Giulia by Lee
Summary: La storia di Giulia, dirigente d'azienda al secondo matrimonio. Umiliata.
Categories: Etero, Dominazione, Sensazioni Characters: None
Genres: Racconto
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 4 Completed: No Word count: 6045 Read: 21867 Published: 09/02/2018 Updated: 17/02/2018

1. La spiaggia - parte 1 by Lee

2. La spiaggia - parte 2 by Lee

3. Il colloquio - parte 1 by Lee

4. Il colloquio - parte 2 by Lee

La spiaggia - parte 1 by Lee
Giulia è al suo secondo matrimonio: l’attuale marito, Franco, ha 62 anni, è proprietario di una holding di cui detiene il 57% delle azioni. Il padre aveva fondato una società negli anni ’50 del secolo scorso, che gli ha fruttato una fortuna tale che lui debba solo vivere quasi di rendita: ordinaria direzione della holding, riunioni, presenza lungo lo Stivale e in giro per il mondo.
Giulia ha 45 anni. È la direttrice di un’azienda “di famiglia”. Nel senso che il marito, per motivi fiscali, le ha intestato una azienda. E ufficialmente la dirige. È in vacanza e sta facendo una doccia.
Sabrina è la figlia del marito. Ha 21 anni. Dopo aver completato la scuola privata in quel di Milano si è trasferita in un’università privata svizzera assieme al suo gruppo di amiche con cui condivide l’esperienza educativa fin dall’adolescenza. È una ragazza molto sportiva, come le sue amiche. Nella sua esperienza educativa ha sviluppato solamente vizi, ozio e crescenti necessità di esposizione. Oltre alla sua passione per il nuoto: le spalle larghe accolgono dolcemente ogni giorno i suoi capelli finemente curati, lunghi fino a metà della schiena, biondi. I seni sodi quasi non risaltano rispetto al fisico asciutto, denso di muscolatura tesa, turgida. Gli occhi verdi osservano il mondo svogliatamente, ogni volta. Anche questa mattina, mentre attende che la matrigna esca dalla doccia.

Giulia sta uscendo dalla doccia.

Le sue forme sono spalmate in un metro e sessantacinque centimetri. L’età avanzata non sarebbe mai deducibile dalla forma tonda, soda e ancora alta dei suoi seni. I capelli biondi, tinti, cadono sulle spalle, bagnati. Li avvolge in un asciugamano, prima di infilarsi l’accappatoio, con cui copre la forma armoniosa delle sue natiche e delle sue cosce.. Di fronte allo specchio per un attimo incrocia i suoi occhi neri. Prosegue nella preparazione, mentre sente i richiami all’ordine di Sabrina, insistente fin dalla prima mattina.

Esce dal bagno, completamente nuda, entrando in camera. La luce del mattino illumina il suo corpo ancora leggermente umido per via della doccia. Da uno dei cassetti dell’immenso armadio estrae un piccolo bikini: la parte superiore è costituita da due triangoli ampi che avvolgono i seni. Lo indossa con tranquillità di fronte allo specchio, mentre il leggero ciuffo di peli del sesso riflette i raggi del sole, prima di scomparire sotto alle mutandine del bikini, che sul retro lasciano completamente vedere le natiche per via del ridotto perizoma alla brasiliana.
Dallo stesso cassetto afferra un pareo, che si avvolge in vita per avviarsi alla spiaggia.
Sabrina la accoglie sbuffando nel soggiorno, avvantaggiandosi sull’uscita di casa, rispetto alla madre: “Le mie amiche e le loro madri sono già la da quarantacinque minuti. Ti sembra il modo?” dice in tono spocchioso, allungando il passo senza attendere alcuna risposta.
Giulia la segue. Arrivano nella spiaggia privata di famiglia, poco distante dalla villa al mare. Le amiche di Sabrina sono già la, spalmate al sole che chiacchierano intensamente e rumorosamente. Le relative madri sono al sole, sonnecchianti, avvolte nei loro costumi interi e in occhiali dalle dimensioni e dalla forma improbabili.
Giulia arriva e saluta le ragazze e le donne, sorridente. Viene ricambiata, con sorrisi che nulla hanno a che fare con i pensieri che frullano in testa. Palesemente una delle più anziane la squadra, soprattutto mentre si toglie il pareo e mostra il suo culo sodo al sole della mattina, su cui poco dopo inizia anche a spalmare della crema da sole, con lentezza, in un gesto che, ci fossero uomini su quella spiaggia, sarebbe sufficiente a scatenare un cataclisma.

A operazione conclusa, Giulia si sfrega le mani, pronta a sdraiarsi. E in quel momento un’amica di Sabrina prende un pugno di sabbia e glielo lancia sulla schiena, facendola aderire con la crema spalmata e quel velo di sudore e salsedine tipico da bordo mare. Giulia si irrigidisce completamente, mentre allarga le braccia e stringe i pugni, piantandosi le unghie nella carne dei palmi per evitare di sbottare immediatamente. Si volta lentamente. Fissa la ragazza, che ancora sta completamente ridendo per la scena, assieme alle amiche, che osservano dietro, sedute, come fosse al cinema. Tra quelle vede seduta sua figlia, che se la ridacchia fortissimo. Giulia si avvicina alla ragazza che ha lanciato la sabbia: “Ti sembra uno scherzo da fare? Così? Senza senso?”, chiede con tono seccato, imperativo, molto duro. La ragazza che ha di fronte è praticamente la fotocopia della figliastra, e a piedi nudi la sovrasta di almeno 15 centimetri. Giulia la osserva, ma la remissione nel suo sguardo è superiore della rabbia e la statura non aiuta affatto. La ragazza le scoppia a ridere a pochi centimetri del viso: “Ma guardala, ‘sta vecchia. Si incazza pure”. Le dice tra una sghignazzata e l’altra. Giulia la osserva, con gli occhi lucidi, mentre osserva alle spalle della ragazza che la figliastra è piegata dalle risate, e dalla rabbia le rifila una sberla sulla spalla. Niente di efficace, più che altro una sorta di pacca, vista anche la differenza di consistenza di forza. La ragazza, sempre ridacchiando, si pone alle spalle di Giulia e di colpo le blocca un braccio dietro alla schiena, piegandolo e bloccandolo con una mano. Giulia prova a contorcersi, ma la ragazza ha ovviamente una forza superiore. “Cosa pensavi di fare? Vuoi menarmi qui davanti alla gente?”, sussurra nell’orecchio a Giulia, mentre le ragazze sedute continuano a ridere e le signore, invece, fingono di non vedere nulla, coperte dai loro occhiali da sole. La ragazza stringe ulteriormente la presa. Giulia si inginocchia nella sabbia, gli occhi tremendamente lucidi. Non dice nulla. Ha i denti stretti, zigrinati, dietro alle labbra chiuse. Osserva la sabbia, dalla vergogna. Non vuole nemmeno alzare lo sguardo e vedere il viso della figliastra che ride. Le è sufficiente riconoscerne distintamente la risata stridula e sguaiata.
La ragazza avvicina nuovamente le proprie labbra all’orecchio di Giulia: “Vuoi fare la figa?”, le dice strizzando ulteriormente il braccio, “allora ora ti togli completamente il costume”. Una signora si volta, perdendo completamente l’aplomb degli occhiali da sole. Le ragazze continuano con le loro risatine. Giulia ha gli occhi lucidissimi, in cui si riflette il sole cocente della tarda mattinata. Il suo corpo si fa molle, languido. Con il braccio sinistro, quello libero, accompagna dietro alla schiena l’altro, ma la mano di questo prende il laccio della parte superiore del bikini e lo slaccia. La ragazza gira il viso di Giulia verso le amiche. Verso la fronte, in realtà, perché la testa è sempre bassa. Ora il braccio di Giulia torna a penzoloni. La ragazza con il braccio libero le sfila il bikini accompagnando il gesto con un “O-o-lè!”, a cui scatta il coretto delle amiche. Giulia è a seno nudo. Quel seno nudo leggermente rigato da un velo di sudore, i capezzoli inturgiditi. Il contatto con l’aria la fa rabbrividire per un attimo. Solo ora solleva lo sguardo e vede la figliastra che la osserva ridendo di gusto, coprendosi la bocca con una mano, e nonostante ciò il rumore della sua risata è come un coltello che trafigge i timpani di Giulia. Che però non ha il tempo di pensare perché si trova faccia a terra. La ragazza le è salita sulla schiena. Giulia è con il viso nella sabbia. Cerca di sollevarsi, per parlare. Ma il gesto le fa semplicemente aprire la bocca e catturare una grossa manciata di sabbia.

La ragazza sulla schiena di Giulia sembra a cavallo di una bestia doma, che non ha intenzione di ribellarsi. Giulia divora sabbia nei suoi movimenti, senza riuscire a parlare. La ragazza fa un cenno alle amiche di passare dall’altra parte. Le ragazze fanno il giro e si trovano ai piedi di Giulia, chi seduta a terra, chi piegata sulle proprie ginocchia. La ragazza che cavalca Giulia inizia con un sonoro schiaffo alla natica sinistra. Giulia digrigna i denti, con la bocca piena di sabbia e saliva, emettendo un gemito strozzato. Altro colpo sulla natica destra. Il mugolio si fa ancora più sommesso. Di nuovo sulla sinistra e poi subito sulla destra, come stesse incitando un cavallo. Ma Giulia è doma. Ha il viso chino nella sabbia. Le lacrime le iniziano a rigare le guance. Talvolta solleva il viso per riuscire a non soffocare per colpa della sabbia. Ogni colpo sule natiche è una forte vibrazione lungo il corpo. Le natiche si fanno presto rosse, grazie al caldo, alla crema, alla sabbia e alla forza che ci mette la ragazza. Dei segni evidenti, rossi, che iniziano ad avere una sfumatura violacea sull’esterno, sulle natiche sode di Giulia. La ragazza molla il braccio di Giulia, ormai inerme sotto di lei e cambia la seduta. Ora è rivolta verso i suoi piedi. Le afferra i lembi delle mutandine e li tira fino a sentirli rompere. Ora con entrambe le mani rifila una doppia sculacciata e mantenendo le mani le divarica le natiche nella massima apertura possibile da quella posizione.
Le ragazze osservano e possono vedere chiaramente, senza alcun problema, il buco del culo di Giulia, esposto e anche una porzione del suo sesso, palesemente umido. Ma, si sà, la gioventù è votata alla superficialità e l’osservazione è assai limitata. Le signore, ormai sedute a osservare la scena, osservano con interesse quel buco del culo, con perizia quasi medica e notano quel sesso inumidito pesantemente. Giulia, inerme, sotto alla ragazza, ormai non cerca nemmeno di divincolarsi. L’aria tra le natiche semplicemente le fa scorrere un brivido lungo la schiena e il buco lievemente si dilata, per un attimo. Le signore iniziano a borbottare tra di loro: “Ma il marito è sempre fuori…” … “Eppure quello è aperto”… “E di fresco anche”… “Ma secondo te quella fa da sola? Ma va…”. Giulia piange. Sulla sabbia ormai la sua saliva, le sue lacrime e la sabbia sono un tutt’uno, vicino al suo viso. La ragazza le rifila uno schiaffo tra le natiche, colpendo marginalmente anche il sesso di Giulia. Freme per un attimo. Riprende la sculacciata, ora con ancora più forza, sui lividi già rossi e violacei. Giulia mugugna. Cerca di urlare, ma la sabbia in bocca non aiuta la situazione. La ragazza cerca di sollevarsi per risiedersi comodamente. Giulia capisce che ha un attimo per la fuga. Scivolando come un vermiciattolo si sfila da sotto la ragazza. Completamente nuda si avvinghia al pareo lasciato a terra e scappa verso casa, con le ragazze e le signore che ora ridacchiano tutte quante sonoramente.
Nella sua testa, il vuoto. Umiliazione. Profonda umiliazione e basta. Sputa sabbia mentre corre, piangendo come una ragazzina. Umiliata.
La spiaggia - parte 2 by Lee
Giulia è nuda. Di fronte allo specchio. Il corpo è cosparso di sabbia e polvere di sabbia. Ha addosso ancora il pareo, avvolto alla bell’e meglio a tal punto che porzione delle natiche deve essere rimasto scoperto anche nella fuga dalla spiaggia. Giulia guarda i suoi occhi neri dentro allo specchio. Le lacrime le rigano il viso e spostano la polvere di sabbia dalle guance. Gli occhi sono arrossati. Ogni tanto si china nel lavandino a sputare ancora sabbia. Si sente violata. Umiliata. Da una amica della sua insopportabile figliastra. Di fronte alla sua figliastra. E alle sue amiche. Giulia piange, di fronte allo specchio, con il corpo molle, vuoto.
Lascia andare il pareo a terra. Si guarda. Il corpo pieno di sabbia. I seni umidi di crema, sudore, sabbia. I capezzoli turgidi svettano e la curva del seno è evidenziata dalla sabbia inumidita da quella miscela. Giulia abbassa una mano tra le cosce. Sente la sua umidità. È eccitata. L’umiliazione la ha eccitata. China il viso. Non riesce più a guardarsi negli occhi neri. Infila un dito nel suo sesso. Gli umori sono densi. Lo estrae lentamente e quel rivolo denso si stacca dopo vari centimetri di percorso in cui il dito rimane unito alle grandi labbra attraverso quel filo tremendamente profumato. Chiude gli occhi e inspira il suo profumo.

Si volta e si lancia nella doccia, sempre a occhi chiusi. L’acqua passa da ghiacciata a calda in pochissimi secondi. La testa è china. L’acqua scorre bollente sul corpo, bagnando i capelli. La sabbia scivola lungo il corpo, formando piccoli grumi che vanno prima a depositarsi sul piatto della doccia e poi finiscono nello scarico. Giulia ha gli occhi chiusi, è immobile, per vari secondi, mentre l’acqua toglie il grosso della sabbia. A un certo punto apre gli occhi, ma non osserva nulla di particolare. Passa le mani tra i capelli, come per districarli e lasciar fluire via i capelli raggruppati dall’acqua. Prende lo shampoo, ne prende una grossa noce nel palmo della mano e lo spalma tra i capelli. Per tre volte. Si massaggia la testa, lavando accuratamente i capelli, massaggiando continuamente le tempie.
L’acqua scende. E allo stesso modo le lacrime. Copiose. Singhiozza, sotto la doccia. L’acqua lava via la lieve copertura di contegno che cerca di mantenere nella quotidianità. Ma quel bruciore e dolore alle natiche ora prevale. Prevale la vergogna. L’umiliazione.
Piange anche mentre i capelli son lavati e inizia a pulirsi il corpo. Piange anche mentre passa le mani a pulire i seni. I capezzoli turgidi offrono resistenza ai palmi delle mani e alle dita. Inspira per un attimo. Non smette di piangere e singhiozzare. Le mani puliscono tutto il corpo. Scendono sul sesso. Lo pulisce. La parte inferiore è arrossata, per un colpo ricevuto. Il sesso è bagnato dall’acqua ma ciò di per sé sarebbe inumidito di umori densi. Lo pulisce accuratamente. Le dita schiudono le labbra e uno dei singhiozzi si converte in un brivido molto intenso, elettrico, che le percorre tutto il corpo. Trema per un attimo sulle gambe. Le mani tremano, mentre con il bagnoschiuma inizia a lavare i glutei. Li tocca come se le dita fossero seta. Bruciano. Iniziano a spuntare i lividi nei profili dei colpi della ragazzina che la ha sculacciata con il sedere nudo, esposte alle amiche della figliastra e alle ue amiche. Hanno visto il suo buco del culo. Il suo sesso. Trema. Freme, mentre allaga le natiche e pulisce dalla sabbia con cura. Chiude di nuovo gli occhi. Con la punta del medio si massaggia il buco del culo, morbidamente. Inserisce un polpastrello, spingendolo lievemente. Lo estrae improvvisamente e riapre gli occhi, fissando nuovamente un punto vuoto.

Finisce di lavarsi, Giulia, come fosse un automa. Esce dalla doccia. La luce naturale la illumina, entrando dalla finestra. Non si è nemmeno asciugata. Gronda acqua. Non prende l’accappatoio, né un asciugamano. Cammina a piedi nudi, lentamente, lasciando grondare l’acqua da ogni parte del corpo. Gli occhi vuoti. Cammina verso la stanza da letto, con la luce che ora riflette sulle sue natiche sode, bagnate, arrossate in modo tremendo. Socchiude gli occhi, una volta arrivata in camera da letto. Arriva di fronte al gigantesco specchio che sta ai piedi del letto matrimoniale. Alza lo sguardo e incontra i suoi occhi neri e un piccolo asciugamano. Lo afferra e si asciuga solamente tra le cosce e, passandolo lievemente sul culo. Tra le natiche. Lo getta a terra e osserva il suo sesso che sembra nuovamente umido. Si lascia andare sul letto, di schiena. Divarica lentamente le gambe e con lo sguardo osserva la curva delle natiche visibile allo specchio. Chiude nuovamente gli occhi. Il corpo freme. Non è ferma, vibra. La mano sinistra si avvicina al sesso e allarga le grandi labbra, mentre il medio della mano destra insiste sul clitoride, con movimenti vigorosi, continui. La destra scende, con due dita che entrano nel sesso umido, morbido, accogliente, burroso. Lo schiude completamente, mentre il polso impazzisce. Ansima, Giulia, mentre la mano affonda colpi sempre più forti, velocissimi. Ansima a bocca aperta, in modo sguaiato, come se effettivamente qualcosa la stesse scopando come la più invitante e accogliente e desiderata delle puttane. La vergogna. L’umiliazione le bruciano il cervello. Le dita diventano tre e i colpi ormai non sono più colpi ma un ritmo continuo, forsennato. Urla, improvvisamente, mentre un flusso denso di umori è ormai condensato sulle dita. Le gambe tremano e lasciano quella posizione in tensione. La mano si muove velocemente anche durante quell’urlo e fremito. Poi dolcemente le dita tornano a essere due. Continua il movimento in quella miscela densa, tremendamente umida. Rantola lievemente. Estrae le dita e con indice, medio e anulare a coppa preme sul suo sesso, raccogliendo umori e portandoli alla bocca. Lecca le dita. Riapre gli occhi e osserva il soffitto, ancora ansimando, lievemente, però, ora.
Fissa il vuoto. Umiliazione.
“Mammaaaaaa” sente dalla stanza in fianco. “Che stai facendoooo?”, la voce fastidiosa della figliastra. Chiude gli occhi. Vergogna. Umiliazione.
Il colloquio - parte 1 by Lee
La quotidianità.
Giulia e la figliastra sono tornate a casa. Lunedì il lavoro riprende. Giulia non ha nemmeno salutato le sue amiche. È rientrata a casa ed è rimasta a vagare nella stanza tutto il giorno, passando gli occhi continuamente tra file di lavoro, sul computer. Ha avuto la necessità di avere il cervello occupato su quello per non pensare a quanto successo in spiaggia. Così per tutta la domenica. Non sa nemmeno cosa possa avere fatto la figliastra da quando son rientrate in poi. Giulia ha solamente spiluccato qualcosa nel tardo pomeriggio e di buon’ora è andata a dormire.

È lunedì. L’alba ha iniziato a filtrare pigramente attraverso le tende della stanza di Giulia. Le illumina i lineamenti fini del volto. Non ha dormito bene. Le coperte sono completamente smosse. Una gamba esce dalla copertura, mostrando la splendida forma e terminando in quei piedi piccoli, perfetti, percorsi appena da alcune vene sotto alla pelle morbida. Muove gli occhi. Si muove appena, mugolando leggermente. Si risveglia senza aprire di colpo gli occhi. Istintivamente muove la mano destra tra le cosce. È umida come se fosse venuta durante la notte, come se si fosse masturbata come una forsennata e non si fosse neanche preoccupata di pulire il lenzuolo. Ma non ricorda sia successo. Si accarezza il sesso, lentamente. Solleva la mano da sotto le coperte e inspira leggermente quel profumo. Si passa le dita sulle labbra, per un attimo. Ribalta poi pigramente le coperte ed esce dal letto, senza preoccuparsi di sistemarlo. Lo farà la donna di servizio.
Si infila in doccia e da lì riparte l’ordinaria routine.

Dopo qualche decina di minuti esce, con molto anticipo rispetto al solito, dalla stanza: addosso ha un tailleur nero, dal taglio classico. La giacca si adagia comodamente sulle forme del suo corpo, coperto ovviamente dal reggiseno che non ha questa grossa necessità, visto il seno sodo, e da una camicetta bianca, ben poco scollata, per la poca gioia di chi ci convive ogni giorno in ufficio. La gonna attillata copre le mutandine fresche di lavaggio, che già portano il profumo morbido del suo sesso appena lavato. Quella gonna evidenzia le cosce tornite quanto basta a renderla eccitante, nell’elegante semplicità che si porta addosso. Ai piedi porta due scarpe alte, dal taglio classico. Si è truccata leggermente, prima di uscire. I capelli sono raccolti in un elegante chignon sopra la nuca. Sono così esposte le sue orecchie dal taglio perfetto, morbido.
Si avvia verso la macchina e si dirige in ufficio.

Solamente a questo punto inizio a toccare la storia di Giulia.
Io sono un analista di mercato di una azienda concorrente alla holding del marito di Giulia. Sono molto conosciuto per la mia spregiudicatezza. Sono sul campo da appena due anni ma sono già conosciuto per il fiuto in alcuni affari, che hanno portato l’azienda per cui lavoro a spiazzare quella del marito di Giulia molto spesso, di recente. A una cena in Francia ho conosciuto il marito di Giulia. È un vecchio squalo. Dalla prima occhiata alle persone capisce dove queste vogliano andare a parare. Si muoveva in quell’ambiente con il fare di chi conosce troppo bene quel che sta per succedere. Fingendo di essere a proprio agio a quelle inutili cene di lavoro. Che lui rende produttive, a scapito di altri. Mi ha parlato a lungo della sua azienda, offrendomi un posto di lavoro allettante. Ha chiesto quali siano i miei attuali benefit. Ho finto al rialzo molte cose e ovviamente lui lo ha capito, ma non ha fatto nulla per abbassare l’offerta da lui fattami. Lunedì mattina ho un appuntamento in azienda. Dovrei incontrare il direttore del personale dell’azienda di cui Giulia è direttrice. Un colloquio riservato.

Sono le 8 di mattina. Sono uscito dalla doccia da qualche minuto, mentre mi aggiro nudo per la stanza. Il mio fisico non è nulla di particolare. Sicuramente non è quello tipico del tagliatore di teste, né tantomeno di chi fa il mio mestiere. Sono alto un metro e ottanta centimetri. Peso settantotto chili. Ho fatto molti sport in vita mia, fin dalla tenera età, che mi hanno cesellato due spalle molto ampie, muscolose. Il torace ampio ne è diretta conseguenza. I muscoli del mio corpo non sono eccessivamente ingombranti o tonici. Li tengo allenati quanto basta, in palestra e a corpo libero. Di fronte allo specchio mi guardo negli occhi castani. Con il rasoio da barbiere sistemo la barba, di media lunghezza, sulle guance. Sistemo anche sulla gola. Un taglio perfetto. L’occhio tutt’altro che vispo mostra il fatto che il rasoio ormai è integrato con i movimenti della mano. Non un pelo fuori posto. Lo riposo sul lavandino. Sciacquo le guance e passo una mano tra i capelli corti. Mi vesto.
Alle 8 ricevuto una chiamata dal marito di Giulia. Mi dice che sarà la dirigente dell’azienda a farmi il colloquio. Sto in silenzio per tutta la chiamata. Mi dice che è sua moglie. Saluto con un “ok”.

Giulia sta parcheggiando vicino all’ufficio. Poco dopo le 8 riceve una telefonata. È il marito. Il capo del personale ha l’influenza. Dovrà tenere un colloquio molto importante con un analista che deve rubare all’azienda avversaria. “È molto importante” è il mantra della telefonata. Il marito lo ripete all’infinito. Chiude in modo strano, senza salutare: “Dobbiamo strapparlo alla concorrenza. Non fare errori. È essenziale”. Fine della conversazione.

L’appuntamento è alle 9.30. Io arrivo alle 9.25 nella portineria del palazzo. Chiedo della Dottoressa ***, con cui il marito mi ha fissato un appuntamento urgente. In portineria mi guardano male. Normalmente nell'ambiente si vive con le guance ben rasate e la cravatta. Io mi presento senza cravatta, la camicia sbottonata e una barba di media lunghezza, curata, dai baffi molto spessi. Capelli molto corti, di rasatura a macchinetta, perfettamente omogenea. Attendo il permesso per salire e mi avvio.
A parte quei due particolari di mancato rispetto del “dresscode” non scritto il completo è di alta qualità, perfettamente aderente alle gambe, senza esagerazione. La giacca è ovviamente su misura, ma nonostante ciò fatica a contenere le spalle. La camicia è perfettamente stirata, bianca, intonsa. Ai piedi calzo un paio di scarpe eleganti dal taglio sportivo.
Mi avvio verso l'ufficio, ignorando la portineria del piano dell'azienda, che cerca di fermarmi. Chiedo informazioni a una ragazza che incontro sulla strada e mi avvio verso l’ufficio di Giulia.
Fuori dalla porta controllo la targa. Busso e attendo.

“Avanti”, sento provenire dall’interno la voce di una donna che risponde con un tono fermo, leggermente pigro. Probabilmente si aspetta che sia la segretaria.
Apro la porta con la mano destra. Entro senza rivolgere le spalle. Chiudo la porta con la sinistra alle mie spalle. Non faccio alcun cenno del capo o altro. "Buongiorno, Dottoressa”, dico iniziando a studiare con attenzione l'ufficio, l’aspetto della donna che ho di fronte, seduta alla scrivania.
“Beh non si usa farsi annunciare?” dice Giulia sollevando lo sguardo verso di me. “Chi è lei?”. Giulia è irrigidita, sembra indecisa se chiamare o meno la sicurezza. Mi osserva con le mani ancora ferme sui tasti del computer.
Alla sua domanda alzo il sopracciglio sinistro e tiro un sospiro lieve, palesemente seccato. Fisso i suoi occhi neri. "Sono Francesco ***, presumo suo marito le abbia annunciato dell'incontro che dovremmo tenere oggi. Pensavo ci fosse serio interesse. Vista l'accoglienza vedo di togliere il disturbo”, dico in tono gelido, prima di voltarmi e prendere il pomello della porta nuovamente con la destra.
“Aspetti un momento”, dice Giulia togliendo le mani dal computer e rivolgendosi completamente nella mia direzione, “forse non abbiamo cominciato bene”. Prosegue con un tono più basso, allungando poi leggermente la mano destra a indicare una delle poltroncine poste di fronte alla sua scrivania. “Si accomodi”, mi dice, senza ritrarre la mano. È palesemente imbarazzata.
Rimango per un attimo con il pomello in mano, dandole le spalle. All'ultima frase mi volto e la osservo, senza accomodarmi. La fisso, studio i tuoi occhi neri, il trucco con cui li evidenzia. Studio la tua capigliatura, i capelli raccolti, le orecchie e anche lei palesemente vede che la sto studiando. Non spiaccico parola. In quello studio lento, insisto particolarmente sulle sue labbra e sulle sue orecchie, mentre studio il tuo viso.
Non mi muovo di un passo dalla porta. Semplicemente non esco e la fisso.
Giulia mi osserva. “Dobbiamo parlare”, mi dice cercando di riportare rigidità nel suo tono di voce.
La fisso a mia volta, senza mai smettere di studiarla. Al fatto che dovremmo parlare annuisco, ma non spiaccico parola. Slaccio la giacca solo ora, metto le mani in tasca e inizio a girare in tondo per l'ufficio, osservando ogni particolare. Giro in tondo rispetto al tavolo di Giulia e arrivo alle sue spalle.
Lei è imperturbabile. Rimane a fissare la posizione da cui son partito per il mio giro esplorativo: “Allora è soddisfatto dell’esame?” chiede con tono ironico, senza perdere la rigidità ritrovata, “…e non mi stia alle spalle”, dice con una sfumatura leggermente seccata.
Studio la sua sagoma, da dietro, le orecchie, esposte dalla capigliatura.
"Penso che non sia io a dover parlare", dico tornando nel suo spettro visivo. "È suo marito che vuole offrirmi qualcosa. Sono io che necessito un offerta. Quindi ascolto" ti dico posizionandomi comodo sulla poltroncina davanti alla tua scrivania, accavallando le gambe. Ora mi sono accomodato.
Lei non ha mai cambiato la sua posizione, con le gambe accavallate. Tiene in modo composto le mani sulla scrivania, leggermente sovrapposte: “Sì, certo. Pensavo che il lato economico fosse già stato esaminato”, dice osservandomi. “Il lavoro lo conosce, quindi…”, dice allargando le mani, “non saprei che dirle”.

Sento bussare alle mie spalle.
“Avanti”, risponde Giulia con il medesimo tono con cui mi aveva accolto, rivolgendo uno sguardo alla porta, staccandolo dalla mia figura.
Entra una giovane ragazza, magra, dai lunghi capelli rossi, mossi, due occhi neri incastonati in un viso dalla forma squadrata, la pelle estremamente lentigginosa. I capelli le arrivano fin quasi sopra al culo, piccolo e sodo, avvolto in un tailleur che sembra fare la coppia di quello di Giulia. Il fisico slanciato di questa ragazza attira il mio sguardo, la stoffa del vestito le ricade dolcemente sui seni molto ridotti e sulle cosce tornite e sode. I tacchi che porta ai piedi, dal collo nudo, risuonano nella stanza. Sembra una modella sfuggita da una passerella, anche nel portamento.
“Dimmi, Rita. Cosa c’è?”, le chiede con un malcelato tono infastidito, coperto da un innaturalissimo velo di gentilezza.
Osservo quella ragazza che fa il giro della scrivania, non mi rivolge uno sguardo e si pone a fianco di Giulia, in piedi. Le fisso il culo, senza il benché minimo ritegno. La segretaria sussurra qualcosa all'orecchio di Giulia e lascia una pila di fogli sul tavolo: palesemente una proposta di contratto faxata.
La donna osserva la carta e la legge di sfuggita. Giulia ha osservato maggiormente me della segretaria. Nota tutti gli sguardi che ho rivolto a Rita. Mi osserva come se stesse osservando un porco schifoso. “Leggo che sulla componente economica e sui benefit è già stato deciso”, mi dice con un tono gelido.
"Certamente, come può ben immaginare" ti dico sorridendo, tornando a fissare il culo di Rita, mentre esce.
Giulia è infastidita.
Non tolgo il sorriso dal mio volto, mentre torno a fissarle i profondi occhi neri. “Volevo vedere quali fossero gli altri elementi del lavoro. Lei dovrà dirigermi, sa.”. Fisso il fastidio palese nello sguardo di lei.
“Certamente, lo so”. Sbuffa.
"E io non sono abituato ad avere capi, intende, vero?”, chiedo mentre il piede della gamba accavallata ciondola pigramente, senza togliermi dal viso quel sorriso sempre più fastidioso.
Non tolgo lo sguardo dal suo viso per un attimo.
“Dovra abituarsi, se collaboreremo”, mi risponde con un’espressione imperturbabile del viso.
"Qualcuno dovrà abituarsi, ha ragione”, dico sorridendo, mentre mi alzo e dalla tasca prendo un bigliettino da visita e lo lascio sulla scrivania, con fare sufficiente.
“Va bene, le farò sapere…”, mi dice Giulia senza rivolgere uno sguardo al bigliettino e seguendo i miei movimenti.
"Quello è il mio numero di telefono personale. Io non ho orari di lavoro. I miei metodi glieli descriverà suo marito. Per il resto chiami a quel numero. È chiaro?"
Giulia prende il biglietto e lo osserva. Il bigliettino è completamente vuoto, c'è solamente scritto nome, cognome e un numero di telefono cellulare
“Ok, come ho detto, le faro sapere”, mi risponde nuovamente con un tono di voce piatto.
Annuisco. "A presto" dico sorridendo e salutando con un cenno del capo.
“Buongiorno”, risponde Giulia.
Chiudo la porta alle mie spalle.

Passano dieci minuti e qualcuno bussa alla porta di Giulia.
“Avanti”, con il consueto tono di voce.
Entra Rita, palesemente irritata e con gli occhi neri sgranati. Chiude la porta alle sue spalle.
“Che succede?”, chiede Giulia osservandola.
“Quel tizio”, dice con la voce leggermente tremolante, “uscendo mi ha salutata… calorosamente”. Giulia la osserva assottigliando lo sguardo. “E mi ha dato una pacca sul sedere… forse… non saprei se volontariamente… o meno…” dice mentre Giulia la osserva senza espressione in viso. Dentro di sé quel termine risuona a lungo. Istintivamente cambia il verso con cui accavalla le gambe, sentendo un leggero fremito partirle dal cervello, percorrerle la schiena e raggiungere le sue di natiche, che ancora bruciano dalle sculacciate in spiaggia.
“Ne terrò conto”, dice Giulia tornando con lo sguardo al computer e congedandola in quel modo.
Rita prende la maniglia della porta in mano. “Mi ha lasciato un biglietto da visita e mi ha scritto un indirizzo. Mi ha detto di telefonargli appena finito di lavorare. Mi avrebbe ospitata da lui”.
“Non mi riguarda, faccia come crede”, risponde Giulia, dal volto sempre più inanimato.
“Non andrò” soffia Rita, mentre apre e chiude la porta alle sue spalle.
Giulia osserva la porta, certa che quella informazione sia già passata anche dal marito.
Gli occhi sono pieni di rabbia.

Dopo una mezz’ora, a tramonto passato, Giulia si avvia verso l’uscita.
Le suona il telefono. Un SMS da un numero che non ha in rubrica.
"Vorresti fare a cambio. Ne sono certo".
Giulia non risponde e si avvia verso casa.
Il colloquio - parte 2 by Lee
Mentre rientra a casa la sera, Giulia riceve una telefonata dal marito.
Niente convenevoli. “Come è andata?”
“Uno strafottente”, risponde Giulia con voce ferma, leggermente tremante.
“Non farlo scappare. Assecondalo. Non possiamo perderlo”.
Giulia non risponde in alcun modo.

Rientrata in casa la figliastra inizia ad assillarla con le sue cazzate.
La osserva, annuendo. La sua voce snervante entra nel suo cervello come fossero molteplici aghi a massacrarle, in un lento stillicidio, il cervello, nonostante non ascolti una singola parola. La donna di servizio ha già preparato la cena. Giulia sparisce oltre la porta della camera matrimoniale e chiude la porta alle sue spalle, mentre la figliastra continua a parlare.
Per ora non toccherà cibo. Attende che quell’essere berciante si sarà stancato, avrà mangiato e se andrà fuori o a dormire.
Il telefono suona e nemmeno se ne accorge.
Il corpo è teso, un fascio di nervi. Nel suo cervello continua a risuonare quella parola ripetuta come un mantra dal marito: “Assecondalo”.
Lentamente si spoglia, lasciando gli abiti in giro per la stanza. Si ritrova nuda, di fronte allo specchio, largo almeno quattro metri e alto fino a terra. Si vede completamente nuda dalla cinta in su. Il suo fisico sodo, tonico è teso. Gli occhi neri guardano altri occhi neri dentro allo specchio. Occhi vuoti come vetro all’interno dello specchio. Si slaccia la gonna e la lascia scivolare. Un fremito le percorre il corpo mentre il tessuto scorre lungo i lividi delle sculacciate in spiaggia. Chiude gli occhi, mentre si toglie anche le mutandine. Lascia tutto a terra.
Riapre gli occhi e ritrova degli occhi neri nello specchio. Le mani sulle natiche, le carezzano, mentre un fremito le parte lungo la colonna vertebrale e si chiude nel suo sesso.
Di nuovo il telefono suona e la risveglia da quel torpore, facendo di nuovo tendere tutti i nervi.
C’è un SMS: “Ti aspetto”.
Lo ignora. Apre l’ulteriore notifica su Whatsapp. È una posizione, dallo stesso numero.
Ignora anche quella.
“Giulia, escooo!” arriva una voce dalla sala. Ignora anche quella. Completa nuda si lascia andare sul letto, senza forze. Le gambe ciondolano e le punte dei piedi toccano terra.
Di nuovo suona il telefono. Pigramente legge il nuovo SMS: “Ho mandato un autista a prenderti. Tra 10 minuti sarà lì”.
Stizzita lancia il telefono sul letto.
Rabbia. I nervi si fanno sempre più tesi.
Cerca si svuotare il cervello. Non ha il coraggio di osservare lo specchio. Si sente in balia di eventi non suoi. Non voluti da lei.
Va a farsi una doccia.
Quando esce, con l’accappatoio addosso, a piedi nudi attraversa la stanza. Sente il citofono suonare. Si avvicina. Solleva la cornetta.
“Sì?”
“Dottoressa, sono l’autista mandato dal Dottor ***”
“Quindi?”
“Quindi sono venuta a prenderla. La aspetto qua sotto”
“Può aspettarmi quanto vuole. Ho già detto al Dottor *** che staserà non lo raggiungerò”
“…”
“Mi sembra chiaro, no?”, dice con tono stizzito.
“Dottoressa ***, il Dottor *** mi sembrava alquanto convinto che non fosse un invito…”
“Bene, allora aspetterà a vuoto”
“Non credo, Dottoressa ***. Io aspetto, immagino sia sistemata da casa. Le do il tempo di vestirsi. La aspetto qui”.
Giulia chiude il citofono.
Rabbia. Mentre torna in stanza da letto i nervi sono tesi. La rabbia è padrona del suo corpo. Rabbia impotente. Passa di fronte allo specchio e vede il suo corpo teso, come fosse una bestia pronta ad assalire una preda. Ma la preda è lei. Di qualcosa che nemmeno sa. Rabbia. Gli occhi neri non cercano occhi neri. Trovano dei lividi sui glutei e un alone rosso. La preda è lei. E la bestia è lei stessa. Umiliazione. Rabbia. Non ha il coraggio di cercare occhi neri nello specchio. Osserva quei lividi e sente di nuovo quel fremito che termina tra le cosce. Alza gli occhi neri e trova occhi neri che piangono, vitrei, vuoti. Piange il suo sesso, umido contro una sua volontà di contegno. La rabbia cresce. La sua impotenza di resistere all’eccitazione dovuta a quella umiliazione è troppo forte.
Il telefono suona. Non apre nemmeno il messaggio. Legge la notifica a schermo: “Non avrà intenzione di farlo aspettare ancora a lun…”.
“Ragazzino strafottente” commenta in un borbottio tra sé e sé.
Si sdraia nuovamente sul letto. Completamente svuotata.
Poco dopo suona nuovamente il citofono.
Non si alza. A occhi chiusi osserva dentro di sé. Rivede la scena in spiaggia. È come fosse fuori dal suo corpo. E vedesse quel che hanno visto le sue amiche, con gli occhi nascosti dietro a osceni occhiali da soli, con delle ostentate griffe laterali. Vede quel suo buco del culo e sente nuovamente i commenti ed è come se fosse lei stessa a farli. “Ma suo marito non è mai a casa…”.
In lontananza sente una macchina di grossa cilindrata che si allontana da casa.
Il silenzio.
“Ma suo marito non è mai a casa…”. E un colpo secco. Sulle sue natiche. Mentre una mano nuovamente rovista tra le sue cosce umide.
Vuota.
Un altro colpo risuona, sempre più sordo. Le sue dita hanno sempre meno resistenza, mentre il sesso si fa sempre più burroso, umido, denso di umori.
Rabbiosa.
Il profumo le sale fino alle narici. "Eppure quello è aperto". La mano accelera quel movimento. Spalma gli umori sul clitoride, mentre l'indice scorre con violenza. Un colpo sordo. Nuovamente. Un fremito lungo la spina dorsale. "E di fresco anche...".
Umiliata. Piange.
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