva voluto farlo. Quegli uomini invece le ispiravano solo ribrezzo.
Cercò di opporsi. Inutile: bloccata com’era poteva solo tentare di tenere chiuse le gambe mentre i tre la toccavano dappertutto.
-Ha un bel culo per la sua età.-, aveva osservato un altro. Una bottiglia era stata aperta. Qualcuno aveva bevuto. E poi avevano fatto bere lei.
Vodka. Bruciò nella gola e le intorpidì i sensi e i muscoli. Si sentì leggera.
Inconsciamente smise di resistere. Sentì l’erba sotto la schiena. Poi fu sollevata.
Senza resistere fu rimessa, impalata sul membro di uno dei tre steso a terra. Era grosso. Più di quello dello zio. Ma anche meno gentile. In un angolo della sua mente le piaceva immaginare che fosse lo zio. Che fosse a casa. Che nulla fosse cambiato.
-Danne un po’ anche a noi, Lukas! Non fare l’ingordo!-, esclamò uno.
-Ha altri due buchi che potete riempire.-, rispose quello che la stava penetrando e che Jaroslavna cavalcava passivamente.
Poco dopo fu spinta in avanti. Inizialmente non ci fece caso. Poi sentì qualcosa poggiarle sull’apertura dello sfintere. Ebbe un moto di rivolta. Cercò di dimenarsi ma tutto quel che ottenne fu di divertire il trio.
-Ora le apro il culo!-, esclamò Volk. Il pene dell’uomo le si infilò tutto dentro l’ano. Completamente e in una singola, veloce e agonizzante volta. L’urlo di Jaroslavna avrebbe potuto superare il rumore di un Jet in partenza. Ma fu bloccato da un terzo membro che le s’infilò tempestivamente in bocca. Così bloccata era presa in ogni orifizio. Poteva solo subire e aspettare che finisse.
-Guardala! Per me ci prova gusto a essere farcita!-, disse Volk.
-Sicuramente qui sotto non era più vergine. Quello stronzo di Milo se l’è già lavorata per bene.-, disse l’altro, Lukas.
-Ma la bocca la sa usare benone. Secondo me dobbiamo venderla a Jankovic. Lui ce la pagherebbe a peso d’oro.-, disse un altro.
-Sì. Ma senza fretta.-, aveva risposto qualcuno. Lei in quel momento aveva smesso di ascoltare, di essere presente. Aveva tentato di diventare un’oggetto. Ed estraniarsi dal mondo. Poi aveva sentito il tizio che le stava sotto iniziare ad aumentare il ritmo. Aveva sperato, pregato e implorato che non le sarebbe venuto dentro. Inutile. L’uomo eiaculò venendole dentro con un’esplosione che la fece inconsciamente gemere. Non l’aveva mai creduto possibile sentire una cosa così. Lo sentì rimanerle dentro e rimpicciolirsi.
Poi sentì Volk venire. L’uomo non si prese il disturbo di goderle dentro: uscì e le imbrattò di sperma la schiena. Terminò tirandole una sberla sul culo con un esclamazione talmente volgare che avrebbe fatto arrossire una statua.
L’ultimo le venne di bocca. Lei quasi si strozzò con lo sperma.
-E ora?-, aveva chiesto Lukas.
-La portiamo con noi. E decidiamo poi.-, disse Volk. E così era stato.
Per un mese, Jaroslavna aveva subito quel trattamento. Per un mese aveva continuato a essere usata, come un’oggetto, una bambola gonfiabile. Per un mese aveva vissuto una vita nomade. Mangiava poco, si lavava anche meno. Ma quella vita le aveva regalato qualcosa. Una determinazione ferrea.
Non sarebbe vissuta e morta così. Avrebbe preso in mano la sua vita. Le ci era voluto quasi un altro mese ma, un giorno, Volk era ubriaco. Molto.
E aveva creduto che ormai Jaroslavna fosse abbastanza docile da non necessitare di aiuti per imporre la sua volontà sulla giovane.
Inizialmente era stato vero. Lei si era spogliata e aveva atteso che Volk si prendesse il suo piacere. L’uomo aveva iniziato infilandoglielo in bocca. Intanto aveva, con prepotenza, iniziato a invaderle la vulva con le dita. Brutale.
Ma qualcosa lì era scattato. E il pompino che Jarolsavna stava elargendogli aveva lasciato posto ai denti. Chiusi.
L’urlo di Volk non fu certamente di piacere quando metà del suo pene fu staccato a morsi dall’altra metà. Ma non avrebbe avuto tempo di fare altro. Jaroslavna aveva sopportato, a lungo ma ora rideva. Non per la libertà, né per la vendetta. Rideva esaltata per il sangue.
-Adesso ti piace?-, aveva chiesto balzando sul giovane. Lui, agonizzante aveva tentato di reagire ma non era servito: lei aveva affondato i denti nel collo di Volk come una vampira, squarciando pelle e poi le giugulari. Aveva bevuto il sangue. Le era piaciuto. L’impulso che aveva anticamente provato si rifece vivo, un migliaio di volte più forte. Aveva iniziato a toccarsi sul giovane che agonizzava e si spegneva e, in un tempo incredibile, aveva raggiunto un’orgasmo eccezionale.
I rimorsi erano venuti poi. Aveva ucciso… In preda al terrore e al panico aveva afferrato soldi e i vestiti e si era incamminata verso la città più vicina. Se l’era cavata comprando cibo e nuovi vestiti e, coi soldi, anche un passaggio per un’altra città.
Specificatamente Belgrado.
Arrivò a Belgrado senza un soldo e per un po’ se la cavò vendendo la sola cosa che aveva: il suo corpo. Poi le cose erano cambiate. Un cliente troppo violento aveva cercato di farle fare qualcosa che lei non voleva.
Per due anni aveva felicmente ignorato quanto era accaduto quel giorno lontano, in una stanza dimenticata di Bor. Ma quel giorno il ricordo tornò prepotente. Lei allora aveva afferrato una lampada e l’aveva calata più volte sull’uomo sino a ucciderlo. E ancora aveva provato quella strana sensazione. Quasi un orgasmo senza sesso.
Il problema era arrivato dopo. Aveva ucciso Vlad Ozinkroff, fratello del capo di una grande e importante organizzazione mafiosa. Ma fortunatamente, anche i rivali di quell’organizzazione avevano le loro fonti. Le proposero un patto: la sua lealtà per la sua vita. Era molto più di quanto Jaroslvana Tumic fosse mai stata in grado di ottenere.
Fu addestrata da un tale Misha. Un ex veterano della guerra in Afghanistan. Un lupo morente pronto ad addestrare altri lupi a diventare tali. Armi da fuoco e da taglio. Jarolsvana, al termine dell’addestramento, avrebbe potuto affrontare dei sicari esperti e trionfare. Ma lei, lo sapeva, non era così. Il combattimento non era la sua via.
Il giorno di passare all’offensiva si era introdotta nella villa di Anatoly Ozinkroff presentandosi come un’offerta di un cliente. Anatoly aveva subito voluto consumare l’offerta e l’aveva presa sulla scrivania del suo ufficio.
Lei l’aveva lasciato fare. Poi gli aveva spezzato il collo. Ed aveva goduto come una cagna.
Le piaceva. Fanculo i moralismi. Amava quella sensazione. Ne aveva bisogno!
Se avesse studiato al Liceo, forse avrebbe letto determinate opere di filosofia e psicologia secondo le quali Eros e Tanathos sono profondamente connessi.
Comunque poco dopo l’assassino di Anatoly, la sua organizzazione fu annientata da una massiccia operazione di polizia. Jaroslavna aveva ventisei anni quando fu costretta a trovarsi un nuovo impiego. Ma ormai la polizia serba era al corrente di parecchie vittime uccise in quel modo. Gente morta facendo sesso o in circostanze bizzarre che lasciavano suppore un tentativo di mascherare assassinii avvenuti altrove e in circostanze ben più spinte. E spesso e volentieri avevano prove che la colpevole era lei o quantomeno che era stata presente sulla scena.
Decisa a non finire al fresco, Jaroslavna aveva contattato Nikolai Belinski, un suo collega. Anche la cosa più simile a un amante che avesse mai avuto. L’uomo l’aveva ospitata per un po’ per poi comprarle un biglietto aereo per l’inghilterra quando le cose si erano fatte diffcili. Insieme ad esso anche un nuovo passaporto a nome di Jaroslavna Gorgic. Lei già sapeva parlare inglese e in Inghilterra ebbe modo di perfezionare la lingua. Ci rimase per tre anni. Durante i primi due andò tutto bene.
Ma poi il bisogno ricomparve. Lei non vi si oppose. A che pro? Era la sua natura.
E gli omicidi ripresero.
Immigrati, cittadini, un poliziotto in cerca di avventure, persino una donna. In verità, Jaroslavna per prima si era sorpresa della profonda eccitazione che il sesso saffico aveva saputo donarle. Ma ancora una volta, a farla godere era stata la dipartita della sua amante. In breve tempo comunque, anche quella piccola cittadina dell’Ulster intuì che qualcosa non andava per niente. Quando i poliziotti aveva preso a fare domande, Jaroslavna aveva compreso che anche quel posto non era più un opzione. Era come se il mondo intero le stesse stretto e fosse incapace di comprenderla e comprendere la maestosa bellezza e il supremo piacere dell’abbraccio tra Eros e Tanathos.
Ma lei non si sarebbe arresa. Avrebbe vissuto sino alla fine secondo le sue regole. E così, girando e girando a trent’anni era approdata nella Città. E lì aveva conosciuto Yuri Borykov. C’era qualcosa in Yuri che l’aveva reso… diverso dagli altri.
Non era una pecora o una vittima. Era un lupo. Come lei.
Il loro primo amplesso era stato fulmineo e animalesco. Una lotta per il predominio più che altro. Finita alla pari, si potrebbe dire. Ma dopo quello, lei era divenuta la sua favorita.
Yuri aveva altre amanti e tollerava che Jaroslavna avesse altri uomini. Anzi, per lui era un bene. Quando aveva scoperto che la donna era in realtà una serial killer, Yuri aveva sorriso. Lungi da lui il volersi privare di un simile strumento, aveva deciso di impiegarla.
Sino a quel giorno. Quando improvvisamente il telefono di Jaroslavna suonò e lei, guardandolo, non riconobbe il numero.
-Pronto?-, chiese.
-Jaroslavna?-, chiese una voce maschile.
-Sì. Chi parla?-, chiese lei, diffidente. C’era qualcosa che non quadrava…
-Una persona che sicuramente lei conosce. Qualcuno che sta dando diversi grattacapi al suo capo. Yuri Borykov.-, disse la voce. Pareva divertita. Pareva.
-Io non conosco nessun Yuri Borykov!-, negò lei con veemenza.
-Certo. Così come io non conosco lei. Non faccia l’ipocrita.-, fu la risposta.
-Che diavolo vuole, si può sapere?-, chiese la donna, inviperita.
-Incontrarla.-, rispose l’uomo.
-E perché dovrei accettare?-, chiese lei.
-Perché altrimenti distruggerò tutto quel che Yuri Borykov possiede. Ho già massacrato i suoi uomini in un hotel e distrutto la sua bisca clandestina. Le lascerò fino a stasera per decidere. Mi richiami prima delle 16.00 o considererò la sua mancata chiamata un rifiuto.-, disse l’uomo. Jaroslavna capì che avrebbe agito, non stava bluffando. Prima di poter parlare, sentì un click. L’uomo aveva riappeso. La donna digitò freneticamente il numero di Yuri Borykov.

Adele guardò il corpo dell’Onorevole Bigham. Era un casino.
Un vero casino.
Era ormai chiaro che sarebbe stato difficile se non impossibile evitare che l’Onorevole subisse un linciaggio mediatico postumo. Fortunatamente era il solo sul libro paga del Consiglio presente in quella bisca. Ma questo non rendeva le cose differenti: era scoppiata una vera e propria guerra tra il Consiglio dei Sedici e qualcuno abbastanza pazzo da mettersi contro l’intera città. Qualcuno che, probabilmente, non era da solo. Magari era un gruppo. Ma lo escludeva: il tempo tra ogni attacco era parecchio, ciò significava che l’uomo si spostava a piedi e agiva da solo.
Il caso aveva avuto inizio con la morte della Farfalla d’Acciaio.
Da allora, Adele Kingsword aveva dedicato notti a studiarsi ogni singolo dettaglio ma quel tipo era stato furbo. E ora ecco lì l’ennesima prova della sua bravura. L’unico magistrato pubblico abbastanza in alto da coprire le malefatte del Consiglio, in un sacco per cadaveri.
-Santo dio…-, sussurrò Marcus Kymberly, un agente.
-Stomaco debole?-, chiese Njala.
-No. Ma pensa alle ripercussioni. Se diciamo dove l’abbiamo trovato, la stampa distruggera la sua immagine.-, disse Marcus. La nera annuì.
-Non ci riguarda. Dobbiamo capire chi è stato a fare tutto questo.-, disse Adele.
-Io scommetto che è stato lo stesso dell’hotel.-, disse la nera. Adele le sorrise, stando attenta a far passare un sottile filo di apprezzamento per la sua bellezza nella sua espressione. Si augurò che la giovane avesse letto il messaggio tra le righe.
-Sono d’accordo. Da ora cercheremo attivamente quel tizio. Che cosa sappiamo di lui?-, chiese Adele. Silenzio, almeno finché non fu la stessa nera a parlare.
-Uccide spesso con una sorta di spada corta o un pugnale da Samurai. È un giustiziere e un professionista. Non sembra essere affetto da psicosi di sorta o malattie psichiatriche.-, riassunse Njala, piatta.
-Cosa?!?! Ma hai visto che ha fatto all’hotel?-, chiese Marcus.
-Poteva fare ben di peggio. Invece ha ucciso solo chi gli interessava uccidere. Non è pazzo. È determinato. Ed è anche peggio.-, disse Njala. Adele la guardò.
-Parli come se lo conoscessi.-, disse.

Dentro di sé, Njala si maledì in tre lingue.
-Non lo conosco. Sto solo cercando di fare un po’ di profiling. Ho fatto un corso, qualche anno fa.-, disse lei. Vide il capo incupirsi. Imprecò di nuovo tra sé e sé.
-Non sei una criminologa.-, osservò Adele. Lei annuì, sollevata senza darlo a vedere.
-Ma dato che di criminologi qui non ce ne sono, procedi pure.-, disse la Kapa, gratificandola di un altro sorriso. Lei sorrise di rimando.
-Come ho detto non è un pazzo. È metodico, lucido e spietatamente efficiente. Credo sia anche abbastanza giovane, stando a sentire i testimoni all’hotel. Ha voluto lasciare un nemico in vita per mandare un messaggio. Non è stata una sbavatura. È una dichiarazione di guerra.-, iniziò Njala, stando bene attenta alla scelta delle parole.
-Il movente?-, chiese Adele. Ahia! Lei conosceva il movente ma non poteva dirlo senza compromettersi. Sembrò pensarci.
-La vendetta, probabilmente anche se non escludo che sia stato mandato da un gruppo rivale o agisca su commissione. La precisione delle sue operazioni farebbe pensare che sia un sicario pagato da qualcuno.-, disse infine.
-Ma se appartenesse a un gruppo rivale, perché prendersela con così tanti nemici simultaneamente?-, chiese Marcus.
-Monopolio, immagino. Sbaragliare tutti quanti. Fare il vuoto. E prendere ciò che resta.-, disse Njala. Adele scosse il capo.
-Io punto sulla vendetta. Continua, agente.-, disse esortandola a proseguire.
-Penso, visto il raggio d’azione, che sia originario della Città. Probabilmente viene da una zona benestante sebbene io non abbia prove a sostegno di questa pista. In ogni caso, è sicuramente capace di restare anonimo e sfrutta grandemente sia il giorno che la notte. È un pianificatore ma sembra anche appellarsi all’intuito. Ha sempre eliminato ogni traccia del suo passaggio. È abile ed evidentemente addestrato. Sembra quasi un crociato.-, continuò, -Stando a tutto questo suppongo abbia un’ottima conoscenza delle armi da fuoco e da taglio, oltre che dell’anatomia umana. Ipotizzo abbia studiato medicina ma non ne sono certa. Sicuramente a un grande autocontrollo e una grande volontà.-.
-Aggiungerei che è capace di mimetizzarsi tra la folla, si sposta a piedi e probabilmente non reputa alleate o addirittura disprezza apertamente le forze dell’ordine. Questo però non lo ha portato a tentare di colpirci quindi ci considera degli elementi non rilevanti. Non necessita o vuole il nostro aiuto.-, terminò Njala.
-Ottimo riassunto.-, approvò la kapa con un sorriso. La nera sorrise di rimando.
Quei sorrisi erano parecchio frequenti… Ma forse era normale. Forse.

Adele sospirò. Per prendere quel bastardo avrebbero dovuto piantonare le strade. Cosa che non era fattibile.
-Teniamo sotto controllo Yuri Borykov. Voglio un agente in borghese davanti a casa sua e un altro pronto a pedinarlo. Sorveglianza costante, 24/24.-, decretò infine.
-Perché Borykov?-, chiese Marcus.
-Perché è evidente che è la sua organizzazione a essere sotto attacco.-, disse Njala.
Adele annuì. Intelligente, bella, giovane… Se la sarebbe fatta, prima o poi.

Montoya guardò il locale.
Una Bar russo. Il Compagno. Entrò. Non c’era praticamente nessuno, solo un barman con la faccia di uno che aveva passato qualche allegro anno in Siberia a estrarre carbone.
-Che ti servo?-, chiese con tono neutro.
-Una birra chiara.-, rispose Montoya. Non aveva pianificato una strategia. Si guardò attorno. Improvvisare gli riusciva bene negli ultimi tempi. Meglio continuare, no?
-Bel posticino.-, disse. Il tizio annuì. Raul Montoya rifletté velocemente.
-Lei conosce una certa Jaroslavna?-, chiese.
-Lei era qui qualche ora fa. È uscita. Perché cerchi?-, chiese il siberiano.
Montoya esibì il suo sorriso più infame. Si sforzò di assumere un’aria salace.
-Perché ho sentito dire che a letto ti ammazza.-, disse. Il siberiano sorrise. Non doveva essere troppo sveglio.
-Tu cerca lei?-, chiese. Evidentemente sperava in qualcosa. Montoya annuì e fece scivolare una mancia da dieci dollari sul bancone. Il barman sorrise ebete.
-Lei abita in via lontana. Ma io ti scrivo indirizzo. Attento che oggi taxi scioperano.-, disse con un inglese non molto comprensibile il siberiano. A Montoya non sembrava vero.
Jaroslavna era a portata di mano. Finalmente avrebbe potuto chiudere uno dei casi irrisolti che assillavano il dipartimento da anni. Sei morti che gridavano vendetta inascoltati da troppo tempo. Prese il foglio, pagò la birra dopo averla tracannata e uscì.

-Pronto?-, l’uomo sapeva già chi fosse.
-Pronto. Ho deciso. Credo che incontrarla sia nel mio interesse. Venga all’indirizzo che riceverà nel messaggio che le invierò tra due minuti. Da solo.-, disse la voce di Jaroslavna.
Poi appese, come a tentare di ribadire una superiorità su di lui.
L’uomo si soffermò a riflettere su quanto tutti sembrassero ansiosi di apparire superiori. Perché? Era così difficile non confrontarsi? Non fare paragoni tra sé e gli altri?
Sicuramente a molti doveva apparire impossibile.
Il telefono vibrò segnalando l’arrivo di un messaggio. L’uomo lesse l’indirizzo. Era poco lontano.

Jaroslavna si era tinta i capelli.
Non lo faceva spesso ma sapeva bene che quell’uomo che l’aveva contattata sapeva molto. Anzi, troppo. Decise di mettere fine a quell’individuo. Contattò Yuri dicendogli di prepararsi a portar via un cadavere al suo segnale.
Pregustava già il momento in cui gli avrebbe tolto la vita… E il godimento che avrebbe provato. Peccato che quell’uomo avesse stupidamente scelto di buttar via la sua vita ma quella era una sua scelta e lei non l’avrebbe certamente dissuaso.
Si mise la lingerie, lo string minimal rosso fuoco e una T-shirt. Senza reggiseno.
Gli uomini alla fine erano tutti uguali: messi davanti a una donna desideravano segretamente tutti la stessa identica cosa. E Jaroslavna l’avrebbe ben volentieri elargita prima di prendere loro tutto ciò che avevano.
Sorrise. Da tempo aveva accettato la sua natura. Lei era una predatrice. Il mondo intero era la sua personale riserva di caccia. Pochissimi riuscivano a comprenderla. Meno ancora erano suoi simili. Si spruzzò di profumo. Eau de la seduction, roba francese. Un regalo di Yuri. Non l’unico ma uno dei tanti. Aveva ricevuto molti regali da molti clienti.
D’altronde Yuri non era né l’unico cui lei concedeva il suo corpo né il migliore. Era bravo a fare sesso ed aveva uno sguardo magnetico ma Jaroslavna era libera e tale pretendeva di rimanere. Non voleva legarsi a una persona. Era legata solo e unicamente a sé stessa.

Montoya imprecò. Lo sciopero dei taxi aveva allungato notevolmente il percorso. Stava correndo verso l’indirizzo, cercando di non travolgere nessuno, decisamente indifferente agli insulti di sorta. Doveva arrivare, interrogare Jaroslavna e poi ucciderla. Nessun processo, nessuna indagine, nessuna difesa. Gente come lei aveva da sempre evitato la giustizia. Ora lui l’avrebbe inchiodata.
Continuò a correre.

L’uomo sorrise. Eccolo arrivato. L’indirizzo di Jaroslavna era ben più vicino di quanto avesse previsto. Si preparò. Espirò, cancellando ogni preoccupazione.
E suonò sotto Tumic al citofono.
-Chi è?-, chiese la voce della donna.
-Io.-, rispose lui. Una sillaba graffiante come l’unghia di un drago.
-Salga. Secondo piano.-, disse lei. La porta si aprì.
Per essere la dimora della complice e forse amante di Yuri Borykov, una palazzina condominiale non era esattamente quel che lui si sarebbe aspettato.
Prese le scale, preferendo ritardare un attimo l’ingresso, farsi un’idea della situazione, espandere la propria consapevolezza attorno a sé.
Quella palazzina non era fatiscente, era però pur sempre decisamente meno abbiente di quanto avrebbe creduto. Jaroslavna avrebbe potuto probabilmente concedersi di più ma pareva chiaro, preferiva tenere un basso profilo. E questo suggeriva diverse cose sulla sua personalità.
La prima deduzione era che fosse schiva. La ricchezza e la vanità non le interessavano, anzi, probabilmente le considerava alla stregua di ostacoli. Lussi non necessari.
La seconda era che le attività di quella donna le richiedessero una certa dose di anonimato. E l’ultima possibilità era che Jaroslavna fosse lì solo temporaneamente.
In tal caso, quel recapito poteva essere una trappola. Ma in ogni caso, stare a riflettere sulla trappola non sarebbe servito: in quel caso, la sola cosa che poteva fare, era farla scattare e sopravvivere. Strinse la mano sulla pistola. Il Tanto riposava al suo fianco, come lui, l’arma era sempre pronta.
Jaroslavna era una nomade. E questo suggeriva che fosse molto di più che un’informatrice. Era un’assassina. Ed era ben probabile che fosse più che disposta a ucciderlo. L’uomo sorrise mentre arrivava al primo piano. Poco male: anche lui era prontissimo a uccidere lei. Alla fine non gli serviva che lei fosse in vita. E in fin dei conti, se realmente era un’assassina, sicuramente da qualche parte c’erano morti che gridavano vendetta. Lui non gliel’avrebbe negata. Incrociò un anziana quando arrivò all’ultimo piano.
-Va da Jaroslavna?-, chiese l’anziana. L’uomo annuì, conscio che il cappello gli copriva metà della faccia. Ciò, unito all’oscurità dell’androne avrebbe reso difficile identificarlo.
-Cercate di non fare rumore. Quella disturba tutto il palazzo quando fa sesso.-, disse acidamente la vecchia oltrepassandolo. L’uomo annuì. Nessun commento era necessario.
Bussò a una porta il cui campanello recava la scritta “Tumic”.
-Arrivo!-, esclamò una voce da dentro. Lui attese. Non aveva fretta.
La porta si aprì rivelando un salotto leggermente illuminato dal sole pomeridiano e una giunonica slava dai capelli neri. L’uomo titubò, se l’era immaginata bionda. Eppure…
-Lei è l’uomo che mi ha telefonato.-, disse la donna rompendo gli indugi. Non era una domanda. Lui annuì. Inutile nascondersi. Era al ballo ed era tempo di ballare.
-Entri.-, disse lei. Lui notò che era vestita in modo provocante. Ma se sperava di ingraziarselo offrendosi, sbagliava di grosso.
-Vuole qualcosa da bere?-, chiese Jaroslavna con la voce ammantata da un leggero accento slavo che distorceva le parole in modo quasi impercettibile.
-No, la ringrazio.-, disse lui. Lasciò che fosse lei a guidare la conversazione: non era lì per parlare ma una nuova idea si stava facendo strada nella sua mente.
L’idea di rivoltare Jaroslavna Tumic contro il suo magnaccia.

Jaroslavna sorrideva dentro di sé. La danza era iniziata. Quell’uomo era furbo, forse anche controllato ma lei conosceva bene il cuore degli uomini e il modo di farli crollare.
Lo accompagnò sino al tavolo in vetro del suo salotto non esattamente modesto.

L’uomo comprese di avere sbagliato: dall’esterno, l’abitazione di Jaroslavna era solo una facciata. All’interno rivelava un lusso e un gusto per l’arredamento non esattamente comuni. Ma la cosa interessante era proprio quella: l’arredamento era come un’altra copertura. Quella casa non ospitava personalità, non era impregnata di idee o emozioni. Per quella donna quell’abitazione doveva assolvere la sola funzione di temporaneo rifugio.
Si sedette al tavolo, guardando in faccia la donna, dominando il desiderio di indulgere con lo sguardo nei punti in cui la carne della slava si esponeva alla vista, sopprimendo l’impulso di verificare il sospetto che non portasse alcun reggiseno sotto la T-Shirt.
-Io so che sei l’amante e forse il braccio destro di Yuri Borykov.-, disse l’uomo.
Silenzio. Un silenzio gravido di aspettative e dubbi.
Poi lei annuì.
-Capirà che non volevo parlarne al telefono. Non è esattamente una faccenda che si possa discutere in luoghi pubblici.-, disse lei. Lui annuì.
-Ma lei… Ha un nome?-, chiese lei.
-No.-, rispose lui. Lei storse il naso ma sembrò farsene una ragione.
-Lei invece è Jaroslavna Tumic e credo che, oltre che una…-, s’interruppe per trovare una parola atta a sottolineare un simile concetto.

-Troia. Non abbia timore di dirlo, sarebbe ipocrita. Dopotutto è il mio mestiere. Dare piacere in cambio di soldi. Un mestiere che svolgo con piacere. Non lo considero offensivo.-, disse Jaroslavna sorridendo bonariamente.
-Oltre che una troia, credo che lei sia anche un’assassina, addestrata a eliminare in modo rapido e senza lasciare traccia. Lei è il braccio destro di Yuri, quella che lui probabilmente manda ad uccidere quando gli servono lavori puliti e precisi.-, disse con calma l’uomo. Dentro di sé, la donna sussultò. Come poteva quell’uomo sapere tutto ciò? E, domanda più importante, sapeva anche come lei uccideva le sue vittime? Ma, soprattutto, l’aveva già lasciato detto a qualcuno? In tal caso, la partita era già conclusa.
Il brivido del rischio le pompò adrenalina nelle vene. Amava quella situazione. Non sapeva chi fosse quell’uomo ma, improvvisamente capì che lui sarebbe stato il suo capolavoro. Non un mero assassinio ma una vera e propria sfida come non ce n’erano state da tantissimo tempo. Anzi, a ben pensarci, mai aveva avuto davanti una simile sfida.
Sorrise.
-Tutto vero, mio ignoto signore. Tutto vero.-, confermò con assoluta serietà.
Il gioco si spostava a un livello successivo.
-E ora che mi ha scoperto, andrà alla polizia? Mi farà arrestare?-, chiese.
-Le proporrò un patto.-, rispose lui. Lei intuì quale fosse il patto prima ancora che lui lo descrivesse ma lasciò che fosse l’uomo a descriverlo.
-Lei non m’interessa. Ma Yuri Borykov deve morire. La polizia non farà niente contro di lui. Lei però sa come contattarlo. Le propongo questo: la sua libertà e i tre quarti del patrimonio di Yuri per la sua testa.-, disse quello straniero.
Jaroslavna sorrise ancora. Soldi. Potere. Tutte cose che interessavano le persone normali. Ma lei era ben oltre. Quell’uomo si era rivelato come gli altri.

L’uomo la guardò. Non avrebbe accettato. Aveva una netta sensazione che non avrebbe accettato. Eppure attese la risposta.
-Accetto.-, disse Jaroslavna. L’uomo dissimulò a stento lo stupore.
-Bene.-, disse lui. Non ci credeva. Sentiva chiaramente, con una sorta di sesto senso, che qualcosa non quadrava. Che quella donna stava mentendo. Che non aveva motivo di accettare. Perché alla fine, lei possedeva già tutto ciò che desiderava e, come aveva visto, i beni materiali non sembravano interessarle.
La slava si stiracchiò, mostrando che non portava effettivamente reggiseno. L’uomo vide i capezzoli della donna tendere il tessuto della T-shirt.
-Le piacciono le donne slave?-, chiese all’improvviso lei.
-Non mi dispiacciono.-, disse lui senza sbilanciarsi. Era chiaro che lei lo stesse adescando. Lui titubò. Cadere avrebbe implicato cadere in una trappola. Ma era anche vero che era il solo modo per riuscire a fare ciò che doveva.
Spararle non era un opzione: aveva lasciato il silenziatore usurato della pistola in un cestino. Se avesse sparato avrebbe allertato il vicinato.
-E io?-, chiese lei. Accavallò le gambe tipo Sharon Stone in Basic Instinct.
-Lei è bellissima.-, disse lui. Lo pensava ma stava in guardia. Non era stupido. Quel gioco di seduzione era il preludio a qualcosa.
-E lei un adulatore. Mi chiedo anche se oltre a una così… dura personalità lei non abbia anche altre cose dure.-, più allusiva di così non si poteva.
-È possibile.-, ammise lui. Sentiva il pene farsi turgido.
-Una possibilità che vorrei sondare… se non le dispiace.-, disse lei. Invadentemente, lui sentì un piede della slava sul cavallo del calzoni, proprio sul suo pene. Era una carezza bizzarra che l’uomo non poteva ignorare.
-Oh… Diceva la verità.-, disse Jaroslavna stupita. Lui annuì. Perché no?
D’altronde se era una trappola doveva farla scattare.
-Che ne dice se festeggiamo degnamente il nostro accordo… mio sconosciuto signore?-, chiese lei con tono suadente.
-Dico che è una splendida idea.-, disse lui con un sorriso.

Jaroslavna sorrise. Tutti uguali, gli uomini. Era anche vero che cominciava a sentirsi bagnata. Non era solo il preludio all’uccisione a eccitarla. Era proprio il sesso. In quel momento voleva sentire quel membri dentro di sé. Voleva esserne riempita prima di privare della sua vita l’uomo che aveva osato sfidarla e ricattarla.
Era eccitata. Inutile negarlo. Si alzò.
-Come preferisce farlo?-, chiese.
-Ci dev’essere per forza una procedura?-, chiese lui di rimando. Lei scosse il capo.
-Naturalmente no, considerando che farò ciò che vuole gratis.-, disse. Aggirò il tavolo portandosi davanti a lui.
-E non abbia paura. Non ho nessuna malattia.-, disse. Poi lui la baciò. Il bacio passò da un casto sfiorarsi le labbra alle lingue che duellavano avvinghiandosi.

L’uomo pensò che quella donna fosse indiavolata. Esprimeva una lussuria che non era propria di molte altre con cui aveva avuto il piacere di copulare. Il bocca a bocca che avevano inziato aveva un ché di selvaggio. Sorprendeva il fatto che né lui né lei facessero la prima mossa.
Alla fine si avvicinò e prese la T-shirt. Lei interruppe il bacio per alzarla.
Lui si trovò a contemplare dei seni notevoli, capolavori al silicone. Lei sorrise sfiorandosi i capezzoli.
-Vieni.-, disse la donna con un tono invitante come pochi.
Si distese sul divano in pelle nera dietro di lei. Lui la seguì.

Jaroslavna sorrise. Gli uomini. Facile farli cadere. E lei aveva perfezionato la sua arte sino a quel livello. Sorrise. Quell’uomo non era diverso dagli altri. Era caduto nella trappola come una mosca attirata nella carta moschicida. Gli tolse la maglia. Lui armeggiò con la cintura. Lei sorrise vedendo il suo pene. Era una scena che faceva coi clienti. Mostrarsi entusiasta come una sposa, casta come una vergine ed esperta come l’ultima delle meretrici. E funzionava. Cadevano tutti, uomini o donne. Una volta lei aveva adescato pure un Kathoy, un travestito Thai.
Ma quell’uomo. Lui era la sua conquista finale. Non le tolse la lingerie, le tolse il tanga mettendo a nudo la sua vulva glabra e già umida. Si mise un preservativo. Lei lasciò fare. Lui si distese su di lei. Missionaria. Lei sbuffò mentalmente.
Posizione noiosa. Lei non aveva mai amato quel modo di fare sesso. Era troppo lento e non le permetteva molte iniziative. Era anche vero che non voleva sporcare di sangue il divano. Lui sfiorò la vulva con le dita. Lei gemette. Non era simulato. Le piaceva.
-Scopami.-, sibilò all’orecchio di lui.
Lui eseguì. Le infilò dentro il pene con una delicatezza strana.
-Mettilo dentro tutto.-, disse lei. Lo voleva. Lo voleva tutto, Lo voleva in ogni singolo centimetro. Lui ubbedì, trapassandola come con una spada.
-Adesso lo sento… muoviti un po’!-, ordinò. Lui eseguì, di nuovo. Lei si godette quell’istante. Sentì la vulva in fiamme, come se non potesse mai saziarsene. E capì.
Doveva ucciderlo. Doveva farlo subito.

L’uomo continuò a pompare, scambiando baci con quella donna così lussuriosa. Si sentiva avvolto, risucchiato dalle sue mucose. Come se lei volesse mangiarlo. Ma era presente in quell’atto solo per metà. L’altra metà di lui restava vigile, desta, consapevole.
C’era una trappola. Qualcosa che non quadrava. E notò, guardandola negli occhi, che anche lei non era totalmente persa nel godimento. Entrambi erano… stranamente spaccati, intrappolati in un impasse, in attesa di qualche cosa.
Lei gemeva, imprecava in… serbo? Non ne era certo. Comunque recitava.
Lui grugniva. Entrava e usciva, facendolo durare. E recitava a sua volta.
Poi comprese. Improvvisamente lo notò. Fu qualcosa di minuscolo ma gli diede modo di evitare di varcare la soglia della mortalità, procrastinò ancora il viaggio verso il Nulla.
Fu un bacio sul collo, leggermente, lievemente aggressivo. Ma il suo istinto lo avvisò per tempo: quel bacio, che bacio era, sarebbe divenuto un morso.
E l’avrebbe ucciso.
-Aspetta.-, disse. Si fermò, Uscì da lei.

Jaroslavna imprecò. Proprio ora che c’era così vicina.
-Mi piaceva, tesoro. Rimettilo dentro, spaccami come una mela…-, sussurrò, imbronciata.
Lui sorrise.
-Non così. Vieni.-, disse. Lei sospirò.
-Mi piaceva così… A te no?-, chiese. Non avrebbe mollato. Lo avrebbe ucciso. Prese a toccarsi. Era dalla pubertà che aveva smesso di farlo ma quell’amplesso così diverso dagli altri e quell’uomo così singolare la incendiavano. S’infilò provocatoriamente un dito dentro.
-Sì ma voglio qualcosa di diverso.-, disse lui. Lei ammiccò.
-Così, intendi?-, chiese mettendosi a pecorina. Lui annuì. Due secondi dopo le fu dentro di nuovo. Lei però dentro di sé imprecava contro ogni divinità. Quel bastardo l’aveva giocata.
Ma era riuscito solo a rinviare l’inevitabile. A lei sarebbe bastato aspettare che lui stesse per venire per manipolarlo e ucciderlo. Si consolò col pensiero che per intanto la stava facendo godere ben meglio di diversi altri.

Affondando nella vulva apertissima e oscenamente offerta della slava, l’uomo si congratulò con sé stesso. Aveva evitato la morte. Per un istante. Ma così, lui non poteva portare alcun colpo. La testa di lei era troppo fuori dalla sua portata. Doveva rischiare, accorciare la distanza.
Continuò a pomparla per altri trenta secondi buoni prima di uscire di nuovo.
-E ora, amore?-, chiese lei. Lui sorrise. Gettò un occhio a una parte della casa. A uno dei tanti mobili. Jaroslavna seguì la sua espressione.
Sorrisero entrambi.

Montoya esultò. Aveva raggiunto l’indirizzo. Ora doveva solo entrare.
Valutò se suonare o meno. Ebbe fortuna: un tizio uscì e lui entrò.
E ora doveva solo trovare il piano su cui abitava e un motivo per farla aprire. Sempre che lei fosse a casa, ovviamente.

Jaroslavna gemette di approvazione. Quella posizione le era enormemente più congeniale. Seduta e impalata sull’uomo, dettava il ritmo. Un ritmo indiavolato che quell’uomo reggeva. Quasi si rammaricò di doverlo uccidere: era il primo che reggeva i suoi ritmi quanto a sesso, a parte Yuri, ovviamente.
In quel momento lui le stava leccando i seni e lei lasciava fare. Sapeva cos’avrebbe dovuto fare: aspettare che alzasse la testa, baciargli il collo e aprirglielo a morsi.
Ma sapeva anche una simile scopata non sarebbe più ricaptitata per diverso tempo.
No, l’avrebbe prolungato ancora qualche istante, sforzandosi di dominare il desiderio di morte che provava. Camminando sul filo sottile tra Eros e Tanathos.
-Così… Sei uno stallone.-, sussurrò. Non l’aveva mai detto a nessuno, neppure a Yuri. L’uomo sorrise. E finalmente alzò il collo.
Lei fece per baciarlo ma lui l’anticipò. Il bacio la fece fremere. Sentì lui prossimo a venire. Accelerò il ritmo per portarlo alla vulnerabilità che le serviva. Lui gemette. Lei si preparò. Aprì la bocca.
E sentì un dolore terribile al collo. Uno strappo. Quel bastardo l’aveva anticipata. Imprecò.
Improvvisamente vide un getto cremisi. Il viso dell’uomo, pieno del suo sangue, le apparve davanti. Jaroslavna biascicò qualcosa. L’uomo la guardò. Non era uno sguardo irato. Sentì la vita sfuggirle nel medesimo istante in cui lui le si riversava dentro il condom.

L’uomo sollevò il corpo esanime della slava. Era leggera. La sfilò dal suo pene e la posò a terra. Delicatamente. La testa gli girava. La slava era stata selvaggia e indomabile. Aveva fatto bene a mettere il condom. Se lo tolse, avvolse in un fazzoletto il tutto e lo ficcò in tasca. Era coperto di sangue non suo. Andò in bagno, si fece una doccia, lavandosi a fondo. Si rivestì rapidamente.
Il corpo… che fare? Dannazione, c’erano le sue impronte ovunque. Sul tavolo, sulla porta, sulla donna… La sua riflessione fu bloccata da un campanello. Fece una cosa che faceva raramente. Imprecò ad alta voce.
-Signora Jaroslavna Tumic?-, chiese una voce da fuori. Non era slava.
-Apra. Dobbiamo parlare.-, disse la voce.
L’uomo riflettè. L’uscita antincendio non c’era, non c’erano nascondigli… Afferrò la pistola. Contò fino a tre e aprì.
Trovandosi davanti un’altra pistola e il viso di un uomo avvolto in un impermeabile alla Dick Tracy e un cipiglio deciso.

Montoya non ebbe difficoltà a riconoscere almeno quanto a capigliatura, abiti e portamento l’uomo che aveva intravisto sui moli quando Yuri Borykov aveva preso in consegna un carico di droga appartenente ai Laotiani.
Erano bloccati in un mexican standoff. Uno stallo messicano in cui nessuno dei due poteva muoversi senza uccidere l’altro.
-Sei tu il giustiziere?-, chiese senza mezzi termini.
-Io non sono nessuno. Solo una lama con un bersaglio.-, disse lui.
-Beh io credo che né tu né io abbiamo motivi per spararci addosso. Quindi abbassa l’arma.-, disse Montoya.
-E tu chi sei?-, chiese l’uomo. Raul valutò la possibilità di mentire ma poi dovette riconoscere che non sarebbe servito. Meglio la verità.
-Raul Montoya. Un poliziotto stanco di venir bloccato dalla burocrazia e dai traffichini.-, disse. L’uomo parve sorridere, apprezzare.
-Quindi c’è ancora qualche poliziotto che fa il poliziotto.-, disse.
-Già. Ma pare che i miei colleghi abbiano tutta l’intenzione a catturarci.-, disse Raul.

L’uomo sospirò: nessuno di loro aveva abbassato la pistola. Ma non potevano restare là in eterno. In ogni istante qualcuno avrebbe potuto vederli…
-E le tue intenzioni?-, chiese.
-Sei il primo che fa qualcosa di concreto contro questi tizi che, dal canto mio, hanno rotto i coglioni tempo fa.-, ammise l’altro, -Non vedo perché non dovremmo collaborare.-.
-Buona osservazione.-, disse l’uomo. Solo allora abbassò la pistola. Lentamente.
Montoya fece lo stesso. L’uomo lo lasciò entrare di qualche passo e chiuse la porta.
-Jaroslavna?-, chiese con improvvisa sollecitudine l’ex poliziotto.
-Morta.-, rispose l’uomo.
-Posso?-, chiese l’altro. L’uomo annuì conducendolo in soggiorno.
-Non è un bello spettacolo.-, lo avvisò con tono piatto.

Montoya aveva visto roba strana, roba orribile. Ma una cosa così…
Sul pavimento giaceva il cadavere nudo di Jaroslavna Tumic, il collo aperto da un morso sul lato destro. Uno schizzo di sangue imbrattava un muro bianco, altro sangue insudiciava il pavimento. Montoya si trattenne dal vomitare.
-Come hai…-, non riuscì a finire la domanda.
-Semplice. Azione, reazione.-, disse l’uomo.
-L’hai sgozzata a morsi!-, esclamò Montoya.
-Ho fatto quel che dovevo. O io o lei. E io ho ancora qualcosa da fare. Inoltre lei non era innocente.-, disse l’uomo. Parlava senza rabbia o emozione. Raul sentì solo una rabbia enorme nei suoi confronti.
-Sei malato! Hai ucciso tantissime persone… Hai…-, gli mancarono le parole. Dovette appoggiarsi a un muro.
-…Fatto pulizia.-, concluse l’uomo, -Che è anche quello che stai cercando di fare tu, o sbaglio?-, chiese. Raul Montoya avvampò. E improvvisamente ricordò che non era diverso. Aveva lasciato dietro sé le remore morali e ora ne faceva a sua volta. Ipocrita, ecco cos’era. Un maledetto ipocrita.
-È una guerra. Non c’è altra via. Non cederanno. E anche se lo facessero, continuerebbero a fare quel che fanno. Non si tratta di giusto o sbagliato. Non più. Si tratta di alzare la testa o continuare a strisciare. Dal mio punto di vista, ho strisciato abbastanza.-, disse l’uomo. Si voltò, guardandosi attorno. Raul si rialzò.
-Con lei che facciamo?-, chiese.
-Deve sparire. Noi dobbiamo sparire. Per la polizia, noi non siamo mai stati quaggiù.-, disse l’uomo.
End Notes:
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Russian Old Stories parte due by Rebis
Yuri Borykov non si preoccupava particolarmente. Era normale che Jaroslavna non si facesse sentire. Per lui era uno stato di cose normale.
Imbruniva. Sorrise. Voleva festeggiare e, tenendo conto che Jaroslavna poteva essere ancora impegnata, optò per un’altra possibilità.
Estrasse il suo cellulare e digitò un numero.
-Pronto?-, chiese una voce di donna. Profonda. Africana o afroamericana. In ogni caso sensuale come poche altre. Yuri si sentì già eccitato.
-Pronto. Hai impegni stasera?-, chiese lui.
-No. Sono libera.-, disse lei.
-Allora sarebbe perfetto se ci vedessimo per otto.-, disse lui. Lei accettò. Lui appese.
Che Jaroslavna continuasse pure a giocare. Yuri alzò il bicchiere per un brindisi solitario.

Montoya guardò oltre la porta. Era da quasi un’ora e mezza che aspettava.
-Hai fatto?-, chiese, spazientito. L’uomo l’aveva buttato fuori dal soggiorno con poche parole. Non volendo pensare a cosa sarebbe accaduto, aveva obbedito.
-Fatto.-, disse l’uomo. Un grembiule da cucina sporco di sangue giaceva a terra.
Aveva tagliato il corpo della donna in pezzi, chiudendoli in un sacco per l’immondizia grande abbastanza. Tutti. Tranne uno. Montoya si voltò e lo vide. Rischiò il vomito di pochissimo, per la seconda volta in un paio d’ore.
La testa di Jaroslavna lo fissava da sopra il tavolo, gli occhi vacui e insepressivi.
-Mio dio!-, esclamò, orripilato. Fissò l’altro con rabbia e ribrezzo.
-Provocazione.-, disse l’uomo.
-Tu sei pazzo.-, sussurrò Montoya. Forse lo era davvero.
“Cristo! Se penso che questo tizio era pure sembrato ragionevole…”.
-Forse. Ma sicuramente non voglio perdere. È una guerra, ricordi? Non si vince giocando pulito.-, disse con calma l’uomo.
Montoya voleva dire qualcosa ma non trovò le parole. E poco dopo l’altro prese la testa e la mise in un sacco a parte. Il pavimento era lavato. Il divano pure. A detta di Montoya sarebbe bastato. L’ex poliziotto considerava ironico l’essere lui a coprire un assassinio quando un tempo lavorava per trovare i killer.
“Le stranezze della vita. D’altronde me la sono cercata.”, pensò.
-Ce l’hai un nome?-, chiese all’uomo. Guardandolo gli pareva un’uomo come tanti.
-No.-, rispose lui.
-Ma ce l’avrai avuto, no?-, chiese. Il silenzio fu la sola risposta.
-Porta il sacco in macchina. La scarichiamo nella baia.-, disse l’uomo con calma.
-E la testa?-, chiese Montoya.
-La recapiteremo a Yuri Borykov.-.

Adele Kingsword sedeve in ufficio. Guardava con calma il PC. Montoya, l’uomo, Yuri. Una triade. Montoya e quell’Uomo stavano inconsciamente lavorando da alleati. Se si fossero alleati… Non ci voleva pensare.
Njala aveva tracciato un profilo del killer e Adele aveva sottomano quello di Raul Montoya.
Era improbabile che si sarebbero uccisi a vicenda.
E in più se l’erano presa con un membro del Consiglio dei Sedici. Della loro loggia.
Era guerra.
-Aveva chiamato, signora?-, la bella voce di Njala la distrasse dai suoi pensieri.
-Sì, prego, si sieda.-, disse con calma. La nera eseguì.
-Allora, per iniziare voglio ringraziarla per l’ottimo lavoro svolto col profilo.-, disse Adele
-La ringrazio.-, rispose Njala.
-Inoltre ho un paio di domande da farle. Ho bisogno di qualcuno che lavori in permanenza a questo caso fino alla sua soluzione. Se la sente?-, chiese in modo diretto.
L’altra parve esitare.

Njala considerò che ormai la sua vita sociale stava sfumando ma era giovane e non vedeva motivi per rifiutare. Salvo il dialogo avuto col killer. Il dialogo che l’aveva fatta riflettere. Stava per dire qualcosa quando improvvisamente la Kapa parlò.
-Naturalmente, il suo salario e la sua carriera ne beneficeranno, può starne certa.-, disse.
Quella era una manna. Njala lavorava come una schiava per pagarsi affitto e compagnia bella. Il suo storico compagno era assente in modo cronico. Tempo di pensare un po’ a sé stessa. E dopotutto, se avesse deciso diversamente, avrebbe sempre potuto tirarsi indietro, no? In ogni caso, quello pareva essere il caso della sua vita. Un’occasione unica.
-Accetto.-, disse stringendo la mano della capa. La stretta si prolungò un’istante più del dovuto. Ma lei non ci fece caso. Sentiva qualcosa. La sua vita era ad una svolta.
-Domani stesso le mostrerò il suo ufficio e credo sia indicato se da ora ci diamo del “tu”.-, disse la bionda con un sorriso bianchissimo.
-Agli ordini, signora.-, disse Njala, rigidamente. Ma Adele la fermò.
-Per favore, Njala, chiamami Adele.-, disse. La nera annuì, altro cambiamento.
-Agli ordini… Adele.-, corresse lei con una vaga esitazione.

Il sacco affondò. Con rapidità, appesantito da dei pesi legati alle estremità. Montoya aveva cambiato le targhe alla macchina di Jaroslavna, buttando anche quelle nel sacco. I due avevano ripulito tutto quanto fino a far sparire ogni traccia della loro presenza in quel posto, avevano pulito persino campanelli e maniglie delle porte. Tutto quel che Raul non poteva ripulire era la sua memoria ma d’altronde ormai cercava solo di andare avanti.
Jaroslavna Tumic aveva pagato per i suoi crimini. Esattamente come doveva, anche se forse in modo più cruento di quanto lui avrebbe voluto. Almeno sei persone in quella città, se non di più e sicuramente molte altre in altri posti potevano però finalmente riposare in pace. E questo significava molto per lui. I casi irrisolti avevano finamente conosciuto soluzione. Una soluzione che nessun’altro avrebbe probabilmente mai conosciuto.
-Per la testa? Come facciamo?-, chiese Montoya.
L’uomo sorrise. A Raul quel sorriso faceva accapponare la pelle.

Il Compagno era aperto, restava solitamente aperto dalle 09.00 alle 01.00 del giorno seguente. L’uomo pensava che facessero a turni, oppure no. In ogni caso mise il pacco sull’uscita posteriore. Rimase ad attendere nell’ombra finché qualcuno non lo raccolse e urlò qualcosa in russo agli altri. Lui capì solo “Yuri” ma bastava.
Il pacco sarebbe stato consegnato. E lui aveva tra l’altro tenuto il cellulare di Jaroslavna.
Parte finale della trappola.
-E ora?-, chiese Montoya. Accanto a lui, guidava la macchina della defunta.
-Aspettiamo. Sono certo che Borykov non tarderà a farsi vivo.-, replicò l’uomo

In effetti Yuri Borykov in quel momento si sentiva molto vivo. La nera che aveva chiamato gli stava elargendo un pompino da paura. Roba che rivaleggiava con le abilità di Jaroslavna. La donna usava benissimo lingua, labbra e persino i denti.
Quegli stessi denti che normalmente Yuri odiava sentire. Straordinario.
Si beò di quella goduria, indeciso tra il godere in bocca a quella puttana così abile o il proseguire. Dal canto suo, la donna, in mancanza di istruzioni, continuava la fellatio con impegno lodevole. Lui sorrise, tenendogli la testa, spingendola a prendere ancor più del suo membro in bocca. Lei gemette mentre con una mano si toccava tra le gambe.
Quello amava di lei. Non fingeva. Le piaceva quel che faceva. Le piaceva scopare.
In tal senso era simile a Jaroslavna.
Continuò a farselo succhiare, godendo di quel trattamento. Era fantastico. Si abbassò a stringere uno dei grossi seni della nera. Ecco, quello gli piaceva. Le nere avevano seni e sederi ben più pronunciati di quelli delle caucasiche.
La nera gemette. Lui le sorrise. Lei gli rivolse uno sguardo che, con il membro affondato in bocca, le dava un aria implorante. Come se lui fosse stato il dio e lei la sacerdotessa.
Yuri pensò che fosse ora di passare alle cose serie. Un pompino era bello e gradevole ma lì, nella serenità del suo appartamento, al terzo piano del suo attico, si sentiva di volere di più. Guardò la nera. Capelli lunghi uniti in treccine dreadlocks, un corpo tonico.
Stupendo esempio di anatomia scultorea, connubio tra grazia primigena, abbozzata e sofisticata bellezza. Inconcepibile armonia che moltissime prostitute o anche donne che non esercitavano simile professione avevano invano tentato di raggiungere senza mai neppure arrivarci vicino.
Non stava scopando una donna. Non era una donna a prenderglielo in bocca.
Era l’ideale stesso di bellezza femminea che in quel momento suggeva il suo membro.
La nera gli sorrise togliendoselo un attimo dalla bocca.
-Continuo?-, chiese con tono servile ed espressione implorante. Yuri annegò nel delirio di pura onnipotenza che quello sguardo seppe dargli. Era il dio di quella troia e chiedeva che le oblazioni e le venerazioni cui era soggetto fossero quantomeno all’altezza della sua divina virilità. Lo esigeva. Lei, intrepretando il silenzio come un assenso, leccò l’asta sino ai testicoli. Un trattamento che l’uomo mostrò di apprezzare. Glielo riprese in bocca con un rumoroso ma soave risuccchio. Lui lo spinse sino in gola.
La nera si stava ancora toccando. La sua faccia esprimeva godimento serio. Lui notò che la mouette sotto la donna era inumidita. La vista lo eccitò. Le nere si baganavano in fretta.
Ma sapevano anche come prosciugare un uomo e Yuri ne stava avendo una ben rapida dimostrazione. Non voleva certamente che finisse così e decise di cambiare un po’.
-Aspetta.-, disse. Obbediente come una brava serva, lei si fermò.
La contemplò un istante. Nuda, non aveva un grammo di grasso. Era bella anche senza il trucco. Ed era sua, per quel breve tempo.
-Vieni.-, disse facendola alzare. La accompagnò sino al balcone. Lei lo guardò.
-Farà freddo…-, esitò. Lui le sorrise. Benevolo ma anche lascivo.
-Solo un po’. E poi ci sarò io a scaldarti.-, disse.
Lei sembrò titubare. Lui sorrise di nuovo. Sapeva che punti toccare.
-Avrai un extra.-, sussurrò. Lei annuì. Accettava. Yuri sbloccò la maniglia del balcone.
E uscirono. Il vento avvolse entrambi faceva freddo e la nera rabbrividì. Protettivo, Yuri la abbracciò. Lei lo baciò.
-Vuoi farlo qui?-, chiese. Lui le sorrise.
-Ci vedranno tutti…-, sussurrò lei, come a volerlo dissuadere. Ma debolmente.
-Non importa: sono plebei e miserabili. Lascia che ti vedano da lontano. Che godano della tua bellezza e che si dannino pensando che sei vicina… ma irraggiungibile a tutti loro.-, disse. Amava quel momento. La nera sembrò quasi titubare ma poi sorrise. Lui sorrise di rimando. Amava un simile sfoggio di superiorità ed esibizionismo.
-Mettiti qui… contro la balaustra.-, disse. Lei eseguì, rabbrividendo al sentire il freddo. La balaustra era in vetro. Questo significava che il corpo della donna era completamente esposto agli sguardi di chi avesse alzato gli occhi al cielo.
Yuri strofinò il pene tra le natiche della nera. Le divaricò con le mani e individuò la vulva.
Era rorida, fradicia d’umori. Il russo sorrise. Ed entrò dentro di lei.
La troia gemette, un gemito modulato che, a dispetto di qualunque desiderio di contegno, si lasciò sfuggire. Probabilmente si perse nella notte e nella cacofonia sottostante. Un paio di clacson suonarono. Sotto di loro, diversi stressati impiegati strombazzavano per sfogare la rabbia di essere ancora imbottigliati nel traffico. Se avessero alzato gli occhi, il ritardo del ritorno a casa sarebbe stato la loro ultima preoccupazione.
Yuri rischiò di venire subito. La vagina della donna era caldissima e lei stava stringendolo coi muscoli più segreti, invitandolo a entrare più a fondo, dimendosi contro di lui, offrendosi in modo irresistibile.
Il russo si concentrò. Baciò la nera sul collo, come a volerla gratificare di quel momento.
In realtà lo adorava. Si chiese se qualcuno avesse notato quell’accoppiamento così indecentemente offerto agli sguardi di occasionali guardoni. Ma poi pensò che non avesse importanza. Una ventata li travolse, quasi dio avesse deciso di punirli per il loro osare.
Lui se ne fregò. Abbracciò la nera e diede altri due colpi di reni leggeri. Poi uno che lo affondò sino ai testicoli nelle interiora della donna.
Lei lanciò un gridolino. Lui un’esclamazione in russo.
Le afferrò un seno, stringendo sul capezzolo. Lei gemette. Ondeggiò il bacino contro l’uomo. Lui dovette fare appello a tutta la sua disciplina per non riversarsi subito dentro di lei. E non fu cosa facile. Le sorrise. Uscì da lei.
-Torniamo dentro. Hai freddo.-, disse. Non era per sola pietà, era anche per prolungare quel Nirvana. Entrarono. Chiudendo la finestra, Yuri si accorse che non ce la faceva più. Voleva venire e voleva venire subito. Ma il come… quello era un’altra cosa.
-Dove?-, chiese lei soltanto. Il russo le sorrise. Veniva da pensare che leggesse nei suoi pensieri ma forse faceva quel lavoro da molto tempo e quindi era possibile che interpretasse molto facilmente il suo desiderio.
-Qui.-, disse Yuri, -Sul pavimento. Ora.-. Era consapevole che nel suo tono si celava una noce di lussuria primitiva. Se non si fosse concessa, sarebbe stato capace di stuprarla.
Ma lei, e questo era un motivo per cui lui chiamava lei e non altre, si limitò a sdraiarsi. Aprendo le gambe, offrì la nera vulva, anch’essa aperta e pronta al piacere.
Yuri s’inginocchiò tra le cosce della nera. Assaporò l’odore della sua pelle, il selvatico profumo della sua intimità fremente. E affondò dentro di lei.
La donna gemette con un gemito che, con l’andare del ritmo di Yuri, divenne un ringhio. Quasi una predatrice che non doma urla il suo piacere al dio che ha osato sfidarla.
Al russo un simile paregone piaceva. Ma in quel momento sentì che stava per venire.
Non se ne preoccupò. Le altre dicevano di non essere protette, lo supplicavano di indossare un condom o di non venirle dentro. Lei quei problemi non se li faceva. E Yuri aveva sempre potuto constatare che la donna era perfettamente sana. Non l’avrebbe mai chiamata, in caso contrario. Ma quella aveva saputo guadagnarsi la sua fiducia.
Aumentò il ritmo. Lei avvinghiò le gambe ai suoi fianchi, stringendolo mentre con le unghie gli graffiava la schiena. Lui venne con un grido strozzato. Giacquero a terra, i corpi intrecciati sudati e ansimanti per un lungo, lunghissimo istante.
-Sei stato fantastico…-, sussurrò lei. Lo pensava davvero? A Yuri non importava. Svuotato dall’orgasmo, si sentiva improvvisamente piatto, calmo quasi fino all’apatia.
E in quel momento il telefono suonò. Si alzò e raggiunse il tavolo mentre anche la nera si alzava. Lui notò il suo seme che usciva piano da dentro di lei, scivolando lungo la coscia.
-Pronto.-, disse, dominando il pensiero di ricominciare.
-Signore. Jaroslavna ha inviato un pacco per lei.-, disse la voce di uno dei suoi subalterni.
-Un pacco?-, chiese lui. Lei non aveva mai inviato pacchi. Doveva essere importante.
-Portamelo.-, disse. Chiuse la chiamata e guardò la donna. Nuda, discinta, lucida di sudore e bellissima. Un idolo d’ebano per tempi in cui civiltà era una parola diversa.
-Tesoro, devo dedicarmi agli affari. Ecco il tuo pagamento. E un extra. Come promesso.-, disse sorridendo.

Lucy prese i soldi. Non gli interessavano gli affari di quell’uomo. A dire il vero non gli interessava proprio nulla di quel che lui avrebbe fatto o detto. Per lei era stato solo un cliente. Prese le banconote che le diede con un sorriso ricambiato. Lavoro finito.
Yuri non scopava male, a dire il vero era uno dei pochi che sapeva davvero soddisfarla.
Solo che, come altri, aveva le sue piccole follie. L’amplesso in balcone per esempio non era per niente previsto. Non era neppure stato il suo coito esibizionistico più osé se era per questo ma lei non amava particolarmente quel tipo di “Vi-faccio-vedere-che-mi-scopo-una-tipa-che-voi-non-potrete-mai-avere…” Poco male: le era valsa un extra cospicuo e perlomeno sua sorella non avrebbe avuto problemi di soldi per almeno un mese o due.
-Allora alla prossima, mio toro!-, esclamò, facendo un’espressione da bambina felice. In realtà non vedeva l’ora di andarsene. C’era qualcosa nel russo che le metteva i brividi. O forse era il momento. Oppure era solo stanca dopo una giornata di lavoro.
In ogni caso si rivestì abbastanza in fretta e uscì, proprio mentre un uomo entrava recante una scatola di cartone sigillata con nastro adesivo da pacchi.

“Che diavolo si mette in mente… Inviarmi un pacco!”. Yuri si sedette alla scrivania. Si era rivestito nel frattempo, indossava dei calzoni e una canottiera. Il tizio che aveva portato il pacco era già uscito.
Afferrò un taglierino. Taglio il rivestimento e aprì. C’era un sacco della spazzatura.
Yuri sorrise. “Ah, mi ha inviato una testa! Dev’essere quella del bastardo che sta devastando il mio impero! Brava, mia piccola colomba! Brava ma decisamente esagerata. Bastava dirmelo che l’avevi beccato!”.
Poi aprì il sacco e il sorriso gli si gelò in viso. Dovette fare violenza a sé stesso per mantenere il controllo. La testa di Jaroslavna rotolò sulla scrivania, macchiando di sangue alcuni documenti e fermandosi accanto al monitor della sua workstation. Lo fissò con sguardo vacuo, inespressivo. Il cuore del russo saltò un battito.
Yuri guardò quella testa, improvvisamente scioccato.
Jaroslavna… La sua colomba… La sua assassina… La sua amata… Era morta.
Afferrò il telefono e compose un numero. Sbagliò per due volte. Suonò libero. Entrò la segreteria. Al diavolo.
Compose un secondo numero. Chiese i dettagli del pacco. Poco e niente. Era stato trovato all’uscita di servizio del Compagno.
Compose un terzo numero. Inviò tre uomini a casa di Jaroslavna.
E infine ricompose il primo numero.

Adele Kingsword dormiva. Erano le 23.01 quando il suono del telefono la svegliò.
In pochi secondi una notevole quantità di possibili disturbatori del suo sonno le passarono in mente.
Le venne in mente che poteva essere suo figlio… Nah. Quel bastardo non si faceva più sentire da una vita. Era andato in Europa e aveva deciso di restarci.
Un/una qualche ex-amante? Lei soleva corteggiare donne o uomini quando aveva bisogno di sesso. Ma quasi a nessuno aveva lasciato numero o detto il suo vero nome.
Allora restavano solo altre due possibilità. E nessuna delle due le permetteva di ritardare ulteriormente. Ce n’era un’altra ma era improbabile che chiamasse a quell’ora. Oltremodo.
Njala? Da quando aveva deciso di affidarle il Caso del Giustiziere (come avevano deciso di chiamarlo) la ragazza andava avanti a caffeina. Non l’aveva vista lasciare la centrale.
Possibile che avesse trovato quel bastardo?
Rispose senza guardare il numero. E sospirò. Dormiva da tempo al naturale, senza nulla addosso ma solo per una volta avrebbe voluto aver pensato di dormire vestita.
-Arrivo.-, disse al termine del monologo. Un mal di testa rivendicò il suo diritto a esistere.
-Maledizione…-, sospirò. Afferrò i vestiti e andò in cucina. Aspirina e succo di frutta. Un caffè? Più tardi. In quel momento non c’era tempo.
Chiamò la centrale.

Njala finì il secondo caffè della serata. Aveva valutato e rivalutato gli indizi che aveva.
E non era riuscita a cavarci un ragno dal buco.
Si massaggiò le tempie disegnando piccoli cerchi coi polpastrelli degli indici e dei medi.
Dio quant’era stanca. Eppure qualcosa le sfuggiva.
Quell’uomo aveva detto che la stessa polizia era marcia… Ma non pareva.
Almeno non così evidente. Certamente se lei avesse deciso di dargli credito avrebbe dovuto agire col presupposto di star combattendo quella battaglia dalla parte sbagliata.
Cosa abbastanza improbabile. Era più probabile che quel tizio avesse voluto solo confonderla, per poterla manipolare. In tal caso, aveva avuto successo…
Poi il telefono squillò e quegli interrogativi si volatilizzarono nel giro di venti secondi. Il tempo necessario a Njala per capire che il caso si era appena complicato.

Raul Montoya sonnecchiava. Da tempo non dormiva. Iniziava persino a dubitare di averne ancora bisogno. Eppure in quel momento cercava di dormire, all’interno della macchina di un’assassina morta. Una macchina, grazie al cielo!, non sfarzosa, ma comune.
Una macchina riverniciata da poche ore. Una macchina che non sarebbe dovuta certamente essere lì, parecheggiata vicino al porto. E che era divenuta il suo unico rifugio.
L’uomo gli aveva dato il numero di un cellulare usa e getta, dopo avergliene consegnato uno. Gli aveva detto di trovarsi un posto dove stare ed era sparito. Un’alleato bizzarro e non esattamente affidabile ma anche l’unico alleato che Raul Montoya poteva dire di avere. E l’unico su cui lui potesse concretamente fare affidamento.
Si cercò una posizione più comoda sul sedile per non pensare che probabilmente stava dormendo dove un povero cristo era stato ucciso durante una sveltina in una macchina.

Yuri Borykov appariva distrutto. Erano anni che Adele non vedeva qualcuno ridotto così. La scientifica piantonò l’ufficio dell’uomo passandolo al setaccio dopo aver interrogato Yuri e il tizio che gli aveva portato il pacco. La perquisizione del Compagno e l’interrogazione di ogni singola persona che era stata di turno quella sera non portò a nulla e Adele stessa si recò con Borykov a casa di Jaroslavna Tumic. Come sospettava. Nulla. La poliziotta sospirò. Non erano buone premesse. Chiunque avesse deciso di inviare la testa a Yuri si era premunito di far sparire tutto quanto. Corpo, tracce di sangue, tracce di fluidi di qualunque tipo, eccetera.
Un lavoro anche troppo meticoloso. Alla bionda sorsero dei sospetti.
-La porta non è stata forzata.-, disse un agente.
-Allora lei aspettava il suo assassino. Lo conosceva?-, si chiese Yuri.
-Più probabilmente lui l’ha convinta ad aprirgli a giudicare dai tabulati. Abbiamo tentato di rintracciare il telefono che ha usato ma si è rivelato impossibile. Signor Borykov… Jaroslavna era una prostituta, vero?-, chiese Adele.
-Già. La mia favorita. Pensavo di chiederle di convivere…-, ammise lui. Appariva davvero prostrato dal dolore. In realtà, Adele sapeva che l’uomo covava una rabbia folle per l’ignoto autore di quel gesto.
-Riceveva clienti a casa?-, chiese Njala.
-A volte. A volte invece era lei a recarsi al loro domicilio.-, disse Yuri.
-Ricorda qualcuno che avrebbe potuto odiarla abbastanza da colpirla attraverso Jaroslavna?-, chiese la nera, prendendo appunti con un dittafono.
-Diversi miei concorrenti. Ma dubito che qualcuno avrebbe osato farlo così. Insomma, questo pare di più un messaggio di odio. Nessuna richiesta, nessuna minaccia. Questo è un atto di odio bello e buono.-, disse Yuri.
Adele comprese che l’uomo stava dicendo solo una parte della verità. Annuì.
-Njala, interroga tutti i condomini. Qualcuno avrà pur visto qualcosa.-, disse, -Homer e Yao, catalogate le prove. Io intanto ho delle domande da rivolgere al signor Borykov, se se la sente.-. Yuri le scoccò un occhiata furente in cui lei riconobbe un germe di complicità.
-Naturalmente. Tutto quel che voglio è beccare il figlio di puttana che ha fatto questo. Chieda pure.-, dissse il russo.

L’uomo dormiva. Aveva mangiato poco.
Il sogno era sempre quello. Sempre identico. Al punto tale da non essere né spaventoso né rivelatore né tantomeno coinvolgente. Era solo una sequenza di immagini che il suo subconscio si ostinava a propinargli, come a volergli ricordare che l’universo gli avrebbe presentato il conto. Amen.
“E così sìa.”, pensò lui aprendo gli occhi. Erano le sei e ventisette di mattina.
Non era innocente e non pretendeva di tornarlo, se mai lo era stato.
Voleva solo finire quel che aveva iniziato.
La sua vita e la sua morte erano legate a doppio filo ma a lui non importava. Sarebbe morto prima o poi ma sarebbe morto con la spada in pugno, come aveva giurato a sé stesso. Ogni altra cosa sfumava.
Pioveva. Una pioggia lieve, quasi più fastidiosa che altro.
Come se il cielo si trattenesse a stento dal piangere un’oceano di lacrime.
L’uomo espirò con calma e iniziò a fare i suoi esercizi.
Terminati questi ultimi e fatta la colazione, chiamò Raul Montoya. Rispose dopo due squilli.
-Al porto tra tre ore.-, disse soltanto. Appese e uscì.

Adele Kingsword conosceva Yuri Borykov. L’uomo faceva parte del Consiglio, come aveva fatto anche la Farfalla d’Acciaio. Quella città era divenuta una sorta di terra franca, un feudo per il crimine. Un posto in cui tutti potevano ottenere tutto.
Ma a entrambi ora, pareva chiaro che la loro stretta sulla città non fosse più esattamente incontrastata.
-Qualcuno ci sta dando la caccia. Qualcuno ha deciso di dichiararci guerra. E non credo sia una banda rivale. Dev’essere un solo uomo. Un professionista.-, disse Yuri una volta che i due furono soli. L’appartamento di Jaroslavna era stato sgomberato delle prove (praticamente nessuna) ed era sotto tutela dalla polizia.
-Igor e Krazdic sono già per strada. Cercheranno l’auto di Jaroslavna. Sono sicuro che l’ha presa il bastardo che ha fatto tutto questo.-, continuò Yuri.
-Capisco la volontà di vendicarsi ma non mi sembra il caso di…-, iniziò Adele. Yuri sbatté un pugno sul tavolo così forte che il vetro cigolò.
-“Non ti sembra il caso”? Qualcuno ci attacca, ci massacra, mette in discussione la nostra autorità e mina il nostro business e a te non sembra il caso?-, il russo avvicinò il viso al volto della donna. Lei si sorprese a chiedersi se Yuri fosse ancora sano di mente o se la morte della sua amata l’avesse privato della poca salute mentale rimastagli.
-Questa è una guerra! Non la si combatte con moderazione. Dobbiamo dare un esempio, fare di quest’uomo un monito per tutti gli altri come lui. Nessuno deve illudersi di poterci annientare. Il Consiglio dei Tredici ha troppo da perdere. Tu hai troppo da perdere!-. Si allontanò. La guardò e lei lo guardò di rimando.
-Quindi ti consiglio di smetterla con la tua ipocrisia da falsa poliziotta e di cominciare a tirare fuori gli artigli perché sappi che se andremo giù, tu verrai giù con noi.-, disse.
Lei lo guardò, senza timore, senza nulla.
-Io farò quel che devo fare. Ho i miei uomini migliori sul caso.-, disse.
-Beh, temo che allora te ne serviranno di migliori.-, ribatté Yuri.
-Abbiamo a che fare con un professionista. Con un uomo che sembra quasi un crociato.-, replicò Adele fissando il russo negli occhi.
-Uno così non lo possiamo comprare, posto che fossimo disposti a farlo.-, disse il russo.
-Già. Ma c’è una cosa che dobbiamo considerare.-, disse lei. Lui la guardò.
-Un mio agente, Raul Montoya, ha deciso di iniziare a fare il giusitiziere in proprio. Non è impossibile che quei due uniscano le forze.-, disse Adele. Il russo imprecò nella sua lingua natia. A lungo. Fece per ribattere ma improvvisamente il cellulare di Adele suonò.
-Pronto?-, rispose. Non guardò il numero.
-Capo, sono Njala. Ho una testimone… E una pista nient’affatto piacevole.-, disse la voce della bella nera. Adele sospirò.
-Ti raggiungo io.-, disse. Scambiò un occhiata preoccpuata col russo.
-Ci sono novità.-.

La vecchia era un’osservatrice con una memoria notevole per la sua età.
Disse che aveva visto un’uomo entrare e cercare Jaroslavna. Un cliente, diceva di essere.
Poi ne aveva visto un secondo entrare. Andava abbastanza di fretta e si era fiondato verso i piani superiori.
Non ricordava l’aspetto del primo, che indossava peraltro del guanti da biker, ma ricordava benissimo quello del secondo.
Raul Montoya. Adele bestemmiò tra i denti serrati dalla rabbia.
La peggiore possibilità che aveva considerato si era concretizzata. Raul Montoya e quel giustiziere avevano stretto un’alleanza siappur temporanea. Un’alleanza potenzialmente devastante per i piani del Consiglio… E i suoi.
-La macchina di Jaroslavna… Ci sono novità?-, chiese Yuri. Ricevette risposta negativa.
-A quest’ora, l’avranno già abbandonata.-, disse Adele.
-Ne dubito.-, rispose Njala. Diversi occhi conversero sulla nera.
-Montoya è braccato. Casa sua è bruciata, abbiamo messo sotto controllo parenti e amici. Viene da credere che possa usare la macchina come una sorta di abitazione temporanea.-, spiegò lei. Adele annuì.
-La potremmo far cercare ma dubito sia stato così stupido da non alterarne in qualche modo l’aspetto. Sicuramente vorrà renderla irriconoscibile quanto prima se non l’ha già fatto.-, disse, -In ogni caso inizieremo a cercare l’auto.-.
Diede le disposizioni.

Montoya si trovava al porto. Attendeva. Una nave in lontananza gli ricordava quanto quella terra fosse ormai dannata. Immaginò per un istante la gente sulla nave che festeggiava, beatamente all’oscuro di tutto il male che veniva perpetrato laggiù.
Un mondo lontano e differente, in cui tutto quel male era sicuramente molto meno evidente se non persino contenuto, arginato.
Raul avrebbe voluto che anche la periferia potesse diventare simile a quella nave, poter regalare ai suoi concittadini una vita priva di paura e schiavitù.
-Buongiorno.-, disse l’uomo.
-Buongiorno? Ho dormito in un automobile… E sono giorni che non vedo un pasto decente.-, fu la risposta che gli salì alle labbra.
-Tieni.-, disse l’uomo. Gli stava porgendo un caffè, e dei biscotti. Poco male. Se non altro era una colazione. Il sorriso brevemente comparve sul viso dell’uomo.
-Grazie.-, disse Montoya, non senza reale gratitudine. Iniziò a mangiare i biscotti.
-Qual’è il piano?-, chiese mentre beveva il caffè.
-Dobbiamo attirare Yuri fuori dal suo bunker. Ma sono certo che i tuoi ex-colleghi saranno più che pronti a proteggerlo.-, disse l’uomo.
-Quindi che facciamo?-, chiese Raul.
-Tu non farai nulla. Prenderai, un bus, un taxi, quel che ti pare e te ne andrai. Ora.
Finché ancora puoi farlo.-, rispose l’altro. Montoya avvampò dalla rabbia.
-Io non me ne vado.-, rispose.

L’uomo sospirò. Sapeva bene come sarebbe finita. Lo poteva immaginare.
Lucy aveva perso l’innocenza, grazie a lui, Montoya avrebbe perso la vita, probabilmente.
Tutti coloro che lo circondavano erano destinati a morire o a soffrire atrocemente.
E lui non voleva che accadesse. Ma il detective lo guardò e lui comprese che non si sarebbe lasciato smontare. Annuì.
-Allora dobbiamo cercare di convincere Yuri a vederci. Da solo.-, disse.
-Beh, abbiamo colpito qualcosa che sembrava avere molto a cuore. Mi stupirei se non reagisse.-, disse Raul. Sirene. La polizia si stava avvicinando. Un istante di silenzio.
-Nascondiamoci.-, disse l’uomo.

La pattuglia arrivò sul posto un buon cinque minuti dopo.
-Secondo la segnalazione era qui!-, esclamò uno dei due agenti.
-Jacob, è chiaro che si sarà volatilizzato.-, rispose la donna, una sanguemisto messicana.
Montoya la riconobbe da oltre il suo nascondiglio improvvisato. Lucia Ramirez.
-Una tua collega?-, chiese l’uomo accanto a lui. Erano nascosti dietro ad alcuni container.
Lui annuì. Non voleva spararle. Voleva solo che se ne andassero.
-Lucia, quel bastardo sa come operiamo, come ci muoviamo. Ha lavorato con noi per anni. CI conosce. Sarà dura trovarlo. Non importa quanto il capo dice che dobbiamo sbrigarci.-, disse Jacob.
-Già. Ora la King sembra più che decisa a prenderlo, come se qualcuno le stesse mettendo pressione. E lei la mette a noi, minacciando di incularci a sangue se non lo troviamo presto…-, ragionò lei.
-Non la biasimo. Tutto il buisness rischia di saltare! Montoya ha sicuramente visto i nostri fare i pappa e ciccia con Yuri Borykov… Cazzo!-, imprecò Jacob.
-Già. Cazzo.-, disse la donna. Guardarono il mare per un lungo istante.
-Sicuramente quello stronzo sarà a miglia di distanza.-, disse infine Jacob.
-Sicuro.-, rispose lei, -E noi abbiamo qualche minuto libero…-, sussurrò.
-Io…-, iniziò lui ma fu bloccato da un bacio in bocca.
-Taci, agente. È tempo di vedere come te la cavi con le perquisizioni corporali.-, disse lei. Gli prese la mano e lo condusse sotto i portici. L’intento alla base era ovvio.
Montoya imprecò mentalmente. Tutti lo ritenevano un traditore. Tutti.
Lucia Ramirez era stata sua amica, anche di più. Avevano fatto sesso. Una volta. Solo sesso. Nessun legame sentimentale. Il genere di storia perfetta per lui.
Jacob Candlenight era un suo amico, non lo conosceva a fondo ma erano stati di pattuglia insieme e ora si trovava da averli entrambi nemici.
E scopriva che erano decisamente dalla parte dei cattivi.
“La mia vecchia vita è finita. In un modo o nell’altro.”.
-Andiamo.-, disse l’uomo. Scivolarono via dal porto.

L’uomo entrò nel ristorante. Un indiano che vendeva cibo da asporto. Fu salutato da un Namasté cordiale che ricambiò.
Ordinò del pollo al curry e del Nan oltre ad alcuni dolci. Pagò. Prese tutto e uscì.
Montoya lo aspettava in macchina.
-Allora come ci muoviamo?-, chiese ancora l’ispettore.
-Sto pensando.-, ammise l’uomo. Silenzio. Interrotto solo da Montoya che addentava il pasto con aria famelica. Ancora non si era ripreso.
-Dobbiamo solo trovare un’apertura. E credo che il modo migliore per ottenerne una sia crearla.-, disse con calma l’uomo. L’espressione di Montoya rivelò confusione.
-Dobbiamo spingere Yuri a rischiare. Questo implica mettergli davanti un’esca che non può ignorare.-, disse lui.
-Hai già qualche idea?-, chiese Montoya.
-Me stesso.-, rispose l’uomo. L’assoluto stupore di Raul cozzò contro la calma dell’altro.

Adele sospirò. Yuri Borykov l’aveva accompagnata in commissariato. Dopo un lungo e snervante dialogo, l’uomo aveva deciso di accettare una tregua temporanea. Siglata da un’offerta simbolica. Adele gemette. L’offerta era lei stessa. Il russo le entrò dentro con la forza di un treno. Aveva bevuto parecchia vodka ma non era sbronzo e l’alcool non glielo aveva fatto ammosciare. Neanche un po’. La donna gemette.
Era uno stallone come pochi. In quel momento la sola cosa che avrebbe potuto rendere migliore quell’amplesso sarebbe stata la partecipazione di Njala ma la nera era fuori dal distretto e manco a parlarne di richiamarla.
China sulla sua scrivania, Adele Kingsword veniva trapassata dalla “sciabola” del cosacco.
-Così…-, sussurrò lei. Lui aumentò il ritmo. Lei sentì di essere vicina… Stava venendo…
L’orgasmo la scosse come una bambola di pezza. Quasi non sentì l’uomo venirle dentro.
-Aaah!-, giacque sulla scrivania riversa, con i pantaloni abassati e il sedere all’aria.
L’uomo invece si rivestì senza emozioni. Adele lo guardò di sbieco. Gli era piaciuto ma evidentemente la perdita di Jaroslavna l’aveva ferito. Il russo le sorrise con la simpatia di un demone.
-Direi che la nostra alleanza prosegue bene.-, disse.
-Cosa pensi che faranno, ora?-, chiese lei, passando al più confidenziale “tu”.
-Penso che tenteranno di stanarmi. Sarà allora che lei e i suoi uomini dovrete intervenire.-.

-Come?-, chiese Montoya rischiando di strozzarsi col pollo.
-Hai capito. Se il tuo nemico vuole la vendetta è accecato dalla rabbia. E la rabbia cieca può uccidere.-, disse l’uomo.
-Ma lui ti ucciderà per primo.-, disse Raul.
-Sicuro. Ma è anche vero che prima o poi, dobbiamo tutti morire.-, rispose l’uomo.
-E tu vuoi morire così?-, chiese Montoya.
-No. Ma se così deve essere… Che sia.-, il tono del suo interlocutore fece capire al detective che era inamovibile. Lui rifletté e poi gli venne un’idea.
-Forse c’è un altro modo. Ma mi serve un giorno.-, rispose Montoya.
L’uomo sospirò. Infine però acconsentì. E comprese che avrebbe dovuto passare quel giorno in naftalina.

Njala era stanca. Quando arrivò a casa, a malapena aveva voglia di cucinare. Prese il telefono e ordinò una pizza. Si fece un thé e si mise sul divano. Stanca morta.
Per tutto il giorno aveva rivisto dati, proiezioni, ipotesi, riavvolto piste e risalito tracce.
Ma niente. L’uomo, il giustiziere, pareva inesistente.
Come uno spettro. Eppure lei ci aveva parlato. E lui l’aveva pure convinta a coprirlo…
Lei sospirò. Voleva assolutamente riposare. Aspettare la pizza, mangiare e dormire un po’ dato che quel giorno l’aspettava ancora il turno di notte.
Il campanello suonò qualche decina di minuti dopo. Lei intanto si era messa comoda: una doccia non troppo veloce, pigiama, T-shirt, una canna non troppo pura, libro.
Aspirò e fece un tiro, mandando una nuvola di fumo mentre si meravigliava della rapidità con cui i pizzaioli riuscivano ad adempiere alle richieste dei clienti.
-Arrivo!-, esclamò.
Aprì la porta. E si trovò davanti Raul Montoya. Con una pistola in mano.
Lo shock le impedì di parlare. Il cervello valutò varie azioni. L’uomo la salutò.
-Buonasera, Njala.-, disse.
-Che diavolo ci fai tu qui?-, chiese lei tra i denti. Maledicendosi per aver lasciato la pistola d’ordinanza in centrale.
-Una visita. Non di cortesia. Ho un favore da chiederti.-, disse lui.
-Scordatelo!-, esclamò lei.
-Allora mi scorderò anche della nostra amicizia, del giorno in cui, di pattuglia, ti ho salvato la vita dalle Posse domenicane. E del fatto che quel giorno tutto quel che avrei dovuto fare sarebbe stato voltarmi. Loro ti avrebbero stuprata e uccisa. O forse uccisa e stuprata. Comunque non l’hanno fatto. Mi scorderò di tutto questo. E premerò il grilletto.-, disse lui.
Lei imprecò in due lingue: swahili e francese prima di imprecare una terza volta in un idioma che lui comprese.
-Tic-tac, Njala. Il tassametro corre e io vado di fretta. Decidi.-, disse l’uomo.
-Entra.-, disse lei, comprendendo che se avesse dato l’allarme probabilmente lui le avrebbe sparato. Lui la tenne sotto tiro per tutto il tempo, finché lei non rimise la catenella alla porta. Raul Montoya entrò con una calma quasi assorta. Osservò la casa.
-Bella casa. Forse c’è un po’ troppo odore di ganja ma a quello sono abituato. Ho visto e fatto di peggio. E anche tu.-, disse lui. Lei fece un tiro dalla canna per calmarsi.
-Che cazzo vuoi, Montoya?-, chiese.

Raul la guardò. Njala Tambossou non era una cattiva poliziotta. Anzi, fra molti colleghi, era quella a cui lui poteva tributare il suo massimo rispetto. Era intransigente e non era stupida ma purtroppo si trovava a dover combattere contro ogni singolo poliziotto corrotto del distretto. Ergo era un ottimo elemento, gettato in un porcile.
Lei lo sapeva e lui pure.
A Montoya non c’era voluto molto a trovarla. Ricordava dove abitasse. Il tragitto aveva richiesto tre cambi d’abito e una serie di depistaggi. In altre parole, mentre lui era lì, con lei, Jacob Candlenight e Bob Kelso stavano disperatamente setacciando i vicoli di una zona musulmana. Montoya aveva lasciato credere loro che lui e il suo socio si fossero diretti verso la zona araba della periferia. Una sorta di feudo per quella che era una frangia della malavita mediorientale trapiantata in quella città.
-Da quanto tempo lavori qui?-, chiese Montoya. La ragazza alzò gli occhi al cielo ma rispose con stizza evidente.
-Due anni. Lo sai anche tu.-, disse.
-Già. In due anni non ti è mai capitato di vedere quanto i nostri colleghi siano rapidi a dimenticare la strapotenza delle gangs?-, chiese lui.
-Non dipende da loro. Siamo in difficoltà ma…-, lui le sorrise, interrompendola con un gesto della mano.
-Non ci credi neppure tu. Sai che affoghiamo nella corruzione e sai che mi danno la caccia, come la danno all’uomo che ha ucciso Jaroslavna perché facciamo ciò che va fatto. Perché volenti o nolenti siamo diventati la linea sottile tra la città e l’impero del crimine.-, disse lui.

L’uomo fletté il polso. Il pugnale aprì la gola al marocchino che, calciato al petto, volò all’indietro. Senza fermarsi, il killer schivò un fendente da parte di un algerino armato di mazza da baseball. Gli tirò una testata prima di piantargli il pugnale in petto.
I due avevano creduto che lui fosse una preda facile. Spacciatori con l’hobby del taglieggio. Ma avevano incontrato l’uomo sbagliato.
La polizia stava arrivando a sirene spiegate ma lui sorrise. S’infilò tra i meandri della comunità musulmana.

-Tu...-, Njala fece il collegamento in qualche istante. La stona le passò come fosse stata un ricordo. Si trovò lucidissima e preda di una scarica d’adrenalina.
-Tu sai che io…-, continuò, incredula.
-L’hai coperto. Gli hai detto chi era Yuri Barikov. Ho dovuto solo descriverti. Quell’uomo ha una gran memoria. Ma devo dire che tu non hai fatto male. Lui è la sola speranza di questa città, non capisci? È l’unico che può riuscire a rimettere un po’ le cose a posto perché nessun’altro sembra deciso a farlo.-, disse Montoya completando la sua frase.
Njala valutò le alternative. Poteva farsi sparare, bluffare o accettare quel che lui voleva che lei facesse. Sospirò. Desiderò che il suo perennemente assente compagno si fosse fatto vivo. Almeno avrebbe potuto parlarne con qualcuno…
-Che diavolo vuoi?-, chiese di nuovo.
-Devi aiutarci. Devi dirci chi sarà di guardia a Yuri Borykov o aiutarci a portarlo allo scoperto. Anzi, no. A quello penserà lui. Ma a me serve un altro favore.-, disse lui. Le spiegò tutto in pochissimi istanti. Il viso della nera mutò dalla rabbia allo stupore.
-Sei pazzo se credi che io possa fare qualcosa così senza rischiare il posto.-, disse lei con tono stridulo. Lui la guardò. Intensamente.
-Ci sono cose più importanti della carriera. E anche della vita. Lo capisci?-, chiese.
-Ah, certo! Adesso sei un crociato! Hai deciso di diventare come lui? Un pagliaccio con la pistola che spara ai cattivi come nei film. La realtà è questa, Montoya e sei un illuso se credi che basteranno quattro proiettili e un paio di cadaveri per cambiare le cose.-, esclamò lei, inviperita.
-Tu non vuoi ammettere che lui ha ragione. Come tutti, non vuoi riconoscere la verità.-, disse Raul. Lei gli piantò gli occhi arrossati dalla cannabis nei suoi.
-La verità è che questa città di merda è marcia, marcia!-, esclamò.
-E tu non pensi sia ora di lottare per renderla migliore?-, chiese lui.
-Per cosa? Hanno vinto loro! Lo sai tu e lo so io! E anche se li uccidessimo tutti, cosa cambierà?-, chiese. L’uomo rimase in silenzio. Un lungo silenzio.
-Noi. La città. La gente. Questo cambierà. Ma non lo vedi, vero?-, chiese lui. Sembrava avvilito dalla sua incapacità di comprendere ma Njala lo era di più.
Erano due anni che vedeva le peggiori cose e doveva semplicemente tacere.
Senza poter agire. In nessun modo. E ora arrivava anche Montoya a toglierle quel che restava, con la vuota promessa di una giustizia che avrebbe potuto non arrivare mai.
-Vattene o mi metto a urlare.-, disse lei. Lui la guardò. Annuì. Incominciò ad andarsene.

Era tante cose. Ma non poteva diventare anche l’assassino di qualcuno che non aveva colpe. Annuì e andò verso la porta. Si voltò.
-Forse, quando tra molti anni ripenserai a questo momento, ripenserai che hai buttato una possibilità, forse l’ultima della tua vita di dire a chiare lettere ai bastardi che dominano dall’alto questo regno di schiavi e avvoltoi che non siamo più disposti a sopportare, forse allora, mi darai ragione. Forse darai ragione a lui. E forse, piangerai.-, disse con tono grave.

Njala sospirò. Poi lo sentì. Iniziò da un ricordo. Una pattuglia. Un giovane. Simpatico, deciso, energico. Erano nel territorio di El Rey. E uno dei latinos aveva sparato contro di loro. Lei, alla guida non si era fatta nulla. Il suo compagno, quell’uomo così simile a un amico e per cui lei già aveva provato qualcosa di simile all’amore invece non aveva avuto quella fortuna.
Il tizio aveva sparato così, tanto per. Era strafatto, su quello Njala avrebbe potuto comodamente scommetterci la vita. Ma al commissariato, Anthony Jackson aveva subito dichiarato il caso chiuso. E Martin Murray era stato sepolto, invendicato.
Njala sentì la puntura del dolore di quella perdita scavare, riaprire una ferita che aveva creduto chiusa quando in realtà si era limitata a bendarla e cospargerla di un anestetico opportunismo misto a efficienza che sapeva essere sprecata.
La nera ondeggiò sul posto come, colta fisicamente da un colpo.
-Aspetta.-, disse soltanto. Guardò la canna. Fece un tiro. Lungo. A fondo. Il tiro.
Sentì i polmoni bruciarle e buttò fuori il fumo, sentì la testa alleggerirsi ma improvvisamente, comprese che non era stona. Anzi, improvvisamente l’adrenalina provata prima tornò. Potenziata. Scacciò l’ottudimento. E lei lanciò la canna nel lavandino.
Guardò Montoya. E decise.
-Vi aiuterò.-, disse.

Jallud Afizullah non credeva che sarebbe finita così.
L’uomo aveva fatto irruzione nel suo garage. Aveva sparato ad alzo zero, costringendo lui e il suo complice a buttarsi a terra ed era sparito come un fulmine. I due avevano tentennato un istante sul da farsi. Poi, pochi istanti dopo era arrivata la polizia. Ed avevano visto il furgone pieno di C4.
Senza bisogno di consultarsi avevano iniziato a sparare.
Omar, il fratello di Jallud e suo compagno in quel viaggio verso il maritrio era morto due istanti dopo, la testa bucherellata da due proiettili di piccolo calibro. Jallud aveva ucciso uno dei poliziotti prima che l’altro lo avesse abbattuto con due pistolettate.
Ma Jallud non aveva finito i colpi e con volontà e una supplica, aveva sparato mandando lo sbirro a morire con un buco in gola grande come un occhio.
Poi si era staccato dal suo corpo. E la sua anima si era involata verso l’infinito.

L’uomo correva. Estrasse la pistola e sparò. Tuoni improvvisi da una terra coricata sotto un cielo stellato. La folla si dileguò, fuggendo urlando in ogni direzione. Un diversivo semplice. Lui mise via l’arma e si buttò in un dedalo di viuzze laterali.
In breve tempo avrebbe fatto perdere le sue tracce.

Adele Kingsword aveva capito che quel giorno sarebbe stato molto lungo.
Due morti in un vicolo vicino a un kebab poco frequentato.
Altri due e due agenti morti in un garage dove un furgone pieno di C4 pareva pronto per fare una strage. Chiamata agli artificieri. Disinnesco delle bombe, recupero dei corpi.
Ma l’uomo era ancora uccel di bosco. E quello stava divenendo intollerabile. Era incredibile che quel bastardo avesse saputo sfuggire ai suoi agenti in quel modo.

Njala sospirò. Quel lavoro non le era mai sembrato tanto falso e stancante come in quel momento. Aveva ascoltato quel che Montoya gli aveva detto ed aveva deciso di aiutarlo.
Avevano diviso la pizza che lei aveva ordinato e poi Montoya era uscito, sparito.
Per la prima volta dopo tanto, tantissimo tempo, si sentiva pronta a fare qualcosa.
Varcò le porte del distretto.

Yuri beveva. Vodka. In dosi da stroncare uno Yak.
Era di pessimo umore. Scoparsi Adele era stato solo un diversivo, non esattamente inutile ma senza Jaroslavna, senza il modo in cui lei faceva sesso, anzi l’amore, lui si sentiva vuoto. Perderla era stato un colpo al cuore. Uno da cui forse mai si sarebbe ripreso.
Krazdic gli si avvicinò dicendogli che non c’erano novità. Il giorno sfioriva, declinava estinguendosi, così come anche l’unica luce nella mente di Yuri Borykov.
L’uomo pensò che per la prima volta, qualcuno l’aveva colpito. Colpito davvero. Al cuore.
E avrebbe avuto la sua vendetta.

Krazdic si sollevò. L’uomo che aveva appena torturato strappandogli le unghie delle dita aveva parlato dopo le prime tre. Aveva confessato di aver ridipinto una macchina uguale a quella di Jaroslavna. Apparteneva a un tizio strano, uno con un impermeabile, sguardo fisso e viso leggermente sudamericano.
Sparò un colpo in testa all’uomo e affidò il corpo a Igor. L’uomo l’avrebbe gettato in una vasca di acido. R.I.P.
Chiamò il capo. Gli disse che l’auto era stata riverniciata a nero e che aveva targhe diverse, molto probabilmente. Ricevette nuovi ordini: trovare quell’auto e i suoi occupanti.
E portarli vivi a Yuri Borykov.

L’uomo riposava. Che poi Montoya si fosse fermato da quella tale Njala, era un bene.
Non averlo intorno gli permetteva di respirare. Rincasò stanco, sudato e sfinito per la corsa. Alle dieci e passa di sera.
Aprì un pasto pronto orientale comprato al supermarket, una di quelle pallide imitazioni di veri pasti orientali. Schiaffò il tutto in pentola e mise sulla temperatura minima. Andò a farsi una doccia. Si godette la doccia per un tempo ben più breve di quanto avrebbe voluto. Uscì, si asciugò, finì di cuocere il cibo e mangiò.
Bevve quasi un litro d’acqua. Si sentì meglio. Rigenerato.
Poi decise di prendere in mano la situazione. Estrasse il cellulare di Yuri Borykov. Ponderò se chiamare o meno.
Espirò. Inspirò. Espirò di nuovo. Decise.
Avrebbe chiamato. Ma non subito. Prima si sarebbe concesso un paio d’ore di sonno.

Montoya sonnecchiava. Njala era uscita qualche ora prima. Sentì il telefono suonare. Quello nuovo. Il suo “socio” gli aveva procurato un nuovo telefono straccione.
-Dove sei?-, chiese l’uomo quando Raul rispose.
-In casabase.-, rispose lui.
-Beh, portati in terza base. La partita è iniziata.-, disse l’uomo. Click! Chiamata finita. Montoya imprecò. Prese le chiavi di casa di Njala col portachiavi di Amsterdam e chiuse la porta di casa dopo essersi coperto il viso manco fosse stato un jihadista.
Lasciò le chiavi nella bucalettere. Njala avrebbe compreso. Le aveva lasciato un numero di cellulare. L’avrebbe contattato. Lo sapeva.
Scivolò nella città e fermò un taxi.

Yuri Borykov era al settimo bicchiere di Vodka, stava considerando seriamente di smettere. E non solo col bere. Sfiorò il calcio della pistola.
Ma decise di non farlo. Non sarebbe diventato quel che non era. Non era un debole.
Era un lupo. E avrebbe ucciso tutti i pretendenti a un simile titolo.
Poi lo sentì. Il suono di un telefono.
Guardò il numero. Era quello di Jaroslavna. Ma lui sapeva bene che il telefono non era stato ritrovato sulla scena del crimine e capì che dall’altro capo del filo c’era l’assassino.
Si assicurò che il dispositivo per le intercettazioni stesse registrando e, al quarto squillo, rispose.

-Pronto.-, il tono era quello di un uomo abituato al dolore, a infliggerlo e a subirlo.
-Pronto.-, il tono sopracitato si scontrò con quello di un altro uomo, altrettanto duro.
-Quindi sei stato tu. Brutto figlio di una puttana! Me la pagherai! Te lo giuro.-, il tono di Yuri Borykov era un gelido sibilo che si tingeva di una rabbia altrettanto gelida e feroce.
-Molo tredici.-, disse l’uomo con calma, -Tra tre ore.-.
Click!
L’uomo sorrise. I pezzi erano pronti. La scacchiera era disposta per l’atto finale.
Tempo di andare in scena. Uscì.

Montoya entrò al bar. Torvò subito chi cercava.
-Anastasio Capelli?-, chiese con tono calmo mentre si avvicinava all’uomo che si beveva una birra. Aveva un aria talmente mal messa da apparire quasi un barbone.
-Chi lo vuole sapere?-, chiese quello. Raul gli si avvicinò.
-Qualcuno che vuole il suo aiuto.-, disse. Capelli ruttò e guardò in faccia l’ispettore.
-Lei dev’essere fuori. Sono un rottame.-, disse l’uomo bevendo una sorsata di birra.
-Lo é. Ma era anche un luparo della Famiglia Cappi. Che cosa direbbe se le dicessi che sta per avere la possibilità di vendicarsi dei bastardi che le hanno ucciso i capi?-, chiese.

-Adele! Ce l’abbiamo! Molo tredici! Stavolta lo inchiodiamo!-, eslcamò il russo.
Adele annuì. Convocò una squadra di tre agenti. Tutti fidati, tutti all’interno del giro.
-Ricordate: lo vogliamo morto. Io indirò una conferenza stampa per far capire per bene che nessuno deve sfidarci.-, disse. Il trio andò a prepararsi. Insieme agli uomini di Borykov, Adele Kingsword sapeva che il bastardo non avrebbe avuto scampo.


Njala tornò a casa. Aveva la febbre. A causa di cibo mal cucinato o pesino di tutti i pensieri degli ultimi tempi. Annuì. Tutto normale. Aveva fatto il suo lavoro e cancellato i tabulati telefonici. Ufficialmente la conversazione di trenta secondi tra lei e Montoya non era mai avvenuta. Recuperò le chiavi e sospirò. Ora voleva solo dormire un po’. Solo un po’.

Il molo tredici era abitato da spettri.
L’uomo guardava il mare. Si girò quando sentì una macchina fermarsi. Yuri Borykov scese, il viso contratto in una smorfia di totale e assoluta ferocia.
Per molte ragioni, Borykov era già morto. Solo la sete di vendetta lo teneva in piedi.
L’uomo lo sapeva: c’era passato. Tempo prima. E ci stava ancora passando, probabilmente.
Yuri Borykov gli puntò contro una pistola. Una CZ-75. L’uomo sorrise.
-Hai fatto un errore. L’ultimo della tua merdosa vita!-, gli gridò il russo.
L’uomo lo guardò. Il vento gli agitò i capelli. Un vento che parlava di anime dannate che chiedevano requie e vendetta. Un vento che lui conosceva bene.
-Morirai qui!- gli urlò Yuri. Accanto a lui due gorilla belli grossi dai tratti slavi.
L’uomo non era impressionato. Aveva superato quel punto.
Iniziò a contare. Arrivò a zero dieci secondi dopo.
E alzò le mani.
Le Desert Eagle erano armi imprecise ma dal grosso calibro. Scaricò due proiettili calibro cinquanta sul russo alla destra di Yuri, mandandolo a conversare con dio. Si riposizionò e colpì altre tre volte. L’altro russo andò giù, una frazione di secondo prima che tre proiettili centrassero l’uomo al petto. Cadde all’indietro, in acqua. Come corpo morto, cadde.

Yuri Borykov sentì le sirene. La polizia. Troppo tardi. Si voltò verso di loro con un sorriso trionfale. Era finita. Jaroslavna non sarebbe tornata ma quel figlio di troia era morto ed andava bene così. Poi lo vide. Un brillare anomalo sul tetto di un magazzino. A duecento metri di distanza. Riconosceva un brillare così? No. Ma pareva un diamante. Lo fissò.
Un istante di troppo.
La detonazione fu devastante.
Il cuore nero di Yuri Borykov fu trapassato da un proiettile Hollow Point da 7.50. Il secondo colpo lo centrò pochi secondi dopo alla gola.
Ma non importava: per allora, l’anima putrida di Yuri se n’era già andata.

Anastasio Capelli si sollevò dal Carcano. Vecchio ferro del mestiere. Unico tra i suoi strumenti da luparo che si era rifiutato di lasciare. Sorrise.
I Cappio ora potevano riposare in pace. Ma lui?
Lui aveva fatto quel che doveva. E ora si sentiva vuoto.
Sentì altre sirene. Gli sbirri e i russi. Sorrise. Prese il fucile. Mise il colpo in canna. Si sedette piantandosi il fucile tra le gambe, la bocca di fuoco a contatto col mento.
E tirò il grilletto.

I poliziotti scesero dall’auto. Jacob Candlenight tentò disperatamente di raccappezzarsi in quel casino. Stava pure per chiedere rinforzi quando un’ombra apparve.
Lo stupore paralizzò lui e gli altri. Il tempo necessario.
L’ombra alzò una mano. Colpi mirati, due.
Esplosero al di sopra dei giubbotti anti-proiettile. Ramon Cortez, poliziotto corrotto al soldo del fu Augustus El Rey, terminò la sua esistenza con due buchi in più per respirare all’altezza della fronte. Riposizionamento. Gli agenti tentarono una rezione. Terza detonazione. Jacob Candlenight, sicario a tempo perso di almeno tre organizzazioni mafiose, piroettò su sé stesso. Cadde a terra col ginocchio sinistro ridotto in politiglia.
Ultimo nemico. Sparò, o almeno ci provò.
Paola Maioca, infiltrata del Cartello di Cuidad Juarez, non prendeva in mano una pistola da anni. Invece Raul Montoya ormai dormiva con la sua.
I proiettili della donna lo oltrepassarono andandosi a schiantare contro il muro. Uno riuscì persino a ferire di striscio quell’uomo.
Ma lui non fallì: uno, due, tre, quattro colpi. Zone d’impatto: petto, addome. Maioca morì male, gli intestini perforati da più colpi. L’uomo si avvicinò e le elargì un ultimo headshot. Jacob tentò di restare lucido. Guardò quell’uomo. L’uomo che aveva cercato e non trovato. Il compagno divenuto traditore.
E Montoya guardò lui. Disgustato. A differenza di Candlenight che si sforzava di trovare parole, Raul non necessitava di dire alcunché. Tirò il grilletto una seconda volta.
Il ginocchio destro esplose in un eruzione cremisi. Il grido agonico dell’uomo si perse nella sera. Sirene si alzarono.
-Tornerai dalla tua capa, Jacob.-, la voce non apparteneva a Montoya. Non al Montoya che Jacob aveva conosciuto, quantomeno.
-Le parlerai di spettri.-, disse un’altra voce. Passi bagnati, passi diversi, sul cemento.
Passi che non sarebbero dovuti essere.
-Di cavalieri rinnegati.-, disse Raul. Prese la mano destra di Jacob e gli piantò un proiettile al centro del palmo.
-Mostrerai le tue piaghe, i segni del tuo martirio.-, disse l’uomo accanto a Raul. Bagnato fradicio, coi capelli che grondavano acqua. Jacob implorò senza implorare.
-E le parlerai di un giorno che deve arrivare.-, rumore di una lama sguainata. Pareva un film, e invece, due istanti dopo, la mano sinistra di Jacob fu inchodata al suolo da un coltello da commando stretto in una mano guantata.
-Il giorno dell’Ira!-. Jacob Candlenight svenne.

-Abbiamo finito.-, disse con calma Montoya. L’uomo annuì. Si tolse la giacca e il maglione. Il freddo gli trapassò il corpo. Ma non il giubbotto antiproiettile che indossava. Lo tolse.
-Ho fatto bene a darti retta.-, disse sorridendo.
-Già. Mi sembrava una brutta idea morire così.-, ammise Raul. Si fissarono per un istante.
-E ora?-, chiese Montoya.
-Dobbiamo sparire. E a te consiglio di lasciare il paese. Almeno per un po’.-, disse con calma l’uomo
-E tu?-, chiese Raul.
-Io aspetterò che un nuovo nemico si faccia avanti.-, disse lui.
Poi sparirono nella notte che pareva russa mentre una sirena riverberava sempre più vicina.
Cambio della guardia by Rebis
Due ore dopo.
Globuli rossi, piastrine, globuli bianchi, plasma.
Una flebo di 0- permetteva a Jacob Candlenight di restare aggrappato alla vita, almeno per ora. Sarebbe morto presto. Dissanguamento, shock e un incidente nel trasporto l’avevano ridotto come un vegetale.
Adele Kingsword aveva saputo della strage poco prima.
-Jacob?-, chiese. L’uomo aprì gli occhi.
-Puoi parlare?-, chiese, -sbatti due volte le palpebre per dire no e una per dire sì.-.
Due battiti di palpebre.
-Ok. Parlo io. Erano Montoya e il killer, vero? Era una trappola. E Yuri ci si è ficcato.-.
Un battito di ciglia.
-Il bastardo… il Killer è vivo?-, chiese. Tre battiti.
-Non lo sai?-, chiese Adele senza celare il suo disappunto.
Un battito.
-Ok. Montoya?-, chiese. Lo sguardo d’odio puro che albergava sul viso dell’uomo era un risposta sufficiente.
-È vivo.-, capì lei. Pausa. Un lungo istante di pausa.
-I medici dicono che non sei messo bene e anche posto che tu riesca a uscire di qui non lo farai sulle tue gambe.-, disse Adele. Il tono si fece stranamente calmo.
-Il tuo compito era semplice, Jacob.-, disse lei.
-Mi hai deluso.-. L’elettrocardiogramma schizzò mentre il terrore si faceva strada nell’animo dell’uomo immobilizzato a letto. Adele estrasse la pistola. P226, ultraleggera, silenziata. La donna collimò l’occhio col mirino.
Jacob Candlenight emise suoni gorgoglianti, lottando contro un fato ineluttabile.
Due colpi di tosse e l’elettrocardiogramma si appiattì. Un monotono suono fin troppo familiare riempì i timpani di Adele. La donna guardò il cadavere.
Jacob era divenuto una passività. D’ora in poi, Adese Kingsword non avrebbe mai più tollerato errori di sorta. Da nessuno.

Il giorno successivo.
-Bevenuto in Portogallo!-, eslcamò un impiegato doganale. L’uomo gli sorrise.
Timbri. Il passaporto passò di mano due volte nel giro di pochi istanti. Il bagaglio fu ispezionato con rapidità e precisione, nulla di sospetto.
-Bienvenido!-, eslcamò un’assistente al controllo.
L’uomo avvolto nella camicia sorrise. Recuperò la valigia, chiamò un taxi, lasciò il bagaglio ad un albergo e si perse per le strade di Lisbona. Per un po’, la Città e la Periferia non avrebbero più sentito parlare di lui. Il sole, in quel giorno così caldo da sembrare estivo lo scaldò con raggi gagliardi.
Aveva ottenuto dei soldi, svuotato i portafogli dei morti. In quello di Yuri, soprattutto, aveva trovato moltissimo denaro. Quell’idiota di un russo girava con un portafoglio rigonfio di bigliettoni. Non solo: aveva anche portato con sé una carta di credito con tanto di PIN. Doveva avere la memoria corta. Il conto non era granché se paragonato al resto del patrimonio del russo ma era comunque parecchio. Nell’ordine delle centinaia di migliaia.
E lui si era intascato quanto bastava per quella vacanza.
D’altronde era troppo tempo che Raul Montoya non si prendeva una vacanza.

Improvvisamente, tre giorni dopo, il Compagno aveva chiuso. Problemi erano sorti. L’impero del fu Yuri Borykov stava collassando su sé stesso, travolto da una marea di quei problemi. Incurie, dubbi di successione, liti interne che spesso sfociavano in vere e proprie lotte. A New York, uno degli affiliati di Borykov fu trovato sgozzato nel suo appartamento.
Diversi insospettabili che non sembravano avere nulla a che spartire con Yuri si trasferirono all’estero. Molti di quelli che rimasero furono uccisi in un epurazione che lasciò ciò che restava dell’impero di Yuri in rovina. Non ci voleva un genio per capire che non sarebbero più stati in grado di nascondersi all’ombra dei potenti.
La morte di Anthony Bigham fu come un macigno lanciato in uno stagno. L’opinione pubblica fece fuoco e fiamme. I giornalisti gridarono ai quattro venti di “uomini vendutisi ai nemici che dovevano combattere!”. Adele Kingsowrd rilasciò un’intervista in cui rivelava che la polizia teneva d’occhio Bigham da un po’. La cosa smorzò i toni ma non li spense:
Cecilé Longroot, giornalista di grido e autrice di vari articoli sulla situazione politica della città, lanciò un invettiva sul principale quotidiano della zona.
L’articolo, di ben due pagine, parlava di vero e proprio connubio, patto tacito tra stato e crimine. Il Quarto Potere stava facendosi sentire sempre più.
E anche la gente pareva starsi scuotendo almeno un po’. Più di un cittadino chiese alla polizia chiarezza e una reazione assoluta e implacabile.
Fu come se l’esplosione generata dalla morte di Bigham fosse stata duplicata.
In poco meno di due giorni, i resti dell’egemonia di Borykov furono travolti da indagini di privati e non. E per la prima volta, per salvare la faccia, anche la polizia scese in campo.
Il risultato fu che moltissime attività del russo si rivelarono essere… manchevoli o vere e proprie coperture per quelli che si erano rivelati giri di affari illeciti.
Giri di affari che collassavano come tessere del domino in fila, ora.
Se tutte le vittime di Yuri avessero visto chiudere la Colomba Bianca, appena due giorni dopo a causa di un’inchiesta del pubblico ministero nell’ambito della regolamentazione delle norme igieniche per le prostitute, avrebbero certamente pensato a una sorta di giustizia divina.

Il diagramma a tela di ragno copriva ormai un’intera parete dell’ufficio di Njala. La donna aveva interrogato personalmente tutti coloro che credeva potessero aver avuto a che fare con quel giustiziere. Era riuscita persino a scovare una prostituta, tale Lucy. Aveva interrogato anche quella donna ma senza cavare granché: lei aveva ammesso di essere stata alla “festa” di Augustus El Rey ma anche di essersene andata abbastanza presto.
E Njala non poteva certamente aggiungere ciò che lei stessa sapeva alle prove.
Non senza tradirsi.
Sospirò. A volte era così difficile. Aver aiutato Montoya a ritrovare uno degli scagnozzi dei defunti Cappio aveva permesso a lui e al suo socio di uccidere Borykov ma cosa sarebbe cambiato davvero?
“Chi vivrà vedrà.”, pensò. Aveva intanto saputo che lo scagnozzo in questione si era sparato un colpo in testa dopo aver reso giustizia ai suoi defunti capi.
Il coroner aveva anche scoperto che l’uomo soffriva di una forma avanzata di cancro al pancreas. Allo stadio in cui qualunque tentativo di alleviarlo poteva ampiamente essere considerato tempo perso. La sofferenza doveva essere terribile.
In altre parole, si era tolto di mezzo. Una scelta che la nera non poteva sinceramente disapprovare. In una simile situazione, credeva che chiunque avrebbe agito così. Lei certamente lo avrebbe fatto. A quel punto la vita non era più vita.
“Possibile che anche lui, a dispetto di quel che mi ha detto sia motivato da una cosa simile? Anche lui ha una scadenza, un tempo da trascorrere? Qualcosa del genere? Ed è per questo che non si da tregua? Che fa quel che fa senza risparmiarsi un solo istante?”.
La domanda le rimase addosso come uno spettro finché non la scrisse su un post-it adesivo e la piazzò nel diagramma. Sorseggiò il caffè che pareva più acqua sporca.
Pensando che improvvisamente l’uomo fosse sparito dalla circolazione.
Ma probabilmente stava solo preparandosi a colpire di nuovo.

Il quinto giorno di inattività, l’uomo sorrise. Si concesse un istante di pura gioia.
L’impero criminale di Borykov era affondato nel guano, sbriciolato dall’impietosa invettiva di giornalisti e politici opportunisti.
Ma andava bene così. Yuri Borykov non avrebbe più venduto armi o droga.
Non avrebbe più costretto giovani donne a prostituirsi. E quello per l’uomo andava bene.
Seduto davanti al computer, guardava le ultime notizie.
Tutto normale. Tutto regolare.
Si permise quella lieve vacanza, passata a casa, a leggere. Ed allenarsi, e prepararsi.
Perché sapeva che altri nemici sarebbero arrivati.

Lucy estrasse dal frigo la bottiglia di latte. Preparò in breve tempo un bicchiere di latte caldo. Sua sorella stava male. Vittima di un influenza parecchio aggressiva. La donna si sorprese a pensare che lei, a contatto ogni giorno con liquidi che potevano passarle malattie, a fare sesso negli ambienti peggiori come nei migliori, avesse anticorpi d’acciaio mentre la sorella, quasi mai a rischio di un raffreddore, fosse così fragile.
Le porse il bicchiere, rimboccandole le coperte sul divano.
“Se solo sapesse… Se solo sapesse quel che faccio per lei.”. Più volte aveva sentito la tentazione di rivelare tutto e farla finita con quella vita spezzata in due. Ma non poteva.
Guardò sua figlia. Così piccola. Un errore compiuto in buonafede. L’unico errore forse di quella vita che non amava ma che non riusciva a odiare di cui non si pentiva.
Il ricordo di quella notte in cui aveva ucciso le attraversò la mente come in un lampo.
“No. Non l’unico. Ho fatto almeno un altro errore di cui non mi pentirò mai.”.
Sorrise, chissà se quell’uomo di cui mai aveva saputo il nome era ancora in giro.
Stando a quanto aveva sentito, forse sì. Anzi, forse la fine dell’impero criminale di Borykov era proprio merito suo. A lei non importava: Augustus, El Chapo, Yuri, tutti e solo clienti.
Affittuari a tempo perso di uno spazio dentro di lei. Tutti. Tranne uno.
Lucy sbocconcellò del pollo. Poi prese in braccio sua figlia.
Sua figlia… Era anche per lei che faceva quella vita. Per darle una possibilità.
Un futuro migliore.

-La morte di Yuri é… Un brutto colpo.-, ammise una voce.
-Lo so. Lo so.-, disse Adele. Era già stanca di quella reprimenda ma la voce non si fermò.
-Eppure la sua morte, unitamente a quella della Farfalla d’Acciaio ci mette in un ottima posizione.-, disse con calma l’uomo all’altro capo della linea telefonica.
-È sicuro che…-, l’uomo la interruppe.
-Sono sicuro che lei non si deve immischiare. Il Consiglio ha accettato di permettermi di subentrare e io non fallirò. Lei faccia la sua parte. Io farò la mia.-, disse la voce.
Tagliente come una lama forgiata per la battaglia.
Adele si sentì veramente impaurita. Quella voce trasudava volontà. E malvagità.
-Io farò quello che devo.-, disse lei a mo’ di conclusione. In realtà si sentiva terribilmente consapevole che la situazione stesse per esplodere di nuovo. La chiamata terminò.
Adele si massaggiò il capo. Quella era una brutta notizia. Ufficialmente lei non aveva posto nel Consiglio dei Sedici ma ora il Consiglio aveva perso diversi membri.
Bao Yi, Yuri, persino El Chapo (che in realtà era più un burattino).
Il Consiglio dei Sedici aveva fatto di quella città il suo regno. Ed era tempo che se lo riprendessero.
Quell’uomo aveva offerto il suo aiuto al Consiglio. In cambio di un seggio.
Avevano accettato.
Chugi by Rebis
Author's Notes:
Questo racconto, questa parte di Into The Withe é stata spezzata in più parti per facilitarne la lettura.

Spero vi piaccia.
La luce filtrò dalle tapparelle abbassate, attraverso tende di seta color marrone chiaro.
Si rifletté sulla lama di un Tanto, che a sua volta baluginò, catturando quella luce. Amplificandola, brillando come un gioiello strappato alla dea Amaterasu. E mandando bagliori a illuminare il kimono bianco e il corpo che lo riempiva.
Bianco. Bianco era il kimono come bianco era il lembo di tessuto su cui la lama riposava.
Bianco il lenzuolo su cui sedeva il corpo. Bianca la fascia sulla fronte, bianca la carta su cui aveva scritto i suoi versi di morte.
Bianco. Il colore della morte. Bianco. Il colore della purezza.
Una morte pura, onorevole. Un modo di lasciare la vita riscattando i fallimenti di quest’ultima con una dipartita degna. L’offerta finale a una casata, a un ideale o a un signore defunto. Questo era il Seppuku, volgarmente noto come Hara-Kiri.
Un espiro, un esalazione. Un ritmo. Improvvisamente, il corpo nel kimono sembrò tornare a vivere. Una mano mise a terra il pennello.
Un pennello con cui aveva scritto il suo poema finale. Una sola parola.
Disonore.
La stessa mano prese il Tanto. Lentamente strinse l’impugnatura avvolta in carta di riso.
Normalmente c’era un Kaishakunin. Nei tempi antichi, prima della riforma che avrebbe privato i samurai del loro diritto a portare le spade, il Kaishakunin era l’aiutante del morituro. Solitamente un amico o un compagno noto, aveva il dovere di decapitare il suicida una volta che questi si era aperto il ventre con la lama corta. Era un compito infame e quantomai sgradito ai più ma era un compito necessario. Lo era all’epoca.
Ma lì non ve n’era alcuno. Solo quella figura occupava la stanza d’albergo. Solo quel corpo, che presto avrebbe smesso di vivere.
La presa sul Tanto si strinse. Sollevò l’arma puntandosela al ventre, dove c’era l’Hara, il centro vitale. Quel punto in cui, l’energia vitale di un individuo andava a confluire.
Un solo colpo. E tutto sarebbe finito dopo pochi minuti di intensa agonia. Il dolore del corpo non era nulla se paragonato a quello dello spirito.
E lo spirito di Mitsutune Achiko aveva sopportato molto. Moltissimo.
Cresciuta in una famiglia tradizionalista del Giappone, figlia di discendenti di alcuni nobili Samurai, aveva tentato di essere per il padre il figlio che lui non aveva mai avuto.
Era entrata nella Yakuza, mostrandosi tanto capace quanto i maschi che tanto la snobbavano. Per loro lei era solo una ragazzina, o meglio lo era stata finché Toritomo Nuwasa non aveva tentato di violentarla. Stupidamente aveva creduto che lei fosse debole e si era ritrovato la lama di un wakizashi immersa nello stomaco fino all’elsa.
L’Obuyun del clan della Montagna Rossa, suo padre, aveva capito il messaggio.
Aveva inviato Achiko lontano, in una diversa città. Per sondare il terreno. Lei era poi tornata, dicendo che i nemici erano stati distrutti e che la città avrebbe potuto accogliere l’arrivo del loro clan. Lieto, il padre l’aveva promessa in sposa al suo braccio destro.
Karamoto Nakamura. Un bastardo senza scrupoli. A lui non era bastato che la figlia del capo della Montagna Rossa spalancasse le gambe. Voleva di più.
Achiko aveva accettato. Accettato e accettato ancora. Suo padre era il capo, lei la fedele guerriera, la servitrice. Era suo dovere accettare.
Inoltre doveva ammettere che il sesso con gli uomini non era male… se avessero saputo farlo. Nel caso di Nakamura, si poteva dire che se non altro, aveva almeno provato a gratificarla prima di prenderla. E lei aveva cercato di afferrare quel minimo di piacere.
Ma Nakamura si era presto accorto che Achiko non era più vergine.
La ragazza era quindi stata disonorata. Il padre l’aveva ripudiata, solo per venire ucciso due ore dopo dal suo luogotenente. E Karamoto Nakamura aveva preso il comando.
Quindi, diseredata, disconosciuta dalla famiglia e privata di un padre e una causa, Achiko si era ritrovata sola, per le strade di Kyoto.
Ed aveva scelto. La sua vita non aveva più alcun senso. Se non uno. Quello di finire.
Aveva rapidamente preso alloggio in un hotel e si era preparata alla morte. Ritualmente.
Aveva fatto un bagno. Un’abluzione rituale purificatrice dello spirito più che del corpo. Aveva mangiato poco, con calma, gustando ogni singolo boccone ordinato al servizio in camera. E poi aveva predisposto il tutto con calma meditativa.
Gli antenati di Achiko avevano combattuto durante la Battaglia di Sekigahara dalla parte dello schieramento lealista di Ishida.
Erano morti sul campo.
Il nonno di Achiko. Moritomo, aveva combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale a Okinawa. Era morto sul campo.
Un suo parente era andato a combattere in Afghanistan in tempi recenti, come mercenario. Ed era morto sul campo.
Lei, Mitsutune Achiko, sarebbe morta in quella stanza di un hotel. Disonorata, ripudiata e dimenticata. Sperando che la sua morte redimesse ciò che era stata in vita.
La mano che reggeva il Tanto si unì all’altra mano. Il kimono, aperto sul davanti, lasciava intravedere la pelle dello stomaco, del petto ma non i seni. Tutto come doveva essere fatto, se Achiko fosse stata un maschio.
Alle donne samurai infatti il Seppuku era vietato. Era loro invece permesso utilizzare una piccola lama apposita per tagliarsi la gola. Ma Achiko aveva vissuto secondo il Bushido.
E intendeva morire secondo il Bushido, consapevole che era così che doveva essere.
Bushido… letteralmente la Via del Guerriero. In Giappone, quella parola aveva forgiato leggende. In tutto il resto del mondo era stata storpiata, fraintesa, estremizzata e demonizzata. Ma in Giappone, quella non era più una parola.
Era a malapena un ricordo. Il nuovo Giappone aveva dimenticato il Bushido.
Non rinnegato, solo scordato, seppellito sotto l’influenza dell’Occidente.
Yukio Mishima, un ufficiale dell’Esercito Nipponico infatuato della Via del Guerriero aveva tentato di riportarla in auge. Ma era stato inutile. Il suo suicidio aveva scosso solo brevemente la nazione. In troppi avevano deciso di dimenticare.
Come Saigo, l’ultimo Daimyo a opporre una resistenza militare alla fine della casta guerriera. Come loro, anche Achiko si stava preparando, nel suo piccolo, a ricordare ai suoi connazionali le loro vere radici. E l’avrebbe fatto pagando il prezzo del sangue.
Ma soprattuto, morendo così, avrebbe potuto sperare di riconquistare l’onore perso.
Guardò in avanti, preparandosi ad affondare la lama nel suo ventre. Sapeva già ciò che doveva fare. Un taglio a destra una volta trafittasi, poi a sinistra e infine in alto. Poi, a suo tempo la morte sarebbe arrivata. E lei avrebbe smesso di soffrire.
Si preparò. Sentì la punta della lama pungere la pelle, lederla.
E si fermò.
I suoi avi erano morti lottando. Suo nonno era morto lottando. Suo zio, suo fratello, persino sua cugina era morta lottando, riuscendo a uccidersi piuttosto che permettere a un’iniquità di travolgerla. Tutti loro erano morti lottando.
E lei? Lei sarebbe dovuta morire così? O avrebbe lottato?
Ricordò Bao Yi. La cinese era stata per un po’ sua amante. Sua amica e persino una sua superiore. Poi però lei aveva ricordato ciò che doveva fare. E ciò che doveva fare era distruggerla e tornare a casa. Non solo per riferire ma perché quella era casa sua.
E ora aveva smesso di esserlo. La parola “casa” non aveva più motivo di essere per lei.
Ma se non aveva più casa, signore o famiglia, aveva ancora una cosa. L’ultima che le restava. Una cosa patetica forse infima, minima ma malgrado tutto, era tutto quel che le restava. Una cosa semplice. L’archetipo e lo stereotipo dell’ideale, quello tanto caro al cinema che parlava dei guerrieri nipponici senza mai averli davvero conosciuti.
La vendetta.
In Giappone l’esempio di vendetta più noto e conosciuto era quello dei Quarantasette Ronin, che alla morte del loro signore avevano atteso un anno prima di annichilire il clan dell’uomo che ne aveva causato la morte. Ma per Achiko non era necessario andare a scomodare una simile leggenda, peraltro già abusata dal cinema.
Mitsutune Torubiwasa, un suo antenato, fu accusato di negligenza. Il signore del Clan aveva quindi sentenziato di rendere l’uomo un Ronin.
Spogliato della dignità di casta, Torubiwasa aveva ponderato il suicidio per poi rivolgersi verso un’altra strada. Aveva atteso per un mese allenandosi intensamente per affrontare il suo detrattore, poi di proposito, aveva urtato il fodero della sua arma con il suo.
Secondo l’etichetta dell’epoca tanto bastava per scatenare un duello. Il viso mascherato, Toubiwasa aveva abbattuto l’avversario pochi secondi dopo. Solo allora aveva rivelato il suo volto. Il Daimyo aveva riconosciuto l’errore e, vedendosi privato del suo braccio destro, aveva reintegrato Turobiwasa nella sua posizione precedente, assumendo che egli non aveva mai commesso errori e che, davanti al suo primo errore, aveva saputo agire virilmente. Un uomo simile non era disonorato. Era doppiamente onorato per l’aver saputo affrontare l’onta senza lagnarsi o piegarsi e l’aver avuto modo di reagire.
Achiko sbatté gli occhi, la luce pomeridiana la colse. Guardò il pugnale e il poco sangue che la sua pelle lesa secernava. Decise.
No. Non era ancora tempo che si unisse ai suoi antenati.
Posò il Tanto con un inchino. Lo pulì nella seta e lo rinfoderò. Poi guardò la poesia di morte. Una sola parola. Disonore.
La piegò. Non avrebbe permesso a quella parola di restare. Prima di morire l’avrebbe cancellata col sangue. Il suo o quello di Nakamura. Si alzò. La pelle lesa bruciava ma non un’espressione di dolore le segnava il viso.
Si tolse il kimono. Il bianco era il colore dei morti. Quell’abito sarebbe dovuto essere usato una sola volta. Per poi venire bruciato insieme al corpo di lei. Ma lei decise.
Quel kimono sarebbe stato il suo kimono. E lei sarebbe diventata quello che quel kimono rappresentava. Morte. Perché lei stessa, in fin dei conti, era morta.
Con calma e lentezza quasi cerimoniale piegò l’abito e lo mise sul letto.
Completamente nuda, sembrava una fenice, rinata dalle proprie ceneri.
Si vestì rapidamente. Aveva saputo che Nakamura intendeva spostare la propria base operativa verso la Città. Ironico dover tornare a combattere e forse a morire laggiù. Ma Achiko sapeva anche che alla fine non era importante. Fece la valigia. Il Tanto, il kimono, alcuni vestiti… C’era altro?
No. Anzi sì. Ma per quell’ultima cosa, sarebbe dovuta tornare a casa. Un’ultima volta.

L’uomo sognava. Il sogno era sempre uguale. Fine a sé stesso. Quando però stava per aprire gli occhi, ormai tediato dalla monotonia di un incubo perennemente uguale, fu sorpreso. Un bagliore trapassò il rosso. Una linea fulgente. Durò solo un istante.
L’uomo si svegliò. Energico come non mai, calciò via le coperte, saltò esercizi e colazione. Uscì. Uscì seguendo un impulso inspiegabile.
Andò verso il porto.

La madre di Achiko la guardava come se lei fosse stata una cosa, un oggetto.
-Svergognata! Sgualdrina! Sei indegna di varcare ancora le porte di questa casa!-, le gridò. Se l’avesse detto appena qualche ora prima, Achiko avrebbe persino potuto avere qualche reazione ma si limitò a guardare la madre.
-Madre. So che il mio onore è stato macchiato. So che mio padre non avrebbe mai voluto vedermi qui di nuovo e so che voi stessa desiderate uccidermi. Se questo è ciò che volete io vi offro la mia vita.-, le sue parole colpirono l’anziana madre. Forse. Impossibile dirlo.
-La tua vita ha meno valore di quella di un cane! Sei una vergogna!-, le gridò contro la zia.
-Lo so. Ma so anche che c’è un’altra vergogna a cui solo io posso porre fine.-, disse lei.
-Spiegati!-, sibilò la madre tacitando con un gesto sua sorella che già si preparava a continuare la sequela di insulti. Il padiglione della villa sulle Alpi Giapponesi rimbombava ancora delle loro voci.
-Mio padre è stato ucciso. L’assassino è Nakamura.-, disse con calma lei.
-Quell’uomo ci ha spogliati di ogni possibilità di vendetta.-, disse la zia con tono avvelenato, -E tu ci hai tolto l’onore che ancora ci restava!-.
-No.-, la parola gettò il silenzio nella sala. Gli occhi della zia, della madre e persino del fratello minore di appena due anni, conversero su Achiko.
-Io sono ancora viva. E vendicherò l’onore della mia famiglia. Poi, come ho promesso, vi donerò la mia vita se ancora la vorrete.-, disse. La zia incominciò a borbottare ma la madre, ultima autorità rimasta nella famiglia, guardò Achiko. Calma e pensierosa.
Passò un minuto. Poi un altro.
-Wumi, lasciaci.-, disse perentoria la matriarca.
-Ma… Aiju, non vorrai…?-, chiese la zia.
-Ho detto: lasciaci.-, scandì l’altra.
Le ginocchia di Achiko protestavano: la giovane era prostrata in una posa tipicamente implorante. Seduta sui talloni, la schiena arcuata sino a toccare terra con le piante delle mani e la testa prossima a fare lo stesso. Era ferma in quella posa da quasi un’ora e mezza. Un modo per mostrare umiltà. Sollevò appena lo sguardo incontrando quello della madre. La zia fece un inchino alla donna, gratificò Achiko di un’occhiataccia velenosa e uscì.
-Alzati.-, disse Aiju. Achiko eseguì. La madre entrò, le fece segno di seguirla. Percorsero un corridoio sino a una sala votiva. Una statua di un bodhisattva buddhista immerso nella meditazione adornava una parete. Un’altra era occupata da un incensiere.
Ma la parete opposta all’entrata ospitava una teca. Achiko sapeva bene cosa vi fosse in quella teca. Si sforzò di non mostrare emozione alcuna.
-Questa è la lama che il nostro avo riverito ha impugnato quando cadde in disgrazia. Con questa lama, lui rimise le cose a posto. Recuperò il suo onore.-, disse con calma la madre. La sua mano stringeva una katana antica ma sicuramente ancora letale, in un fodero sobrio e privo di fronzoli.
Achiko non parlò, non voleva. Non poteva. E non doveva.
-Quest’arma ha dentro di sé lo spirito della nostra famiglia. Per quattrocento anni i nostri avi si sono inchinati davanti a quest’arma prima di andare in battaglia. Per quattrocento anni, Achiko.-, disse solennemente Aiju.
-Tu ci hai disonorati.-, sussurrò poi alla volta della giovane. Era una costatazione.
-Se volete la mia morte, sono pronta a morire anche ora. Basta solo che me lo diciate e io volentieri mi toglierò la vita.-, sussurrò Achiko. Ed era davvero pronta a morire.
La madre estrasse la spada, che uscì dal fodero con un rumore simile a un canto guerriero. Una melodia che in tempi diversi avrebbe ricevuto lodi e apprezzamento.
-Non sei degna di questa spada, Achiko. Non saresti degna neppure di trarre un altro respiro in questa stanza, se fosse per mia sorella o per gli altri nostri parenti.-.
-Ma qui ci siamo solo tu ed io.-, disse. Il suo tono mutò lievemente.
-Quindi spiegami cos’è successo. Cosa ti ha convinta a disonorarci tanto!-.
Achiko iniziò a raccontare. Non tralasciò nulla. Le ci volle un quarto d’ora. O poco più.
Al termine di quel colloquio, Aiju annuì, indecifrabile. Ripose la spada nel fodero.
S’inchinò con riverenza prima di riporla nella teca.
-Vieni.-, disse. Achiko annuì. Percorsero il corridoio sino alle stanze private di Aiju.
La donna chiuse la porta alle sue spalle facendo scivolare quella parete di carta di riso sugli infissi. Si sedette.
-Hai visto la spada. E mi hai detto che non hai fatto ciò che hai fatto per amore, libido o sregolatezza bensì perché la tua missione lo imponeva. Nessuno ti crederebbe, ormai.
Ma io sì. So per cosa sei qui. Siamo una famiglia di guerrieri. Ed è giusto che, se devi vendicarti, tu possa farlo come tale. Come la nostra famiglia ha sempre avuto modo di fare.-, sentenziò la matriarca seduta in seiza davanti alla figlia seduta nel medesimo modo. La madre si alzò. Prese qualcosa da un armadio.
-Hiroshi era famoso per la sua passione per le tradizioni. Si era fatto forgiare molte spade. Questa era quella che lui non ha mai usato.-, disse con clama Aiju.
-Questa è quella che tu userai.-, decretò.
Aichiko s’inchinò, ringraziando.
-Non ho terminato.-, la interruppe la vecchia, -La tua condotta è comprensibile. Ma molti, moltissimi membri della nostra famiglia si sono fatti grandi domande. Vederti andare via impunita sarebbe troppo. Sei innocente ai miei occhi ma non abbiamo né modo né il tempo di provarlo ad altri. Ci vuole una punzione, sarà simbolica.-.
-Accoglierò qualunque supplizio.-, sussurrò lei.
-In tal caso, seguimi.-, disse Aiju.

L’uomo li vide arrivare. Un barcone non da poco. Pieno di asiatici. Parevano una comitiva di turisti. Macchine fotografiche, foto alle cose più inutili, tutto il repertorio che lui già conosceva. Ma c’era qualcosa… Quella comitiva gli sembrava profondamente sbagliata.
Non erano solo quello, lui ne era sicuro.
Era lì sul molo per un motivo. E osservare dei turisti non gli pareva un motivo serio. Ci doveva sicuramente essere dell’altro.
Ma non riusciva a capire cosa. Sospirò. Come diceva un vecchio adagio, era stupido agitarsi quando ancora nulla era avvenuto. Tornò a casa.

Adele ricevette Karamoto Nakamura nel suo ufficio. A dispetto del portamento elegante, il giapponese emanava una freddezza che gelava il sangue e un senso di potere che faceva sentire la donna particolarmente a disagio. Non era come Yuri Borykov, che era freddo ma accecato dall’ira. Quello era determinato, concentrato. E basta.
E questo lo rendeva pericoloso e perfetto.
Lei gli porse la mano. Lui non la strinse. Adele capì che per quell’uomo lei era solo una subalterna. Quel tizio già ragionava come se fosse il capo. Cosa che a lei non andava.
-Karamoto Nakamura. Un piaciere conoscerla di persona.-, disse facendo buon viso a cattivo gioco. Il giapponese esibì un sorriso freddo che non arrivò alle labbra.
Freddo. Spietato. Non pareva un’uomo. Era più una sorta di arma vivente.
Ad Adele Kingsword dava quell’impressione. L’impressione di un robot. Privo di emozioni. Di personalità. Di motivi per esistere al di fuori del potere. Del potere e poi ancora del potere. Il genere di persona che voleva conquistare la vetta ed andare anche oltre perché fermarsi significava morire.
-Sono stato informato dell’accordo vigente, Adele. Ci tengo a puntualizzare che non ho nessuna intenzione di violarlo. Manterrò la mia parte. Come è giusto che sia.-, disse.
-Come io manterrò la mia signor Nakamura ma ci tengo a dirle che ci saranno alcune complicazioni.-, disse lei. Lui la guardò, uno sguardo che andava oltre l’ostilità per affondare in una sorta di arroganza che pareva quasi naturale.
“Come se io fossi naturalmente inferiorie a lui…”, pensò lei. Nonostante ciò o forse proprio per quello sguardo, continuò la spiegazione dei recenti problemi.

Achiko li guardò. Sua madre, sua zia e il resto della sua famiglia le restituirono sguardi venati di puro sdegno. La giovane sentiva il loro odio come qualcosa di palpabile.
Era seduta nella sala, davanti a tutti loro. Fronteggiava il loro odio con una calma glaciale, consapevole che i morti non provano emozione alcuna.
Si tolse la maglia, la canottiera e il reggiseno.
Rimase a torso nudo davanti ai suoi carnefici. Ma la scudisciata che le arrivò sulla schiena fu… notevole. Soprattutto se considerato che era stata inflitta da sua madre. Non gridò per miracolo di volontà e anni di addestramento. Dalle labbra le uscì un sibilo inudibile.
Ne arrivò una seconda.
Achiko dovette lottare per non gridare di dolore. Si morse le labbra, strinse i pugni, cercando di concentrarsi su altro. Fu terribile. Ma ce la fece.
Alla terza scudisciata le lacrime mute della ragazza scorrevano libere lungo il bel viso. Fu alla quarta che la donna si fermò.
-Achiko. Hai pagato il tuo debito con il Clan. Per quanto ci riguarda siamo pari.-, disse Aiju.
Ma alla giovane bastò un occhiata per capire che sua zia non avrebbe mai considerato equo quel trattamento. Per lei, solo una condanna terribile poteva riparare all’errore di Achiko. Errore che, tra l’altro, era stato commesso per un bene superiore.
Ma non aveva tempo, modo o voglia di spiegare. Non aveva pretese d’innocenza.
I morti non dibattono sulla propria colpevolezza per ciò che hanno fatto in vita.
Si alzò ignorando la schiena bruciante. Raccolse i suoi abiti.
-Vi ringrazio.-, disse. Quelle parole, lo sapeva lei e lo sapeva Aiju, non erano per tutti.
-Lin Chun ti medicherà prima che tu vada.-, disse Aiju. Nessuno sembrò opporsi.
Era la sua volontà, ed era ciò che contava davvero. Ad Achiko andava bene.
Si fece medicare dall’assistente cinese di Aiju prima di uscire dalla casa con la spada che le era stata data. Non ci furono saluti o auguri ma Achiko poté vedere che, dietro al contegno, sua madre soffriva.
Per un istante, desiderò solo dirle quanto le dispiacesse ma non poteva.

Lucy camminava per le vie. La città pareva sempre la stessa, sempre uguale.
Divorava anime e corpi, si alimentava così. Un mostro creato dagli uomini ma sfuggito all’umano controllo. Poi la vide. Una sorta di palazzo in stile pagoda in costruzione.
Pareva giapponese o cinese ma lei non avrebbe saputo dire.
Si avvicinò. Gli operai la guardarono. Evidentemente il suo fisico aveva fatto colpo ancora una volta. Ma la curiosità era quel che era.
Se ben ricordava, laggiù era bruciata una discoteca. Qualcosa di cinese, l’Airone Selvatico o Selvaggio, qualcosa così. E ora i gialli erano tornati.
La nera fece per andarsene ma si trovò davanti a un tizio dai tratti asiatici, occhialini alla Tojo e smoking. Terribilmente cerimoniale. Ma a guardarlo, Lucy notò un rigonfiamento all’altezza della vita, sul fianco. E lei sapeva che quel rigonfiamento significava guai.
-Vuoi compagnia?-, chiese come per spezzare lo stallo. Il nipponico sorrise.

Njala guardava l’edificio in costruzione da lontano.
Curioso che i giapponesi avessero deciso di costruire qualcosa porprio lì. Ed erano stati anche molto rapidi. Cosa che le suggeriva una possibilità non esattamente felice.
La Farfalla d’Acciaio era morta, la sua organizzazione si era dissolta e ora qualcuno voleva prendere il suo posto. Se lo sentiva. Avrebbe dovuto tenere d’occhio quel posto.
Rientrò in macchina, guidando verso la centrale.

L’uomo guardava il cantiere. Ora capiva. No, anzi, intuiva che c’era un nesso.
Quei giapponesi dovevano essere soci di Bao Yi o suoi concorrenti.
In ogni caso, erano lì per una ragione. Una ragione che lui avrebbe dovuto scoprire.
E sentiva che la ragione non era esattamente un impeto di benevolenza verso tutti gli esseri viventi…

Lucy era stupita. Il giapponese l’aveva portata in una stanza d’albergo. Una normale stanza di un generico motel. A parte l’inglese smozzicato e ridotto all’essenziale condito con un po’ di espressioni volgari sicuramente apprese in TV quello le si era rivolto a gesti e con l’aiuto del traduttore installato nel cellulare.
Entrati in camera, lui l’aveva subito spogliata, lasciandole solo il tanga blu notte che indossava. La nera non aveva protestato. Il cliente era lui e lei diveniva uno strumento.
Lui l’aveva tirato fuori. La nera si era stupita di quanto fosse più piccolo rispetto a quello dei suoi clienti abituali. Evidentemente gli asiatici erano effettivamente un po’ meno dotati… Comunque lei si era inginocchiata e aveva iniziato a succhiarlo. L’uomo le aveva presto imposto un ritmo, dicendo cose in giapponese o cinese che lei non capiva. Comunque sicuramente gli piaceva. Poi lui le aveva detto in modo molto dozzinale e privo di fluidità linguistiche, di succhiarglielo tutto. La nera se l’era infilato in bocca sino alla lampo dei calzoni, che peraltro lui non aveva tolto. Abituata a scopare con gente che non faceva mistero delle proprie sensazioni, si sentiva a disagio: quell’uomo la stava usando come fosse stata una di quelle bambole gonfiabili. Lei allora aveva iniziato a toccarsi.
Era quel che faceva spesso. Il suo modo di ovviare all’incapacità o all’indifferenza del cliente nei confronti del suo piacere oppure la scossa di piacere che amplificava una prestazione già di per sé grandiosa.
Lucy continuò a succhiare ma l’uomo venne improvvisamente nella sua bocca. Senza avvisarla. Un’altra avrebbe protestato, sputato o dato d’escandescenze.
Lei, da brava, ingoiò. L’asiatico le sorrise. Estatico. Risultato: lui aveva goduto. Lei non aveva quasi neppure iniziato a sentire piacere in quell’amplesso.
-Vuoi rifarlo?-, chiese lei. Lui annuì. Lucy sospirò, sperando che stavolta almeno riuscisse a metterglielo dentro. Il giapponese le disse in un inglese povero di semantica di attendere qualche minuto. Lei annuì. Si sedette sul letto.
In quel momento avrebbe desiderato avere lì qualcun altro. Yuri, ad esempio. O l’uomo che l’aveva liberata da El Rey o persino una sua vecchia amica con cui aveva lesbicato quando era stata lasciata da un fidanzato…
Insomma qualcuno che la trattasse degnamente e non come un’oggetto da usare.
Ma fece buon viso a cattivo gioco. Sorrise all’asiatico.
-Vuoi che ti faccio… uno spettacolo?-, chiese. Lui parve non capire. Lei gli spiegò ma l’uomo sembrava comprendere poco. Stizzita, si sdraiò sul letto, decisa a mostrargli ciò che intendeva dire. Si stese sul letto, mettendo in mostra la vulva nera e glabra. Aprì le gambe e prese a toccarsi. Ah, ora sì che si cominciava a ragionare. In pochissimo tempo la sentì inumidirsi, schiudersi al piacere.
E anche l’uomo sembrò riacquistare una parvenza di erezione.
Si tolse i calzoni e mutande. Mise un condom.
-Come vuoi farlo?-, chiese lei. Continuava a toccarsi, quasi per gioco. La verità era che amava quelle sensazioni. Uomini o donne potevano essere partner eccezionali ma solo lei, lei soltanto, sapeva alla perfezione che punti toccare.
L’asiatico si mise in mezzo alle sue gambe e la penetrò. Lucy non sentì granché. Ce l’aveva proprio piccolo. Un microdotato, letteralmente. Le venne quasi da ridere.
Ma si contenne e finse godimento, emettendo versi che non necessitavano di traduzioni particolari. Una donna che gode ha un linguaggio che anche il più stupido degli esseri umani può comprendere.
Inginocchiato tra le sue gambe e apparentemente galvanizzato dal suo anismare, il nipponico continuò a pompare. Lucy si sfiorava i seni con aria trasognata.
Si avvinghiò con le gambe all’uomo, sperando di fargli guadagnare qualche centimetro di penetrazione e magari di poter aumentare le sensazioni che, al momento non percepiva in modo soddisfacente, per usare un eufemismo.
Lui, beatamente ignaro del fatto che la sua partner non sentisse esattamente quel gran piacere, continuò a darci dentro, sussurrando e mormorando parole in giapponese.
Ogni tanto ci inseriva qualcosa di inglese ma Lucy non ci faceva caso.
-Ahhh, sì…-, gemette lei. Il tizio ci stava dando dentro senza variare minimamente il risultato ma lei aveva un cliente da soddisfare e soddisfarlo implicava anche quello.
Lui affondò del tutto dentro di lei. Lei in quel momento riuscì a sentire marginalmente qualcosa. Ma fu breve: si ritrasse poco dopo. Lucy mentalmente stava chiedendosi se quel tizio non fosse stato alla sua prima volta. In tal caso tutto avrebbe assunto un significato chiaro. Era anche vero che, dopo la prima venuta, stava già durando di più.
Peccato che le dimensioni non fossero variate. Sconsolata ma decisa a far finire quella scadente copula, la nera mise una mano sul petto del giapponese. Lui la guardò.
-Aspetta. Fammi fare.-, disse lei. Cambiò posizione. Il giapponese sembrò al settimo cielo quando lei si mise sopra. S’impalò sul (piccolo) membro dell’uomo. Scese fino in fondo.
-Ahhh.-, sussurrò. In realtà lo sentiva appena poco più di prima però le toccava salvare le apparenze. “Cosa non si fa per arrivare a fine mese!”, pensò.
-TI piace?-, chiese. Il giapponese annuì. “Beh, almeno questo l’ha capito!”.
Cominciò a dettare il ritmo. Un ritmo parecchio veloce. Voleva che quell’uomo venisse presto così avrebbe potuto andarsene e andare a scopare con qualcuno che fosse all’altezza. Anzi, alla grandezza delle sue aspettative.
Il rumore umido dei loro corpi che strusciavano tra loro divenne l’unico sottofondo. Il giapponese strinse una delle tette di Lucy con brutalità. Lei trasformò la smorfia di dolore in un gemito compiacente. Lui continuò. Lei lo maledì mentalmente con anatemi che avrebbero potuto ucciderlo se solo avessero avuto il potere di farlo per mera volontà.
Ma l’uomo, beatamente ignorante del dolore e dell’insoddisfazione della nera, continuò.
“Cazzo, questo dovrà pur venire, prima o dopo.”, pensò lei.
Formulato quel pensiero, sentì il pene di lui avvolto dal condom emettere una scarica di sperma nella sua intimità. Lucy gemette, accasciandosi sull’uomo, che pareva spompato quanto lei.
O almeno quanto lei voleva sembrare spompata. La verità era che con uno così avrebbe potuto continuare per ore. Ma non ci sarebbe stato gusto a farlo.
Si alzò. Il membro di quel tizio le scivolò fuori dalla vagina con triste facilità.
-È stato bello…-, sussurrò. La bugia meglio recitata della sua vita.
-Sì.-, disse lui con un sorriso ebete. Le allungò dei soldi. La nera dissimulò il suo stupore.
Erano tanti. Più di quelli che lei avrebbe potuto chiedere. Il nippo le diede una penna e un pezzo di carta. Era magro e rachitico ma muscoloso. Compatto.
-Numero!-, esclamò. Oh no!
-Non ce l’ho…-, sussurrò lei, fingendo dispiacere. Non avrebbe scopato ancora con quell’uomo per tutto l’oro del mondo. Era stato patetico.
A lei non dispiaceva il sesso. Fosse cerimoniale, lento o selvaggio. Poteva persino accettare quelli che, ben forniti da madre natura, la fottevano fino a sfinirla. E non si faceva problemi con quelli che erano alle prime armi.
Ma tutto ciò a patto che, in qualche modo, anche lei ci potesse godere.
Invece quel tizio se ne era stra-fregato. Aveva pensato solo a sé e al suo minuscolo socio.
Mai più. Aprì la porta della camera sorridendo e salutando, giurando di non tornare.
Lo notò all’ultimo momento, appoggiato in un angolo su un piedistallo. Una spada corta…
Simile al Tanto usato dall’uomo che aveva impedito a sua sorella di divenire schiava di un pusher. Solo più lungo. Non poteva essere casuale. Uscì. Espirò, sentendosi meglio.
Ma era ancora eccitata, bagnata a dover essere corretta. Quel toccarsi le aveva acceso le voglie ma non l’aveva soddisfatta. E lei voleva, pretendeva soddisfazione.
Uscì dall’hotel. Decise.

L’uomo meditava. Il suono del telefono, il suo vero telefono, fece breccia nella sua contemplazione. Si alzò, con calma. Lo prese. Rispose.
-Pronto.-.
-Sono io.-, disse una voce nota, -Possiamo vederci?-, chiese.
Lui era pensieroso. In quel momento aveva un dubbio amletico su chi potessero essere quei giapponesi. Aveva scartato altre possibilità ma… Beh, era anche vero che continuare ad arrovellarsi non sarebbe servito.
-Certo.-, disse. Possibile che volesse anche solo parlare? No, decisamente no.
-Dieci minuti e arrivo.-, disse lei. Appese. Andò a versarsi un bicchiere di succo d’arancia.
Bevve. Andò in bagno. Mise a posto alcuni libri in disordine.
Poi sentì il citofono. Aprì.
Lucy entrò. Indossava dei leggins neri, un maglione e delle scarpe dal tacco vertiginoso.
-Ciao.-, disse sorridendo. L’uomo sentì il sangue affluire al bassoventre.
-Ciao.-, disse lui. La abbracciò. Al diavolo i problemi, per una sera poteva scordarli, no?
Si baciarono. Un bacio casto, a fior di labbra, da timidi innamorati ancora neofiti delle arti dell’amore. Lei gli sorrise.
-Mi mancavi, sai?-, chiese con espressione da bimba felice. L’uomo annuì, sorrise.
Lui invece avrebbe voluto, sperato e preferito che lei non si fosse ripresentata là. Ma che poteva farci. Non poteva salvare tutti. Sicuramente non da sé stessi.
Le scelte di Lucy alla fine erano sue soltanto, così come quelle dell’uomo stesso.
-Tutto bene?-, chiese infine. La nera sembrò assumere un’espressione bizzarra.
-Sento un certo vuoto dentro…-, sussurrò tra il serio e il faceto. Allusiva da morire…
L’uomo improvvisamente si accorse di avere un’erezione da primato.
-Aspetta… vado a fare la doccia.-, disse lei. Lui annuì. Lei sparì dentro al bagno. Lui sentì un rumore d’acqua che scorreva. Contò mentalmente fino a dieci. Poi si avvicinò al bagno, si spogliò, ed entrò. Lei era girata di schiena, completamente nuda, si godeva il getto d’acqua con voluttà. Lui entrò nella cabina.
-Non riuscivi ad aspettare, eh?-, chiese con un sorriso lubrico la nera. L’uomo si limitò ad appoggiarle il membro rigido sul sedere, in corrispondenza all’apertura del retto.
-Secondo te?-, chiese lui. La voleva. Enormemente. Lucy rise, divertita.
-Aspetta che mi lavo un po’… Sai sono stata con un cliente.-, disse.
Già ansimava leggermente, l’eccitazione permeava il suo tono di voce.
L’uomo le sorrise. Prese del sapone neutro e, senza chiedere o aspettare conferme, prese a insaponare i seni della nera. Lei gemette. Evidentemente gradiva.
-Continua… Vai più in basso…-, implorò. Lui scese, lentamente.
Le sue mani disegnarono un arazzo di schiuma sul corpo di lei. Scesero sino al pube.
-Mi sono rasata ieri…-, sussurrò lei. L’uomo sentì il membro turgido. Se continuava così rischiava di venire prestissimo. La donna si stiracchiò contro di lui, strofinando le natiche insolenti contro il suo pene. Il retto di lei parve dilatarsi, accogliere parzialmente quel visitatore già noto. Pareva come se lei lo invitasse a prenderla o forse si stava solo rilassando. In ogni caso l’uomo stava lottando contro la sua eccitazione ormai galoppante per riuscire a finire di aiutarla a lavarsi. Un’altra parte di lui avrebbe solo voluto penetrarla.
Ma si trattenne. Avrebbe rovinato tutto farlo subito e sarebbe stato un’immenso spreco. Avrebbero avuto tutto il tempo per farlo e farlo con calma. E comunque lui aveva sempre ritenuto la pulizia come fondamentale, anche e soprattuto per quanto riguardava il sesso.
Esitò per un lunghissimo istante, poi con due dita insaponate accarezzò le grandi labbra di Lucy. Lei emise un gemito.
-Oh… Ti prego… Fai in fretta. Voglio che mi scopi!-, esclamò. Lui, beatamente indifferente, percorse il profilo della vulva sino al perineo. La donna rabbrividì di piacere malgrado l’acqua calda. Le due dita si unirono e presero ad accarezzare la vulva con una tale lentezza che l’uomo stesso dovette farsi forza per non affondarle dentro o interrompere quel delicato rituale. La nera comunque gemeva in modo ritmato, seguendo i suoi tocchi. Lui la stava lavando. E allo stesso tempo la stava preparando a sporcarsi di qualcosa di meraviglioso.
Lui smise improvvisamente di dedicarsi alla sua intimità, e le sue mani accarezzarono l’interno coscia, andando sui lati. L’uomo si abbassò. Era inginocchiato dietro di lei. Ora a Lucy sarebbe bastato girarsi. Cosa che fece.
In un istante, la nera si trovò il viso dell’uomo all’altezza della vagina.
-Bastardo…-, sussurrò lei. Eccitata com’era voleva sicuramente essere presa.
Ma l’uomo in quel momento pretendeva di sentire la sua intimità con ogni senso. Incluso il gusto. Lucy capì. Afferrò la doccia puntando il getto in mezzo alle gambe.
Soffocando un gemito. Doveva essere vicina a godere.
In ogni caso, dopo l’acqua, arrivò la lingua dell’uomo. Lui già conosceva quella vulva. Ma farne nuovamente esperienza per lui era sempre fantastico. Un modo eccezionale per riscoprire qualcosa di noto e ignoto ad un tempo.
Iniziò a leccare l’esterno, entrandole dentro piano.
-Oh mio dio… Mi fai colare…-, sussurrò lei. In effetti l’uomo sentiva sulla lingua il sapore forte degli umori della nera. Ma anche lui ora voleva sentirla, sentire la sua grotta accogliere il suo stelo di giada.
Si alzò.
-Dove vuoi farlo?-, chiese a fior di labbra prima di baciarle il collo e il seno. Il suo pene sfiorava il pube di lei.
-Qui… adesso!-, esclamò lei ansimando. Si avvinghiò all’uomo, appoggiandosi al muro con la schiena. Lui non si fece pregare e, con l’aiuto delle dita, inserì il membro dentro le sue profondità.
Gemettero entrambi. Per lui fu quasi estatico sentirla così.
-Scopami… scompami forte!-, implorò Lucy. Aveva gli occhi semichiusi, gemeva a ogni sua spinta. Non era finzione. Le piaceva. Anzi, ne aveva bisogno.
Iniziò con movimenti lenti, voleva farglielo sentire tutto. E lei non si oppose, anzi. Già dai primi colpi di reni, l’uomo si accorse che Lucy stava già venendo una prima volta.
Ma non le bastava, così serrò la presa sulle anche di lei incominciò a pompare un po’ di più. La nera ansimò risucchiando aria come a volersi riprendere da quel primo e incredibile orgasmo. In realtà, le sue parole gli diedero modo di capirlo, ne voleva solo di più, fino a sazziarsi di lui.
-Scopami tutta, prendimi… ti voglio ancora!-, era incredibile come dimostrasse un’assoluta volontà di scopare. E lui non la deluse. Le affondò dentro sino ai testicoli, rischiando di venire. Lei gli morse il collo piantandogli le unghie nella schiena.
-Vienimi dentro, cazzo! Fammelo sentire per bene!-, esclamò lei. Lui si sorprese che fosse così scatenata. Comunque non voleva deluderla. Lei aumentò il ritmo. Lui sorrise e si dedicò ai suoi seni. Due minuti dopo Lucy venne di nuovo con una tale contrazione della vulva da quasi fargli male. Lui diede altri due colpi e le venne dentro. L’uomo e la nera si accasciarono a terra, l’una sopra l’altro, l’uno ancora dentro l’altra.
Perfetta simbiosi tra esseri in un momento di orgasmica armonia.
-Lo volevo tanto…-, sussurrò lei.
-Direi che l’hai avuto.-, sussurrò lui con un sorriso.
-Già. È stato molto bello. Tu si ché sai come si soddisfa una donna.-, disse lei.
-Grazie.-, disse lui, lusingato.
Rimasero lì qualche altro minuto, come a voler recuperare.
Poi si alzarono, lentamente, lavandosi con impegno e calma. Ogni traccia di lussuria aveva lasciato spazio all’assoluta consapevolezza.
E fu allora che Lucy iniziò a raccontare.
-Ero con un cliente. Un’asiatico col cazzo piccolo. Mi ha lasciata a secco… Quello strozetto.-, disse.
-Gli asiatici non sono proprio famosi per le dimensioni.-, disse lui sorridendo.
-Già. Ma quello era una roba che nemmeno con la lente… Ed era strano, tutto pieno di contegno e autorità, mi guardava come un oggetto e mi ha usata come un oggetto.-, disse lei. L’uomo non archiviò quel dettaglio come ininfluente, anzi, un dubbio stava iniziando a sorgergli. Che c’entrasse con la sensazione che aveva avuto?
-Dove l’hai visto, questo tizio?-, chiese.
-Vicino al cantiere di un nuovo palazzo a dieci piani della Nakamura Enterprise. Quello che stanno costruendo così rapidamente da qualche tempo a questa parte.-, disse.
L’uomo ricordò. Quel posto era dove un tempo sorgeva l’Airone Selvatico. La base di Bao Yi, la Farfalla d’Acciaio. Che lui aveva ucciso.
-Quel tizio era freddo, distante. Ed aveva una spada in camera.-, a quelle parole l’uomo la guardò, interrogativo. La spada poteva essere una coincidenza, oppure…
-Era una spada piccola, poco più lunga del tuo coltello, lì…-, sussurrò Lucy. Ora pareva improvvisamente inquieta.
-Sono… cattivi, vero?-, chiese.
-Sono cattivi. Sì, è molto probabile.-, disse lui.
-E li ucciderai?-, chiese la nera. Intanto si erano rivestiti leggermente. Lui coi boxer, lei con l’intimo. Si rivestirono del tutto dopo essersi asciugati.
-Lo farò.-, ammise lui.
-Perché?-, chiese lei, -Perché non riesci a darti pace? I morti sono morti. A loro non importa!-, pareva esasperata o sul punto di scoppiare in lacrime. L’uomo la abbracciò.
-Perché ai vivi importa.-, sussurrò all’orecchio della bella nera, dicendo poi altre tre parole.
-A me importa.-, disse soltanto. Come poteva spiegare? Era difficile, anche per lui.
-Tu vuoi solo vendicarti!-, esclamò Lucy. Ora pareva piangere. O prossima al pianto.
-Io voglio che nessun’altro si avveleni così. E perché questo succeda, quelli devono morire.-, disse lui, -L’hanno scelto loro. Non io.-.

Lucy si sentì male, quell’uomo l’aveva salvata, aveva salvato sua sorella.
Ma non avrebbe mai potuto salvare sé stesso.
Lo guardò. Una lacrima cadde dai suoi occhi per schiantarsi sulla mano dell’uomo.
-Ti amo.-, disse lei. Si sentì meglio per averlo detto ma sapeva era tutto lì.
-Lo so. Ma è un sentimento… che non posso più permettermi.-, disse lui.
-Perché?-, chiese lei. Non capiva. Non capiva assolutamente.
-Perché mi ha reso debole. Mi ha quasi ucciso. Mi ha portato a divenire questo. Ed è bastato un amore.-, sussurrò lui. I suoi occhi però parevano lucidi mentre parlava.
-L’amore può anche salvarti, no?-, chiese lei. Lui sembrò pensarci.
-Non lo so. Comunque tutto questo dovrà aspettare.-, disse lui.
Lei annuì. Lo baciò di nuovo. Un altro bacio rubato. Un’istante sottratto all’impossibile.
-Allora è meglio che io vada…-, sussurrò. Lui la accompagnò alla porta.
Non ebbe il coraggio di dirgli che era da due giorni che aveva interrotto l’uso della pillola anticoncezionale. E che quindi, molto probabilmente, lui l’aveva fecondata.
End Notes:
Commenti e critiche ad aleessandromordasini@gmail.com
Giri e Ninjo. by Rebis
Author's Notes:
Secondo sottocapitolo.
Decisamente più lungo del prologo.
La Città accolse Achiko come sempre. La sera ammantava quel posto di un oscurità che si limitava a fingere di dover lottare con la luce.
In realtà, giorno o notte, quel posto era oscuro e tale sarebbe rimasto.
Lo era quando lei c’era arrivata anni prima e lo sarebbe stato al suo andarsene, in un modo o nell’altro. La vittoria dell’oscurità le pareva scontata. Ma non le importava.
Bene, male… I morti non se ne curano.
Uscì dal terminal dopo le varie procedure. Prese un taxi. Si fece lasciare a qualche isolato dal suo hotel. Il tassista le scoccò uno sguardo lubrico che lei ignorò. Il grassone al volante in ogni caso si rivelò discreto. O forse era solo timido.
In ogni caso non tentò iniziative. La giapponese scese dal mezzo pagando il dovuto. Soldi e sistemazione non erano un problema: aveva già da tempo intessuto contatti, mantenuto relazioni e comunicazione con gente utile in quella metropoli.
Ora intendeva sfruttarli. Aveva trovato l’hotel grazie a un suo amico che ci lavorava.
Un secondo giro di contatti le aveva permesso di farsi portare la spada direttamente all’albego. Nessuno aveva fatto domande o protestato.
Avvolta in vestiti occidentali, Achiko si sentiva vuota, calma. In quel senso, la sua vita era una falsa vita. Era solo un’arma. Finito il suo compito l’avrebbe attesa l’oblio.
Ma le andava benissimo.
Odori le giunsero. Svariati. Fritto da una bancarella che vendeva patatine, fumo da un circolo di tre giovani che fumavano sigarette (sigarette?) e musica metal sparata a tutto volume da un gruppo di ragazzi attorniati da due giovani che facevano mostra dei loro corpi sinuosi. Le due sembravano davvero a loro agio nel ruolo delle (future) troie.
Achiko sospirò mentalmente. Quanto era avvilente! Capiva lo scrittore dell’Hagakure che aveva tanto denunciato la mancanza di valori dei suoi tempi.
Ma i valori erano mai davvero esistiti? Achiko credeva che i valori valessero solo per coloro che credevano in essi. Un valore, un’attitudine, era un percorso personale non qualcosa di pubblico.
Camminando lungo il marciapiede schivò di misura un ragazzino che andava a velocità sostenuta sullo skateboard. Fece un altro paio di passi finché non ebbe la netta sensazione di essere seguita. Non si voltò. Imboccò una serie di vie laterali. Meno gente. Più silenzio e soprattutto maggiore possibilità di ascoltare i suoi attorno a sé.
Sentì dei passi su una superficie bagnata. Non i suoi. Era dietro di lei.
-Ehi, bella!-, la voce fu anche peggiore dell’odore che si trovò a sentire.
Il tizio doveva essere sbronzo e probabilmente credeva di potersi prendere libertà che non gli competevano. Lei si limitò a tirare dritto.
-Bella, vieni qui! Il vecchio Jeffry non ne ha viste tante di donne come te! Sei vietnamita? Cinese? Oh, mi sono divertito con le cinesi! A Shanghai… E prima ancora nel Nam!-, il vaneggiare dell’uomo le risultava indifferente, almeno tale le risultò finché lui non le mise una mano sulla spalla. Una mano decisa a tenerla ferma. Forte, più di quanto le credesse.
-Le gialle ci sapevano fare… Lo succhiavano come se ne fosse andato della loro vita… E tu? Tu lo succhi? Vuoi succhiare la canna del mio fucile? Ho già il colpo pronto…-, sussurrò lui. Lei fece per divincolarsi. Lui strinse l’avambraccio attorno alla sua gola, bloccandole una mano lungo un fianco.
-Vedo che non sei molto di compagnia, troietta… Dovrò farti sciogliere un po’…-, disse il ributtante individuo. Puzzava d’alcool in modo atroce. Ma per sua sfortuna, Achiko aveva, tra le altre cose, conseguito il terzo Kyu di Aikido.
Afferrando il braccio che le comprimeva la trachea lo tirò in giù alzando l’altra mano. Creò lo spazio necessario a ruotare su sé stessa, mettendo in leva e poi sbilanciando quel povero idiota. Che cadde all’indietro in una pozzanghera di urina. Bestemmie random.
Lei nemmeno si girò a guardarlo, semplicemente continuò a camminare. Arrivò all’hotel. Poche o nessuna domanda. Arrivò in camera. Ora avrebbe cenato.
Poi avrebbe iniziato la sua personale indagine. Il primo passo della sua vendetta.

Nakamura guardò il risultato del suo felice esordio.
La Nakamura Enterprises era una società di copertura per il traffico di crack, armi, droghe varie e farmaci. E presto avrebbe conosciuto la vittoria finale.
Improvvisamente il telefono suonò, strappandolo alla contemplazione del nuovo palazzo.
-Pronto?-, chiese prendendolo e rispondendo.
Una frase gli venne sciorinata in giapponese.
Annuì, non esattamente infelice di quell’improvviso giro di eventi. Anche quello poteva trovare una soluzione nel piano che aveva intessuto. Il palazzo sarebbe stato solo una copertura, proprio come l’azienda. Il suo potere era da tutt’altra parte.
Comunque decise di attivare qualche sue fonte.

Ad Adele Kingsword la situazione non piaceva. Nakamura si era rivelato tronfio, sessista e decisamente disinteressato alle sue opinioni.
La kapa sospirò. Se non altro pareva sapere il fatto suo. E il fatto che avesse come copertura un’azienda capace di risollevare la martoriata economia della città era solo un bene. Ma questo la lasciava in una posizione di vassallaggio, di assistenza.
Perché quello era. Si stupiva della cosa ma sapeva anche di non poter fare nulla. Per ora.
“Pazienza. Pazienza.”
Era decisa ad agire ma lo avrebbe fatto solo quando ne sarebbe valsa la pena.
Uscì dall’ufficio, giungendo a quello di Njala. La giovane ancora lavorava.
-È permesso?-, chiese. La buona educazione all’inglese non l’aveva abbandonata.
-Entri pure, capo.-, disse la voce della nera. Lei entrò.
-Non sei stanca?-, chiese. Non poté fare a meno di notare la quantità di confezioni di schifezze a malapena commestibili vuote che riempivano il cestino accanto alla scrivania e il diagramma a tela di ragno che capeggiava sulla parete.
-Quanto tempo è che non mangi qualcosa?-, chiese con un sorriso.
-Beh, sa, con tutto il caso e il fatto che a casa non c’è mai nessuno, praticamente dormo qui…-, sussurrò la nera. Adele sorrise. Era davvero bella. Ma perché non portare avanti quella particolare partita? Perché no, eh? Tanto Nakamura ormai aveva preso in mano la situazione. Ed era un po’ che Njala le girava in testa…
-Allora stasera ceniamo insieme.-, disse Adele.
-Già mangiato, signora, mi spiace.-, disse l’altra con gli occhi bassi indicando una confezione di snacks che pareva più recente delle altre. Fonzies e una confezione di qualche zuppa già pronta. Il senso culinario di Adele Kingsword ebbe un sussulto agonico.
-D’accordo! Ma domani, quant’è vero Dio, vieni con me e mangi qualcosa di serio. È un ordine.-, disse con un sorriso incontenibile la donna.
-Sissignora!-, esclamò la nera. Sorrideva anche lei.

Njala non ci vedeva nulla di male. “Un pasto è solo un pasto, no?”
E comunque era stufa marcia di continuare a mangiare sempre e solo roba preconfezionata. Ma il suo ragazzo era il cuoco e le aveva ancora una volta detto che avrebbe dovuto seguire la sua squadra del cuore e blah, blah, blah.
“Ma se quella squadra di coglioni ti piace così tanto, perché non te la sposi?!?!”, in preda alla rabbia, Njala aveva deciso di dedicarsi anima e corpo al caso.
Se non altro, così si sentiva utile. Fosse stato per lei avrebbe davvero dormito lì.
Tanto a casa sua il letto era freddo da un po’…
-Perfetto allora ci vediamo domani.-, disse Adele con l’ennesimo sorriso.
La nera non poté fare a meno di sentirsi curiosamente a disagio. Ma ricambiò.

L’uomo passò la serata a informarsi. Nakamura Enterprises… Eccola!
Il loro sito internet supponeva fossero un conglomerato emergente, operante in svariati ambienti. Principalmente consulenza ma anche farmaceutica.
Un conglomerato che lo stesso Tomo Nakamura aveva fondato pochi anni prima con investimenti eccezionalmente azzeccati. Si era presto rivelata un azienda dalle notevoli possibilità. Con una crescita del genere veniva da pensare che dietro ci fosse qualcosa di non proprio pulito. Nakamura d’altronde poteva essere affiliato alla Yakuza.
E ora avevano deciso di trasferire il loro centro amministrativo laggiù. L’uomo non credeva fosse casuale. Ma questo suggeriva quantomeno che Nakamura si dilettasse in attività poco lecite. Eppure ancora non capiva quali. La Yakuza giapponese aveva più ramificazioni. Era difficile capire quale fosse la branca che aveva deciso di fare della Città il suo feudo privato. In ogni caso, intendeva saperne qualcosa di più. L’indomani sarebbe andato a ispezionare il cantiere di quel palazzo.
Ma fino all’indomani poteva prendere tempo.
Si sedette al tavolo. Le parole di Lucy gli rimbombavano in testa.
Ma lui sapeva di non potersi fermare. Era l’unico che poteva fare una cosa simile.
L’unico che avesse la forza per farlo!
Frustrato, afferrò il Tanto. Eseguì un taglio, estraendo l’arma e girando su sé stesso di centottanta gradi. Le illusioni svanirono con la velocità di un respiro. E rimase solo lui.
Rinfoderò l’arma con un leggero inchino e si sedette.

Il nuovo giorno vide Achiko camminare per le strade.
Chiaramente non poteva entrare e sfidare Nakamura. Non era neppure sicura di dove fosse. Ed era quindi il caso di informarsi, capire dove fosse il bersaglio. E non attirare l’attenzione. Si mosse lungo la Periferia, perfettamente mimetizzata tra la folla. La spada era rimasta in camera. Portava con sé solo un coltello forgiato sul modello del Tanto in una falda degli abiti e una pistola nella borsetta.
Tutto quel che doveva fare era capire se Nakamura fosse là o fosse invece rimasto prudentemente in Giappone.
Entrò in un vicolo e deviò verso il cantiere della Nakamura Enterprises Tower.

L’uomo guardò il consumarsi del solito spettacolo. La Chinatown della Periferia era semplicemente in degrado. Le metastasi asportate tempo prima dal collasso della Farfalla d’Acciaio avevano dato segni di putrefazione innescando una setticemia nel tessuto sociale di quel posto. Racket minori e pusher c’erano ancora.
Infatti, l’uomo ne ebbe una rapida dimostrazione.
In un vicolo un cinese discuteva animatamente con un giovane con l’aria del tossico.
-Cinquanta.-, disse il giovane, implorante.
-No. Duecento.-, ribatté l’asiatico.
-Settanta. È il massimo che posso darti… per favore!-, supplicò il giovane. Ogni pretesa di dignità era sparita. E l’uomo si accorse della verità.
Nessuno di loro si sarebbe voluto riprendere. Nessuno di loro aveva la forza per farlo.
Perché avevano scelto la schiavitù.
Ma lui… Lui aveva scelto la libertà e la vendetta. Per tutti quanti loro.
Avanzò.
-Io dico che tu te ne torni a casa a studiare e tu la pianti di vendere merda.-, disse estraendo il ferro. La pistola nella sua mano non tremava.
Il tossico sparì alla velocità della luce, senza guardarsi indietro o chiamare aiuto.
Il pusher alzò le mani. Sorrideva cercando un coraggio che non aveva.
-Ok… Possiamo fare un’accordo, no?-, chiese, cercando di sembrare spavaldo e risultando solo patetico e spaventato. L’uomo sorrise.
-Possiamo.-, disse, -Tu mi dici per chi lavori.-.
-Io… Io sono un indipendente, cazzo! Ho ancora un bel po’ di bamba! Roba della Farfalla d’Acciaio. Roba buona! La vuoi?-, chiese. Speranzoso. E illuso.
-No.-, rispose lui. La pistola emise un colpo di tosse. E il pusher cadde all’indietro con un buco in fronte.
L’uomo sospirò. Tutti così quegli idioti. Tutti convinti di poterlo comprare con qualcosa. E nessuno aveva capito che lui era ben oltre quelle tentazioni.
Il ricordo degli amici morti lo artigliava dai recessi della sua mente. La voce di quella ragazza era il suo sprone. Il suo mantra. Il ricordo del suo dolore gli infondeva la forza di fare ciò che doveva.
Il mondo aveva scelto di chiudere gli occhi. Di soprassedere.
Lui no. Lui avrebbe agito. Anche se nessun’altro l’avrebbe fatto con lui o gli avrebbe mai tributato un cenno di ringraziamento. Non lo faceva per quello. Non lo faceva neppure per mera volontà di vendetta. Era difficile spiegare.
E onestamente, al punto in cui era, il motivo per cui lo faceva non gli importava. Sapeva solo che se non l’avesse fatto, non sarebbe più riuscito a guardarsi allo specchio.
Trascinò il corpo sino a un cassonetto. Lo frugò. Eroina, crack. E coca. Molta.
Gettò tutto in un tombino prima di lasciare il corpo contro a un muro e andare oltre.
Poi sentì un grido di donna. La morte del pusher non sarebbe rimasta inossevata.
Meglio. Si avvicinò circospetto al cantiere. Operai. Molti.
E nipponici. Pochi, in completi occidentali. Parevano dei veri e propri businessmen.
Impettiti e fieri, troppo. E ingessati. Parevano proprio come dei manichini. Forse lo erano pure. L’uomo sorrise. Interrogare uno di loro sarebbe stato sufficiente.
Ma farlo avrebbe implicato la possibilità di colpire un povero cristo che non c’entrava nulla. E lui non era un selvaggio. Non uccideva indiscriminatamente.
In quel caso, doveva considerare un’altra strada.

Achiko guardava il cantiere. Procedeva spedito. Pareva che l’edificio fosse prossimo all’essere terminato. Decise rapidamente una linea d’azione.
-Scusi?-, chiese avvicinandosi a un giapponese impettito che lei riconobbe come Ori Kiriwaga, un sicario prezzolato della Yakuza. Non era affiliato a un clan. Era più un ronin, un mercenario, una pistola al soldo, una spada venduta. E pareva quasi una sentinella.
Ma Achiko non era stata stupida: si era tinta i capelli, dando loro una sfumatura castana. Aveva applicato un po’ di fondotinta in modo da sembrare una nippocoreana. Infatti l’uomo la guardò con assoluto disprezzo che neppure si curò di celare.
-Sì, cosa vuole?-, chiese Ori. Parlava giapponese, per evitare di essere capito da altri.
-Un informazione.-, rispose lei con un sorriso accattivante.
-Non sono un’ufficio informazioni.-, ribatté l’altro con ostilità malcelata.
-Peccato. Ero disposta a pagare.-, disse Achiko con un secondo sorriso. L’uomo parve mutare sguardo. Dentro di sé, la giovane esultò davanti a quel segno di cedimento.
-Mi dica.-, disse. Ori Kiriwaga era un venduto. Un falso Yakuza, schiavo di droghe e lussi che l’avevano reso un reietto nella sua cultura. Nonostante tutto era a suo agio in occidente. Forse più di quanto fosse nel Paese degli Dei.
In ogni caso, a lei non importava.
-Mi dica… Questo edificio è della Nakamura Enterprises?-, chiese.
-Sì.-, rispose lui, asciutto.
-E lei è della Yakuza.-, non era una domanda. L’altro si irrigidì. “Muovere l’ombra.”
-Come diavolo lo sai?!-, lei sorrise a quella domanda.
-Perché lo sono anche io.-, sussurrò. Mostrò il tatuaggio sul polso. Un tatuaggio di primo rango. Il rango più basso. Un peccato che sul resto del corpo, Achiko ne avesse molti altri.
Se avessero visto il suo corpo nudo, difficilmente gli abitanti della Periferia l’avrebbero riconosciuta come una dei membri di spicco della Yakuza e del Clan della Montagna Rossa. Ovviamente, Ori e i suoi avrebbero fatto eccezione.
Comunque il sicario si rilassò.
-Ah. Capisco. Le mie scuse.-, scuse false quanto i soldi del Monopoli, ovviamente.
-Mi chiedevo se ci fosse il Mitsuke.-, disse lei. Mitsuke era il termine usato per indicare un alto grado della Yakuza. Una sorta di controllore.
-Purtroppo non è presente. È in riunione con il Daimyo Nakamura.-, disse Ori.
Lei sorrise. Allora Nakamura era lì.
-Capisco.-, disse soltanto lei. Daimyo… Una parola che, associata al nome dell’uccisore di suo padre suonava tremendamente offensiva ma lei riuscì a restare calma.
-Intanto, tu ed io potremmo… bere qualcosa.-, propose lui. Sfacciato.
-Sarei un po’ impegnata…-, sussurrò lei, calmissima ma ferma.
-Insisto.-, disse lui. Lei notò che aveva posato la mano su una pistola che portava alla cintura. Achiko sospirò. Ovviamente doveva accondiscendere. Almeno per un po’.
Anche se il fine di Ori era ben chiaro.

L’uomo circumnavigò la base del palazzo. Un edificio moderno, anche troppo. Pareva procedere spedito. Interrogare quel giapponese non gli era stato possibile: il bastardo si era eclissato. Ma notò invece un altro asiatico che aveva preso per il polso una giovane. Pareva armato. Di certo si curava poco di nasconderlo. Non lo sorprendeva: da tempo sapeva che la polizia aveva stretto un tacito accordo con i mafiosi di mezzo mondo che erano arrivati laggiù. Non sorprendeva per niente che il mondo ignorasse quei crimini. Gli stessi maggiorenti della Città si concentravano su altro.
Lui no. Lui si era concentrato tanto a lungo su quella situazione, aveva attraversato il velo tanto in fretta da non rendersene conto. Era successo tutto in modo quasi automatico.
Forse alla fine lui meritava la follia. Meritava di soffrire.
Perché alla fine qualcuno doveva soffrire. Bisogna cadere per rinascere, no?
E poi vide una giovane. I due parlarono. Anche se era castana e apparentemente sconosciuta, all’uomo parve familiare.
Seguendo una sensazione piuttosto che una logica, l’uomo seguì la coppia.

Achiko odiava Ori Kiriwaga. Rappresentava tutto ciò che lei odiava.
Era un traditore, un venduto, un drogato e peggio di tutto quanto, un maledetto sfruttatore di donne. Quel che era peggio di tutto era il fatto che lui sapeva di aver fallito. Enormemente.
Ma celava il suo fallimento dietro uno sfrenato desiderio di ottenere tutto ciò che poteva. Come se l’arraffare droghe, donne e ricchezze potesse rendergli l’onore e la rispettabilità.
Per Achiko l’onore era un concetto semplice. Implicava avere qualcosa oltre a sé stessi. Ed essere disposti a dedicare a quel qualcosa tutto ciò che si era e che si aveva.
Per lei era la vendetta. Per sua madre e suo padre, il buon nome del Clan.
Ma Ori… Lui si viveva addosso. Non aveva mai lottato. Mai si era messo in gioco, mai sulla linea di fuoco. Mai aveva osato spingersi oltre i propri limiti. E nonostante fosse indiscutibilmente un buon sicario, era anche un debole.
La rispettabilità si guadagnava tramite le proprie gesta, buone o malvagie. Ori non ne aveva. Era un macellaio imbottito di droga e circondato da donne facili. Tutti sapevano quella verità ma nessuno parlava: Ori diventava una furia quando gli si accennava a ciò che realmente era. Curioso che quella furia si traducesse in omicidi alle spalle o morti sospette. Mai Ori Kiriwaga aveva affrontato un nemico a viso aperto.
Invece, Achiko sì. A sedici anni aveva affrontato Yukura Wakayane, un’idiota che si credeva chissà chi. Dopo un duello di quindici minuti, Wakayane non fu più un problema. La giovane aveva ancora una cicatrice, nascosta sotto un tatuaggio di rango all’altezza del petto.
Ori non poteva vantare simili scontri. Né vittorie, né sconfitte. Non si era mai misurato a viso aperto con un nemico. E quello, per Achiko, era il fallimento definitivo. Quello che mille successi non avrebbero mai potuto redimere.
Ma le andava benissimo così: Ori in quel momento era solo un peso. Appena si fosse distratto lei l’avrebbe ucciso, mandando un chiaro messaggio a Nakamura.
Ori sorrideva, la guardava e sorrideva.
-Sai, sono parecchio influente nella gerarchia. Posso farti diventare schifosamente ricca.-, disse. Lei si finse interessata. Chiaramente ucciderlo lì non era il massimo, non davanti a cinque diversi testimoni di cui probabilmente un guardaspalle di basso rango.
.Davvero?-, chiese, facendo la classica faccia stupita di chi non crede a ciò che sente.
-Certamente!-, esclamò lui, -Ma queste cose hanno un prezzo.-, disse poi.
-Un prezzo molto… piacevole.-, disse lei con un sorriso contento e lascivo. Ori sorrise.
-Possiamo parlarne in camera mia. È giusto nell’hotel qua vicino.-, disse il mafioso.
Lei si finse eletrizzata, attendendo il momento in cui avrebbe potuto piantargli il pugnale nel petto. Guardandolo in viso.

L’uomo seguì i due con nonchalanche. Sapeva di aver già visto quel viso e quella sensazione non lo abbandonava.
Notò un guardaspalle e vide un’altra cosa. La giapponese si guardava intorno. Circospetta.
L’uomo capì: non era un adescamento. Non era il tizio, il predatore. Lui era la preda.
Allora quella donna doveva essere se non un’alleata di convenienza quantomeno una possibile risorsa da sfruttare.
Che ci fosse una faida interna alla mafia nipponica giunta in città?
Beh, c’era un solo modo di saperlo. L’uomo iniziò a seguire quei due.
Andavano verso un hotel vicino. Il guardaspalle era attento. Ben più di quell’idiota del suo protetto che continuava ad osservare il profilo e le rotondità della donna che aveva al fianco. La quale sembrava persino più attenta del bodyguard stesso. L’uomo rifletté. Pensò che se c’era un solo ostacolo rilevante era proprio il guardaspalle. Giappoenese, testa rasata tipo monaco buddista ma gisuto un po’ meno. Barba e baffi, atletico ma non pompato. Presente ma non orgoglioso. Un cazzo di professionista.
Con lui sarebbe stata dura. Entrò nell’hotel poco dopo di loro. Merda, andavano in ascensore! Pensò alla svelta, vide che il tizio aveva preso la chiave numero duecentotré.
Tombola! Prese l’ascensore qualche minuto dopo di loro, apparentemente ignorato dalla receptionist bionda lampadata. Che non era neppure bruttissima. Ma in quel momento l’uomo aveva ben altri pensieri.

Achiko notò che oltre alle tradizioni, Ori aveva abbandonato anche la buona educazione: già in ascensore, le aveva molto impudentemente accarezzato la schiena finendo con l’appoggiarle la mano su una natica. E lasciarcela per qualche intollerabile secondo.
Lei sorrise. Era morta. I morti non percepiscono oltraggi di sorta.
Lui parve interpretare il suo sorriso come un assenso perché la mano si strinse in modo quasi impercettibile sulla natica della giovane. Achiko fece il vuoto nella mente.
Continuava a ripensare al giorno in cui un bastardo al servizio di Bao Yi l’aveva sverginata. Ma si fece forza. Quello era il passato. E lei doveva pensare al presente.
Gli sorrise con aria complice. Lui sorrise. Un idiota.
Il bodyguard dava loro le spalle. Non vide nulla. Arrivarono al piano. Achiko si preparò. Presto sarebbe rimasta sola con lui. Sapeva perfettamente bene che cosa dovesse fare.
Si concentrò sull’istante, scacciando ogni preoccupazione.
Sorridendo seguì l’uomo in camera sua. Mentre il bodyguard si piazzava all’esterno.

L’uomo arrivò al secondo piano, individuò subito il bodyguard. Questo sputò parole in giapponese. Un primo avvertimento cordiale e una seconda minaccia velata. Che la terza sequela di vocaboli fosse stata un insulto o un grido di allarme, lui non lo capì: aveva già estratto il Tanto e compiuto un fendente durante l’estrazione. Il nipponico aveva fatto un passo indietro, messo mano alla sua lama. Aveva attaccato con una stoccata al cuore. L’uomo parò ed entrò nella guardia. Il giapponese tentò di colpirlo ma lui fu in grado di neutralizzare calci e pugni. Riguadagnò la distanza.
Dannazione, ci stava mettendo troppo.

All’interno della stanza insonorizzata, Achiko aveva messo giù la borsetta ed aveva seguito il copione, lasciando che Ori Kiriwaga continuasse a palpeggiarla, godendosi il suo corpo. Quel porco pareva a suo agio in quella situazione.
-Spogliati! Ti voglio…-, mormorò lui. Lei annuì. Si tolse il maglione, l’impermeabile. Il coltello, attaccato alla cintura e i pantaloni. Aveva ancora una canottiera che nascondeva i tatuaggi e delle mutande che i più avrebbero devinito monacali. In realtà anche quelle nascondevano emblemi di rango tatuati sulla sua pelle.
Non meritava l’onore di una spada o di una lama, neppure la misericordia di un proiettile. Meritava di sentire la vita andarsene e rendersi conto di quanto poteva essere terribile la morte per chi aveva sempre e solo finto di vivere.
-Anche il resto.-, sussurrò lui. Aveva un’erezione visibile. Ed era ancora perfettamente vestito. Lei ammiccò, stupendamente sensuale in quel momento.
-Non preferiresti un massaggio?-, chiese. Dopo qualche esitazione l’uomo annuì. Su sua indicazione si sdraiò sul letto. Lei iniziò a massaggiargli le spalle.
-Ti piace?-, la risposta di lui fu un grugnito soddisfatto.
-E ti piace anche il resto? La coca, l’eroina, le droghe…-, lui annuì, perso nei suoi pensieri.
Le mani di Achiko raggiunsero il collo. I tocchi si fecero più decisi.
-E ti piace anche essere uno yakuza?-, chiese. Non attese risposta: prese a stringere sulle carotidi, privando il cervello del sangue ossigenato da cui dipendeva la sopravvivenza della mente malata di Ori Kiriwaga.
-Tu non sei uno di noi, Ori. Non sei nessuno. Solo un piccolo, patetico insetto. Che ora morirà da insetto.-, sussurrò lei. Ma Ori si rivelò forte o quantomeno deciso a procrastinare l’inevitabile. Riuscì a scrollarsela di dosso, anzi, la buttò a terra.
Achiko batté la testa. Se ne fregò. I morti non sentono il dolore.
Cercò di contrattaccare ma l’uomo riuscì a raggiungere una pistola.
-Chi sei?-, chiese. Era irato, impaurito e sorpreso. Achiko invece provava una calma abissale. Quel mero spettro di emozioni era tutto il contrasto che serviva per evidenziare il baratro che li separava.
-Nessuno.-, sussurrò lei. Lui alzò il cane.
-Beh, addio, miss Nessuno.-, disse Ori. Achiko si buttò a terra.
Lo sparo centrò un mobile, facendo un fracasso cane. La ragazza mirò e sparò. La pistola che aveva recuperato cadendo fece fuoco. Bucò la borsetta, trapassò la distanza e il Ki debole di Ori oltre alla carne, centrandolo in pieno stomaco. L’uomo si irrigidì. Lasciando cadere la pistola, cadde all’indietro. Achiko si alzò. Estrasse il pugnale di Ori.
-Ori, Ori… Trovare finalmente il coraggio di battersi. Lodevole! Meriti un premio!-, esclamò.
Estrasse il pugnale. Si mise a cavalcioni dell’uomo agonizzante. Odio puro negli sguardi.
-Meriti la morte che sarebbe dovuta essere mia se fossi stata una nullità come te!-, sibilò prima di affondargli il pugnale nel collo. Un turbine di sangue la investì.

L’uomo schivò un fendente. Contrattaccò, fallì ma sciabolò un calcio al ginocchio del bastardo. Il nippo incassò malamente ma rimase in piedi. Stallo. Erano entrambi ottimi schermidori. Ottimi guerrieri. E quello era il momento dove l’uomo doveva essere di più.
O dimostrarsi indegno di portare quell’arma.
Espirò. Si preparò a morire. Eseguì una capriola in avanti, annullando la distanza. Parò più per istinto che per abilità l’attacco in arrivo. E l’altra mano, armata di pistola, fece fuoco. Il proiettile da 9mm trappassò il cuore del giapponese e la forza cinetica lo scagliò indietro. Cadde contro la porta di una camera vicina.
Proprio in quel momento la porta si aprì. Lui puntò l’arma verso la porta.

Achiko se lo trovò davanti.
Si era rivestita ma aveva il viso striato di sangue. Poco male. Era uscita con la pistola in mano. Puntandola instintivamente contro l’individuo che aveva davanti, che a sua volta la guardava da dietro un mirino.
Mexican-standoff. Stallo messicano. Chi agisce muore e chi sta fermo muore.
Uno dei peggiori scenari possibili per qualunque pistolero.
L’uomo gettò un occhiata oltre la sua spalla senza per questo perdere di vista lei.
-L’hai ucciso.-, disse.
-E farò lo stesso con te.-, sussurrò lei. Il tono della sua voce era il taglio di una lama.

L’uomo la ricordava quella voce, era stato tempo fa. Alleati per forza e scelta.
La notte in cui la Farfalla d’Acciaio era crollata. Cercò il nome nella sua memoria. Sì…
-Achiko.-, disse, -Tu sei Achiko Mitsutune.-. Vide la sorpresa balenare negli occhi di lei.
Nessuno dei due abbassò l’arma. Tensione. Lei avrebbe sparato? Forse. Forse no.
-Non ti ricordi?-, chiese lui, attraverso il mirino.

“Mi conosce… Come può? Eppure il suo volto non mi è ignoto.”.
La mente di Achiko si arrovellò. Scavò nel passato recente e infine le sorse il ricordo. L’incertezza, il dubbio, si dipinse sui suoi tratti nobili e bellissimi.
-Qi?-, chiese, incerta. L’uomo le sorrise.
-Sai bene che quello non è il mio vero nome.-, disse, -Ma può andare. È un piacere rivederti.-. Un sorriso malcelato sul viso.
-Anche per me. Spero tu conosca un posto dove andare perché abbiamo appena sollevato un vespaio, temo.-, ricambiò lei. Le sirene della polizia eccheggiavano nell’aria.
Qualcuno doveva aver avvisato gli sbirri…
L’uomo annuì. Le indicò la scala antincendio, alla fine del corridoio.

Adele Kingsword mangiava. Con lei, Njala consumava un pasto che poteva essere detto decente. Una cotoletta di maiale al forno con contorno di patate.
-Dimmi un po’ Njala.-, iniziò Adele, -Come va?-.
-Abbastanza bene…-, disse la nera. Ancora un po’ abbottonata. La bionda sorrise.
-Il tuo ragazzo?-, chiese lei. Era cosa nota che alle donne piacesse parlare di relazioni.
-Ah, è perennemente assente. Per questo passo tanto tempo a studiare il caso del Giustiziere.-, rispose la bella poliziotta, sconsolata. Come volevasi dimostrare.
-Un vero peccato. Sei io fossi in lui, una come te non la lascerei certamente sola. Ma lo fa per lavoro?-, chiese ancora la kapa.
-Beh, no. Lo fa per via del calcio.-, ammise a malincuore la giovane.
-Il calcio?!-, chiese Adele, incredula. Era davvero shockata. Com’era possibile?
-Già. Pare che gli interessi più quello che… tutto il resto.-, disse Njala con una tale afflizione da poter essere commovente.
-Meriti di meglio, se vuoi la mia opinione.-, disse Adele con tono accorato.
-Infatti gli ho dato ultimatum ma… non sembra capire. Lei che farebbe, capo?-, chiese la bella nera. Adele tracannò un sorso d’acqua. “Eccoci alla fase critica…”
-Primo, non darmi del lei. Chiamami Adele, qui non siamo in centrale.-, disse.
-Ok, Adele.-, si corresse l’altra, -Tu cosa faresti?-.
-Secondo. Uno così io lo lascerei subito. Senza contare che con una bella ragazza come te… bah, non dovrebbe neanche pensare di uscire di casa.-, Adele pensò che forse si era spinta un po’ troppo in là con quell’affermazione ma ormai il dado era tratto.
-È che a lui non sembra importare. Cavolo, non riesco a ricordare l’ultima volta che l’abbiamo fatto.-, ammise Njala. La capa sorrise.
-E chi ti obbliga ad aspettarlo?-, chiese. Njala parve pensarci un istante.
-Beh, nessuno…-, iniziò l’altra ma fu interrotta improvvisamente: il cellulare di Adele suonò. La donna imprecò mentalmente in maniera tale da rischiare di esaurire gli improperi noti. “Proprio adesso?!”, si chiese con esasperazione. Comunque rispose.
-Pronto?-, chiese. Le notizie non furono buone.
-Ok. Arrivo.-, sospirò. Guardò Njala. Chiuse la chiamata.
-Abbiamo novità.-, disse. Come lei, la nera parve rammaricarsi per l’interruzione del pasto.

Nakamura guardava quello spettacolo con l’occhio di chi si aspettava tale avvenimento.
In realtà, Adele se ne accorse presto, i suoi lineamenti celavano una rabbia enorme, un fiume sotterraneo di furia che implorava per essere liberato. Un crescendo emotivo che teneva a bada con la mera volontà. Accanto a loro, Njala e altri due agenti prendevano nota, sbarravano col nastro segnaletico gli ingressi alla camera, interrogavano i presenti…
Nakamura e la bionda uscirono dalla stanza.
-È iniziata.-, disse con calma il giapponese. Era una calma gelida. Fredda.
-Se posso permettermi…-, iniziò Adele Kingsword.
-Non puoi. Il tuo unico compito è continuare a salvare le apparenze.-, disse il mafioso nipponico, interrompendola, -È così che dev’essere.-.
-Ma è evidente che qui sono almeno due le persone. Una pare essere stata una donna. L’altro è, come al solito, il nostro killer. Il Giustiziere.-, ribatté Adele, -Comunque per una volta abbiamo un identikit parziale. Il problema è che è molto attento a non lasciare tracce. Sarà difficilissimo trovarlo e…-, Nakamura sollevò una mano.
-Io mi occuperò di questa faccenda. So chi è la donna. Si chiama Achiko Mitsutune, anche se è ben probabile che viaggi sotto falso nome. Capelli neri, occhi scuri, connotati asiatici simili a quelli di qualunque altra giapponese.-, disse con decisione.
La kapa scosse il capo.
-Ma secondo la testimonianza la donna aveva i capelli castani e…-, iniziò ma si fermò quando si rese conto di quanto fosse inutile proseguire. Era evidente che l’uomo avesse le sue fonti. E che fossero molto affidabili.
Sospirò. Quella era la parte che non capiva: perché non voleva aiuto?
Avrebbero potuto mettere al muro quei due molto in fretta se solo l’avessero accettato. Invece no…

Nakamura guardò il corpo di Ori Kiriwaga. Un’idiota, un vanesio parvenu che aveva preteso assurdamente di riuscire a ottenere rispetto e onore con l’apparire invece dell’essere. Si trattenne dal ingiuriare l’uomo morto ai suoi piedi.
Poi lo vide. Un solo carattere giapponese, inciso nella fronte dell’uomo.
“Disonore. Cosa volevi dire? Il tuo disonore? È questo che ti spinge a farlo? O è qualcos’altro? Il suo disonore? Il mio aver preso il potere che ha disonorato tutti noi? Vivi in un mondo di fantasie, Achiko. Abbiamo bisogno di un leader. E quel leader sono io. E tu avresti dovuto avere il buon senso di capirlo e farti da parte. Ma non credere che non capisca, o non provi a farlo. Stai facendolo per tuo padre. Nonostante tutto, nonostante l’essere stata ripudiata e disonorata, lo fai per lui. Ti farebbe onore. Se tu potessi ancora averne. Sei stata disonorata e questo, l’essere venuta qui a sfidarmi, è stato il tuo errore finale.”. Il pensiero fu rapido. Si alzò. Tributò un cenno di rispetto al corpo del guardaspalle di Ori. Yorai Ling. Mezzo cinese, era sempre stato un buon elemento. Ovviamente il non essere puramente giapponese gli aveva precluso molti privilegi ma aveva sempre saputo servire e, cosa più importante ancora, non aveva mai rifiutato un confronto diretto.
A differenza del non-compianto Ori.
Non che importasse. Nella morte, gli uomini sono tutti uguali. È davanti alla morte, che si vede l’uomo.
Nakamura uscì dalla stanza. Una poliziotta di colore si avvicinò.
-Se permette, prendiamo in consegna i corpi per l’autopsia.-, disse con zelo. Lui annuì.
E sorrise. Achiko era tornata a sfidarlo. Dalla sua famiglia e dal suo retaggio, lui si sarebbe aspettato che lei si togliesse la vita. Invece no. Ma a quello avrebbe posto rimedio in fretta. Estrasse il cellulare e compose un numero.

La loro fuga fu rapida e silenziosa. L’uomo condusse Achiko lungo un dedalo di strade e stradine, un depistaggio volto a impedire che qualunque inseguitore o poliziotto potesse aver modo di comprendere il cammino da loro scelto.
Comunque alla fine si fermarono. Specificatamente nell’hotel in cui Achiko alloggiava sotto falso nominativo. La giovane entrò in camera. Lui la seguì. Calmo.
Curiosamente sentiva come una vibrazione, una sensazione che lo staccava dalle cose normali. Si sentiva allo stesso tempo disperso e a casa. Forse perché la giovane era simile, molto più di quanto ad entrambi piacesse pensare, a lui.
Achiko era sparita in bagno e l’uomo si limitò a sedersi su una sedia e stare immobile.
In attesa. Pensoso, meditabondo.
Era evidente che i giapponesi non erano animati da interessi economici legali. Il loro interesse verso la Periferia era volto al dominio da parte di un ramo della Yakuza.
Rumore d’acqua scrosciante giunse dal bagno. L’uomo però era quantomai lontano dalle speculazioni erotiche autosuggestionate.
La sua mente faceva connessioni. E il risultato che stava uscendone non gli piaceva. Proprio per nulla. Martin Priest era uno dei tanti pusher, uno fra i tanti. Forse appena un gradino più in alto ma pur sempre un signor nessuno nel regno del putridume.
Hektor e Augustus erano solo dei gregari. Boss da quattro soldi che si erano ritagliati una nicchia di influenza. Anche loro però, volenti o meno, facevano capo a qualcuno. Nel caso di Augustus, avevano paura di qualcuno…
Ma la Farfalla d’Acciaio e Yuri Borykov, loro erano tutt’altra pasta. A ben pensarci, forse anche El Chapo poteva far parte di una simile cerchia.
Ma era tutta pura teoria, priva di fondamenti e prove. Aveva senso. Ma un senso astratto.
Eppure Yuri e Bao Yi avevano un impero, una buona stretta sulla Periferia. El Chapo no. Allora la sua teoria andava a cadere… Posto che El Chapo non fosse stato a un livello differente. Che il suo impero non si misurasse in distanze o misure di valore bensì tramite differenti criteri. Possibile? Sì, forse sì.
Scosse il capo. Si concentrò sulla tesi principale.
Yuri e Bao erano stati uccisi. Ora qualcuno era arrivato a prendere il posto di Bao Yi e lui sentiva che non era accidentale. Troppo fortuita come coincidenza.
No, qualuno doveva avere interesse ad assumere quel posto. Come se fosse un messaggio. Di che tipo? Semplice: “potete ucciderci ma torneremo sempre.”.
Il potere del cane. Per quanto si colpisse duro, il male trovava il modo di rialzarsi.
Ma lui avrebbe continuato a colpire. Ancora e ancora. Finché avrebbe avuto un alito di vita avrebbe sferrato ancora un colpo in più. Poi…
Poi forse la gente si sarebbe scrollata di dosso il sonno, o forse no. Non gli importava.
Non era solo per la gente addormentata che agiva.
Lo scroscio d’acqua terminò, distogliendolo dai pensieri. Un istante dopo Achiko emerse dal bagno. Indossava un kimono bianco. L’uomo non poté fare a meno di pensare che quell’abito fosse in qualche modo fuori posto su di lei. Il bianco in Giappone era considerato essere il colore della morte. Ma Achiko era viva.
E si era lavata i capelli. Ora rivelava il suo colore naturale oltre all’incarnato più chiaro.
“Sì, ora posso dire che corrisponde al ricordo che ho di lei”, pensò l’uomo.
Non che importasse realmente: l’aspetto esteriore era ininfluente. Gli individui erano ben di più di questo. Erano scelte e moventi di scelte. Erano quelle cose a determinare chi o cosa fosse una persona. E la motivazione di Achiko, a lui pareva lampante.
La giovane, come lui, voleva vendetta.
-Abbiamo molto di cui discutere.-, iniziò lei. Lui annuì.
-Allora cominciamo dal principio, no?-, chiese. Iniziò a chiedere di quei giapponesi e dei loro legami col crimine.

Njala guardò il computer, imbronciata.
I nuovi dati non facilitavano nulla. Le impronte digitali reperite erano ignote e nessuno aveva mai sentito parlare di quella tale Achiko Mitsutune. Quella donna era un fantasma,
Così come il Giustiziere. Ma il Giustiziere era un fantasma con cui lei aveva parlato.
Si massaggiò le tempie. La luce tremolò. Sospirò, la testa le doleva. Imbruniva.
E lei era già stanca. Avrebbe davvero avuto bisogno di svuotare la mente. La febbre che l’aveva colta qualche giorno prima era stata rapida e spietata.
Di certo non aveva voglia di ripetere la sgradevole esperienza.
Allungò la mano verso una confezione di Aspirine e sorbì una compressa.
-Che casino…-, sussurrò. E lo era davvero: gli indizi si ammassavano e lei non trovava alcun modo di trarvi l’identità del Giustiziere. Aveva controllato. Stando agli archivi, nessuna persona somigliava a quella che aveva visto… Inoltre c’era Montoya, che era divenuto improvvisamente un fantasma. E ora… compariva quella donna.
La nera sospirò di nuovo, scuotendo il capo. Era stanca. Avrebbe voluto liberare la mente in qualche modo. Era un po’ che non si permetteva una canna. Ma negli ultimi tempi aveva deciso di darci un taglio. Almeno per un po’. Certo che se il suo ragazzo si fosse rifatto vivo…
Basta! Decisa e arrabbiata, prese il cellulare e gli scrisse di decidere: o lei o il calcio.
Inviò il messaggio con soddisfazione.
Poi attese. Passò un minuto, dieci, venti, quaranta. Poi il messaggio di risposta.
“Tra noi non può funzionare, non rispetti i miei interessi.”, Njala rimase bloccata, indecisa tra il piangere, il ridere e il gridare la sua rabbia a un cielo indifferente.
Alla fine si limitò a scagliare il cellulare sulla scrivania prima di assumere una postura abbandonata sulla sedia.
Come faceva quel coglione a dire una cosa simile? Non gli aveva mai fatto scenate, mai neanche un commento. Una sola volta o due aveva tentato di fargli cambiare idea ma lui aveva tagliato corto promettendo che si sarebbe saputo regolare. Come no!
E lei era rimasta a subire così a lungo, fino a quel giorno, quando aveva compreso che la sua vita e la sua felicità valevano ben di più di quell’idiota.
E ora era sola. Per certi versi, per molti, era meglio così.

-Quindi se ho capito bene è questo Nakamura che tira i fili, giusto?-, chiese con calma l’uomo. Aveva ascoltato Achiko raccontare per sommi capi la storia e ora si sentiva in grado di poter trarre conclusioni.
-Sì. Era uno dei luogotenenti di mio padre prima di tradirlo. Io lo ucciderò, fosse anche l’ultima cosa che farò.-, giurò la giovane asiatica. L’uomo annuì.
Aveva la sua stessa determinazione. La stessa identica volontà di andare avanti. Anche se ormai l’inizio della strada era ben distante, le vie del ritorno bruciavano alle spalle e il futuro era tinto a scarlatto e cermisi.
Ma l’uomo vedeva qualcosa di più, un’assoluto disinteresse verso la propria vita. E allora capì. Stava guardando una morta, parlava con una donna che sarebbe già dovuta essere sottoterra da tempo.
E annuì.
-Io ti aiuterò. Nakamura è il male. Un male contro cui io lotto da molto.-, disse soltanto. Lei annuì a sua volta.
-Domani andremo a cercare un mio contatto nella Yakuza. Uraeshi Shinko. Abbastanza in basso da essere avvicinabile, abbastanza in alto da essere informato.-, disse la giovane.
Lei ordinò da mangiare. Pollo al curry e insalata. Per due.
L’uomo annuì. Meglio lasciare che fosse lei a decidere come agire. In fondo, era più informata di lui sulla Yakuza. Lui avrebbe seguito. E suggerito, eventualmente.
-E tu, Qi?-, chiese lei, spezzando i filo dei suoi pensieri.
-Io cosa?-, chiese lui di rimando.
-Cosa ti spinge a continuare? L’ultima volta eri un demone implacabile, la volontà fatta carne. Hai impressionato Bao Yi. E ora… ora sembri ancora più risoluto.-.
L’uomo si fermò. Aveva la risposta. Ma anche lui aveva una domanda.
-Volontà, come hai detto.. Dimmi, invece tu ne sai parecchio della Yakuza. Ne fai parte?-, chiese. Era inevitabile come domanda ma se l’era posta da parecchio.

Achiko non tradì emozione alcuna. I morti non si sorprendono.
Annuì. Mostrò i tatuaggi che aveva sulle braccia. Partendo dai polsi arrivavano alle spalle.
-Mio padre era il capo del Clan della Montagna Rossa prima di morire. Ma è stata di Nakamura l’idea di portare i nostri affari quaggiù. In questo paese dimenticato dagli dei.-, sussurrò con tono di disprezzo. Ma l’uomo parve limitarsi ad annuire, di nuovo.
-Chi ti ha addestrato?-, chiese lei.

-Il destino. Il fato. Il Karma, se sei buddhista.-, rispose l’uomo con assoluta calma.
Era vero. Aveva avuto insegnanti, vari. Ma nessuno di loro lo avrebbe mai creduto capace di diventare ciò che era divenuto.Le forme, i kata, le tattiche e la manutenzione si potevano imparare ma diventare quel che era divenuto era ben altra storia.
-Perché indossi un kimono bianco?-, chiese lui, approfittando del silenzio creatosi.

A quella domanda la ragazza si chiuse. Achiko non amava parlarne. Era un residuo di vita che paradossalmente si nutriva del suo stesso diniego della morte.
Ma i morti non provano vergogna.
-Perché a tutti gli effetti, io dovrò morire. Ti prego di non chiedermi altro al riguardo.-, disse lei. Fronteggiò lo sguardo di Qi con dignità, come se l’uomo avesse potuto decidere di insistere. Da lui se lo sarebbe persino aspettato. Perché no? In fin dei conti era stato irriverente con Bao Yi.
Ma lui si limitò, ancora ad annuire. Rispetto. Per lei e per sé stesso. Una qualità rara.
-Chi eri prima?-, chiese. Quella era una vecchia curiosità. Qualcosa di cui liberarsi.

Quella era una bella domanda.
-Molte cose.-, ammise l’uomo, -Uno studente. Un’amante. Un idiota.-, disse, -Quindi eri solo una spia della Yakuza?-, chiese. L’asiatica fece un convinto cenno di diniego.
-Ero molto di più.-, ammise.
-Amavo Bao Yi. Avrei dovuto distruggerne l’organizzazione ma mi trattenni. A lungo. Poi sfruttai il tuo arrivo. E la mia stessa rabbia verso la donna che mi aveva indegnamente accantonata.-, disse. Non pareva pentita. Guardandola l’uomo capì. Achiko aveva un contegno notevole già di suo, che lui ricordasse, ma lì… a lui pareva che lei non fosse completamente là e allo stesso tempo fosse totalmente presente…
-E perché dicevi di essere un’idiota?-, chiese lei.
-Lo sono stato. Cieco e idiota. E spezzato. Per poi venire riforgiato dal maglio del fato.-, confermò lui, -Non mi sono accorto… Ho creduto che ce l’avrebbero fatta, che sarebbero cambiati. Ma nulla è cambiato.-. Tacque per un lungo, lunghissimo istante, ponderando la domanda dopo.
Aveva già capito molto.
-Cerchi la morte?-, chiese infine. E Achiko chiuse gli occhi, come meditabonda.
-Non la cerco. So che sarà lei a trovarmi. Ed è da parecchio che sono pronta.-, sussurrò lei. L’uomo annuì. Avevano qualcosa in comune oltre a uno scopo. La cena giunse.

Adele bussò. La voce di Njala le rispose. Aveva una sfumatura che la donna non riuscì a identificare. Ma era sicuramente ammantata di emozioni non propriamente liete.
-Tutto bene?-, chiese.
-Tutto male.-, rispose la nera. Aveva gli occhi lucidi, -Ha scelto il calcio.-.
-È uno stronzo.-, ribatté la bionda. Si avvicinò.
-Già. Ma era il mio stronzo.-, disse Njala soffiando il bel naso in un fazzoletto che le porgeva la kapa. Cestinò il fazzoletto un secondo dopo.
-Uno stronzo che non ti meritava. Meriti di meglio.-, sussurrò suadente Adele.
L’altra non parlò, guardava il monitor. Abbattuta.
-Senti, io tra un po’ stacco… Che ne dici se andiamo a casa mia o anche a casa tua e… facciamo qualcosa?-, chiese con un sorriso d’incoraggiamento.
-Nessuna famiglia?-, chiese scettica la nera. Si scostò una ciocca di capelli dal viso.
-No. Nessuna famiglia. Nessun legame.-, rispose Adele Kingsword con un gran sorriso.
Quella notte si sarebbe fatta Njala. Sicuro quant’era vera la terra su cui poggiava i piedi.
La bella nera annuì, con aria quasi indifferente. Quasi. Ma la bionda le sorrise.
-Ci vediamo tra mezz’ora.-, sussurrò.

Era stato il peggior pollo che Achiko avesse mai mangiato ma i morti non sentono distinzione tra buono o cattivo e i pasti non erano eccezione a tale regola.
-Parlami di Shinko.-, disse l’uomo, strappandola ai suoi pensieri.
-È un pesce piccolo. Bazzica pusher e puttane. Taglieggia qua e là. Molto sicuro di sé. Ma anche prudente. Non un idiota come Ori. Va avvicinato con prudenza.-, disse Achiko.
-Ha una base fissa?-, chiese lui. Lei annuì, ricordava anche quale fosse.
-Un sushi bar.-, rispose. Quando gli disse l’indirizzo, l’uomo trasalì.
-Ci ho mangiato… prima di presentarmi da Bao Yi.-, disse lui. Lei si soffermò a pensare a quanto strane fossero le coincidenze. Il destino creava reti che intrappolavano ogni uomo. E lei e gli altri potevano solo continuare a lottare contro la marea.
Come in un poema di Yates che aveva letto anni prima, una vita prima.
“Una battaglia impossibile, ma ci sono battaglie che vanno combattute, indipendentemente dall’esito che possono avere.”, pensò con amarezza.

L’uomo la guardò. Il kimono bianco era rivelatore: era un modello da suicidio. Roba antica, risalente al milleseicento. Era Tokugawa. Sicuramente non proveniva da quell’epoca ma era certamente ispirato ad essa.
Era il kimono dei morituri, di coloro che dovevano commettere seppuku.
E non sarebbe dovuto essere vestito a mo’ di abito comune ma venire indossato solo in quell’occasione. Quindi Achiko sarebbe dovuta essere morta.
L’uomo pensò che fosse un classico. Giri contro Ninjo. Un concetto noto in Giappone e tristemente vivo in ogni uomo.
Ciò che è il dovere che si scontrava contro i desideri del singolo individuo. L’ambivalenza dell’essere umano resa manifesta.
E tuttavia, quello era l’eterno conflitto. Continuo e assoluto.
Il conflitto che ogni uomo combatteva dal suo primo istante sino all’ultimo respiro.
-Divertente. Dovrò tornare laggiù e non per il sashimi…-, disse. Achiko lo guardò.
L’uomo ammise che forse quella battuta era stata veramente pauca. O forse la giapponese non aveva alcun senso dell’umorismo. Per una volta che tentava di fare un po’ di humor… Ma non si sorprese: nel loro mondo, sul livello in cui erano, mentalmente ed eticamente lontani da tutto e tutti, non c’era riso.
Se non quello di qualche demone malefico, consapevole che il mondo era ostaggio dell’apatia e che i soli in grado di scuoterlo si stavano massacrando inutilmente tra loro.

Achiko ripensò a qualche tempo prima. I dati nella chiavetta di Bao Yi erano cifre, contatti, nomi. Suo padre le aveva spiegato di voler prendere possesso completamente della rete della Farfalla d’Acciaio. E ora a lei sarebbe toccato distruggerla. Del tutto.
Guardò fuori. Si era fatto tardi.
-Per oggi direi che puoi restare qui. A me non dai fastidio. E casa tua certamente non sarà dietro l’angolo.-, disse.
L’uomo accettò e ringraziò.

Njala stava finendo di scrivere qualcosa quando Adele entrò.
-Fine del turno.-, disse. La nera parve incredula.
-Scusa… mi ero distratta.-, mormorò.
-Qualche nuova pista?-, chiese la bionda, speranzosa.
-No. Solo molta teoria. Troppa teoria.-, sospirò la poliziotta con aria stanca.
-Beh, per stasera puoi accantonare tutto questo, no?-, chiese Adele con un sorriso.
-Immagino di sì.-, ammise Njala. Pareva persino rilassata.
-Dai, andiamo a casa mia. Ci guardiamo un film… Ho preso questo DVD che non ho ancora avuto il piacere di guardare, ordiniamo qualcosa da mangiare e chiaccheriamo un po’. Hai bisogno di staccare dalla situazione.-, disse la kapa.
La nera balzò su con un sorriso.

-Perché lo fai, Qi?-, chiese Achiko.
-Per lo stesso motivo per cui lo fai tu.-, disse lui, -Vendetta.-.
-C’è dell’altro. Se volessi solo vendicarti ti saresti limitato a colpire quelli che ti hanno rovinato e spezzato.-, rispose lei.
Acuta. L’uomo dovette ammetterlo. Inutile negarlo. Achiko non era una stupida. Anzi, era quanto di più vicino a lui egli avesse mai trovato. Simile fino a quasi poter dire di essere uguali. L’anima gemella, sotto questo profilo.
Ma lui ci aveva rinunciato. Tempo fa. La sua anima gemella, o quella che aveva creduto tale se ne era andata. A disgregarsi tra il delirio indotto dalla droga e i sensi di colpa, priva della volontà di cambiare le cose.
Lui invece era rimasto. Ad accettare finché non aveva deciso che la misura era colma.
Ma invece di rivolgersi a delle autorità in cui non riponeva più alcuna fiducia, aveva deciso di essere lui l’autorità. E questo l’aveva alienato a quella che i più chiamavano vita.
-Già. Immagino che a un certo punto io abbia… esagerato.-, ammise.
Era falso e vero ad un tempo. Era vero perché Achiko aveva ragione: se avesse solo voluto la vendetta, si sarebbe limitato a uccidere i pusher che avevano fornito la roba ai suoi amici. Gli ignobili che avevano permesso all’inferno di entrare nella sua vita.
Ed era falso perché non aveva esagerato inconsciamente. L’aveva fatto per scelta. Aveva iniziato da pochi di loro. Criminali colti in modo occasionale. Poi aveva risalito la scala gerarchica che si era creata in quella Perfireria dimenticata dagli dei.
E non si era fermato. Abbattere Bao Yi e la sua organizzazione, cancellare Augustus El Rey o Borykov non era bastato. Una parte di lui era spaventata, pensava di essere divenuto come loro. Un bastardo assetato di sangue. Un idiota con la pistola, un illuso che credeva di fare del bene, raccontandosi quella favoletta per nascondere il fatto di essere diventato un serial killer pure a sé stesso. In verità non gli importava.
Da tempo aveva voltato le spalle al concetto di paradiso e inferno.
Da tempo aveva smesso di pregare per il perdono di dio o chi per lui.
La sua anima era quel che era. Nera o bianca che fosse, pura o impura. Ma erano quelle le sole scelte? In quel momento se lo chiese.
-Pensi forse che ci siano solo bene e male?-, chiese.
-No. Noi siamo diversi. Abbiamo deciso per una diversa dimensione, un punto di vista differente.-, la giovane gli sorrise, con aria melanconica e feroce ad un tempo.
Già. Era così. Gli altri facevano i moralisti, dicevano che quel che loro stavano facendo era sbagliato. Ma solo perché non avevano vissuto quel che avevano vissuto loro.
La ragazza non gli aveva detto nulla riguardo il suo passato. Aveva detto di essere stata… ripudiata dalla sua famiglia. Beh, ora anche lei era sola. Completamente e totalmente. Come lui.
E perdendosi per tutti gli altri, si erano ritrovati con sé stessi. Valeva ben di più.
-Tu saresti dovuta morire vero?-, chiese con calma, -Il tuo kimono è color della morte.-.
Lei annuì, impassibile.
-Come me. Non vivi solo per la vendetta. Il tuo è un atto di giustizia.-, sussurrò l’uomo, comprendendo che anche in quello erano profondamente simili.
-Sono solo le 21.01. Il sushi bar sarà ancora aperto.-, disse lei. Si alzò, e così lui.
-Andiamo a prendere quel bastardo.-.

Il film era una noia. Ma se non altro, impedì a Njala di pensare alla situazione. Lo schifo di cui era circondata la stava inglobando, intrappolando in un bozzolo di stasi. Sentiva che la sua vita era uscita dai binari e non sapeva come farla tornare sulla giusta strada.
Prima il Giustiziere, poi il fidanzato che la lasciava… Che merda.
-Vuoi qualcosa da sgranocchiare?-, chiese Adele. Sedute sul divano maxi nella casa della bionda, si stavano guardando un film intitolato Promessa. Parlava di un tale che faceva una promessa a una donna e subiva tutta una serie di peripezie per mantenerla. La nera non aveva seguito granché. In verità ci aveva provato finché non si era accorta, circa a metà del film, di essere semplicemente incapace di non pensare.
Così era scivolata in un passivo stato di quiescenza, seduta/sprofondata nel divano. A osservare quella casa che doveva avere tre volte lo spazio del suo monolocale e costare almeno cinque volte tanto.
Il film terminò coi due che si baciavano felicemente nella miglior tradizione dei romanzi rosa. A Njala sarebbe venuto da piangere, se le fosse importato realmente qualcosa.
Ma quello era il punto: non le importava. Aveva capito che da tempo non gliene fregava nulla di ciò che faceva il suo ragazzo. Dopo l’ultima clamorosa bidonata al loro primo (e ultimo) anniversario, lei si era limitata a considerarlo utile solo come sfogo per le sue voglie. Non che lui fosse mai stato quel granché. Bravo a vantarsi, come tanti, finché non giungeva il momento di far vedere quanto realmente valesse.
Ed era risultato ben chiaro che valeva poco.
Il calcio era divenuto alla stregua di una religione. Persino il sesso, l’amore stesso gli si era subordinato e la bella nera era rimasta nel letto. A imparare l’arte del fai da te.
Era stupefacente che quell’idiota l’avesse potuta trattare così ma era doppiamente stupefacente il fatto che lei l’avesse permesso. Non l’aveva mai tradito. Forse per un implicita e insospettabile virtù, forse per paura. Ma ora non aveva importanza. Non più.
-Fidanzato a parte, che fai nella vita?-, chiese Adele.
-Oh, non molto. Leggo, principalmente.-, rispose lei con un sorriso.
“E fumo canne. Ma se lo sapessi mi butteresti fuori a calci, sia da casa tua che dal corpo di polizia.”, pensò.
-Che genere?-, chiese la bionda, curiosa.
-Un po’ di tutto. Sono una divoratrice di libri…-, sorrise rispondendo Njala.
-Niente bar, locali, discoteche o serate fuori?-, inquisì la kapa.
-Una volta. Quando ne valeva la pena, quando ero libera e non avevo il ragazzo o non tornavo devastata a casa dal lavoro.-, ammise la nera.
-Beh, mai dire mai.-, sussurrò Adele.
Njala si accorse che erano vicine. I loro visi erano vicini. Più del solito.
-Ho un po’ di vino di là. Ti va?-, chiese con calma la padrona di casa.
“Perché no? Tanto peggio di così la serata non può andare…”.
-Ma sì, volentieri.-, rispose, tenendo per sé i suoi pensieri. La bionda andò e tornò in pochi istanti. Detto fatto: calici pieni fino a metà di un ottima annata. La nera bevette, lasciando che il vino invecchiato due anni le annichilisse i pensieri. Non era un estimatrice delle bevande alcoliche ma in quel momento non le importava particolarmente. Le rilassò i nervi, il cuore e il cervello.
E le fece sentire un calore nell’animo. Sospirò di gradimento.
-È un regalo di un mio ex. Uno davvero bravo a letto, devo dire. Se vuoi te lo faccio conoscere.-, disse Adele. Njala si fermò… Non aveva afferrato bene o…
-Beh, c’è da dire che aveva l’aria supponente di chi ne sa. Ma che vuoi che dica. Gli uomini hanno questi difetti. Le donne invece… sono come uno stocco. Le donne quelle coi cojones, come dicono in Messico, sanno essere altrettanto coraggiose e crudeli. E tu di che tipo sei, Njala?-, chiese la bionda.
-Io…-, iniziò lei. Si rese conto improvvisamente che Adele si era avvicinata, il suo viso era vicino. Vicinissimo. Si sorprese ad essere eccitata.
Non era lesbica e non si era mai considerata bisex ma il momento, la situazione, persino la compagnia e il vino… tutto la stava accendendo come una candela. Ed era tanto che non si sentiva così. Fanculo! Chiuse gli occhi, in attesa di qualcosa che sapeva sarebbe arrivato.
Il bacio arrivò e cristallizzò il tempo, frammentando lo spazio a quella stanza e la distanza in diminuendo tra il suo corpo e quello della bionda.
La lingua di Adele le dardeggiò in bocca. Fu folgorante. Njala cercò di fare qualcosa ma le uscì solo un gemito. Il corpo aveva smesso di ascoltare la mente. Le sensazioni soppiantavano gli intenti. Perché agire? Andava bene così. Voleva essere un po’ coccolata, amata. Era chidere troppo? Il fatto che la bionda le avesse dolcemente ma decisamente attirato il viso verso il suo fu un segnale che no, non era troppo.
E per la nera sarebbe bastato un solo istante. Quel bacio l’aveva scossa. Aveva annichilito il passato, relegato il futuro in un cantuccio della mente e ridotto il presente a quell’azione.
Lasciò semplicemente che le cose facessero il loro corso.

Il sushi bar di Shinko era piccolo e insignificante. Proprio come lui.
Achiko sorrise. Predatoria.
-Come la gestiamo?-, chiese l’uomo accanto alla giovane.
-Entriamo. Chiediamo di Shinko. Ci appartiamo e lo facciamo parlare.-, disse lei.
-E se non dovessero permetterci di vederlo?-, chiese l’uomo.
-Oh, in tal caso li convinceremo della validità della nostra necessità!-, esclamò lei.
In realtà sentiva vicina la vendetta e non voleva privarsene. Sperò che i suoi avi e suo padre la stessero guardando. Pregò guidassero la sua mano una volta ancora.

Se Adele Kingsword aveva una droga, lo poteva onestamente confessare, era il potere. Il potere in ogni sua forma. Quindi anche il potere sulla gente e sull’eccitazione della gente.
Amava giocarci un po’ prima di soddisfarla. Capirne punti forti e deboli.
E poi dominare.
Nel caso di Njala, il punto debole era l’estrema carenza d’affetto. Cosa che ora lei stava tentando di rimediare, baciando la nera. In verità in quel momento la sua partner era come una vergine. Pudica, timida, timorosa ma anche profondamente e segretamente eccitata.
E Adele non avrebbe mai permesso a una simile eccitazione di venire ignorata…
Sarebbe stato ingiusto, no? Scese ad accarezzare il collo della bella donna che ora rispondeva ai suoi baci con una passione che pareva persino vestigiale. Quasi come se avesse paura di sbagliare. Era tesa.
-Lasciati andare.-, le sussurrò all’orecchio prima di baciarle il collo. Sentì la nera rabbrividire e fremere. Si chiese quand’era stata l’ultima volta che Njala aveva provato simili sensazioni. Sicuramente doveva essere passato molto tempo. Non riusciva proprio a capire come quel becero avesse potuto ignorarla ma poco importava: ora c’era lei.
E avrebbe fatto sì che Njala provasse quelle sensazioni. In modo… esagerato.

Njala si spinse appena un pelo più in avanti.
-Continua…-, sussurrò all’orecchio di Adele, -Continua.-. Si sentiva bagnata. Di già?
Ricambiò baciando la bionda sul viso e sul collo. Cercando di metterci un decimo dell’abilità di lei. La sentì gemere. Sorrise.
“Allora non è così difficile… E perché dovrebbe esserlo?”. Fu l’ultimo pensiero consapevole della serata: Adele si staccò. La guardò.
-Vogliamo… proseguire?-, chiese. Njala non ci pensò neppure. Perché pensare?
-Sì! Sì, ti prego….-, sussurrò. Si aspettò che i baci riprendessero ma, con sua somma delusione, Adele si alzò. Andò verso un’altra camera. Njala rimase interdetta.
Voleva essere seguita? Andava a prendere qualcosa o a spogliarsi? Doveva iniziare a spogliarsi o avrebbe defraudato la bionda e sé stessa di quell’atto?
Troppe domande tutte assieme.
Adele tornò pochi istanti dopo. Vestita come prima, sorridente come una bambina felice.
E con una piccola scatoletta con sé.

Pochi minuti prima dalle ombre erano usciti esseri tangibili.
Come spettri, avevano attraversato la città, arrivando sino al sushi bar.
visi coperti dai cappucci, mani inguantate, avevano calcato le strade inosservati e inuditi, sino al bersaglio. Il sushi bar era un piccolo edificio a sé stante. Struttura in stile orientale con tanto di lampade con iscrizioni propiziatorie di buona sorte. Lo spettro più alto storse il viso. L’altro spettro indicò la porta in un muto segnale.
Tempo di agire. Entrarono.
Il sushi bar non era molto frequentato a quell’ora. Un paio di asiatici mangiavano pigramente. Un’occidentale ammetteva la propria incpacità di manovrare le bacchette chiedendo invece una forchetta. Camerieri nerovestiti si aggiravano tra i tavoli.
Uno di loro raggiunse il duo. Probabilmente intimorito, chiese cosa desiderassero.
-Vogliamo vedere Shinko.-, disse lo spettro più basso con voce femminile risoluta e dura quanto l’acciaio di Bizen. Il cameriere fece per rispondere che il padrone era indaffarato. Ma una cospicua somma di denaro lo convinse a disturbare Shinko.

La scatoletta fu posata con deferenza sul tavolo. Njala spalancò gli occhi, curiosa ed eccitata. Adele le sorrise, elettrizzata al pari.
-Ci servirà, credimi.-, disse soltanto, criptica. Njala si chiese cosa mai potesse servire loro di più di ciò che già avevano in un simile frangente. La bionda le rivolse un sorriso.
La scatola fu aperta. Cocaina.
La nera trasalì, scioccata. Lei si era sempre limitata alle canne. Ora invece scopriva che Adele Kingsword si faceva di coca. La stessa, forse, che la polizia occasionalmente riusciva a intercettare. O forse no. Il suo cervello si gettò in un’ipotesi dietro l’altra.
Intanto la bionda preparò con naturalezza inquietante due strisce.
-Vedrai… lo farà diventare indimenticabile.-, le sorrise ancora. Njala non riuscì a ricambiare il sorriso. La guardò, ancora incapace di cancellare l’espressione scioccata sul suo viso.
-So cosa stai pensando. Pensi che io sia una drogata. Ma non è così. La uso solo in casi speciali, per momenti importanti. E ora…-, si chinò e sfiorò le labbra della nera con un bacio rapido e fugace, -…È decisamente un momento importante.-.
-Io…-, iniziò l’altra. Ma le parole le morirono a metà frase. Una parte di lei voleva riprendere quel bacio, quello che aveva sentito. E questo implicava accettare la cocaina.
Un’altra parte avrebbe voluto alzarsi e scappare.
-Lo so che tu ti fumi le canne.-, disse Adele sorridendo. Lo stupore di Njala salì di un ennesima tacca, sforando decisamente quel che era il limite. Fece per parlare, per dire che non era mai arrivata fumata in centrale o che non aveva mai consumato ganja durante turni di servizio. Ma la kapa le sorrise ancora. Benevola.
-Questa qui fa un altro effetto. La ganja ti rilassa. Questa ti da quella scarica di energia… Ti rende ipersensibile. È come un’eccitante solo migliore. E non ti dà dipendenza.-, garantì la bionda. Su quello Njala era molto scettica: c’erano fior di drogati là fuori che non riuscivano a smettere, che elemosinavano per poi spendersi tutto in una dose. Molte delle donne che si vendevano al migliore offerente si facevano di quella roba.
-È… scioccante.-, sussurrò infine ritrovando l’uso della parola.
-Cosa? Sapere che il capo della polizia sniffa coca? Sapere che sono bisex? O sapere di essere oggetto delle mie attenzioni?-, chiese Adele. Sorrideva ancora.
-Credo tutto insieme.-, ammise la nera.
-Devi solo abituarti all’idea.-, ribatté Adele. Estrasse un biglietto da visita e rese le strisce quasi perfettamente geometriche. Spostò lo sgurdo dal tavolino alla poliziotta e da lei alle strisce. Un muto invito.
Njala comprese improvvisamente di essere a un bivio. Poteva prendere e andarsene. E ricominciare la sua vita solitaria. O poteva fare un balzo nell’ignoto.
Adele la fissava. Calma. Ed eccitata? Forse. Sicuramente pareva molto più controllata della nera, che sapeva di avere una faccia bizzarra. Un’espressione insicura.
Stava per rifiutare, stava per dire qualcosa, per temporeggiare o implorare ma la bocca di Adele scivolò sulla sua e il bacio profondo che si scambiarono le strappò ogni vestigia di autocontrollo che le rimanesse. Sentì una mano della bionda scenderle lungo la schiena.
Ma la donna si fermò.
-Forza.-, disse soltando. E Njala capì. Capì che il Giustiziere aveva torto. Cosa poteva mai essere una sola volta? E poi, stando a sentire la kapa, non causava dipendenza. Quindi…
Abbassò il capo sulla striscia. Pareva farina.
-Tappi una narice con un dito, ti abbassi, inspiri e la tiri dentro al naso. Così.-, disse Adele con un sorriso. Poi mise in pratica quanto detto. Rimase ferma un istante, a occhi sbarrati.
-È una bomba!-, esclamò. Njala tentò di fare lo stesso. Si chinò, tappò una narice e…
Fu come se il cervello le fosse esploso tipo fuoco d’artificio. Si sentì come se le avessero sparato in vena una siringata di adrenalina. Guardò Adele. Sapeva di avere un espressione simile alla sua, se non proprio completamente uguale.
-Allora?-, chiese sorniona Adele. La nera si accorse di star tremando.
“Il sistema nervoso… Questa roba lo fa girare al doppio della velocità… Porca puttana, lo sapevo! Ah, merda, magari ci resto pure! Ma chi me l’ha fatto fare?!”.
Ma conosceva già la risposta. Lei. Lei stessa. Lei e Adele. E se poteva accusare la bionda di averle messo davanti la striscia, era stata lei a decidere di farsela.
-Taci e vieni qui!-, esclamò. Come? Non avrebbe mai osato chiederlo a nessuno fino a qualche minuto prima. Ma era solo la coca, o no?
Forse stava solo tirando fuori un lato del suo carattere. Forse aveva solo voglia di godere.
In ogni caso Adele le sorrise. La baciò, palpeggiandole i seni da sopra gli abiti.
E Njala fece lo stesso. Merda, i vestiti in quel momento erano davvero un’intralcio. Lei voleva sentirla. Voleva tutto.
-Spogliati!-, esclamò. Pur avendolo chiesto con tono implorante, la voce le uscì come un ordine quasi ringhiato. Sorrise. Non capiva. Non riusciva a capire se quel che stava dicendo era tutto dovuto alle sostanze ingerite o a lei. Comunque chi la kapa sorrise.
-Ah, no! Mi spogli tu bella! E io spoglio te. Non sai quanto ho aspettato di sentirtelo dire.-, rispose Adele. Iniziò a toglierle la maglia. Njala si accorse di star ridacchiando.
Si diede da fare con gli abiti della bionda, per non essere da meno.
Njala imprecò quando il suo primo, goffo, tentativo di slacciare il reggiseno di Adele fu coronato da un fiasco. Il secondo però riuscì. Il gancetto cedette e lei abbassò rapidamente le spalline, quasi strappando l’indumento alla proprietaria.
I seni della donna, dalla pelle chiara e dai capezzoli rosa scuro evidenti come punte di matita, erano leggermente più piccoli dei suoi. Adele invece le sollevò la maglia e una canottiera sotto, solo per scoprire che la nera non portava reggiseno. Le davano fastidio. I suoi seni erano grossi, scuri come la sua pelle d’ebano e dai capezzoli appuntiti.
-Hai delle belle tette…-, sussurrò la bionda, in estasi. Lei sorrise, compiaciuta.
-Grazie. Anche tu.-, sussurrò a sua volta. La bocca della bionda calò a farla tacere. Njala sospirò di piacere e voglia quando due dita le pinzarono dolcemente un capezzolo. Cavolo, voleva godere! Lo esigeva! Ma… Adele era completamente diversa.
Da chiunque lei avesse mai avuto il piacere di conoscere tanto a fondo in passato.
In primis era una donna e questo avrebbe dovuto semplificare le cose. In realtà in quel momento, Njala si sentiva come una naufraga. Il suo unico appiglio erano dei sensi impazziti e la consapevolezza di voler assolutamente il piacere nella sua massima forma.
Improvvisamente si ricordò che entrambe ancora indossavano qualcosa.
Il cuore le batteva tanto rapido da farle temere un infarto. Ma di minuto in minuto si rendeva conto di quanto quella paura fosse immotivata.
Si abbassò a baciare i seni della bionda. Sentì un gemito sfuggire alla bocca della kapa.
E poco dopo una mano le alzò la testa. Si sentì colpevole senza un motivo logico.
-Prima finiamo di spogliarci, no?-, chiese Adele. Sorrideva ancora ma ora nel suo sorriso c’era una componente lasciva e lussuriosa che Njala sapeva bene essere condivisa.
La nera si accorse improvvisamente che l’altra mano della bionda le era entrata nei calzoni. E le sfiorava la vulva da sopra la biancheria intima.
“Oh merda…”, la parte razionale della sua mente (che non stava esattamente al 100%) realizzò l’ambiguità della cosa: lei fatta di coca che si stava facendo scopare dal suo capo, per di più donna. La parte emotiva del suo cervello sospese i ragionamenti.
Infilò le mani nei pantaloni della bionda e li fece scendere. Li appoggiò… non ricordava dove. Adele sorrise, felice. Indossava uno string rosso. Sicuramente fatto per sedurre.
Sicuramente con Njala aveva successo.
Sorrise a sua volta quando notò che i suoi pantaloni erano aperti. Cambiò posizione per permettere alla sua partner di toglierglieli. Lei invece indossava un tanga nero, a tratti si era spesso chiesta il perché di una simile scelta di abbigliamento. Ormai tanto…
Ma la vita a volte può riservare sorprese.

La sorpresa di Shinko fu notevole. Seduto in poltrona stava godendosi un pompino da manuale elargito da una prostituta. Lei veniva da qualche paese che lui non si era dato la pena di memorizzare. A lui non importava. La ragazza dai capelli rossi era una gajin, una barbara (termine usato dai giapponesi per indicare tutti coloro che non appartenevano al popolo del Paese degli Dei) ed era pure brava. In cambio di una striscia di coca e un pagamento in denaro, si era subito messa a disposizione dello Yakuza.
Erano anni che Shinko era lì. Che l’obuyun del Clan fosse cambiato non lo impensieriva per niente. Lontani erano anche i pensieri relativi agli affari. E lontano era il pensiero del suo compito: raccogliere informazioni (cosa che aveva fatto egregiamente).
Shinko non era uno Yakuza come gli altri. Non gli interessava fare carriera nell’organizzazione. Aveva già tutto quel che poteva volere. Potere, rispetto, soldi.
E poteva portarsi a letto ogni troia su cui metteva gli occhi.
A lui bastava. Sorrise beato, spingendo il capo della rossa sul suo membro, obbligandola a prenderlo in gola. Lei non protestò. Lui sorrise. Felice come una pasqua.
Che quella città continuasse pure ad affogare nel sangue e nella merda. Lui avrebbe continuato a vivere così, a suo modo. E libero.
-Vuoi mettermelo dentro?-, chiese la rossa, interrompendo per un istante la sua fellatio.
Shinko la guardò. Aveva seni belli grossi, più di quelli di sua moglie e di qualunque altra giapponese avesse mai visto. Ma a colpirlo erano i capelli. Erano rosso ramato. Una cascata di rame. Le natiche della giovane erano altrettanto belle. Non pronunciatissime, però…
In verità Shinko aveva voglia di infilarglielo dentro. Inutile negarlo, quella era eccezionale! Anche se doveva dire che la migliore era stata una nera. Una che si era concessa per una cifra non da poco. Ma era valsa ogni singolo centesimo di quella cifra. Avevano iniziato alle sei di sera per finire alle due di mattina. Shinko era venuto qualcosa come quattro volte, prendendola in ogni posizione possibile e ringraziando gli dei per quell’esperienza. Lei lo aveva sfiancato, mettendoci un’impegno e una passione notevoli. Non aveva preteso nulla da lui, se non un bicchiere di saké.
Annuì alla rossa, tornando al presente. La rossa s’impalò sopra di lui . Shinko notò quanto fosse sfondata. Era evidente che quella fosse nel giro da un po’…
Poco male. Lasciò che fosse lei a muoversi assaporando l’esperienza. Gemette. Rilassato. In una quiete e una pace che non avevano a suo dire nulla da invidiare al Nirvana.
Poi sentì un rumore. Qualcosa che cadeva. La ragazza rallentò il ritmo. Lo guardò. Lui scosse il capo. Sicuramente non era niente di importante.
E poi la sorpresa si rivelò. La porta fu spalancata da un calcio e due figure entrarono. Una impugnava una pistola. L’altra aveva una spada in mano. Una Wakizashi.
-Shinko. Ne è passato di tempo.-, disse una voce femminile. La sorpresa di Shinko divenne paura.
-Achiko?-, chiese riconoscendo la voce e parte del viso della giovane.
-Già. Pensavi fossi morta, immagino. E da un lato hai ragione. Ma ho ancora qualcosa da fare.-, disse lei. Shinko notò che l’uomo accanto a lei non diceva nulla. O non capiva il giapponese. Come la rossa che, impalata sul membro del giapponese che si afflosciava aveva l’aria di chi voleva solo andarsene da quella stanza.
L’ufficio di Shinko era una mistura di oriente e occidente. Un computer apple, MacBook Pro per la precisione, contendeva la scrivania a una statua di Buddha in tek. La Wakizashi di Shinko (inutilizzata da parecchio) aveva un posto d’onore su un mobile Ikea all’ultimo grido. Il tappeto occidentale faceva da contraltare alle scritture sul Bushido e ai diplomi di Shinko esposti in bella mostra alle pareti. La poltrona di design americano contrastava col suo occupante orientale. Un porta-incensi indiano (regalo di un amico) diffondeva soavi profumi da sopra un mobiletto in vetro acquistato qualche anno prima.
-Che cosa vuoi?-, chiese sibilando Shinko. Strinse la ragazza a sé, pronto a usarla come scudo.
-Nakamura.-, rispose lei. Lui sospirò. Sapeva che sarebbero arrivati a quel punto.
-Non posso… Mi ucciderà.-, disse, improvvisamente spaventato dalla richiesta.
Achiko annuì. Poi prese un bastoncino di incenso acceso. E senza nessun riguardo, sfregiò il foglio col codice dei Samurai appeso alla parete. Shinko imprecò.
-Non ne sei degno. È da quando sei qui che hai smesso di esserne degno.-, spiegò la giapponese con calma.
-Sei pazza! Nakamura ti ucciderà!-, esclamò lui. La gajin si divincolò piano, come indecisa su come agire. Lui la strinse, più per avere una difesa che per altro.
-Forse. O forse no. Tu hai due possibilità: dirmi dov’è e vivere o non farlo e morire.-, disse Achiko, -Ma non sarà una morte piacevole. E prima che tu te lo chieda, la tua guardia del corpo è morta. Abbiamo tutta la notte per farti sputare dov’è Nakamura.-.
Shinko valutò le alternative. L’uomo non aveva parlato ma si era spostato. Era tra la scrivania e le sue spade. C’era una pistola nel primo cassetto della sua workstation ma prima di prenderla sarebbe morto almeno tre volte…
E in più c’era il fatto che la troia che aveva addosso impediva a loro di sparargli. Non che volessero farlo. Finché non parlava poteva uscirne vivo. Non si faceva illusioni: né l’uomo né Achiko erano tipi da pietà. Si vedeva. Ma poteva negoziare. Salvarsi la vita. E ricominciare da qualche altra parte. Sorrise. Lasciò andare la donna. Lei si sollevò in modo rapido e agitato. Raccattò i suoi vestiti e uscì senza neppure rivestirsi o prendere i soldi che lui aveva lasciato sulla scrivania. Terrorizzata.
-Vi dirò ciò che so. Basta che non mi uccidi.-, disse con calma lui.
-Hai la mia parola.-, disse Achiko in risposta. Shinko sospirò di sollievo. Sapeva di essere disgustoso ai suoi occhi. Ma non gli importava: sapeva anche che per quella giovane la parola data era cosa sacra. Sorrise conciliante. Incurante della sua nudità.
-Io so dove si trova la sua assistente che è anche sua sorella, Yoshiko Nakamura. Si trova in una villa poco fuori città per affari. Così isolata è un bersaglio perfetto.-, sorrise.
Consapevole che la sua vita lì era finita.
Achiko annuì. Shinko sorrise di nuovo. Aveva risorse, avrebbe ricominciato.
Beatamente inconsapevole di un fatto.
-Ti sfugge una cosa.-, disse in inglese l’uomo. Lo stupore di Shinko si ripresentò quintuplicato. Lo guardò interrogativo. E consapevole che il suo sguardo non era per nulla amichevole. Anzi. E allora comprese. Fece per aprire il cassetto. Era a metà del movimento quando due colpi lo centrarono alla spalla. Cadde all’indietro sulla poltrona.
Rivolse uno sguardo implorante ad Achiko ma la voce dell’uomo lo inchiodò.
-Io non ti ho dato proprio nessuna garanzia che saresti rimasto vivo.-.
Altri due colpi di tosse, altri due crateri al centro del suo corpo…

Achiko si voltò. Furente. Alzò il wakizashi all’altezza del viso di Qi, la punta a un paio di centimetri dal suo volto. Lui non si mosse se non per abbassare la pistola.
-Perché?-, chiese, inviperita, -Gli avevo dato la mia parola!-.
-La tua. Non la mia. Io l’ho ucciso perché avrebbe ricominciato da qualche altra parte. Avrebbe ripreso a vendere veleno e a esigere pagamenti che vanno oltre i semplici soldi. Era un cancro che andava estirpato.-, sussurrò Qi. La giovane comprese che aveva ragione. D’altronde anche lei era disgustata da quell’uomo. Ed era inutile che iniziassero a uccidersi a vicenda. D’altronde lei era morta. I morti non hanno onore da rivendicare.
-E ora?-, chiese.

L’uomo stava per rispondere quando lo sentì. Un clack. Agì d’istinto.
-Giù!-, esclamò. Buttò a terra la giapponese col peso del corpo, caddero avvinghiati mentre una raffica passava alta sulle loro teste, trapassando la porta e le pareti fragili in cartongesso dell’ufficio. Lui puntò la pistola verso la parete. Sparò quattro colpi. Sentì un grido. Almeno uno dei possibili nemici era a terra a giudicare dal tonfo che sentì poco dopo.
Un tizio in vesti casual entrò, col mitra spianato. Achiko si era rialzata. Picchiò di piatto col wakizashi sull’arma prima di fare un passo tagliando il petto del nemico in diagonale. La lama era affilata abbastanza da poter sezionare un’uomo senza troppi sforzi. Un gyser cremisi indicò che l’attacco era stato sufficiente. Un istante prima che quello cadesse un ultimo proiettile lo centrò al collo. Il tizio che arrivò dopo era un giapponese con due wakizashi. Un esperto a giudicare dalle mosse che faceva.
L’uomo fece per sparare ma un “clack!” gli fece capire che aveva calcolato male le munizioni. Forse non aveva ricaricato prima di prendere quell’arma. In ogni caso scagliò la pistola contro il nemico. Una parata mandò l’arma a sbattere contro l’incensiere.
Non servì. L’altra spada affondò. Achiko parò ma non aveva calcolato l’altra arma. Retrocedette un’istante più tardi del dovuto e la lama aprì un squarcio cremisi nella sua spalla destra. La ragazza non si lasciò sfuggire alcun gemito: trapassò il nemico con il tanto che portava alla cinutra, spaccandogli il cuore.
-Tutto bene?-, chiese l’uomo. Altri passi. La giovane annuì. Ma si vedeva che la ferita non era esttamente così lieve come avrebbe voluto. L’uomo recuperò la pistola. Sollevò la manica della veste di Achiko e sparò quattro colpi.
-Questa farà un po’ male.-, avvisò prima di appoggiare la canna rovente a cauterizzare la ferita. Achiko strinse i denti, il suo viso si deformò in un’espressione di dolore a stento contenuto.
-Forza! Dobbiamo andarcene!-, esclamò l’uomo. Aprì la finestra. Erano al piano terra. Uscirono mentre i nemici entravano nello studio.
-E ora?-, chiese Achiko.
-Torniamo all’hotel…-, rispose l’uomo. La giovane scosse il capo.
-No! Probabilmente hanno capito che alloggio lì. Ci dev’essere una talpa. Qualcuno che li ha informati. Dev’essere qualcuno di molto vicino a me. Sono arrivati troppo in fretta. Dobbiamo andare da un’altra parte!-.
L’uomo annuì. Guardò la strada. Traffico. Molto.
-Copri la ferita. Fai pressione.-, disse. Poi fermò un taxi e gli diede un indirizzo. Il fatto di non essere esposti alla luce dei lampioni impedì al guidatore di vedere le loro facce o il sangue sulle loro vesti. Lui pagò anticipatamente e disse al tassista di non fare domande.

I tanga erano caduti poco dopo.
Adele sorrise. Nuda, Njala era persino più bella di quanto sembrasse da vestita.
Simile a una pantera, non aveva un grammo di grasso. E soprattutto era rasata. Si vedeva che ci teneva all’igiene. Era da tempo che Adele si depilava il corpo.
La bionda sorrise. Sentiva il cuore pompare veloce. Guardò la nera con un sorriso.
-Non mordo… molto.-, disse facendo una battuta che voleva essere d’incoraggiamento.
-Io…non l’ho mai fatto prima.-, sussurrò la giovane con timidezza e imbarazzo. Ma Adele vedeva bene che moriva dalla voglia. Sorrise indulgente.
-Ok. Sdraiati. Apri le gambe. Non pensare a niente.-, disse con tono di comando vellutato da una patina di tenerezza propria degli amanti. Njala si distese sul divano e obbedì, esponendo alla vista della bionda una vulva nera e rosata all’interno. Bella, veramente. Adele non aveva mai fatto sesso con una nera. C’era stato un afroamericano ma donne di colore… mai. E Njala era la prima. Sorrise.
-Si tratta di fare a qualcuno tutto quel che tu faresti a te.-, spiegò dolcemente.
-Ti sei mai toccata?-, chiese mentre accarezzava il viso, poi il collo e poi i seni di quella giovane così avvenente.
-Oh, parecchio.-, sussurrò lei. Improvvisamente parve più eccitata. Adele annuì.
-È uguale, esattamente uguale a ciò che fai a te quando ti tocchi, solo che lo fai a un'altra… O te lo fa un'altra.-, disse. Scivolò lungo il corpo della giovane, lentamente, languidamente, baciando, accarezzando, toccando e leccando.
La nera gemette, prima sommossamente, come a tentare di controllarsi e poi senza freni.
Quando Adele Kingsword si inginocchiò tra le gambe della giovane, lei stava praticamente implorando di continuare. La bionda sorrise prima di accarezzare appena le grandi labbra della nera. Un gemito prolungato la avvisò di qualcosa che già sapeva.
-Qualcuno è parecchio eccitato…-, sussurrò.

Non lo poteva negare: era bagnata fradicia. Lo sentiva. Aprì le gambe, offrendosi di più.
-Ti prego, continua!-, implorò con una voce che non sentì come sua.
La risposta di Adele si tradusse in un polpastrello che delicatamente seguì il contorno delle grandi labbra. Njala fremette. Artigliò l’aria.
Il dito iniziò ad accarezzare più insistentemente. Come a cercare un’ingresso nella sua fica. Le piaceva. Dio sapeva quanto aveva aspettato per un momento simile.
Non era paragonabile ai suoi giochetti, ai momenti di piacere che strappava al quotidiano. Neanche lontanamente.
Il dito affondò di qualche millimetro, la nera ansimò, accorgendosi di quanto fosse vicina al culmine del piacere. Il dito si ritrasse improvvisamente e lei si sentì delusa.
-Ancora…-, sussurrò con voce arrochita dal piacere.
-Certo.-, le assicurò la bionda, -Ma penso sia un po’ ingiusto che goda solo tu, no?-.
Senza aspettare risposta si alzò. Fece sdraiare Njala su un fianco e si sdraiò al contrario.
La nera ora poteva vedere, vicinissima, la vulva di Adele.
Esitò ma la capa le spinse la vagina verso il viso.
-Lecca.-, disse.
Timorosa di sbagliare iniziò con le dita, come avrebbe fatto se si fosse trattato della sua vulva. Continuò per pochi istanti finche non sentì qualcosa di indefinibile passarle sulla vagina, insistendo dolcemente di entrare, esplorando, strofinando…
La lingua di Adele… Realizzò quella verità proprio mentre la lingua ripassava sui suoi punti più sensibili. Gemette con la bocca timidamente appiccicata alla vulva di Adele.
E cercò di renderle il medesimo godimento imitando quella sublime danza che sentiva sulla sua intimità.

Nakamura guardò la strage. La trappola era fallita. Achiko e il suo alleato si erano rivelati furbi e abili. O forse solo fortunati.
Chi poteva dirlo. Ordinò comunque di ripulire tutto, far sparire i corpi e le tracce di sangue.
Comunque non importava. Shinko era una perdita trascurabile. Senza scomporsi, l’Obuyun ordinò a un suo sottoposto di prendere il posto di Shinko. L’uomo s’inchinò. Fu molto facile far sì che tutti accettassero quel cambio di gestione.
E Nakamura distolse i pensieri da tutto ciò, concentrandosi su una cosa ben più importante. L’annientamento dei suoi nemici.

L’uomo uscì dal taxi. Achiko fece lo stesso. Barcollò. Il tassista partì senza voltarsi indietro. L’uomo guidò la giapponese sino a un portone. Aprì con una chiave. Salì una rampa di scale e aprì una seconda porta. Odore di chiuso. Erano mesi che non tornava là.
Se non fosse stato necessario, avrebbe voluto non doverci mai tornare.
-Che posto è questo?-, chiese lei.
-Un santuario. Un rifugio. Un ricordo. Tutti e tre e nessuno dei tre ad un tempo.-, disse l’uomo mentre accendeva la luce. Le luci illuminarono un monolocale. Un’abitazione perfettamente vuota. Piastre da forno pulite come se non fossero mai state usate, un divano intatto, ancora avvolto nella plastica. Un tavolo che non aveva mai visto alcun bicchiere o partite a carte o i piedi di un ospite irriguardoso…
-Siediti.-, disse l’uomo senza mezzi termini mentre scivolava in bagno. Aprì un’armadio. Eccola! Una cassetta del pronto soccorso. La aprì. Controllò date e stato dei materiali. Tutto ancora utilizzabile. Meglio del previsto. La richiuse e la prese. Tornò da Achiko. La giapponese si era seduta sul divano. Manteneva un’aria dignitosa nonostante la ferita.
-Ok… Scoprila.-, disse l’uomo. Detto fatto: Achiko si tolse la maglia ed espose la ferita, oltre a un corpo tatutato quanto quello di Lisbeth Salander…
L’uomo ignorò il desiderio. Quello di chiedere dei tatuaggi e altri, più reconditi.
Esaminò la ferita. Cauterizzata. Non era infetta ma la cosparse di disinfettante prima di iniziare a richiuderla con un ago e del filo riassorbibile. Chiuse. Considerò se bendare o meno. Decise di no.
-Vuoi qualcosa da bere?-, chiese.
-Acqua, se ce n’è, grazie.-, disse Achiko. Lui annuì. Verso un bicchiere d’acqua alla giovane dopo aver liberato il suddetto dell’imballaggio.
-Sai il giapponese? Mi hai sorpreso.-, ammise la nipponica.
-No. Ma immaginavo cosa vi sareste detti.-, disse lui. Lei non si stupì. Lui si versò un bicchiere d’acqua e bevendo tentò d’ignorare tutto quanto.
-La prossima mossa, è andare a prendere l’assistente di Nakamura. Yoshiko.-, disse Achiko. L’uomo annuì.
-La faremo parlare.-, garantì lui, laconico. Ma andava bene così. Non voleva dire altro.
In quel momento, quantomeno. Avrebbero avuto tutto domani per parlare.

Il 69 si era spostato nel letto matrimoniale della camera di Adele in un momento imprecisato. Njala a posteriori non sapeva collocarlo nel tempo… Non ricordava più quando avevano iniziato a fare… l’amore? O era solo sesso? Non importava neppure quello. A ben guardare l’unica cosa che importava era l’aver avuto modo di affinare la sua tecnica e ora ricambiava generosamente e pienamente le attenzioni della bionda con un entusiasmo tutto suo unito a una sempre più intraprendente voglia di ricambiare il trattamento felicemente subito. Il risultato era che ora il rapporto era cambiato.
Se prima la sola a prendere l’iniziativa era Adele, ora Njala toccava, sperimentava, osava.
Non che importasse: ad Adele pareva piacere parecchio il trattamento.
La nera sentì prossimo l’orgasmo, l’esplodere del piacere. Anche la bionda pareva prossima a godere, fradicia com’era e desiderosa di sentire la lingua della giovane più a fondo possibile.
Njala sentì che il godimento era inevitabile. Prossimo a detonare come un’atomica.
Accelerò il ritmo, sperando che anche la sua partner facesse lo stesso.
Non fu solo accontentata: Adele le penetrò la vulva aperta con due dita. Njala venne inzuppando il copriletto, godendo in mano alla sua capa. L’orgasmo fu talmente potente da non farle neppure notare il fatto che anche la bionda aveva goduto.
Non la sentì esclamare, gemere o gridare.
Non sentì nulla, persa nel miglior fottuto orgasmo della sua maledetta vita. Sentì tutto quanto divenire piatto e poi… La sua mente andò in black-out. E si ritrovò supina, un indefinito tempo dopo, accanto alla donna che le aveva regalato il primo vero orgasmo da un’infinità di tempo.
Adele la fissava, con uno sguardo tra il felice e il preoccupato.
-Tutto ok?-, le chiese.
-Tutto…-, dio, nemmeno sapeva come rispondere.
-Vuoi che chiami un medico?-, chiese la bionda, preoccupata.
-Voglio che lo rifacciamo…-, sussurrò. Adele rise, ma proprio una risata di cuore.
Njala temette assurdamente che stesse per ricevere un rifiuto.
-Certamente.-, disse la bionda protendendosi. Sfiorò le labbra della nera con un bacio che passò da casto a indiavolato. Le ultime parole si stamparono in mente alla nera come se vi fossero state incise. Furono parole che non avrebbe mai creduto di poter risentire.
-Tu sei mia.-. Quella frase le affondò dentro, scavandole mente e anima sino ad annidarsi nel profondo del suo essere. Sorrise. Baciò le labbra della bionda.
-Completamente, padrona…-, sussurrò con tono scherzoso.
-Sei stata… fantastica.-, disse Adele. Le accarezzò un fianco sino a una natica che sculacciò con fare mascolino e dispettoso ed un sorriso che contrastava fortemente con la serietà di poco prima. Il mondo di Njala era caos puro, la mente un mare calmo e in tempesta ad un tempo. Non sapeva cosa dire, cosa fare.
-Anche tu…-, sussurrò, optando per l’ovvia verità. Riverente. Grata di aver potuto vivere quel momento. Espirò con un sospiro che celava la più alta goduria umana.
-Hai fame?-, chiese con calma Adele. Ne aveva? Che lei sapesse, con la coca uno poteva tirare avanti senza mangiare, no?
Ma in quel momento… Fame? No. Sete, semmai.
-No. Sete. Se avessi dell’acqua…-, ammise.
-Aspetta qui.-, disse con calma Adele. Sculettò uscendo e Njala si sdraiò, chiuse gli occhi, toccando le coltri umide attorno a sé. Toccò la sua intimità e sì scoprì così… come definirsi? Sporca? No. Non si sentiva così. Si sentiva libera. Completamente e totalmente.
Felice. Come non mai. Sorrise.

Adele sorrise. Njala si era rivelata esattamente quel che lei aveva creduto.
Ovvero: una facile preda. Le era solo servita una guida, qualcuno che le indicasse la via.
E lei era stata più che fiera di agire come tale. Ed era stata ripagata. Grandemente.
Quella nera era una bomba. Chiaro, coi giusti stimoli. Si chiese se darle la cocaina fosse stato saggio. Ma ormai non importava. Ora Njala era completamente nelle sue mani.
E lei sapeva che la giovane sarebbe stata utile, utilissima. Non solo come amante.
Njala gestiva flussi continui di informazioni. Tra quello e l’essere al corrente di molti traffici non troppo leciti che potevano ledere gli affari del Consiglio dei Sedici, la nera era una miniera d’oro. Ma Adele Kingsword non intendeva certamente pensare a lei solo in quei termini. Sarebbe stato stupido.
Njala aveva dentro un desiderio bestiale di sesso. Desiderio inespresso per troppo tempo, di questo Adele era certa, sarebbe stato un’orribile spreco permettere che quel desiderio continuasse ad ardere insoddisfatto...
E la kapa avrebbe fatto del suo meglio per soddisfare quel desiderio ed esserne soddisfatta di conseguenza.

Quando le portò l’acqua, Njala fu tentata di strappargliela di mano. Si controllò ma appena ebbe il bicchiere in mano lo vuotò d’un sorso. Meglio. Aveva una sete del boia.
-Wow, avevi sete.-, disse Adele. La nera sorrise.
-Che ore sono?-, chiese. La bionda le sorrise di rimando.
-La mezzanotte e qualcosa.-, disse. Il cervello di Njala assorbì l’informazione. Stava per parlare ma improvvisamente Adele si distese accanto a lei.
-Volevi rifarlo, giusto?-, chiese.
-Io…-, iniziò lei ma poi cedette al desiderio. Eccheccazzo, si vive una volta sola, no?
-Tantissimo.-, ammise in un sussurro. Adele la baciò. Fu talmente rapido e folgorante che Njala perse il controllo del suo corpo e pochi istanti dopo era supina sul letto sfatto, con la bionda che la cavalcava.
-Aspetta.-, disse improvvisamente la sua amante alzandosi. Andò nell’altra stanza.
Njala poteva aspettare. Solo che voleva goderselo. Iniziò a toccarsi. Lentamente.
Sfiorò i seni e i capezzoli. Brividi la colsero. Dio, già si sentiva eccitata…
-Aspetta a godere, piccola.-, disse Adele, di ritorno. Recava con sé la scatola di coca.

L’uomo non dormiva. O meglio, non come Achiko. La giovane si era addormentata in fretta. Lui no. Non poteva.
Quel luogo… Quel luogo gli ricordava tutto. Ma aveva dovuto tornarci. Era la sua base secondaria. Il memento costante della maledizione che lo aveva avviluppato da qualche anno a quella parte. Meritava di ricordare e stare male.
Lo meritava. Non c’era parete o mobile che non gli ricordasse quanto successo.
Quella era la casa. La casa dove lui avrebbe voluto portare quella ragazza. Ogni cosa, ogni mobile, ogni maledetto acaro della polvere era lì su misura per costruire una vita insieme. Una vita che era esistita solo nella sua fantasia, nelle sue speranze disperate.
Quel luogo avrebbe dovuto essere una reggia dove una meravigliosa storia d’amore si sarebbe consumata, apice e apoteosi della sua felicità.
Dove avrebbe voluto chiederle di essere la sua compagna, nel bene o nel male.
E dove, quando lei era fuggita, i suoi amici morti e impazziti o ricoverati e lui spezzato, si era rintanato. Non aveva mangiato o bevuto per due giorni. Aspettando la morte.
Finché la vita non gli aveva gridato a pieni polmoni di vivere per uno scopo più alto.
E lui aveva accettato di vivere per quel che era ora ma aveva anche capito che quel posto non poteva essere casa sua. Non lo sarebbe mai stato ma non sarebbe neppure mai stato niente di meno o di più che un memento.
Fino a quel momento. L’uomo pensò che averci portato Achiko fosse stato stupido.
Avrebbe dovuto filare alla sua base principale. Filare lì e restarci. Non arrivare sino a quel rifugio. Eppure l’aveva fatto. Istintivamente.
Si prese il capo tra le mani. I ricordi che aveva così prepotentemente ricacciato tanto a fondo nel suo animo tornarono, un milione di volte più vividi. Ricordava tutto.
E ricordava lei. Cazzo! Ricordava il suo odore, quel profumo che nessun denaro poteva comprare. Ricordava le loro chiaccherate. Le loro risa. I loro progetti. I suoi tentativi di capire come conquistarla. Le notti insonni, l’ansia benedetta e maledetta dell’amore.
E ricordava il resto. Le canne con gli amici. Lei e loro ubriachi. Lui sobrio. Lei che piangeva su un passato incancellabile. Lui impotente a starle accanto. Lei che cercava conforto. Lui che c’era in ogni istante. Lei…
Il dolore dei ricordi divenne qualcos’altro. Odio. Puro.
La odiava. L’aveva odiata. Non a causa di ciò che aveva fatto ma di ciò che era diventata.
Una sera aveva deciso di invitarla là ma lei aveva parlato di un appuntamento. Una riunione con amici e amiche. Ed era finita che tutti loro (eccetto lui) si erano fatti di quella merda. Lui era rimasto a guardarli. Poi era arrivato il genio. Alcool e droghe! Hell yeah!
Coca e alcool. Pessimo, anzi, orribile abbinamento. Pitt era morto la sera dopo. Samantha aveva tenuto duro una settimana poi si era aperta le vene dei polsi quando i suoi le avevano categoricamente detto che non l’avrebbero più ospitata. Morti. E folli.
E lui, che ancora sperava, che ancora credeva, seguiva quella ragazza tra le più basse inclinazioni dell’essere umano, tentando di salvarla da sé stessa. Persino quando lei gli urlò che non poteva capire. Che voleva morire.
Lei andò a casa di un pusher. Ci rimase tre ore. A lui non serviva una cimice per capire cosa fosse accaduto. Lei uscì, ubriaca, scamagliata, l’ombra alterata di sé stessa.
E lui capì. L’aveva persa. Aveva perso tutto e tutti loro.
Lei aveva continuato. In discoteca, ovunque. A vendersi per poche dosi. A elemosinare un po’ d’oblio. Senza la forza di affrontare il passato.
E lui… lui aveva tentato ancora di salvarla. Di parlarle. In quella stessa sala. Dove alla fine lei era uscita, urlando di non volerne sapere.
Completamente persa nella sua personale follia.
L’aveva seguita fino a una stazione. Parlando, inseguendosi. Urlandosi addosso le verità che avevano tenuto dentro tanto a lungo. Infine, lei l’aveva afferrato per la gola. Non strozzato. Solo afferrato. Stringendo la trachea in quella mano così delicata e piccola che lui aveva così spesso sentito così vicina, così bella…
E lì lui era impazzito. Aveva colpito, senza ira. Solo con un desiderio di farle comprendere che andava ben oltre il razionale. Ma lei… lei si era limitata a guardarlo. E poi lo aveva detto. Sorridendo, con quel suo profumo a cui ora si mischiava il puzzo acre delle speranze infrante e un effulvio di alcool che non lasciava dubbi.
-Faccio tutto quel che vuoi… Sono ubriaca marcia. Scopiamo… Faccio tutto se mi dai i soldi.-, aveva parlato col tono di chi prega. Di chi supplica. Proprio come lui.
Lui l’aveva guardata e aveva scosso il capo. No. Non voleva questo. Non voleva una felicità comprata al prezzo della sua stessa anima. Non voleva aiutarla a scendere all’inferno di un altro paio di gradini. No.
Quel “no” aveva spezzato tutto ciò che era rimasto. Lei gli aveva strappato gli occhiali dal viso. E se n’era andata col primo treno. Illudendosi che lui li avrebbe rivoluti indietro. Invece no. La prima cosa che lui fece fu tornare lì. Chiudere l’appartamento. E segregarvisi dentro per due giorni senza cibo, acqua, distrazioni di sorta o ricambi di vestiti. Non era divenuto un eremita. No. Era molto peggio. Era un relitto. La sua grande speranza, l’unica cosa che avesse mai chiesto gli era stata strappata.
Non rispose al telefono. Desiderò morire.
Rimase fermo per ore. A volte camminava in giro. Urlò. Pianse persino. Per i morti, per lei. Per sé stesso. Per aver osato credere in qualche cosa che non sarebbe stato mai.
Un giorno era passato con una lentezza inconcepibile. Mai prima d’allora si era davvero reso conto di quanto il tempo fosse lento. E tiranno.
Poiché avrebbe voluto che quei tre giorni volassero, che sparissero, che la sua vita evaporasse. Che finisse. Religioni a parte, voleva solo che quel dolore cessasse.
Il dolore dovuto all’amore e forse anche alla consapevolezza che, mentre lui si struggeva lei si degradava, felice di essere… quel che era.
Quando l’aveva ammesso, usando le giuste parole, aveva sentito la morsa della rabbia intensificarsi, artigliargli le viscere.
Lei… una puttana drogata.
Lei… Il suo sogno. Morto. E lui. Morto. E i suoi amici. Morti.
E la città. Morta. La rabbia divenne un crescendo. Un maelstrom che non lo lasciava in pace. Alla mezzanotte del primo giorno vomitò. Non fu un vomito normale. Gastrite nervosa. La accolse benedicente pensando che la meritava. Anzi, in linea di massima se ne fregò. Era morto. I morti non soffrono.
O almeno sarebbe morto presto. Allora aveva Atteso. Calmo.
La notte del primo giorno passò con lui che dormì meno di quattro ore. Il mattino dopo lo vide seduto. Ad attendere l’arrivo del Tetro Mietitore. Della Santa Muerte. Di Yama.
Insomma, alla fine i nomi non servivano. Aspettava la morte. Punto.
Sedeva e guardava una parete. Tutto il resto non importava. Non importavano i messaggi sul telefono, le chiamate, la preoccupazione di amici e parenti. Nulla di tutto questo aveva importanza alcuna. Lui sedeva lì. Impassibile. In attesa di bruciare.
Però notò qualcosa. L’odio, l’amore. La mistura di emozioni potenti quanto un’esplosione nucleare che gli ribolliva dentro gli impedivano di morire. Entrambe con voci differenti, gli gridavano che ancora non era tempo. Ma lui non voleva ascoltare.
Tanto all’universo non importava, no? Nessun dio aveva mosso un dito per cambiare le cose a dispetto dei suoi sforzi. Nessuna azione aveva mutato il suo Karma o quello della giovane. No. L’universo proseguiva. La causalità, motore immobile dell’universo, non conosceva eccezioni o possibili deviazioni. Lei aveva avuto un passato orribile ed era stato decretato che non sarebbe mai stata in grado di non ignorarlo.
Oppure…
Fu di pomeriggio che la rivelazione lo colse. Non un pensiero, scaturito da una mera riflessione e neppure un pensiero danzante tra i meandri dei suoi neuroni.
No. Fu una semplice e pura intuizione.
E se fosse stato diverso? Se al posto di quel rapporto causa-effetto vi fosse stato un rapporto causa-decisione-effetto? Se fosse dipeso tutto dalla sua decisione?
Allora la colpa… sarebbe ricaduta esclusivamente su di lei. Ma questo non lo sollevava. Non lo nobilitava per niente. Lei aveva scelto di continuare per quella strada.
E lui aveva scelto di lasciarsi le cose del mondo alle spalle. Tutto passava.
Tutto mutava. Anche la sua vita sarebbe sfumata in una morte. E poi?
Che importava? Finita la sua vita anche gli interrogativi e le risposte teoriche sarebbero morte con lui. E che importava se il mondo andava avanti a merda? La verità era quella: i forti dominano, i deboli sottostanno. E la Città era governata da tutti loro. Forti. E corrotti.
Non era una novità.
Sospirando, aveva quasi inconsapevolmente preso in mano il telefono che suonava, ignorando la gola secca o le articolazioni bloccate dall’immobilità. Ed era sbiancato. Ricordava tutto.
Il suo amico… Dio, uno dei pochissimi veri amici che avesse mai avuto. Morto.
Si era dato una lavata dopo essere passato da casa per recuperare vestiti decenti e si era presentato al funerale. Un’ora prima.
Condoglianze, discorsi di circostanza. Un prete annoiato che evidentemente non vedeva nulla di sacro in quel rito. E forse aveva smesso di credere a Dio dopo tanto dolore.
Ed era stato lì, verso la fine della cerimonia che l’uomo era tornato a casa. L’altra. Non quella in cui aveva vegetato sino ad allora.
Era tornato a casa e si era sdraiato sul letto dopo aver mangiato uno yougurt e bevuto dell’acqua. Incapace di agire. Di fare alcunché. Poi aveva atteso. Chisseneimportava!
La sua fottuta vita era finita. Non importava cos’avesse fatto. L’universo non avrebbe mosso un dito per aiutarlo. E se l’avesse fatto, presto o tardi gli avrebbe presentato il conto. Allora tanto valeva fare come tutti gli altri. Prese a uscire la sera. Solo per scoprire che non faceva per lui. Allora iniziò a studiare. Tutto quel che poteva. Tutto quel che lo interessava anche solo per un istante. Si annientò nello studio.
Imparò lingue. Diverse. Ed espressioni di lingue che lo incuriosivano. Credeva di aver trovato un equilibrio. Ma si sbagliava. Sotto la superficie il maelstrom continuava a imperversare, ribollendo come acqua in ebollizione. Corsi. Yoga. Tai-Chi. Aikido.
Discipline, insegnamento. Apprendimento. Perfezionamento ossessivo.
Fino a quel giorno.
Camminando per strada aveva tagliato per un vicolo. Ecco che aveva visto una vecchia tentare di contendere la sua borsetta a un ladro. E subito, senza pensare era scattato.
Lo scontro era durato poco. Ed aveva ridato la borsa all’anziana. Che aveva detto che nessuno l’aveva aiutata. Ed erano passati in tre. E lì… Lì aveva davvero capito!
Ed era stato rivelatorio. Assoluto. Totale. I dubbi erano improvvisamente divenuti solo un contorno. La paura, mera aggiunta fornitrice d’adrenalina. Odio e rabbia restavano. Ma indirizzati a ben altro che quella giovane sperduta. A lei andavano rimpianti, amori bruciati, canti funesti. Ma la rabbia e l’odio rivestivano ora ben altra funzione.
Poteva soffrire. Poteva persino accettare che tutto quel che l’aveva animato fosse finito.
Ma non avrebbe mai più permesso ad altri figli di puttana di spadroneggiare sulle vite e le anime di persone innocenti. Non era un’eroe. Aveva letto molti fumetti, ma non era un puro. Era marcio esattamente quanto quei bastardi. La sola differenza stava nelle scelte.
E nelle motivazioni a monte delle scelte. Così aveva iniziato a prepararsi. Ad addestrarsi.
Forgiando corpo, mente e spirito in una lega di volontà ferrea.
Fino al giorno in cui aveva visto quel pusher prendersela con una ragazza che aveva sgarrato. E aveva accettato il baratto.
La sua sanità se n’era già andata. Lo scopo della sua vita… anche. Restava la sua anima.
Che era ben fiero di sacrificare se significava insegnare a tutti quanti quella semplice lezione. Rabbia e odio mossero la sua mano. E la lama calò. Il pappone non avrebbe maltrattato nessun’altra. Aveva occultato il corpo e se n’era andato.
Ad assorbire il colpo. Decidere di uccidere non è facile. Farlo è anche più difficile ma venire a patti con ciò che si è divenuti dopo aver fatto tutto ciò…
Quello fu un calvario. Un tormento non dissimile da quello che aveva vissuto.
E i sogni erano iniziati poco tempo dopo.
E ora era di nuovo lì. Dove tutto quanto era iniziato. Non poteva essere un caso.
Ma che importava? L’uomo pianifica mentre dio, se poi esiste, ride…
Rimase sdraiato. Ad aspettare il sonno.

La striscia di coca numero due fu stesa. Ma fu la superficie a essere paradossale.
Il pube di Njala ora ospitava quella striscia di droga mentre Adele sorrideva, sorniona.
-Ora stai ferma…-, sussurrò mentre tirava quella striscia. Finito di sniffare le sorrise con aria estatica. La baciò.
-La migliore striscia che mi sia mai fatta.-, disse con un sorriso.
-Ti deve piacere molto…-, osservò neutra la nera. Non sapeva se voleva farsene un’altra. Non sapeva neanche se fosse finito l’effetto della prima…
Adele non rispose: si limitò a fissarla, mettersi sopra di lei e poi scivolarle addosso, come un sudario. Ogni dubbio di Njala crollò quando capì di voler ancora bearsi di quella compagnia. Voleva godere di nuovo, fino a stremarsi.
-Mi piaci tu.-, disse la bionda, accovacciandosi tra le cosce della nera, -Mi piace il modo che hai di fare… E la tua bellezza.-. Njala si sentì quasi imbarazzata da quella confessione. Ma ora era giusto che chiedesse.
-Da quanto tempo?-, la domanda se l’era portata dentro da un po’. Una carezza la percorse lungo il pube per poi scendere sulle grandi labbra e più in giù. Fino allo sfintere.
-Tanto.-, rispose evasivamente la bionda. Quando la lingua della bionda iniziò a lambire la sua intimità, Njala si accorse di quanto poco gliene importasse davvero.
Si abbandonò a quelle attenzioni, sprofondando nel torpore che precedeva il piacere.
Due dita la penetrarono. Lei mugolò. Oh, come le piaceva… Quanto aveva aspettato un simile momento… Era poi tanto da chiedere?
-Fammi impazzire.-, la implorò. Adele le sorrise e si chinò ancora sulla sua vulva.

Karamoto Nakamura fissava la notte.
Il buio attendeva l’alba. Il giorno rincorreva la sua compagna. Lo Yin e lo Yang si alternavano. E lui aspettava che accadesse.
Discepolo del Muto-Ryu, attendeva che i suoi sottoposti lo attaccassero. Uno alla volta.
Uno dei giovani, lanciò un grido improvvisando una stoccata discendente. L’attacco andò a vuoto quando Nakamura si spostò diagonalmente lungo il fianco sinistro del giovane, falciandolo con la spada in bamboo. Era un allenamento ma Nakamura ci metteva tutto sé stesso. Il suo maestro era stato chiaro: “se non sei in grado di dare il massimo nel Dojo, non lo saprai dare neppure fuori.”. Così lui dava il massimo lì, in quell’istante. Faceva del suo meglio, consapevole di non dover abbassare la guardia.
Parò l’attacco di un secondo avversario e deviò la spada che osò tornare a insidiarlo prima di falciare davanti a sé in orizzontale. Scansò la difesa e colpi lo Yakuza con un calcio. Fu basso ma l’altro incassò malissimo e cadde. Mentre cadeva, Nakamura lo abbatté con un fendente. Si girò e parò in extremis un attacco al petto. Riguadagnò la distanza. Colpì. Ancora e ancora. Finché l’avversario non cadde. Era l’ultimo.
Nakamura sorrise. Quegli allenamenti erano un’ombra di quel che aveva dovuto subire durante il suo apprendistato nel Muto-Ryu. Ma lo tenevano allenato e andava benissimo.
Guardò gli attaccanti. Tutti patetici. Lo rispettavano e per questo si trattenevano dal colpire come dovevano. Scosse il capo con palese disappunto.
Ricordava gli allenamenti al Dojo. Nessuna pietà, nessuna paura e nessuna restrizione.
Si colpiva per colpire e per abbattere. Indipendentemente da chi attaccasse chi.
Una sola persona era riuscita a farlo. Dentro e fuori dal Dojo.
Achiko Mitsutune.
La giovane era stata… Capace. Niente da dire. Addestrata sin dalla più tenera età ad essere il figlio che suo padre non aveva mai avuto.
Sul tatami l’aveva attaccato senza riguardi per il suo essere un uomo, un superiore ed il suo probabile marito. Aveva attaccato senza esitare. In modo perfetto. Tanto da quasi riuscire a batterlo. Quasi. Poi lui l’aveva battuta.
Ma lei l’aveva guardato con uno sguardo… Nakamura lo ricordava bene: era lo sguardo di chi non si arrende. Mai. La promessa che un giorno l’avrebbe battuto. Quello sguardo… Quel modo di guardarlo, gli rimase impresso. Fu quello a farlo decidere. A fargli chiedere in sposa quella giovane. Fu quello che lo catturò. E quando scoprì che lei non era vergine, lo stesso sguardo lo persuase ad abbandonarla. A mostrarle che lui poteva sopravvivere, andare avanti senza di lei.
E ora, lui era sicuro, lo stesso sguardo sarebbe stato l’ultimo di Achiko Mitsutune.
Lei sarebbe morta. E così anche il suo alleato gajiin. Ma sarebbe stata la sfida suprema di Nakamura. La sua scommessa finale col destino. Tutto o niente.

Njala aveva perso il conto delle carezze, delle leccate o della goduria che aveva provato.
In quel momento lei e Adele si rotolavano tra le coltri giocando come amanti. La bionda la portava sull’orlo del piacere per poi farla attendere, soffrire, implorare.
La nera aveva tentato di ricambiare, scoprendo nuovi modi di dare piacere.
In quel momento specifico stava leccando la vulva di Adele dopo avervi infilato due dita. I gemiti della bionda, impegnata a gratificarla oralmente, erano la miglior prova delle sue abilità. D’un tratto la bocca della kapa si staccò dalla sua figa.
-Mettimi un dito in culo…-, ordinò. Njala esitò. Nessuno le aveva mai chiesto nulla di simile e lei stessa non aveva mai fatto nulla di anale.
-Mettimelo!-, esclamò Adele. La nera obbedì. Lentamente. La sorprese quanto il buco di Adele fosse dilatato. Dovevano esserci passati in parecchi…
-Più forte. Non sento un bel niente!-, esclamò lei esortandola.
Il dito entrò, fino alla nocca.
-Mmmmh, brava…-, sussurrò la bionda. Poi si chinò e riprese a gratificare oralmente Njala che continuò a leccarla, stantuffandole il dito nell’ano fino all’orgasmo fulminante che colse entrambe pochi minuti più tardi.
Ricaddero come prive di sensi sul letto. Ansimanti, dedicarono gli attimi successivi a riprendere fiato. Adele si puntellò su un gomito, guardando in viso la sua amante.
-Ho una buona e una cattiva notizia.-, disse.
-Comincia dalla cattiva.-, sussurrò Njala. Si sentiva stanca.
-Sono le tre di mattina. Quindi fine dei giochi.-, disse la bionda.
-La buona?-, chiese la nera con una smorfia mentre socchiudeva gli occhi come per ricordarsi che era stanca.
-Che lo rifaremo. Molte volte. E faremo anche altro. Preparati bella mia…-, sussurrò prima di baciarla in bocca. Njala sorrise. Fanculo Jim e il calcio. Fanculo i dubbi etici. Fanculo la sua vita finta. Lei voleva tutto, ogni fottuta cosa. Ogni possibile godimento orgasmico o chimico. Li pretendeva.

Achiko si svegliò che l’uomo era già in piedi. Silenzioso e calmo, faceva esercizi di Aikijutsu per preparare il corpo e la mente.
-Buongiorno.-, disse.
-‘Giorno.-, fece lui. Pareva ancora ombroso. Forse era il posto. La giapponese immaginava dovesse essere così. Ma alla fine che poteva farci lei? Niente.
Inoltre lui pareva concentrato come al solito.
-Il caffè è già pronto.-, disse l’uomo. Finì di fare ginnastica e si fiondò in bagno.
Achiko annuì. Si versò una tazza. Bevve. Prese qualcosa da mangiare.
Non poté fare a meno di pensare che Qi sicuramente nascondeva qualcosa. L’ombra del suo passato incombeva sul presente. Eppure…
Eppure quell’uomo era così simile a lei. Determinato. Ligio al dovere che si era imposto e soprattutto, proseguiva sulla sua strada nonostante fosse ferito e stanco.
Non era cosa da poco. Uomini di minor tempra si sarebbero arresi. Qi no.
D’altronde era teso. Più di quanto ricordasse. Curioso lo fosse tanto là. Ricordava quanto era stato spavaldo e orgoglioso. Laggiù invece pareva solo desideroso di andarsene e tornare in azione, come se la sola azione fosse il rimedio, lo scudo contro il dolore del passato. Qualcosa che anche Achiko conosceva bene.
Sapeva che a un certo punto, l’azione era la sola cosa in grado di salvare la mente dalla pazzia. Posto che già non vi fossero immersi. Ma non importava, almeno non a lei.
I morti non hanno motivo di temere la follia.

Uscito dal bagno e vestito, l’uomo bevve una tazza di caffè. Non aveva dormito bene. Erano anni che non dormiva bene ma il sogno non lo disturbava più da molto tempo. Ma quel posto… Il peso del passato si faceva sentire. Sempre. Ogni giorno. Aveva imparato a ignorarlo ma essere là, circondato dalle rovine del suo passato non aiutava. Doveva agire.
E lui agiva, teneva la mente impegnata. Si sforzava di evitare di fermarsi a pensare.
In realtà, lo sapeva, avrebbe dovuto distruggere quel posto, venderlo, bruciarlo, abbandonarlo, dimenticarlo. E invece era ancora là. Si sentì improvvisamente stanco. Ma si fece forza. Non poteva cedere. Achiko contava su di lui. E lui non poteva deluderla.
-Allora… L’assistente di Nakamura.-, disse, cercando di scacciare la negatività che sentiva optando per discutere di dettagli operativi.

Nakamura era famoso per l’essere un buon pianificatore, oltre che un superbo praticante di kenjutsu. In quel momento però, tutto quanto perdeva di senso.
La giapponese lo guardò con riverente timore. Lui la fissò. Lei fece per sfilarsi il vestito. Lui la fermò. Con un ordine sibilato la congedò. Ci sarebbe stato tempo poi per le distrazioni. Ora doveva restare lucido. Assolutamente e imprescindibilmente.
La parte critica del suo piano si avvicinava. Se tutto fosse andato bene, presto Achiko e il suo alleato sarebbero stati un mero ricordo e i suoi affari avrebbero potuto continuare. In caso contrario, aveva già pronta la contromisura.

La macchina volava sull’asfalto. L’uomo ora stava meglio. Achiko, al volante, era concentrata e anche lui. Il piano era molto semplice. Ma avrebbe richiesto un’enorme attenzione. La villa era poco distante. Una grande casa, più che una villa. Appartenente a una giovane Yoshiko Nakamura. Eppure a lui pareva persino tutto molto strano: Yoshiko non aveva cambiato nome o cognome…
Forse stava diventando paranoico, forse quella vita lo stava logorando.
Espirò. Inspirò. Si concentrò sul presente tagliando ogni distrazione alla radice.
-Qi?-, chiese Achiko. Lui la guardò, interrogativo.
-Era il posto, vero?-, chiese lei soltanto. Lui sospirò. Perché mentire?
-Sì. Era il posto. Erano i ricordi di un passato che mi tormenta ogni giorno.-, disse lui, -Il ricordo di non aver potuto salvare una persona da sé stessa.-.
-Ma tu non puoi salvare tutti. Puoi scegliere ma non puoi scegliere per loro. Lei era…-, Achiko parve esitare. Più per rispetto che per reale esitazione, gli sembrò. Passò un istante, una nuvola sul sole.
-Lei era una drogata… Come migliaia di persone in questa città.-, disse lui.
-Ha scelto lei di farlo.-, sussurrò la giapponese.
-E io l’ho permesso. Non sono stato abbastanza… Forse meritavo la morte. Parte di me è senz’altro morta.-, disse lui.
-Allora non dovresti subire il peso del passato. I morti non soffrono per quanto accaduto in vita.-, disse lei. Lui la guardò. Dubitabondo.
-È così?-, chiese.
-Dovrebbe.-, ammise lei.
-Tu riesci veramente a dirti distaccata dal passato?-, chiese lui.
Lei annuì ma in quel cenno lui sentì, percepì qualcosa di profondamente stonato.
Come una nota dissonante con la melodia che sentiva attorno a sé.

Achiko sapeva di aver lasciato intravedere qualcosa. In realtà c’era una cosa che ancora la legava al mondo dei vivi. Il tono di sua zia.
Quella donna era sempre stata malvagia. Intransigente e arrogante.
Meritava di vedere che lei, figlia di suo fratello, poteva realmente e concretamente portare a termine la sua vendetta. Il dopo a lei non importava: come promesso, si sarebbe tolta la vita. Come avrebbe dovuto fare.
Quel mondo per lei non era più importante. Per niente.
Guardò Qi. Lui era differente. Nonostante anche lui fosse indubbiamente diverso dalla moltitudine che calcava la terra, il suo era un diverso tipo di energia. Lui traeva forza dal passato, persino dal rimorso. Ma questo implicava restarvi impantanato.
Lei… Lei traeva forza solo dal presente. Dall’imperativo della vendetta.
C’era una differenza abissale tra i due.
Qi era forte, estremamente. Achiko ricordava che Bao Yi gli aveva messo di fronte gli abissi della sua stessa anima e lui era riuscito a sopraffarli. Forse non era il passato a controllarlo, allora. Forse era lui che non voleva lasciarlo andare prima di aver finito quel che doveva fare. E allora erano molto simili. Più di quanto lui o lei sospettassero in principio. Qi…
In realtà Achiko lo ammirava. Era stato folle quando si era presentato da Bao Yi. Folle e determinato. Ora quella follia pareva riposare sotto il manto di una dignità e di un autocontrollo notevoli, incrinati solo dalla mutevole sfumatura del passato che ritornava.
Ma questo non cambiava nulla: quell’uomo era un guerriero. Proprio come lei.
E come lei, lui conosceva la prima e unica regola. I guerrieri non si arrendono.
Mai. Per quella stessa ragione lei non si era trapssata il ventre con il Tanto. Per la stessa ragione lui era divenuto quel che lei ora vedeva. Lo sapeva.
E avrebbero trionfato, ne era certa.

Si avvicinarono lentamente alla villa, le armi nascoste sotto i cappotti.
Calmi, furtivi e decisi.
Nessuna guardia. Nessun allarme… All’uomo non tornava. Per nulla.
Sentiva ormai ben chiaro l’odore di una trappola ed era certo che anche Achiko lo percepisse nitidamente. Ma il solo modo per venire a capo di quella situazione era farla scattare. Era l’unica maledetta pista che avevano.
Attraversarono il vialetto, il piccolo cortile con vasi e piante per nulla orientali e arrivarono all’ingresso. Era ancora deserto. Ancora nessun segno che quel posto fosse abitato.
Andò alla porta e provò ad aprire. La maniglia scese e la porta si aprì. Sempre più sospetto. Niente. Nessun’esplosione, nessuna raffica. L’uomo non si rilassò. Quell’azione stava divenendo veramente angosciante. Avrebbe preferito spari e nemici ad attenderlo che piuttosto quella pace cimiteriale.
Qualcosa non quadrava… Se ci fosse stata una bomba o qualcosa del genere sarebbe stato tatticamente più sensato farla esplodere prima, quando erano all’ingresso. E le occasioni per essere fatti prigionieri… No, qualcosa non quadrava.
-Senti anche tu quest’odore?-, chiese improvvisamente. Era un’odore di…
-Via, andiamocene!-, gridò. Si lanciò verso la porta d’entrata, seguito da Achiko. E in quel momento l’esplosione devastò la casa. E il mondo dell’uomo si avvolse di tenebre.
L’ultima cosa che fece fu cercare di proteggere la giovane.

Yoshiko Nakamura sorrise guardando il fumo alzarsi. Sirene dei pompieri e della polizia.
Caos. Ma un caos che non la toccava minimamente. La sua operazione aveva funzionato.
Achiko e il suo alleato erano probabilmente morti. Per non lasciare nulla al caso, lei aveva fatto collocare un rilevatore di posizione sulla macchina con cui erano giunti sino a lì.
Se non erano morti, li avrebbe fatti seguire e uccidere.
La giapponese, impeccabile nel suo abito occidentale, annuì al suo secondo.
-Ottimo lavoro.-, disse soltanto. L’uomo annuì. Lei sorrise di nuovo, stavolta pensando alle infinite possibili piacevolezze che la notte avrebbe riservato loro.
E alla ricchezza di cui lo stesso Nakamura li avrebbe ricoperti una volta saputo dell’eliminazione dei suoi nemici. Ma a Yoshiko i soldi non importavano. Le importava cancellare il senso di superiorità che suo fratello esternava ogni maledetta volta che la vedeva.
L’avrebbe annientato. Completamente, battendolo sul suo stesso territorio.

Il mondo di Achiko riprese colore e forme molto lentamente.
Qualcuno la stava schiaffeggiando… Spalancò gli occhi e vide il volto di un giovane uomo.
-Qi..-, sussurrò lei.
-Già. C’era davvero, la bomba. Era una trappola.-, disse lui. La guardò, come studiandola. –Riesci a camminare?-, chiese.
Ci riusciva? Sì, poteva riuscirci.
-Sì. La macchina…-, iniziò. Si accorse di avere un taglio alla tempia. L’uomo invece era senza giacca e appariva sporco e stanco.
-È là. Dove l’abbiamo lasciata. Muoviamoci!-, esclamò, -Qui siamo un bersaglio molto facile.-. La giapponese annuì, ricacciando indietro il dolore e la stanchezza.
Si alzò su gambe malferme.
-La tua giacca…-, iniziò.
-Ha preso fuoco.-, rispose lui, -Ma se non ci fosse stato il mio corpo… ora a bruciare saresti tu.-. Lei annuì, grata di potersi ancora vendicare.
-Andiamocene.-, disse. L’uomo annuì. Si trascinarono sino alla macchina, una Jaguar.
Partirono in quinta.

Per Adele Kingsword c’erano cose che non potevano essere ignorate.
L’esplosione di una villa poco fuori dalla città era una di quelle. Eppure tutti giuravano e stragiuravano di non aver visto o sentito nulla. Njala, dopo aver interrogato e reinterrogato ogni possibile testimone, aveva assodato che il Giustiziere non era coinvolto.
Ma Adele sapeva la verità. Annuì alle considerazioni della nera, non senza un’espressione tenera che non si curò di celare, poi si preparò.
Doveva essere inflessibile, come acciaio forgiato. Estrasse il telefono e chiamò Nakamura.
Nakamura non rispose. Rispose la sua assistente. Adele si limitò a un semplicistico ultimatum: l’uomo doveva rispondere al telefono entro due minuti o la loro collaborazione sarebbe saltata. Dall’altro lato della linea ci fu solo silenzio.
Poi la voce fredda di Nakamura rispose.
-Non è gentile, Adele. Tu, più di tutti dovresti sapere bene quanto stupido sia minacciarmi.-, disse l’uomo.
Il telefono di Adele era impossibile da rintracciare, la linea era sicura abbastanza da permetterle di parlare al giapponese senza il benché minimo riguardo per quell’uomo privo di rispetto nei suoi confronti. Chiuse a doppia mandata la porta dell’ufficio. Le pareti insonorizzate le facevano gioco.
-Mi ascolti molto attentatemente. Fino ad ora ho tollerato le sue scaramucce da ninja e il suo maschilismo perché mi hanno detto che avrebbe risolto il problema ma come pensa che io possa spiegare un’esplosione simile in una maledetta villa?! Doveva far sparire quella puttanella e quel giustiziere rottinculo senza scalpore invece mi trovo a dover gestire scene da guerriglia urbana! Quello che è appena avvenuto potrebbe sembrare un attentato di Al-Qaeda o dell’Isis! È un fottuto disastro! Si rende conto di cosa accadrà se quelli in alto cominceranno a farsi domande a riguardo? Voglio proprio vederlo il Consiglio a negare davanti a gente dei Servizi!-, la sua tirata occupò quasi quattro lunghissimi minuti. Quattro minuti durante i quali sperò che il giapponese perdesse il controllo di sé. Che le desse una scusa per mandarlo a quel paese.
Nakamura non diede segni di essersela presa. Adele sentì di essere a un passo dal lanciare il telefono contro il muro.
-Una fuga di gas le sembra fattibile, come scenario?-, chiese infine il nipponico.
-Sì. Non è quello il maledetto problema! Non capisci? L’antiterrorismo potrebbe interessarsi alla faccenda. Ci sarebbero indagini e quindi qualcuno comincerebbe a farsi domande serie. Già la faccenda di Yuri Borykov ci ha messi nella merda. Bigham era il nostro asso nella manica. Sai bene quanto stiamo lavorando per ricostruire da questo disastro.-, ribatté Adele. Silenzio. Odioso, dolente, immutabile silenzio.
-So tutto quanto, Adele. E posso garantirti che quel bastardo che ha causato tutto questo pagherà. Achiko pagherà. Ti garantisco che accadrà.-, disse Nakamura, -Ma mi sembra che tu non abbia ancora capito che questa è una guerra. Non possiamo permetterci di esitare. Dobbiamo colpire al cuore. Affondare le lame nel petto dei nemici prima che loro possano muoversi. E questo richiede misure estreme. Come quella della villa.-, disse il giaponese. Adele ebbe la netta sensazione di star parlando con un muro in calcestruzzo.
-Ma non serve a niente fermarli se poi mi ritrovo a dover corrompere mezzo stato! Nemmeno il Consiglio può mettere sotto silenzio la stampa nazionale! Lo capisci o no?!-, ringhiò la donna, esasperata. Nakamura parve persino pensieroso.
-Capisco. Cercherò di ridurre la visibilità del nostro conflitto.-, disse infine.
-Te ne sarei enormemente grata.-, ammise Adele a denti stretti. Aveva notato che il bastardo era ancora un maschilista figlio di puttana. Ma a quello avrebbe rimediato. Dopo.
-Allora, se non c’è altro…-, disse Nakamura.
-No. Non c’è altro.-, minimizzò lei. Desiderò ardentemente essersi data malata quel giorno.
Ma non poteva. Non avrebbe mai potuto. Il Consiglio le aveva strappato l’anima ma Nakamura non le avrebbe preso la dignità. Doveva solo pensare a come fare.

Nakamura chiuse la chiamata. Non intendeva prestare la benché minima attenzione a quella donna né le interessava la possibilità che gli affari del Consiglio ne uscissero danneggiati. Lui era lì per quello: per mostrare al Consiglio dei Sedici che era in grado di fare quel che loro si erano solo sognati. Ricevette una chiamata. Yoshiko.
-Sì?-, chiese. Non aveva voglia di parlare con sua lei, anzi, a dover essere onesto non voleva parlare proprio con nessuno.
-La bomba ha fallito ma ho messo un rilevatore di posizione sulla loro auto. Li sto tracciando.-, improvvisamente Karamoto Nakamura sentì il suo essere diviso tra due diverse emozioni. La prima era la consapevolezza che presto la caccia sarebbe finita. La seconda era la consapevolezza che sua sorella avesse avuto modo di trovare Achiko prima di lui.
Sua sorella… Furba, ma anche frivola. Una vera e propria serpe in seno. E Karamoto Nakamura non amava covare serpi in seno. Era tempo di rimediare. Ma prima Achiko e il Giustiziere dovevano morire.
Diede un ordine ad alcuni suoi sottoposti.

Adele masticò rabbia mentre la conferenza stampa veniva annunciata per le quattro del pomeriggio stesso. Nakamura si comportava come un odioso signorotto, incurante dei danni che poteva fare. Personalmente, Adele sarebbe stata ben lieta di rispedirlo in Giappone a calci in culo. Ma non poteva.
Lui era l’arma del Consiglio. Lo strumento con cui quei bastardi si sarebbero tenuti le loro ricchezze. E questo lo rendeva intoccabile.
Almeno per lei. Bigham avrebbe potuto fare qualcosa… Ma lui era morto. E il suo successore stava dimostrandosi parecchio reticente a prenderne il posto.
-Questa cosa è un disastro.-, disse ad alta voce.
-Non lo dica a me, capo.-, disse un poliziotto, beatamente ignaro di quanto grave fosse la cosa e soprattuto di quale fosse la cosa grave…

Njala pensò che le cose stessero prendendo una piega bizzarra. Aveva a lungo pensato se avvisare gli agenti dell’Antiterrorismo oppure no. Ma alla fine aveva optato per un no.
Se quello fosse stato un attentato il bersaglio sarebbe stato un centro commerciale, una chiesa… Qualcosa, insomma, di molto più rilevante che una villetta.
Quindi quello doveva essere un regolamento di conti. E questo permetteva di esplorare anche un’altra possibilità: che il Giustiziere fosse tornato a fare giustizia da solo.
Guardò il diagramma a tela di ragno. Indizi. Un maelstrom di indizi che non portava a nulla. L’identità di quel tizio era un mistero. Il suo movente era chiaro come il sole ma allo stesso tempo, Njala si stava convincendo che ci fosse ben di più sotto.
Solo vendetta? Possibile? Possibile che la rabbia di quell’uomo fosse tanta e tale da spingerlo a lottare contro tutto un sistema corrotto e perlopiù da solo?
Sospirò. La testa reclamava sonoramente per la nottata trascorsa ma si sentiva bene come mai prima d’allora. Tuttavia sentiva la mancanza dalla coca… e la lussuria.
Aveva goduto enormemente. Adele era stata in grado di portarla a vette di piacere mai toccate o forse era stato anche merito della coca… Chissà.
Che importava? Per la prima volta dopo tanto tempo aveva goduto. E non l’orgasmo sterile che gli proveniva dal toccarsi nei momenti in cui il desiderio diveniva insopprimibile ma bensì un vero orgasmo. Un orgasmo travolgente, tempestoso, un onda anomala di piacere puro. Sospirò. Ne voleva ancora. Lei lo sapeva e sicuramente lo sapeva anche Adele ma nonostante ciò, Njala non osava domandare una simile grazia.
Eppure doveva provarci. Doveva.
Si sforzò di concentrarsi sul lavoro. Ma il diagramma diceva sempre la stessa identica cosa. E le ricordava che non poteva parlare di ciò che il Giustiziere le aveva detto.
Però nessuno le avrebbe mai vietato di scrivere di quelle parole e fare collegamenti poi.
O anche di quelle di Montoya.
Montoya… Sparito dalla circolazione. Qualcuno in aeroporto diceva che era andato all’estero per un po’. Nessuno si era scomodato a scoprire dove o a prendere provvedimenti. Come se Raul Montoya fosse stato solo un gregario. Di valore ma un mero gregario. Il Giustiziere pareva essere l’ossessione dell’intero distretto. Ma solo per l’atto di togliere la vita… O per la gente a cui la toglieva?
La domanda divenne rapidamente un tarlo, spalancò nuove e terribili ipotesi in testa a Njala. La nera si tenne il capo dolente mentre si sforzava di fare i collegamenti logici necessari. E quel che uscì da tali ragionamenti non le fu esattamente congeniale.
Imprecò bestemmiando come non le capitava da tempo.
Poi iniziò a scrivere tutto. Un rapporto lungo almeno otto pagine sulla possibile complicità della polizia con i gangstar. Un rapporto che partiva da Anthony Jackson e finiva con Adele Kingsword. Un rapporto che scottava orribilmente.
Salvò il tutto sul suo portatile privato, slegato dal server della centrale. Spense e chiuse il contatto. L’idea era stupida, orribile ma, a suo modo, oscenamente possibile.
Non era d’altronde quello che il Giustiziere e Montoya le avevano detto a loro modo?
Si sentì male. Male davvero. Chiese il permesso di andare a casa a riposare. Concesso. Uscì cercando di non apparire sospetta.

Arrivare al rifugio fu dificile. Achiko sentiva il capo dolere a causa della concussione che l’aveva mandata K.O. ma dominò il dolore, il desiderio di stendersi a riposare.
C’era ancora da fare. Doveva accertarsi di essere a posto. E valutare come contrattaccare. La bomba aveva disintegrato ogni possibilità di pista per trovare Nakamura. Un’altra strada chiusa, sbarrata da quel bastardo.
-A quanto pare, Shinko ha mentito oppure sapeva tutto quanto dall’inizio. O Nakamura ha previsto la nostra mossa.-, ammise infine lei.
-Non importa. Non abbiamo più una pista per capire dove si nasconda Nakamura.-, disse lui. Solo allora la giapponese notò che aveva diversi graffi sul viso, i vestiti strappati. Era messo male. Appariva provato. Forse tanto quanto lei…
-Tutto bene, Qi?-, chiese.
-Ho avuto giorni migliori… Ma anche peggiori. Non temere.-, disse lui.
-Siediti… Devi riposare.-, disse Achiko.
-Quel che devo fare, quel che dobbiamo fare è capire, cercare di escogitare un piano per rendergli la cortesia.-, rettificò l’uomo. Nei suoi occhi brillava una determinazione che si batteva contro la stanchezza e la disperazione.
-Già…-, improvvisamente lei la sentì una macchina che aveva frenato all’improvviso, porte che si chiusero rapidissime. Troppo. Voci che esclamarono qualcosa in giapponese.
-Dobbiamo andarcene.-, disse Qi, anticipandola. Sembrò recuperare improvvisamente le forze. L’adrenalina gli impediva di crollare, tanto a lui quanto ad Achiko.

Ignorando dolore o stanchezza, l’uomo si concentrò. Uscì di casa, dirigendosi verso il tetto. Sentiva i passi dei nemici sotto di sé. Stavano arrivando. Ma se avessero creduto che lui e Achiko fossero ancora in casa avrebbero avuto una possibilità. Una minuscola speranza di sopravvivere.
“Se devi scegliere tra vivere o morire, è meglio morire.”, diceva l’Hagakure.
Lui non era un samurai e aveva ancora molto da fare.
I due salirono di altri tre piani mentre sotto di loro i giapponesi correvano.
-Dove stiamo andando?-, chiese Achiko. Estrasse la pistola, pronta a sparare.
-Verso il tetto.-, rispose l’uomo.
-Perché?-, chiese lei. Sparò un singolo colpo costringendo un giapponese in impermeabile nero a rintanarsi dietro la magra copertura offerta da una porta. Spari confusi in risposta, raffiche non mirate. Più volte a seminare confusione e panico che a uccidere. O forse gli Yakuza credevano davvero alla possibilità di ucciderlì così facilmente?
L’uomo protese il braccio. La pistola sparò rapida: due colpi che centrarono alla spalla uno dei nipponici. L’uomo cadde indietro non senza espressioni di sofferenza che tradivano una scarsa capacità di resistere al dolore. Achiko fu disgustata da una simile debolezza. Ma durò un istante.
Qualcuno stava parlando di chiamare la polizia. I due continuarono a salire.
-Perché è la sola via di fuga.-, rispose l’uomo senza voltarsi. Achiko non aveva problemi a credergli. La giovane avanzò.

Ignorando la sofferenza, la stanchezza, il panico o persino la voglia di restare a combattere, l’uomo si convinse ad avanzare. Superò di scatto altri due piani, sparando un colpo ogni tanto. I loro nemici avanzavano ancora. Decisi. Implacabili.
E ciechi.
La paura di essere puniti e le ricompense li muovevano. Fini inferiori e meschini se confrontati alla sola finalità dell’uomo e di Achiko. Quelli non erano samurai. Anzi, ne erano le pallide ombre corrotte. Erano ciechi, prima di tutto a sé stessi. L’uomo non lo era. E, a differenza di loro, non temeva la morte. Ma nemmeno la desiderava…
-E ora?-, chiese Achiko. L’uomo non rispose: continuò ad avanzare sino all’ultimo piano e una porta che dava sul tetto.
-Ci sarà un edificio, davanti a noi. Dobbiamo saltare.-, disse mentre la ragazza sparava due colpi. Un grido annunciò che aveva preso qualcuno. Spari. Ma non colpirono nessuno. Una fortuna. Achiko ricaricò con gesti febbrili ma controllati, poi si voltò.
-Vai. Ti copro io!-, esclamò l’uomo. La giapponese non si oppose. Si lanciò verso il bordo del tetto, gettandosi verso il tetto accanto. L’uomo la vide di sfuggita atterrare incolume sul tetto opposto. Sparò ai possibili nemici in arrivo. “Clack!”, caricatore esaurito. Ne aveva solo un altro. Ricaricò. Mise il colpo in canna. Sparò altri due colpi centrando uno Yakuza al ventre. Un istante di tregua che avrebbe anticipato l’irruzione di altri di loro sul tetto.
Non poteva permetterlo. Doveva saltare. Si girò lanciandosi verso l’altro tetto senza pensare. Divorando la paura prima di venirne divorato.
Balzò rapidissimo, il vuoto tra i tetti che lo inghiottì. Un’improvvisa sensazione di libertà lo pervase La sensazione del suo essere sospeso in aria per un lungo istante prima di tentare di afferrare il tetto opposto… E comprendere di aver calcolato male la distanza.
Non ebbe il tempo di disperarsi: Achiko gli afferrò il braccio destro issandolo sul tetto proprio mentre gli Yakuza restanti raggiungevano il tetto. Spari. Due.
Uno andò a vuoto. L’altro lo colpì alla gamba destra. Poco sopra il ginocchio. Fu solo un graffio ma il dolore lo annichilì. Strinse i denti, aggrappandosi alla percezione della realtà.
La giapponese lo issò sul tetto.
-Mi hanno colpito.-, disse con un ghigno deformato dal dolore ma senza gridare.
-Ce la fai a camminare?-, chiese Achiko.
-Credo…-, ammise lui. Sì. La gamba reggeva. Doleva un casino ma aveva sopportato ben altro. Sarebbe sopravvissuto.
Si diressero verso la porta che dava alle scale dell’edificio, con Achiko che sparò diversi colpi abbattendo uno Yakuza pelato dal viso tatuato. Sparò un colpo a sua volta, costringendo al riparo gli altri nemici.

Nakamura aspettava la chiamata. Da minuti. Da ore.
Aveva creduto che l’attesa al dojo sarebbe stata sufficiente. Non lo era.
Così come non sentiva il bisogno di cibo o alcolici. Se tutto fosse andato bene, la testa di Achiko e quella del Giustiziere sarebbero divenuti i migliori trofei della sua collezione.
Sorrise pensando all’alleanza stretta tempo prima. Ai giochi di potere eseguiti per arrivare tanto lontano. D’altronde anche Iyesayu Tokugawa aveva giocato sporco per prendere il potere. Senza il tradimento avvenuto a Sekigahara il giappone non avrebbe mai beneficiato di duecento anni di relativa pace…
E lui avrebbe ora ottenuto un trionfo altrettanto elevato, annichilendo sistematicamente gli ultimi nemici del Consiglio prima di scalarne i ranghi.
E questo anche grazie a un suo benefattore che non avrebbe mai dimenticato.
Si voltò verso Iemitsu, l’uomo lo guardò, occhi bassi, servile.
-Mia sorella… Yoshiko è diventata una spina nel fianco. Il suo errore e la sua mancanza di sotterfugio ci è quasi costata tutto. Non posso soprassedere.-, disse.
-Ascolto e obbedisco.-, sussurrò il sottoposto. Diligente e deciso.
-Uccidila.-, gli ordinò Nakamura. Un po’ gli dispiaceva, era pur sempre sua sorella. Ma ormai non c’era più spazio per gli errori.
-Devo portarvi la sua testa?-, chiese con raggelante calma lo Yakuza.
-No. Fai sì che sembri un incidente.-.

La gamba sanguinava. Achiko lo vide. Il bendaggio di fortuna che Qi si era fatto non avrebbe retto a lungo. Ma non potevano fermarsi. Corsero lungo le scale, ignorando l’ascensore o i possibili rimproveri degli abitanti del palazzo.
-Quanti ancora?-, chiese Achiko.
-Non lo so. Dipende anche da quanti sono o se intendono chiamare rinforzi.-, disse con calma lui. Appariva ancor più provato. La giapponese non se la sentì di escludere che si stesse lentamente dissanguando. Ma lui la guardò. Sorrise.
-Ce la farò.-, disse, deciso, -Non posso morire. Non ancora. Non prima di aver finito.-.
Achiko considerò per un istante che quell’uomo sembrava molto più simile a lei di quanto lei stessa amasse supporre.
Scesero un’altra rampa di scale. La giapponese trattenne un’imprecazione.
Due Yakuza li aspettavano al piano di sotto. E non erano soli. Ce n’era un terzo seminascosto.
Troppi per abbatterli tutti in una volta. Avrebbero dovuto essere rapidissimi… Oppure…
L’uomo le sorrise. Picchiettò su una tasca dell’impermeabile. Estrasse una cosa tubolare.
Una granata flashbang. Achiko la conosceva per mero sentito dire.
Non ne aveva mai usata una ma ne conosceva lo scopo.
-Aspetta il mio segnale.-, disse. Impugnò la pistola togliendo la sicura alla flashbang.
-Ora!-, esclamò. I giapponesi si voltarono ma la granata atterrò e rimbalzò tra loro.
L’esplosione assordate rischiò di privare Achiko dell’udito ma la ragazza era stata previdente: aveva evitato di essere accecata, così come l’uomo.
Gli Yakuza non ebbero alcuna chance. Furono abbattuti da tiri precisi, mentre tentavano di recuperare un orientamento irrecuperabile. Prima ancora che finissero di cadere, l’uomo e la giovane erano già lanciati verso l’ingresso, decisi a uscire in strada e sparire.

Yoshiko si lasciò andare a un ignobile espressione in giapponese.
Il suo amante la stava facendo impazzire. La stava possedendo con una foga animalesca dopo averla degnamente preparata. Il sesso era la sua droga. Yoshiko Nakamura aveva perso la verginità molto presto, attorno ai sedici anni e aveva capito che, se usata bene, l’arma del sesso poteva provocare più danni della Katana più affilata.
Lei adorava la sensazione di essere presa e Iemitsu Nidora era ben dotato. Più molti altri.
E in quel momento lei sentiva ogni singola spinta. Posizionata alla pecorina, subiva gli assalti dell’uomo con un’entusiasmo incredibile.
Godette poco prima che lui le venisse dentro, ovviamente scopavano col preservativo. Yoshiko voleva evitare di mettere al mondo figli di cui non le interessava curarsi. Si distesero sul letto king-size, a recuperare una respirazione decente.
-Sei sempre splendida, mia dolce bellezza… Sembri come un ciliegio in fiore. Bella da mozzare il fiato.-, disse lui. Lei sorrise. Complimenti. Le piacevano sempre i complimenti.
Rendevano tutto meno… animalesco. Ma in fin dei conti non le cambiavano nulla.
-Grazie. Tu sei vigoroso come pochi…-, disse lei. Era vero.
Lui annuì. Si alzò. Le porse un bicchiere, lei bevve senza pensare. Il telefono di lui suonò.
Iemitsu rispose. Poche parole affilate come lame e Yoshiko comprese che, per quella sera il divertimento era finito.
-Mio fratello?-, chiese. Lui annuì.
-Vuole che lo raggiunga subito. Ci sono problemi.-, disse lui. Iniziò a rivestirsi. Lei si alzò.
-Capisco.-, disse.
-Ti ho lasciato un piccolo regalino sul tavolo.-, disse con calma lui. Lo sguardo di lei corse al tavolino. Ebbe un sorriso. Baciò le labbra di Iemitsu con la felicità di una bambina lieta.
Appena lui fu uscito lei si gettò al tavolo. Eroina. Il suo secondo vizio non proprio ben visto. Ma lei aveva una grande forza di volontà e una ben maggiore capacità di tenere nascoste le sue particolari inclinazioni.
Estrasse la siringa, tolse il cappuccio, si punse iniettandosi la droga in endovena.
-Che bello…-, sospirò come fosse stata in preda di un nuovo orgasmo. Non poteva sapere che nella fiala non c’era solo eroina ma anche ricina. Uno dei veleni più letali sulla terra. Inodore, incolore, capace di dissolversi nell’organismo.
Non poteva sapere che, bucandosi aveva decretato la propria fine.

Iemitsu Noriwaga sorrise. Nakamura sarebbe stato soddisfatto. Lui sapeva della dipendenza di Yoshiko dagli oppiacei da qualche mese. Aveva suggerito lui stesso di usare quella particolare debolezza a proprio vantaggio.
Yoshiko non gli sarebbe mancata. Era un’amante. Ma lui ne aveva diverse. Almeno tre, oltre a lei. Le usava come le bottiglie di birra. Finita una né prendeva un’altra.
Iemitsu era un sicario leale. Un samurai devoto al suo signore. E Nakamura era il suo signore da molto tempo. Lui, lui e pochi altri, ricordavano cosa volesse dire servire.
La parola alla base dell’essere Samurai.
-Fatto.-, disse tramite il cellulare collegato alla macchina.
-Eccellente.-, disse Nakamura, -Attendi altri ordini. Avrò presto altro lavoro per te.-.
La comunicazione si interruppe.

La strada li accolse. Era sera.
-E ora?-, chiese Achiko. L’uomo non rispose. Mirò con la pistola. Un giapponese che faceva da palo si beccò due pallottole nel ginocchio destro. Cadde con un grido. La folla si disperse. Qualcuno urlò. Panico. La polizia sarebbe arrivata presto.
Avvicinandosi al ferito, l’uomo estrasse il Tanto.
-Allora… Può finire molto in fretta o molto lentamente. Scegli.-, disse.
-Vaffanculo!-, gli sbraitò in faccia lo Yakuza, il viso deformato dal dolore.
-Forse. In ogni caso, prima di andarci farò sì che i tuoi avi guardino alla tua morte con disgusto, credimi.-, disse lui, freddo e spietato. L’altro lo fissò. Per un lunghissimo istante.
-Che importa? Sarei già disonorato dal cedere.-. L’uomo sorrise. Aveva l’aria di un Oni.
Un demone. Lo sapeva. Quella era la sua natura, alla fine. Nessuna pace o redenzione.
Perché nessuno o quasi poteva comprendere. Trapassò la gamba del prigioniero in un punto non vitale. L’altro urlò. L’uomo sorrise. Suo malgrado. S’impose di essere spietato.
In verità li odiava, quei falsi samurai. Odiava il loro modo di essere, ambivalentemente in bilico tra un presente asettico e un passato tradizionale con il risultato di non appartenere né all’uno né all’altro. Ipocriti fino in fondo s’ispiravano al Bushido ma affogavano la dignità in un mare di droga, donne facili e ferocia ancestrale. Non meritavano pietà.
Erano peggio dei Martin Priest o degli Augustus El Rey di turno e lo erano perché si credevano qualcosa che non erano, deformando un credo antico di quasi mille anni. Gli davano la nausea.
-Hai disonorato i tuoi avi nel momento in cui hai urlato.-, sussurrò Achiko.
-Vaffanculo pure a te, troietta!-, sibilò lui. Lei lo guardò, disgustata.
-Come perferisci.-, disse soltanto. Lasciò campo libero all’uomo.
-Lo senti? Il sangue ti esce lentamente dalle ferite. Ci metterai parecchio a crepare e io mi assicurerò che non sia una dipartita lieta come speri. Morirai piangendo.-, continuò lui.
Silenzio. La lama del Tanto scivolò fino all’occhio sinistro del nipponico.
-Ho sempre voluto cavare un’occhio a qualcuno. Così, per vedere com’é…-, sussurrò l’uomo. Il prigioniero sussultò. Iniziò a tremare.
-Ok… OK! Parlerò! Dimmi che diavolo vuoi sapere!-, cedette.
-Nakamura.-, disse soltanto l’uomo, -Dov’è?-.
-E io che ne so? Io obbedisco a sua sorella… Ma lei ha un amante… Il secondo di Nakamura stesso, Iemitsu Noriwaga.-, disse lui. L’uomo annuì. Punto la pistola al capo del prigioniero tremebondo, allineando la bocca da fuoco con il punto più elevato della sua testa. E premette il grilletto.
-Dobbiamo andare. Guidi tu.-, disse alzandosi ad Achiko. Le chiavi erano già nel quadro. Lei parve scuotersi. Annuì.
Le sirene arrivarono qualche istante dopo ma loro già non c’erano più.

Adele Kingsword imprecò. Un’ennesimo casino…
Digrignò i denti dalla rabbia. Com’era possibile? Come poteva Nakamura non comprendere? Lo chiamò. Ma prima di poter iniziare la sua invettiva, la voce del giapponese la salutò. Pacata. Forse persino rispettosa? Ne dubitava… Eppure qualcosa era cambiato, ne era sicura.
-Quaggiù è un casino.-, si limitò infine a dire.
-Non è stata opera mia: mia sorella ha deciso di agire a mio nome. Ma ha già pagato. Aspettavo da tempo un pretesto per eliminarla e ora anche i suoi seguaci sono morti.-, disse il nipponico. La sua calma e la straordinaria piega degli eventi colsero Adele completamente di sorpresa.
-Giustificherò la faccenda con una massiccia operazione di polizia.-, disse con calma sorprendente la bionda, calma che stupì lei stessa per prima.
-Non mi aspettavo niente di meno da lei.-, disse Nakamura.
-Già. In ogni caso, questo significa che io e lei dovremmo parlare.-, disse.
-Non abbiamo nulla da dirci. Io ho la mia missione e lei ha la sua.-, ribatté il giapponese.
-Non ci siamo capiti. Non è un maledetto invito. È un ordine. O accetta o entro i prossimi due giorni lei e i suoi mafiosi spadaccini ve ne tornete a Osaka a calci in culo.-, chiarì lei con una calma glaciale. Il Consiglio dei Sedici aveva ancora la sua lealtà ma loro sapevano bene che i metodi di Nakamura stavano divenendo eccessivi.
Andava fermato in qualche modo.
L’uomo rispose pochi istanti dopo anche se nella mente di Adele il tempo si era distorto. Le sembrò che fossero passati minuti, quasi ore.
-Capisco. Accetterò il suo invito. A casa sua domani a pranzo?-, chiese con calma lui.
-Volentieri.-, rispose la donna, -La aspetto per mezzogiorno.-.
Nakamura chiuse la chiamata.
-Chase, James, preparatevi alla nuova recita…-, disse la kapa rivolta ai suoi due luogotenenti. Mentre metteva in moto gli ingranaggi coi suoi uomini pensava a come gestire la situazione. Nakamura doveva comprendere che non poteva continuare così ma minacciarlo di morte era fondamentalmente stupido.
Allora, in tal caso, molto meglio tentare di renderlo inoffensivo…

-Dove andiamo?-, chiese Achiko. Erano a qualche chilometro di distanza.
-Al tuo hotel… Se è sicuro.-, disse Qi.
-Non ne sono più così certa.-, ammise lei. Lui sospirò.
-Però… D’altronde come potevano sapere che saremmo andati a rifugiarci là?-, chiese.
-Devono averci tracciato in qualche modo. In ogni caso credo di poter escludere che ci stiano ancora tracciando in qualche modo. Dopotutto quest’auto è di uno di loro.-, disse Qi. Armeggiò con la fasciatura zuppa di emoglobina.
-Quindi verso l’hotel?-, chiese lei. Si ricordò improvvisamente che lui non era il capo.
Infatti l’uomo non rispose. La giapponese impostò il tomtom sull’hotel in cui alloggiava.
Pensando che qualcuno dovesse aver fatto il suo nome… Ma chi? Qualcuno abbastanza in alto, un suo contatto? Non lo sapeva. Ma scoprirlo era prioritario.

Njala era sdraiata sul divano, il portatile giaceva su un tavolino poco lontano.
Articoli di cronaca recente e non, politica, economia…
La giovane stava scavando da un po’ nel torbido passato della metropoli e quel che ne usciva non le piaceva per nulla.
Aveva mangiato poco. Un piatto cinese, preso al ristorante sotto casa. Poi aveva iniziato la sua full immersion nella storia della Città. In pratica pareva che Bigham avesse avuto gravi problemi con una studentessa che lo aveva accusato di molestie. Il processo avrebbe potuto distruggerlo ma a un certo punto la testimone chiave non si presentò a processo, sostenendo di essersi sbagliata enormemente. Le accuse caddero e la reputazione di Bigham resse alle successive settimane di pressione.
Poi iniziò la risalita. La caduta di un gruppo di ecologisti rivelatisi una facciata per un gruppo mafioso, la scoperta di un giro di reciclaggio di denaro nella vicina industria metallurgica… Casi apparentemente privi di collegamenti.
Che però, avevano lentamente permesso a Bigham di non venire sommerso dallo scandalo. Invece si era ripreso. Gradualmente. Lentamente.
Fino a divenire l’icona della città. Un’icona con molti scheletri nell’armadio.
La nera cambiò posizione, sdraiandosi supina. Aveva digerito da parecchio e ora si era concessa una canna. Tanto dopo la cocaina poteva ben permettersela, no?
Era stanca e pensierosa ad un tempo.
Yuri Borykov… Un’impero fondato sulla violenza…
Bao Yi… produttrice di oppiacei e droghe più o meno sintetiche e più o meno letali.
El Rey, responsabile di un racket di prostituzione e un giro di spaccio di coca.
Un trafficante d’armi con una rete di contatti in tutto lo Stato…
Spacciatori e pushers minori…
Erano solo quelli i bersagli del Giustiziere? O no?
Controllò alcuni rapporti della polizia. No. Alcuni uomini apparentemente incensurati, in realtà malavitosi, uccisi nel quartiere mediorientale.
Ma la domanda imperativa, quella a cui Njala voleva ora dare una risposta era cambiata.
“Che diavolo ci farei con lui se anche scoprissi il suo nome?”.
Le sue riflessioni furono interrotte dalla soneria del telefono. Le note di Follow the Leader di Shakira aggiunsero colore a quella serata grigio fumo.
-Pronto?-, rispose una volta afferrato lo smartphone.
-Sono io!-, esclamò una voce ben nota. Adele. Njala involontariamente sorrise felice.
-Come va?-, chiese la kapa.
-Bene… meglio. Credo che la nostra nottata mi abbia un po’ scombussolata.-, ammise lei.
-La prima volta è normale. Poi ti abitui.-, la rassicurò la bionda restando sul vago.
-Intendi per la coca o per l’aver fatto sesso con una donna più volte?-, chiese Njala.
Adele rise, una risata divertita.
-Entrambe, immagino.-, rispose dopo qualche minuto, -Ma non ti chiamavo solo per questo.-. Il cuore di Njala accelerò il proprio ritmo e lei fu improvvisamente conscia della possibilità di essere stata scoperta. Eppure… no, era impossibile, giusto?
-Dimmi pure.-, disse, non senza una punta d’apprensione che sperava essere ben nascosta.
-Domani… hai da fare a pranzo? Pensi di poter venire a casa mia per le 11.30? Avrei bisogno del tuo aiuto per una cosa.-, l’offerta colse la giovane totalmente di sorpresa.
E prima ancora di poter riflettere aveva già accettato. Maledisse il proprio impulso ma sapeva bene che quella notte folle le aveva scavato una voragine nell’anima. Ne voleva ancora. Sorrise.
-Allora a domani.-, disse Adele. Chiuse la chiamata con un bacio schioccato attraverso il telefono che a Njala ricordava sin troppo il suo ex. Ma la giovane sorrise. Posò il telefono. Improvvisamente si sentì molto stanca. Voleva dormire. Si assopì lentamente.

Erano le dieci e venti di sera quando finalmente riuscirono ad arrivare all’hotel. Cosa sorprendente, alla reception non fecero domande di sorta. Meglio.
Una volta in camera, l’uomo si fasciò meglio la gamba. Era migliorata, non sanguinava quasi più. La cosparse di disinfettante fornitogli da Achiko mentre lei chiamava il servizio in camera ordinando del cibo. Poi ebbe il coraggio di parlare.
-Siamo stati traditi.-, disse senza mezzi termini.
-Già. Qualcuno deve aver detto a Nakamura delle nostre mosse.-, concordò Achiko.
L’uomo notò che si era irrigidita.
-Chi sapeva che saresti tornata?-, chiese.
-Mia madre… Mia zia. La mia famiglia. Molti dei miei contatti qui in città non sapevano nulla finché non sono arrivata. No. La talpa dev’essere forzatamente in Giappone.-, ragionò la giovane. Si sedette, abbandonandosi allo schienale della sedia.
-Mia zia… Lei mi odiava ma non mi tradirebbe. La vendetta è la vendetta. E la nostra famiglia ne rispetta la santità.-, continuò a ragionare ad alta voce.
-Mh.-, l’uomo emise un borbottio monosillabico, perso nei suoi pensieri.
-Mia madre approvava l’idea della vendetta, mi ha permesso di tornare qui… Dopo una punzione simbolica. Non può essere lei.-.
-Allora chi?-, chiese l’uomo.
-Non lo so.-, ammise Achiko.
-Però ora abbiamo una pista. Iemitsu Noriwaga.-, disse lui.
-Già. Lo conosco di fama. Un ottimo Yakuza. Un tradizionalista. Non si droga o beve, almeno non tanto da perdere la dignità. È quasi un dispiacere averlo come avversario.-, disse Achiko, -In mezzo a tanti nemici indegni, è forse l’unico avversario onorevole.-.
-È bravo?-, chiese l’uomo.
-È molto capace. Ha fatto parte di un gruppo di mercenari noto come LoneStar. Fondato dagli americani ma abbastanza internazionale. L’ha lasciato dopo una missione finita male a Grozny. Una faccenda di ostaggi che non è mai stata del tutto chiarita. Si sa solo che gli ostaggi non sono usciti dalla Cecenia sulle proprie gambe. Iemitsu è tornato in Giappone al servizio della Yakuza e di Nakamura. L’ho incontrato solo una volta.-, rispose lei.
-Eravamo ai ferri corti. Disputammo un’incontro di Karate. Mi ruppe un braccio.-.
Il silezio si posò sulla loro conversazione.
-Perché sei qui, Qi?-, chiese lei.
-Per la tua stessa ragione.-, rispose lui.
-Perché proprio qui? Perché non in Giappone o in Africa. Il male è ovunque…-, chiese lei.
-Perché qui il male mi ha colpito. Qui è caduta l’illusione. Qui devo rinascere.-, disse lui.
Achiko annuì. L’uomo la guardò.
-Tu sei una Yakuza… Come loro. Che farai una volta eliminato Nakamura?-, chiese.
-Riporterò tutta l’attività in Giappone. Non avremmo mai dovuto andarcene.-, rispose lei.
-Potresti restare. Aiutarmi a fare sì che quel che è successo sino ad ora abbia fine.-, offrì lui. La giovane scosse il capo.
-Non funzionerebbe. Io… Già non dovrei essere qui. Dovevo avere il coraggio di morire.-, disse. L’uomo sospirò. Il Bushido…
C’era sempre il doppio, l’ombra dell’onore dei Samurai. Che portava sin troppo spesso a scordare la sacralità della vita. Quella sacralità che anche lui stesso, a volte, scordava.
-Però sei qui. Viva.-, osservò lui.
-È vita? Mio padre mi ha ripudiata. La mia famiglia ha deciso di diseredarmi. Per loro la mia vita conta meno di quella di un cane randagio.-, sussurrò lei. La maschera d’imperturbabilità che portava si frantumò per un istante, lasciando intravedere un dolore che non le permetteva scappatoia alcuna.
-E tu?-, chiese lui, -Per te la tua vita conta?-. Silenzio, meditabondo silenzio.
-Cosa importa? Cosa importa al mondo se il singolo individuo muore o vive? Per tutta la vita ho continuato a seguire il Codice. Il Bushido. La lealtà sopra ogni altra cosa. Persino ora, ora che tutti mi hanno voltato le spalle.-, le sue parole tagliavano, come una lama.
-Perché?-, chiese lui.
-Perché la mia famiglia… Tutti i miei avi furono grandi guerrieri. Tutti loro morirono sul campo. Nessuno di loro fece un solo passo indietro. Non posso essere da meno. Neanche volendo.-, disse lei, secca.
-Fino ad ora hai parlato della tua famiglia, dei tuoi avi, di tuo padre, del Bushido… ma tu? Tu, Achiko, che valore dai alla tua vita?-, chiese lui, non meno secco.
-Io… Perché t’interessa tanto?-, chiese la giovane, improvvisamente sulla difensiva.
-Perché ho visto sin troppa gente decidere di buttare via la propria vita per valori che nessuno comprenderebbe. Ho visto gente a me cara rovinarsi per mancanza di disciplina e la mia famiglia andare in pezzi per l’incapacità di ammettere i propri errori. Ho visto me stesso affrontare un processo di ricostruzione che ancora non riesco a capire se sia finito o no. E ora vedo te… Lo farai davvero? Se anche ti sacrificherai per l’onore della tua famiglia, cosa cambierà? Nulla. Morirai per qualcuno che non ha avuto il fegato o la possibilità di venire qui a vendicarsi al posto tuo.-, ribatté lui.
-Mia madre non poteva… Io sono l’unica che può farlo!-, sibilò lei.
-Giri contro Ninjo. Come al maledetto solito.-, rispose l’uomo.
Giri contro Ninjo. Dovere contro desideri personali. Un concetto squisitamente nipponico.
-Dovevo fare Seppuku ma ho scelto la vendetta. Ho scelto di procrastinare.-, disse Achiko.
-No. Hai scelto di non arrenderti.-, ribatté lui.
-Cosa ne sai? Non sei giapponese!-, chiese lei non senza un certo accenno di rabbia.
-So che per qualche ragione alcuni tra i migliori guerrieri del tuo paese sono stati Ronin. Samurai privi di padroni. Musashi, per citare l’esempio storico.-, rispose lui, -So che il senso dell’onore spesso ci stritola. Ci obbliga ad assumerci responsabilità non nostre. A pagare per colpe mai commesse.-. Silenzio. Di nuovo.
-So che scegliere di togliersi la vita non è sempre la soluzione, né la più onorevole.-, concluse l’uomo. Si alzò, stiracchiandosi.
-Non li ho traditi. Ma non hanno voluto ascoltare.-, sussurrò Achiko un lungo istante dopo. Bussarono alla porta. Il servizio in camera. Verdure lessate e merluzzo… I due iniziarono a mangiare, sospendendo il discorso.
Ma la mente dell’uomo divenne improvvisamente consapevole di aver fatto breccia nell’animo della giapponese.

Il pasto finì. Achiko avrebbe desiderato diversamente. Quella conversazione stava facendola riflettere. Non solo riguardo ai suoi propositi ma anche riguardo la sua intera filosofia di vita. Le argomentazioni filosofiche non erano mai state il suo forte e riconosceva che Qi pareva sapere di ciò che stava parlando. Pur non essendo giapponese. Si guardarono in silenzio.
-Iemitsu.-, iniziò lei.
-Già. Sai dov’è?-, chiese lui.
-No. Ma conosco qualcuno che possiamo spremere per sapere dove si trova.-, rispose lei.
Qi annuì. Calmo.
-E noi andremo a prenderlo. Domani.-, disse lei. L’uomo annuì di nuovo. Assolutamente neutro davanti alle sue affermazioni.
-Per chi lo fai?-, chiese lui. Achiko sospirò.
-Perché ci tieni tanto a saperlo?-, chiese, esasperata.
-Perché ci tieni tanto a non saperlo?-, chiese lui.
-Io so per chi lo faccio. Sei tu che non vuoi accettare la mia realtà delle cose!-, ribatté lei.
-No. Tu credi di saperlo. Ma per chi lo fai, davvero. Per chi?-, chiese Qi.
-Per me!-, ammise lei dopo un lungo istante, -Per me.-.
-Bene!-, esclamò Qi, -Perché sappi che alla fine della faccenda per quanto possiamo dipingere di idealismo ciò che facciamo, alla fine agiamo essenzialmente per noi stessi.-.
Achiko rimase bloccata, paralizzata da quell’improvvisa consapevolezza.
Ecco qualcosa che anni di addestramento non avevano potuto evitare.
-Ma tutti amiamo darci grandi toni. Fare gli idealisti, gli altruisti, assumere la figura dell’eroe che si sacrifica per gli altri… Tutto questo ci rende giusti, no?-, chiese lui. Non le lasciò il tempo di rispondere. Evidentemente era una domanda retorica.
-È molto facile ammantarsi di nobili ideali. Ma facendolo dimentichiamo le vere ragioni che ci spingono ad agire.-, disse lui.
-E tu? Perché lo fai?-, chiese lei.
-Io ho un solo precetto. L’onore. Io sono il solo giudice del mio onore. E la mia condanna, da me stesso imposta, vuole che io faccia questo. Anche perché non credo di saper fare altro. Ho iniziato questa guerra e la finirò.-, sussurrò l’uomo.
-Non sei diverso da me.-, osservò lei.
-Con una sola differenza. Io sono già morto. Sono morto tempo fa. Nell’appartamento… Quello in cui ti ho condotta.-, l’uomo improvvisamente fece un movimento. La maglia cadde a terra. Il torso nudo di Qi non era muscoloso ma ospitava un tatuaggio sullo sterno. Una runa bizzarra, una croce a tre braccia patibolari la cui fine si fondeva a una sorta di coda serpentina stilizzata, sormontata da un triangolo cornuto a sua volta sormontato da una parodia del simbolo dell’infinito.
-Questa è la mia runa. Morte e rinascita. Inizio, fine e poi inizio, di nuovo. Come te. Anche tu sei morta in quella camera d’albergo. Solo che, a differenza mia, non riesci ad ammettere che questa vita può ancora essere degna di essere vissuta.-.
Achiko non riusciva a staccare gli occhi. Altri tatuaggi facevano bella mostra di sé sul corpo di Qi ma quello… Quello era ipnotico ed evocativo. La giovane si sorprese a considerarlo bello.
“Un essere ferito. Morente. Ma forte abbastanza da tornare a vivere in una nuova forma.”, pensò prima di darsi dell’idiota per aver permesso al dubbio di insinuarsi.
Eppure… Si tolse la maglia anche lei. Il solo reggiseno restava, e dopo di quello, la nuda pelle coperta da un velo d’inchiostro.
-Ognuno di questi tatuaggi è stato guadagnato col dolore.-, sussurrò.
-Ma i tuoi ti sono stati concessi. Il mio è stato una scelta. Una tortura volontaria.-, disse Qi.
-Perché?-, chiese lei, improvvisamente conscia del significato recondito di simili parole.
-Perché la mia anima, il mio cuore e la mia mente avevano già oltrepassato il punto di non ritorno. Soffrii atrocemente quel giorno. Ma non dissi una parola. Non implorai. Non cedetti. Andai fino alla fine. Fu il mio suicidio privato.-, rispose lui.
-I tuoi tatuaggi sono di rango. Di merito. I miei sono mementi. La differenza sta tutta qui.-, concluse l’uomo. Il tavolo li separava. Achiko si domandò improvvisamente quanto avesse sofferto… Quanto male aveva dovuto patire per giungere a una simile resurrezione mentale. E quanto tempo questa aveva preso…
-Bao Yi… lei ha mai…?-, chiese la giovane stupidamente dandosi dell’idiota subito dopo aver formulato la domanda. L’uomo sorrise.
-Nessuno li ha capiti. Nessuno li ha davvero voluti capire. In molti li hanno visti ma nessuno ne ha capito il significato.-, disse lui.
-Già… Immaginavo.-, ammise lei. Qi Sorrise.
Achiko si sforzò di restare neutrale. Fredda. Ma la sua maschera di neutralità era morta. Spezzata dalla verità che Qi le aveva gettato addosso. Rimaneva solo il dubbio. Non sul Bushido ma su di sé. Il dubbio su ciò che era. Ciò che credeva di essere.
E ciò che sarebbe stata. Fissò l’uomo che le restituì lo sguardo. Enigmatico.
-Chi sei?-, chiese.
-Io sono io. Tu chi sei?-, chiese lui di rimando.
-Non giocare con me, Qi. Tu… Quel che hai detto non mi è indifferente.-, disse lei.
-Forse perché alla fine ci credi. Credi anche tu che io abbia ragione, no?-, chiese l’uomo.
-Chi sei? Io non capisco. Quando sei arrivato da Bao Yi avevi questo stesso modo di fare… Sfuggente come acqua tra le dita.-, l’esasperazione promanava dal suo tono.
-Io sono questo.-, disse lui indicandosi.
-Non scherzare.-, ribatté la giovane. In verità iniziava davvero ad arrabbiarsi.
-Quando affrontai Bao Yi, lei mi fece vedere i morti. Mi diede un allucinogeno. Mi mandò a fare visita agli spettri del mio passato. Riemersi a stento. Ma riemersi. Questo è quel che sono.-, disse lui. Achiko non s’impressionò. Bao Yi soleva testare i suoi partner in modi simili. Ricordava quanto fosse stata impietosa con Anthony Jackson o intransigente con lei. Secondo la filosofia di Bao Yi, se non si è sufficientemente forti, si finisce necessariamente con l’essere schiavi. E ironicamente, la Farfalla d’Acciaio era stata battuta da una forza superiore alla sua.
-Bao Yi… lei credeva che i forti siano forti per natura.-, sussurrò Achiko.
-Credeva male. Io ero debole. Il sale della terra privo di sapore. Inutile. Ma poi…-, la voce di Qi si fermò. Come se improvvisamente avesse deciso di fermarsi.
-Poi?-, chiese lei. Ansiosa di sapere, suo malgrado.
-Poi accadde qualcosa. Persi molti amici o presunti tali e una ragazza. L’amavo ma non sono stato capace di salvarla. La vidi cadere nell’abisso della droga, finché non se ne andò. Passai molto tempo da solo finché un mio gande amico non morì male. E fu allora che capì. Qualcuno doveva agire. Doveva fare qualcosa. Era troppo facile pensare che qualcun altro lo avrebbe fatto. Così decisi di essere io.-.
Silenzio. Stavolta la meditazione, la riflessione, la reminescenza era di Qi.
Achiko non osò parlare. L’uomo se ne rimase fermo: statua immobile in un tepestoso ciclone di possibili eventi. La giovane notò che la sua postura denotava una gran forza di volontà. Una rocca, una roccia che resisteva imperturbabile a ogni mutamento.
La giovane sospirò ricordando i monaci Shintô e il loro credo di vita e rinnovamento e i buddhisti, celebranti la morte e la rinascita. Ma più che loro, Qi le ricordava uno di quei folli eremiti. Un Tesshu o un guerriero la cui mano non è mano e la cui spada non è spada…
-Un compito gravoso.-, disse lei, decidendo di dare un taglio alla soggezione che aveva iniziato a provare. Lui annuì.
-Un po’ come quello che tu hai scelto di prendere sulle tue spalle.-, disse.
Lei si sorprese improvvisamente a sorridere. Un sorriso triste ma pur sempre un sorriso.
-Io devo farmi una doccia.-, disse a mo’ di conclusione. Lui annuì di nuovo. Prima di chiudersi in bagno, lei lo vide seduto nella medesima postura. A fissare il muro della stanza. Per qualche ragione, Achiko pensò che stesse meditando, praticando lo zazen.

L’uomo rimase a fissare il muro ma la sua mente non era lì.
Aveva improvvisamente intuito la differenza sottile che correva tra loro ed aveva tentato di farle comprendere la verità. Ma l’aveva fatto non solo per amore della filosofia o perché lei fosse la prima persona in grado di comprenderlo giunta nella sua vita dopo molti anni, bensì perché aveva un presentimento. Una deduzione spietata gli annunciava che il nemico occulto dietro Nakamura sarebbe stato difficile da sconfiggere, poiché non poteva essere affrontato con una spada.
E per questo, aveva parlato ad Achiko, poiché era necessario che comprendesse che la sua ultima lealtà era verso sé stessa. Solo così lei avrebbe potuto evitare di cadere in preda alla disperazione qualora il traditore si fosse rivelato essere un suo caro.
Solo così, la lama sarebbe rimasta integra e avrebbe tagliato sino in fondo l’albero del male.
Quando uscì dal bagno, avvolta in quel kimono bianco, decise che anche lui aveva bisogno di una doccia.

Adele aveva pianificato tutto.
Nakamura l’indomani avrebbe avuto la peggiore sorpresa della sua vita. E chissà, magari gli sarebbe pure piaciuta…
Chi poteva dirlo.
Sorrise in maniera folle e satanica mentre guardava la notte passare.
Avrebbe segretamente desiderato che Njala fosse già lì, a dividere quella notte con lei.
Ma si sa, non si può mica avere tutto dalla vita.
Si coricò pensando che il giorno seguente sarebbe stato fioriero di soddisfazioni.

Il giorno dopo, freddo e sferzato da venti impietosi, vide Achiko e l’uomo aggirarsi lungo il cantiere ormai in via di definitivo completamento degli Yakuza.
Il contatto di Achiko era un tale Wong. Un vientamita. Lei lo considerava più di un essere inferiore, come invece lo reputava i mafiosi nipponici. Per lei, Wong era un’amico.
Trovarlo non fu difficile: gestiva un take away di cibo vietnamita. Eppure era anche un informatore non da poco. Capace di farsi strada nel nebuloso mondo dei mercati d’informazioni della Città. Li accolse personalmente, invitando entrambi in un locale sul retro, lontano da occhi indiscreti.
-Achiko-san.-, la salutò inchinandosi profondamente, -A cosa devo quest’onore?-.
L’uomo lo studiò: era un ometto vecchio ma dagli occhi brillanti. Una brutta cicatrice gli aveva leso la guancia destra. Ma per il resto pareva uno apposto.
-Mi serve un informazione, Wong.-, inziò lei. Parlavano in inglese, perche capisse.
-Quello che vuoi.-, disse lui, con un sorriso. Non era solo servilismo, l’uomo se ne accorse. Wong pareva davvero volere bene ad Achiko e la ragazza pareva ricambiare.
-Iemitsu Noriwaga.-, disse lei. Il Vietnamita parve mutare atteggiamento da un momento all’altro. Scosse il capo, l’espressione divenne improvvisamente tormentata.
-Oh no… Achiko, non puoi chiedermi questo! È... Mi ucciderà se mi scopre!-, esclamò.
-Sei il miglior informatore che conosco.-, ribatté la giovane, -E sei mio amico. Ti prego.-.
-Non capisci… È un rischio troppo grande! Ho una figlia. Ho una famiglia… Non posso.-.
L’uomo sospirò. Avanzò di un passo.
-Esatto.-, disse, -Hai una figlia. Hai una famiglia. E se lascerai le cose come stanno, gli Yakuza ti prenderanno entrambe.-.
-No… Non lo faranno. Loro…-, improvvisamente il viso del vientamita si fece improvvisamente triste. Teso e triste. L’uomo improvvisamente sentì una morsa allo stomaco. La gamba lesa la sera prima scelse proprio quel momento per inviare una fitta ai nervi. Presagio? Forse. In ogni caso, un sospetto orribile si fece strada nella sua mente.
-Mi spiace.-, sussurrò mentre da dietro il negozio uscivano tre Yakuza. I nipponici brandivano wakizashi. Nessun’arma da fuoco. Le regole dello scontro onorevole…
Avanzavano sorridendo. Uno di loro in particolare, sorrise a Wong.
-Ottimo lavoro, vecchio.-, disse il giapponese.
-Ci hai venduti!-, esclamò Achiko. Avrebbe dovuto essere una mera considerazione ma fu pregna di sdegno. Wong la guardò. Pareva realmente dispiaciuto.
-Non ho avuto scelta. Sono venuti con una semplice offerta: o ti consegnavano a loro appena mi avessi contattato o mia figlia sarebbe stata violentata da tutti loro sotto i miei occhi e poi uccisa. Li conosci. Sai di cosa sono capaci! Non ho potuto fare altro.-, lacrime mute caddero a terra dagli occhi dell’uomo.
Achiko lo guardò. Disprezzo e tristezza si mescolarono sul suo viso come inchiostri freschi in un piatto prima che la disciplina riprendesse il sopravvento e il suo viso tornasse imperturbabile. L’uomo invece si limitò a guardarsi attorno. Due Yakuza sui fianchi. Uno davanti a loro, il capo probabilmente, a bloccare la loro unica via d’uscita.
L’uomo lasciò andare tutto, lasciando che l’ipotalamo facesse il suo dovere.
-Ottimo. Il Signor Nakamura sarà soddisfatto.-, disse il nipponico che bloccava la porta. Teneva il Wakizashi in una posa quasi rilassata. Credeva forse che lui e Achiko fossero già rassegnati. Meglio. L’uomo sorrise.
-Che ridi, gajin?-, chiese uno Yakuza in un inglese dozzinale.
-Rido perché i morti seguono il corteo funebre mentre i vivi sono nelle bare pronti alla sepoltura.-, rispose lui con un sorriso. Achiko, Wong e lo Yakuza si bloccarono. Improvvisamente perplessi. L’uomo sorrise ancora.
-Che cavolo vuol dire?-, chiese lo Yakuza di sinistra, opposto a quello che aveva parlato.
-Non lo so.-, rispose lui. Sorrideva ancora. La mano stretta sul Tanto. Analizzava l’ambiente, la mente lontana da quel luogo, chiusa in una dimensione da cui non sarebbe potuta intervenire. In quel momento i pensieri erano gocce di veleno in acqua purissima.
-Basta. Portiamoli via e uccidiamoli.-, disse con calma il Capo. Si fermò improvvisamente.
-Signore?-, chiese Wong. Il Capo lo guardò, -Avevate promesso che mia figlia…-.
Il nipponico sorrise.
-Ah, certo. Non ho dimenticato.-, la lama compì un arco quasi perfetto e tranciò la gola di Wong. Un’arabesco cremisi si dipinse in aria. Il vietnamita morì rantolando.
-Povero idiota.-, sussurrò il Capo. Si distrasse un istante, un solo secondo.
E l’uomo agì. Il Tanto volò sino a trapassare il Capo alla spalla. Praticamente l’uso della mano con cui impugnava il Wakizashi gli divenne precluso. Lesione ai muscoli e ai tendini.
Achiko non rimase ferma: l’uomo la vide estrarre una lama uguale a quella dei loro nemici e sferrare un fendente allo Yakuza che non padroneggiava l’inglese mentre lui schivava il fendente in arrivo. Entrò nella guardia del giapponese. Pugno al collo. Non colpì le cartilagini con forza sufficiente ma gli impedì di respirare. I muscoli si afflosciarono. Il Wakizashi passò di mano e l’arma trapassò da parte a parte il collo del nemico.
Sentì un corpo cadere. Si voltò. Achiko aveva finito, il suo nemico giaceva a terra, il petto aperto orizzontalmente da clavicola a clavicola. Rantolante. Non ne avrebbe avuto per molto. S’inginocchiò accanto a lui.
-Nakamura. Dove si trova?-, chiese con freddezza la donna. Ricevette uno sputo sul viso.
Guardò freddamente l’uomo prima di trapassargli il cuore con l’acciaio.
-Andiamocene! Non possiamo più fare nulla qui.-, esclamò l’uomo. Lei annuì.
Uscirono nel bar mentre il panico portava i pochi clienti a fuggire. Ma purtroppo fece anche sì che gli Yakuza rimasti li trovassero con maggiore facilità.
-Di qua!-, esclamò la giovane. Aprì la porta d’uscita ma vide arrivare altri tre Yakuza. Uno di loro prese la mira con una pistola. Fece per sparare ma l’uomo fece fuoco per primo. La sua pistola era una M1911. Una vecchia gloria. Il proiettile colpì in pieno la mano del nemico, staccandogli presumibilmente almeno due dita.
-Prendeteli!-, gridò qualcuno. Altre urla in giapponese.
-Il retro…Ci dev’essere un uscita!-, eslcamò Achiko
-La finestra!-, esclamò l’uomo indicandola. Si lanciarono verso di essa. L’uomo sparò due colpi contro il vetro prima che Achiko vi scagliasse contro una sedia da bar. La vetrata cedette. Era larga abbastanza da permettergli di passare.
Uscirono. Un giapponese arrivava verso di loro in moto, brandendo una pistola nella mano sinistra mentre teneva il manubrio con la destra. Spettacolare se non fosse stato letale.
L’uomo e Achiko aprirono il fuoco all’unisono. Lo Yakuza fu trapassato dai proiettili e disarcionato. La moto travolse qualcuno in strada. Danni collaterali, purtroppo.
-Dobbiamo sparire!-, esclamò l’uomo. S’infilarono in una strada secondaria. Altre grida in gipponese. Passi.
-Ne arrivano ancora!-, esclamò Achiko. Spararono. Due Yakuza caddero all’indietro. Una raffica passò sopra le loro teste. In pochi istanti la Periferia sembrava essere diventata Ramadi… Sicuramente la polizia non avrebbe potuto dire alcunché. Avrebbero dovuto agire. Ma a lui non importava. Non era il momento di valutare le conseguenze.
-Vicolo cieco!-, gridò Achiko. Era vero. Erano in trappola. Un muro si ergeva davanti a loro. Uccideva le loro speranze.
-Vendiamo cara la pelle.-, sussurrò la giovane. Guardò davanti a sé. Senza paura. L’uomo guardò in un altro punto. Una porta? Nessuna. Eppure doveva esserci qualcosa!
Eccola. Una bombola. Esaurita? E di cosa? Beh, aveva ancora parecchi colpi nel caricatore. Non sarebbe stato poi così stupido tentare. Gli Yakuza avanzarono. Erano in sette. Brandivano Wakizashi. Nessun’arma da fuoco. Volevano risolverla alla vecchia e onorevole maniera. Peggio per loro. L’uomo mirò alla bombola e sparò. Due colpi. Un sibilo inudibile fece da contraltare al primo colpo e al secondo, un’esplosione scagliò a terra e dilaniò i mafiosi più vicini. Poi l’uomo la vide. Una scala antincendio.
-Forza. Sali!-, ingiunse ad Achiko. Poi salì anche lui.

Nakamura chiuse la chiamata soffocando la rabbia. Achiko e quell’uomo si stavano rivelando pieni di risorse. Anche troppo. E a giudicare da come stava evolvendo la situazione era improbabile che la TV e i giornali ne venissero a conoscenza.
Doveva trovare una soluzione. In fretta.
Iemitsu… Secondo la talpa, i due erano andati da Wong per sapere dove trovare Iemitsu.
Se gliel’avesse servito su di un piatto d’argento… Ma doveva fare sì che fosse meno palese possibile. Doveva ingeniarsi. E soprattuto doveva concludere alla svelta il pranzo a cui doveva andare ora. Controllò l’ora. Erano le 9.34 di mattina.

Njala si svegliò. Merda! Era in fottutissimo ritardo! Si fiondò dentro la doccia, improvvisamente sveglia e consapevole di star tardando in modo osceno.
E Adele l’avrebbe sicuramente odiata per il suo ritardo… Il solo pensiero le era intollerabile. La bionda era divenuta la sua irrinunciabile divinità personale.
Fatta una doccia frettolosa con la precisione e la rapidità di chi ha vissuto una vita in ritardo, si lavò i denti e scelse gli abiti. Roba non troppo formale. Un perizoma, un top, una gonna al ginocchio che valorizzasse le sue gambe (da sempre sapeva che erano uno dei punti forti della sua affascinante anatomia) e ovviamente una camicetta. Concluse il tutto con la giacca e uscì di casa.

Sul tetto, Achiko realizzò quanto disperata fosse la situazione. La polizia stava arrivando, bloccando più vie d’accesso al quartiere. Qi procedeva, insensibile a paura e stanchezza.
Balzarono sul tetto accanto.
Gli Yakuza spararono colpi a vuoto. Achiko sparò due colpi abbattendo un uomo con metà del viso tatuata. Grida di furore li seguirono quando i nemici balzarono sul loro tetto. Erano solo tre. Uno di loro brandiva una vera e propria katana. Una giovane, forse poco più giovane di Achiko stessa avanzò con un ghigno ferale con il wakizashi in pugno. L’ultimo, un pelato con gli occhiali da sole, sfoderò la sua lama corta.
Erano gli ultimi. Achiko protese il braccio. Sparò abbattendo il pelato. Poi un fendente dal tizio con la katana la costrinse a mollare la pistola. Concentrandosi sulla difesa fece il vuoto nel cuore e nella mente. E colpì. Iniziando una danza antica di secoli ma sempre nuova. Schivò l’attacco in Jodan Gamae e tentò di fendere il petto del nemico. Lo Yakuza intuì la mossa. Nelle sue mani la spada parve prendere vita mentre parava i colpi di Achiko con precisione.

L’uomo schivò due fendenti ma quella donna pareva esaltata persa. Forse era la compagna di uno dei morti o voleva dimostrare di essere all’altezza dei colleghi maschi… Chi se ne importava?
Contrattaccò. Fese l’aria davanti a sé. La donna parò ma lui si avvicinò abbastanza. Il duello divenne di colpi corti, le lame erano d’ingombro a una simile distanza. La loro minaccia svaniva lasciando il passo alla ferocia più pura. Il suo pugno centrò la malavitosa al volto. Lei graffiò a sangue il viso dell’uomo con unghie che parevano d’acciaio. Puro delirio di distruzione reciproca. Forse alla fine tutto si riduceva a quello…
Il combattimento si ridusse a due volontà in lotta, due anime in lotta.
L’uomo cadde improvvisamente all’indietro. Trascinò giù con sé la donna e la proiettò verso il vuoto con una spinta dei piedi, eseguendo magistralmente una nota mossa di Judo. Le grida della Yakuza si affievolirono e si spensero quando impattò col suolo diversi metri più in basso. L’uomo si alzò con una rapidissima flessione della schiena.

L’arco della katana tagliò l’aria. Il fendente tranciò una ciocca di capelli ad Achiko ma la giapponese non se ne curò: avanzô oltre la lama e fu a contatto col suo nemico in pochi istanti. Afferrò l’impugnatura della spada con una mano. Mera diversione: il wakizashi della giovane trapassò al petto lo Yakuza. Un fiotto di emoglobina la colpì in pieno mentre lasciava cadere il morente. Si pulì il viso con una mano.
Sapeva di non avere un bell’aspetto. Ma ai morti non importa l’apparenza.
-Andiamo, non abbiamo tempo per il make-up!-, le esclamò Qi. Anche lui aveva finito il suo combattimento, ora Achiko ricordava di aver sentito con precisione un grido.
Saltarono sul tetto a fianco e presero a scendere le scale, facendo i gradini a tre a tre.
Scesi in strada, trovare un mezzo non fu esattamente facile. Sparirono lungo i vicoli.
Achiko pregò di non incontrare nessuno. Coperta di sangue non suo era decisamente una pessima visione ed avrebbe sollevato diversi interrogativi.

-Sei bellissima.-, disse Adele. Effettivamente, a un osservatore esterno, Njala doveva apparire stupenda. Lei però si sentiva molto inferiore al suo standard e ancora si malediceva per la fretta con cui aveva dovuto prepararsi. Accettò il complimento ringraziando con modestia che sentiva sin troppo vera.
-Perché avevi bisogno di me?-, chiese poi, inpensierita dalle parole che ora ricordava di quella strana richiesta. La bionda le sorrise prima di baciarla con fare casto. Njala si sentì avvampare. Adele le sorrise.
-Dimmi, hai mai sognato di fare sesso con un uomo e una donna allo stesso tempo?-, chiese. La domanda incendiò di interrogativi la mente della nera ma illanguidì il suo sguardo della prospettiva di un piacere insospettabile.
-Fino all’altra sera non avevo mai neppure pensato di poter fare sesso con te…-, ammise Njala, -Ma c’è sempre una prima volta.-. La kapa sorrise, enigmatica.
-Ben detto.-. E prese a spiegarle alcuni dettagli. In sé pareva volesse vendicarsi di un tizio altolocato che conosceva. Njala pensò che era un ben strano tipo di vendetta, il concedersi ad un’uomo che si odiava ma forse Adele aveva un altro piano.
“Vediamo dove ci porta questa strada…”, pensò con un sorriso.

Nakamura odiava i pasti di lavoro. Veramente odiava anche quel cerimoniale e l’abito formale Armani che doveva indossare. E odiava, sopra ogni cosa, Adele Kingsword. Quella donna gli pareva totalmente inadatta al ruolo che occupava. Troppo preoccupata delle possibili conseguenze di un’azione, incapace di agire con polso quando serviva. Ma ci avrebbe pensato lui a farle comprendere…
In ogni caso, decise di non essere scortese.
“Un Samurai non si comporta da animale, non è un bruto.” Il Bushido esigeva che fosse cordiale o, quantomeno, educato. Con chiunque.
Arrivò a casa di Adele Kingsword. Suonò. Fu accolto dalla padrona di casa.
-Signor Nakamura, tempismo ideale. Stavo per mettere in tavola il pranzo.-, disse lei. A lui non sfuggì il sorriso, forzato probabilmente, che metteva in mostra ma non fu quello a farlo pensare. La bionda era vestita con un abito elegante ma al tempo stesso scollato.
In pratica l’abito urlava: “Sono una professionista, MA PUR SEMPRE DONNA!!!”.
-Buongiorno.-, rispose lui, -Posso accomodarmi?-, chiese lei.
-Hai.-, rispose Adele. Nakamura dovette controllarsi per non imprecare: la proununcia della parola giappone Hai ne mutava il significato. Detta come l’aveva detta Adele significava “amore”, invece di “sì”.
Una svista da Gajin che tentavano di accattivarsi la sua simpatia, sicuramente.
Nakamura entrò. Notò subito qualcosa che non andava. La sala da pranzo era arredata benissimo ma il tavolo… Era apparecchiato per tre persone.
Si voltò a chiedere spiegazioni ma si trovò davanti la padrona di casa… E una giovane la cui pelle color ebano gli fece subito un effetto imprevisto.
-Buongiorno. Io sono Njala Tambossou, assistente della signora Adele.-, disse. Impeccabile. In più sensi. Improvvisamente Nakamura percepì qualcosa. Un eccitazione improvvisa. La mascherò ma non riuscì a evitare di sorridere vedendo la bella nera.
Quando le strinse la mano presentandosi decise: l’avrebbe fatta sua. In un modo o nell’altro.

Njala vedeva bene che quell’uomo era stregato da lei. Lei sapeva avere quell’effetto. E Adele era stata molto chiara su come agire. Sorrise di nuovo, neutra.
Nakamura le sorrise di rimando.
-Direi che possiamo accomodarci a mangiare.-, disse Adele, rompendo lo stallo.
Il piano entrava nella fase due.

Adele Kingsword non era una debole. E non avrebbe mai permesso a gente come Karamoto Nakamura di insultarla. La compagna di Njala era stata un’ottima idea, lo vedeva. Il nipponico era rimasto stregato dalla bellezza della poliziotta.
E finora lei aveva recitato ottimamente la sua parte.
-Buon appetito.-, disse. Aveva personalmente servito gli antipasti vegetariani prima di portare in tavola il pranzo principale. Una ricetta tipicamente inglese.
Iniziò a mangiare, pregustando il vero pasto. La vendetta.

Vicoli su vicoli. Ore erano passate. Achiko aveva gettato la maglia sporca di sangue per indossare quella che Qi le aveva dato: la sua.
Decisamente meno sporca. L’uomo, apparentemente incurante del freddo, correva.
-Dove stiamo andando?-, chiese lei.
-Lontano da qui.-, rispose lui.
-Ma hai un piano?-, chiese la giapponese.
-Sì: ritornare al tuo hotel o a un mio rifugio ma dovremmo tornare in centro città per entrambi. Cosa che non possiamo fare, quindi…-, l’uomo controllò il caricatore della pistola. Scosse il capo la gettò nel cestino più vicino dopo averla pulita. Si sfilò i guanti.
-Ma che cosa…?-, l’uomo le prese il wakizashi e lo buttò nel cestino. La pistola di Achiko finì nel cassonetto. Lei fece per bloccarlo ma lui la prese per le spalle.
-Ascoltami: per quanto io sia tentato di farmi strada tra quelli che ci inseguono e i poliziotti per tornare a casa sappi che non è una via praticabile. Dobbiamo mimetizzarci.-, disse lui.
-E quindi?-, chiese la giapponese.
-Dobbiamo fingere di essere una coppia di drogati. I motel qui non sono troppo selettivi. Se paghi bene in camera puoi anche uccidere qualcuno e nessuno dirà nulla alla polizia.-.
-Ti sfugge che io non mi sono mai drogata…-, puntualizzò lei.
-Allora stà zitta e lascia parlare me.-, disse lui. Svoltarono un angolo avvicinando un tizio.

Il pasto fu… strano.
Lui era abituato a pasti diversi, con modi di fare e conversazioni diverse. Non solo: aveva creduto che Adele lo avesse chiamato per parlare della sua gestione della situazione in città invece...
Invece ora stavano parlando di Njala e del suo interesse per la letteratura orientale. Non che gli dispiacesse, anzi, Nakamura fu ben lieto di immergersi in quella frivola discussione sui libri di Arthur Golden e Inazô Nitobe. Eppure tutta quell’atmosefera… Qualcosa di strano aleggiava nell’aria.
Ma quando Njala chiese cosa lui facesse come impiego, Nakamura non si fece problemi a descriverle il suo ruolo come amministratore delegato e CEO del gruppo Nakamura Enterprises. La nera parve stupefatta. Nakamura desiderò ardentemente sfiorare quella bocca, baciare quelle labbra… La voleva.
Adele riportò la conversazione su altro e così il pasto filò liscio. Fu qualche istante dopo aver terminato il dolce che il giapponese si accorse che qualcosa non andava. Non ebbe il tempo di rendersene conto: un capogiro e cadde svenuto sul posto.

L’hotel era di infima categoria. Una catapecchia.
Comunque il tizio alla reception non fece (troppe) storie quando li vide entrare mezzi barcollanti. L’uomo trattenne una risata amara.
“Ecco cosa mi ha insegnato il frequentare gente così…”, pensò mentre, nell’ascensore riassumeva un’aria dignitosa.
Achiko lo guardò schifata. Lui capiva: erano entrambi avvolti dall’odore pesante della marijuana. Non l’avevano fumata ma l’avevano usata per dare l’illusione che l’avessero fatto. Tra quello e qualche goccia di birra sui vestiti erano abbastanza convincenti.
Erano, o meglio sembravano esattamente le vittime dei loro nemici.
Entrarono in camera. Achiko si tolse rapidamente le scarpe. Si sedette sul letto prendendosi il capo tra le mani. L’uomo riusciva ad intuire i suoi pensieri.
-E ora?-, chiese lui. Lei riuscì a resistere per un istante. Poi scosse il capo. Distrutta.
-Non lo so. Non ho più nessuno qui. Siamo soli Qi. Soli e privi di ogni appoggio.-, disse,
-Non so che altro inventarmi. Non ho altre risorse. E invece quei bastardi ci hanno in pugno… Trappole. Sempre trappole, come se sappiano ogni mia mossa prima che io la faccia. Forse avrei dovuto morire in quell’hotel.-, considerò la giovane.
Ecco. La disperazione aveva fatto breccia. Lui si sedette accanto a lei.
-Non è ancora finita. Se permetti al dubbio di frenarti allora abbiamo veramente perso.-, disse con convinzione guardandola in faccia.
-Che altra scelta ci rimane, Qi?-, chiese la giapponese.
-Vivere. Vivere e contrattaccare.-, rispose lui.
Achiko scosse il capo. L’uomo immaginò quanto orribile dovesse essere. Lei annusò l’aria.
-Quella roba ha un’odore orribile.-, disse. Non era una battuta ma entrambi sorrisero. Fu un sorriso breve, privo di reale gioia. Una mera abitudine.
-Vieni.-, disse lui, -Vai a farti una doccia. Io aspetterò.-.

Achiko sospirò. Era stanca. I morti non si stancano ma era pur vero che lei non era morta. Non del tutto.
-Non ci riesco… che senso avrebbe? Che senso ha continuare?-, chiese.
-I tuoi avi, la tua famiglia. Il tuo codice.-, rispose lui.
-Al diavolo! Nessuno di loro è qui!-, esclamò lei. Qi inarcò un sopracciglio.
-Nessuno di loro può capire. Nessuno di loro si è trovato in questa situazione!-, esclamò lei. In quel momento lei era la negazione di tutto quel che era stata. Annullata.
I dubbi, l’odio per l’essere sempre stata denigrata, la rabbia e il dolore salirono in superficie come l’eruzione di un gyser. Poi, lentamente, iniziò a piangere. Senza singhiozzi pianse in silenzio. E poi si fermò.
Qi l’aveva abbracciata. Lei lo lasciò fare. L’universo era stato impietoso ma quell’uomo… Lui c’era. E sarebbe rimasto, o almeno così voleva credere.
-Forza.-, disse lui. La aiutò ad alzarsi. Ad andare sino alla doccia. Lei era pensierosa.
Ma quando arrivarono alla doccia chiusa da una tendina nell’angolino del bagno, aveva preso la sua decisione. L’uomo la vide irrigidirsi. Parve voler parlare.
-Io…-, Achiko si voltò. Afferrò Qi per il colletto della canottiera e premette le sue labbra su quelle dell’uomo.

L’uomo fu totalmente assorbito dal bacio. Achiko lo stava baciando lentamente, con una reverenza che lui non credeva possibile. Tardò a reagire e la giovane si staccò.
-Tu…-, sussurrò lui, cercando di capire. Lei lo guardò.
-Ho bisogno di fare qualcosa per me.-, sussurrò lei.
-Gomen Nasai.-, disse lui. “Scusa” in giapponese. Lei si stupì. Lui sorrise.
-Per cosa?-, chiese la giovane, confusa.
-Per non aver saputo rispondere adeguatamente a una simile offerta.-, sussurrò lui.
Lei sorrise. Lo baciò di nuovo. Stavolta lui era pronto.

Adele guardò Nakamura riprendere i sensi. Aveva preparato quell’ambiente per quello. L’uomo era nudo davanti a lei, legato al letto con manette abbastanza robuste.
-Che.. cosa?-, ci mise solo qualche istante a comprendere la situazione.
-Ben svegliato. Urla pure. Non ti servirebbe a nulla, le pareti sono insonorizzate.-, disse lei, freddamente. Nessuna pietà. Nakamura la guardò senza capire ma con un odio tale da apparire inumano. Lei sorrise. Avrebbe avuto molto tempo per odiarla. E avrebbe avuto altrettanto tempo per disperarsi.
-Liberami. Ora.-, sibilò lui. Il sorriso di lei non sparì. Anzi.
Uscì dalla penombra della sala. Aveva messo le luci in modo tale da creare angoli bui, corridoi di tenebra attorno al cerchio di luce in cui Nakamura era costretto.
Era nuda. Sentiva l’aria fresca su tutto il corpo.
-Vedo che non ti piaccio.-, osservò notando la scarsa erezione del giapponese.
La sola risposta di lui fu uno sguardo confuso. Lei sorrise ancora. Che goduria!
“E il meglio deve ancora arrivare.”
-Forse non ti piacciono le donne.-, sibilò lei, -O forse solo alcune di loro…-.
Njala emerse dalle ombre. Persino Adele comprendeva il fascino che quel corpo perfetto poteva avere sugli uomini. La nera era splendida. Completamente nuda era come una statua greca. Nakamura non riuscì a restare impssibile: il suo membro ebbe un guizzo improvviso. Adele sorrise.
-Ho visto come la guardavi a pranzo. Fai tanto il duro e il misogino ma sei un’uomo. Proprio come tutti gli altri. Quando vedete una bella donna non capite più nulla. E quelli come te capiscono anche meno. Ora..-, si avvicinò a Njala e la baciò in bocca accarezzandole i seni. La nera sospirò ricambiando. Le due si avvinghiarono abbracciandosi. Adele si godette il momento. Guardò verso l’uomo.
-Vorresti essere al mio posto?-, chiese.
Lui non rispose.
-Benissimo. Lo prenderò per un no.-, disse lei. Ricominciò a limonarsi la bella giovane.

Gli occhi socchiusi, Njala godeva.
Non sapeva cosa il giapponese avesse fatto ad Adele né perché lei volesse vendicarsi a quel modo ma non le interessava. Era fradicia. Voleva godere.
Sussurrò oscenità in swahili all’orecchio della bionda. Lei rispose con altre oscenità in altri idiomi. Njala aveva un solo ordine, poteva fare tutto quel che voleva ma doveva evitare ogni contatto con Nakamura, finanche quello visivo. E per la nera andava più che bene.
Una mano di Njala s’intrufolò tra le cosce di Adele con delicatezza. La donna sospirò.

In un altro tempo, in un altro spazio, due anime stavano incontrandosi a metà strada.
Achiko aveva rinunciato. Rinunciato a sé stessa, a una vita normale, all’amore, all’essere padrona, all’essere serva e ora anche a quell’ultima cosa. A quell’illusione finale.
E ora, in bilico tra un passato ormai svanito e un futuro incerto si aggrappava a quell’uomo, quell’uomo così simile a lei e così diverso da lei.
-Gomen Nasai.-, gli disse appena riuscìrono a staccarsi. Erano abbracciati, stretti, come a volersi riparare vicendevolmente dal mondo.
-Perché?-, chiese l’uomo.
-Perché…-, le mancavano le parole. Come poteva esprimere a parole un concetto simile.
-Va tutto bene.-, sussurrò Qi. Già. A quello poteva credere. Almeno per quel momento.
Alla fine restava solo il presente.
Si tolse la maglia. L’uomo la guardò. Lei gli sorrise. Il mondo poteva aspettare.
-Ora, Qi, qui non c’è più nessuno o niente. Siamo nel nulla più assoluto. Non siamo obbligati a fare nulla. Ma questo…-, si tolse i calzoni, -Questo voglio farlo.-.
-Vorresti farlo con me?-, chiese.

L’uomo la guardò. Vide Lucy, vide ogni donna che aveva conosciuto.
Rivide lei, quella giovane che aveva tanto amato.
Ma nessuna era come lei. Nessuna come Achiko.
La giapponese lo fissava, in attesa.
“Siamo uguali. Io e lei siamo similissimi. Siamo guerrieri.”.
Il pensiero aveva appena attraversato la sua mente che già aveva tolto i calzoni.
-Gomen…-, iniziò avvicinandosi.
-…Nasai.-, finì lei quando le loro labbra si incontrarono di nuovo. Le mani intanto esploravano, conoscevano, mappavano lo sconosciuto territorio che gli si parava davanti, liete di simile comunione.

Adele sapeva che l’abbraccio era divenuto una masturbazione reciproca. Una sua mano vezzeggiava la vulva di Njala, la quale stava ricambiando grandemente.
La nera gemette. Un gemito pronunciato che pareva segnalare un primo orgasmo.
Adele sorrise. Anche lei c’era vicina. Tempo di continuare.
Si sciolse dalla compagna, avvicinandosi a Nakamura. Anche se l’uomo tentava ancora di esibire una facciata di superorità, veniva puntualmente smentito dal suo sesso.
-Allora… Lo spettacolo ti piace, vedo. Vorresti unirti? Magari vorresti che Njala venisse qui o magari vorresti che io ti facessi succhiare le mie dita impregnate di lei? Non rispondere, non serve.-, disse. Si inerpicò sul letto. Prese il membro del giapponese stringendo alla base. Nakamura trasalì. Adele sorrise facendo cenno a Njala di avvicinarsi un po’.
-Invece credo proprio che sarò io ad aver l’onore della prima cavalcata. Chissà, magari se mi soddisfi e ti comporti bene, potrei persino lasciarti a Njala… Vedi, io so come le trattate voi le donne, siete ipocriti e misogini. Ma oggi… oggi sperimenterai cosa vuol dire stare sotto. In ogni senso.-, sussurrò la bionda prima di impalarsi sul pene dell’uomo.

Njala si avvicinò. Baciò Adele in bocca.
-Com’è?-, chiese mentre la bionda dettava il ritmo. L’altra le sorrise, accarezzandole seni e viso. Rivolgeva il viso verso la nera dando le spalle a Nakamura.
-I giapponesi ce l’hanno piccolo, ma si sapeva già...-, disse. Njala sorrise mentre le due si abbandonavano ad altri atti saffici.

Adele sorrise. In realtà Nakamura non era messo male da quel punto di vista ma sfotterlo era necessario. Non le bastava semplicemente umiliarlo, voleva demolirlo.
Se lo meritava.
Aumentò il ritmo mentre si dedicava a Njala. Era un po’ ingiusto tagliarla fuori a quel modo ma non sarebbe stato per sempre. Lei doveva solo insegnare la lezione a Nakamura, poi sarebbe stata più che felice di passarglielo.

Il sogno divenne realtà. La realtà divenne sogno.
Achiko entrò nella cabina della doccia, Qi la seguì poco dopo. Ripresero a baciarsi mentre l’acqua pioveva su di loro, le mani che accarezzavano, esploravano, esperivano. Mai sazi l’uno dell’altra. La giovane si stupì di quanto Qi fosse controllato: sebbene fosse chiaramente eccitato, non fece una mossa per prenderla, anzi, iniziò ad accarezzare ogni lembo di pelle. Seguì i tatuaggi sul petto e sulla schiena di Achiko con le dita sino a scendere fino alle natiche. La giapponese, girata di spalle, sentiva il suo membro contro il sedere. Forse avrebbe dovuto dirglielo, dirgli che lei non era come Bao Yi o come le altre con cui lui era stato. Una paura stradinariamente vivida fece breccia nel suo animo. Stava per parlare quando lo sentì muoversi. Tornò davanti a lei. L’acqua da fredda divenne calda. Problemi di regolazione senza dubbio. La giapponese non ci badò.
Qi la baciò di nuovo. Dal collo scese lungo le clavicole, il petto, il ventre. Achiko aprì istintivamente le gambe. Quando la lingua dell’uomo iniziò a leccarla avvicinandosi sempre più alla vulva lei ebbe un sussultò orgasmico.
“L’ultima capace di farmi una cosa simile era stata Bao Yi… Anzi neanche lei… Oh, Kami!”. Dopo quel semplice pensiero, dopo quella mera constatazione, la sua mente si spostò al corpo. L’uomo immerse la testa tra le sue cosce come a farla sedere sulle sue spalle, appoggiata al muro. Achiko iniziò a gemere ritmicamente mentre lui le stimolava i punti più sensibili con la lingua e le dita di una mano. L’altra le accarezzava i seni, flebilmente, così leggermente da sembrare a malapena il tocco di una farfalla.
-Qi…-, sussurrò lei. Improvvisamente si accorse di quanto quell’istante fosse profondamente sacro. Parlare l’avrebbe ucciso, avrebbe distrutto la santità di un momento simile. Priva di parole, appoggiò una mano sulla nuca dell’uomo, spingendone il viso verso la sua vulva. Incitandolo ad andare più a fondo con quella lingua così capace.
Appoggiata al muro di quella doccia, lontanissima da casa, bandita, senza speranza e persa, Achiko Mitsutune riscoprì qualcosa di così infinitamente bello da dubitare di star vivendo davvero un simile momento. Strinse la nuca del suo compagno nella mano come a volersi accertare che c’era, passò le mani tra i capelli… Si lasciò andare a un gemito più alto degli altri, incurante di tutto.
Qi la guardò. Si era fermato. La guardava e basta. Calmo.
Lei scese dalle sue spalle. Riusciva a stento a stare in piedi. Lui la guidò con insolita delicatezza fino a distenderla sul pavimento della doccia. Lei ricordò Nakamura, l’unica e orribile notte con lui… E il giorno in cui aveva perso la verginità.
E si sentì male… Fece per rilassarsi ma evidentemente Qi si accorse della cosa.
-Mi spiace… Io…-, iniziò lei. Lui le fece cenno di tacere. La fece alzare. Si stese al suo posto. Achiko rimase sorpresa. Avrebbe avuto lei il controllo. Che grande offerta quella!
La giapponese espirò. Mai un uomo le aveva concesso un simile privilegio. Mai prima d’allora. Era semplicemente… incredibile.

L’uomo lasciò che Achiko si prendesse il suo tempo.
Aveva la sensazione che la giapponese non avesse avuto bei trascorsi con gli uomini.
Attese, occhi socchiusi, investito dalla pioggia. Achiko si mosse, la sentì.
Pelle contro pelle. Poi, goffamente lei diresse il suo membro dentrò di sé.
Un ultima attesa. Un ultimo istante. Si guardarono, come a volersi comunicare qualcosa che le parole non potevano esprimere.
Poi la giapponese s’impalò su di lui. Era stretta e bollente. L’uomo gemette, Achiko gemette in risposta. Lasciarono che il momento passasse. Senza fretta. Poi lei si chinò su di lui, i capelli della giovane gli solleticarono il viso. Gli accarezzò il petto, seguendo il disegno della runa, mentre lui seguiva i caratteri dei suoi tatuaggi. Un bacio. Un altro. Lei si sollevò e abbassò. Lui la guardò. Estatico.
Il ritmo si stabilì quasi da solo. Lei gemette ancora, ripetutamente. I suoi gemiti furono eccheggiati da quelli di lui. La mano sinistra di lei si posò su quella di lui. Le loro dita s’intrecciarono.

Adele accelerò il ritmo. Sapeva bene che anche il meglio controllato degli amanti perdeva il controllo se adeguatamente stimolato. E lei aveva tutta l’intenzione di far perdere il controllo a Nakamura. L’uomo grugnì.
Lei sorrise. “Ecco che ci siamo!”. Mentre continuava a fottere il giapponese, masturbava energicamente Njala, usando ambo le mani sul corpo della bella nera. Che non si risparmiava certamente nell’esternare il suo massimo godimento.
Nakamura perse il controllo tutto in una volta. Venne a fiotti dentro Adele. La bionda rise. L’uomo emise un curioso rumore a metà tra il grugnito e il gemito.
-Tutto qui?-, chiese Adele togliendosi il membro di lui da dentro di sé e scendendo dal letto, -Conosco gente capace di durare molto di più. Sei deludente. Ora capisco perché le donne giapponesi preferiscono spesso gli stranieri...-, il viso di Nakamura impallidì dalla rabbia. Adele non se ne curò. Lo guardò con vera e propria gioia, pregustando la vendetta finale. Il seme del nipponico le uscì dalla vagina, scivolando pigramente lungo la gamba. Lei non si ripulì. Quel seme era il segno tangibile del suo trionfo.
-Però. È ancora duro…-, osservò. Forse Nakamura voleva al punto tale Njala da rifiutarsi di far calare l’erezione o forse il pene non poteva diventare più piccolo di così.
-Njala… Pensi che questo essere ti meriti?-, chiese con calma Adele.

Njala si stava toccando, non per venire, solo per mantenere l’eccitazione. E sapeva che Nakamura la stava guardando, desideroso di prenderla. Quel gioco non le dispiaceva. Vendetta o no, era eccitatissima.
-Credo di no. D’altronde ha fatto capire che non mi vuole.-, disse, fingendo delusione.
Socchiuse gli occhi, spalancò le gambe e s’infilò un dito dentro la vulva. Fino in fondo.
Ebbe quasi un orgasmo ma ne voleva ancora. Colpa sua, di Adele e colpa della coca di cui si erano fatte prima di iniziare quel giochino, colpa dell’eccitante che Adele le poteva aver versato nel bicchiere… Colpa di un sacco di cose di cui non le importava per nulla.
-Certo, forse ho… interpretato male il suo silenzio.-, osservò, allusiva da morire. Rincarò la dose con un sorriso, avvicinanodsi ad Adele e accarezzandole la schiena sino al sedere.
Sculacciò la bionda. Risero, poi lei tornò seria. Aveva una parte da recitare, sebbene il copione di quella recita fosse abbastanza elastico.
-Forse è solo timido.-, ipotizzò. Quel gioco la stava mandando su di giri in modo assurdo.
Se solo l’avesse potuto fare col suo ex! Ma chi se ne importava! Non avrebbe mai nemmeno sognato di poter fare qualcosa di simile. Se gliel’avessero predetto avrebbe riso. E invece ora…

Achiko chiuse gli occhi un istante, cullandosi nelle sensazioni che Qi le stava donando.
Lei era stata per molto tempo esclusivamente lesbica prima di incontrare un uomo in grado di farla godere ma quella persona si era limitata al sesso orale.
Qi invece aveva saputo fondere ciò che lei amava e ciò che invece respingeva in un solo magnifico atto. La giovane si spinse sino in fondo, lasciando che il membro dell’uomo entrasse dentro di lei per tutto la sua lunghezza.
Se fino ad allora erano stati solo gemiti, in quel momento la giovane emise un gridolino strozzato. Sussurrò qualcosa in giapponese, un espressione più adatta a una Geisha da terme che a lei. Ma in quel momento le categorizzazioni non erano più importanti.
Si chinò a sfiorare le labbra di Qi con un bacio. L’uomo rispose la bacio mentre i loro corpi si allontanavano e si riunivano, le loro anime intrecciate sempre più.

L’uomo si sentiva vicino a venire. Ma per la prima vera volta dopo tanto, desiderava che quel rapporto durasse ancora. Non era solo sesso. Era più una comunione, due esseri affini che si incontravano per un istante che non sarebbe dovuto esistere in quel tempo e in quello spazio.
Tutti avevano delle cicatrici. Le sue erano profonde. Quelle di Achiko lo erano altrettanto, se non di più. Quello era il modo in cui loro mettevano le loro cicatrici a confronto, guarendosi vicendevolmente. Mutuo riparo e santuario l’uno dell’altra…
Esitava a parlare. Un simile momento trascendeva le parole. Ma se non parlava…
Dilemma enorme. Ma in due respiri, lunghi, misurati, durante i quali il gioco dell’amore e dell’eros proseguì ancora aveva presto trovato la soluzione.
Ma prima di poter parlare, la giapponese si chinò su di lui, la sua bocca mormorò qualcosa al suo orecchio mentre continuava quella danza di accoppiamento così raffinata…
-Lasciati andare con me…-, sussurrò soltanto. Lui sorrise.
Il ritmo aumentò appena, lentamente. Achiko gemette quando lui le accarezzò il capezzolo di un seno. Entrambi così vicini al piacere, l’acqua che ancora scorreva su di loro, indifferenti a tutto salvo che a quell’istante.
Quando vennero, Achiko mormorò una lunga frase in giapponese. L’uomo emise come un ringhio sordo, un grido vittorioso. La dichiarazione che il mondo avrebbe potuto strappargli ogni cosa ma non gli avrebbe strappato quell’istante.
Infine si lasciarono andare, l’una sull’altro, sul baratro sospesi tra morte e vita.

Adele si godette quell’istante, quello in cui Nakamura parve combattuto. Stava cedendo, anche se non lo avrebbe mai ammesso davvero. Ma lei pretendeva che lo facesse.
-Abbiamo tempo, caro mio. Abbiamo tutto il tempo del mondo.-, disse.
-I miei uomini…-, iniziò lui.
-…Sono stati avvisati che stai dandoti alla pazza gioia. Vedi come sono stata brava? Nessuno sa che sei qui. Nessuno interverrà. Solo tu puoi liberarti.-, finì la bionda.
Lo sguardo di Nakamura si velò di pura rabbia, volontà omicida. Adele gli sorrise.
-Certamente, potresti credere che facendo forza ti libererai ma è falso: le manette sono a prova di forzatura. La tua unica possibilità di uscire di qui è piegarti. Alla mia volontà.-, continuò. Si alzò in piedi accanto a Njala. La nera era in attesa. Disciplinata.
-Mai.-, ringhiò il prigioniero.
-Quanta sicurezza! È divertente, sai? Tutto il tuo autocontrollo non ti ha impedito di venire come un ragazzino. Scommetto che se Njala fosse stata al mio posto saresti stato più che felice di fartela. No, non negare. Io so che è così. E so che, prima che il giorno finisca, mi implorerai di concederti un simile piacere.-, disse divertita Adele. Accarezzò la nuca e il collo della giovane poliziotta di colore, scendendo sino alle natiche, giocherellando coi dreadlocks di Njala. La guardò. La nera le restituì lo sguardo.
“Perfetta. È perfetta. Una servitrice, un ancella… la sacerdotessa che meriterebbe una dea dimenticata dai mortali.”, adorava quella ragazza.
-Vuoi vedere, brutto stronzo? Vuoi vedere come si fa godere una donna? Allora guarda bene…-, sibilò la bionda, dando sfogo a una rabbia che pareva infinita e senza attendere risposta da Nakamura, -…E impara.-.
S’inginocchiò tra le gambe della nera e prese a gratificarla oralmente e manualmente. Era giusto, glielo doveva dopo lo spasso che si era presa col giapponese. Iniziò leccando l’interno coscia da sotto in su. Baci, leccate, che lentamente la avvicinavano al centro del piacere della giovane. Si prese il tempo per arrivarci, facendola aspettare prima di iniziare a leccarle l’intimità.
Sentì Njala che prendeva ad ansimare.

Per Njala era un piacere incredibile.
La nera si lasciò travolgere da un primo orgasmo, gettando all’indietro il capo e gemendo forte con voce roca. Spinse la testa della bionda verso la vulva.
“Oddio, la sola cosa che può rendere migliore questa cosa…”, sapeva cos’era ma non osava chiedere. Sapeva che il piano di Adele aveva una precisa modalità di svolgimento e non poteva rischiare di rovinarlo solo perché voleva un cazzo dentro di sé.
Cosa non del tutto improbabile nei momenti a venire.
Si accorse appena, travolta dal piacere, che Adele si era alzata. La kapa fissava il prigioniero. Uno sguardo d’acciaio.
-Capito? Mi sa che molti di voi uomini non avete idea di come si faccia. Bisogna elogiare la donna, lodarne la bellezza, implorarla di concedersi… Tutte cose che tu non hai idea di cosa siano, scommetto. Ignorante! Ma ci penserò io, a farti capire.-, disse.
-Vuoi vedere com’è? Vuoi scopare Njala? Allora prima devi meritartela. Pregala, pregami! Supplicaci di concederci a te, miserabile!-, sibilò.
Silenzio. Lungo, estenuante silenzio.
-Ti… voglio.-, disse infine Nakamura. Fissava Njala. La nera lo guardò di rimando. Scosse il capo. Il movimento fu così solenne che avrebbe potuto essere quello con cui un oracolo profetizzava gloria negata ai guerrieri del passato.
-No. Non ci siamo capiti, vero?-, chiese la nera.
-Decisamente! Vedi, amore?-, le chiese Adele, -Abbiamo qui un uomo che può soddisfarci, anche se minimamente, ma pare che, come sempre, dovremo fare da noi…-, sussurrò con dispiacere.
-Vi... voglio!-, si corresse ringhiando Nakamura, come se cercasse di contenersi e di non ammettere che desiderava quelle femmine al punto tale da disonorarsi per loro.
-Non ci siamo ancora.-, rispose la bionda.
-Che cosa vuoi?-, chiese lui. Era furioso, ma anche piegato.
-Buona domanda! Non ci avevo proprio pensato… Tu cosa offri?-, chiese lei con aria meditabonda. Njala non poté fare a meno di notare lo stupore che albeggiò e morì sul viso del giapponese nel giro di qualche respiro.
Nessuna risposta. Come se improvvisamente l’orgoglio di Nakamura avesse messo a tacere la libido. O forse solo trattenuto.
-Oh, non parli? Allora possiamo chiederti tutto? Ogni cosa? Bene!-, Adele non gli lasciò il tempo di rispondere.
-Per iniziare, d’ora in avanti mi chiamerai “signora”, Signora Kingsword” o semmai “Adele”. La smetterai con quella tua aria da essere superiore o da samurai mancato e incomincerai a rispettarmi, professionalmente e nel privato.-, Nakamura annuì, non senza continuare a guardarla male. Lei gli sorrise.
-Bene. Questo punto lo abbiamo chiarito.-, disse, -Chiaramente vale anche per Njala. Dovrai a lei lo stesso identico rispetto che porterai a me. Se scoprirò che hai mancato di rispetto a me o a lei, in privato o in pubblico… Ci saranno conseguenze.-, abbracciò con un gesto l’intera camera.
-Tutta questa stanza è piena di telecamere. Roba da servizi segreti. Servono a impedire che i figli di puttana come te pensino anche solo lontanamente alla vendetta. Se accadrà qualcosa a me o a Njala, riconducibile a te o meno, questo video finirà su ogni sito pornografico. Copie verranno inviate alla Nakamura Enterprises, all’ambasciata del Giappone, ai principali giornali e persino alla tua famiglia. Io non so quanto tu sia un Samurai ma ho buone ragioni per credere che, se questo accadesse, ti pugnaleresti da solo per la vergogna.-, Njala esitò un istante. Lei non ci teneva a fare la parte della prostituta bisex che si fa scopare dal grande manager. Ma Adele continuò, apparentemente incurante di tutto ciò. Era anche possibile che bluffasse…
-Ora, il tuo viso si vede benissmo. I nostri invece… Saranno misteriosamente sfocati a causa di qualche problema alla telecamera. Ma il succo si capirà benissimo. Vedo già i giornali: “Onorevolissimo Manager nipponico scoperto in atteggiamenti poco onorevoli con donne gajin...”, sì, mi piace come suona.-.
Nakamura passò dalla rabbia alla pura e semplice disperazione, con una breve fermata presso l’odio puro. Il viso mutò in breve tempo.
-Ora, per quanto riguarda il resto… Diciamo che non mi dispiacerebbe se mi facessi vedere quanto hai imparato di quel che ti ho fatto vedere. Molto probabilmente mi deluderai ma chissene importa. Se lo farai, dopo forse Njala potrebbe concederti l’onore di prenderti. Se vorrà.-, disse Adele. Silenzio. Ancora.
-Allora?-, chiese con un sopracciglio alzato, -Che succede? Mi sembravi molto ansioso…-.
Silenzio. Di nuovo. Un silenzio ammantato forse di quella disperazione che Njala sapeva prossima. Si chiese cosa avesse potuto fare di tanto grave Nakamura per rendere Adele tanto spietata nei suoi confronti. Sicuramente doveva essere ben grave.
-Va bene…-, cedette il nipponico. Adele s’imbronciò.
-“Va bene” cosa?-, chiese, un’espressione feroce sul viso.
-Va bene, signora.-, disse lui, capitolando.
-Ah, bene. Lo vedi che sia persino essere educato se vuoi?-, chiese lei, canzonatoria.

Era passato un tempo indefinito quando finalmente, Achiko osò parlare.
-Non ho mai, mai fatto niente di simile…-, sussurrò. L’uomo le sorrise. Era ancora dentro di lei ma molto meno e sentiva che se avesse avuto un po’ di tempo avrebbe potuto ricominciare ma solo ed esclusivamente se anche la giapponese avesse voluto.
Per il momento preferiva assaporare la pace di quell’istante. In fin dei conti non aveva altro, ma quel poco che aveva bastava.
-Io non ho mai fatto una cosa simile con una donna simile…-, sussurrò lui, sorridendo.
Lei sorrise. O almeno sembrò farlo. Avvinghiati come pitoni, avvinti come lo Yin e lo Yang, entità separate dalla distanza ma così uguali da essere imprescindibili l’una dall’altra.
Lei espirò, un lungo espiro che avrebbe potuto essere permeato da un sospiro di godimento. Poi si alzò. Lui si alzò con lei. L’acqua continuava a cadere.
SI lavarono vicendevolmente, senza una parola. E perché parlare?
Si erano già detti tutto quello che le parole non avrebbero potuto dire.

Adele si sedette sul viso di Nakamura dandogli ancora le spalle. Si allungò su di lui sino al pene. L’uomo parve esitare o forse tentare di riorganizzare i pensieri. La donna sorrise.
-Suvvia, non è difficile. Questa posizione, giusto perché tu lo sappia, si chiama 69. È fantastica, per chi se la sa godere. In pratica, io te lo succhio e tu me la lecchi. Bello eh?-, chiese mentre manipolava il membro dell’uomo con movimenti lenti. Notò che Njala la guardava come ipnotizzata. Le sorrise.
-Ovviamente tu e i tuoi connazionali non avete la benché minima idea di cosa voglia dire il darsi mutuo piacere, vero? Oh, non parlare con la bocca piena!-, spinse la vulva contro il viso del prigioniero, obbligandolo a leccargliela. Non si stava impegnando.
Lei gli strinse il pene come se fosse stata una naufraga aggrappata a un relitto.
-Impegnati, miserabile bastardo!-, strepitò, -Non sento niente!-.
Lui parve fermarsi. “Ah, è così, eh?”.
-Bene. Njala, andiamo a rivestirci. Sembra proprio che non valga la pena continuare.-, disse fingendo tristezza. Aveva appena pronunciato quelle parole che Nakamura iniziò a recepire il messaggio, la lingua del nipponico prese a leccare la sua intimità.
Patetico, aveva avuto amanti ben più capaci. La stessa Njala era stata in grado di fare molto meglio. Ma andava bene. A lei non importava che lui la facesse godere. Era l’esperienza a contare. Il punto di vista che Nakamura era costretto a vivere.
E il messaggio. “Ora ho io il controllo.”.
Non si disturbò neppure a fingere che le piacesse. Si limitò a sorridere. Il messaggio era stato consegnato. Impossibile sbagliarsi. Guardò Njala. Anche lei era stata brava. Ci voleva un enorme disciplina per seguire quel copione sino in fondo. Sino a quel momento.
E lei l’aveva avuta. Meritava un premio.
-Leccamela bene, porco.-, ingiunse all’uomo mentre faceva segno alla nera di avvicinarsi.

Njala non ci stava più dentro. Ma seppe avvicinarsi al letto senza fare il minimo rumore.
Era ora! Erano mesi che non vedeva il membro di un uomo (o lo sentiva dentro di sé) e finalmente quell’attesa abnorme sarebbe finita. Quando lei e il suo ex avevano iniziato la loro relazione, il sesso non era mai mancato. Lei, indiavolata per natura ma resa timida dall’educazione ricevuta, si era scatenata più volte. Un giorno avevano passato l’intera giornata a fare sesso. Non erano usciti di casa e quasi nemmeno dalla camera da letto.
Poi lui aveva iniziato a prendere le distanze. Calcio, impegni, calcio, amici.
Anche il sesso era cambiato: all’inizio lui era infoiato come lei. Si ricordava che, quando veniva voglia di scopare e lei condivideva (cosa che succedeva praticamente sempre) era come un terremoto. Sconvolgente… Tanto che una volta, durante un concerto avevano scopato nei bagni. Qualcuno era entrato e molto probabilmente li aveva sentiti ma a loro non era minimamente importato.
Poi le cose erano cambiate. Meno posizioni acrobatiche, meno foga, meno sesso, una lenta discesa verso la separazione. Lei aveva provato a prendere l’iniziativa ma lui la liquidava dicendo che c’era la partita. Oppure la gratificava di un rapporto monotono e per nulla soddisfacente. Lei aveva persino pensato di tradirlo ma si era sempre astenuta dal mettere in pratica quei pensieri, a casua della sua educazione, ancora.
Finché lui non l’aveva definitivamente tradita col calcio…
Al diavolo! Il giochetto di Adele l’aveva eccitata in maniera eccelsa ma un cazzo era un cazzo e lei ne pretendeva uno. Ora.
Montò a cavalcioni di Nakamura e s’impalò su di lui sino in fondo.
Il pene di quell’uomo non era certamente eccelso ma neppure così piccolo. Era, per quanto riguardava le esperienze di Njala, nella media.
E la media le andava benissimo. Incominciò a dettare il ritmo, gemendo con voce arrochita dal piacere che provava. Quanto tempo che non sentiva un uomo dentro di sé! Sentì un gemito soffocato, quasi inudibile. Evidentemente Nakamura era felice di poter finalmente arrivare a gustare il frutto proibito pur senza vederlo. Adele, girata di faccia verso di lei, le schioccò un bacio. Limonarono, le lingue vorticanti e in lotta nelle opposte bocche.
Anche lei aveva preso a dare colpi di reni ritmati. La mente della nera elaborò per un solo secondo di lucidità il fatto che stesse scopando un uomo mentre una donna la limonava facendosela leccare dal suddetto. Una scena da Kamasutra.
Si accorse che Adele aveva preso a toccarle i seni. Era lei la star dello show.
E la star voleva sentire quell’uomo venirle dentro. Aumentò il ritmo.
Voleva godere. Voleva l’orgasmo della sua vita e della sua morte. Voleva annegare nel piacere e non riemergere. La bionda parve capire: prese a torturarle i capezzoli.
La nera iniziò a fare lo stesso coi seni della bianca, un modo per ringraziarla di quell’esperienza fantastica di cui lei aveva capito poco ma che non necessitava comprensione o spiegazioni. Continuando a lesbicare con Adele aveva intanto preso ad affondare sul pene dell’uomo fino in fondo, stringendolo con muscoli che non credeva di poter usare a tale fine. “Godi! Godi, bastardo!”, gli inveì contro mentalmente.
Aveva appena formulato il pensiero che sentì l’uomo inondarle le interiora di sperma.
-Ahhh! Siiiiì!-, gridò senza ritegno e fiato, travolta dall’orgasmo della sua vita. S’inarcò sul pene dell’uomo mentre sentiva il piacere dilatarsi dentro di lei, travolgerla.
Sentì di essere venuta inzuppando il ventre dell’uomo e le sue cosce di umori.
Si afflosciò contro Adele che pareva star godendo a sua volta. Nakamura mormorò qualcosa in giapponese che lei non afferrò minimamente e di cui non si curò neppure.
Stava godendosi l’orgasmo della sua vita. Non se lo sarebbe fatto rovinare così.

Nakamura godeva, Njala godeva, Adele godeva…
La bionda si soffermò a pensare al capolavoro che aveva orchestrato. Una manipolazione di alto livello. Stava venendo anche lei ma non per merito del giapponese.
“Figurarsi. Non saprebbe leccare un gelato…”.
No. Era la scena, il contesto, la situazione a stimolarla oltremisura.
Quando vide Njala avere l’orgasmo definitivo, si accorse di essere ormai prossima a venire. Nemmeno tentò di trattenersi. Venne gridando di piacere puro.
Piacere mentale quasi più che fisico.

L’uomo la guardò. Avvolta nell’accappatoio, Achiko pareva bella come una regina.
Si erano lavati vicendevolmente e ora erano lì, sul letto. A guardarsi. A studiarsi. Ad accettarsi. Le barriere erano cadute. La giapponese sorrideva con un’aria felice che lui non credeva di avere mai visto. Lui invece aveva quell’espressione beata che quei brevi istanti di felicità sapevano regalargli.
Nessuno di loro parlò. Nessuno di loro aveva ancora parlato. Si guardavano sorridendo. Persi l’uno nell’altra. L’uomo si sorprese di poter ancora provare un sentimento simile.
L’amore, lui credeva, l’aveva da tempo abbandonato. O no?
Forse si era sbagliato. Forse, come la runa che aveva sul petto diceva a chi sapeva leggerla, doveva morire per rinascere. Se era così, allora forse poteva archiviare il passato. E vivere.
Vivere… Ma che vita era quella? Che vita fuori da quella, per lui?
Ci aveva provato, a vivere come loro. E aveva scoperto di non esserne in grado. Inoltre era diventato parecchio bravo in ciò che faceva.
-A che pensi?-, chiese Achiko. Lui sorrise.
-A niente.-, mentì.
-Non sei bravo a mentire. Almeno, non con me.-, disse lei.
-Già. Beh, diciamo che mi sto chiedendo se non sia ora di voltare pagina.-, ammise lui.
-Lasciare il passato?-, chiese lei.
-Lasciare questa vita.-, corresse l’uomo. La giapponese lo guardò.
-Sinceramente, credi di poter fare qualcos’altro? Credi di poter essere altro?-, chiese, incalzante. Lui ci pensò seriamente. Passò qualche istante.
-No.-, ammise.
-Allora continua su questa strada finché non sentirai di doverla lasciare.-, disse lei.
L’uomo sospirò.
-Sembra semplice, detto così.-, disse.
-Sembra. Ma sappiamo entrambi che non lo é.-, sottolineò la giovane, -D’altronde non abbiamo scelto una vita semplice, no?-, chiese poi lei.
L’uomo ammise che aveva ragione.
-E ora?-, chiese.

Achiko rifletté. Tutti i suoi contatti rimasti erano stati annientati.
-Non lo so.-, ammise, -Avremmo bisogno di trovare questo Iemitsu. Ma ci toccherà farlo da soli.-. L’uomo annuì.
-Posti che frequenta, cose del genere?-, chiese con calma.
-Il cantiere probabilmente. Qualcuno dice che è l’amante della sorella di Nakamura ma… Beh, sai, forse sono solo voci.-, rispose lei.
-Voci…-, sussurrò lui, meditabondo.
-Io direi che dovremmo catturare uno dei leccapiedi di Nakamura e spremerlo per bene.-, disse Achiko. L’uomo annuì. La guardò. Lei gettò un’occhiata all’orologio.
Erano le cinque e sedici di sera.
-Possiamo arrischiarci a uscire?-, chiese Achiko.
-Direi di sì.-, rispose l’uomo. Si vestirono dopo aver lavato i vestiti al meglio e averli asciugati. Arrivarono sino a un negozio di vestiti ancora aperto. Trovarono nuovi vestiti. Il cibo fu la tappa successiva. Immediatamente trovarono uno snack bar. Pasto poco piacevole per lei e apparentemente normale per lui.
“I gajin non sanno cucinare.”, notò mentalmente lei. Ma ai morti non importava.
Peccato che lei non fosse morta. E fosse totalmente decisa a vivere e a vendicarsi ma non senza oltrepassare una precisa linea morale la cui creazione risaliva solo a un ora prima.
Lei non era morta. E non era viva, era invece in uno stato intermedio. Ma avrebbe fatto sì che nulla e nessuno potesse più metterla a tacere. Nessuno l’avrebbe più discriminata.
Lei avrebbe vinto. Ce l’avrebbe fatta.
“Era così che si era sentito il mio antenato?”, non poté fare a meno di chiederselo.
Forse o forse no. Lei alla fine non era lui. Non era nessuno di loro. Era un individuo diverso. Totalmente slegato dal passato.
-Andiamo a prendere uno Yakuza.-, sorrise ferocemente lei. Vide Qi restituirle il sorriso senza paura.

Nakamura era stato nuovamente sedato. Adele e Njala si erano ricomposte. Erano ormai le sette suonate ed era tempo di concludere. Fine della loro piacevolissima orgia. Tutto sommato Adele era davvero soddisfatta del risultato.
Nakamura aveva abbassato la cresta. Lo aveva fatto e avrebbe continuato a farlo oppure avrebbe subito un linciaggio mediatico. Per Adele andava bene.
-Divertita?-, chiese a Njala. La nera, impeccabile nel suo abito, le sorrise felice.
Domanda superflua ma la bionda doveva ammetterlo: quella giovane era particolare.
Disciplinata e timida, come una suora. Ma a toccarla nei punti giusti si rischiava di scatenare un demonio col viso d’angelo…
-Vedrai… Questo è solo l’inizio, mia colomba.-, sussurrò baciando le labbra della nera.
End Notes:
Commenti e critiche ad aleessandromordasini@gmail.com
Ronin by Rebis
Author's Notes:
Terzultimo atto di un racconto nel racconto
L’oscurita discese sulla Città.
Non se n’era mai andata. L’uomo lo sapeva bene e sapeva bene che anche la giapponese che scivolava tra le tenebre al suo fianco ne era consapevole. Stavano bazzicando un paio di locali passati nelle mani di Nakamura.
Il Do era un negozio di articoli sportivi che vendeva vere katane e armi tipicamente giapponesi. Era sempre stato così. Anche prima. Ma il Mu… Quello invece era una discoteca. E non una discoteca normale.
Con i contatti giusti uno poteva pippare coca in bella vista, spararsi eroina in endovena o persino uccidere qualcuno. Il proprietario era italo-giapponese ma addentro alla Yakuza da relativamente poco. Eppure da abbastanza tempo da poter divenire un punto importante per lo spaccio di oppiacei vari…
L’uomo sospirò. Eccolo. Ecco quel che vedeva. Il passato che tornava. La linea di demarcazione fra sé e tutti gli altri nitida come non mai.
La discoteca era un cubo di cemento disadorno. Più simile a un edificio eretto dai comunisti che dai giapponesi. La musica però si sentiva. Promanava all’esterno sfiorando i sensi dei passanti, ammagliandoli con malie malsane d’incanti oscuri. Promesse di oblio.
Una fila di prostitute passò. L’uomo e Achiko le oltrepassarono. E fu lì che all’uomo venne un’idea. Un’illuminazione. Fermò la giovane che camminava poco avanti a lui, stringendole un braccio e ignorando la contrazione dei muscoli, difesa istintiva in risposta alla sua presa. L’idea gli era venuta all’improvviso, facendo una connessione ovvia che avrebbe dovuto essere rivalutata degnamente. Se avesse avuto successo avrebbe evitato di scatenare un’ennesima battaglia in città, oltre a prevenire eventuali vittime civili, altresì detti “danni collaterali”.
-Aspetta. Ho un’idea.-, disse. La giapponese lo guardò, scettica.
-E sarebbe?-, chiese lei. Lui sorrise. Le spiegò.

Lucy contava. Era arrivata a centodieci. Continuò a spompinare quel tizio, uno poco dotato di cui neppure ricordava il nome. Ahmed Qualcosa… O Qualcosa Ahmed. Non capiva molto i nomi arabi ma non importava. Quel tizio aveva detto che sua moglie si rifiutava categoricamente di succhiarglielo e lei gli aveva fatto quella proposta. Ovviamente lui aveva capitolato subito. E l’aveva trascinata nel retro del suo negozio di narghilé.
In ginocchio davanti a lui, la nera aveva iniziato a elargire uno dei suoi pompini da primato.
Non si era neanche svestita. Quel tizio le aveva detto solo di succhiarglielo.
Centodiciotto, centodiciannove, centoventi. In totale due minuti di fellatio. Era sorpresa: molti venivano già dopo un minuto e mezzo, invece quell’arabo si sapeva controllare.
O forse era solo impotente fino a sconfinare nell’anaieculazione…
Centoventitré, centoventiquattro. Lui le piazzò una mano sulla testa. Lei aprì la bocca. Lui le spinse il membro sino in gola. Lei si chiese se iniziare a toccarsi o no. La cosa poteva andare per le lunghe e quel tizio non sembrava esattamente incline a tradire (completamente) la moglie. E lei sentiva che iniziava a bagnarsi….
Aveva appena mosso una mano verso il suo seno che l’uomo le venne in bocca. Lei ingoiò, più per non sporcarsi i vestiti che per altro. Lui sorrise beato. Lucy si alzò.
Prese i soldi che il magrebino le porse dopo essersi rimesso in ordine e lo salutò con un’affetto che non provava. Lei divideva i clienti per categorie.
C’erano quelli patetici, che non le davano alcuna soddisfazione, come quel tizio.
C’erano gli stronzi pieni di soldi, con cui scopava per mera necessità pecuniaria. Qualche volta erano pure ben messi e questo non guastava....
E c’erano quelli con cui era davvero bello scopare, quelli che, se non avesse fatto quella vita, avrebbe potuto persino voler sposare… Come quell’uomo che l’aveva presa qualche giorno prima. Un vero toro ma capace di stupirla con una delicatezza e una cura mai viste.
Lei accettava tutte e tre le categorie: aveva troppo da pagare per poter fare la schizzinosa ma non le dispiaceva se, a un incasso si fosse aggiunta la piacevole variabile di una virilità degna di nota o di un uomo capace di darle piacere vero.
Il telefono squillò proprio mentre usciva dal retro del negozio.
-Pronto.-, rispose senza neppure guardare il numero.
-Sono io.-, disse la voce di un’uomo di terza categoria. Dell’uomo… Lucy si accorse improvvisamente di desiderare di vederlo.
-Possiamo vederci?-, chiese lui, -stasera, al parco in centro?-.
“Al parco? Strano posto…”, la riflessione durò un secondo solo. Quell’uomo le mancava. Le era entrato nel sangue e nell’anima. Era divenuto una febbre.
-Arrivo.-, disse soltanto, -Dammi… trenta minuti.-. Chiuse la chiamata e si mise a camminare a falcate larghe, ignorando un tizio che le offrì un centone per una vista al suo corpo nudo. Non si spingeva quasi mai sino a quel quartiere. Era una zona che odiava, non solo perché sapeva che molti arabi non rispettavano le donne ma anche perché spesso e volentieri se ne uscivano con rischieste indecenti e domande veramente stupide.
Tipo un suo cliente che le aveva chiesto se lei fosse stata musulmana. Al suo “no”, lui aveva interrotto tutto. Valli a capire…

Nakamura mangiava miso e rabbia. Adele e quella sua assistente lo avevano fregato, sconfitto. Peggio ancora lo avevano umiliato, anzi avevano dato alla parola umiliazione tutto un altro significato. Voleva la vendetta ma sapeva di non poterla avere.
Era stato battuto per la prima volta. Da una donna. Da una troia…
La rabbia rischiò di soffocare la sua lucidità ma lui sapeva bene di dover restare lucido.
Achiko e il suo amico erano ancora in giro ma non erano un così grande problema. Erano in fuga e presto la loro fuga si sarebbe conclusa con la morte.
E poi avrebbe personalmente provveduto a sventrare Adele Kingsword e impiccarla usando il suo stesso intestino come corda.
Controllò la rabbia, ascoltando resoconti di affari e tratte varie. La Yakuza si era ormai ritagliata la sua nicchia di rispetto a fianco delle vecchie e rinate mafie di stampo italiano e delle Posse domenicane.
Il giapponese sorrise. Presto quel Giustiziere sarebbe morto. Aveva già saputo dove si trovavano, in un hotel di bassa lega. Vi aveva già inviato Iemitsu e i suoi uomini. Solo tre. Il minimo indispensabile. Per un lavoro perfettamente eseguito.

Adele aveva saputo della sparatoria in centro. Rapidamente aveva fornito una scusa pronta anche a quella, aggiungendo anzi che alla polizia era stata risparmiata parecchia fatica. Solitamente il coprire un simile casino la metteva di pessimo umore ma in quel caso era diverso. Ora che Nakamura aveva capito con chi aveva a che fare, le cose sarebbero andate in modo molto diverso. Sorrise. E si preparò ad andare a casa.

Njala sentiva la testa esplodere. No. Non era dovuto all’orgia che aveva occupato gran parte della sua giornata. Era qualcos’altro. E lo sapeva bene.
Oh, l’orgia era stata d’aiuto e tanto! Erano mesi che non scopava. E sicuramente, anche se quello con Nakamura non era stato il miglior sesso della sua vita, poteva sinceramente dirsi soddisfatta. Ma il mal di testa incalzava, sempre più.
Eppure non si fermò. Rapporti di poliziotti, testimonianze, poca altra roba. Il materiale disponibile sul Giustiziere era semplicemente troppo poco.
Ma quello sulla corruzione della città, persino quello puramente speculativo e non necessariamente legato ad essa, era esponenzialmente maggiore. La nera si tenne il capo. Consapevole di quanto le cose fossero enormemente mutate.
“Fino a qualche giorno fa sapevo chi ero, cosa facevo e chi amavo. Ora non so più nulla…”, pensò. Un pensiero che, espresso a voce alta poteva essere fioriero di guai.
Lavorò per altri venti minuti, facendo connessioni nella sua mente, sfidando il suo cervello a portare il ragionamento più in là. Poi smise, chiuse il computer e andò a casa.
Si addormentò appena toccò il letto.

Il parco non dava nessun immagine di serenità. Achiko era abituata a quel paesaggio ma la sorprendeva sempre vedere il contrasto. In giappone i parchi erano… molto differenti. Ma lì, in quella città, quel parco era esattamente come la metropoli. Cupo, opprimente.
Persino gli alberi parevano feroci.
L’uomo, Qi, pareva non badarci. Osservava tutto con un distacco che pareva incredibile.
“Forse perché non ha mai conosciuto di meglio…”, si ritrovò a pensare lei.
L’averci fatto sesso era stato splendido ma quell’uomo… Achiko era convinta che alla fine fosse uguale a lei. Ferito, lasciato a morire, ma pronto a rialzarsi.
-Eccola.-, disse con calma lui. La giapponese interruppe i suoi pensieri, guardando nella direzione in cui guardava l’uomo. Una nera statuaria avvolta in una giacca impermeabile si stava avvicinando a loro. Achiko sollevò un sopracciglio, perplessa.
-Ciao Lucy.-, l’accolse lui. La nera sorrise di rimando.

La mente di Lucy era un turbinio di pensieri.
“Chi era quella tipa? Cosa voleva lui, se non era lì per fare sesso?”, i due principali interrogativi della situazione. In ogni caso, cercò di essere amichevole e sorridere.
-Piacere. Lucy.-, si presentò offrendo la mano alla giapponese.
-Achiko.-, si presentò l’altra stringendole la mano. Aveva una stretta forte. E anche gli occhi… Ricordavano quelli dell’uomo. La nera prese a riflettere. Infine si arrese.
-Perché mi hai chiamata?-, chiese direttamente all’uomo.
-Ho bisogno di un favore.-, rispose lui. Lei cercò di metterla sul ridere, incurante delle conseguenze. Lo guardò col suo sguardo da “faccio quello che vuoi” brevettato.
-Vuoi fare un triangolo?-, chiese ammiccando. La giapponese la guardò in modo bizzarro, tra il preoccupato, il curioso e il… bramoso? Lucy avrebbe scommesso che ci sarebbe stata. Ma l’uomo scosse il capo, mettendo fine alle ipotesi.
-Devi aiutarci a trovare una persona. Un giapponese. Quello là che ti sei fatta.-, disse.
-Fatta è una parola enorme, considerando che lui non ha fatto proprio niente e ancora un po’ dovevo usare una lente per vederglielo.-, Achiko rimase impassibile e così anche l’uomo. Lei sospirò. Fine dell’ironia, tempo di essere seri.
-Lo volete ammazzare?-, chiese abbassando la voce. Il parco era quasi deserto salvo un tizio che stava smaltendo la sbornia e un anziano che pareva star per rendere l’anima.
Ma lei voleva essere prudente. Inoltre il tono con cui l’aveva chiesto indicava una certa apprensione. Non voleva ritrovarsi in quel giro di vendette…
Almeno, non più. Aveva già ucciso per salvarlo ed era già ben più di quanto volesse sopportare. Li guardò in attesa di una risposta.
-No. Vogliamo fargli qualche domanda.-, rispose l’uomo.
-Domande a cui lui non vorrà rispondere, no?-, chiese lei scettica.
-Ci aiuti sì o no?-, chiese lui. Lei sospirò. Aiutarlo avrebbe voluto dire strapparsi un ennesimo pezzo della sua anima. Ma d’altronde, cosa restava? Aveva sacrificato ogni cosa, dignità, amor proprio e innocenza. Da tempo. Non le restava altro da perdere.
-Ditemi di cos’avete bisogno.-, disse infine.

Ci misero qualche ora e dovettero fare una deviazione. L’uomo si fermò a casa sua. Prese il Tanto e due pistole. Ne diede una ad Achiko. La giapponese parve trovarsi a disagio con un’arma da fuoco ma non protestò. Non era il momento di fare gli schizzinosi.
Il TG parlava delle sparatorie senza soffermarvisi troppo prima di passare a un insulso servizio su quanto accadeva nel resto del paese…
“Ovviamente non vogliono che la gente capisca quanto fa schifo la situazione, no?”, pensò l’uomo con stizza. I media si erano attivati dopo che Borykov era stato ucciso e la loro pressione aveva distrutto i resti malconci di un impero privo di imperatore. Ma non era abbastanza. Pareva quasi che ci fosse qualcuno a tenerli al guinzaglio.
Pienamente possibile… L’intera Città era marcia. Ma questo lui già lo sapeva.
Non lo avrebbe sorpreso sapere che anche coloro che si dichiaravano giornalisti intergerrimi e pronti a morire per la libertà di stampa si erano venduti per un assegno da parte dei potenti. Mentre andavano verso il cantiere, l’uomo considerò la cosa.
Un cittadino era disposto a morire per una causa che non conosceva ma non a rischiare la vita per ripulire casa propria dal male… Assurdo.

Achiko dubitava. Dubitava che coinvolgere Lucy fosse saggio. Inoltre non si fidava. Quella donna era una prostituta. Per quanto ne sapeva poteva venderli a Nakamura.
Posto che non lo avesse già fatto… Scacciò l’ansia, i dubbi. Solo l’azione restava. Solo quella contava. I dubbi c’erano. Ci sarebbero sempre stati ora che aveva lasciato la presa sul dovere, sul ritenersi morta pur essendo viva. Eppure non erano insormontabili: lei aveva almeno un’alleato. Qi. L’uomo procedeva invece con una sicurezza quasi impensabile, come se non gli importasse nulla di vivere o morire. E forse era davvero così.
Si sorprese a pensare che il dovere l’aveva portata a fare qualcosa che lui faceva per scelta. La differenza tra loro era tutta lì ed era gigantesca. Abissale.
Ma non incolmabile.
Arrivarono al cantiere. Erano le dieci e quarantasei.
-Sai dove trovarlo?-, chiese la giapponese. Lucy scosse il capo.
-Ma vi serve proprio lui o va bene anche il primo che passa?-, chiese.
-Credo vada bene anche il primo che passa, purché sia giapponese.-, ammise l’uomo.
Achiko annuì. Tutti i lavoratori lì erano Yakuza o in qualche modo affiliati ad essa. Avrebbero colpito duro l’organizzazione di Nakamura sotto il suo stesso naso. La nera annuì e ancheggiò tra la folla, sparendo.
-E ora?-, chiese la giapponese all’uomo.
-Aspettiamo.-, disse lui. Le fece strada sino a un bar gestito da un afroamericano privo di un braccio. Il vecchio, reduce della Guerra del Golfo, era un tipo simpatico. Sorrideva spessissimo a dispetto del braccio monco all’altezza del gomito e dell’evidente protesi che lui non nascondeva. Un taglio profondo cicatrizzato gli attraversava la gota sinistra.
Era stato un combattente. Tempo prima. Achiko si ritrovò a sperare che non dovesse tornare ad esserlo. Il nero salutò l’uomo con cordialità. Qi rispose con altrettanta lietezza prima di ordinare da bere.

Iemitsu entrò impugnando la UZI compatta. Nessun testimone. Lo staff dell’hotel era stato sensibile a una mazzetta. Niente. I due erano rimasti lì per un po’ e ora erano fuggiti. Assorbì quella novità senza particolari emozioni. Perquisì la stanza. Nulla di particolarmente rilevante. Nessuna traccia su dove fossero. Aiutato dai suoi rivoltò la camera come un guanto. Niente. Sospirò. Doveva fare rapporto.
Chiamò Nakamura. Concordò di lasciare qualcuno sul posto. In fin dei conti potevano sempre tornare là…

Karamoto Nakamura annuì. Non era ciò che aveva sperato ma andava benone.
Se non altro ora avevano un posto in meno in cui tornare. Ma la vera domanda era dove fossero in quel momento. Nakamura era anche un cacciatore e sapeva bene che una preda con le spalle al muro è spesso la più temibile. Ma non se ne diede peso. Andò verso il dojo. La concentrazione raffinata tanto da divenire inconscia, il rumore dei bokken che si scontravano, la sensazione della vita che poteva finire in un istante… Tutto questo lo calmava. E funzionò anche in quel caso.

Lucy si guardò attorno. I giapponesi dovevano essere tutti frigidi o gay… Era lì da ben venti minuti e nessuno di loro l’aveva degnata di una parola. Eppure sapeva di essere molto più bella di diverse altre.
“A meno che quel tizio dell’altra volta fosse l’eccezione e non la regola…”, pensò sconsolata. Il suo pensiero volò a sua sorella e a sua figlia. Entrambe al sicuro nei loro letti, convinte che lei stesse facendo qualche straordinario per poter permettere loro di pagare l’affitto. Bugie… tutta la sua esistenza… basata su bugie per il solo gusto di illudersi forse di vivere la vita che voleva quando in realtà quella vita era la sola che riuscisse a sopportare. A scuola se l’era cavata relativamente male e certi prof la guardavano come un affamato guardava un lauto pasto. Uno di loro ci aveva pure provato con lei ma Lucy l’aveva respinto, solo per vedersi negata la sufficienza in matematica. Quando alla fine aveva scoperto il sesso le era piaciuto e quando era stata licenziata dal suo primo posto di lavoro per essere stata beccata a fare sesso con un collega (anche lui licenziato poi), si era resa conto che quella era la sola strada. Le porte si erano chiuse una a una, fino a renderle evidente la realtà. E lei aveva accettato. Iniziando a mentire per non dare un dispiacere da crepacuore a tutti i suoi famigliari.
Poi sua madre era morta. E col padre morto in Afghanistan, aveva dovuto prendere sulle spalle il peso della famiglia rimasta. Non era stato facile all’inizio. Molte competizione, troppe ragazze o donne già esperte che le rubavano il lavoro ma lei aveva un’asso nella manica, una qualità che la rendeva rara, quasi unica.
A lei piaceva e questo le permetteva di prestarsi a quasi ogni fantasia.
Il suo primo cliente, un azionista in vena di tradire la moglie, aveva passato tre ore a esaudire ogni sua fantasia che la suddetta moglie gli aveva sempre negato. Tre ore dopo lui si era svuotato scroto e portafoglio. Quei soldi erano bastati per quasi un mese.
E così Lucy aveva iniziato a vendere la sola cosa che le restasse. Il suo corpo, la sua dignità. Finì sotto al racket di El Rey quasi per caso… Finché l’uomo non arrivò a liberare lei e le altre. Chiudendo il passato in un angolo recondito della mente, si concentrò sui possibili clienti asiatici… Nessuno. La oltrepassavano senza quasi neanche guardarla.
“Ma dannazione, che avete tutti?! Devo mettermi a ballare nuda in strada?!?!”.
Aveva appena formulato quel pensiero, che un giapponese si fermò davanti a lei. Smoking alla occidentale, piglio da duro nascosto dietro occhialini alla Tojo. Tutto onore e dovere.
E una certa vena erotica che aspettava sfogo, notò lei.
-Ciao. Vuoi compagnia?-, chiese.
-Sì… Volentieri.-, disse il nipponico. Aveva una pronucnia terribile ma era già qualcosa.
Lucy annuì. Contrattarono e stabilirono un prezzo. Lui pagò e lei, non vista, inviò il messaggio salvato in memoria al numero dell’uomo.

-Abbiamo un contatto. Muoviamoci e seguiamoli senza farci notare.-, sussurrò l’uomo.
Lui e Achiko avevano già pagato. Avevano tenuto d’occhio la situazione da una certa distanza. Erano quasi invisibili. Mimetizzati tra la folla…
Seguirono il duo che si dirigeva oltre il cantiere in completamento.

“Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove. Dieci.”
Lucy contava i passi. Presto, sapeva che il conteggio avrebbe avuto modo di ridivenire la distrazione che usava per far passare il tempo di amplessi insoddisfacenti e prestazioni a senso unico. Quella, se lo sentiva, non sarebbe stata diversa. Sperava solo che l’uomo e quella giapponese ci mettessero poco a intervenire. Altrimenti avrebbe davvero dovuto combinare qualcosa con quello. Che non sembrava esattamente un granché.
Intanto lui si era fermato. Evidentemente voleva scopare lì, in un angolo del quartiere lontano da occhi indiscreti. A Lucy non cambiava nulla. Aveva fatto sesso in posti ben peggiori. Ma c’era anche da dire che spesso e volentieri ciò implicava fare sesso con gente capace di farlo. Il giapponese lo tirò fuori, dicendole di succhiarlo.
Lei sorrise, minimizzando la consapevolezza, estraneandosi da sé. Allontanandosi dal presente. S’inginocchiò e lo prese in bocca.
“Trenta, trentuno, trentadue…”
Come il suo connazionale, anche quel tizio non brillava per le dimensioni del suo organo riproduttivo. Tuttavia la nera non si perse d’animo. Fingendo ammirazione per una virilità quasi inesistente prese a spompinarlo sapientemente. Non era piacevole ma di episodi spiacevoli ne aveva già vissuti. Il giapponese sembrò prossimo a venire quando dei passi infransero il ritmo intessuto dai rumori della fellatio.
Lucy spalancò gli occhi che aveva chiuso, il giapponese le tolse il pene di bocca in malo modo. E fu stretto dalla morsa della giapponese pochi istanti dopo.
-Vattene.-, le sussurrò l’uomo. Lei fuggì, premurandosi di sembrare terrorizzata. Tanto per quel lavoro era stata pagata…

Achiko guardò lo Yakuza. Pietoso. Tremava, cercava di assumere un’aria impavida. Fallendo miseramente. Il fatto che fosse stato beccato con le braghe calate (letteralmente) non lo aiutava. Lei gli piantò un ginocchio nella schiena, costringendolo ad abbassarsi.
-Funziona in modo semplice: tu mi dici dov’è Iemitsu Norigawa e io ti lascio morire senza renderti le cose difficili.-, disse con un sibile nell’orecchio del prigioniero.
-Fottiti, troia!-, esclamò lui. Achiko sospirò. In fin dei conti, uccidendo degli Yakuza avrebbe inevitabilmente indebolito l’organizzazione appartenente alla sua famiglia.
Ma era impossibile fare altrimenti.
-Come vuoi.-, disse. Fece un cenno a Qi. L’uomo avanzò di un passo.
Prese il braccio del prigioniero. Bloccò la mano destra a terra. Ed estrasse il Tanto.

Iemitsu cercò di pensare. Aveva pattugliato metodicamente la zona più malfamata della città. A un certo punto lui e i suoi erano stati infastiditi da dei banditi. Tre brutti ceffi domenicani, strafatti di Rum e Maria. Pieni fino all’orlo di sé stessi.
A Iemitsu e i suoi c’erano voluti pochi istanti per liberarsi di quegli idioti che li avevano scambiati per dei turisti inermi.
Nessuno aveva protestato o cercato di vendicare i morti. Ma in ogni caso era chiaro che Achiko e il tizio che l’accompagnava non erano passati di là.
Chiamò nuovamente Nakamura facendo rapporto.

Nakamura ascoltò il rapporto. Erano le 23.32 di sera.
Fece un rapido calcolo. In Giappone dovevano essere le 10.32 circa.
In ogni caso aprì il telefono, selezionò un numero in memoria e chiamò.
Uno squillo. Due. Tre. Quattro. Poi un rumore di fondo. Un trillio non chiaro.
-Moshi Moshi.-, rispose una voce non identificabile, filtrata. Sebbene non fosse possibile dire chi fosse all’altro capo della linea, Nakamura sapeva bene chi fosse. Aveva conosciuto la persona dietro la voce tempo prima.
-Sono io. Ho qualche problema con… la disonorata.-, disse.
-Comprensibile. È abile. Lo è sempre stata.-, ammise la voce. Nessun’emozione, niente.
-Ho bisogno di sapere dove alloggia.-, disse lui.
-Aspetta.-, fu la risposta. Lui attese. Un “ping!” sonoro lo informò dell’arrivo di una e-mail. La aprì. Mittente irrintracciabile. Poche righe. Un nome e un indirizzo.
-Lo sai che non ci sono garanzie che si trovi lì, vero?-, chiese la voce.
-Lo so. Ma ci dovrà tornare.-, rispose lui.
-Ê tutto?-, chiese la voce. Sebbene non fosse possibile percepirlo attraverso il dispositivo di cammuffamento vocale, Nakamura avrebbe potuto giurare che la persona fosse infastidita. Sorrise.
-No. È entrata in contatto con qualcuno. Un giustiziere di qui. Si sono coalizzati.-, riferì lui.
-Problemi tuoi.-, ribatté la voce, -Non miei.-.
-Sono anche tuoi. Hai molto più da perdere di me.-, gli ricordò lui. Calma glaciale contro muta rabbia per qualche istante. Un sospiro.
-Già.-, ammissione sofferta, consapevole. Velata. “La verità fa male, eh?”, pensò lui.
-Vuoi il controllo, no? Allora vedi di stare al tuo posto. Trova tutto quello che puoi su quel tizio. Scopri se avevano già collaborato in passato. Insomma: vedi di renderti utile.-, disse Nakamura. Silenzio. Lungo. Il silenzio di chi vorrebbe comunque riuscire a ribattere ma sa di non poterlo fare.
-Va bene.-, cedette infine la voce. Nakamura chiuse la chiamata. Poi chiamò il suo secondo e gli ordinò di andare all’indirizzo dell’hotel per chiudere la faccenda.

Il sangue dipingeva un’arabesco cremisi sul cemento. I gemiti dello Yakuza erano divenuti un pianto poco onorevole. L’uomo ripulì il Tanto con un pezzo dell’abito dell’uomo.
-E siamo a tre falangi.-, disse. Robotico, privo di emozioni. Demoniaco.
-Andremo avanti.-, sussurrò Achiko, -Andremo avanti e finite le dita inizieremo con altri pezzi. Pezzi molto più importanti. Ma può finire subito. Dicci dov’è Iemitsu.-.
Silenzio. L’altro scosse debolmente il capo. L’uomo annuì. Alzò la lama.
Tagliò. Il pugnale trapassò la carne e dopo qualche sforzo anche l’osso. Il dito indice fu mozzato all’altezza della seconda falange. Il giapponese avrebbe gridato se Achiko non gli avesse tappato la bocca per tempo.
-Ne vale la pena?-, gli chiese la giovane, -Vale la pena soffrire tanto?-. Lacrime di dolore e rabbia ormai scorrevano sulle gote dell’uomo. Che però ancora non cedeva.
-Bene. Vado a prendere un’accendino.-, disse l’uomo alzandosi. Gli occhi del giapponese si spalancarono tanto da far temere che stessero per uscirgli dalle orbite. Timore ingiustificato ma sicuramente era terrorizzato.
-Non è piacevole venire bruciati. Ma chissà, magari a te può anche piacere…-, disse l’uomo. Odiava ciò che stava facendo ma era consapevole che non c’era altro maledetto modo. Era la loro sola e ultima possibilità. Un’odore acre si sentì improvvisamente. Il prigioniero se l’era fatta addosso.
-Aspettate!-, esclamò, -Parlo!-. L’uomo si fermò. Calmissimo.
-Iemitsu.-, disse soltanto.
-Il mio cellulare. C’è il GPS di un punto di ritrovo in cui va molto spesso. Lo troverete lì.-, ammise il poveretto. Achiko lo alleggerì del telefono touch-screen prima di puntare la pistola alla testa del giovane. Silenziatore inserito, premette il grilletto. Lo Yakuza cadde in avanti. Una fine misericordiosa.
-Ripuliamo e andiamocene. Abbiamo quel che volevamo.-, disse lei. Lui annuì. Insieme gettarono i resti del prigioniero in un container dei rifiuti poco distante.
-E ora?-, chiese lui.
-Torniamo al mio hotel.-, disse la giapponese. L’uomo scosse il capo.
-Se come hai detto, hanno una fonte interna al tuo clan allora molto probabilmente sapranno dove alloggi.-, osservò. La giovane annuì. Condivideva quella preoccupazione.
-Immagino tu abbia un’alternativa al vagabondare fingendoci drogati.-, disse lei senza alcun’ombra di humor.
-Ovvio.-, rispose lui serafico.

Iemitsu e i suoi entrarono nell’hotel con passo rapido. Chiesero subito dove alloggiasse la ragazza, chiamandola con la sua falsa identità, ovviamente.
Risposta immediata. Passaggi di mani di chiavi e soldi. L’ascensore salì poco dopo.
Iemitsu si sentì improvvisamente agitato. Nel senso migliore del termine. Amava sentirsi il predatore, il guerriero. Era qualcosa che trascendeva la semplice convinzione. Era la sua natura e non l’avrebbe nascosta. Mai.
Si accostò alla porta. Nessun rumore. Aprì. Vuota. Come sospettava. Salvo per una piccola valigia di vestiti e una scatola che conteneva una katana.
Iemitsu rifletté. Comprese, sorrise e fece rapporto a Nakamura.

Il rifugio era spartano. Achiko lo notò. Non poté fare a meno di chiedersi quante case avesse Qi sparse per tutta la città. Almeno due. Quasi certamente però, almeno una era in affitto. Ma non pareva fosse quella: quella pareva… più viva.
L’altra forse era il cimitero dei suoi ricordi ma quella casa era pregna di emozioni. Di sensazioni. Era come se una parete di Qi si fosse staccata dal corpo e dimorasse lì.
Ma in quel momento ad Achiko non importava, anzi. Notò che tutto era ordinato ma conservava una nota disarmonica che rendeva l’intero moblio più personale. Libri ce n’erano pochi. Lei fece un giro per le stanze. Lui non la fermò.
Erano arrivati lì dopo una bella marcia e tutto quello che la giovane voleva sarebbe stato un letto. Ma ora… ora poteva conoscere Qi, conoscerlo molto più profondamente di quanto lui stesso magari segretamente volesse venir conosciuto. Era un’occasione.
Libri sui samurai. Pochi. L’Hagakure, il Libro dei Cinque Anelli, lo Shobogenzo…
Era chiaro che Qi aveva studiato a fondo il giappone feudale e lo Zen.
-Ti interessavi al Giappone?-, chiese lei guardando i pochi libri. Un saggio sull’Aikido, uno sui Samurai, l’Hagakure, il Libro dei Cinque Anelli… Lui annuì. Lei ponderò se chiedere altro. Ma fu sorpresa a scoprire che non ce ne fu bisogno.
-Dopo… quello che accadde, mi immersi in tutto questo. Iniziai a cercare di sopravvivere. Finché non mi resi conto che continuare in quel modo avrebbe solo significato procrastinare l’inevitabile.-, disse lui.
-Così… iniziasti a ucciderli?-, chiese Achiko.
-Uno a uno. Non mi bastavano gli stronzi che avevano rovinato i miei amici. Volevo che tutti loro pagassero. Lo voglio ancora.-, rispose lui.

L’uomo la guardò. A differenza di Lucy e di Montoya, Achiko poteva capire.
Infatti la giapponese annuì. Lui tossicchiò per spezzare un silenzio inutile.
-Vuoi qualcosa da bere?-, chiese, -Acqua? Caffè? Altro?-.
-Dell’acqua, se non disturbo.-, rispose lei. Sorrise. Lui sorrise di rimando. Era bello vederla sorridere. Le porse un bicchiere colmo d’acqua. La giovane lo finì in pochi istanti.
Assetata. Come anche lui… Ne approfittò per versarsi da bere.
Bevve a sorsi misurati. Mai troppo né troppo poco.
Quando lei vide la katana e il wakizashi posizionati sopra un apposito supporto, lo guardò.
-Quando iniziai pretendevo di essere qualcosa di più di un mero assassino. Mi serviva un modello. Un esempio.-, spiegò lui, senza bisogno di domande. Posarono i bicchieri. Lei raggiunse il letto. Leggermente sfatto ma nemmeno troppo.
Si sedette, come se improvvisamente fosse stata pensierosa. Ma poi uno sbadiglio a stento contenuto rivelò la sua stanchezza.
-Meglio se riposiamo entrambi.-, disse l’uomo. Lei annuì. Pochi minuti dopo erano entrambi a letto. Lei si addormentò subito. Lui no. Rimase sveglio. A guardare il tempo scorrere. A considerare come le cose stessero cambiando. A prepararsi alla fine.
A sentire il respiro che entrava e usciva. Dentro e fuori e poi di nuovo.
Chiuse gli occhi. Spostò la propria attenzione al letto. Al respiro sottile e quasi inudibile di Achiko. Ai punti in cui il suo corpo toccava il materasso e a quelli in cui non lo toccava.
Non voleva dormire. Il sonno non lo ristorava da parecchio, la scena era sempre la stessa.
La conosceva già. E non lo attirava. Non lo disturbava neppure ma non lo attirava.
La verità è che molte, troppe cose gli erano divenute indifferenti. A volte viveva una vita davvero priva di regole, non diversa da quella di quelli che un tempo erano amici suoi…
-Sei sveglio?-, chiese la voce di Achiko un indefinito tempo dopo.
-Sì.-, ammise lui. Inutile negare.
-Bene.-, disse lei. Girata su un fianco col viso verso l’uomo, lei sorrise. Nell’oscurità il suo sorriso era quasi invisibile.
-Stavo pensando al dopo.-, ammise la giapponese. Lui s’incuriosì.
-In che senso?-, chiese.
-Il post-Nakamura. Una volta tolto di mezzo lui dovrò tornare in Giappone. Eliminare la talpa.-, disse la giovane. Lui annuì. Immaginava già cosa lei stesse per chiedergli.
-Verrai anche tu con me, Qi?-, gli chiese. Lui ci pensò. Ne aveva il diritto?
La Città era la sua casa e la sua tomba, il suo fardello. L’onere che si era autoimposto.
D’altronde, se la talpa fosse rimasta in vita e fosse stata abbastanza potente avrebbe potuto condurre a un nuovo tentativo da parte degli Yakuza di crearsi una base là.
Ucciderla avrebbe potuto prevenire un grande male. Ma l’uomo sapeva che c’era dell’altro, che Achiko non voleva solo quello. Avvicinò il suo viso a quello della giapponese di qualche centimetro.
-Mi vuoi con te solo per eliminare la talpa? Io non credo.-, disse.
-No.-, ammise lei, -Ho bisogno di qualcuno di cui mi possa fidare. Il mio clan mi ha ripudiata. Per loro ora sono una paria. Una morta vivente. Ma se la talpa è davvero tanto addentra nella mia famiglia allora avrò bisogno di qualcuno che mi aiuti ad affrontare una cosa simile. Lo farai, Qi?-, chiese infine.
Lui temporeggiò, non era una decisione facile. Andarsene avrebbe implicato cessare la sua costante vigilanza su quei luoghi. E questo poteva portare a un ritorno dei vecchi nemici. I russi o la Triade cinese o persino i latinos avrebbero potuto rialzare il capo.
-I tuoi famigliari non vedranno molto bene un gajin.-, osservò lui.
-Loro non sono qui.-, disse categorica la giapponese. Altro sorriso appena intuibile nelle tenebre, -E non sanno minimamente cos’hai fatto per me o quanto tu abbia sofferto.-.
-Non ne sono degno, Achiko.-, sussurrò lui. Lei si mosse. Fluida. Gli salì sopra.
-Non ne sei degno, dici ma io so, come lo sai tu, che non è vero. Tu hai sgominato Bao Yi. Quando tutti hanno voltato le spalle tu hai continuato a lottare. Questo, più di tutto, ti rende degno.-, sussurrò lei. L’uomo non poté fare a meno di notare che lei indossava solo le mutande. Lui indossava solo i boxer e una maglia. Sentì l’eccitazione montare. Si controllò. Non era un animale. L’avrebbe avuta solo se lei fosse stata d’accordo.
Espirò, cercando di non pensare alla bellissima donna che gli stava sopra.
-Ecco, vedi?-, chiese lei. Pareva essersi accorta di quel suo tentativo di controllo.
Un altro sorriso baluginò per un secondo nell’insondabile oscurità.
-Questa è la differenza principale.-, sussurrò Achiko prima di chinarsi a baciarlo.
Lui rispose. Le loro lingue si sfiorarono, sfidarono. Duellarono di un duello privo di vincitori e vinti. Lei si distese sopra di lui, togliendogli la maglietta. Nudi salvo per le mutande, i due amanti si strinsero. L’uomo si chiese se non stesse rischiando di innamorarsi ancora.
Era un rischio enorme. L’amore gli aveva strappato tutto già una volta…
E ora aveva molto di più da perdere.
La giapponese gli baciò il petto. Leccò alla cieca il tatuaggio della runa, così importante per lui. L’uomo si accorse di non poterlo accettare. Lei lo stava venerando e lui restava immobile. Era troppo. E non era giusto. Le baciò il collo quando lei tornò a baciarlo. La giovane sorrise. Lui scese lungo la clavicola, scansando i capelli della giapponese mentre scendava sui seni. La voleva. Ma per ora gli bastava anche solo quello, quegli istanti. Non disdegnava il sesso ma Achiko gli stava insegnando il valore di momenti del genere. Quello era un gradino sotto il sesso. E un gradino sopra.
-Oh, Qi…- gemette la nipponica quando lui le succhiò un seno, -È bellissimo…-.
L’uomo non rispose. Continuò a vezzeggiare quei seni, i capezzoli eretti che esprimevano il desiderio di lei, finché la giapponese non lo fermò. Ansimava piano, eccitata.
-Ti voglio.-, sibilò.
-Prendimi.-, sussurrò lui. Lei gli abbassò i boxer. Lui assaporò l’istante. Achiko gli afferrò il pene. Lo masturbò il tempo necessario da ottenere una verga dura. Poi si alzò. Tolse il tanga con una rapidità quasi inconcepibile per lui. Sentì le dita della giovane afferrargli il cazzo, guidarlo. Poi si sentì risucchiato nell’intimità di lei. Socchiuse gli occhi… La sensanzione gli parve paradisiaca. Affondò sino in fondo.
Rimasero immobili, uniti da quell’atto. Come se fossero in simbiosi, l’uomo sentì che entrambi inspiravano ed espiravano al medesimo ritmo. Poi la giapponese prese a stabilire un ritmo lento. Era chiaro che amava prendersi il tempo per assaporare il piacere. Una cosa che lui poteva dire di condividere enormemente.
Lei si sfilò da lui, solo un istante, per massaggiargli il pene con le grandi labbra.
Era qualcosa a cui lui non era abituato. Una finezza sessuale mai sperimentata in precedenza. L’oscurità aggiungeva mistero, privava della vista, obbligandoli a tastare, ascoltare, sentire con ogni altro senso e percezione.
E questo lo rese più ricettivo quando Achiko si impalò nuovamente sul suo sesso eretto.
Gemettero entrambi. Amante e amata colti dal medesimo godimento dell’amplesso.
-Fammi tua, Qi.-, sussurrò lei chinandosi su di lui. Poi, a sorpresa, rotolarono. La giovane ora era sotto di lui. Lo guardava impaziente. Lui la baciò mentre stabiliva il ritmo. La giapponese accoglieva il suo affondare in lei con gli occhi socchiusi e frasi smozzicate in quella lingua così straniera e bellissima. Non che servisse un traduttore, certe espressioni sono internazionali. Lui aumentò appena il ritmo. Si abbassò a baciarla. Lei lo strinse a sé con braccia e gambe.
L’uomo entrò dentro la giapponese con tutta l’interezza del pene. La nipponica emise un gemito strozzato e gli piantò le unghie nella schiena.
-Marchiami mentre affondo in te.-, sussurrò al suo orecchio. Nemmeno sapeva perché l’aveva detto. Ma lei si limitò a baciarlo. In quella posizione, avvinghiati come cobra reali, con le unghie della giovane che gli straziavano la schiena, l’uomo sorrise.
Non vedeva nulla ma non serviva. Era un nuovo tipo di sesso.

Achiko sentiva tutto. Era sopraffatta. Non aveva mai fatto sesso così. Con nessuno.
Ma le andava più che bene. Ci sarebbe stato sangue, morte, vendetta e dolore.
Ma non in quel momento. Quel momento era il loro.
Avvinghiata a Qi con tutta sé stessa si sentiva in pace. Per un solo istante non doveva dimostrare nulla a nessuno. Poteva posare le armi che imbracciava da tutta la vita.
Lo baciò a tutta bocca, sentendosi così fortemente congiunta a lui da essere inseparabili, inpossibili a scindersi l’uno dall’altra. Legati oltre ogni comprensione.
Sentiva vicino l’orgasmo. Il suo e quello di Qi. Lo strinse allo spasmo e lo sentì entrare tutto dentro di lei, muoversi pochissimo.
Ansimavano entrambi, a un passo dal piacere. Si baciarono di nuovo, le lingue che s’inseguivano frenetiche. La giapponese capì che né lei né il suo partner avrebbero resistito un altro secondo.
Quando Qi entrò ancora completamente in lei, lei contrasse i muscoli della vulva.
L’effetto fu immediato: lui godette scaricandole dentro tutto il suo seme. Lei, sentendolo svuotarsi dentro di sé, venne a sua volta. Ebbe l’impressione di essere travolta dalla Grande Onda di Kanagawa. Il loro baciò s’interruppe. I loro corpi si abbandonarono all’inerzia, al rilassamento. Giacevano come morti. Ma erano immensamente vivi.
I cuori pompavano furiosi, gli ansiti in cerca d’aria tornarono a essere respiri regolari, il membro dell’uomo nella sua intimità si rimpicciolì. Ma non si mossero di un millimetro.
Si addormentarono così. Due guerrieri che avevano combattuto e vinto la più bella e lieta delle battaglie.

Alle sette di mattina, Njala aveva deciso. Avrebbe dovuto farlo molto prima ma ora avrebbe parlato alla kapa di tutta la situazione.
Era ancora una poliziotta e quello era il suo dovere. Così come quello di Adele.
Andò in centrale. Un caos inenarrabile. Il casino era all’ordine del giorno. Non la sorprese.
Ma la sorprese sapere che Adele non era ancora arrivata. Accettò la cosa. Prese posizione nel suo ufficio. Poi però le venne in mente un particolare. Una piccolezza.
Ma una piccolezza che poteva mettere la parola fine al caso del Giustiziere.
Raul Montoya… Dov’era finito? Era emigrato all’estero? Possibile?
Non si era più visto in Città eppure sembrava aver preso la causa del Giustiziere molto sul serio. Che fosse fuggito? No. Non sarebbe stato da lui. Njala conosceva bene Montoya. Sapeva che tipo di persona fosse. Uno che andava fino in fondo una volta iniziato un lavoro. Ma la sola ipotesi allora era che fosse morto. O si fosse dato alla macchia.
Iniziò una ricerca, spinta da un’intuizione che non poteva ricacciare nel subconscio.
L’eco della mancanza di sostanze oppiacee svanì come in un sogno.

Adele era occupata. Il Consiglio aveva preteso un rapporto e lei l’aveva informato che il Giustiziere era divenuto relativamente meno problematico. Era stato arginato, costrettto alla macchia e alla fuga.
Ma il Consiglio si era rivelato diffidente. La bionda aveva quindi deciso di rassicurarli: il Giustiziere e qualunque suo alleato sarebbero stati perseguitati, scovati e abbattuti.
Chiusa la comunicazione telematica con il Consiglio.

Njala si morse leggermente un labbro, pensosa. Era mezz’ora che cercava di ricostruire i movimenti di Raul Montoya. Aveva capito che aveva preso un volo… per dove?
“Dove andrei se fossi in lui?”, si chiese. Cercò di pensare, ricordare ogni brandello d’informazione che lui le aveva anche solo involontariamente passato.
Non c’era molto. Erano divenuti amici, se così si poteva dire solo molto tardi. Perlopiù grazie a lui. Lei ricordava che Montoya l’aveva salvata da una banda di domenicani appartenenti alle Posse. Ricordava che erano usciti a bere qualcosa. Ricordava una sua frase sul Portogallo… possibile? Possibile che fosse così semplice?
Non lo sapeva. Anzi, parte di lei neppure lo voleva sapere.
Ma si gettò ugualmente in una serie di controlli incrociati. Era pur sempre una possibilità.

Svegliarsi con accanto qualcuno era un privilegio che l’uomo non credeva fattibile da molto tempo. Da molto aveva dimenticato cosa significasse guardare una donna dormire, poi svegliarsi, sorridere e salutarlo. Era un sogno a cui aveva rinunciato ad aspirare.
Preparò il caffè e la colazione sorridendo. La guardò mentre si metteva a fare brevi esercizi ginnici. Lui fece i suoi. Aiki Taiso, la ginnastica base dell’Aikido. Disicipline che gli avevano permesso di conoscersi, di conoscere il suo corpo e calmare la sua mente.
Forgiandolo in ciò che era divenuto.
Al termine degli esercizi, si fiondarono in doccia. Nulla di erotico se non un lavarsi separatamente. Vestiti ed equipaggiati, erano pronti.

“Dove le prende tutte queste armi?”, si chiese Achiko. Aveva notato che Qi aveva più pistole in punti strategici e non solo quelle armi facilmente reperibili ma addirittura granate (due), un mitra UZI, versione compatta e persino uno SPAS-12 con impugnatura anteriore. Il tutto provvisto di abbastanza munizioni da assaltare una fortezza…
Era chiaro che quell’uomo avesse almeno un contatto col mercato nero. O tutte quelle armi gli venivano da altri indirizzi… Doveva avere parecchi contatti nel sottobosco criminale di quella metropoli. Oppure aveva razziato un trafficante d’armi.
Sospirò. Ambo le cose erano fattibili.
Ma a lei non importava. In fin dei conti ciò che contava era avere una lama non il dove essersela procurata. Si equipaggiarono in silenzio. Semplici fondine, armi da taglio corte. Ancora il tempo di impugnare una katana non era giunto. La giovane lo sapeva.
Le andava bene. A suo tempo avrebbe calato il colpo letale sul traditore di suo padre.
-Pronta?-, chiese lui.
-Pronta.-, rispose lei. Uscirono.

La pista aveva senso, Njala ne era stata subito certa. Così aveva indagato di persona presso l’aeroporto della Città. Sì, qualcuno di nome Raul Montoya si era imbarcato su un volo verso l’Europa, le disse un impiegato. Lei sorrise, incurante del fatto che il giovane sorridesse di rimando. Doveva solo capire quando sarebbe tornato…
Per poi fare cosa?
La nera si sedette a un bar. Ordinò una coca cola. Aveva bisogno di pensare. Erano tre ore che, nonostante seguisse alacremente quella pista, una parte del suo cervello aveva continuato ad affrontare un differente e ben più grave problema. Un problema morale.
Che cosa fare di Montoya e, per estensione, del Giustiziere una volta trovati?
Lei li aveva già aiutati. Due volte per essere onesti. Due maledette volte.
Se avesse fatto qualcosa contro di loro la sua carriera, il suo rapporto con Adele e il suo ottimo stato di servizio sarebbero finiti. Ma era anche vero che, se l’avesse fatto avrebbe messo fine all’epopea di un pluriomicida che imperversava in città da parecchio lasciandosi alle spalle una scia sempre più numerosa di corpi.
Ma era giusto? Quella città era marcia… Lei aveva giurato di far rispettare la legge ma la stessa legge che difendeva era ormai dalla parte dello stesso crimine che lei avrebbe dovuto abbattere. E che invece il Giustiziere combatteva ogni giorno…
La nera si prese il capo tra le mani. Era orribile. Aveva già avuto quella sensazione d’impotenza totale. Cominciava a capire. Montoya si era ribellato al sistema perché il sistema stesso era marcio, no? Ma così era diventato esattamente quel che il sistema non necessitava. Un altro killer. Un altro angelo vendicatore da quattro soldi, l’ennesimo pagliaccio con la pistola.
Non servivano killer. Servivano uomini di polso e di morale. Ma non ce n’erano. Erano tutti troppo occupati ad accettare tangenti.
Njala avrebbe voluto non sapere, dimenticare, ricominciare daccapo la vita da quando Montoya se ne era andato. Tutto sarebbe stato noiosamente normale. Nessun conflitto morale, niente orge condite con cocaina a casa di Adele, nessuno che le sbattesse in faccia quella scomoda realtà.
Finì di bere la coca cola e pagò. Ancora non sapeva. Non ne aveva idea.
Andò alla macchina e tornò verso la Centrale.

La Periferia era un tentacolare mostro immobile, fatto di cemento e illusioni.
Achiko e l’uomo l’attraversarono in poche ore. Il ritrovo di Iemitsu era esattamente dall’altra parte della Periferia rispetto all’abitazione di Qi. I due si mossero in taxi per un po’ poi a piedi.
La zona di ritrovo era un locale nuovo. Ristrutturato a tema shintô ma con uno spruzzo di modernità assolutamente fuori luogo secondo Achiko.
Quel luogo era sintomo della decadenza. Della decadenza finale.
Quella del suo popolo e del mondo. Una decadenza che lei non poteva impedire, solo rettificare. In minima parte. Ma abbastanza, forse, perché un segnale fosse lanciato. Perché chi doveva capire fosse in grado di farlo.
Oltrepassarono l’ingresso, modellato come un shoji, la porta di un tempio shintoista.
Un buttafuori li fermò. Chiese loro di pagare per l’ingresso. Una cifra spropositatamente alta ma, con stupore di Achiko, l’uomo pagò. Il buttafuori apri la porta interna, oltre l’arcata shoji che avrebbe dovuto rappresentare l’ingresso al tempio vero e proprio.
Ma quello non era un luogo di preghiera. Non era un posto dove l’uomo poteva incontrare il divino. Tutt’al più, là si poteva incontrare l’opposto del divino. Il profano nella sua forma resa sacra. L’uomo storse il naso. Achiko capiva. Quello era detestabile. Valori antichi di secoli usati per pubblicizzare idiozie come quella. E gente come gli Yakuza che lo facevano senza rispetto per ciò che i loro avi erano stati. Era un oltraggio inaudito e se nessuno avesse mosso un dito per correggere una simile ipocrisia, l’avrebbe fatto lei.
La giapponese espirò, espellendo le tensioni, i pensieri. Rimase solo la consapevolezza dell’adesso. L’ora e il qui. Entrarono. Non era molto diverso da ogni altro bar. Maschere di Oni appese alle pareti, ritratti tipicamente nipponici. Una riproduzione gigantesca della Grande Onda di Kanawaga che dominava tutta una perete. Luci basse, Yakuza che ridavacchiavano e sorbivano bevande. Il tutto mentre discutevano animatamente in vari idoiomi. C’erano pochi clienti non nipponici. Un tizio che pareva cinese e un’europea dalla pronunica inidentificabile. Tutti gli altri erano giapponesi.
Ed erano in sette. Achiko individuò subito Iemitsu. Mentre gli altri parlavano con tono rispettoso, persino ossequioso nei suoi confronti, lui restava silente.
Il degno vassallo di un capoclan o di un Obuyun, Achiko non aveva dubbi al riguardo.
“Un peccato doverlo uccidere.”.

L’uomo si guardò attorno. Locale decadente. Pantomima di connubio tra sacro e profano.
Ennesima futile trovata commerciale. Gli faceva schifo. Ma non solo.
Sentiva, percepiva che qualcosa non andava per il giusto verso.
Iemitsu alzò lo sguardo su di loro. Sorrise. Sussurrò qualcosa in giapponese.
L’uomo capì: era una trappola! Ma non ebbe il tempo di agire. Accadde tutto troppo in fretta: otto pistole si levarono, livellandosi. Mirini laser disegnarono scie cremisi nell’aria. L’uomo capì l’antifona. Erano fregati. Alzò le mani. Achiko lo imitò, un istante dopo.
-Davvero abili. La morte di Ryuga Hekedi è stata quasi impossibile da notare ma quando non ha risposto al cellulare per ben tre volte, ho iniziato a sospettare che qualcosa non andasse. Personalmente pensavo vi sareste arresi prima. Invece no. Ammirevole.-, disse Iemitsu. Aveva una voce pacata, calma. Anche troppo.
-Dovresti saperlo bene quanto se non meglio di me che la resa è un disonore.-, disse l’uomo a denti stretti. Nessuna possibilità di salvezza. Almeno non ancora.
-Già. Ma non credevo che un Gajin sapesse qualcosa dell’onore.-, ammise Iemitsu.
-Sorpreso? Io lo sono dal fatto che hai deciso di servire un padrone indegno.-, disse lui.
Il viso di Iemitsu mostrò una rabbia incredibile.
-Nakamura ha tradito mio padre. L’ha ucciso così, pugnandolo alle spalle, non degnandosi di affrontarlo onorevolmente. Di certo anche tu capisci cosa significa.-, disse Achiko.
Iemitsu si avvcinò. Un passo. Due. Tre. Il cuore dell’uomo saltò qualche battito.
-Da te, da una disonorata che si dà al primo che passa, non accetto critiche.-, sibilò.
Il viso di Achiko passò dalla neutra calma a una totale e assoluta ira.
-Non hai la minima idea di ciò che dici. Non sai niente.-, sibilò a sua volta.
-Io non so nulla. Ma Nakamura sa.-, fu la risposta dello Yakuza. Pacato come al solito, perfetto contraltare della rabbia di Achiko Mitsutune.
-Davvero? A me sembra che tu sappia bene cosa stia succedendo. E che parte di te lo disprezzi anche. Naturalmente, poi forse mi sbaglio…-, disse l’uomo.
Il giapponese guardò l’uomo come una tigre guarda un’antilope, una gazzella. Una preda.
-Cosa ti rende tanto speciale?-, chiese.
-Il fatto di essere consapevole di quanto questa città sia marcia e il voler fare qualcosa per migliorarla.-, sussurrò lui.
-Non cambierà niente. Una volta morto, la città andrà avanti come se tu non sia mai vissuto.-, disse lo Yakuza.
-Lo stesso vale per te. I tuoi avi ti sembrano lieti al pensiero di te che bruci la tua vita in questo modo, servendo un padrone indegno?-, chiese lui. Iemitsu lo guardò.
-Non riuscirai a provocarmi.-, disse soltanto. L’uomo rimase impassibile ma dentro di sé trasalì. Come poteva averlo capito? Non importava. Lo aveva capito e basta.
-Immagino che ci porterai da Nakamura.-, disse Achiko. L’altro si limitò ad annuire.

Iemitsu Noriwaga aveva vinto. La sua tattica aveva funzionato. Come lo Shogun Toyotomi, aveva saputo creare l’occasione, trovato il modo per far cantare l’usignolo appollaiato sul suo ramo. Ordinò ai suoi di muoversi. Due auto erano in attesa fuori.
Perquisirono rapidamente i prigionieri. Le pistole e le lame dei due furono requisite.
Iemitsu notò che Achiko Mitsutune fremette di sdegno quando fu spogliata delle sue armi.
Capiva. Pienamente. Era un umiliazione non diversa dall’atto dell’Imperatore Meji di togliere il diritto a portare le spade alla casta guerriera. Perché quelle armi erano più che semplici armi. Erano lo spirito del guerriero.
L’uomo invece rimase impassibile. Iemitsu pensò che non sarebbe rimasto tale a lungo.
Era loro compito consegnarlo alla Polizia. Iemitsu non capiva ma avrebbe obbedito.
Achiko invece andava portata da Nakamura.

L’uomo si guardò attorno. Uno Yakuza alla sua destra e uno alla sua sinistra. Due davanti, uno dei quali alla guida. Iemitsu era salito sull’altra auto con Achiko ma all’uomo non ci volle molto per capire che le due auto avrebbero fatto percorsi differenti.
Achiko stava probabilmente venendo condotta da Nkamura ma lui… Non ci voleva un genio per capire che molto probabilmente stavano portandolo in un posto isolato per ucciderlo o alla centrale di polizia. In termini di sconfitta, l’uno valeva l’altro.
Ma avevano fatto un gravissimo errorre pensando che avrebbe permesso loro di condurlo alla morte. Analizzò la situazione. Fece un paio di respiri. Fu pronto.
Non gli avevano legato le mani. Stupido e imprudente.
L’avrebbero rimpianto.

Achiko sapeva bene dove la stavano portando e aveva anche una vaga idea di cosa sarebbe accaduto. Era pronta. Non si aspettava niente di più o di meno. Sapeva che la sua redenzione sarebbe potuta finire solo in quel modo, nel bene o nel male.
E non si sentiva minimamente turbata dalla cosa. Era pronta.
In quel senso, era pronta da moltissimo tempo. Da quando, in quella stanza d’albergo, aveva deposto la lama che avrebbe dovuto piantarsi nel ventre per impugnare quella della vendetta. Quella che avrebbe vibrato il colpo fatale su Nakamura.
Poi sarebbe anche potuta morire in pace, consapevole di aver fatto ciò che doveva.
Si concentrò su di sé, escludendo il resto. Preparandosi a ciò che doveva arrivare.

Adele Kingsword sorrise quando seppe da Nakamura (il quale parlò con un maggiore ma evidentemente sforzato rispetto) della cattura dei due. Non sollevò obiezioni quando questi pretese di poter tenere la giapponese per sé. Per quando la riguardava, Adele era soddisfatta. Presto gli Yakuza le avrebbero consegnato il Giustiziere.
E lei avrebbe avuto le lodi piene del Consiglio e della cittadinanza. Un ottimo risultato.
Chiamò Njala al cellulare.
-Pronto?-, fece la nera dopo il secondo squillo.
-Ho grandi notizie. Pare che il Giustiziere sia stato catturato.-, riferì Adele.
-Seriamente?-, chiese la poliziotta. Pareva incredula.
-Non ne sembri felice.-, osservò Adele giocosamente.
-È che pensavo avrebbe offerto più resistenza, magari facendosi pure uccidere. Non so… Il suo profilo sembrava indicare...-, Adele tagliò corto.
-Sia come sia, è stato preso e ci verrà consegnato tra poco.-, disse.
-Grandioso! Sono quasi in centrale.-, disse Njala. La kapa si soffermò a pensare che forse Njala si sentiva dispiaciuta per il dover rinunciare alla risoluzione del caso più ecclatante della sua vita. Nomale. A suo tempo anche lei aveva sperato in casi dal finale sbalorditivo.
-Vieni a trovarmi in ufficio che ti racconto tutto.-, disse.

Njala posò il telefono in borsa mentre il semaforo diventava verde.
Stentata a crederci. Il Giusitziere catturato? Non era possibile.
Non secondo lei. Ma perché se la stava prendendo tanto?
Forse perché il caso del Giustiziere era stato il catalizzatore del cambiamento della sua vita. Forse perché l’aveva spinta tra le braccia di Adele e le aveva permesso di fare qualcosa per la Città anziché farle sempre fare la parte della spettatrice passiva?
Forse perché le aveva permesso di vedere le cose da un’altra ottica?
O forse solo e semplicemente perché non voleva che venisse catturato?
Le sovvennero alla mente le parole di Raul Montoya, mentre cercava di convincerla ad aiutarlo a portare un po’ di giustizia in quella Città dimenticata da dio…
“Forse, quando tra molti anni ripenserai a questo momento, ripenserai che hai buttato una possibilità, forse l’ultima della tua vita di dire a chiare lettere ai bastardi che dominano dall’alto questo regno di schiavi e avvoltoi che non siamo più disposti a sopportare, forse allora, mi darai ragione. Forse darai ragione a lui. E forse, piangerai.“. Così aveva detto.
E in quel momento, pensava che avrebbe dovuto fare qualcosa ma non sapeva né come né cosa.

L’uomo contò sette respiri. L’Hagakure insegnava che una decisione presa in più tempo era futile in situazioni simili. Lui agì alla fine della quarta inspirazione.
Allungò una mano verso la pistola che uno dei due Yakuza aveva alla cintura. Prevedibilmente, l’uomo gli afferrò il polso. Prevedibile ma esattamente ciò che lui voleva. Flettè il gomito all’insù, centrando l’uomo al mento. Knock-out.
L’altro rimase interdetto. Estrasse un coltello ma non aveva idea di come usarlo: evidentemente lo volevano vivo. Lui scrupoli simili non ne aveva: Con l’altra mano estrasse la pistola. Sparò un primo colpo. La coscia sinistra dello Yakuza tramortito fiottò sangue nell’abitacolo. Arteria femorale.
Agitazione davanti. Gli altri due stavano tentando di capre come agire. Lui risolse il problema. Tirando una gomitata nelle reni dell’altro Yakuza e subendo stoicamente una presa al braccio sinistro, passò la pistola nella destra. Due colpi ad altezza petto attraversarono il sedile del passeggero, inchiodandovi lo Yakuza. L’altro sembrò spaventarsi perché sbandò leggermente. Stavano attraversando i sobborghi del porto. Tutto quel che all’uomo occorreva era…
Sparò. Colpì il cambio, o qualcosa di simile. Fatto era che l’auto deviò violentemente verso sinistra. Verso i moli e il mare.
-Yaro!-, lo ingiuriò il bruto superstite mentre gli piegava il braccio sinistro in leva. Dolore localizzato, l’arto prossimo a spezzarsi sotto la pressione. Dolore trascurabile, temporaneo. L’uomo girò la presa sulla pistola.
Sparò due colpi. Il finestirino andò in frantumi. Ultimo colpo. Lo Yakuza premette sul braccio con tutto il peso del corpo. Esponendosi perfettamente. Il cranio dell’uomo fu perforato dal nove millimetri. Il guidatore imprecò. L’uomo no. Estrasse il pugnale del morto. E lo piantò nel collo del guidatore. Non afferrò il volante: le portiere erano aperte. Scavalcò un morto e si lanciò fuori. L’impatto con l’asfalto gli lese leggermente la spalla. Altro dolore trascurabile. L’auto finì la sua corsa in mare.

Adele accolse Njala nel suo ufficio. Insonorizzato. Isolato totalmente. Ordinò che nessuno le disturbasse. Dovevano festeggiare degnamente.
-Chi l’ha preso?-, chiese la nera.
-Intermediari.-, disse la bionda restando sul vago. Non voleva che Njala sapesse dei suoi legami reali con la Yakuza o il Consiglio. Si avvicinò alla giovane e le schioccò un bacio sulle labbra. Lei parve rilassarsi. Meglio così. Avevano ben altro a cui pensare.

Nakamura la guardò. Eccola lì. Achiko Mitsutune.
La sua rivale. Sua moglie. E ora, sua prigioniera. Il loro non fu un dialogo di parole. Gli sguardi bastarono. Nei loro sguardi c’era tutto. Ogni singola e possibile parola o concetto.
Iemitsu e i cinque Yakuza che facevano da pretoriani a Nakamura osservavano. Impassibili.
Achiko non tentò una mossa. Seduta in seiza lo fissava. Così come lui, in piedi, fissava lei.
Nessuna soggezione. Nessun rimpianto. Niente. Karamoto Nakamura sapeva bene che aveva davanti una donna dalla volontà d’acciaio.
-Il tuo clan ti ha tradito.-, disse. Nessuna reazione. Niente. Nemmeno un battito di ciglia.
Solo l’odio purissimo che aveva permesso a quella giovane di resistere alle lusinghe della morte. Al desiderio di lasciarsi andare una volta per tutte.
-Avresti dovuto finire ciò che avevi iniziato. Darti la morte. Non c’è disonore in questo.-, continuò lui. Ancora nessuna reazione. Impassibile, la giovane lo fissava.
-Nessun disonore nel morire da guerrieri.-, sussurrò lei infine.
-Tu non sei una guerriera. Non sei più nulla. Tuo padre ti ha ripudiata. La tua famiglia ti ha rinnegata. Sei viva per uno scopo che non troverà adempimento.-, disse Nakamura.
Non c’era odio nelle sue parole. Solo la consapevolezza di avere ragione.
-Nessun disonore nel preferire la vita per poter avere vendetta. Nessun disonore nella morte durante una simile missione.-, sussurrò ancora la giovane. Certezze.
-Indubbiamente.-, ammise lui, -Eppure la vendetta non ti è data. Hai fallito.-.
-Hai paura? Temi che io possa realmente vendicarmi?-, chiese lei.
-Sono consapevole delle tue abilità ma non le temo. Temo piuttosto che tu non capisca. Non sei più degna di un tale titolo. Non sei più parte di un clan. Sei una morta che cammina. Sia allora come dev’essere. Datti pace.-, rispose lui.
-Pace? Io avrò pace solo quando avrò affondato la mia lama nel tuo cuore di traditore.-, ribatté lei. Ora una lieve increspatura d’odio corrompeva il suo essere composta.
-In tal caso, potrebbe esserti di maggior conforto ucciderti ora. Ti offro una morte da Samurai. Iemitsu stesso, qui, farà da kaishakunin. È un’offerta più generosa di quella che meriteresti. Sicuramente ne sei consapevole.-, disse Nakamura. Iemitsu s’inchinò con un “hai”. Achiko rimase immobile. Calma. Impassibile.
-Tu lo sai che anche se io dovessi accettare tu morirai, vero?-, chiese infine. Nakamura si accigliò. Fece per rispondere ma la donna fu troppo rapida a parlare.
-Lui ti troverà e ti ucciderà.-.
Nakamura sorrise. Di quello, lui dubitava seriamente.
-A quest’ora sarà già stato consegnato a chi di dovere. Il tuo alleato non ci recherà alcun disturbo.-, disse.

Achiko lo guardò. Solo un odio purissimo le scorreva dentro. Carburante per un corpo che avrebbe dovuto essere inerte tempo prima.
-Non lo sottovalutare.-, sussurrò. Nakamura la guardò, interrogativo.
-Ha abbattuto Bao Yi. Dispensa morte su quelli come te da tempo. Molto. Più di quanto tu possa credere. È un guerriero.-, sussurrò ancora lei.
-È un gajin! Non può capire! Nessuno di loro capisce!-, sibilò Nakamura. Cenni di approvazione dagli Yakuza in religioso silenzio.
-Così come non capisci tu.-, sussurrò Achiko. Nakamura parve stare per picchiarla. Lei rimase immobile. L’ira passò, sostituita da un sorriso di fredda crudeltà.
-Vuoi la prova che è fuori dai giochi? D’accordo.-, rapidamente, Nakamura estrasse il cellulare, compose un numero. Nessuna risposta. L’intera sala attendeva di sentire la voce di Yori Korugawa. Di sapere che il Giusitiziere era stato rimosso dall’equazione.
Ma vi fu solo silenzio. Inquietante, palese, totale silenzio.
-Lo vedi? Si è liberato. E distruggerà tutto. L’intera organizzazione, qui. Di te, di voi, non resterà che il ricordo.-, disse la giovane.
-Io non credo. Anche se si dovesse essere liberato, io ho comunque molti uomini. Più di quanti lui possa mai averne. Vinceremo. E io stesso lo ucciderò!-, eslcamò Nakamura.
Gli Yakuza gli fecere eco. Achiko sorrise.
-Tu hai cadaveri. Molti. Lui è un uomo. Questa è la differenza tra voi.-, sibilò.
Iemitsu, alla destra di Nakamura, contrasse il viso in uno spasmo d’ira.

Adele aspettava. E baciava Njala. Erano intente ad avvinghiarsi l’una all’altra come piovre, sulla sedia dell’ufficio della kapa.
Improvvisamente però le sorse un pensiero. Un dubbio.
“Dove diavolo sono quei giapponesi che dovevano portarmi il Giustiziere?”.
Gettò uno sguardo all’orologio mentre la nera le baciava lentamente il collo facendole correre brividi di godimento lungo la schiena. Le 15.46. Il tizio avrebbe dovuto venir loro recapitato alle 15.30.
“Avranno trovato traffico…”. Archiviò il pensiero, decisa a restituire il piacere che stava provando.

L’uomo arrivò a casa propria. Non era stato facile. Era stato circospetto come un gatto.
Farsi vedere pieno di sangue dalla gente non sarebbe stato un bene. Evitando le strade principali era riuscito a guadagnare il terreno necessario.
Entrò a casa. Casa… Un nome che viene dato a un posto amato, un posto dove si vive al sicuro. Dove ci si sente a proprio agio. Un nome che lui non avrebbe usato mai più.
Casa sua era un altro luogo. Dentro sé stesso.
Ora qualcuno gli aveva strappato Achiko. Un fato crudele l’aveva reso felice per un istante. Per precipitarlo nella disperazione. Di nuovo.
Di nuovo, una volta ancora l’amaro calice gli era stato portato. E lui ancora doveva bere.
Anche se già ubriaco dell’infelicità di anni prima.
Si alzò. No. Non l’avrebbe più permesso. Guardò il passato. Lei era lontana. Andata, sfumata come un incenso consumatosi nell’aria. E ora anche Achiko…
Ahciko. Morta senza esser morta. Come lui. Bastava quello a renderli simili.
Bastava quello a renderlo felice? Bastava così poco?
E, in ogni caso, ora gli veniva strappato. Non per volontà di divinità o poteri divini che mai avevano interferito con quel gioco tra mortali. Ma per mano di un uomo.
Un uomo che doveva morire.
Andò all’armeria. Prese lo SPAS-12. Caricò e mise il colpo in canna. Prese l’MP5. Prese caricatori. Tutti. Prese due pistole, una M9 e una CZ75. Prese silenziatori per tutte le armi in grado di montarli. Munizioni. Prese le granate. Cinque. Si munì anche del C4, esplosivo al plastico. Infine entrò nella stanza. Prese il Wakizashi e la katana. La sua. Non quella di Achiko. La sua, che non aveva mai versato sangue. Affilata come un rasoio.
Era pronto? No. Si lavò. Accuratamente. Radunò i capelli in un codino. Volgare e riduttiva imitazione della crocchia di un Samurai. Ma andava bene. Lui non era un Samurai.
Era un Ronin.
Prese un giubbotto tattico. Preparò tutto con cura. Sotto il giubbotto mise il suo vecchio gi. Quello che usava per quando, a suo tempo andava ad Aikido. Era bianco.
Perché lui era già morto, in molti sensi. E morte sarebbe stato per tutti loro.
Pantaloni 5.11. E per finire, un impermeabile che fugesse anche da cappa.
Era pronto.
Meiyo by Rebis
Author's Notes:
Finale di quella che é stata una vera miniserie nella storia di Into The White. Mi scuso se la suddivisione ha dato problemi.
Adele Kingsword alla fine aveva deciso di rimandare a dopo l’amplesso con Njala.
Il dubbio, alle 16.30 era divenuto un chiodo fisso. Ma loro si erano fermati già prima. Lei troppo distratta dal dubbio per darsi al piacere. La nera aveva capito.
Meglio così. Aveva subito chiamato Nakamura appena Njala era uscita.
Uno squillo. Due. Tre.
-Pronto.-, voce neutra.
-Nakamura… Dove diavolo è lui?-, chiese. Basta con i formalismi.
-Non è arrivato… I miei uomini devono aver avuto problemi.-, disse lui.
-I suoi uomini…-, la rabbia e la comprensione la colsero. -Sei un idiota!-, schiumò Adele.
-Lo neutralizzaremo.-, promise Nakamura, in tono quasi calmo. La bionda sentì la rabbia montarle dentro. Nakamura e i suoi metodi gli avevano solo permesso di ritardare la fine.
-No. Stavolta farete come dico io. Mi avvertirete e faremo intervenire le squadre speciali. Non posso più permettermi di lasciarti carta bianca, chiaro?-, chiese lei, esasperata.
-Chiaro, Adele.-, rispose lui. Nessun servilismo neanche da parte sua.
Dopodiché la kapa chiuse la chiamata. Sospirò. Com’era possibile?
Archiviò la domanda. Chiamò Njala e le ordinò di radunare tutti gli uomini.

Njala sapeva cosa significava. Il Giustiziere era ancora a piede libero.
Radunò gli uomini cercando di non pensare alle possibili reazioni emotive che poteva stare sperimentando. Non voleva sapere. Chiamò tutti come le era stato chiesto.

Le sei di sera. La zona dei porti era teatro di un ennesimo scambio illecito.
Lo Yakuza sorrise. Il suo cliente sorrise. Crack purissimo della migliore qualità. In cambio soldi, moltissimi. I due sorrisero. Strette di mano, conciliaboli in giapponese
L’uomo uscì dalle ombre quando i due strinsero la mano. Nessun’emozione. L’MP5 silenziato sgranò due colpi nella penombra. Colpi di tosse appena udibili. Il tizio che stava stringendo la mano allo Yakuza cadde di lato, colpito al collo e al petto. Lo Yakuza alzò lo sguardo. Cercò la pistola. Due colpi lo privarono del ginocchio destro.
L’uomo uscì dall’ombra. Nessuna maschera. Nessun travestimento.
Lo Yakuza lo guardò, gemette sofferente.
-Ti prego… Ti prego… Ti… do tutto quello che vuoi, ti prego!-, sussurrò.
-Il tempo delle preghiere è finito. Ed è finito molto tempo fa.-, disse l’uomo.
-Consegnerai il mio messaggio al tuo capo. Sto arrivando. E porto morte.-, sibilò.
In giapponese.

Nakamura ascoltò il rapporto. Il ferito era stato trovato al porto. Ovviamente era già stato eliminato. Il messaggio era chiaro.
Achiko era stata mandata in una stanza. In attesa di capire come usarla. Ora il giapponese sapeva cosa fare. Ma ancora non la fece chiamare.
Ordinò di restare vigili. A tutti, nessuno escluso.
Tanto la rete che lui aveva teso sulla Città era vasta. Inutile che l’uomo tentasse di colpirla in ogni suo nodo.

Il Mu era affollato. Come al solito. L’ingresso sul retro piantonato da un buttafuori.
La telecamera sul lato dell’edificio sprizzò scintille quando fu centrata. Il buttafuori alzò la pistola, indeciso su cosa fare. La via era vuota… Salvo lui. Non vedeva nessuno. Si rasserenò. Chiuse gli occhi.
E si beccò due proiettili in petto. Il giapponese spirò senza sapere chi l’avesse ucciso. Una fine misericordiosa. L’uomo lo superò ed entrò. Scale. Salì. Nessuna telecamera.
Due buttafuori che lo guardarono subito in cagnesco. Lui con calma assoluta li salutò. I due giapponesi lo guardarono male. Lui no. Sparò da sotto l’impermeabile con la CZ impatti multipli al torace di entrambi. Non rimase a guardarli. Calciò la porta, aprendola. Il direttore del Mu gli sputò addosso sentenze in giapponese. Lui rispose in modo semplice:
al piombo. Una raffica dell’MP5 lo scagliò all’indietro sulla sedia.
L’uomo lasciò quel posto in modo altrettanto rapido.
Lanciò un fumogeno verso la discoteca di sotto. La pista da ballo si riempì di fumo.
Gente che urlava e usciva. Il Mu avrebbe avuto seri problemi a partire da quel giorno.

-Ci hanno segnalato casini in una discoteca.-, disse Steve Cortez.
-Non solo. Due morti in una zona del porto.-, riferì Njala.
-È lui. Il Giustiziere.-. L’affermazione di Adele fece calare il silenzio sui trentacinque uomini e donne armati e pronti radunati in quella sala. Panico? Forse. Sicuramente erano consapevoli di chi stavano affrontando.
-Voglio che sia chiaro. Questo tizio ha seminato merda a sufficienza. Ci ha fatti fessi troppe volte. Trovatelo. Sparate per uccidere.-, disse Adele.
Nessuna obiezione. Steve Cortez e i quattro agenti ai suoi ordini uscirono bardati di tutto punto. Poco dopo altre sei pattuglie uscirono.

La fottuta Città pareva una zona di guerra. Njala se ne accorse quando lei e i suoi giunsero vicino alla discoteca. Fumo, gente in lacrime. Quattro cadaveri a terra. Telecamere distrutte. Nessuna possibilità di inquadrare il Giustiziere.
“Qualcosa deve averlo fatto scattare…”, ragionò la nera.
Non sapeva quanto aveva ragione.

I due Yakuza stavano a parlare di donne e saké, relativamente pronti a dedicarsi a tali piaceri. Un tizio pestò un piede a uno dei due per errore e si trovò spintonato a terra da entrambi. Picchiato per un motivo veramente idiota. I due lo avrebbero ucciso di botte se fosse stato per loro.
Ma non lo era. Per nulla. Spari nella notte. Uno colpì uno dei due giapponesi a una spalla. L’altro centrò al collo il secondo. Lo Yakuza superstite si diede alla fuga. Il giovane non vide neppure chi gli aveva salvato la vita.

-Signore, altri due dei nostri… Non rispondono.-, disse Iemitsu.
-Quell’uomo ci sta dando la caccia.-, disse Nakamura.
-Dobbiamo contrattaccare! Lasciatemi degli uomini e la possibilità di andarlo a cercare.-, disse Iemitsu. Nakamura scosse il capo.
-No. Ho bisogno che tutti voi stiate dove siete. Potremmo allertarlo. E nessuno di noi vuole che succeda.-, disse con calma, -Andrà diritto nella nostra trappola.-.

Le squadre speciali pattugliavano la città. Ma non era esattamente semplice. La pattuglia di Steve Cortez finì a sparare contro alcuni dei domenicani appartenente alle Posse. Diede inizio a una schermaglia che si concluse con sei domenicani morti e due agenti morti. Incluso lo stesso Steve.
La Città era allo stesso tempo nemico e alleato di tutti e nessuno.
Intanto le pattuglie non trovavano traccia dell’uomo che stava mietendo le vite dei giapponesi.

L’uomo arrivò al grattacelo in costruzione. Nakamura Enterprises.
Non c’era nessuno. Il cantiere era sgombro e vuoto ed erano quasi le nove di sera.
L’uomo trovò l’ingresso che aveva usato quel giapponese per appartarsi con Lucy. Entrò. Scale. Un piano in sotto. Eccoli. I piloni portanti del colosso. Piazzò il C4. Innescò gli esplosivi. Grida in giapponese. Gli urlavano di arrendersi. Non avevano capito niente.
Lui sorrise. E sempre con quel sorriso gli mostrò il detonatore.
I due esitarono. Abbassarono le armi. E fecero qualche passo indietro. Lui no. L’uomo non aveva paura: estrasse la sua arma e sparò. Fine del caricatore della CZ. Avrebbe ricaricato poi. I due giapponesi caddero a terra, in una dimensione surreale.
Lui uscì di corsa. Pigiò il pulsante.

“Terremoto. Ci voleva solo questo.”, pensò Njala.
Il pensiero svanì quando guardò il cantiere. Era troppo distante per poter assistere alla scena ma vide semplicemente l’edificio tremare. E colllassare su sé stesso. Demolizione controllata. Da manuale. Un messaggio molto chiaro per… la Nakamura Enterprises?
“Qui qualcosa non quadra.”, pensò la nera mentre le sirene dell’ambulanza e dei pompieri si dirigevano verso il luogo del crollo.

Lucy stava tentando di trovare un cliente dalle parti della Borsa. Poi lo sentì. Una scossa di terremoto. Sirene. Cose normali… O così le parve finché non si guardò attorno. Il palazzo della Nakamura Enterprises collassò come un castello di carte.
-Oh mio dio…-, sussurrò, ben consapevole che in quel momento quell’espressione avesse assunto una ben precisa valenza, ben diversa da quella che usava avere quando la pronunciava a letto con un cliente.
Quella che aveva davanti era la devastazione, la collera divina scatenata sull’uomo.
Improvvisamente però ricordò le parole dell’uomo… Li avrebbe ammazzati tutti.
Ma mai le avrebbe creduto che avrebbe potuto essere così…
Volse il capo e andò a casa.
Sperando di essere al sicuro e di arrivarci viva.

Adele sospirò. Ora, che vincessero o perdessero non faceva differenza: il Consiglio aveva appena subito un colpo da K.O. dal punto di vista mediatico. Era impossibile occultare un simile evento. Tuttavia la bionda non si fece prendere dallo scoramento.
Servivano dei colpevoli. E servivano adesso.
Ordinò a tre dei suoi di provvedere.

L’uomo non si fermò. Quella notte avrebbe fatto capire a tutti quanti loro il suo punto di vista. Il locale a tema Shintô era ancora aperto. L’uomo entrò a passo di carica. Tre Yakuza e la barista che pareva essere dei loro. La prima detonazione fu appena un soffio. L’MP5 falciò due dei loro. Clack! Fine delle munzioni. Gli Yakuza estrassero le pistole. Lui si buttò a terra. Il peso dell’armamentario che aveva addosso gli fece gioco. La raffica gli passò sopra la testa. Estrasse la M9. Colpi rapidi. Abbatté lo Yakuza rimasto e costrinse la barista, armata di pistola, ad abbassare il capo. Si rialzò. Ignorò i dolori. Ignorò tutto.
Lanciò la granata nel bar a ferro di cavallo. L’esplosione fu assordante. Coprì il grido della donna. Tutti morti? No. Uno dei giapponesi lottava per tenersi dentro le interiora.
-Dimmi dov’è Nakamura e ti concederò una morte rapida.-, disse l’uomo.
-Fottiti.-, sputò il nipponico.
-Come vuoi.-, rispose lui. Lasciò il giapponese al suo tormento.
-Aspetta! Te lo dico!-, cedette l’altro urlando. L’uomo si fermò. Aveva fatto solo cinque passi.
-Sì?-, chiese.
-È in una villa… fuori città. Ma è una vera fortezza… Non hai possibilità.-, vuotò il sacco l’altro. L’uomo sorrise. L’aveva già sentita quella storia del “non hai possibilità”.
-Vedremo.-, disse. Sparò un singolo colpo al cuore del giapponese.

-Come sarebbe a dire, “un locale giapponese”?-, chiese Adele.
Era un dannato assedio. Quel tizio stava mettendo sulla difensiva l’intera città.
-Va bene! Continuate a cercarlo. Non è un fantasma.-, disse la kapa.
-Non mi interessa se dovete fare turni extra! Siamo sotto attacco se non l’avevate capito!-, ringhiò al telefono. L’interlocutore annuì e chiuse la chiamata.
Adele sospirò. Era un disastro. Il Consiglio stava già provvedendo a trovare qualcosa da dire ai media a chi di dovere ma alla fine quella era la miglior prova dell’incapacità di Nakamura. Che tra l’altro non rispondeva al telefono. Dannazione anche a lui!
Lui, che aveva creduto di avere tutto sotto controllo. Lui, che aveva sottovalutato sino all’ultimo quell’uomo. Lui, che si era detto tanto capace agli occhi del Consiglio e che ora si rivelava incapace all’ennesima potenza.

Le strade si svuotarono con una rapidità estrema. Njala se ne stupì. Non aveva mai visto la Città così vuota. Mai.
Era come se fosse tutto d’un tratto divenuta una città fantasma e questo inquietava un po’. La nera ripensò a come dovevano sembrare le città dopo la fine del mondo. Cimiteri di corpi insepolti, sconvolti da un silenzio che faceva apparire ogni rumore un’enormità abissale. Rabbrividì al pensiero. Ricevette una comunicazione alla trasmittente.
-Muoviamoci!-, eslcamò alla sua squadra.

Nakamura assorbì le notizie con una calma sovrumana. Quando parlò parve assolutamente calmo e padrone di sé.
-Iemitsu. Prendi dieci uomini. Dai la caccia a quell’uomo e portamelo.-, ordinò.
Nessun’obiezione. Come avrebbe dovuto essere. Il cellulare suonò di nuovo. Karamoto Nakamura ignorò la chiamata.
-E portatemi Achiko Mitsutune.-, disse.

La scena all’interno di quel bar era… rivoltante.
Njala entrò insieme ai suoi uomini. Arrivò sino al bancone. Se avesse saputo cosa l’aspettava non avrebbe dato un occhiata. Invece lo fece.
E pochi secondi dopo era fuori dal locale, piegata sulle ginocchia a vomitare quanto aveva mangiato nelle ultime dieci ore.
-Signora! Abbiamo una traccia.-, disse uno dei suoi. Un’impronta insanguinata.

L’uomo correva.
Oltrepassò un vicolo, ignorando bellamente gli sguardi di due tossici strafatti.
Superò una chiesa decadente. Eccola lì. La Città si mescolava con la Periferia. Amanti per sempre avvinghiati in un amplesso indecifabile e incomprensibile. A un tratto non capivi più dove finiva l’una e iniziava l’altra. Un agente di polizia alzò la pistola. Gli gridò di fermarsi. L’uomo sorrise. Annuì. E sparò. Gambizzato in malo modo, l’agente imprecò cadendo. Rimase a terra a cercare di medicarsi. L’uomo continuò a correre.
Era come se la corsa lo stesse bruciando, consumando. Fagocitava tutto quel che era stato. Tutto quanto. Errori, amori, orrori, tutto spariva.
Uno Yakuza uscì da un vicolo brandendo una UZI. Non fece in tempo a sparare: l’uomo sparò con l’MP5 all’anca abbattendolo quasi senza rallentare.
Calcolò che aveva ancora solo un caricatore per la mitraglietta. Tutto bene.
In quel momento non si preoccupava delle armi che aveva o che non aveva. Tutta la sua preoccupazione, la sua attenzione, era rivolta a quell’istante. Passo, sguardo, passo. Il presente occupava la sua intera consapevolezza.
“Fantastico.”.
Quello era ciò a cui gli abitanti della città avevano rinunciato. A cui sarebbero dovuti tornare. Cio che non riuscivano a concepire.

L’impronta era finita in fretta. Non ce n’erano altre ma non erano servite: Njala e i suoi avevano intercettato una richiesta di soccorso da parte di un agente ferito. Quest’ultimo disse che un uomo lo aveva gambizzato. Non aveva però potuto vedere l’uomo in faccia.
Poco male. Njala aveva una traccia. L’avrebbe sfruttata. Lei e i suoi si misero all’inseguimento. La nera pensò che stavolta l’avrebbero preso.

Adele schiumava rabbia. Com’era possibile che quell’individuo riuscisse a prendersi gioco di loro a tal punto? Aveva inviato tutti sulle sue tracce eppure…
Niente. Quell’uomo era scomparso. Svanito dalla città come un’ombra svaniva all’apparire del sole.
Non capiva. Tra quello e Nakamura che non rispondeva, Adele Kingsword era prossima all’esplodere. Fu quando la chiamarono che rispose senza neppure pensare.
-Pronto.-.
-Adele Kingsword. Sappi che Nakamura ha decisamente tentato di giocarci. Abbiamo trovato prove di un suo tentativo di toglierci di mezzo.-, disse con calma la voce inidentificabile di uno dei membri del Consiglio dei Sedici.
-Però ora è uno di voi…-, obiettò lei.
-No. Il Consiglio ha deliberato. Richiama pure i tuoi agenti. Il Giustiziere farà il lavoro al posto vostro.-, la linea cadde.

Nakamura guardò Achiko. La giovane lo sfidava con lo sguardo. Evidentemente aveva notato l’assenza di Iemitsu e di molti Yakuza.
-Preparati.-, sibilò lui.
-Sono pronta.-, ribatté lei.
-Non lo sei. Ti ho promesso una morte da Samurai.-, rispose l’uomo. Achiko scosse il capo. Non si sarebbe piegata.
-Un Seppuku adesso lascerebbe il mio voto di vendetta incompiuto. Se sei anche solo metà di ciò che affermi allora dammi una spada, prendi la tua e facciamola finita.-.
Le parole di Achiko ricordarono a Nakamura perché l’avesse voluta sposare. L’uomo sospirò, non voleva che si vedesse, che si capisse che in realtà aveva amato davvero quella donna. Che la sua non era finzione bensì reale dolore al sapere che non era casta e pura come avrebbe dovuto essere. Nel sapere che, a dispetto degli ordini di suo padre, lei mai lo avrebbe amato davvero.
E ora quell’ennesima prova. Si accorse di quanto difficile gli fosse decidere.
Dandole la spada avrebbe iniziato un duello il cui esito implicava la morte di uno di loro.
Negandogliela avrebbe solo dato un motivo in più per odiarla.
Un respiro. Due. Tre.
-Achiko…-, sussurrò. Lei lo fissò. Odio. Puro. Nakamura desiderò poterle dire ciò che sentiva. Poterle far capire. Poterle spiegare.
Non poteva. Il suo destino era tracciato. Da tempo. Al sesto respiro, annuì.
-E sia. Datele una spada. Ci vediamo nel Dojo.-, disse lui.

Njala sentiva il cuore rimbalzarle in petto. L’adrenalina era una costante più che un’eccezione. Sorrise. Era intossicante. Più delle droghe.
Avevano perso di vista l’uomo ed erano dovuti scendere dal mezzo ma lo avrebbero trovato, lei ne era sicura. In quell’istante le importava solo dell’inseguimento.
Poi, la ricetrasmittente suonò. Rispose.
-Interrompere la ricerca, ripeto, a tutte le squadre. Interrompere la ricerca.-, Njala non capiva. E non riusciva a capacitarsi del perché interrompere la ricerca proprio in quel momento. Quando erano così vicini…
-Mi permetto di dirle che sta facendo un grave errore.-, rispose lei.
-Annotato, agente. Ora rientri coi suoi.-, rispose Adele. Fredda, distaccata. Njala annuì e chiuse la comunicazione. Le veniva da gridare per la frustrazione. Si augurava che la bionda avesse buoni motivi per prendere una simile decisione.
In ogni caso lei non poteva che obbedire. Diede l’ordine ai suoi, dicendo loro che veniva dal comando, non da lei. Se la prendessero con Adele…

Achiko non temeva. Nakamura le aveva concesso una spada e la vendetta. Più di quanto si sarebbe aspettata. Ora finalmente avrebbe avuto la sua vendetta finale.
Rivolse un inchino lieve a Nakamura. Glielo doveva. Il cerimoniale lo imponeva. Gli Yakuza guardavano quel duello, basiti. Non si aspettavano probabilmente che il loro signore si sporcasse le mani di persona, onestamente neppure lei lo avrebbe pensato.
Nakamura ordinò ai sui sgherri di uscire dal Dojo, di andare a verificare dove fosse finito Iemitsu.
Rimasti soli, lui si permise di parlare.
-Non deve finire così.-, sussurrò.
-Invece sì. Lo sai.-, ribatté lei. Lui annuì. Alzò la spada in posizione di guardia.
-E sia.-, disse soltanto. Pareva truce.
In ogni caso, Achiko si concentrò. Lasciò scivolare via ogni cosa mentre il suo essere si riduceva al presente. Alla presa sulla spada e alla lama del suo avversario. Espirò dall’hara. Un istante, due. Si studiarono. Poi lei trovò un punto in cui attaccare.
E attaccò con un kiai.

L’uomo li vide arrivare. In tre. Tutti impettiti e convinti. Estrasse il mitra. Sparò prima ancora che loro potessero reagire, svuotando il caricatore. Gettò a terra il mitra e si avvicinò ai restati per dare loro i colpi di grazia.
Qualcosa non quadrava. Erano semplicemente troppo pochi.
Come se Nakamura stesse intuendo che era il momento di levare le tende.
In ogni caso lui non l’avrebbe permesso. Nakamura e i suoi. Priest. Le sue debolezze e quelle di quella giovane del suo passato… Tutto aveva formato un’enorme gigantesco bubbone venefico di rabbia.
Fu un sesto senso generato da anni di addestramento a impedirgli di venire colpito. I proiettili lo lisciarono. Lui sparò. Non mancò il bersaglio. Lo Yakuza appostato cadde all’indietro con un buco in petto. L’uomo non si fermò. Dovevano essercene altri. Dovevano, ce n’erano sempre altri.
Grida in giapponese. Due Yakuza, stavolta con AKSU. Artiglieria pesante. L’uomo non era impressionato. Ma vederli così armati non era un buon segno. Significava che Nakamura aveva smesso di credere ai codici d’onore e iniziava a credere al potere del piombo.
C’era un unico problema: arrivarono troppo vicini. Svoltando l’angolo, l’uomo si trovò a contatto diretto col primo dei due. Indecisione. Poi lui cercò di colpirlo col calcio. Un errore. L’uomo schivò. Afferrò la canna dell’arma spostandola a terra mentre piantava il Tanto nel collo del nipponico. Gli spasmi di morte dell’uomo gli fecero premere il grilletto. Una raffica partì verso una vetrina. All’uomo non importava: girò la presa sul Tanto e lo scagliò. Trapassando l’altro Yakuza all’addome.
Recuperò la lama e corse in avanti. La strada usciva dalla Città. Andava verso l’altro estremo della Periferia. La polizia non interveniva. Bizzarro. Ma al momento all’uomo non interessava. Tutta la sua attenzione era finalizzata al passo successivo a quello attuale. Il suo pensiero si estendeva per poco meno di qualche secondo nel futuro.
D’un tratto, davanti a lui, eccolo. Iemitsu Noriwaga. Calmo, composto.
-Gajin.-, lo salutò il giapponese.
-Nobile Iemitsu.-, salutò l’uomo. Nessun motivo per non essere civili. Iemitsu lo guardò.
Avvolto in uno kimono sobrio, lo scrutava con curiosità, la mano destra sulla spada.
Non aveva toccato la pistola.

Iemitsu lo guardò. Un uomo solo. E aveva appena colpito la quasi totalità della Yakuza in tutto il territorio della città. Un uomo solo.
-Tutto questo… per lei?-, chiese.
-Anche.-, ammise l’altro. Pacato. Anche troppo.
-Per lei e cos’altro?-, chiese lui.
-Per mandare un messaggio chiaro. A tutti quanti. Per far capire loro che il tempo di dormire è finito. Ora bisogna svegliarsi.-, disse l’uomo. Iemitsu annuì. Capiva.
-E come forse avrai capito, dubito che tutto rimarrà uguale dopo oggi.-, disse l’uomo.
Iemtisu annuì. Sorrise. L’uomo posò una mano sull’impugnatura della katana che pendeva al suo fianco. Si slacciò il giubbotto tattico, riponendolo a terra.
-Gli altri sono fuggiti. Tornati da Nakamura o scappati come i codardi che erano. Qui rimangono solo i guerrieri. O i pazzi.-, si sentì in dovere di spiegare Iemitsu. L’uomo gli sorrise. Un sorriso che ondeggiava tra coraggio e follia.
-Ne sono degno?-, chiese l’uomo. Noriwaga si sentì improvvisamente a disagio.
-Come, prego?-, chiese. Non capiva. L’uomo indicò la sua spada.
-Ne sono degno?-, chiese di nuovo. Iemitsu annuì.
-Nessuno ci disturberà. Questo è l’onore supremo che posso farti, gajin senza nome. La vittoria sul migliore dei servitori del tuo nemico o la morte migliore che un guerriero possa desiderare.-, disse Iemitsu. L’uomo annuì. S’inchinò brevemente mentre si toglieva tutto ciò che poteva essere d’impaccio.
-Così tante armi?-, chiese Iemitsu guardandole. Un fucile a pompa. Due pistole. Una katana forgiata secondo lo stile dei fabbri del 1600. Granate Frag e Flashbang.
-Già. Non posso dire che non siano servite. Ma comunque vada, dopo questo duello non mi serviranno.-, disse l’uomo. Iemitsu annuì. Capiva cosa volesse dire.
Estrasse mettendosi in guardia, la punta della spada a livello del viso del suo avversario.
Quest’utlimo invece assunse una diversa posizione. Jodan-Gamae, la guardia alta.
Ottima per sferrare un colpo dall’alto ma lasciava scoperta la quasi totalità del corpo.
Iemitsu annuì. Espirò. L’uomo pareva persino calmo. Un lentissimo istante passò.
Poi loro e le lame si mossero, rapidi come il vento.

Achiko parò il fendente. C’era qualcosa che non capiva. Nakamura non si batteva con la solita volontà. Non era lo stesso avversario che aveva combattuto molte volte. I suoi attacchi non avevano alcun desiderio di vittoria a guidarli. Non c’era forza, nessun Ki nei suoi colpi. E la sua difesa… Superba come sempre ma fine a sé stessa.
Lei sferrò un fendente che trasformò rapidamente in una stoccata. Lui parò.
Contrattaccò con un attacco che sarebbe potuto essere una carezza. Lei gli abbassò l’arma, frustrata più dalla sua scarsa volontà di combattere che dal resto.
Dannazione, se si fosse impegnato… Così però la insultava. Era un vero oltraggio.
Eppure lui restava sulla sua tecnica della parata continua, perennemente in difesa.

Nakamura sapeva di non star facendo una bella figura.
Il duello si era trasformato in uno scontro inconcludente. Lui sapeva bene di poter abbattere Achiko in un istante ma sapeva anche, perfettamente, di non volerlo fare.
Perché nonostante tutto quella donna era la donna della sua vita e della sua morte.
Poteva negarlo, poteva nascondersi dietro a giustificazioni e razionalizzazioni. Ma niente.
Era così e basta. Allora, prendeva tempo. Parava, schivava, non portava colpi conclusivi, cercando di capire intanto cosa fare.
Achiko lo voleva morto. Non si sarebbe fermata finché lui non fosse finito a terra, la vita strappata dalla lama vendicatrice della giovane.
Lui no. Lui la voleva viva. E lei non voleva vivere se non poteva ucciderlo.
Ma lui, a dispetto di tutto, non riusciva ad arrendersi. Nel profondo del suo essere sapeva la verità: amava quella guerriera.
Ma non avrebbe mai potuto averla. Mai. Il destino si era pronunciato avverso ai suoi aneliti, prima costringendolo a rinnegarla per odio e ora a perderla per amore.
Non c’erano soluzioni che permettessero un lieto fine.
Il Consiglio, loro non avevano capito. Ma soprattutto, non aveva capito la figura che c’era alle sue spalle. La donna che lo aveva sedotto e poi convinto a prendere sempre più potere. La figura velata che aveva steso le sue malie per avvinghiarlo in quella trama, costingendolo a ballare la musica che lei suonava. Una musica di cui ora, lui era profondamente stufo. Per anni aveva obbedito a quella donna, soddisfacendo ogni sua richiesta. Per anni si era dato, aveva calpestato tutto, tradendo persino l’ideale di lealtà tanto caro a lui e ai suoi avi. Fino al giorno in cui lui e Achiko non si erano scontrati sui tatami del Dojo di Keganawa. Quando lei lo aveva guardato, vinta ma indomita, lui aveva capito. Mai, mai, mai avrebbe potuto vivere senza di lei.
Così aveva ottenuto tutto il potere necessario. Ed aveva chiesto di sposarla.
Ricordava che, quando aveva scoperto che lei non era più vergine, quando aveva capito che non era e mai sarebbe stato lui ad avere l’onore di averla per sé per primo, aveva desiderato morire. Il dolore era divenuto rabbia. La rabbia, propellente per la sua avidità.
Così aveva fatto ciò che la sua signora aveva chiesto.
Aveva tradito. E si era sentito male dentro. Male per sé, figlio indegno di una nobile stirpe.
Male per il suo signore, morto in un agguato, colpito alle spalle dal suo più fedele servo.
Male per Achiko, condannata a perdere prima l’onore e poi un padre che ormai la vedeva come una puttana, costretta dalle stesse regole che legavano lui, a espirare.
Ma non aveva fatto trasparire nulla. Aveva montato una maschera, fingendo che nulla fosse successo. Sino al giorno in cui Adele e Njala l’avevano… piegato.
Lì, nell’oscurità di quella stanza, con due donne sopra di sé a prendersi piaceri che lui segretamente voleva aveva capito che non gli bastava. Il sesso era una cosa.
Achiko era molto di più. E lui avrebbe voluto, ancora desiderava potervi aspirare.
Parò un fendente. Scansò la lama di lei. E per un solo istante capì che avrebbe potuto ucciderla, sfruttando il vuoto che aveva creato nella sua difesa. Sarebbe bastato pochissimo. Lo capì anche lei ma nessuna emozione si palesò sui loro volti.
Semplicemente Nakamura fece un passo indietro, rimettendosi in guardia. Tentando disperatamente di trovare una soluzione.

Le lame s’incrociarono, si oltrepassarono, come gli uomini che le brandivano. L’uomo sentì un bruciore sordo al braccio destro. Bicipite leso. Non grave ma bruciava. Però aveva leso il viso di Iemitsu. Il giapponese lo guardò. Un taglio geometricamente perfetto gli deturpava il viso all’altezza dello zigomo sinistro.
Si rimisero in guardia. Come attori, destinati a fare la loro parte sino alla fine.
Attaccarono di nuovo. Iemitsu lo incalzò da vicino. L’uomo fu costretto sulla difensiva. Aveva davanti un avversario notevole, ben addestrato e consapevole delle proprie potenzialità. Un nemico capace di ucciderlo, forse.
Non tentò di attaccare, rimase sulla difensiva. Grave errore: il giapponese arrivò a contatto e gli sferrò un calcio. Non proprio da samurai…
L’uomo ignorò il dolore, saltò indietro. Iemitsu avanzò.
Tentando un nuovo approccio, l’uomo affondò. La lama della sua arma lese il tessuto dell’abito di Iemitsu e la pelle del braccio sottostante. Nessun verso o gemito di dolore.
L’uomo tentò di concentrarsi. In fin dei conti lui era Iemitsu e Iemitsu era lui. Non c’era spada e non c’era altro che la spada… Espirò, tentando di non essere affaticato.
L’altro avanzò. L’uomo pensò che era uno scontro impari. Iemitsu era riposato, un maestro in quell’arte. Lui era stanco, aveva battagliato per mezza città prima di giungere là. Ed era decisamente fuori esercizio. Ma non poteva perdere.
Parò l’attacco. Iemitsu sorrise. Fece pressione sulla lama dell’uomo per obbligarlo a un’ennesimo contatto a cortissima distanza in cui, inevitabilmente, l’avrebbe battuto. L’uomo agì senza pensare. Saltò all’indietro. Fece il vuoto dove prima era il pieno.
Il giapponese, impreparato, fu sbilanciato, scivolò in avanti, i polsi esposti. Iemitsu tentò di tornare in equilibrio, distese un braccio.
E due secondi dopo la mano destra del giapponese cadde a terra, mozzata all’altezza del polso, ancora impugnante la spada.
Iemitsu gemette di dolore. Non si fasciò la ferita. Cadde in ginocchio.
-È finita.-, disse l’uomo.
-Uccidimi. Finisci ciò che va finito.-, sibilò l’altro.
-No.-, ribatté l’uomo. Raccolse lo SPAS, le pistole. Lasciò a terra la CZ, ormai priva di munizioni. Prese le granate. Ripulì la lama fendendo l’aria. Sangue piovve sull’asfalto.
-Mi disonori. Mi odi così tanto, gajin?-, chiese Iemitsu, disperato.
-Non è odio. È consapevolezza. Ucciderti adesso sarebbe ingiusto. Un omicidio. Sei battuto. Non mi serve ucciderti.-, disse l’uomo. Iemitsu annuì. E agì un istante dopo.
Lui vide solo in quell’istante la mal parata: il giapponese afferrò il Wakizashi che aveva al fianco e, prima di poter parlare, si trapassò al bassovente, sventrandosi.
Seppuku.
Nella sua forma più volgare e brutale. Una fuga disperata dal disonore.
Lo sguardo di Iemitsu intercettò quello dell’uomo. Nello sguardo dello Yakuza c’era dolore ma anche una muta richiesta. Non supplica. Richiesta, dignitosa.
L’uomo annuì. Preparò il colpo. L’altro parve ricomporsi, alzò il collo, estendendolo per facilitargli l’esecuzione del colpo. Il sangue usicva copioso dalla mano e dallo squarcio all’altezza dell’ombelico. Iemitsu stava già morendo dissanguato. Soffrendo. All’uomo parve di vedere qualcosa di rosa che lentamente usciva da dentro il giapponese. Annuì.
E calò la lama. Iemitsu Noriwaga morì senza un gemito, decapitato da un uomo che aveva onorato sino alla fine.
L’uomo tributò un ultimo inchino al cadavere, poi si fiondò verso la villa di Nakamura.
Gli ultimi Yakuza lo videro arrivare ma non sarebbero stati un problema.

Karamoto Nakamura continuò la danza infinita. Sudava ma non era intellettualmente consapevole di suadare. Aveva lasciato tutto dietro di sé.
Andava bene.
Perché aveva trovato la soluzione. Quella finale. La possibilità di espiare, anche se solo in minima parte i suoi peccati e i torti fatti a coloro che riponevano in lui la massima fiducia. Andava bene.
Attaccò. Achiko parò. Si sforzò di attaccare bene, con ki, come gli era stato insegnato.
Ci riuscì: mise la giovane sulla difensiva. Attaccò un po’ lungo, guardandola negli occhi, cercando di dirle ciò che le parole non potevano esprimere. E lei affondò.
Il dolore tagliò il respiro a Karamoto. Nakamura continuò a guardarla. Lasciò che la spada cadesse. Lasciò che lei girasse la lama nella ferita, poco sotto il diaframma e la estraesse.
Andava bene. Lo meritava. Le gambe si fecero incapaci a reggere il suo peso. Lui sorrise.

Achiko non capiva.
-Ti sei lasciato uccidere…-, sussurrò, -Perché?-. Si avvicinò all’uomo che aveva odiato.
-Onore…-, sussurrò lui. Sembrava diverso. Come se… una maschera fosse caduta.
-Onore.-, ripeté la giovane come se quella parola potesse dare un significato a tutto.
-Tua… zia. Anni. Anni passati a servire i suoi interessi. Fino a che non ti ho vista…-, ammise lui. Lo stupore supremo si dipinse sul viso della giapponese.
-Cosa?-, chiese lei sgomenta. Non poteva essere, non poteva…
-Lei… Voleva il clan. E anche di più. Io ero… Solo un manichino.-, Nakamura tossì. Lei lo accompagnò a terra, cullando il suo capo tra le sue braccia. Le armi caddero, dimenticate. Sangue scivolò ai lati della bocca dello Yakuza. La giovane cercò di capire.
Esplosioni non troppo lontane, spari. Grida. La guerra non era finita per tutti.
-È stata lei… a dirti di uccidere mio padre?-, chiese.
-Sì.-, ammise lui. Passi. Achiko sollevò appena lo sguardo. Qi entrò. Lasciò cadere un fucile a pompa e una pistola. Era ferito a un braccio, aveva una ferita alla gamba sinistra, ma camminava, indomito. Si fermò, a rispettosa distanza.
-Ed è stata lei a convincerti a sposarmi?-, chiese la giovane. Nakamura scosse il capo.
Rabbrividì. La morte non era lontana. Lui lo sapeva e lo accettava.
-Alla… mia morte.-, sussurrò, -Conoscerai…-, tossì. Altro sangue. Achiko annuì. Aveva capito. Una lacrima corse lungo la sua guancia, andando a schiantarsi sulla fronte del moribondo.
-Alla mia morte, conoscerai il mio amore per te. Quando la pira sarà bruciata.-, recitò lei.
Era un passo dell’Hagakure. L’amore non rivelato che spesso era più puro di quello esibito. Improvvisamente Achiko si sentì stanca, lontana. Guardò quell’uomo.
Un crudele gioco del fato li aveva portati a essere nemici. Una crudeltà architettata da qualcuno. Dalla stessa persona che aveva suggerito che fosse lei, Achiko Mitsutune, a recarsi nella Città, prendendo contatto con Bao Yi. Per ottenere dei dati che lei mai aveva visto… Dati che aveva consegnato a sua zia. La stessa che l’aveva osteggiata sino a quel punto. Il disegno prendeva forma. Nel modo peggiore.
-Io…-, iniziò lei. Nakamura fece appello alle ultime forze per stringerle la mano.
-Va bene così.-, disse con un tono chiarissimo.
-Ti vendicherò.-, promise lei. Lui sorrise. E spirò. Lei lo sentì come una vibrazione, una tensione allo spasimo e poi un rilascio improvviso. Il Ki di Nakamura? Forse. In quel momento non le importava. Qi si avvicinò. Lentamente, solennemente.
-È morto. Ma non è finita, immagino.-, disse.
-No. Anzi, la parte peggiore sarà da giocarsi lontano da qui. In Giappone. Come avevo previsto.-, disse Achiko. Compose il capo di Nakamura, tentando di ridargli dignità. Andava bene. Prese la spada dello Yakuza. Prova sufficiente per il suo Clan.
-Verrò con te.-, disse lui, -Oggi sono morti troppi uomini. Iemitsu è morto con onore servendo una causa che non aveva onore alcuno. Conta su di me.-.
-Grazie.-, sussurrò soltanto lei.

Adele ordinò alla polizia di uscire per fare il calcolo dei morti e fermare eventuali Yakuza ancora a piede libero. Non rimaneva praticamente nessuno da uccidere. Era stata una strage, un epurazione, una prova di forza pura e semplice. Annientamento.
O così lei lo vedeva. Andava bene. Il Giustiziere aveva fatto, una volta tanto, il suo dovere.
Ordinò a Njala e i suoi di raggiungere la villa di Nakamura.

Le sirene della polizia ululavano in una notte che stava lentamente raggiungendo la fine.
L’uomo diede una voce ad Achiko.
-Dobbiamo andare.-, disse. Lei annuì.
-A poca distanza da qui c’è una pista di decollo privata. Un socio della Yakuza. Sono convinta che accetterà di darci un passaggio per un aeroporto da cui potremo partire per il Giappone.-, disse.
Uscirono come ladri nella notte.

Njala Tambossou guardò il cadavere. Il giapponese aveva perso una mano, aveva uno squarcio abnorme all’altezza della pancia da cui spuntava l’elsa di una spada corta ed era decapitato. “Altro che Yakuza. Questo sembra da Quarantasette Ronin…”, pensò.
-Impronte digitali?-, chiese.
-Nessuna. C’è sangue ma è sicuramente tutto del tizio qui. Inoltre, se è davvero il Giustiziere sarà stato attento a non lasciare indizi.-, disse un poliziotto.
“Come se l’aver messo a ferro e fuoco l’intera maledetta città non sia un dannatissimo indizio…”, pensò ancora lei. Avanzarono verso la villa.
Anche lì era un maledetto massacro. Corpi ovunque, mobili devastati da proiettili. A detta del tizio della scientifica che era con loro, almeno una granata era stata usata, a giudicare dalla presenza di shrapnel. Solo le camere da letto e i piani superiori erano sgombri dai cadaveri e le impronte portavano a quello che pareva un dojo. Njala e i suoi entrarono con una meticolosità estenuante e completamente inutile. Ad attenderli c’era solo un morto.
La nera ebbe quasi un colpo. Lo riconobbe.
-Nakamura. Evidentemente non era pulito come sembrava.-, sussurrò.
-Non mi sorprende. Non mi sono mai fidato dei nippo.-, disse un’agente. Lei gli rivolse un occhiata rabbiosa. Odiava gli stereotipi razziali.
Una spada giaceva a terra. La giovane ordinò che la scientifica se ne prendesse carico. Poi le vide. Impronte.
-Restate qui!-, ordinò agli altri mentre, estratta la pistola si lanciava verso l’oscurità della notte all’esterno. Estrasse una torcia.

Achiko e Qi correvano nella notte. Avevano abbandonato la strada dopo un po’.
Procedevano quasi alla cieca, gli occhi abituati da poco all’oscurità.
-Non manca molto.-, disse lei, -È oltre la collina.-.
-Come lo sai?-, chiese lui.
-È da qui che sono arrivata. Prima d’incontrare Bao Yi.-, rispose la giapponese.
-Capisco.-, disse lui, -Ma siamo sicuri che sia affidabile, il tuo amico?-, chiese poi.
-Siamo in due e ben armati. Non credo gli convenga tentare scherzi.-, ribatté lei.
-Immagino tu abbia ragione.-, ammise lui.

Njala imprecò parecchio. La pista s’interrompeva una diversi metri più in là.
Guardò la strada. Lungo nastro d’asfalto verso l’infinito.
Ma potevano anche essere andati dall’altra parte, nel bosco. In effetti era la soluzione più logica. Se fosse stata in loro, avrebbe agito così. Sorrise. Avrebbe preso il Giustiziere.
Chiamò a raccolta gli uomini.

Il contatto di Achiko era un’uomo calvo, prudente, veterano di almeno due guerre, si chiamava Hoyt. Curvo, ruvido come il legno del suo chalet e invecchiato come uno scotch.
Soprattutto era prudente. Appena vide le armi non discusse gli ordini. Si mise celermente al lavoro, preparò subito i controlli pre volo e in capo a pochi minuti, il mezzo fu pronto al decollo. L’uomo e la giovane salirono con rapidità. E solo allora l’uomo li vide ma fu anticipato dal pilota, che bestemmiò in almeno due lingue.
-Merda. Gli sbirri!-, esclamò Hoyt.
-Ce la facciamo?-, chiese Achiko.
-Per chi mi hai preso, ragazzina, si può sapere? Non mi hanno fermato i comunisti e non mi fermeranno questi stronzi!-, esclamò il pilota, indignato. Decollò proprio mentre i poliziotti arrivavano sulla pista. L’uomo vide alcuni di loro alzare le armi. E abbassarle subito dopo quando il capo del drappello ordinò di non sparare. Solo per un momento gli parve che quel poliziotto avesse un che di femminile.

-No! Se gli sparate adesso magari poi precipita. Forse pure in una città!-, esclamò Njala.
-Inoltre lo vogliamo vivo, quel bastardo!-, aggiunse subito dopo.
Guardò il beechcraft giallo canarino decollare mentre albeggiava e pensò che la caccia fosse ancora aperta pur essendo solo rinviata. Avrebbe trovato il Giustiziere, prima o poi.
-Al nostro prossimo incontro.-, sussurrò.
-Ha detto qualcosa, signora?-, chiese Likan, un espatriato cileno che era a un passo dalla pensione. Buon diavolo con un ottimo udito.
-Nulla, Likan. Andiamocene.-, rispose lei con un sorriso che dovette sforzarsi di far apparire sforzato.

Vista da quella prospettiva l’alba era bellissima. L’uomo doveva ammetterlo.
Sorrise. Gli era mancata. E anche lui era mancato a lei. Era stanco. Parecchio.
Ma felice. Come poche, pochissime altre volte.
-Ci metteremo un po’ sino a Honolulu.-, disse Hoyt, -Fatevi una dormita.-.
Seduti stretti sui sedili posteriori del mezzo, non replicarono. L’uomo pensò che non era mai riuscito, mai in nessun caso, a dormire in aereo. Ma in quel caso ci fu un eccezione.
Pochi minuti dopo e dormiva già.

Achiko non voleva dormire ma il suo corpo reclamava il giusto riposo.
Si assopì quasi controvoglia. Il suo ultimo pensiero prima di dormire furono le parole ultime di Nakamura.

-Nakamura. Karamoto Nakamura.-, sussurrò Adele. Guardarne il corpo all’obitorio era un passo obbligato. Un trionfo, in un certo senso. Quel tizio le era sempre stato una spina nel fianco. Il coroner annuì. Formalità pura e semplice.
“Ora che sei morto, brutto bastardo, potrò tornare a far le cose come vanno fatte.”, pensò.
Si chiese per un istante se a dare il colpo di grazia fosse stato il Giustiziere. Pareva di no. Le impronte non corrispondevano alle sue. Erano invece quelle di una giovane. Achiko Mitsube. Una studentessa in visita. O qualcosa così. In ogni caso una falsa identità, come Nakamura stesso aveva confermato in precedenza. Adele sospirò. Quella storia si stava facendo complicata. Se doveva credere a Njala e ai suoi, il Giustiziere e questa ragazza si erano imbarcati su un aereo. Un aereo che lei aveva dato ordine di non intercettare.
Non le interessava dove andasse il Giustiziere purché se ne stesse fuori dalle scatole per un po’. Il Consiglio dei Sedici avrebbe potuto tirare il fiato. Per ora.
La Nakamura Enterprises aveva dichiarato la sua volontà di non prendere sede nella Città. Avevano invece scelto altre metropoli per installarvi la loro sede, in ogni caso le loro azioni erano in caduta libera. A lei non importava. Per nulla. Quelle cose preoccupavano gli alti papaveri della finanza e lei non s’interessava minimamente di giocare in Borsa.
Il suo interesse era uno e univoco. Raggiunse l’ufficio. Prese il cellulare. Chiamò un numero che aveva in memoria.
-Pronto?-, chiese una voce non identificabile.
-Nakamura è storia.-, disse lei, -Ma il Giusitziere ci è sfuggito. Credo abbia lasciato il paese.-. Un istante di silenzio.
-Allora non ci riguarda. Probabilmente sta andando in Giappone. Tanto meglio.-, disse la voce. “Tanto meglio? In che senso? Cosa diavolo c’entra il Giappone con tutto questo?!”.
-Perché, se posso chiedere?-, chiese Adele. Si preparò a un secco rifiuto.
-Perché si da il caso che Nakamura fosse solo una marionetta. Il Giustiziere sarà il nostro boia. E calerà l’ascia della nostra giustizia su chi reggeva i fili.-, fu la risposta.
Adele annuì. Capiva abbastanza. L’idea di manipolare quell’uomo per altri fini le piaceva.
-E io, se posso chiedere, come ritenete abbia agito?-, chiese poi.
-Il tuo operato è stato… nella norma.-, disse la voce, -Ecco i nuovi ordini.-.
Lei ascoltò con attenzione.

Njala sedeva in ufficio. Non vedeva l’ora di essere a casa e farsi una doccia. Ma c’era qualcosa. Un dubbio atroce che la dilaniava e le impediva di ambire al meritato riposo tenendola inchiodata al computer.
Nakamura… Un boss della Yakuza? Era questo alla fine? Pareva di sì. Era quello? Era quello il vero motivo di tutta la messinscena di Adele Kingsword? E perché il Giustiziere lasciava il paese? Aveva finito? No, lei non ci credeva… Eppure…
Aveva sete. Bevve d’impeto una bottiglietta d’acqua in pochi sorsi.
Eppure cosa poteva spingerlo ad andarsene da li? L’amore? No.
La verità, e lei la sapeva anche se non voleva ammetterla, era che lui stava andandosene per tagliare alla radice il male. E se questo avesse reso quella Città un posto migliore, lei non aveva motivo di fermarlo.
Reclinò lo schienale della sedia e si mise a riflettere su Nakamura.
Nakamura, El Rey, Borykov, Bao Yi e quel trafficante…
Incominciò a fare una ricerca di altro tipo.

Bianco. Nient’altro. Nel sonno dell’uomo non c’era nient’altro. Nessuna forma, nessuna visione o profondità. Bianco totale. Puro al punto tale da non poter più essere definito solo bianco. E lui, seduto in seiza, pareva attendere l’inevitabile. All’inizio si era pure chiesto quale fosse il senso. Ma poi aveva smesso. A che pro cercare un senso nell’insensatezza fondamentale dell’ossessiva mente umana?
Il bianco avanzava stando fermo, incalzava nella sua inazione. Minacciava con tranquillità e passività assolute. L’uomo sorrise. Di nuovo. Come sempre.
Infine decise di aprire gli occhi.
Riprese conoscenza. Senza essere davvero riposato. Il sogno non cambiava. Probabilmente non sarebbe cambiato mai. Ma andava bene per lui.
Era disteso mollemente sul sedile. Sentiva la giapponese che dormiva, appoggiata alla sua spalla. Il peso lieve del suo corpo contro quello di lui. Per un istante si sentì come ammaliato. Si chiese se disturbarla o no. Alla fine decise di lasciarla dormire.
Nelle loro vite, la pace era poca, rara. E soprattutto, ampiamente sopravvalutata o sottovalutata. In ogni caso non durava mai a lungo. Perché defraudarla anche di quegli istanti di quieto riposo?
-Pochi minuti e atterriamo.-, disse con calma Hoyt. L’uomo annuì.
Da lì sarebbero partiti per il Giappone.

Achiko si svegliò poco dopo da un sonno privo di sogni. Pagò Hoyt. Il pagamento era ingente. Fondi neri della Yakuza. Necessari alla vendetta.
Meno di due ore dopo, i due erano su un volo per il Paese degli Dei.
La giovane, pensò che tutto tornava. La sua avventura era stata un cerchio che si ora giungeva a chiudersi. Sospirò. Mentre la hostess della Japan Airlines spiegava le norme di sicurezza, lei regolò il sedile. Qi, accanto a lei, semrbava assorto in uno stato meditativo.
Beato lui. Almeno non pensava a quanto stava per accadere. Almeno non ne dava segno.
Lei invece non poteva smettere di pensarci. Rivedeva ogni dettaglio, ogni istante dell’ultima riunione coi suoi famigliari.
E sempre più pensava che sua zia l’avesse sin da allora voluta morta.
Pensò che avrebbe dovuto accorgersene.

Wumi Mitsutune guardò il notiziario. Nakamura era morto.
Imprecò silenziosamente contro Achiko e il Giustiziere.
Karamoto Nakamura… Il suo amante e il suo servo. Morto.
Sospirò. Achiko sarebbe tornata presto e lei doveva farsi trovare pronta. Avrebbe persuaso sua sorella a esigere che la giovane finisse quanto iniziato e si desse la morte.
Poi avrebbe trovato qualcun altro da plagiare e piegare ai propri scopi.
Sorrise. Avrebbe vinto.

Intanto, mentre il Giustiziere e Achiko volavano verso il Giappone, un uomo tornava entro i confini della Città a piedi, senza bagagli e con i soli vestiti che aveva addosso.
Raul Montoya era tornato per restare. In un modo o nell’altro.
Quella Città era la città in cui era rinato. La città che necessitava ancora che qualcuno facesse il lavoro sporco. Non l’avrebbe delusa. Ma gli serviva un bersaglio…

Fu verso sera che Njala, comodamente sdraiata sul divano di casa, riassunse quanto scoperto. Aveva passato una giornata a navigare in rete, spulciando meticolosamente ogni notizia riguardante i defunti illustri degli ultimi tempi.
Era uscita una ragnatela di intrighi che, pur non coinvolgendo El Rey, legava a doppio filo gli altri.
Il trafficante, Mikhail Qualcosa, aveva venduto armi ai buttafuori di Borykov. E anche ad altri. Tutti slavi o siberiani. Gente, insomma, apparentemente legata a doppio filo con Yuri Borykov e la sua organizzazione. Il quale aveva spesso invitato Mikhail ai propri locali, in festini esclusivi con l’alta e decadente società della Città. Fin lì, tutto tornava. Ma c’era dell’altro. Qualcosa di meno evidente. Una traccia che la nera aveva scoperto poche, pochissime ore prima. Un giorno di diverso tempo prima, il Trafficante era stato ucciso. Al suo funerale si erano presentati in pochi. Nessun parente solo qualche socio in affari di un impreditore che ufficialmente vendeva armi col permesso dello Stato. Ma al suo funerale, si era presentata anche una donna. Un’asiatica.
Tale Xian Wu, cinese. Ex dipendente di Bao Yi all’Airone Selvatico.
E quello aveva portato Njala a credere che ci fosse stato dell’altro. La ricerca si era incentrata su Bao Yi e Mikhail il trafficante. Erano emersi dettagli. Torbidi.
Bao Yi aveva gestito l’Airone Selvatico in un isolamento quasi monacale o almeno così aveva voluto far credere. Non era vero: alcuni giornali scandalistici parlavano di un connubio che andava oltre il professionale con Mikhail. Njala aveva cliccato su un link ritrovandosi in una pagina al limite del porno. Un video di soli quattro minuti in cui la cinese cavalcava il trafficante con una foga da pornostar ed espressioni in cinese che non dovevano essere esattamente formali. Il video non era montato ed era stato girato di nascosto. Da uno spiraglio di una porta. Quindi era vero: tra Bao Yi e quell’uomo c’era qualcosa. Il legame tra Bao Yi e Yuri era invece molto più professionale: avevano sottoscritto una partnership per poter avviare di comune accordo alcune attività che non erano mai davvero andate in porto. La donna era morta prima di poter dare concretezza a tali progetti. Ma quelle erano tutte relazioni ufficiali.
Njala sospirò. Quelle ufficiose sarebbero state ben più difficili da capire. Ed era anche vero che per la polizia buona parte dei casi era già archiviata. Non per lei. Cercò qualcosa di più su quella tale Xian. Se c’era qualcuno che potea sapere qualcosa sui traffici di Bao Yi era lei. Ma avrebbe dovuto fare attenzione. C’era anche un’altra fonte… Ma era ben diverso. Lei si stiracchiò. Spense il computer e, infilati in forno un paio di involtini primavera surgelati, archiviò quei pensieri sino alla mattina dopo.

L’arrivo in Giappone fu caotico. Ma essenzialmente l’uomo non ne risentì. Achiko si mosse con rapidità e precisione, come quando combatteva. Sapeva perfettamente dove andare. In poco tempo abbandonarono il terminal e una macchina già li aspettava per condurli alla residenza della giovane.
O meglio, a quella che era stata tale. Achiko gli aveva spiegato tutto, aggiungendo che non avrebbe dovuto aspettarsi un benvenuto caloroso. Lui aveva annuito. Non era lì per farsi amici o nemici. Era lì per abbattere un nemico. Niente di più.
La macchina partì.

Aiju sorrise. Achiko aveva avuto successo. Quando Wumi chiese di poterle parlare in privato, lei annuì senza pensarci. La sorella subito si lanciò in un invettiva. Che Aiju frenò dopo pochi istanti.
-Quindi dovrei dirle di uccidersi, secondo te. Solo per un errore che ha espiato abbattendo il traditore?-, chiese, con tono calmo.
-Sai bene quanta vergogna ci è piovuta addosso. Il nostro nome… la nostra reputazione, il nostro onore sono stati macchiati! Solo la morte di Achiko può restituire a questa casa il lustro che merita.-, sibilò la donna. Aiju si domandò per un istante se ci fosse qualcosa di più che il timore per il prestigio della casa dietro.
-È l’unica figlia che abbia ancora in vita.-, obiettò debolmente.
-E la sua vita è stata la morte del nostro nome.-, sussurrò Wumi.
-Non abbiamo altri discendenti diretti.-, sussurrò Aiju Mitsutune.
-C’è mio nipote. Ti pare forse indegno?-, chiese l’altra.
-È ancora troppo piccolo ed impreparato. Una simile responsabilità… Achiko è di tempra diversa, devi ammetterlo. Ha perseverato a dispetto di tutto e tutti. Tra tutti, è colei che più merita di guidare il nostro Clan.-, rispose la matriarca.
-Dagli tempo. Mio nipote si rivelerà all’altezza del suo sangue. Ma questa traditrice, di cui non pronunico il nome per rispetto nei confronti della casa che mi ha dato i natali… Lei deve morire e il suo sangue laverà il disonore.-, ribatté Wumi.
-Credo tu nutra un eccessivo rancore verso di lei.-, osservò Aiju.
-Io credo, con tutto il rispetto dovuto, che tu ne nutra troppo poco.-, sussurrò Wumi.
-Ciò non cambierà le cose. Achiko tornerà in questa casa, ci proverà che la sua vendetta è stata sua soltanto. Che sua era la mano la cui spada ha tolto la vita a Karamoto Nakamura e poi decideremo.-, chiuse il discorso Aiju.
-E sia, sorella.-, rispose Wumi con un cenno del capo. Sorrise. Ma ad Aiju quel sorriso sembrò completamente fuori posto. Una stranezza lo offuscava, un imperfezione.

-Come la gestiamo?-, chiese Qi. Achiko si allacciò i nodi del kimono. Bianco puro. Ancora. Il colore dei morituri. Nel suo caso, di chi era morto, morto davvero e forse ora può tornare alla vita. Ma quello non dipendeva da lei.
-Mia madre e mia sorella ti odieranno. Odiano anche me. Gli diremo tutta la verità.-, rispose lei. Lui annuì. Pareva turbato. Lo era anche lei. Se avesse avuto più tempo sarebbe stata ben lieta di dirgli quanto profondamente aveva apprezzato il suo aiuto, quanto gli era riconoscente per tutto. E quanto lo ancora lo desiderava come suo compagno. Ma ciò non poteva essere. Avevano vissuto un sogno e il tempo di svegliarsi era prossimo. Notò che lui indossava ancora il suo Gi. Anche lui era morto e forse anche lui voleva tornare alla vita. La vita al suo fianco? Se lo chiese.
Ma non era una domanda a cui rispondere subito.
Erano pronti. Lui, vestito come voleva. Lei come doveva. Scesero in strada.
La famiglia di Achiko le aveva concesso di potersi abbigliare come doveva prima di ricevere entrambi.
Una concessione di puro significato gerarchico, nulla di più. Un modo per rimarcare la sottomissione della giovane al volere di sua madre e del clan, no?
No. Era anche rispetto. Cortesia. Uno dei precetti fondamentali del Bushido.
Entro la fine di quel giorno, Achiko sapeva che avrebbe mostrato loro come altri due precetti andavano applicati: Onore e Dovere.
Due precetti che sua zia e molti altri avevano scordato. Precetti che lei avrebbe fieramente ricordato loro. Poi sarebbe potuta morire.

L’uomo vedeva Achiko più calma e sicura di come l’avesse mai vista o ricordata. Non era solo il ritorno a casa, lo sapeva. La giovane aspettava, agognava quel momento. Era una rivincita, a dispetto di tutti i precetti che seguiva, anche lei aveva bisogno di dimostrarsi all’altezza di sé stessa.
“Cadi sette volte e rialzati otto”, diceva ancora l’Hagakure. E loro, entrambi, si preparavano alla prossima caduta e a rialzarsi di nuovo, più forti.
Quando l’auto ripartì, non parlarono. Non parlarono mentre abbandonavano le città, sino a giungere alle aree rurali del Giappone. Non parlarono mentre salivano lentamente.
Non pararono e basta. L’uomo guardò il paesaggio di tanto in tanto. Pensò che avrebbe potuto fermarsi là. Per quanto ne fosse tentato però già conosceva bene la risposta.
Nonostante amasse vedere quella vita e l’avesse grandemente voluta sua, sapeva che non era possibile. Il bianco l’avrebbe sempre chiamato a sé. Era inevitabile, come l’avvicendarsi delle stagioni. Era il suo destino.

Adele sospirò. Quegli ordini le piacevano poco.
Le vecchie famiglie patrizie della Città erano in costante allerta, consapevoli di quanto la situazione stesse cambiando. Alcune si illudevano ancora di poter conservare un po’ di potere. Semplicemente grazie al prestigio e al buon nome. Due cose che si potevano perdere molto rapidamente.
Njala era andata a casa a riposare e lei le aveva concesso qualche giorno libero. Le serviva. Lo sapevano entrambe. Gli ultimi giorni erano stati fiorieri di cambiamenti.
Ma Adele Kingsword sapeva bene quale fosse il suo dovere. Passò la busta alla domestica della casa. Lei sorrise. Avrebbe permesso d’incastrare il capofamiglia dei Sanderson. Victor Sanderson. Un vecchio bastardo. Ma un vecchio bastardo prudente. Non avrebbe mai commesso errori. Non dopo aver fatto l’errore di mettersi sulla strada del Consiglio, decidendo di abbandonarlo e di andare avanti in proprio.
Nessuno tradiva il Consiglio. Nessuno.
Victor sarebbe morto in modo brutto. La polvere che aveva dato alla domestica era un veleno particolare, usato dagli indigeni dell’Amazzonia per paralizzare le prede. O ucciderle se assunto in dose eccessiva. Morto lui, il dominio delle acciaierie Sanderson sarebbe passato al flglio Marcus. Che sarebbe stato molto più malleabile.
Il Consiglio aveva dato ordini e lei avrebbe eseguito gli ordini. Così era, così doveva andare. Il bonifico era già arrivato su un conto non rintracciabile alle Cayman.
Ormai ammontava a due milioni e settecentosettantamila dollari americani.
Una vera e propria fortuna, che Adele Kingsword utilizzava con parsimonia, per permettersi ogni sorta di capriccio. In realtà a lei andava anche bene così.
Progettava di vivere ancora molto a lungo.

Montoya entrò nel monolocale. Una fortuna che Mars Kleindorf avesse accettato di affittarglielo. Si distese sul letto.
E ora? Se lo chiedeva.
Logicamente avrebbe dovuto fare domande, capire come agire. Ma ammetteva di non sapere così decise per la prima cosa veramente importante: capire cos’era accaduto durante la sua assenza.

Achiko e l’uomo entrarono. Oltre le antiche porte di quella residenza costruita così simile a una fortezza, per l’uomo si schiudeva la prospettiva a un mondo che aveva sempre amato.
Il Giappone feudale… Parte di lui, la parte con la passione per qualcosa, la parte viva, si sciolse in un riso che somigliava molto a un pianto.
Perché tutto sommato era consapevole di essere cambiato. Le cose erano cambiate. Completamente. Una linea era stata tracciata tra ciò che era stato e ciò che era.
Non c’era possibilità di tornare indietro. Per l’uomo ora c’era solo il presente. Bianco abbacinante come la neve delle montagne.
Arrivarono in quello che pareva un salone. Achiko conversò per un istante in giapponese con un domestico. L’uomo e la giovane poi si inginocchiarono in seiza, inchinandosi.
Arrivarono due donne. Abbastanza in là con gli anni. L’uomo era certo che fossero la madre e la zia di Achiko. Erano autorevoli, composte. Ma lui notò che, aldilà dei vestiti tradizionali decorati e del portamento altero, lo squadravano con quello che pareva vero e proprio sdegno. Capiva perché. Era un Gajin. Un barbaro venuto dal lontano occidente.
Per loro, la sua presenza era un impulso a stento tollerato. Decise che sarebbe stato zitto.

Achiko rimase prostrata, in attesa di un segnale. Reggeva sulle mani, sopra la testa la spada di Nakamura. Una prova tangibile del suo successo.
-Questa è la spada di Karamoto Nakamura.-, disse appena vi fu silenzio sufficiente.
-Il sangue è stato sparso. Il torto è stato vendicato.-, sussurrò. Sentì occhi ostili su di sé. Sapeva bene a chi appartenenvano. Sorrise. Non era ancora finita.
-Non totalmente, Achiko. La tua condotta ha reso il clan estremamente debole. Sei causa di disonore.-, disse Wumi. Lei non si sorprese, per nulla.
-Wumi non ha torto. Purtroppo è così.-, disse Aiju. Questa, Achiko non se l’aspettava.
Rimase zitta, ingoiando quell’ultimo colpo basso della sorte, bevendo sino alla feccia il calice che ancora le veniva porto.
-Volete la mia vita?-, chiese lei.
-Sì.-, rispose calmissima Wumi. Aiju le scoccò un’occhiata.
-La volete ora, immagino.-, suppose la giovane.

Wumi sorrise. Era fatta. Morta Achiko avrebbe ucciso Aiju e preso il controllo del Clan.
-Certo. Il Gajin, con te, potrà presenziare in veste di ospite, se lo riterrai degno.-, disse con calma, celando le emozioni dietro una maschera di carne.

-Il Gajin ha qualcosa da dire.-, disse Qi. Achiko rimase stupita. La sua padronanza del giapponese… Gliel’aveva sempre tenuto nascosto… Lo stupore non era solo suo mentre l’uomo fissava le donne davanti a sé. Calmo.
-Achiko mi ha salvato la vita. Non so molto di lei. Ma so che non si è mai piegata. Merita di morire solo per un disonore che ha tentato di lavare sino ad oggi?-, chiese.
-Non parlare come se capissi, Gajin. Qui non siamo in Occidente. Le cose sono molto diverse.-, sibilò Wumi con odio.
-A me sembra che lei odi Achiko per una particolare ragione. Non mi interessa il perché. Ma sappia questo: se lei dovrà uccidersi, allora anche lei, Wumi-san, dovrà togliersi la vita.-, disse. Sgomento. Stupore. Rabbia. Il viso di Wumi perse l’abituale neutralità e compostezza. Aiju s’imbronciò. Achiko riusciva a immaginare i loro pensieri.
Fece per parlare. Ma l’uomo estrasse qualcosa da una tasca.
-In questa chiavetta USB ci sono le prove di un tradimento molto più profondo di quello che Achiko può aver commesso.-, disse Qi. S’inchinò e la porse ad Aiju.
La donna restò titubante.

-Non vorrai credere a questo Gajin!-, esclamò Wumi.
Aiju non guardò né lei né la chiavetta. Guardò Achiko. E la traditrice si sentì avviluppare dall’ansia. Possibile che l’avessero realmente fregata? No. Nakamura non l’avrebbe mai tradita. Mai. Lo sapeva. Era un bastardo arrivista, un traditore avido di potere.
Ma non l’avrebbe tradita.

-È vero?-, chiese Aiju. Achiko annuì.
-Sì, è vero. Lo stesso Nakamura me lo ha confessato in punto di morte. Ha ammesso di aver agito su indicazioni di Wumi Mitsutune.-, dichiarò. Stupore, ancora. Ma stavolta conteneva tutta un’altra sfumatura emotiva. C’era anche rabbia. La rabbia di Aiju e l’incredulità per un tradimento così profondo e radicato in una persona del suo stesso sangue. Dolore. L’uomo, Qi, restava fermo, calmo. Ricettivo, attento a ogni minaccia.
-E che prove hai? La parola di un traditore non prova niente. Nulla!-, ribatté Wumi.
“Se mi hai mai creduto, madre, è il momento di dimostrarlo.”, pregò Achiko dentro di sé.
-Io le credo.-, disse perentoria Aiju. Si voltò verso Wumi. E fu proiettata contro la parete di fondo della stanza da un boato. Una pistola era comparsa in mano alla traditrice. Achiko soppresse il dolore, fece per alzarsi ma la pistola fu puntata su di lei. A quella distanza non poteva mancarla. E lei lo sapeva. Guardò Wumi con tutto l’odio di cui fu capace.
-Nakamura mi amava. Sei stata tu a usarlo. Hai distrutto la sua vita e avvelenato la mia.-, sussurrò. Wumi sorrise.
-Sayonara, puttana traditrice!-, esclamò con un sorrise. Improvvisamente il braccio della donna fu spostato. Lo sparo assordò Achiko e il proiettile passò oltre la giovane per piantarsi in un infisso della parete.

L’uomo aveva atteso quel momento. Balzato in piedi con una rapidità non comune, aveva spostato il braccio. Wumi ringhiò. Rabbia pura resa suono. La mano sinistra della donna afferrò l’aikuchi che aveva alla cintura. Una lama particolare, riservata alle donne samurai.
Lunga quasi quanto un Tanto
La lama calò, tagliò lo spazio tra i due. Disegnò un taglio che fu interrotto da una presa. L’uomo tentò di disarmare la megera. Lei svicolò, scalciò. Maledizione era pure abile.
Lei gli sferrò una gomitata. Jab ascendente. Lui la evitò. Le bloccò il braccio solo per dover ristabilire una distanza di sicurezza. La donna si accorse che Achiko si era alzata. Sparò. La giovane cadde all’indietro. Colpita al volto.
L’uomo lanciò un grido. Mai come in quel momento aveva desiderato uccidere.
La rabbia divenne odio, l’odio puro fuoco. Spense il cervello. Vita e morte erano distanti. Non gli interessavano più. Non gli importava ciò che sarebbe accaduto.
Un primo pugno centrò la megera al viso. Lei cercò di girare la pistola. Di mirare e fare fuoco. Clack! L’arma si era inceppata. Capitava anche alle migliori. Rivoltando la presa sulla pistola la donna cercò di usarla come mazza. L’uomo schivò. Ancora e ancora. Respinto fino ad essere accanto ad Achiko. Lei era viva ma perdeva molto sangue da una ferita al viso. Stesso non poteva dirsi per sua madre. Forse respirava ancora ma la ferita all’addome non era esattamente una cosa semplice da guarire.
L’uomo imprecò. Un fendente tagliò il Gi sul petto, quasi andando a mordere col freddo acciaio la carne sottostante. L’altra gli tirò un pugno. Lui inidetreggiò di un passo.
Schivò di nuovo, costretto in difesa. Poi la vide. La spada di Nakamura.
L’ultima speranza.
Si lasciò cadere all’indietro. Ushiro Ukemi. Caduta all’indietro. Rotolò fuori portata. La megera fece altri due passi. La mano dell’uomo si strinse all’impugnatura dell’arma.
Si rialzò con un’altra capriola. La donna attaccò. Realizzò il pericolo due battiti di cuore dopo. Troppo tardi.
L’uomo espirò. Mente e corpo disgiunti. Restava solo l’essenza di quello che era.
Il Ronin che vendicava il Daimyo.
Fece un passo obliquo, fendendo l’aria con un kiai prima ancora di fenderla con la lama della spada. La katana di Nakamura tagliò l’aria prima e il corpo di Wumi Mitsutune poi. La donna fu sezionata orizzontalmente. Tameshigiri, il collaudo della nuove spade sui condannati a morte. Lui era la spada e la mano.
La donna rantolò. L’agonia fu brevissima. La lama tagliò l’Hara, l’essenza di lei. Lui percepì un movimento, la lama della donna che avanzava verso il suo collo.
Ultimo tentativo di vendicarsi. Nonostante tutto e tutti. Nonostante la vita stesse già lasciando quel corpo. Lui concluse il fendente con uno scatto. Fece una giravolta su sé stesso, dando il viso alla schiena di Wumi. Lei rimase immobile un istante. Poi la parte superiore del suo corpo cadde in un emulsuone cremisi, separata, scissa dal resto.
L’uomo lasciò cadere la spada. Achiko emise un gemito mentre si alzava. Corse verso Aiju. Lui la lasciò andare. Guardò Wumi Mitsutune. Non riusciva a credere a come le cose fossero divenute. L’onore, il dovere, tutto quanto era morto.
Come i presenti in quella stanza.

-Achiko… Figlia.-, sussurrò Aiju. La giovane s’avvide di quanto la ferita fosse grave. Il proiettile aveva devastato gli intestini, leso organi, vene e molto altro. Forse anche la spina dorsale. La donna stava morendo.
-Madre.-, sussurrò lei, esprimendo il suo dolore con mera espressione visibile.
-Hai fatto ciò che dovevi. Il tuo onore è salvo…-, un battito, un espiro. Sofferenza portata con dignità immobile. Un sorriso velato di rosso, -Io sono fiera di te…-.
-Ling e Choi stanno arrivando, madre.-, disse lei.
-Non c’è motivo di chiamarli. È finita. Ora tocca a te.-, sussurrò la donna morente, -Il Clan ha bisogno della tua guida.-. La giovane tacque, sopraffatta da quell’inaspettato onore.
Sorrise nonostante il viso le dolesse da morire. Sentiva la ferita bruciare come fuoco, come il dolore e la rabbia per il tradimento di Wumi.
Aiju espirò. Reclinò il capo. Achiko capì che era morta. Chiuse gli occhi della donna con una preghiera. Ma forse gli dei, sdegnati dall’incapacità dell’uomo di essere migliore, avevano lasciato il mondo a sé stesso. Si alzò. Guardò Qi. Stanco quanto lei. Distrutto quanto lei. Quando arrivarono i medici, constatarono che per Lady Aiju Mitsutune non c’era nulla da fare. Nessuno sprecò parole o gesti per Wumi. Il suo disonore aveva segnato il suo lignaggio. Tutti si volsero verso Achiko. In attesa di ordini.
La giovane fece due respiri. Annuì.
-Portate il corpo di quello spreco di vita.-, disse indicando i resti di Wumi, -Preparate mia madre per i riti funebri. E fate venire tutti.-, la ferita bruciava ma stava già cessando di sanguinare. Qualcuno le porse un fazzoletto. C’era molto da fare. Un’intero clan da riorganizzare.

Lucy attendeva seduta sul gabinetto. Attendeva piena di speranza, timore e un misto di sentimenti contrastanti. Perché non capiva. Non riusciva davvero a darsi una spiegazione a quel sentimento che aveva iniziato a nutrire. Quell’uomo l’aveva stregata, era divenuto una droga. La sua droga. D’altronde in quella città ne circolavano di ben peggiori.
-Allora, hai finito?-, chiese sua sorella bussando.
-No.-, rispose lei. Nervosa. Perché il risultato di quel test di gravidanza tardava. Perché se fosse venuto fuori che era incinta la sua professione sarebbe finita, almeno per un po’. Perché se non lo fosse stata tutto sarebbe tornato come prima. Cinque lunghi istanti dopo cedette: guardò il test. Esitò. Il risultato avrebbe potuto cambiare tutta la sua vita.
O non cambiare proprio nulla.
Non sapeva quale delle due eventualità la spaventava di più. Non lo sapeva. Sapeva solo che se fosse uscito che era incinta tutto sarebbe dovuto cambiare. E come spiegarlo poi? Decisioni da prendere, cose da chiarire, il suo lavoro da sospendere per… sei mesi? O qualcosa così. Un bel casino insomma. Avrebbe potuto significare la fame per la sua famiglia. Ma sarebbe anche stato bello… bellissimo. Per motivi che lei non avrebbe mai confessato, per un istante sperò. Poi abbassò lo sguardo. Negativo.
Annuì, buttò il test nel cestino, celandolo un po’ e aprì la porta. Si ricominciava.

La sera calò. Achiko era stanca, l’uomo lo vedeva bene.
Ma indomita. Gli sorrise. La cicatrice restava sul suo volto. Memento tangibile di ciò che aveva fatto ed era stata. Non l’aveva voluta cancellare. Non l’avrebbe cancellata mai.
Ma andava bene. Ad entrambi. Lui capiva. Quella cicatrice parlava. Più di qualunque suo tatuaggio. Si avvicinarono. Il crematorio era piccolo. Il corpo di Aiju Mitsutune bruciava tra le fiamme. Materia che ridiveniva energia. L’uno si riuniva al tutto, finalmente.
Achiko non piangeva. Lui però le mise una mano sulla spalla. Lei chinò il capo, inclinandolo verso di lui. Un muto cenno di ringraziamento.
Lui rimase a guardare il corpo bruciare. In quel momento avrebbe voluto credere che qualcosa ci fosse stato dall’altra parte. Che qualche forma di vita aspettasse tutti loro al termine della vita attuale. Gli avrebbe fatto piacere. Ma non c’erano certezze.
Rimasero fermi finché i fuochi non si estinsero. Poi tornarono alla residenza della famiglia Mitsutune. Lungo il tragitto l’uomo non aprì bocca. Non parlarono. Mangiarono in silenzio. Finché la notte non giunse e non rimasero soli, su uno dei balconi della tenuta.
-Qi, io volevo ringraziarti. Per tutto.-, disse lei. Lui annuì, sorrise.
-Sappi che farò sì che nessuno dei miei sottoposti venga a rompere le scatole dalle tue parti.-, disse lei ancora. Lui ci credeva: durante il pomeriggio la giovane aveva riunito l’intera gerarchia della Montagna Rossa, costringendoli ad accettare la sua leadership. Un pretenendente si era alzato per protestare. E lei l’aveva prontamente sistemato.
Nessun’altro si era opposto. E questo implicava la fine della problematica in Giappone.
Nulla tratteneva l’uomo laggiù. Lui lo sapeva, come lo sapeva lei.
-Però?-, chiese lui.
-Cosa?-, domandò la giovane. L’uomo sorrise.
-Hai ringraziato, fatto promesse, ma non hai detto nulla su di noi. Questo può essere perché non vuoi che ci sia un noi oppure per l’esatto opposto.-, disse. Achiko lo guardò.
-So che tu non puoi restare. Vorrei che potessi ma tu… Tu hai un compito da svolgere. L’hai scelto ed è tuo.-, disse lei, -Non ho modo o motivo di fermarti. Ma…-, si fermò.
-Ma vorresti che restassi, anche solo per pochi giorni. Anche solo per aiutarti a rimetterti a posto. Anche solo per noi.-, concluse lui. Lei annuì.
L’uomo rifletté. La Città era il suo fardello. Senza di lui… le cose sarebbero tornate come prima, una devastazione senza uguali, decadenza sfrenata e miseria asservita a potenti velati dietro cortine d’ombra e soldi. Lui soltanto si era eretto a fare da spartiacque tra il male e il bene. La polizia corrotta non l’aveva fatto. Moltissimi non ne avevano avuto la forza. Lui sì.
D’altro canto era stanco. Esausto oltre ogni dire. Le vacanze, nel suo mestiere, non esistenvano. Non sarebbero esistite mai. Ma almeno cinque giorni. Solo cinque fottuti giorni in cui poteva, almeno per una volta, pensare al sé presente e non al sé che ogni volta lo incalzava appena chiudeva gli occhi… Non era molto da chiedere, no?
Inoltre c’era Achiko. Già. Anche lei era parte della cosa. Non era amore tra loro, solo un’estrema consapevolezza. Una similitudine che trascendeva il loro essere. Erano, come avrebbe a suo tempo detto una sua amica, anime affini.
-Posso restare. Almeno per qualche giorno. Insomma, la Città è importante, il mio dovere è importante ma so che dopo quanto accaduto… Insomma, non sarà proprio semplice tornare là. Dovrò attendere che le acque si calmino.-, disse lui infine. Il viso di lei sbocciò in un sorriso. Si abbracciarono. Un lungo istante.
Poi lei lo baciò. Lui lasciò che fosse lei ora ad agire. Alzò appena una mano per accarezzarla. La giovane gli prese la mano, passò il polpastrello del suo indice sulla cicatrice. Brividi, di entrambi. Il passato non contava più, era morto. Il futuro ancora da scrivere. Ma il presente… Come un bastoncino d’incenso, la vita fluiva verso il Nulla.
End Notes:
Commenti, critiche o suggerimenti sempre al solito indirizzo:

aleessandromordasini@gmail.com
L'ultimo ordine by Rebis
Author's Notes:
Volutamente ma non troppo ispirato ai recenti accadimenti.
Raul Montoya si alzò. Erano le tre e sedici di mattina. Imprecò contro il rumore. Spari, da qualche parte in periferia. Però, contrariamente alle sue solite abitudini, acquisite durante la sua vita, non riuscì a tornare a letto. Era tornato. Quella era la Città.
“Uccidere Yuri Borykov non ha cambiato nulla…”, pensò. Si trascinò al tavolo da pranzo e bevve dell’acqua. Pareva invece che il Giustiziere avesse abbattuto diversi giapponesi.
La Yakuza aveva tentato di crearsi un feudo fuori dal Giappone. Il tentativo era finito male.
Nel sangue, per usare un eufemismo.
E lui? Il Giusitiziere era sparito. La polizia non l’aveva preso ma rivendicava l’operazione. Montoya sapeva bene che non era così. Adele Kingsword non aveva le palle per ordinare una retata di simili proporzioni. Ma che un uomo da solo avesse fatto una strage simile… Quello era veramente impressionante. L’ex poliziotto si sedette su una sedia.
Aveva lasciato la polizia per quello, per rendere migliore la Città. Ed aveva avuto successo, seppur marginalmente. Ma ora… Ora si sapeva di un tale Khassam Bakri, un gangstar algerino trapiantato laggiù. Stava lentamente iniziando a espandersi. Droga e traffico di donne. In effetti la cosa non lo stupiva. Montoya pensò che quell’uomo fosse prossimo a divenire un nuovo Yuri Borykov. Pensò che avrebbe dovuto fare qualcosa ma ricordava bene quanto gli fosse andata male quando c’aveva provato da solo a fare il vigilante. Tornò a letto.

Dopo una lunga mattinata la kapa sorrise: era riuscita a incastrare tre arabi strafatti, facendoli passare per una cellula dell’ISIS dopo averli riempiti di soldi. L’opinione pubblica si era felicitata per la cattura e, anzi, aveva proposto Adele per una medaglia civica l’indomani. Poi tutto avrebbe fatto il suo corso.
Adele Kingsword sospirò. Lasciare che le cose andassero come andavano era normale. La Città era un sistema che si autoalimentava. Lo sapeva lei e lo sapevano tutti quelli che, come lei, lo osservavano da una certa prospettiva. E la crudeltà umana è normale, alla fine dei conti. È lo stato naturale dell’essere umano.
Per questo, quando, alle sette di mattina, seppe di una sparatoria, non gli diede troppa importanza. Anzi, diede una maggiore importanza al fatto che Njala fosse temporaneamente assente. Per indagini proprie, aveva detto.
La kapa pensò che qualcosa non andava. Ma non riusciva a capire cosa. Eppure il suo sesto senso le diceva che qualcosa non andava. Decisamente.

Njala suonò per la seconda volta e finalmente una voce chiese chi diavolo fosse.
L’espressione letterale fu, effettivamente, “Chi diavolo è?”. Decisa a non tirarsi indietro lei si presentò come un’agente di polizia che stava indagando sui recenti avvenimenti.
E come previsto, Xian Wu non fu felice della cosa.
-Se ne vada! Non ho nulla da dire!-, esclamò. La nera sospirò, pensando che forse avrebbe dovuto fare diversamente. Ma decise di continuare.
-Signora Wu, è importante che lei risponda a queste domande.-, disse, bussando.
-Perché dovrei?-, chiese la donna. Njala ponderò la risposta.
-Perché credo che il futuro della città possa dipendere da questo.-, disse infine.
“E perché se non risponde la sbatto dentro, dannazione!”, ma quella parte non la disse.
Silenzio. Poi la porta, improvvisamente si aprì. La cinese dimostrava una quarantina d’anni ma aveva ancora un viso e un corpo appetibili. Le fece cenno di entrare.
-Allora. Mi dica.-, disse. L’ostilità era rimasta ma era subentrata una palpabile curiosità.
-Ho bisogno di sapere qualcosa su Bao Yi.-, disse Njala.
-Difficile. Posso dirle veramente poco. Non era il genere di persona che parlava dei suoi affari e io ero solo una rappresentante.-, ammise Xian. La nera notò come l’accento cinese fosse assente nelle frasi della donna. Una lunga permanenza all’estero? Forse.
Non importava, con un cenno del capo invogliò la cinese a dirle tutto quel che sapeva.

Raul Montoya passeggiava per le strade. Non sapeva neanche lui perché lo stesse facendo. Eppure, coi capelli tinti, lasciati crescere un po’ e con il giusto portamento, poteva considerarsi al sicuro dalle pauche attenzioni della polizia.
Entrò in uno snack bar. Il proprietario lo salutò. Ordinò un panino e una bibita.
Calcolò che i soldi non gli sarebbero durati ancora a lungo.
Sospirò. Perché era tornato? Non poteva restarsene in Portogallo ed essere felice?
In un flash ricordò. Era tornato perché tutto sommato quella città era la città a cui era stato assegnato. La sua punizione per aver creduto di poter essere sopra le maledette regole.
Il panino tardava ad arrivare.
Ricordava la sera in cui, credendo di poterselo permettere si era fatto di coca con una collega. Li avevano beccati a scopare nello spogliatoio… Lei, la sua condotta già disdicevole a causa di comportamenti poco etici, era stata radiata dal dipartimento, buttata fuori a calci in quel culo che lui stesso aveva ampiamente esplorato fino a poche ore prima. Ma lui… Lui era stato mandato a casa. Con scherno.
Per poi venire riassegnato alla Città. Col senno di poi avrebbe preferito dover consegnare il distintivo. Cosa che, alla fine, aveva fatto. Raul Montoya. Ex poliziotto, ex detective, ex uomo capace di guardarsi allo specchio. Non era più molte cose ma ora cos’era?
Chi era?
Avrebbe voluto avere una risposta. Il panino arrivò e lui cercò di sopprimire quei pensieri.
Ma anche mentre mangiava non poteva fare a meno di pensare che forse tutta la sua vita fosse così, un continuo non-sapere. La domanda persisteva.
E lui non trovava risposta.

Lucy bazzicava quella zona per mera disperazione. Era un po’ che non trovava clienti. E lei sapeva bene che un solo giorno senza lavorare era un giorno senza cibo.
Per lei e per sua sorella… E per sua figlia…
D’altronde poteva sempre cercare un’alternativa. Un modo per tirare avanti…
Ma quale? Lei sapeva fare solo quello e quel che temeva in cuor suo era che anche sua sorella e sua figlia prima o poi sarebbero finite a fare quel mestiere.
Dio sapeva quanto le costava mentire. Mentire ogni giorno… Era un peso.
Scacciò quei pensieri e addocchiò un potenziale cliente. Gli sorrise.
Lui passò oltre, preso improvvisamente da una telefonata che pareva di lavoro.
Cazzo!

-Bao Yi gestiva l’Airone Selvatico ma tutte noi sapevamo che c’era sotto qualcosa… Lei aveva pagato la nostra istruzione, il nostro visto… Tutto. Io e molte altre siamo come siamo grazie a lei.-, disse Xian. Njala pendeva dalle sue labbra. Ascoltava ogni parola.
-Ma quando iniziammo a lavorare fu chiaro che non era esattamente chi credevamo fosse. L’avevamo creduta una benefattrice. Un’imprenditrice. In realtà… Molte di noi divennero sue ancelle, drogate di oppio… Mentre io… Io divenni una sua assistente. Una messaggera.-, continuò. Njala sentì di aver bisogno di chiarire quel punto.
-Ancelle?-, cheise, perplessa, inarcando un sopracciglio.
-Ancelle. Erano anche le sue amanti. Bao Yi era bisessuale.-, confermò Xian, -io, mai avuto il piacere. Lei mi usava per recapitare messaggi. Soprattuto ad Anthony Jackson.-.
“L’ex capo della polizia. Quello che si è suicidato dopo aver ucciso l’amante…”, ricordò la nera. Accavallò le gambe, più per nervosismo che per altro. Sapeva di essere prossima a una rivelazione. Un nuovo livello di verità stava per esserle svelato.
-E che messaggi erano?-, chiese, trepidante.
-Non lo so. Non mi era concesso leggerli ed ero ubbediente. Soprattuto dopo che Bao Yi aveva fatto scuoiare una di noi per aver letto un messaggio.-, disse Xian.
-E Jackson…-, riprese Njala.
-Ah, lui. Bao ci cacciava sempre quando lui arrivava da lei. Parlavano a lungo da soli. Ma poi… Poi ci fu il fattaccio.-, disse lei.
-Il Giustiziere?-, chiese la nera. La cinese annuì.
-Uccise un pusher. La polizia avrebbe dovuto indagare. Bao Yi mandò Xiu Jin, una sua assistente, ad assistere Jackson.-, disse Xian.
“Quindi era una di loro… Possibile che…”, l’ipotesi che attanagliava la mente di Njala si fece sempre più concreta. La giovane si diede un contegno bevendo dal bicchiere d’acqua che la donna le aveva offerto.
-E alla fine Jackson la uccise. Non so bene il perché. A detta di Bao Yi, Xiu era in una botte di ferro. Non le sarebbe accaduto niente.-, disse con calma Xian.
-Anthony deve aver scoperto la reale attività di Bao Yi… Vendeva droga, vero?-, chiese Njala sfruttando il ricordo chiaro come fuoco del suo dialogo col Giustiziere.
-Sì.-, ammise Xian, -Ma… anche lei era una vittima.-.
-Cosa vuole dire?-, chiese la poliziotta.
-Che tutti siamo ostaggi del nostro passato. Bao Yi era quello che era perché non poteva essere altro. I Buddhisti lo chiamano Karma.-, rispose la cinese.
-Ma allora perché spararsi dopo aver ucciso Xiu… Poteva anche solo arrestarla… A meno che…-, il ragionamento ad alta voce di Njala giunse presto a compimento. Finì com’era iniziato. Con stupore.
-Lui lavorava per lei!-, esclamò. “Certo! Farebbe quadrare tutto… Incluso il messaggio alla moglie. A meno che non fossero stati amanti. A ben pensarci, l’uno non esclude l’altro…”.
-Possibile. Non mi sarei mai spiegata il suo atteggiamento sottomesso. Ma è anche vero che Bao Yi aveva una personalità molto forte. Era carismatica ma intransigente e soprattutto, riteneva che il mondo si dividesse in due categorie: le persone forti, capaci di ribellarsi, e quelle che non lo erano. Ed Anthony faceva parte del secondo tipo.-, rispose Xian. Njala annuì.
-Almeno fino a che non ha premuto il grilletto.-, aggiunse la poliziotta. Ma ora aveva un dubbio. Un dubbio che non sapeva davvero come esprimere.
-Bao Yi era legata ad altri, giusto?-, chiese.
-S’innamorò molte volte ma non permise mai all’amore di accecarla. Finché non arrivò il Giustiziere.-, confermò Xian. La giovane scosse il capo.
-Non ha capito. Intendo dal punto di vista finanziario, lavorativo… C’erano altre persone influenti in città. Persone che stanno cadendo come mosche, rivelandosi dei gangstars. Bao Yi era in combutta con loro?-, chiese.
-Non lo so. È possibilissimo. Gestiva una rete notevole. Ma non saprei.-, ammise Xian.
Njala annuì. Era tutto. Non aveva altro da chiedere e sapeva di essersi assentata dal suo posto di lavoro abbastanza. L’idea dell’indagine andava bene ma era certa di star scoperchiando un Vaso di Pandora. Si alzò e ringraziò.
D’altronde era anche vero che la verità ormai andava cercata in qualche modo, anche se ai piani alti dubitavano, tentennavano, negavano.

Il quartiere era sempre quello. Riconosceva casa sua, ancora leggermente rovinata ma abitabile. Riconosceva le bruciature. Ecco. Quello era stato il bel ringraziamento per anni di fedele servizio. Un killer prezzolato mandato a ucciderlo.
“Tante grazie di niente, troia!”, pensò all’indirizzo della bionda che l’aveva portato a licenziarsi. E ora era lì. Perché diavolo c’era tornato?
Perché non riusciva a credere di aver già finito. Doveva esserci dell’altro.
Doveva. Non era ancora vecchio, non aveva ancora finito. La Città era ancora marcia.
Dribblò oltre un vicolo. E sbatté contro un tizio. Sudamericano abbastanza muscoloso. Girava in canottiera e pantaloni. Il tempo lo permetteva. Niente di strano.
-Caralho, puto! Chinga de tu madre!-, gli sbottò addosso lui. Montoya lo superò.
Inutile prendersela, si disse, non ne valeva la pena.
Sbucò oltre il vicolo. Cazzo!
Due tizi vestiti uguali al primo, che peraltro gli sbucò alle spalle.
-Allora, coglione, devi imparare il rispetto!-, esclamò uno di loro. Quello alle spalle di Montoya lo bloccò con una presa.
-Chiedi scusa e finirà tutto. Ah, e magari un po’ di soldi… non ti spiace, vero?-, chiese.
Il sudamericano che pareva a capo della gang alleggerì Raul del suo portafoglio.
E gli mollò un destro in pancia che gli fece quasi vomitare il caffè. L’altro smise di tenerlo e lo lasciò cadere. Due calci lo costrinsero a raggomitolarsi su sé stesso. Il trio se ne andò.
Montoya rimase fermo, come un bambino in attesa della notte, sperando che una madre giungesse a consolare il suo dolore. Ma nessuno sarebbe giunto. Il petto gli doleva ma niente di serio. Nulla di rotto. Si rialzò a stento. Decise.
Prese un ciottolo smosso delle dimensioni del suo pugno. Si sarebbe ripreso il portafoglio.
Si gettò all’inseguimento, ignorando il dolore. Raggiunse i bastardi in un androne poco lontano, vicino a un canale in secca.
-Ehi, il coglione è tornato!-, esclamò quello di loro che pareva il capo.
-Troppo tardi! Abbiamo già speso i soldi!-, esclamò un altro agitando una bottiglia.
Alcool. Montoya ci avrebbe scommesso la vita. Meglio.
Si avvicinò ancora. Non minaccioso ma calmo. In realtà dentro di sé ribolliva.
-Vattene, coglione. Non c’è niente per te.-, disse uno dei tre alzandosi. La pietra lo centrò alla tempia e quello cadde. Steso. Forse morto. A Montoya non importava.
A lui premeva riavere il suo fottuto borsello o quantomeno un’equivalente soddisfazione. Uno dei latinos invertì la presa su una bottiglia mentre l’altro gettava la sigaretta e avanzava per unirsi alla rissa. Raul schivò la bottigliata e il calcio che seguì. Bloccò il colpo con la bottiglia e la strappò di mano al tizio che la brandiva prima di centrarlo in piena testa. Crack! la bottiglia quasi si ruppe o forse fu il cranio dell’idiota. A lui non importava. L’ultimo travolse Montoya come un treno. Lo gettò a terra. L’ex detective perse la presa sulla bottiglia. Rotolò per evitare calci tirati con più rabbia che altro. E arrivò vicino a un mozzicone di sigaretta, ancora acceso.
Lo afferrò e si rialzò. Tirò un pugno a lunga distanza, l’altro schivò. Sorrise.
Il sorriso divenne un urlo quando Montoya gli sfregò la sigaretta ancora incandescente sul viso. L’uomo urlò, perse qualche istante a indietreggiare. E l’ex poliziotto lo riempì categoricamente di botte. Pugni, calci. Finì solo quando l’altro parve incosciente poi recuperò il maltolto e se ne andò.
Indeciso su cosa fare, andò verso il centro. Camminò un po’ sentendosi bene nonostante tutto. Aveva fatto giustizia per sé. Gli andava benone. Fanculo, quegli idioti pieni di alcool e droga e si credevano i padroni del mondo. Non erano nemmeno i padroni di sé stessi. Gli venne da ridere. Non si trattenne.

Khassam Bakri guardò quella scena. Patetica. Il trio era stato pestato. Da un uomo che aveva osato alzare la testa.
-Sapete chi era quell’uomo?-, chiese Bakri. Il capo del trio alzò lo sguardo, il viso deturpato da una bruciatura che gli sfregiava la guancia.
-Un pazzo… Capelli biondi, lunghi, barba corta… Scopriremo dove vive, capo! Gliela faremo pagare.-, disse. Bakri annuì distrattamente. Aveva ben’altro a cui pensare.
Presto sarebbe arrivato un compratore. Per della droga. Un bel po’ di oppio venuto direttamente dall’Afghanistan. Roba di qualità. Lasciò il trio ai suoi affari.
Ogni giorno Bakri rigraziava Allah per per avergli permesso di arrivare sin lì. A colpire il Grande Satana diritto al cuore. Ma prima di farlo, doveva procurarsi una cosa.
Poi avrebbe mostrato a tutto il mondo cosa poteva fare un’uomo deciso a vendicarsi.

Montoya sospirò. Era stanco.
Aveva fatto un bel giro tutto sommato ma ancora non se la sentiva di tornare a casa.
Notò un paio di ragazze sui marciapiedi. Le vesti non davano adito a dubbi per quanto riguardava la loro professione. Ma per quel giorno non era lì per loro.
Superò un paio di prostitute, arrivando in una piazzetta. Arrivò a un condominio. Suonò.
-Sì?-, chiese una voce. Anziana. Vecchia.
-Sono io.-, disse Montoya. La porta si aprì. Montoya entrò, senza accorgersi di essere spiato. Il ragazzino che lo spiava corse a ritroso sino al terzetto di sudamericani. Il gruppo aveva fatto campo in un bar. Stavano ammazzando il tempo in attesa del suo ritorno. Il ragazzino riferì tutto. Il drappello si mosse.
Ma tutto questo Montoya non lo vide o lo seppe, entrò. Eccolo lì. Suo padre.
Morente. Prossimo a venire ucciso da una malattia spietata che non dava tregua a nessuno. Rimasto ad ammuffire dopo anni di sofferenza e sacrifici. Appena aveva saputo del trasferimento di Montoya si era spostato in Città, con suo figlio.
Rimase a guardarlo per un lungo istante, era sdraiato su un letto. Flebo, elettrocardiogramma, meccanismi per la dialisi lo attorniavano e attraversavano.
Per tenere in vita un’uomo ormai condannato a una delle morti peggiori mai concepite.
Montoya si sentì male. Male davvero. Che diritto aveva ancora lui a essere lì? Aveva deluso suo padre in modo terribile. Lo guardò. Ricordò quando, a cinque anni, gli aveva detto che sarebbe diventato un poliziotto e avrebbe fatto giustizia. Come no!
Avrebbe pianto in un momento simile. Com’era possibile? Perché una simile ingiustizia?
Nemmeno ricordava quante volte aveva maledetto il dio dei suoi padri prima di dargli definitivamente le spalle. Perché per lui, una malattia e una morte simili inflitte a un uomo che non le meritava, erano puro e semplice sadismo e se c’era un dio, beh allora il sadico doveva per forza essere lui.
L’infermiera, Rosalinda Perez si fece avanti, interrompendo le sue riflessioni.
-Come sta?-, chiese Montoya.
-Come sempre. Male. Il tumore ha raggiunto il fegato e sta ora aggredendo l’intero apparato digerente.-, disse lei. Sempre stata accademica, distaccata. Lui annuì.
-Quanto tempo?-, chiese.
-Non lo so.-, ammise lei, -A detta della dottoressa… qualche mese. Ne avrà fino a quest’autunno ma non so dirle quanto questo sia un bene.-.
-Non possiamo fare qualcosa?-, chiese Raul. In realtà già conosceva la risposta.
-I cicli di radioterapia e chemioterapia l’hanno già debilitato pesantemente. Stiamo cercando di considerare le asportazioni chirurgiche delle metastasi ma è qualcosa per cui servirebbe molto denaro.-, disse Rosalinda.
Lui sospirò. Soldi, potere. La Città si fondava su quello ma non ne concedeva ad alcuno.
E lui non era sicuro di volerlo.
Sospirò. Gli aveva promesso di essere un poliziotto e aveva fallito. Ma gli aveva anche promesso che avrebbe fatto giustizia. In tutto e per tutto. E non aveva ancora finito.
-Prima di metterlo il coma farmacologico, mi ha detto di darle questa.-, disse l’infermiera.
Gli diede una scatola da scarpe. Pesava parecchio.
Raul Montoya la aprì. Trovò una pistola e una lettera manoscritta.
Lesse.
“Caro Figlio. So che non mi troverai al massimo della forma quando ci rivedremo. Ho tenuto duro per anni. Ma non sono mai stato un buon poliziotto e spero che tu possa fare di meglio. So che in questa città polizia e giustizia non sono sinonimi. Ti chiedo allora di fare quel che va fatto. Anche se ai tuoi superiori non piace. Prima di finire qui, ricoverato al mio stesso domicilio, aveva sentito parlare di un tale Bakri. È un bastardo. Ma è ammanicato, si direbbe. So che tu hai lasciato la polizia. Le ragioni non mi interessano. M’interessa, considerala come un’ultima richiesta, che tu faccia giustizia. Khassam Bakri nasconde qualcosa. Io ho indagato su di lui per due anni prima di finire così. Diciamo che non mi convince per niente. Porta a termine il mio lavoro, Raul. Fallo per tutti quanti.
Papà.”.
Raul si accorse di avere gli occhi lucidi. Lacrime gli caddero dagli occhi, strariparono come un fiume che rompe gli argini. Come aveva potuto arrendersi?
Non poteva, non doveva. Quella lettera era un segno. Non era finita. Non ancora. Annuì. Prese la pistola. Una M9. Controllò che fosse carica. Lo era. Suo padre gli aveva dato un ultimo, disperato ordine. Suo padre. Poliziotto fino alla pensione. Suo padre che alla fine aveva dovuto deporre le armi.
Annuì.

Njala rientrò in centrale. Erano le tre di pomeriggio.
Salutò tutti e s’infilò in ufficio. Collegò Bao Yi a Mikhail e Yuri Borykov tramite una linea tracciata con la matita. Ci mise un punto di domanda sopra.
C’era un trait-d’union ma non riusciva a capire quale fosse. Erano solo attività criminali? O c’era dell’altro? Per quanto riguardava Borykov sicuramente c’era dell’altro ma Mikhail? Ed El Rey? Lui doveva essere solo uno sgherro… O no? Forse El Rey agiva da contatto, da collegamento tra due organizzazioni criminali… lo scrisse su un quaderno di appunti.
Afferrò una bottiglia d’acqua. Bevve. Si mise al computer. Lo accese. Cercò notizie su Augustus El Rey. Nulla di attendibile. Poi ricordò. La scientifica aveva rilevato parecchia roba il giorno in cui avevano trovato quel massacro alla villa. E se era vero che Montoya (allora a capo delle indagini) non poteva rispondere alle sue domande, sicuramente qualcuno della scientifica poteva farlo. Si diresse di sotto.

Montoya uscì. Suo padre gli aveva dato un’ordine e lui non aveva la benché minima idea di come eseguirlo. Ma l’avrebbe fatto. Non era disposto a veder morire finanche quel desiderio di suo padre. Avrebbe spedito Bakri all’inferno.
Con la pistola alla cintura si sentiva improvvisamente più consapevole, come se fosse tornato in possesso di un senso perso della sua esistenza. E fu quello stesso senso a fargli capire di essere seguito. Fece sì che lo seguissero sino a uno spiazzo isolato.
-Ehi, coglione!-, esclamò una voce. “Ancora?!”. Già, proprio loro. Continuò a camminare.
-Sei sordo? Fermati!-, gli urlò un altro di loro. Lui si fermò. Prese la pistola. Tolse la sicura.
E si girò. I tizi brandivano mazze da baseball. L’unico di loro che aveva una pistola ce l’aveva infilata nei calzoni. Fu il primo a beccarsi un piombo da Montoya. Colpito in pieno petto si abbatté a terra. Silenzio tra gli altri.
-Sì?-, chiese l’uomo. Panico puro tra gli altri. Fuggirono.
-Bene. Solo tu ed io.-, disse Raul. Si avvicinò all’uomo. Tanto valeva capire chi li mandasse. Il tizio era morto. Poco male. Ma c’era un biglietto. Scritto malissimo e a mano.
C’era però la firma di Bakri sull’altro lato. Sorrise. Una prima traccia. Si affrettò ad andare.

Adele Kingsword riteneva quella situazione una seccatura. Che un dannato latino fosse morto non gliene importava granché. Ma quel che era strano era un’altra cosa: il recente traffico di merci tra la base di Khassam Bakri e qualcun altro. Chi?
Personalmente Adele non si fidava di Khassam. Sebbene non avesse mai dato problemi, lei ipotizzava che fosse un radicale. Un terrorista.
E che presto avrebbe fatto la sua mossa. Meglio capirci qualcosa in più. Alzò il telefono e fece qualche chiamata ai suoi informatori. Non solo. Terminate le chiamate qualche minuto più tardi, convocò Njala.
La nera si presentò poco dopo. Appariva abbastanza energica, o era nervosismo?
Adele non lo sapeva. Non ne aveva la benché minima idea.
-Dov’eri?-, chiese soltanto.
-Seguivo una pista. Nell’ambito dell’indagine sul Giustiziere.-, disse Njala.
-Uhm. Una pista promettente?-, chiese con interesse Adele. Era anche suo compito evitare che la giovane scoprisse troppe cose. A dispetto della sua utilità (e della sua bravura a letto) sarebbe stata pericolosa se fosse venuta a conoscenza dei suoi legami col Consiglio dei Sedici, (che ormai, tra l’altro, dei Sedici aveva solo il nome).
-Probabilmente.-, ammise l’altra, -Credo che il Giusitiziere stia colpendo un giro di criminalità organizzata o più organizzazioni strettamente connesse tra loro.-, ipotizzò.
-Uhm.-, quello non era un bene: Njala aveva già ipotizzato l’esistenza del Consiglio.
“È sveglia. Troppo, per il suo bene.”. E questo le fece capire che doveva distoglierla da quella pista. O quantomeno corromperle l’indagine.
-Dubito esista qualcosa di simile. Accordi occasionali, sicuro ma un vero e proprio consorzio del crimine… Njala, siamo seri! In questa città sono tutti squali e si azzannano alla gola ogni due minuti. Dubito esista una simile alleanza.-, disse Adele.
-E lei cosa suggerisce?-, chiese con calma la nera.
-Te l’ho detto. Accordi occasionali.-, rispose la bionda, stando sulle sue.
La giovane parve titubare. Adele lesse un’incertezza nei suoi occhi.
-Che altro hai scoperto?-, chiese.

Njala sospirò. Dirlo o non dirlo? Decise per la seconda. Almeno per ora.
-Non ho ancora prove certe. Ma c’è una tesi che potrebbe aprire nuovi sviluppi. La prego però di darmi un po’ di tempo per trovare qualche altra prova.-, disse. Adele annuì.
Sorrise.
-Naturalmente. Hai tutto il tempo che ti serve. Ma dammi del tu. Te l’ho già detto.-, rispose la kapa con un altro sorriso. Un sorriso che, al pari del primo, fece sentire Njala terribilmente a disagio. Ma il colloquio terminò e la giovane poté tornare a dedicarsi alla sua indagine. Tornata nel suo ufficio, scartò e divorò una barretta energetica ai cereali pensando che, nel bene o nel male, stava per infilarsi in un casino di dimensioni incredibili.
Pensò per un istante che se quel giorno avesse arrestato il Giustiziere invece di lasciarsi convincere a lasciarlo libero, sarebbe stato meglio per lei. Ma lo sarebbe davvero stato?
Nakamura e i suoi erano mafiosi e grazie a lui erano stati eradicati. Senza di lui…
Rabbrividì. Non voleva nemmeno pensarci.

Un semplice biglietto. La firma di Bakri in caratteri occidentali su un lato, il resto dietro.
“Ore 18.40, Greenwood Park, mi riconoscerai dal cappellino blu. A.”.
Semplice. Certo. Come il piano di Montoya. Presentarsi a quell’appuntamento e far parlare il contatto del tizio su quel che sapeva riguardo Bakri.
Montoya prese un bus e dopo poco tempo arrivò al parco.
Alberi smorti quanto i cittadini che si riposavano pigramente sotto di essi. Una città priva di qualunque iniziativa o voglia di vivere. Come i suoi abitanti… Tutti stavano diventando zombie. Era questa la cosa brutta. Morti viventi, affamati di falsa linfa vitale.
L’uomo, il Giusitizere, aveva visto quella verità, l’aveva fatta sua, decidendo di essere qualcosa di più che un morto vivente in attesa della serata in cui sballarsi.
Montoya era esattamente uguale. Avrebbe trovato Bakri. E poi…
Poi avrebbe cercato di capirci qualcosa in più, cosa che non gli era riuscita molto bene.
E poi lo vide. Il contatto. Tacchi bassi, una mise disastrata. Pantaloncini quasi inguinali, t-shirt nera con una scritta irriverente che non si curò di leggere. Sguardo attento e, soprattutto, il cappellino blu.
Montoya quasi prese un colpo: il contatto era Ainhoa, la tossica che lui aveva salvato. Paradossale. Comunque gli facilitava le cose.
Si avvicinò.
-Buonasera.-, disse. Lei gli rivolse uno sguardo allucinato. Lui si domandò se lei fosse ancora in grado di riconoscerlo. Dopotutto lui l’aveva lasciata in possesso di un notevole quantitativo di coca. Quella ragazza probabilmente se n’era già fatta una buona metà se non di più. In verità, l’uomo era sorpreso che lei fosse ancora viva. Inoltre i capelli…
-Raul… Montoya?-, chiese lei, titubante. Lui annuì. La reazione di lei fu improvvisa. Gli puntò una pistola contro, una Derringer. Piccola ma letale a quella distanza. Lui cercò di riderci sopra consapevole che non sarebbe mai riuscito a sparare prima che lo facesse lei.
-Immagino che non sei felice di vedermi, eh?-, chiese. La ragazza lo fissava con uno sguardo aggressivo ma stranamente calmo. Poi gli sorrise. Un sorriso crudele.
-L’ultima volta che ti ho visto mi hai mandato a puttane la vita. Dammi una buona ragione per non spararti.-, ribatté lei. Lui tornò serio.
-Perché rischieresti di veder arrivare qui la polizia. Quell’arma non è silenziata. Fa rumore. E il rumore attira la gente.-, disse con calma Raul. La tossica sospirò.
-Cazzo. Odio quando dici cose che hanno senso.-, sibilò.
-Cioè sempre. Sei in debito con me per quella faccenda. Sono venuto a riscuotere.-, puntualizzò lui. Ainhoa sospirò di nuovo. La pistola si abbassò.
-C’è un carico. Oppio afghano. È in un magazzino a Hilltop. Io ho le chiavi. -, disse.
-Come hai fatto?-, chiese lui. La curiosità era più forte che mai.
-Mi sono arrangiata. È stato un po’ un casino dopo che sei uscito di scena. Ho avuto scazzi con almeno cinque persone. Abito ancora in quella casa. Poi ho trovato qualcuno. Hasan. È morto due giorni fa. Un proiettile in un polmone. Ne ho preso il posto. Stupido coglione...-, era cambiata. Montoya lo notò. Non tremava quasi. Era indice di miglioramento. O forse no…
-Naturalmente mi faccio molto di meno.-, chiarì lei. Lui annuì.
-Il magazzino…-, iniziò lui.
-Vicino a casa mia. Ci andremo stanotte.-, disse, -Ho tutta l’intenzione di sferrare un colpo da k.o. agli idioti che lavoravano per Hasan e tu puoi essermi utile. Bastardi figli di puttana…-, masticando insulti e imprecazioni, la giovane marciò verso una fermata del bus. Montoya sospirò.La sua vita, bene o male, era tornata su un binario noto. E non gli dispiaceva per nulla.Anzi… Ainhoa a ben pensarci pareva avere una contesa con quel tale Hasan che, probabilmente era amico o uno sgherro di Bakri. Arabo lo era ma la provenienza non garantiva nulla. Comunque, poteva cercare di sfruttare la cosa.

Khassam Bakri era un uomo molto impegnato. In quel momento più che in altri.
Il compratore annuì. La trattativa aveva preso una buona parte del pomeriggio e della sera. Il trafficante fece servire del thé da una giovane araba dagli occhi truccati dal khol, vestita succintamente ma abbastanza da non risultare oltraggiosa agli occhi di gente dalle troppo rigide convinzioni religioso-morali. Apprezzando il thé, l’altro gli passò una valigia. Bakri l’aprì. Banconote. Specificatamente quelle che ancora gli servivano per pagare ciò che doveva comprare per avverare il suo piano.
E poi, il Grande Satana avrebbe tremato. Sorrise e mangiò un dattero accompagnandolo col thé mentre il suo ospite si profondeva in ringraziamenti.
Dopotutto, Bakri era benedetto dall’Altissimo. Lui ben lo sapeva, erano anni che lavorava sotto il naso del nemico e nessuno ancora se n’era reso conto. Avrebbe continuato così.

Adele pensò che il rapporto non era dei migliori. Per nulla.
Khassam Bakri. Arrivato coi genitori all’età di quattro anni dall’Iraq. Perse il padre per un infarto a sette. La madre venne uccisa in una sparatoria quando lui era dodicenne.
La morte dei genitori lo fece avvicinare alla religione ma anche al mondo del crimine. Inizia a spacciare droga a sedici anni. Uno dei tanti. Erba, all’inizio. Poi roba più grossa.
A ventuno commette probabilmente un omicidio. Una donna, Fatma al-Barani, uccisa con un coltello da cucina per la carne. Tredici coltellate di cui tre o più fatali al petto.
Arma del delitto, mai trovata. Il corpo stesso fu recuperato in una foresta fuori città. Comunque la donna conosceva Bakri, il quale si fece un paio di notti in cella finché l’accusa non crollò per mancanza di prove.
Altri omicidi e spaccio. Una discesa agli inferi durante la quale Khassam aveva creato la sua organizzazione. E alla fine… l’omicidio di Malik Nabir al-Anbari. Un famoso cantante arabo molto occidentalizzato. Il genere di persona che gli integralisti non riuscivano proprio a tollerare. Ma in ogni caso, Bakri non aveva lasciato tracce. Era stato bravo.
Ma bravo non significava invincibile. Adele alzò il telefono. Chiamata in arrivo. Rispose.
-Montoya è tornato in Città.-, disse una voce non identificabile.
Adele annuì. Se lo aspettava. Nessuna sorpresa da quel lato. La sorpresa arrivò dopo.
-Ma questa volta può persino tornarci utile. Khassam Bakri è un bastardo deciso a fare una strage. È un fondamentalista. Io lo so come sono sicuro lo sai tu.-, disse la voce.
-E vorresti che io usi Montoya per toglierlo di mezzo.-, concluse Adele.
-Hai carta bianca. Ma Khassam deve morire.-, rispose il misterioso interlocutore.
La chiamata cadde. Adele comprese che quella sera avrebbe avuto parecchio da fare.

La casa del pusher morto, o meglio, la casa di Ainhoa era un casino all’ennesima potenza.
Sacchi di spazzatura in attesa di venire buttati. Piatti e stoviglie varie accampate a regnare sul lavello. Il tavolo pieno di cianfrusaglie che andavano dalle riviste alle piste di coca.
Cibo? Oh, lei si limitò ad allungargli una fetta di pizza. Fredda.
Lui si limitò a metterla in forno. Pregando che il suddetto non fosse pieno di chissà quale schifezza perfettamente all’altezza di un’arma battereologica.
La giovane scrollò le spalle e, una volta pronta, iniziò a mangiare la pizza. Fregandosene bellamente di possibili batteri letali. D’altronde non c’era da stupirsi. Era da quando aveva sedici anni che scopava, pippava coca e si ubriacava nei peggiori anfratti della Città.
Se non era ancora morta, probabilmente sarebbe vissuta in eterno. Lo stesso non valeva per lui ma Raul Montoya ci mise una pietra sopra quando si sentì affamato. Mangiò. Imponendosi di ignorare dubbi di sorta.
Non parlarono. E di cosa? Erano due per la strada, lo erano sempre stati. Lei eternamente alla ricerca di sballo, lui eternamente alla ricerca di una sua dimensione.
Non avevano nulla in comune, salvo la ricerca.
E un momento così, in cui erano soli a mangiare. In verità c’era stato di più. Ma sia lui che lei sapevano bene che non era stato amore ed a entrambi andava bene così.
Inutile soffrire.
Attesero ancora qualche istante. Poi lei si alzò in piedi, prese la Derringer e un po’ di proiettili. Se li infilò nelle tasche dei calzoncini e uscirono.

Njala guardava la TV. O meglio guardava una serie TV che non stava seguendo, la mente spenta vagava in pensieri vacui. Sempre meglio che continuare a pensare a tutto lo schifo che le era piovuto addosso negli ultimi tempi, perché in definitiva tutto stava scivolando verso il baratro.
Lei lo sapeva, lo sapeva con una chiarezza illuminante al di là di ogni dubbio.
E non riusciva a capire come muoversi. Cosa fare o come farlo.
Poteva solo stare ferma ad aspettare che tutto accadesse. Come alla fine gli uomini erano costretti a fare dal decreto di qualche dio in cui lei non aveva mai creduto sebbene sua madre avesse tentato di inculcarle la religione in testa sin dall’età di sei anni.

Raul Montoya e Ainhoa divennero come ombre nelle ombre.
Il magazzino era poco distante. Nessuna guardia. Tutto normale.
I due oltrepassarono un paio di negozi chiusi e un androne. Nessuno in giro. In quella zona della Periferia, stare in giro a quell’ora poteva essere un invito a essere rapinati o peggio. Inoltre, Montoya poteva capire che dopo l’epurazione degli Yakuza la gente preferisse restarsene chiusa in casa propria. Meglio così, tutto sommato.
Lui non voleva spettatori. Non era uno spettacolo per famiglie.
Ainhoa estrasse la chiave. La girò silenziosamente nella serratura. Uno scatto che la fece rabbrividire fece capire a entrambi che la porta era aperta. Aprì. Lentamente.
Entrarono. Un corridoio buio si snodava davanti a loro. Prima stanza. Porta inesistente, divelta dai cardini tempo prima. Ainhoa accese una torcia a batteria.
Stanza vuota, fatto salvo per delle scatole di cibo. Roba generica.
Evidentemente quel posto era abitato. O lo era stato. Montoya controllò la scadenza di quella roba. Erano ancora commestibili e intatte. Uscirono dalla stanza. Entrarono nella camera parallela a quella. Due casse. Montoya ne aprì una. Anche nella semi-oscurità vide gli occhi di Ainhoa farsi lucidi e grandi. Cocaina. Probabilmente già raffinata. La ragazza la guardò. Poi guardò Raul. Lui annuì. Se ce ne fosse stato il tempo ne avrebbero trafugata un po’. Non poté fare a meno di biasimarsi: voleva ripulire la città ma stava contribuendo alla nascita di una criminale. In ogni modo, si disse, Ainhoa non era cattiva.
Era una consumatrice e forse una spacciatrice ma non del calibro di Bakri. E se lo fosse divenuta, lui avrebbe sicuramente saputo (e dovuto) porvi rimedio.
Corridoio. Passi lenti. Arrivarono alla terza stanza. Un tizio dormiva su un materassso.
Montoya s’irrigidì. Ecco la parte che odiava. S’impose freddezza. Spietatezza.
La pistola in pugno, si avvicinò all’uomo. Lo scrollò.
L’uomo si svegliò in un incubo. Montoya sorrise.
-Prima regola: io faccio le domande.-, disse.
-Che cazzo vuoi?-, chiese l’altro. Si trovò a fissare da più vicino la M9 dell’ex detective.
-Abbiamo poca memoria per le regole, vedo.-, disse. Silenzio. Bene.
-Seconda regola: non rispondi, io inizio a sparare.-, aggiunse.
-Ti dico tutto… Tutto quello che vuoi…-, piagnucolò l’uomo.
-Dov’è la droga?-, chiese Ainhoa. L’uomo la guardò con un misto di paura, lussuria e incredulità. La giovane gli piantò la Derringer davanti agli occhi, spianata.
-Allora?-, chiese Montoya.
-Nel sottoscala.-, sussurrò l’uomo. Montoya annuì. Socchiuse gli occhi. E rischiò di morire.
L’uomo estrasse un coltello. Venti centimetri di lama. Abbastanza per uccidere.
Raul imprecò. L’altro scansò il suo braccio armato. Rischiò di disarmarlo.
E cadde all’indietro, centrato dalla Derringer di Ainhoa in pieno petto.
-Porco cazzo!-, imprecò la giovane, -È possibile che con te in giro ci scappi sempre il morto?!-, chiese.
Montoya stava per rispondere quando notò un ombra. Agì d’istinto: si buttò contro la ragazza e caddero. Per puro istinto aveva ripreso in mano la pistola. Sparò. La figura cadde lamentandosi, grugnendo. Colpi alle caviglie e ai polpacci. Tre.
Montoya si rialzò. Il tizio lo ingiuriò in arabo.
-Khassam Bakri ha mandato qualcuno.-, dedusse Raul.
Altri insulti definibili come tali dalla pronuncia e dalle espressioni facciali.
Il tizio era un magrebino. Tatuaggi da duro sulle braccia. Una sura coranica dipinta su una mano. La sua pistola, un revolver nuovo fiammante, 44. Magnum, era caduta poco più in là. Montoya si avvicinò.
-Non ci metto niente a farti desiderare di morire. Credo ti convenga parlare.-, disse.
L’uomo sputò altre frasi. La pistola del detective sputò un proiettile. Trapassò il ginocchio destro del magrebino come fosse stato in cartone. Urla.
-Allora?-, chiese Montoya, impassibile.
-Io…-, iniziò l’altro. “Ah. Allora parli la mia lingua…”.
-Khassam. Dov’è?-, chiese.
-Io non lo so!-, esclamò l’altro. Aveva paura ma cercava di nasconderlo.
-Allora dimmi chi lo sa.-, ribatté Raul. Puntò quasi per scherzo la pistola al ginocchio sinistro del prigioniero. L’altro prese a tremare.
-Jamal Kurabi! Jamal Kurabi! È un venditore di Narghilé del quartiere arabo. Lui è in affari con Bakri per qualcosa. Una grossa vendita di merce. Uno scambio che… È tutto quello che so.-, disse. Montoya annuì. E improvvisamente capì che non poteva lasciar vivere quell’uomo. Avrebbe allertato gli altri. E ciò non sarebbe andato bene.
-Ti ho detto quel che volevi!-, esclamò implorante l’altro.
-Già. Ma vorrei potermi fidare.-, ammise Raul Montoya prima di spedire un ultima pallottola in testa al tizio. Prese la sua pistola. Quel tizio non aveva documenti addosso. Eppure, spinto da un ispirazione che sentiva essere giusta, gli scattò una foto col cellulare.
Era quasi sicuro che ci fosse altro da scorprire.
-Quando hai finito il selfie col morto, ho trovato la roba.-, disse la voce di Ainhoa. Proveniva da uno stanzino. La giovane era china su una scatola. Si avvicinò a lei.
-Papaveri da oppio.-, disse la tossica.
-Già.-, rispose lui, stupito dalla sua conoscenza di quella pianta. Non che fosse chissà che sorpresa. Ainhoa era una tossica ed era normale che si fosse informata sulla provenienza della roba che si faceva.
-Che ne facciamo?-, chiese lei. Montoya trovò una bottiglia di tequila. La versò nella scatola di papaveri. Accese lo zippo e ce lo lanciò. I due uscirono. Deviazione: la stanza dove avevano trovato la coca. Scatole. Una la prese lui, l’altra la giovane.
-Andiamocene.-, disse lei. Lui non ritenne necessario obiettare.

Khassam Bakri guardò il telefono. Il suo contatto aveva risposto.
Due giorni. Forse meno. Poi la fase finale del suo piano sarebbe entrata in gioco.
In realtà Bakri aveva fatto un buon lavoro. Contrabbandando artisti del terrore in Città aveva preparato il terreno per un attentato che rischiava di essere quanto di più devastante fosse mai accaduto a quella metropoli decadente. Roba da eclissare il raid di al-Qaeda a Nuova Delhi accaduto una decina di anni prima o giù di lì e già obliato.
E presto, in cambio di quella droga che a tutti pareva piacere, sarebbe arrivato il pezzo finale del piano. Molti di quegli uomini non sarebbero sopravvissuti. Lui per allora sarebbe stato lontano. In Algeria. Ma la Città… Quella non si sarebbe mai ripresa. Mai.
E lui avrebbe fatto in modo che andasse così.
-Habibi?-, chiese la sua sposa. Era la sua seconda moglie, la prima era morta due anni prima. Ed ora reclamava il suo diritto alla compagnia del marito. Diritto che, beninteso, Bakri non le poteva ancora concedere. Prese il telefono, fece un’altra chiamata.
Suonava libero. Maledisse Mufid che era rimasto al deposito. Sciocco idiota. Probabilmente si era ubriacato con l’altro gregario che gli aveva affiancato.
O forse qualcosa era andato storto. Altra telefonata. Buttò giù dal letto Ismael Sabak.
Il turco annuì. Pronto e ricettivo, disse che ci avrebbe pensato lui a capire se qualcosa era andato storto.
-Habibi?-, chiese ancora la moglie ventenne. Bakri notò che se ne stava sul letto, sdraiata su un fianco a guardarlo. Completamente nuda. Capelli neri che arrivavano fino alle scapeole, occhi verdi che bruciavano come smeraldi divini. Il tutto coronato da un corpo perfetto, senza un grammo di grasso e un viso cesellato. Una visione da togliere il fiato.
Ogni uomo sarebbe caduto ai suoi piedi. Si sarebbe strappato i vestiti di dosso ed avrebbe dimenticato ogni impegno, salvo quello di fare onore a quella femmina superba.
Ma Bakri non era un uomo. Non più. Era l’araldo della morte stessa.
Completamente assorto nel suo compito. Doveva stare concentrato. Non fare errori.
-Oggi non ho voglia, tesoro.-, disse, sbrigativo. Lei s’imbronciò. Ma da brava moglie si limitò a rivestirsi.

Raul Montoya era stato tante cose. Poliziotto, giustiziere, fancazzista a tempo perso…
Ma aveva sempre mantenuto una linea morale. Infrangerla non era mai piacevole.
Per nessuno. Desiderò aver avuto scelta. Ma non ce n’era stata.
Sdraiato sul divano a casa di Ainhoa, ponderava quei pensieri.
Possibile che tutta la sua vita fosse mutata per una singola e sola scelta?
Possibile che fosse bastato un solo errore per pregiudicare tutta la sua esistenza?
Ma che importava? Lui non credeva in dio ma evidentemente, la vita era dovuta andare in quel modo. Sapeva fin troppo bene che spesso la vita conduce gli uomini su strade mai percorse. Forse solo per punirli di cose fatte anni prima.
-Oi.-. “Oi”. Una sillaba, un monosillabo. Ainhoa lo chiamava.
Lui aprì gli occhi. Si sarebbe alzato a sedere ma il divano era fottutamente comodo. E lui era fottutamente stanco. Si limitò a guardarla, interrogativo.
-Grazie.-, disse lei. Lui annuì. Lei lo guardò. Preoccupata?
-Che hai?-, chiese. Sì, lo era. Lui sorrise.
-Stanchezza. E stress.-, ammise lui. Era così da tempo. In Portogallo aveva passato intere giornate a passeggiare. Cercando una serenità che aveva appena intravisto.
-Che cazzo facevi nella vita? L’insegnante?-, chiese lei. Lui la guardò serio.
-Non faccio nulla. Ero un poliziotto. Ma come probabilmente capirai… la polizia…-, s’interruppe. Lei gli sorrise.
-… è un branco di stronzi.-, disse Ainhoa, completando la frase.
-Non tutti.-, obiettò lui. Era convinto che ci fosse ancora qualche vero poliziotto, in giro.
-Cazzate. Lo sai anche tu. Te ne sei andato da loro, no?-, chiese la giovane.
-Già. Non so ancora se ho fatto un errore enorme o avuto un vero colpo di genio.-, ammise lui, chiuse gli occhi. Due istanti dopo avvertì un peso. All’altezza del pube. Aprì gli occhi. Ainhoa lo fissava da sopra, seduta su di lui. Lo guardava, apparentemente indifferente alle reazioni del suo pene non esattamente dormiente. O forse attentissima ad esse. Gli sorrideva. Inquietante. Non ricordava un tempo in cui lei gli avesse sorriso.
Non ricordava che una ragazza in lacrime, in astinenza. Piegata.
-Mi hai rovinato la vita.-, disse lei. Lui pensò che se avesse voluto, lei avrebbe potuto ucciderlo in un istante. Non ci sarebbe voluto niente.
-Ma la vita che avevo prima era uno schifo.-, sussurrò Ainhoa. Si chinò. Montoya non fece resistenza quando le labbra della giovae sfiorarono le sue. Lo sfiorarsi divenne un bacio appassionato. Poi ancora di più. La giovane si stese sul detective.
E Raul capì che la voleva. Perché rimandare? In Portogallo aveva tentato di stare lontano da tutto e tutti ed aveva finito col farsi domande serie su quanto realmente avesse fatto bene ad abbandonare la Città. Ora però era di nuovo là. A combattere sino alla fine.
Ma il tempo di combattere era passato per tornare al sorgere del sole.
E la giovane doveva essersene resa conto: gli slacciò la camicia con calma. Montoya si accorse che ora, tutto ciò che voleva era quella giovane. Le tolse la T-shirt. Lei sorrise. Un top viola le copriva il seno. Non era cambiata molto. La carnagione ambrata aveva mantenuto lo stesso tono. I tatuaggi non erano aumentati. Lei si chinò a baciargli il viso e il petto. Lui sorrise. Le accarezzò un seno con voluttà.
-Aspetta…-, fece lei. Si levò da sopra di lui. Tolse i calzoncini gettandoli sul pavimento. Insieme al tanga. Ancora rosso fuoco. La vista di Ainhoa nuda cancellò tutti i dubbi residui. Montoya sorrise. Lei gli aprì i calzoni. Glielo tirò fuori. Era già duro.
-Mmmh, me lo ricordavo più piccolo…-, sussurrò la giovane salacemente.
-Sarà l’astinenza… oppure sarai tu.-, rispose Raul.
-Forse… Ora taci e lascia che ti scopi come se fossi l’ultimo uomo rimasto sulla terra.-, disse lei. Lo prese in bocca due secondi dopo. Montoya dovette trattenersi dall’imprecare: la bocca della ragazza era una fornace ardente, la lingua un serpentello agile. Sapeva che non sarebbe durato a lungo. Ma lei non se ne diede per inteso. Forse non le importava. Forse aveva solo bisogno di sfogare lo stress.
Improvvisamente si fermò. Andò sino al tavolo. Montoya sospirò. Certe abitudini non cambiavano mai. La caraibica si chinò su un piatto. Tirò su col naso tappandosi una narice. SI voltò con uno sguardo lucido e allucinato. Gli sorrise.
-Non ne vuoi? Ti fa diventare un dio, a scopare…-, gentile offerta ma Raul aveva già dato e pagato caro il suo dare. Scosse il capo. Lei annuì, si avvicinò a passi lenti, sfiorandosi, accarezzandosi lentamente con espressioni porche che avrebbero potuto rivaleggiare con le migliori attrici porno. Balzò sul divano. Si sedette sul viso dell’uomo.
-Leccamela.-, impose. Lui ubbedì. La vulva rasata di Ainhoa era già abbastanza aperta ma ci volle poco per fare sì che la giovane si bagnasse ancora di più. Lei gemette mentre riprendeva in bocca il pene del detective. Un sessantanove perfetto. Montoya gemette. Era fantastico come quella ragazza ci stesse dando dentro.
Nemmeno quella sua collega era stata così porca. Ma era anche vero che quel giorno sia lui che lei erano dei dilettanti. Era stato anni prima e lui era ancora inesperto.
Ora invece le cose erano cambiate. Lui era cambiato.
Affondò la lingua nel sesso della giovane. Lei gli prese il pene in bocca fino all’attaccatura. Lui le chiese di fermarsi. Non voleva venirle in bocca, voleva venirle dentro.
Lei lo guardò. Scese da sopra di lui. Si riposizionò. Gli afferrò il pene con due dita infilandoselo nella vulva. Poi si lasciò cadere.
-Ah, cazzo!-, eslcamò Montoya. Era bollente e dilatata. Rischiava di venire più di prima.
-Ah! Sì!-, gemette Ainhoa, impalandosi fino in fondo. Lui si accinse ad accarezzarle i seni. Lei sorrise goduriosa. Era fantastico ma Raul si conosceva. Non poteva durare ancora a lungo. Era indeciso. Lei però lo fissò e si chinò su di lui.
-Non pensare di venire subito. Era parecchio che non scopavo. Questa notte sei mio.-, sussurrò. Lui non osò fiatare. In quel senso non aspettava altro.
Lei lo cavalcò lentamente, assaporando ogni istante prima che lui riuscisse a ristabilire il suo predominio. Aggrappati l’una all’altro, copulavano ora in piedi, con Ainhoa aggrappata a Raul come se fosse stato l’ancora di salvezza in cui lei ancora sperava.
-Ah… Ah… Sì!-, esclamò lei. Un primo orgasmo, Raul lo sentì dalle contrazioni delle sue mucose. Sorrise. Stava durando più del previsto…
-Spero tu non ne abbia già abbastanza…-, sussurrò. Lei gli mordicchiò il collo.
-Vuoi scherzare? Potrei andare avanti tutta la notte.-, sussurrò. Lui la posò sul pavimento. La caraibica aprì le gambe, toccandosi. Non ci volle molto perché Raul interrompesse quelle carezze invadendo la vulva di lei col suo membro duro come il ferro.
Ainhoa godeva a lungo. Occhi sbarrati a guardarlo, annebbiati da un piacere inumano, aspirava grandi boccate d’aria gemendo e mugulando, quasi pregandolo di continuare per mero sguardo. Lui la accontentò. Entrò di forza. Lei ribaltò la testa sussurrando oscenità in spagnolo. Raul non capiva quella lingua ma capiva che le piaceva parecchio.
Strinse i capezzoli turgidi dei suoi seni. La giovane sospirò. Accelerò il ritmo fin quasi al parossismo prima di raggiungere un secondo orgasmo.
Montoya non era ancora venuto. Lei gli sorrise.
-Sei un cazzo di toro!-, esclamò mentre lui usciva dalla sua intimità.
-Effettivamente sono del toro…-, ammise lui con un sorriso. Ma la tregua durò poco.
Lui le entrò di forza dentro mentre Ainhoa si metteva a pecorina.
Era puro godimento. Sesso nella sua forma più primitiva e pura. Due esseri che esigevano di godere. Senza pensare lui la sculacciò. La giovane miagolò qualcosa in spagnolo che si perse nel momento. Lui le afferrò i capelli. La caraibica lo lasciò fare. I colpi di reni dell’uomo divennero più profondi e rapidi, come se volesse spezzarla in due.
Ma Ainhoa gradiva quel trattamento. Si lasciò andare a un gemito spezzettato quando sentì che l’uomo stava per venire.
-Dentro! Godimi dentro! Riempimi le ovaie, stronzo!-, esclamò.
Montoya non aveva nessuna intenzione di disobbedire. Venne copiosamente dentro la vulva della tossica. Lei sentì quello schizzo bollente invaderla ed ebbe un terzo orgasmo.
Caddero sul pavimento, fulminati dal piacere, avvinghiati in una posa lubrica che suggeriva la passione massima, tentando di recuperare una respirazione normale.
Raul Montoya era stupito: per essere una che beveva, pippava coca e fumava marijuana, Ainhoa aveva una buona resistenza. La guardò. Discinta e nuda pareva più viva di quando l’aveva vista vestita e intenta a farsi. Chissà, magari in un angolo della sua mente se ne rendeva pure conto. Ma che importava? Montoya non aveva intenzione di salvare chi non voleva essere salvato. La giovane gli rimandò lo sguardo. Sorrideva.
-Era tanto che non mi scopavano così bene… Porca puttana!-, sussurrò. Raul soppesò almeno cinque diverse frasi da usare come risposta. Non proferì parola.
Lei si alzò. Prese una canna, un accendino. Accese la canna. Si mise a fumare. Montoya ripiegò su una sigaretta. Erano seduti sul divano ma nessuno di loro accennava a rivestirsi. Dopo un paio di tiri, entrambi potevano dirsi a loro modo in pace col mondo.
-E ora?-, chiese lei.
-Darò la caccia a quel tale Khassam Bakri.-, disse lui. Ainhoa lo guardò. Mise una mano sul suo petto. Si stesero sul divano. Lui sotto, lei sopra. Niente sesso. Solo una sorta di comunanza. La quiete dopo e prima della tempesta.
-E tu?-, chiese lui. La giovane scrollò le spalle.
-Questa è la mia vita, caro mio.-, disse.
-Potresti essere ben altro.-, sussurrò lui. Lei rise. Un riso amaro.
-Lo dici a tutte le drogate gnocche che incontri…-, sussurrò lei divertita.
-Ero serio.-, ribatté lui, piccato.
-Anche io.-, disse la caraibica. Finì la canna. Si allungò sull’uomo sino a gettare il mozzicone in un posacenere di fortuna. Era stona a gudicare dallo sguardo arrossato.
Montoya non ritenne opportuno dire altro. Rimasero in silenzio, abbracciati nella notte.

Njala si svegliò. Guardò d’istinto l’orologio. Le due e cinquantasette di notte.
Bestemmiò imprecando come una satanista per i successivi venti secondi. Si chiese perché diavolo non riuscisse più a dormire da due notti a quella parte. Sospirò dando un occhiata al letto. Un tempo, quando c’era lui dormiva. Era per quello?
No. Lo sapeva. Non provava rimorsi nell’aver piantato un’idiota fissato col calcio.
Eppure qualcosa doveva esserci ma decise che a occuparsene avrebbe aspettato un altro momento. Accese il computer. Accese la luce della camera, radunando in un punto tutti i documenti sul Caso del Giustiziere.
Tutto quel che c’era, fosse ufficiale od ufficioso, era lì.
Le facce nelle foto parevano quasi guardarla. Le persone delle immagini parevano chiederle cos’altro aspettasse a vendicarne le morti, incarcerando degnamente il Giustiziere. Ma lei conosceva la risposta. Benissimo.
Aveva dubbi. Enormi. I dubbi erano iniziati quando aveva parlato con quell’uomo e si erano ingigantiti quando Raul le aveva chiesto aiuto. E ora erano enormi. Colossi che la schiantavano. Cattedrali di sospetti.
Sospirò. La vita prima del Giusitizere non era stata semplice ma era bella. Tranquilla.
Un buon quantitativo di casi, i più risolti almeno secondo lei. Cibo a casa, tranquilla. Tra le braccia di quell’uomo che all’epoca ancora si degnava di soddisfarla.
Ora, in poco tempo non aveva solo perso le sue certezze riguardo al caso. Non solo aveva iniziato a dubitare della veridicità delle dicerie sul conto del Giustiziere ma aveva addirittura preso ad avere dubbi su di sé. Su chi era.
Njala Tambossou stava vivendo una crisi esistenziale. Un’implosione che la scuoteva come un tornado, innescata da una stasi, un’apatia durata troppo a lungo.
Ma non sapeva come riprendere il controllo della nave. Era in balia dell’oceano.
E non vedeva porti all’orizzonte.
Pensò che forse avrebbe dovuto concentrarsi sul caso. Ma il caso era stato tutto il suo mondo negli ultimi tempi. Le serviva un diversivo. Una distrazione. Anche momentanea.
Arrivò alla sua scorta personale. Aprì la scatola. Ispirò a pieni polmoni l’odore di ganja.
“Facciamoci un tiro…”, pensò. In pochi istanti fece su un cannone. Lo accese.
Fece un tiro. La mente le si appiattì, tutto parve perdere d’importanza. Sfiatò una nuvola argenteo-grigiastra. I documenti non sparirono. Lei pensò di bruciare tutto. Radere al suolo l’intera documentazione sul Caso. Fare tabula rasa. Anche solo per sfogarsi.
Ma si controllò. Una volta ancora si trattenne da dare retta al panico che provava, che ora, amplificato dalla rilassatezza, la invadeva a ondate. Guardò le carte.
Bao Yi, Yuri Borykov, El Rey, Mikhail, Il Giusitiziere, Montoya.
Altro tiro. Di nuovo i nomi. E ancora e ancora e ancora.
E poi, una certezza. Subitanea. Assoluta.
Lei era certa che Montoya fosse tornato in città. E se ci fosse stato un’accordo tra i due? Per questo il Giustiziere se n’era andato senza tanti problemi? O era solo una ritirata strategica?
Montoya… Il suo appartamento era bruciato… Eppure lei sapeva, immaginava che ci fosse. Decise di farsi dare quanto prima una lista esaustiva da parte degli agenti dell’immigrazione e dall’ufficio del turismo.
Sentiva che la soluzione era lì. A un palmo di mano. Rasserenata, finì la canna. Faceva caldo e lei dormiva con una canottiera e le mutande.
Ma stava seriamente pensando di dormire nuda. Perché no, poi?
In fin dei conti era caldo. In breve tempo comunque il sonno giunse e la obbligò a posticipare quegli interrogativi all’indomani.

Montoya si svegliò con un peso addosso. La tossica, Ainhoa. Ancora dormiva. Pareva persino in pace. Scoprì di avere difficoltà a moversi con la giovane rannicchiata su di sé.
Scoprì anche di averlo duro. Imputò anche questo a lei.
La caraibica dormiva beata, inconsapevole di tutto e tutti.
Forse era meglio così, pensò lui. Forse era meglio se lei, e tutti gli altri che non avevano la forza per fare quel che andava fatto.
La giovane si mosse appena. La sua gamba sinistra arrivò a sfiorare il suo pene. Lei aprì gli occhi. Parve intontita per un lunghissimo istante.
-Buongiorno.-, disse lui.
-Già. buono.-, rispose lei con un sorriso. Si allungò a guardare un orologio. Gli disse l’ora. Le cinque e cinquantacinque. Ma il ciclo notte-giorno di tutti e due era abbastanza sfasato e il corpo si abituava in fretta ai nuovi ritmi.
-Che facciamo?-, chiese Ainhoa con un sorriso. Raul si chiese se non volesse riprendere la scopata della notte prima.
-Ho almeno un ora prima di dovermi mettere in marcia.-, ammise lui. Lei sorrise.
-Stà fermo. Lascia fare a me.-, disse perentoriamente.Si alzò. Raggiunse il pene dell’uomo con una mano e prese a segarlo. Lentamente, con maestria. Montoya socchiuse gli occhi. Ainhoa interruppe la manipolazione per rimettersi a 69. Era evidente che quella posizione le piaceva molto. E a doverla dire tutta, a Raul non dispiaceva gratificarla in tal modo. Insomma, era molto pulita, si curava l’intimo quasi più del resto della persona.
Come se avesse voluto spremere dalla vita ogni goccia di godimento.
Il pompino che lei gli stava elargendo era una cosa al limite. Lui dubitava di poter resistere a lungo. La giovane lo sapeva ma spinse ugualmente la vulva contro il viso dell’uomo.
L’uomo entrò di lingua nell’intimità della caraibica. La sentì gemere sommossamente, la voce soffocata dal suo pene. Dovette sforzarsi di non venire subito. Lei però parve comprendere: si alzò, girandosi. Lo guardò con desiderio.
-Ora ti scopo a morte.-, sussurrò quasi minacciosa. Lui sorrise. Lei s’impalò su di lui. Affondò le unghie nel petto di Motnoya come a volerlo squartare a unghiate.
Ma lui sorrise. Torturò i capezzoli di lei con le dita. Le carezze s’interrompevano di quando in quando per permettere ai due amanti di baciarsi. Era incredibilmente piacevole.
Raul sentì di essere di nuovo prossimo a venire. Cavolo… Avrebbe voluto prolungarlo un po’ di più. Lei si tolse, all’improvviso. Dubitabonda. Lui la guardò, chiedendole il perché di quello stop. Ainhoa gli sorrise.
-L’hai mai messo in culo a qualcuno?-, chiese.
-Mai…-, “Non starà mica per propormi…”, non osava pensarci. Il sesso anale era pura leggenda per lui. Territorio del mito. Nessuna donna aveva mai osato proporlo o accettarlo. La tossica gli sorrise di nuovo. Inquietante, a suo modo.
-Bugiardo. L’hai messo in culo a me. Tempo fa. Sputtanandomi una vita di merda.-, sibilò.
Lei lo guardò. Il membro di Montoya eretto pareva una colonna.
-Finisci quel che hai iniziato! Mettimelo tutto in culo. Poi godi dove vuoi!-, eslcamò lei, perentoria ancora. Si mise a carponi sul pavimento. Lui non se lo fece ripetere. Si alzò, barcollante a causa dell’immobilità, trovò la posizione e divaricò le natiche della giovane. Il fiorellino bruno dello sfintere fece capolino.
Lei mugolò quando lui ci sputò sopra. Prese a toccarsi. Montoya non si offese. Immaginava che non dovesse essere piacevolissimo anche per chi era abituato.
Appoggiò il pene sul bocciolo di carne e spinse. Ainhoa gemette con tono strozzato. Era strettissima. Raul impegò tutta la sua volontà ad arrivare fino a quasi in fondo.
Poi si fermò. E solo allora la giovane si permise un lungo gemito. Intanto con la mano continuava a darsi piacere.
-Fammi godere, stronzo!-, implorò.
Lui prese a dare colpi di reni. Non ci poteva credere. Era veramente fuori di testa. Piantato nelle viscere della tossica, si domandava quanto a lungo ancora sarebbe potuto reggere. Lei godette di un primo orgasmo. Lui tolse il pene dall’ano di lei per rimetterglielo nella vagina. Ainhoa emise un urletto di piacere seguito da oscenità che avrebbero fatto arrossire una statua. Lui la fermò.
-Ti vengo in bocca, stavolta.-, disse. Stavolta era un ordine. Un suo ordine. Lei annuì. Cambio di posizione. Lui si sdraiò. Lei glielo prese in bocca. Tutto. A lungo. Aiutandosi con una mano munse sistematicamente il pene di Montoya sino all’eiaculazione.
La giovane gli sorrise, con un luccichio negli occhi. Deglutì ingoiando tutto.
Soddisfatta come se avesse appena sorbito della zuppa inglese…
“Che fantastica puttana.”, pensò. Ma il tempo dei giochi era finito. Lo sapeva lui e lo sapeva lei. Si rivestirono. Lentamente, dopo una doccia che non servì a nessuno.
-Khassam non aspetta.-, disse Montoya La giovane annuì. Si protese per baciarlo. La sua bocca sapeva leggermente di lui. Andava bene. Ricambiò.
-Sei il peggior poliziotto che io abbia mai visto.-, decretò la caraibica. Montoya la guardò, interrogativo. Lei gli sorrise. Ancora. Per un istante Raul temette che si fosse innamorata di lui. Sarebbe stato… problematico.
-Ma sei sicuramente uno dei migliori a scoparmi.-, aggiunse. Lui le sorrise.
Poi uscì. Un addio silenzioso.

Per Khassam Bakri le cose non andavano bene. Per niente.
Aveva inviato uno dei suoi al deposito. Tutto andato. L’oppio in fumo, la coca sparita.
Non era una grande perdita ma avrebbe ritardato il suo piano di almeno un giorno.
Mentre si chinava sul tappeto in direzione della Mecca, pensò che non fosse quel gran problema. Il suo piano era troppo artruso e complesso per essere fermato da un imprevisto simile. Aveva un’altra scorta poco fuori città. Si trattava solo di spostarla.
Sua moglie invece stava divenendo insistente. Troppo vogliosa. Non era bene.
Forse avrebbe dovuto ripudiarla, o mandarla all’estero sino alla fine della sua crociata.
Forse…

Adele Kingsword imprecò. Molto.
Un incendio doloso era l’ultima cosa che le serviva ma un incendio doloso che coinvolgesse anche gli sgherri di un’organizzazione legata a Khassam Bakri era anche peggio. Si assicurò di riuscire a mettere sotto torchio quelli della scientifica sino all’arrivo di qualche prova. E infatti ne trovò. Ci vollero due ore buone ma i resconti furono chiari.
Impronte corrispondenti a quelle di Raul Montoya. E di una giovane che rispondeva al nome di Ainhoa Gale. Sicuro quant’era vero dio, erano stati loro a dar fuoco al magazzino.
In cui erano stati ritrovati i resti di due uomini. Probabilmente associati di Khassam.
-Njala, questa Gale può essere la maledetta chiave del mistero. Scopri dove si trova.-, latrò la kapa all’indirizzo della giovane. Lei annuì. Si mise sotto col PC.
Bene. Forse avrebbe potuto risolvere la questione di Montoya parallelamente a quella di Bakri. Non male, tutto sommato. Ad Adele andava benissimo anche così.

Ainhoa Gale era un fottutissimo fantasma. Njala se ne accorse presto. Era sparita da ogni registro la notte in cui aveva abbandonato il suo appartamento. Due corpi vi erano stati ritrovati. Questi ultimi si erano rivelati essere sicari professionisti. Gente in gamba. Venuta da lontano per uccidere… una tossica? Njala non ci credeva ma era anche vero che quella giovane poteva aver seguito Montoya o essere stata convinta a seguirlo.
Dette per scontato che l’avesse seguito di sua volontà.
Chiamò la scientifica, augurandosi che le prove non fossero già state smarrite negli archivi. Per puro culo, non lo erano e i cervelloni si misero al lavoro. Poco meno di un’ora dopo, ecco i risultati: negli archivi era ancora presente del DNA ritrovato tempo prima sulla scena di un’orgia-droga-party finto troppo male. Eccola. Ainhoa Gale. Era già nota alle autorità. Prostituzione e consumo di droghe varie. Una vita destinata a bruciare. Stampò la foto. Una ragazza la cui personalità e i trascorsi sconsigliavano l’invio di agenti in divisa.
Capì che avrebbe dovuto fare all’antica.

Montoya arrivò al bar. Finalmente un caffè! Ma non poteva fermarsi a lungo. Bevve rapidamente poi dirottò un taxi. Destinazione: quartiere arabo.
Dove avrebbe dovuto trovare quel tizio, Jamal Kurabi. Sperava solo che quell’uomo fosse disposto a parlare in cambio di una mazzetta. O della vita.
Abbordò un taxi con rapidità. Pagò senza fiatare il tassista. E partì.
Il tassista si mise a parlare del più e del meno, un tipo loquace e chiacchierone. Ma fondamentalmente Raul Montoya rimase concentrato. Una domanda lo schiantava, lo stava letteralmente uccidendo. Da dentro.
Dopo Bakri, chi sarebbe arrivato?
Forse aveva ragione Ainhoa quando aveva detto che era tutto inutile.
O forse no. Forse dovevano solo darsi una mossa un po’ tutti. Cercare di muovere la situazione. Di cambiare le carte in tavola e non accettare passivamente il taglieggio che gli veniva imposto. Inutile chiederselo. Alla fine non lo aiutava. Poteva solo proseguire. Continuare sul percorso tracciato, fino alla fine.
Giunse in vista del quartiere arabo. Donne col niqab, uomini dalla barba moderatamente lunga, chioschi di kebbabri e carretti di falafel. Tipico dell’Oriente. Un pezzo di Libano o Arabia, o Turchia, trapiantato in quella Città. Un pezzo che aveva dato ospitalità a uno come Bakri, permettendogli di divenire… Cosa? Una minaccia alla sicurezza nazionale?
Forse. E se così era, andava fermato. Erano due motivi. Suo padre già sospettava di Khassam Bakri. Se si fosse rivelato un terrorista, oltre che un trafficante, sarebbe solo stato ancora più marcio. Montoya chiuse i pensieri fuori dalla testa. Voleva concentrarsi. Doveva farlo. Presto avrebbe dovuto prendere contatto con quel tale Jamal Kurabi e non era sicuro di come agire. Nemmeno era certo che l’avrebbe trovato ma da tempo aveva imparato che l’esitazione uccideva. Bisognava agire. O morire provandoci.
Suo padre era vissuto secondo quel principio. Aveva fatto del suo meglio come agente finché una pallottola alla gamba destra non gli aveva impedito di continuare la carriera. Poi era arrivato il cancro e Raul aveva capito che l’universo non avrebbe mai smesso di tormentare suo padre, non sino alla morte. Ma lui poteva fare sì che il tormento smettesse. Almeno in parte. Poteva assicurare che Bakri pagasse per i crimini commessi e supposti.
E quello, a suo modo, era una forma di redenzione, di espiazione.
Per lui per essere stato un cattivo figlio e per suo padre, la possibilità di veder finire una caccia durata una vita. Un’ossessione che l’aveva visto deperire e giungere a quello stato di quasi vita cui la morte era l’alternativa migliore.

Njala arrivò all’indirizzo. Ainhoa Gale era un fantasma ma i fantasmi lasciavano tracce.
In quella città le tracce erano testimoni. E lei sapeva, era certa, che qualcuno avesse visto qualcosa. Si era solo trattato di premere i tasti giusti. Aveva mostrato la foto a diverse persone. Le avevano restituito dinieghi e insulti velati. Poi aveva trovato qualcuno che la ricordava. Dopo una descrizione di quasi un quarto d’ora su quanto quella troia l’avesse spompato, il tizio in questione aveva indicato un appartamento. Curiosamente, il cognome Gale non c’era. E c’erano almeno tre citofoni senza alcun nome sopra. La nera non si lasciò smontare. Poco dopo la sua fortuna girò: un tizio strizzato in un completo uscì per andare al lavoro. Quasi la travolse. Passò oltre come se la giovane non fosse esistita. Njala solitamente imprecava, o addirittura inseguiva quei maleducati. L’aveva fatto in più di un caso ma quel giorno si trattenne: sfruttò l’apertura ed entrò nell’edificio. Il caldo della giornata fu sostituito dal fresco dell’interno della palazzina. Le parve una beatitudine. Nonostante la maglietta corta e i pantaloni al ginocchio, moriva di caldo fuori.
Comunque si concesse solo un’istante di sollievo poi iniziò l’indagine.
Primo campanello. Niente.
Secondo campanello, stesso piano del primo. Niente.
Terzo campanello. Silenzio. Temette di aver sbagliato orario poi la voce di una giovane che poteva esse la Gale si levò dal silenzio.
-Chi è?-, chiese. Diffidente. Molto. Njala si chiese come agire. Era chiaro che non avesse una grande stima per la polizia. Ma lei in quel momento non era una poliziotta. Non aveva nulla che la facesse sembrare tale. Inoltre il tizio che aveva parlato con lei le aveva descritto la nuova abitazione di Ainhoa. C’era droga. Molta. Varia. Troppa per una persona sola. E questo diede alla nera una grande idea.
-Sono una nuova di queste parti… Mi hanno detto di rivolgermi a te se avessi avuto bisogno.-, disse. Spettinata, senza trucco e con abiti casual era perfettamente plausibile.
Rumore di passi dall’altro lato della porta. Njala trattenne il fiato per uno, due, tre secondi. Poi la serratura si sbloccò. Il viso della giovane apparve. Eccola là. Ainhoa Gale aveva i capelli più lunghi e un viso più sciupato di quello che la foto mostrava ma per il resto, la nera era certa di star guardando la stessa persona delle stampe che aveva in borsa.
-Che vuoi?-, chiese lei. Altra ostilità.
-Mi hanno detto che puoi aiutarmi…-, disse la poliziotta in incognito. Frase generica con cui i drogati e gli spacciatori comunicavano la propria necessità. La caraibica annuì.
-Entra.-, disse aprendole la porta. Diffidente ma apparentemente più rilassata. Njala entrò. Con la sensazione di starsi infilando nella tana di una leonessa.

Se fosse bastata l’audacia, se fosse stato sufficiente il coraggio, Montoya sapeva, lui avrebbe già vinto quella guerra e Bakri sarebbe già morto. Ma il coraggio da solo non bastava. Ci voleva anche intelligenza. Così rifletté. Prese tempo mangiando un Kebab. Tanto era quasi mezzogiorno. Prese l’involto da un marocchinoo, aggiungendoci una coca cola. Gli servivano energie. Ainhoa l’aveva sfiancato ma gli aveva permesso di schiarsi la mente. Non era cosa da poco. Perché ora sapeva che non se ne sarebbe andato mai più.
Avrebbe continuato a combattere quella battaglia sino alla fine. Addentò il kebab, studiando senza dare nell’occhio il negozio di Jamal.
Vetrate ampie, i Narghilé appoggiati su morbide coltri, esposti sia dentro che fuori il negozio. Jamal era un quarantenne brizzolato dalla barba color antracite e gli occhiali alla Clark Gable. Gli pareva perfettamente calato nel suo ruolo di negoziante. Calmo. Metteva in ordine tabacchi ed essenze esposte dietro di sé.
Raul pensò che non sembrava il collaboratore di un gangstar ma d’altronde neanche lui sembrava un giustiziere. Le apparenze ingannavano di continuo.
Il problema restava. Corrompere quell’uomo era difficile ma non impossibile. Guardando i narghilé esposti, il detective capì che non guadagnava moltissimo. Probabilmente gli affari non gli andavano bene in quel periodo. Meglio. Magari si sarebbe accontentato di una mazzetta. Solo che la disponibilità di Montoya non era esattamente elevatissima…
Pensò che magari avrebbe potuto chiedergli solo poche informazioni, dettagli, magarsi senza nemmeno doverlo corrompere.
La via era trafficata. Era difficile interrogarlo. E minacciandolo non era sicuro di ottenere qualcosa. chissà se nascondeva una pistola sotto al bancone? Impossibile sapere. D’altronde, se anche l’avesse minacciato, la via era piena di gente. E se anche non avessero chiamato la polizia, molto probabilmente sarebbero intervenuti i passanti.
L’unica sarebbe stata attirarlo fuori dal negozio, o nel retrobottega e convincerlo a parlare. Con le buone o con le cattive.
Si alzò. Buttò l’involucro svuotato del kebab dentro al primo cestino. Attraversò la strada.
Ed entrò nel negozio.

-Allora, che vuoi?-, chiese Ainhoa. Njala si chiese fino a quando far reggere la commedia.
Beh, non era certamente così facile. Si bloccò, la casa era un devasto unico, piatti sporchi in giro, vestiti per terra. Un tanga rosso fuoco che spiccava sulla moquette nera e una macchia bizzarra, mai del tutto cancellata. Ricordò che da quelle parti era stato trovato un cadavere… Proiettile alla testa… Possibile che l’avesse ucciso quella giovane?
Forse. O forse era stato Montoya.
-Ehi, sveglia!-, esclamò Ainhoa. Njala si riscosse dai suoi pensieri.
-Scusa, stavo… in manco.-, disse cercando di assumere un aria da astinenza. La tossica la squadrò da capo a piedi. Lei si sentì come se gli occhi di quella giovane potessero trapassarle l’anima. Scavarle dentro.
-Sei nuova, hai detto? Da dove?-, chiese la tossica mentre si sedeva sul divano. Fece cenno a Njala di sedersi a sua volta. La poliziotta scelse un punto del divano che non sembrasse troppo mal messo. Impresa ardua ma ce la fece.
-Da fuori città… Preferirei non parlarne.-, rispose infine. Ainhoa la squadrò di nuovo.
-Non sei l’unica a cui la vita l’ha messo in culo, sorella…-, rispose lasciando la frase in sospeso. La nera sorrise.
“Già ma sono l’unica a cui l’ha messo in culo così a fondo…”, pensò lei senz’ombra d’ironia. Era vero: schiacciata tra una verità che si delineava sempre più terribile e un compito che sentiva sempre più vicino al termine, si sentiva così stanca…
Ma doveva andare avanti. Nessuno l’avrebbe fatto per lei.
-Comunque, quanta ne vuoi e cosa?-, chiese la tossica. Njala sorrise.
-Erba. Almeno un cinquanta.-, disse lei. Ebbe una folgorazione.
-E magari un po’ di coca… Non troppa. Giusto abbastanza da farmi una striscia.-, aggiunse. Eccola lì. Njala Tambossou, agente di polizia assegnata al Caso del Giustiziere, bisessuale e ora pure drogata. Un altro pezzo della sua anima se ne andava, barattato per la conoscenza. Se avesse potuto avrebbe riso dell’amara ironia della situazione.
Ma non rise.
Ainhoa annuì. Sembrò bloccarsi. Pensare a qualcosa.
-Sono cento in tutto.-, disse. “Cento?!”. In un angolo della sua mente la nera pensò che quei cento le sarebbero serviti per il cibo…
Pensò che mancava ancora più di mezzo mese allo stipendio. Ma pensò anche che non poteva tirarsi indietro. Se voleva riuscire a trovare Raul Montoya le serviva un punto da cui partire per poter parlare con quella tossica senza che lei levasse gli scudi e quello era il solo modo che poteva funzionare. Non c’erano altre possibilità.
Estrasse i soldi.

Montoya entrò. Il negozio sapeva di tabacco raffinato e aromi paradisiaci. Difficile immaginare Jamal Kurabi come un terrorista eppure, la possibilità c’era.
-Buongiorno.-, disse l’arabo con un sorriso.
-Buongiorno. Do un’occhiata se possibile.-, disse educatamente il detective.
-Faccia pure con comodo.-, rispose il negoziante con un sorriso.
Raul Montoya rifletté. Era dentro. Ora doveva solo riuscire a convincerlo a vuotare il sacco su Khassam Bakri e la sua rete.

Khassam Bakri sorrise. Lo scambio era finito. Era riuscito a recuperare l’oppio per tempo con grandi sforzi. Guardò il piccolo componente che mancava. In realtà non era piccolo e non avrebbe avuto un piccolo effetto.
Una carica termobarica. Esplosivo di nuova generazione. All’innesco sprigionava una nube autocombustibile che s’incendiava esplodendo pochi istanti dopo. Perfetta per gli ambienti urbani. Perfetta per i suoi piani.
La chiuse in cassaforte. Ora si trattava solo di trovare un bersaglio. Un posto pieno di gente. Qualcosa di grande e affollato.

Adele Kingsword respirava fuoco. Insieme ai reparti della squadra mobile erano vicini all’abitazione. Il furgone frenò. Uscirono.
-Royce, Ronchetti, isolate l’area. Gli altri con me!-, ordinò attraverso il laringofono. Equipaggiamento antisommossa e da irruzione. Il meglio del meglio. La gente assistette stupita a quell’azione. Adele sorrise. Andava benissimo. Un po’ di pubblicità alla polizia non faceva mai male. Si accostò al muro accanto alla porta. Le mani strinsero la Glock 18. Un altro dei suoi uomini sfondò la porta con un calcio ed entrò. Non c’era tempo per C4 e irruzioni da manuale. Il tempo scarseggiava. Il pericolo che Bakri avesse già quel componente era semplicemente enorme. E lei non poteva permetterselo.
Flashbang lanciata nella stanza adiacente. Grida in arabo e inglese. L’esplosione della granata accecante mise a tacere tutto e tutti.
Gli assaltatori entrarono rapidamente. Un tizio che pareva pakistano tentò di mettere mano ad un’arma. Adele lo gratificò di un double-tap. Doppio colpo al petto. Volò all’indietro. L’altro, in smoking e occhiali da sole, fece molto saggiamente il gesto di alzare le mani. Fu ammanettato brutalmente.
-Cercate dappertutto! Qualunque cosa sia forse è ancora qui!-, esclamò la Kingsword con rabbia. Un presentimento le diceva che non era così. Quei bastardi l’avevano battuta sul tempo. Espirò. Era passato qualche anno dalla sua ultima azione sul campo ma non aveva perso lo smalto. Entrò nella casa. Poi le trovò. Valige. Ne aprì una. Oppio. Cocaina. Droghe per un valore di migliaia di dollari. Imprecò. Lo scambio era già stato fatto.
-Torniamo alla base.-, disse rapidamente. Gli uomini annuirono. Spinsero il prigioniero fuori di casa e portarono via il corpo. Tornavano in tre mentre gli altri assicuravano la zona in attesa dell’arrivo dei rinforzi e della scientifica.
Adele pensò che quel tizio doveva parlare. Subito! Non importava quanto in là lei avesse dovuto spingersi per spezzarlo. La posta in gioco era semplicemente troppo alta.

La busta passò mano. Marijuana pura, diceva la tossica. Njala ascoltava a metà, chiedendosi come farla parlare. Non che restasse più molto tempo.
-Posso provarla?-, chiese la nera, più per fermare il flusso di parole che per altro.
Ainhoa annuì. Accese una canna già iniziata. Fece due tiri. Gliela passò. Njala sorrise. Quello era già più il suo elemento. Più vicina a quel che era… Qualunque cosa fosse.
Prese un tiro. Il suo mondo rallentò. Il tempo si dilatò, un secondo divenne lungo dieci.
-È roba buona, cazzo.-, ammise con un sorriso. Sentiva già l’effetto.
-Visto? Come ti chiami, a proposito?-, chiese la caraibica.
-Njala.-, disse lei. Realizzò di averle detto il suo vero nome. “cazzo!”.
-Io sono Ainhoa. Se hai bisogno vieni pure da me.-, disse la tossica. Le porse la mano.
Lei la strinse. Poi decise. Tutto o niente.
-In verità sono pareecchio giù di morale.-, ammise. Si calò nella parte.
-Non me ne parlare.-, disse l’altra facendo un anello di fumo.
-Il mio ragazzo mi ha mollata… Lo sto ancora cercando…-, continuò lei. Cercò di sembrare più fatta di quanto non fosse. Non serviva un genio.
-Incredibile questi uomini… Per loro siamo tutte buchi e poco altro.-, disse Ainhoa. Sconsolata quanto lei. Njala pensò che ci fosse una possibilità.
-Già. Si chiamava Raul… Montoya.-, disse, prendendo un tiro. L’altra parve attivarsi.
La nera esultò. Forse ce l’aveva fatta.
-Capelli biondi lunghi… Barba… occhi penetranti?-, chiese Ainhoa. La poliziotta annuì.
-Lo conosco.-, disse la tossica. E due secondi dopo, con una velocità che Njala non avrebbe mai creduto possibile vedere in un corpo simile, le puntò una pistola alla testa.
-E so che tu non sei proprio il genere di tipa che sta in manco.-, disse.
“Cazzo, questa è più intelligente di quel che sembra. E io sono pure stona!”, la nera s’impose calma e cercò d’imporla anche alla giovane.
-Come hai fatto?-, chiese. Inutile mentire ancora.
-Mi prendi per una scema? So riconoscere chi è in manco e chi finge. E tu fingi di merda, lasciatelo dire. Però non capisco se sei della polizia o uno di quei killer che Montoya ha ucciso quando mi ha salvata…-, per essere una che si faceva spesso, Ainhoa sapeva il fatto suo, la nera dovette ammetterlo. Ma se avesse detto che era della polizia?
-Io non ho niente contro di te.-, disse. La tossica si alzò. Piantò la pistola contro la fronte di Njala. Freddo, caldo, l’acciaio di una bocca da fuoco non ha mai una temperatura precisa.
-Non ti credo. Peccato. Mi eri quasi simpatica.-, sussurrò lei. Tirò indietro il cane.
-Se mi uccidi verranno a cercarti!-, esclamò la nera tentando intanto di forzare il suo corpo a muoversi al doppio della velocità consentitagli dalla stona.
-Parli come se non sappia come occultare un cadavere. Bye bye, troia.-, disse Ainhoa.
E Njala agì. Disperatamente. Spostò la pistola, impedendole di spararle in piena testa. Si alzò ma le gambe le cedettero. Sferrò un pugno con una mano, colpendo la caraibica al petto. Lei le afferrò i capelli. La giovane sopportò stoicamente il dolore. Tirò un pugno alla tossica ma caddero entrambe a terra, la pistola contesa tra loro, lotta demente tra due dementi drogate. Ma la caraibica aveva un vantaggio: meno stordita dall’erba, riuscì a imporsi, troneggiando sulla nera e tirandole un pugno. La poliziotta sentì un dolore cane alla mascella. Si sforzò di trascurarlo ma quella tipa era un demonio. La pistola cadde. Sfuggì ad entrambe. Una ginocchiata di Njala colpì la tossica allo stomaco. Lei gemette.
-Vaffanculo!-, esclamò infine la caraibica. Rinunciò alla pistola e prese a strozzare la nera.
Lei strabuzzò gli occhi. La vista le si appannò. Ricordò una mossa elementare di Krav Maga insegnatale tempo prima da un suo amico. Introdusse le braccia tra quelle dell’altra, le aprì e spezzò la presa. Inspirò una boccata d’aria prima di beccarsi una testata da manuale alla fronte. Dolore per entrambe. Per riflesso strinse con furia un seno della tossica. Gemiti di entrambe. La sua mano sinistra raggiunse la pistola. La puntò alla testa della giovane. Era a cavalcioni sopra di lei, come se stessero facendo sesso.
Parte di lei realizzò l’ironia. La tossica sorrise. Njala non capiva. Poco dopo la giovane le deviò il braccio in altò. La nera riuscì a non sparare ma perse un istante e…
… e la bocca di Ainhoa incontrò la sua. Un bacio. Lieve come un respiro
Rimase scioccata. Il tempo necessario perché la situazione si ribaltasse. Letteralmente.
Ora era l’altra a cavalcarla. La pistola puntata al petto, in corrispondenza del cuore o poco sopra. Non che importasse, se un colpo fosse partito la vita di Njala Tambossou sarebbe finita. Ainhoa sorrise.
-E ora?-, chiese la poliziotta.
-Non saprei. Vuoi vivere?-, chiese con calma la caraibica.
-Voglio Montoya.-, disse la nera. Si accorse di avere la bocca impastata.
-Perché?-, chiese. Njala scelse la sincerità.
-Perché credo che possa aiutarmi e credo di poterlo aiutare.-, disse.
Silenzio. La tossica non parlava, muta, sprofondata nella sua riflessione.
-Lo conosco da quando era in polizia. L’ho già aiutato. Se puoi contattarlo, ti darà conferma.-, aggiunse ancora la poliziotta. Silenzio.
-Lui e quell’altro, il Giustiziere… Non saranno perfetti ma io non riesco più a credere che il loro modo di fare sia totalmente sbagliato.-, disse ancora la nera.
Ainhoa taceva. Infine si alzò. Prese un paio di passi di distanza. Tenendola sotto tiro.
-Jamal Kurabi. È un arabo nella rete di Khassam Bakri.-, disse la tossica.
“Khassam Bakri… Quello che sta facendo impazzire Adele, il terrorista…”, pensò la poliziotta. Si alzò. Fu difficile. Le gambe la reggevano a stento. Quella roba era potente.
-E dove si trova quel tizio?-, chiese.
-Nel quartiere arabo. Così ha detto Montoya.-, rispose Ainhoa.
Njala annuì. Si accorse improvvisamente che la pistola non la terrorizzava più.
Non le avrebbe sparato. Ne era sicura.
Fece un paio di malfermi passi verso la porta.
-Ora tocca a me.-, la fermò la giovane. Le mise una mano sulla spalla. La nera si fermò.
-Perché vuoi trovare Montoya, seriamente?-, chiese.
-Perché voglio delle risposte.-, rispose la poliziotta, stupita.
-Solo delle risposte? Io credo che tu sotto sotto voglia altro.-, disse Ainhoa. Nessuna traccia d’ironia sul suo viso. Njala si scoprì a chiedersi se fosse così.
Ma archiviò il pensiero. Non rispose. Anche perché non sapeva cosa dire.
-Devo andare.-, disse.
-Già. È meglio.-, ribatté la caraibica, sorprendentemente neutra.
-Non ti denuncerò se è quello che temi.-, disse la nera. Ainhoa le sorrise.
-No, ma davvero? Lo so. Tu non sei il genere di persona che rovina la gente come me. Tu sei quella che la vuole salvare, proprio come lui.-, ironizzò la tossica. Ma c’era un fondo di assoluta verità in quelle parole e la poliziotta non poté fare a meno di pensarci.
Uscì, scese, trovò un taxi e partì per il quartiere arabo.

L’interrogatorio terminò. Era la prima sessione e personalmente Adele non si sarebbe mai aspettata di veder crollare il prigioniero. Il quale non disse nulla. Non reagì alle minacce né alle promesse di uno sconto di pena in cambio di collaborazione. Era un duro.
Peggio ancora, era un cervello telecomandato. Un fanatico al servizio di una causa superiore. Lorenzo Vinacci uscì dalla stanza degli interrogatori.
-Allora?-, chiese lei.
-Niente. Una roccia. Non dice una sillaba.-, fu la risposta.
-È determinato.-, notò Adele, -O disperato.-.
-In ogni caso da lui non caveremo nulla.-, disse Lorenzo.
-Non coi soliti metodi.-, rispose la kapa.
-Non vorrai…?-, la domanda s’interruppe a metà.
-Non c’è tempo per altro.-, ribatté freddamente la donna. Lui annuì. Lei diede gli ordini.
Da quel momento sarebbe stato opportuno un cambio di metodo.

Guardando i narghilé esposti e facendo domande generiche, Raul Montoya aveva solo perso una decina di preziosi minuti.
Doveva trovare un altro modo per agire. Dannazione!
Improvvisamente entrò una donna. Giovane. Maledettamente giovane. Vestita con uno chador. Occhi verdi, penetranti come lame si posarono per un istante su Montoya prima di spostarsi su Jamal.
-Signora Bakri! Che piacere vederla!-, esclamò lui. Raul ebbe una folgorazione.
-Il piacere è mio. È arrivato?-, chiese lei, in un inglese accentato.
-Certo. Eccolo qui. Mi spiace che il vecchio narghilé di suo marito si sia rotto…-, disse Jamal dandole un pacco. Lei annuì e pagò. Raul uscì. Calmissimo aveva deciso il corso d’azione. Il taxi che l’aveva portato fin là era ancora lì.
La donna salì su una macchina poco più avanti. Montoya si fiondò nel mezzo.
-Segua quell’auto!-, esclamò al conducente che si affrettò a eseguire.
La corsa ricominciava.

Njala arrivò nel quartiere arabo. Trovò subito il negozio, anche grazie al guidatore, persona capace e ben pratica di quella parte della Città.
Entrò nel negozio di Jamal. Mostrò il distintivo.
-Polizia. Ho bisogno di sapere se un uomo dai capelli biondi lunghi è passato recentemente da queste parti.-, disse. Il commesso non ebbe motivo di riflettere a lungo.
-Sì… è stato qui ma è uscito quasi subito.-, disse.
-Sa dov’è andato?-, chiese lei. Maledizione, appena aperto uno spiraglio già si chiudeva!
-Beh, no.-, ammise lui. La nera imprecò mentalmente.
-Era qui sino a poco fa… È uscito ma io stavo servendo una cliente importante. Lei è uscita prima di lui e io ero…-, la giovane ebbe un’illuminazione. Un vero colpo di genio.
-Come si chiamava questa donna?-, chiese.
-Fatma al-Jasir Bakri… È la moglie di un mio amico e…-, lei mise un freno alla logorria dell’uomo. Sorrise a trentadue denti.
-Sa dove abita?-, chiese. L’uomo impallidì, confermando le supposizioni di Njala. Effettivamente doveva fare parte della rete di Bakri.
-Io… Sì. Ma non posso dirglielo…-, iniziò.
-Se non me lo dice perderà ben più di un cliente.-, minacciò lei.
-E va bene!-, eslcamò l’uomo cedendo. Mormorò un indirizzo. Pochi istanti dopo Njala uscì. Non fermò taxi. Era meglio non dare tanto nell’occhio. Inoltre la casa di Bakri non era lontanissima. Poteva arrivarci a piedi. Faceva caldo ma lei si mise ugualmente a correre.

La macchina di Fatma Bakri si fermò davanti a una casa. Lei scese. L’autista portò la macchina oltre. A Montoya non interessava. Scese a sua volta.
Pensò a come affrontare la conversazione con la donna e si chiese se realmente avesse avuto bisogno di farlo secondo coscienza: avrebbe potuto anche decidere di minacciarla. Dopotutto chi diceva che Fatma non fosse stata perfettamente al corrente delle cospirazioni del marito? La vide entrare dalla porta e chiudere a chiave.
Raul seguì l’altra auto fino a un garage poco distante. Il tizio alla guida parcheggiò la macchina nel garage. Uscì. E si beccò il calcio della pistola di Montoya sulla nuca. Cadde fulminato. Lui si chinò. Era ancora vivo. E nessuno aveva visto nulla. Lo chiuse dentro l’auto. Lì se ne sarebbe stato tranquillo per un po’. Trovò un mazzo di chiavi. C’era un’ettichetta accanto a una chiave. Una scritta in arabo che la faceva sembrare rilevante.
Le prese.

Khassam Bakri e i suoi più fidati accoliti guardarono la piantina. Si erano fermati solo per il TG, scoprendo che il loro uomo, colui che aveva fornito loro la roba, era stato arrestato.
Khassam era calmo. Ian “Muhammad” Charles non avrebbe parlato.
Era un duro e un sant’uomo. Sarebbe stato sicuramente torturato ma Bakri sapeva bene che sarebbe stato grandemente ricompensato per i suoi sacrifici.
Khassam invece doveva proseguire. Avevano indicato tre luoghi. Un centro commerciale, una scuola e una chiesa. Erano pronti.
Bisognava scegliere solo dove colpire.

Montoya si avvicinò alla casa. Se Bakri fosse stato là con la moglie l’avrebbe potuto persino uccidere… Sarebbe stato perfetto. O quasi. Forse c’era qualche altro bodyguard là dentro. Veterani fidati. Un presentimento lo bloccò. Era ancora nel garage ma sentiva che qualcuno era vicino a lui.
-Non un’altra mossa, Raul.-, disse una voce nota. “Njala! Come diavolo mi ha trovato?”.
-Vuoi arrestarmi?-, chiese lui. Inutile spaziare sui convenevoli. La volta prima si era appellato alla gratitudine che la nera nutriva verso di lui per averla salvata da uno stupro.
Ora non poteva fare altro che alzare le mani.

Voleva arrestarlo? Non lo sapeva.
-Per ora parlare mi basta.-, disse Njala. Avanzò di qualche passo verso di lui.
Aveva camminato un bel po’ mantenendo un passo da maratoneta. Alla fine aveva raggiunto il posto giusto. E ora… voleva delle risposte.
-Per parlare di solito bisognerebbe almeno guardarsi in faccia.-, disse l’uomo girandosi.
Lei annuì e lo guardò. Capelli lunghi, barba leggermente trascurata. Si era fatto biondo ma e