Giulia by Lee
Summary: La storia di Giulia, dirigente d'azienda al secondo matrimonio. Umiliata.
Categories: Etero, Dominazione, Sensazioni Characters: None
Genres: Racconto
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 7 Completed: No Word count: 11763 Read: 55089 Published: 02/09/2018 Updated: 10/08/2018

1. La spiaggia - parte 1 by Lee

2. La spiaggia - parte 2 by Lee

3. Il colloquio - parte 1 by Lee

4. Il colloquio - parte 2 by Lee

5. Il colloquio - parte 3 by Lee

6. Il colloquio - parte 4 by Lee

7. Il colloquio - parte 5 by Lee

La spiaggia - parte 1 by Lee
Giulia è al suo secondo matrimonio: l’attuale marito, Franco, ha 62 anni, è proprietario di una holding di cui detiene il 57% delle azioni. Il padre aveva fondato una società negli anni ’50 del secolo scorso, che gli ha fruttato una fortuna tale che lui debba solo vivere quasi di rendita: ordinaria direzione della holding, riunioni, presenza lungo lo Stivale e in giro per il mondo.
Giulia ha 45 anni. È la direttrice di un’azienda “di famiglia”. Nel senso che il marito, per motivi fiscali, le ha intestato una azienda. E ufficialmente la dirige. È in vacanza e sta facendo una doccia.
Sabrina è la figlia del marito. Ha 21 anni. Dopo aver completato la scuola privata in quel di Milano si è trasferita in un’università privata svizzera assieme al suo gruppo di amiche con cui condivide l’esperienza educativa fin dall’adolescenza. È una ragazza molto sportiva, come le sue amiche. Nella sua esperienza educativa ha sviluppato solamente vizi, ozio e crescenti necessità di esposizione. Oltre alla sua passione per il nuoto: le spalle larghe accolgono dolcemente ogni giorno i suoi capelli finemente curati, lunghi fino a metà della schiena, biondi. I seni sodi quasi non risaltano rispetto al fisico asciutto, denso di muscolatura tesa, turgida. Gli occhi verdi osservano il mondo svogliatamente, ogni volta. Anche questa mattina, mentre attende che la matrigna esca dalla doccia.

Giulia sta uscendo dalla doccia.

Le sue forme sono spalmate in un metro e sessantacinque centimetri. L’età avanzata non sarebbe mai deducibile dalla forma tonda, soda e ancora alta dei suoi seni. I capelli biondi, tinti, cadono sulle spalle, bagnati. Li avvolge in un asciugamano, prima di infilarsi l’accappatoio, con cui copre la forma armoniosa delle sue natiche e delle sue cosce.. Di fronte allo specchio per un attimo incrocia i suoi occhi neri. Prosegue nella preparazione, mentre sente i richiami all’ordine di Sabrina, insistente fin dalla prima mattina.

Esce dal bagno, completamente nuda, entrando in camera. La luce del mattino illumina il suo corpo ancora leggermente umido per via della doccia. Da uno dei cassetti dell’immenso armadio estrae un piccolo bikini: la parte superiore è costituita da due triangoli ampi che avvolgono i seni. Lo indossa con tranquillità di fronte allo specchio, mentre il leggero ciuffo di peli del sesso riflette i raggi del sole, prima di scomparire sotto alle mutandine del bikini, che sul retro lasciano completamente vedere le natiche per via del ridotto perizoma alla brasiliana.
Dallo stesso cassetto afferra un pareo, che si avvolge in vita per avviarsi alla spiaggia.
Sabrina la accoglie sbuffando nel soggiorno, avvantaggiandosi sull’uscita di casa, rispetto alla madre: “Le mie amiche e le loro madri sono già la da quarantacinque minuti. Ti sembra il modo?” dice in tono spocchioso, allungando il passo senza attendere alcuna risposta.
Giulia la segue. Arrivano nella spiaggia privata di famiglia, poco distante dalla villa al mare. Le amiche di Sabrina sono già la, spalmate al sole che chiacchierano intensamente e rumorosamente. Le relative madri sono al sole, sonnecchianti, avvolte nei loro costumi interi e in occhiali dalle dimensioni e dalla forma improbabili.
Giulia arriva e saluta le ragazze e le donne, sorridente. Viene ricambiata, con sorrisi che nulla hanno a che fare con i pensieri che frullano in testa. Palesemente una delle più anziane la squadra, soprattutto mentre si toglie il pareo e mostra il suo culo sodo al sole della mattina, su cui poco dopo inizia anche a spalmare della crema da sole, con lentezza, in un gesto che, ci fossero uomini su quella spiaggia, sarebbe sufficiente a scatenare un cataclisma.

A operazione conclusa, Giulia si sfrega le mani, pronta a sdraiarsi. E in quel momento un’amica di Sabrina prende un pugno di sabbia e glielo lancia sulla schiena, facendola aderire con la crema spalmata e quel velo di sudore e salsedine tipico da bordo mare. Giulia si irrigidisce completamente, mentre allarga le braccia e stringe i pugni, piantandosi le unghie nella carne dei palmi per evitare di sbottare immediatamente. Si volta lentamente. Fissa la ragazza, che ancora sta completamente ridendo per la scena, assieme alle amiche, che osservano dietro, sedute, come fosse al cinema. Tra quelle vede seduta sua figlia, che se la ridacchia fortissimo. Giulia si avvicina alla ragazza che ha lanciato la sabbia: “Ti sembra uno scherzo da fare? Così? Senza senso?”, chiede con tono seccato, imperativo, molto duro. La ragazza che ha di fronte è praticamente la fotocopia della figliastra, e a piedi nudi la sovrasta di almeno 15 centimetri. Giulia la osserva, ma la remissione nel suo sguardo è superiore della rabbia e la statura non aiuta affatto. La ragazza le scoppia a ridere a pochi centimetri del viso: “Ma guardala, ‘sta vecchia. Si incazza pure”. Le dice tra una sghignazzata e l’altra. Giulia la osserva, con gli occhi lucidi, mentre osserva alle spalle della ragazza che la figliastra è piegata dalle risate, e dalla rabbia le rifila una sberla sulla spalla. Niente di efficace, più che altro una sorta di pacca, vista anche la differenza di consistenza di forza. La ragazza, sempre ridacchiando, si pone alle spalle di Giulia e di colpo le blocca un braccio dietro alla schiena, piegandolo e bloccandolo con una mano. Giulia prova a contorcersi, ma la ragazza ha ovviamente una forza superiore. “Cosa pensavi di fare? Vuoi menarmi qui davanti alla gente?”, sussurra nell’orecchio a Giulia, mentre le ragazze sedute continuano a ridere e le signore, invece, fingono di non vedere nulla, coperte dai loro occhiali da sole. La ragazza stringe ulteriormente la presa. Giulia si inginocchia nella sabbia, gli occhi tremendamente lucidi. Non dice nulla. Ha i denti stretti, zigrinati, dietro alle labbra chiuse. Osserva la sabbia, dalla vergogna. Non vuole nemmeno alzare lo sguardo e vedere il viso della figliastra che ride. Le è sufficiente riconoscerne distintamente la risata stridula e sguaiata.
La ragazza avvicina nuovamente le proprie labbra all’orecchio di Giulia: “Vuoi fare la figa?”, le dice strizzando ulteriormente il braccio, “allora ora ti togli completamente il costume”. Una signora si volta, perdendo completamente l’aplomb degli occhiali da sole. Le ragazze continuano con le loro risatine. Giulia ha gli occhi lucidissimi, in cui si riflette il sole cocente della tarda mattinata. Il suo corpo si fa molle, languido. Con il braccio sinistro, quello libero, accompagna dietro alla schiena l’altro, ma la mano di questo prende il laccio della parte superiore del bikini e lo slaccia. La ragazza gira il viso di Giulia verso le amiche. Verso la fronte, in realtà, perché la testa è sempre bassa. Ora il braccio di Giulia torna a penzoloni. La ragazza con il braccio libero le sfila il bikini accompagnando il gesto con un “O-o-lè!”, a cui scatta il coretto delle amiche. Giulia è a seno nudo. Quel seno nudo leggermente rigato da un velo di sudore, i capezzoli inturgiditi. Il contatto con l’aria la fa rabbrividire per un attimo. Solo ora solleva lo sguardo e vede la figliastra che la osserva ridendo di gusto, coprendosi la bocca con una mano, e nonostante ciò il rumore della sua risata è come un coltello che trafigge i timpani di Giulia. Che però non ha il tempo di pensare perché si trova faccia a terra. La ragazza le è salita sulla schiena. Giulia è con il viso nella sabbia. Cerca di sollevarsi, per parlare. Ma il gesto le fa semplicemente aprire la bocca e catturare una grossa manciata di sabbia.

La ragazza sulla schiena di Giulia sembra a cavallo di una bestia doma, che non ha intenzione di ribellarsi. Giulia divora sabbia nei suoi movimenti, senza riuscire a parlare. La ragazza fa un cenno alle amiche di passare dall’altra parte. Le ragazze fanno il giro e si trovano ai piedi di Giulia, chi seduta a terra, chi piegata sulle proprie ginocchia. La ragazza che cavalca Giulia inizia con un sonoro schiaffo alla natica sinistra. Giulia digrigna i denti, con la bocca piena di sabbia e saliva, emettendo un gemito strozzato. Altro colpo sulla natica destra. Il mugolio si fa ancora più sommesso. Di nuovo sulla sinistra e poi subito sulla destra, come stesse incitando un cavallo. Ma Giulia è doma. Ha il viso chino nella sabbia. Le lacrime le iniziano a rigare le guance. Talvolta solleva il viso per riuscire a non soffocare per colpa della sabbia. Ogni colpo sule natiche è una forte vibrazione lungo il corpo. Le natiche si fanno presto rosse, grazie al caldo, alla crema, alla sabbia e alla forza che ci mette la ragazza. Dei segni evidenti, rossi, che iniziano ad avere una sfumatura violacea sull’esterno, sulle natiche sode di Giulia. La ragazza molla il braccio di Giulia, ormai inerme sotto di lei e cambia la seduta. Ora è rivolta verso i suoi piedi. Le afferra i lembi delle mutandine e li tira fino a sentirli rompere. Ora con entrambe le mani rifila una doppia sculacciata e mantenendo le mani le divarica le natiche nella massima apertura possibile da quella posizione.
Le ragazze osservano e possono vedere chiaramente, senza alcun problema, il buco del culo di Giulia, esposto e anche una porzione del suo sesso, palesemente umido. Ma, si sà, la gioventù è votata alla superficialità e l’osservazione è assai limitata. Le signore, ormai sedute a osservare la scena, osservano con interesse quel buco del culo, con perizia quasi medica e notano quel sesso inumidito pesantemente. Giulia, inerme, sotto alla ragazza, ormai non cerca nemmeno di divincolarsi. L’aria tra le natiche semplicemente le fa scorrere un brivido lungo la schiena e il buco lievemente si dilata, per un attimo. Le signore iniziano a borbottare tra di loro: “Ma il marito è sempre fuori…” … “Eppure quello è aperto”… “E di fresco anche”… “Ma secondo te quella fa da sola? Ma va…”. Giulia piange. Sulla sabbia ormai la sua saliva, le sue lacrime e la sabbia sono un tutt’uno, vicino al suo viso. La ragazza le rifila uno schiaffo tra le natiche, colpendo marginalmente anche il sesso di Giulia. Freme per un attimo. Riprende la sculacciata, ora con ancora più forza, sui lividi già rossi e violacei. Giulia mugugna. Cerca di urlare, ma la sabbia in bocca non aiuta la situazione. La ragazza cerca di sollevarsi per risiedersi comodamente. Giulia capisce che ha un attimo per la fuga. Scivolando come un vermiciattolo si sfila da sotto la ragazza. Completamente nuda si avvinghia al pareo lasciato a terra e scappa verso casa, con le ragazze e le signore che ora ridacchiano tutte quante sonoramente.
Nella sua testa, il vuoto. Umiliazione. Profonda umiliazione e basta. Sputa sabbia mentre corre, piangendo come una ragazzina. Umiliata.
La spiaggia - parte 2 by Lee
Giulia è nuda. Di fronte allo specchio. Il corpo è cosparso di sabbia e polvere di sabbia. Ha addosso ancora il pareo, avvolto alla bell’e meglio a tal punto che porzione delle natiche deve essere rimasto scoperto anche nella fuga dalla spiaggia. Giulia guarda i suoi occhi neri dentro allo specchio. Le lacrime le rigano il viso e spostano la polvere di sabbia dalle guance. Gli occhi sono arrossati. Ogni tanto si china nel lavandino a sputare ancora sabbia. Si sente violata. Umiliata. Da una amica della sua insopportabile figliastra. Di fronte alla sua figliastra. E alle sue amiche. Giulia piange, di fronte allo specchio, con il corpo molle, vuoto.
Lascia andare il pareo a terra. Si guarda. Il corpo pieno di sabbia. I seni umidi di crema, sudore, sabbia. I capezzoli turgidi svettano e la curva del seno è evidenziata dalla sabbia inumidita da quella miscela. Giulia abbassa una mano tra le cosce. Sente la sua umidità. È eccitata. L’umiliazione la ha eccitata. China il viso. Non riesce più a guardarsi negli occhi neri. Infila un dito nel suo sesso. Gli umori sono densi. Lo estrae lentamente e quel rivolo denso si stacca dopo vari centimetri di percorso in cui il dito rimane unito alle grandi labbra attraverso quel filo tremendamente profumato. Chiude gli occhi e inspira il suo profumo.

Si volta e si lancia nella doccia, sempre a occhi chiusi. L’acqua passa da ghiacciata a calda in pochissimi secondi. La testa è china. L’acqua scorre bollente sul corpo, bagnando i capelli. La sabbia scivola lungo il corpo, formando piccoli grumi che vanno prima a depositarsi sul piatto della doccia e poi finiscono nello scarico. Giulia ha gli occhi chiusi, è immobile, per vari secondi, mentre l’acqua toglie il grosso della sabbia. A un certo punto apre gli occhi, ma non osserva nulla di particolare. Passa le mani tra i capelli, come per districarli e lasciar fluire via i capelli raggruppati dall’acqua. Prende lo shampoo, ne prende una grossa noce nel palmo della mano e lo spalma tra i capelli. Per tre volte. Si massaggia la testa, lavando accuratamente i capelli, massaggiando continuamente le tempie.
L’acqua scende. E allo stesso modo le lacrime. Copiose. Singhiozza, sotto la doccia. L’acqua lava via la lieve copertura di contegno che cerca di mantenere nella quotidianità. Ma quel bruciore e dolore alle natiche ora prevale. Prevale la vergogna. L’umiliazione.
Piange anche mentre i capelli son lavati e inizia a pulirsi il corpo. Piange anche mentre passa le mani a pulire i seni. I capezzoli turgidi offrono resistenza ai palmi delle mani e alle dita. Inspira per un attimo. Non smette di piangere e singhiozzare. Le mani puliscono tutto il corpo. Scendono sul sesso. Lo pulisce. La parte inferiore è arrossata, per un colpo ricevuto. Il sesso è bagnato dall’acqua ma ciò di per sé sarebbe inumidito di umori densi. Lo pulisce accuratamente. Le dita schiudono le labbra e uno dei singhiozzi si converte in un brivido molto intenso, elettrico, che le percorre tutto il corpo. Trema per un attimo sulle gambe. Le mani tremano, mentre con il bagnoschiuma inizia a lavare i glutei. Li tocca come se le dita fossero seta. Bruciano. Iniziano a spuntare i lividi nei profili dei colpi della ragazzina che la ha sculacciata con il sedere nudo, esposte alle amiche della figliastra e alle ue amiche. Hanno visto il suo buco del culo. Il suo sesso. Trema. Freme, mentre allaga le natiche e pulisce dalla sabbia con cura. Chiude di nuovo gli occhi. Con la punta del medio si massaggia il buco del culo, morbidamente. Inserisce un polpastrello, spingendolo lievemente. Lo estrae improvvisamente e riapre gli occhi, fissando nuovamente un punto vuoto.

Finisce di lavarsi, Giulia, come fosse un automa. Esce dalla doccia. La luce naturale la illumina, entrando dalla finestra. Non si è nemmeno asciugata. Gronda acqua. Non prende l’accappatoio, né un asciugamano. Cammina a piedi nudi, lentamente, lasciando grondare l’acqua da ogni parte del corpo. Gli occhi vuoti. Cammina verso la stanza da letto, con la luce che ora riflette sulle sue natiche sode, bagnate, arrossate in modo tremendo. Socchiude gli occhi, una volta arrivata in camera da letto. Arriva di fronte al gigantesco specchio che sta ai piedi del letto matrimoniale. Alza lo sguardo e incontra i suoi occhi neri e un piccolo asciugamano. Lo afferra e si asciuga solamente tra le cosce e, passandolo lievemente sul culo. Tra le natiche. Lo getta a terra e osserva il suo sesso che sembra nuovamente umido. Si lascia andare sul letto, di schiena. Divarica lentamente le gambe e con lo sguardo osserva la curva delle natiche visibile allo specchio. Chiude nuovamente gli occhi. Il corpo freme. Non è ferma, vibra. La mano sinistra si avvicina al sesso e allarga le grandi labbra, mentre il medio della mano destra insiste sul clitoride, con movimenti vigorosi, continui. La destra scende, con due dita che entrano nel sesso umido, morbido, accogliente, burroso. Lo schiude completamente, mentre il polso impazzisce. Ansima, Giulia, mentre la mano affonda colpi sempre più forti, velocissimi. Ansima a bocca aperta, in modo sguaiato, come se effettivamente qualcosa la stesse scopando come la più invitante e accogliente e desiderata delle puttane. La vergogna. L’umiliazione le bruciano il cervello. Le dita diventano tre e i colpi ormai non sono più colpi ma un ritmo continuo, forsennato. Urla, improvvisamente, mentre un flusso denso di umori è ormai condensato sulle dita. Le gambe tremano e lasciano quella posizione in tensione. La mano si muove velocemente anche durante quell’urlo e fremito. Poi dolcemente le dita tornano a essere due. Continua il movimento in quella miscela densa, tremendamente umida. Rantola lievemente. Estrae le dita e con indice, medio e anulare a coppa preme sul suo sesso, raccogliendo umori e portandoli alla bocca. Lecca le dita. Riapre gli occhi e osserva il soffitto, ancora ansimando, lievemente, però, ora.
Fissa il vuoto. Umiliazione.
“Mammaaaaaa” sente dalla stanza in fianco. “Che stai facendoooo?”, la voce fastidiosa della figliastra. Chiude gli occhi. Vergogna. Umiliazione.
Il colloquio - parte 1 by Lee
La quotidianità.
Giulia e la figliastra sono tornate a casa. Lunedì il lavoro riprende. Giulia non ha nemmeno salutato le sue amiche. È rientrata a casa ed è rimasta a vagare nella stanza tutto il giorno, passando gli occhi continuamente tra file di lavoro, sul computer. Ha avuto la necessità di avere il cervello occupato su quello per non pensare a quanto successo in spiaggia. Così per tutta la domenica. Non sa nemmeno cosa possa avere fatto la figliastra da quando son rientrate in poi. Giulia ha solamente spiluccato qualcosa nel tardo pomeriggio e di buon’ora è andata a dormire.

È lunedì. L’alba ha iniziato a filtrare pigramente attraverso le tende della stanza di Giulia. Le illumina i lineamenti fini del volto. Non ha dormito bene. Le coperte sono completamente smosse. Una gamba esce dalla copertura, mostrando la splendida forma e terminando in quei piedi piccoli, perfetti, percorsi appena da alcune vene sotto alla pelle morbida. Muove gli occhi. Si muove appena, mugolando leggermente. Si risveglia senza aprire di colpo gli occhi. Istintivamente muove la mano destra tra le cosce. È umida come se fosse venuta durante la notte, come se si fosse masturbata come una forsennata e non si fosse neanche preoccupata di pulire il lenzuolo. Ma non ricorda sia successo. Si accarezza il sesso, lentamente. Solleva la mano da sotto le coperte e inspira leggermente quel profumo. Si passa le dita sulle labbra, per un attimo. Ribalta poi pigramente le coperte ed esce dal letto, senza preoccuparsi di sistemarlo. Lo farà la donna di servizio.
Si infila in doccia e da lì riparte l’ordinaria routine.

Dopo qualche decina di minuti esce, con molto anticipo rispetto al solito, dalla stanza: addosso ha un tailleur nero, dal taglio classico. La giacca si adagia comodamente sulle forme del suo corpo, coperto ovviamente dal reggiseno che non ha questa grossa necessità, visto il seno sodo, e da una camicetta bianca, ben poco scollata, per la poca gioia di chi ci convive ogni giorno in ufficio. La gonna attillata copre le mutandine fresche di lavaggio, che già portano il profumo morbido del suo sesso appena lavato. Quella gonna evidenzia le cosce tornite quanto basta a renderla eccitante, nell’elegante semplicità che si porta addosso. Ai piedi porta due scarpe alte, dal taglio classico. Si è truccata leggermente, prima di uscire. I capelli sono raccolti in un elegante chignon sopra la nuca. Sono così esposte le sue orecchie dal taglio perfetto, morbido.
Si avvia verso la macchina e si dirige in ufficio.

Solamente a questo punto inizio a toccare la storia di Giulia.
Io sono un analista di mercato di una azienda concorrente alla holding del marito di Giulia. Sono molto conosciuto per la mia spregiudicatezza. Sono sul campo da appena due anni ma sono già conosciuto per il fiuto in alcuni affari, che hanno portato l’azienda per cui lavoro a spiazzare quella del marito di Giulia molto spesso, di recente. A una cena in Francia ho conosciuto il marito di Giulia. È un vecchio squalo. Dalla prima occhiata alle persone capisce dove queste vogliano andare a parare. Si muoveva in quell’ambiente con il fare di chi conosce troppo bene quel che sta per succedere. Fingendo di essere a proprio agio a quelle inutili cene di lavoro. Che lui rende produttive, a scapito di altri. Mi ha parlato a lungo della sua azienda, offrendomi un posto di lavoro allettante. Ha chiesto quali siano i miei attuali benefit. Ho finto al rialzo molte cose e ovviamente lui lo ha capito, ma non ha fatto nulla per abbassare l’offerta da lui fattami. Lunedì mattina ho un appuntamento in azienda. Dovrei incontrare il direttore del personale dell’azienda di cui Giulia è direttrice. Un colloquio riservato.

Sono le 8 di mattina. Sono uscito dalla doccia da qualche minuto, mentre mi aggiro nudo per la stanza. Il mio fisico non è nulla di particolare. Sicuramente non è quello tipico del tagliatore di teste, né tantomeno di chi fa il mio mestiere. Sono alto un metro e ottanta centimetri. Peso settantotto chili. Ho fatto molti sport in vita mia, fin dalla tenera età, che mi hanno cesellato due spalle molto ampie, muscolose. Il torace ampio ne è diretta conseguenza. I muscoli del mio corpo non sono eccessivamente ingombranti o tonici. Li tengo allenati quanto basta, in palestra e a corpo libero. Di fronte allo specchio mi guardo negli occhi castani. Con il rasoio da barbiere sistemo la barba, di media lunghezza, sulle guance. Sistemo anche sulla gola. Un taglio perfetto. L’occhio tutt’altro che vispo mostra il fatto che il rasoio ormai è integrato con i movimenti della mano. Non un pelo fuori posto. Lo riposo sul lavandino. Sciacquo le guance e passo una mano tra i capelli corti. Mi vesto.
Alle 8 ricevuto una chiamata dal marito di Giulia. Mi dice che sarà la dirigente dell’azienda a farmi il colloquio. Sto in silenzio per tutta la chiamata. Mi dice che è sua moglie. Saluto con un “ok”.

Giulia sta parcheggiando vicino all’ufficio. Poco dopo le 8 riceve una telefonata. È il marito. Il capo del personale ha l’influenza. Dovrà tenere un colloquio molto importante con un analista che deve rubare all’azienda avversaria. “È molto importante” è il mantra della telefonata. Il marito lo ripete all’infinito. Chiude in modo strano, senza salutare: “Dobbiamo strapparlo alla concorrenza. Non fare errori. È essenziale”. Fine della conversazione.

L’appuntamento è alle 9.30. Io arrivo alle 9.25 nella portineria del palazzo. Chiedo della Dottoressa ***, con cui il marito mi ha fissato un appuntamento urgente. In portineria mi guardano male. Normalmente nell'ambiente si vive con le guance ben rasate e la cravatta. Io mi presento senza cravatta, la camicia sbottonata e una barba di media lunghezza, curata, dai baffi molto spessi. Capelli molto corti, di rasatura a macchinetta, perfettamente omogenea. Attendo il permesso per salire e mi avvio.
A parte quei due particolari di mancato rispetto del “dresscode” non scritto il completo è di alta qualità, perfettamente aderente alle gambe, senza esagerazione. La giacca è ovviamente su misura, ma nonostante ciò fatica a contenere le spalle. La camicia è perfettamente stirata, bianca, intonsa. Ai piedi calzo un paio di scarpe eleganti dal taglio sportivo.
Mi avvio verso l'ufficio, ignorando la portineria del piano dell'azienda, che cerca di fermarmi. Chiedo informazioni a una ragazza che incontro sulla strada e mi avvio verso l’ufficio di Giulia.
Fuori dalla porta controllo la targa. Busso e attendo.

“Avanti”, sento provenire dall’interno la voce di una donna che risponde con un tono fermo, leggermente pigro. Probabilmente si aspetta che sia la segretaria.
Apro la porta con la mano destra. Entro senza rivolgere le spalle. Chiudo la porta con la sinistra alle mie spalle. Non faccio alcun cenno del capo o altro. "Buongiorno, Dottoressa”, dico iniziando a studiare con attenzione l'ufficio, l’aspetto della donna che ho di fronte, seduta alla scrivania.
“Beh non si usa farsi annunciare?” dice Giulia sollevando lo sguardo verso di me. “Chi è lei?”. Giulia è irrigidita, sembra indecisa se chiamare o meno la sicurezza. Mi osserva con le mani ancora ferme sui tasti del computer.
Alla sua domanda alzo il sopracciglio sinistro e tiro un sospiro lieve, palesemente seccato. Fisso i suoi occhi neri. "Sono Francesco ***, presumo suo marito le abbia annunciato dell'incontro che dovremmo tenere oggi. Pensavo ci fosse serio interesse. Vista l'accoglienza vedo di togliere il disturbo”, dico in tono gelido, prima di voltarmi e prendere il pomello della porta nuovamente con la destra.
“Aspetti un momento”, dice Giulia togliendo le mani dal computer e rivolgendosi completamente nella mia direzione, “forse non abbiamo cominciato bene”. Prosegue con un tono più basso, allungando poi leggermente la mano destra a indicare una delle poltroncine poste di fronte alla sua scrivania. “Si accomodi”, mi dice, senza ritrarre la mano. È palesemente imbarazzata.
Rimango per un attimo con il pomello in mano, dandole le spalle. All'ultima frase mi volto e la osservo, senza accomodarmi. La fisso, studio i tuoi occhi neri, il trucco con cui li evidenzia. Studio la tua capigliatura, i capelli raccolti, le orecchie e anche lei palesemente vede che la sto studiando. Non spiaccico parola. In quello studio lento, insisto particolarmente sulle sue labbra e sulle sue orecchie, mentre studio il tuo viso.
Non mi muovo di un passo dalla porta. Semplicemente non esco e la fisso.
Giulia mi osserva. “Dobbiamo parlare”, mi dice cercando di riportare rigidità nel suo tono di voce.
La fisso a mia volta, senza mai smettere di studiarla. Al fatto che dovremmo parlare annuisco, ma non spiaccico parola. Slaccio la giacca solo ora, metto le mani in tasca e inizio a girare in tondo per l'ufficio, osservando ogni particolare. Giro in tondo rispetto al tavolo di Giulia e arrivo alle sue spalle.
Lei è imperturbabile. Rimane a fissare la posizione da cui son partito per il mio giro esplorativo: “Allora è soddisfatto dell’esame?” chiede con tono ironico, senza perdere la rigidità ritrovata, “…e non mi stia alle spalle”, dice con una sfumatura leggermente seccata.
Studio la sua sagoma, da dietro, le orecchie, esposte dalla capigliatura.
"Penso che non sia io a dover parlare", dico tornando nel suo spettro visivo. "È suo marito che vuole offrirmi qualcosa. Sono io che necessito un offerta. Quindi ascolto" ti dico posizionandomi comodo sulla poltroncina davanti alla tua scrivania, accavallando le gambe. Ora mi sono accomodato.
Lei non ha mai cambiato la sua posizione, con le gambe accavallate. Tiene in modo composto le mani sulla scrivania, leggermente sovrapposte: “Sì, certo. Pensavo che il lato economico fosse già stato esaminato”, dice osservandomi. “Il lavoro lo conosce, quindi…”, dice allargando le mani, “non saprei che dirle”.

Sento bussare alle mie spalle.
“Avanti”, risponde Giulia con il medesimo tono con cui mi aveva accolto, rivolgendo uno sguardo alla porta, staccandolo dalla mia figura.
Entra una giovane ragazza, magra, dai lunghi capelli rossi, mossi, due occhi neri incastonati in un viso dalla forma squadrata, la pelle estremamente lentigginosa. I capelli le arrivano fin quasi sopra al culo, piccolo e sodo, avvolto in un tailleur che sembra fare la coppia di quello di Giulia. Il fisico slanciato di questa ragazza attira il mio sguardo, la stoffa del vestito le ricade dolcemente sui seni molto ridotti e sulle cosce tornite e sode. I tacchi che porta ai piedi, dal collo nudo, risuonano nella stanza. Sembra una modella sfuggita da una passerella, anche nel portamento.
“Dimmi, Rita. Cosa c’è?”, le chiede con un malcelato tono infastidito, coperto da un innaturalissimo velo di gentilezza.
Osservo quella ragazza che fa il giro della scrivania, non mi rivolge uno sguardo e si pone a fianco di Giulia, in piedi. Le fisso il culo, senza il benché minimo ritegno. La segretaria sussurra qualcosa all'orecchio di Giulia e lascia una pila di fogli sul tavolo: palesemente una proposta di contratto faxata.
La donna osserva la carta e la legge di sfuggita. Giulia ha osservato maggiormente me della segretaria. Nota tutti gli sguardi che ho rivolto a Rita. Mi osserva come se stesse osservando un porco schifoso. “Leggo che sulla componente economica e sui benefit è già stato deciso”, mi dice con un tono gelido.
"Certamente, come può ben immaginare" ti dico sorridendo, tornando a fissare il culo di Rita, mentre esce.
Giulia è infastidita.
Non tolgo il sorriso dal mio volto, mentre torno a fissarle i profondi occhi neri. “Volevo vedere quali fossero gli altri elementi del lavoro. Lei dovrà dirigermi, sa.”. Fisso il fastidio palese nello sguardo di lei.
“Certamente, lo so”. Sbuffa.
"E io non sono abituato ad avere capi, intende, vero?”, chiedo mentre il piede della gamba accavallata ciondola pigramente, senza togliermi dal viso quel sorriso sempre più fastidioso.
Non tolgo lo sguardo dal suo viso per un attimo.
“Dovra abituarsi, se collaboreremo”, mi risponde con un’espressione imperturbabile del viso.
"Qualcuno dovrà abituarsi, ha ragione”, dico sorridendo, mentre mi alzo e dalla tasca prendo un bigliettino da visita e lo lascio sulla scrivania, con fare sufficiente.
“Va bene, le farò sapere…”, mi dice Giulia senza rivolgere uno sguardo al bigliettino e seguendo i miei movimenti.
"Quello è il mio numero di telefono personale. Io non ho orari di lavoro. I miei metodi glieli descriverà suo marito. Per il resto chiami a quel numero. È chiaro?"
Giulia prende il biglietto e lo osserva. Il bigliettino è completamente vuoto, c'è solamente scritto nome, cognome e un numero di telefono cellulare
“Ok, come ho detto, le faro sapere”, mi risponde nuovamente con un tono di voce piatto.
Annuisco. "A presto" dico sorridendo e salutando con un cenno del capo.
“Buongiorno”, risponde Giulia.
Chiudo la porta alle mie spalle.

Passano dieci minuti e qualcuno bussa alla porta di Giulia.
“Avanti”, con il consueto tono di voce.
Entra Rita, palesemente irritata e con gli occhi neri sgranati. Chiude la porta alle sue spalle.
“Che succede?”, chiede Giulia osservandola.
“Quel tizio”, dice con la voce leggermente tremolante, “uscendo mi ha salutata… calorosamente”. Giulia la osserva assottigliando lo sguardo. “E mi ha dato una pacca sul sedere… forse… non saprei se volontariamente… o meno…” dice mentre Giulia la osserva senza espressione in viso. Dentro di sé quel termine risuona a lungo. Istintivamente cambia il verso con cui accavalla le gambe, sentendo un leggero fremito partirle dal cervello, percorrerle la schiena e raggiungere le sue di natiche, che ancora bruciano dalle sculacciate in spiaggia.
“Ne terrò conto”, dice Giulia tornando con lo sguardo al computer e congedandola in quel modo.
Rita prende la maniglia della porta in mano. “Mi ha lasciato un biglietto da visita e mi ha scritto un indirizzo. Mi ha detto di telefonargli appena finito di lavorare. Mi avrebbe ospitata da lui”.
“Non mi riguarda, faccia come crede”, risponde Giulia, dal volto sempre più inanimato.
“Non andrò” soffia Rita, mentre apre e chiude la porta alle sue spalle.
Giulia osserva la porta, certa che quella informazione sia già passata anche dal marito.
Gli occhi sono pieni di rabbia.

Dopo una mezz’ora, a tramonto passato, Giulia si avvia verso l’uscita.
Le suona il telefono. Un SMS da un numero che non ha in rubrica.
"Vorresti fare a cambio. Ne sono certo".
Giulia non risponde e si avvia verso casa.
Il colloquio - parte 2 by Lee
Mentre rientra a casa la sera, Giulia riceve una telefonata dal marito.
Niente convenevoli. “Come è andata?”
“Uno strafottente”, risponde Giulia con voce ferma, leggermente tremante.
“Non farlo scappare. Assecondalo. Non possiamo perderlo”.
Giulia non risponde in alcun modo.

Rientrata in casa la figliastra inizia ad assillarla con le sue cazzate.
La osserva, annuendo. La sua voce snervante entra nel suo cervello come fossero molteplici aghi a massacrarle, in un lento stillicidio, il cervello, nonostante non ascolti una singola parola. La donna di servizio ha già preparato la cena. Giulia sparisce oltre la porta della camera matrimoniale e chiude la porta alle sue spalle, mentre la figliastra continua a parlare.
Per ora non toccherà cibo. Attende che quell’essere berciante si sarà stancato, avrà mangiato e se andrà fuori o a dormire.
Il telefono suona e nemmeno se ne accorge.
Il corpo è teso, un fascio di nervi. Nel suo cervello continua a risuonare quella parola ripetuta come un mantra dal marito: “Assecondalo”.
Lentamente si spoglia, lasciando gli abiti in giro per la stanza. Si ritrova nuda, di fronte allo specchio, largo almeno quattro metri e alto fino a terra. Si vede completamente nuda dalla cinta in su. Il suo fisico sodo, tonico è teso. Gli occhi neri guardano altri occhi neri dentro allo specchio. Occhi vuoti come vetro all’interno dello specchio. Si slaccia la gonna e la lascia scivolare. Un fremito le percorre il corpo mentre il tessuto scorre lungo i lividi delle sculacciate in spiaggia. Chiude gli occhi, mentre si toglie anche le mutandine. Lascia tutto a terra.
Riapre gli occhi e ritrova degli occhi neri nello specchio. Le mani sulle natiche, le carezzano, mentre un fremito le parte lungo la colonna vertebrale e si chiude nel suo sesso.
Di nuovo il telefono suona e la risveglia da quel torpore, facendo di nuovo tendere tutti i nervi.
C’è un SMS: “Ti aspetto”.
Lo ignora. Apre l’ulteriore notifica su Whatsapp. È una posizione, dallo stesso numero.
Ignora anche quella.
“Giulia, escooo!” arriva una voce dalla sala. Ignora anche quella. Completa nuda si lascia andare sul letto, senza forze. Le gambe ciondolano e le punte dei piedi toccano terra.
Di nuovo suona il telefono. Pigramente legge il nuovo SMS: “Ho mandato un autista a prenderti. Tra 10 minuti sarà lì”.
Stizzita lancia il telefono sul letto.
Rabbia. I nervi si fanno sempre più tesi.
Cerca si svuotare il cervello. Non ha il coraggio di osservare lo specchio. Si sente in balia di eventi non suoi. Non voluti da lei.
Va a farsi una doccia.
Quando esce, con l’accappatoio addosso, a piedi nudi attraversa la stanza. Sente il citofono suonare. Si avvicina. Solleva la cornetta.
“Sì?”
“Dottoressa, sono l’autista mandato dal Dottor ***”
“Quindi?”
“Quindi sono venuta a prenderla. La aspetto qua sotto”
“Può aspettarmi quanto vuole. Ho già detto al Dottor *** che staserà non lo raggiungerò”
“…”
“Mi sembra chiaro, no?”, dice con tono stizzito.
“Dottoressa ***, il Dottor *** mi sembrava alquanto convinto che non fosse un invito…”
“Bene, allora aspetterà a vuoto”
“Non credo, Dottoressa ***. Io aspetto, immagino sia sistemata da casa. Le do il tempo di vestirsi. La aspetto qui”.
Giulia chiude il citofono.
Rabbia. Mentre torna in stanza da letto i nervi sono tesi. La rabbia è padrona del suo corpo. Rabbia impotente. Passa di fronte allo specchio e vede il suo corpo teso, come fosse una bestia pronta ad assalire una preda. Ma la preda è lei. Di qualcosa che nemmeno sa. Rabbia. Gli occhi neri non cercano occhi neri. Trovano dei lividi sui glutei e un alone rosso. La preda è lei. E la bestia è lei stessa. Umiliazione. Rabbia. Non ha il coraggio di cercare occhi neri nello specchio. Osserva quei lividi e sente di nuovo quel fremito che termina tra le cosce. Alza gli occhi neri e trova occhi neri che piangono, vitrei, vuoti. Piange il suo sesso, umido contro una sua volontà di contegno. La rabbia cresce. La sua impotenza di resistere all’eccitazione dovuta a quella umiliazione è troppo forte.
Il telefono suona. Non apre nemmeno il messaggio. Legge la notifica a schermo: “Non avrà intenzione di farlo aspettare ancora a lun…”.
“Ragazzino strafottente” commenta in un borbottio tra sé e sé.
Si sdraia nuovamente sul letto. Completamente svuotata.
Poco dopo suona nuovamente il citofono.
Non si alza. A occhi chiusi osserva dentro di sé. Rivede la scena in spiaggia. È come fosse fuori dal suo corpo. E vedesse quel che hanno visto le sue amiche, con gli occhi nascosti dietro a osceni occhiali da soli, con delle ostentate griffe laterali. Vede quel suo buco del culo e sente nuovamente i commenti ed è come se fosse lei stessa a farli. “Ma suo marito non è mai a casa…”.
In lontananza sente una macchina di grossa cilindrata che si allontana da casa.
Il silenzio.
“Ma suo marito non è mai a casa…”. E un colpo secco. Sulle sue natiche. Mentre una mano nuovamente rovista tra le sue cosce umide.
Vuota.
Un altro colpo risuona, sempre più sordo. Le sue dita hanno sempre meno resistenza, mentre il sesso si fa sempre più burroso, umido, denso di umori.
Rabbiosa.
Il profumo le sale fino alle narici. "Eppure quello è aperto". La mano accelera quel movimento. Spalma gli umori sul clitoride, mentre l'indice scorre con violenza. Un colpo sordo. Nuovamente. Un fremito lungo la spina dorsale. "E di fresco anche...".
Umiliata. Piange.
Il colloquio - parte 3 by Lee
La figura elegante di Giulia non ha mai espresso così tanta volgarità.
È nuda, a cosce divaricate.
La mano tra le cosce. Il medio della mano destra morbidamente appoggiato sul sesso, il polpastrello infilato tra le grandi labbra. Il sesso è velato di umori e sul copriletto una colata di umori rinsecchiti dalla notte.
Eppure in quella volgarità della posizione, la luce, appena successiva all’alba, del sole che filtra oltre le tende, illumina quei capezzoli morbidi come fosse una dolce carezza mattutina. Il suo viso è teso. Il sonno non è stato riposante, né rilassato.
Si sveglia di soprassalto, sollevandosi con un colpo di reni. Si ritrova davanti una donna a cosce larghe, i piedi penzoloni dal letto, nello specchio. Sfatta. Tesa. Cerca gli occhi neri. Le guance rigate di lacrime rinsecchite nella notte.
Si alza e torna a infilarsi in doccia. Come la sera prima, vuota.
L’acqua le gronda addosso, ma non pulisce nulla. Il corpo è perfettamente pulito. Ma lo sporco non se ne va. Non se ne va la rabbia. Le mani scorrono sul corpo rabbiosamente. Le dolgono le natiche quando passa. Ma non importa. Umiliazione. Rabbia.
Esce e si avvolge nell’accappatoio.
Appena lascia cadere l’accappatoio a terra, suona il telefono. Suona molto brevemente. Si volta e solleva il telefono. Il marito. Lo richiama, tenendo il telefono nell’incavo della spalla. Non risponde.
Getta con rabbia il telefono sul letto.
Chissà cosa vorrà, si chiede. Prende una camicetta bianca, profumante di biancheria di freschissima lavatura dall’armadio. La indossa, senza allacciare gli ultimi due bottoni. Indossa le mutandine, con movimenti rigidi. Indossa un tailleur blu scuro, di sartoria. La giacca le aderisce perfettamente alle spalle, al profilo del corpo. La gonna ne risalta le forme delle cosce, del culo. Sfila dalla scarpiera due scarpe alte, perfettamente intonate. Passando davanti allo specchio recupera il telefono, ma non si guarda minimamente. Chiude gli occhi e si compone uno chignon, senza nemmeno avere la necessità di guardarsi. Riapre gli occhi ed esce dalla stanza, nel silenzio di casa. È molto presto: il silenzio è sovrano. La donna di servizio ancora non ha preparato la colazione. La figliastra non è sveglia.
Una cosa almeno non è così negativa, pensa tra sé.
Si avvia alla macchina e da lì parte per l’ufficio. Non è nemmeno a metà strada che il marito la richiama. Il saluto è una serie di bestemmie. Giulia si irrigidisce. Accosta sulla strada. Preme le quattro frecce e il corpo sembra sprofondare dentro il sedile. Suo marito non è mai stato così rabbioso. Inizia a parlare dopo avere sfoderato una serie di bestemmie. “Che cazzo hai combinato!”. Ma parla urlando. Urla a tal punto che il telefono distorce quanto sta dicendo. “Non ti capisc…”. Lui le urla contro. “Vedi di assecondarlo”. Solo questo capisce. “Vedi di assecondarlo”, le risuona nel cervello, mentre il marito ha ormai appeso. “Vedi di assecondarlo”.
Giulia è un fascio di nervi. Ma nel cervello non ha forza.
Non ha la forza nemmeno mentre i suoi occhi cercano altri occhi nello specchietto retrovisore, mentre quasi in automatico cerca gli SMS ricevuti e procede a richiamare.
Nessuna risposta.
Giulia riaccende la macchina e si dirige verso l’ufficio. Parcheggia. Prende nuovamente il telefono. Richiama il numero da cui ha ricevuto SMS la notte scorsa.
Nessuna risposta.
Le lacrime le rigano il volto.
Impotente.
Piange. Mentre il corpo è affossato nel sedile. Senza forze, riaccende la macchina. Prende il telefono e lo posiziona nel supporto per utilizzarlo da navigatore. Apre Whatsapp e clicca sulla posizione ricevuta ieri sera.
Impotente.
Clicca su “Calcola percorso” e nel frattempo le arriva un SMS: “Hai 15 minuti”.

Giulia arriva in albergo.
È un albergo da convention. Freddo. Freddo nonostante l’arredamento orrendamente kitsch. L’abbinamento tra gli arredamenti cozzano l’uno con l’altro.
Ma Giulia non lo nota.
Arriva in reception. E con voce piatta e occhi vitrei con cui osserva il ragazzo della reception pronuncia due semplici parole: “Dottor ***”.
Stanza 738. Settimo piano, corridoio di sinistra.
Giulia, come un automa, si avvia all’ascensore.
Preme il tasto 7.
Perché c’è quello specchio? Può guardare solamente quella donna nello specchio, vestita di tutto punto. Eppure così vuota.
Un campanello digitale suona. Si apre la porta, si volta e procede nel corridoio di sinistra.
La porta della stanza 738 è aperta.

La attendo seduto sulla poltrona in fondo alla stanza, vicino alla finestra. In mano ho un fascicolo di una cartellina rigida di pelle, sulla cui copertina è griffato d’oro il logo dell’azienda concorrente della holding del marito di Giulia. Quando la vedo entrare la richiudo sulle mie gambe incrociate.
Non dice nulla, Giulia.
La osservo e la squadro dai piedi alla testa.
Le sorrido.
Addosso ho un completo blu, gessato, di sartoria. Ai piedi un paio di scarpe di pelle blu scuro dai lacci chiari, in tinta con la cintura.
“Prego”.
Le dico allargando una mano a simboleggiare una sorta di apertura.
“Suo marito mi ha chiamato, supplicandomi”, le dico mentre lei rimane ferma, immobile, due passi dopo aver superato la porta. Mi fissa. Cerco i suoi occhi neri, anche così da lontano.
“Vedo che nella sua famiglia qualcuno ha capito come si tratta con me”, dico con una breve risatina.
Giulia chiude la porta alle sue spalle, con un movimento nervoso, che fa tuonare la chiusura della porta nella stanza.
“Come mai è qui?”, chiedo con strafottenza.
Vedi di assecondarlo. Quel mantra risuona nella mente di Giulia, mentre osserva quel ragazzo che ha vent’anni in meno di lei, che la sta trattando come fosse una sua sottoposta. Lei è la dirigente dell’azienda che deve offrire lui un contratto. Vedi di assecondarlo. È un’assunzione essenziale rispetto alla strategia aziendale. Lei cosa può fare.
“Lei è…” La voce di Giulia esce in uno sbuffo. È come se il cervello avesse tentato di utilizzare le ultime energie presenti, ma fosse collassato proprio nel momento in cui doveva esprimersi.
Sollevo le sopracciglia e il sorriso si alleggerisce, di fronte a quell’espressione.
“La asseconderà”, le dico fissandola negli occhi neri.
Lei mi fissa, con lo stesso sguardo di chi ha appena ricevuto una revolverata nella bocca dello stomaco. Gli occhi sgranati. È come se quelle parole non fossi stato io a pronunciarle, nel suo cervello. Ed effettivamente è ciò che mi ha detto suo marito al telefono, probabilmente pensando a tutt’altro, rispetto alla situazione in cui si trova la moglie ora.
Giulia abbassa lo sguardo. Osserva un punto vuoto dell’orrendo pavimento di quell’albergo, le cui mattonelle probabilmente provengono da qualche posto sperduto del mondo e costano un occhio della testa. Lo stesso occhio che dovevano utilizzato per abbinare gli arredamenti di quell’albergo.

“Spogliati e fammi vedere tutti i tuoi buchi”, dico a quel corpo svuotato che ho di fronte.
Giulia rialza lo sguardo verso di me. Gli occhi sono lucidi. È come se cercasse di parlarmi, senza riuscirci. Non riesce nemmeno a piangere. Vedo la giacca scivolare lungo le sue braccia. La ripone poi attentamente sul letto lì a fianco. Chiude gli occhi e inizia a slacciare la camicetta. Dentro di lei ogni bottone slacciato è una coltellata al suo corpo. Ma quelle coltellate stanno sciogliendo quei nervi tesi, pronti a strapparsi. Si sciolgono. Si svuota completamente. Anche la camicetta finisce sul letto, riposta con eleganza. Io la osservo con le mie mani chiuse attorno al ginocchio destro. La gamba piegata sulla sinistra. Immobile, la scruto, come una belva che sta osservando un’operazione della sua preda, che inavvertitamente è finita nella sua tana, limitandosi volontariamente ogni possibile via di fuga.
Slaccia la gonna. Toglie le mutandine. Toglie il reggiseno.
Di fronte non ha alcuno specchio. Mi fissa. I miei occhi trovano occhi neri, pieni di lacrime, che scivolano lungo le guance, in silenzio.
“Esegua”. Le ordino.
Lei si avvicina, fino a rimanere a un passo da me.
Mi fissa negli occhi, mentre le mani scendono lungo i fianchi. Se li sfiora, quasi volesse carezzarli per tranquillizzarsi. Ora i muscoli sono sciolti, così come i nervi. Indice e medio di entrambe le mani prendono le grandi labbra e le schiudono. In un gesto estremamente volgare piega il bacino in modo che io possa verificarne l’interno. Scruto a lungo. Non ho bisogno di alzare lo sguardo per vedere le lacrime che scorrono sempre più intense lungo le guance.
La Signorina Rabbia ha lasciato spazio a Madama Impotenza.
Annuisco.
Lei si volta.
Di fronte mi trovo le sue natiche, tonde, sode. La curva inferiore delle natiche è perfettamente definita, per essere una donna di 45 anni. La osservo con attenzione, mentre curva la propria schiena, in avanti, divaricando leggermente le gambe. Le due mani dal sesso si spostano sulle natiche e sembrano aderire a dei lividi intensi che vedo distintamente sul culo. Le natiche sono rosse e anche la parte inferiore del sesso. Ispeziono il buco del culo di Giulia. Inspiro lentamente, rumorosamente, affinché lei senta. Vedo un nuovo fremito lungo il suo corpo.
“Bene”, le dico.
Lei si volta nuovamente.
Si inginocchia, posando le natiche sui talloni. Al contatto vedo che ha un lieve sobbalzo. Quei lividi fanno male. Quelle natiche bruciano. Mi osserva. Occhi negli occhi. E apre sguaiatamente la bocca, lasciando uscire la lingua, luminosa di saliva. Non la osservo nemmeno. La fisso negli occhi in quella posizione.
Annuisco. Solo ora tolgo l’incrocio dalle gambe, con ancora lei di fronte, inginocchiata. Mi alzo e la osservo dall’alto al basso, senza distoglierle lo sguardo dagli occhi.
“Possiamo andare in ufficio”, le dico sorridendo.
Prendo la cartellina che avevo in mano e la getto nel cestino sotto alla scrivania a fianco del letto matrimoniale.
Mi avvio alla porta.
“La aspetto in ufficio”.
La richiudo alle mie spalle.
Giulia è ancora a terra. In ginocchio. Con le natiche che le fanno male in quel contatto con i talloni.
Piange, fissando il nulla, mentre la luce che filtra dalla finestra illumina il rivolo umido sulle sue guance.
Il colloquio - parte 4 by Lee
Il silenzio.
In questo ufficio il silenzio è tremendamente vuoto. I suoni che provengono dai corridoi al di fuori, anche quelli più vicini, sembrano completamente ovattati, come provenissero da mondi lontani.
Sono seduto su una delle poltroncine poste di fronte alla scrivania di Giulia. Mi ha fatto accomodare Rita, la segretaria dell’ufficio, dopo che le avevo spiegato di avere l’appuntamento per la firma del contratto alle 9 in punto. Io sono arrivato alle 9.10. Giulia ancora non c’è. Rita non mi ha dato una risposta sulla sua assenza.
Gambe incrociate, osservo l’atmosfera di quell’ufficio, studiando attentamente i dettagli delle pareti, delle decorazioni.
La porta dietro di me si apre, poco dopo aver sentito un suono sordo di tacchi avvicinarsi. Alle mie spalle sento quel rumore rallentare. Per un attimo fluiscono all’interno rumori pieni, reali. Spariscono improvvisamente e Giulia compare nel mio campo visivo. Non dice nulla. Sento il suo guardo addosso, mentre è alle spalle, ma una volta arrivata nel campo visivo attraversa velocemente la stanza e si piazza alla sua sedia, mentre gli occhi fissano il pavimento, prima, e la scrivania, poi.
Di fronte a lei un plico di fogli stampati di recente, posato sopra a una serie di cartelline ripiene di altri fogli.
Giulia si è rifatta il trucco, anche se leggero. Ma i suoi occhi sono leggermente arrossati. Si è rivestita. Completamente.
Le sorrido, mentre la osservo. Studio gli occhi neri che osservano il vuoto, mentre puntano a quel blocco di carta. Solamente la mano destra si solleva e recupera una penna dal tavolo e la posa sulla carta.
“Ti vedo sconvolta”. Le do del “tu”, così, con un tono irriverente, come se non sapessi il motivo di quel suo aspetto.
Alza gli occhi e si fermano all’altezza del nodo della mia cravatta. Sono lucidi, nuovamente. Quelle due perle nere sono vuote. Le guance piatte e le labbra assottigliate. Alza gli occhi, ma è come se quel viso fosse molto più in basso, come nella camera di albergo, all’altezza delle mie ginocchia. Le fisso gli occhi neri.

Non dice nulla. Mi gira il contratto, quello spesso plico di fogli, lasciandovi sopra la biro. “Prego, il contratto è stato rivisto come concordato. I punti in cui va firmato sono chiari. Quattro firme”, dice con una voce sforzata, vibrata da tremori.
Sogghigno leggermente, prima di afferrare la biro e iniziare a firmare. Fingo di leggere qualche parte. In realtà conosco già tutto. Controllo che rispetti quanto già ricevuto via mail.
Alla terza firma sollevo la biro. “Peccato che avrai indossato veramente tutto di nuovo”. Non sollevo lo sguardo dal contratto. Scorro le pagine e appongo la quarta firma. Appoggio la biro sui fogli e li lascio di fronte a me.

Osservo Giulia. Lei osserva il contratto.
Non alza lo sguardo, minimamente. Osserva la carta.
“Alzati in piedi”, le dico da quella posizione. Non si muove. Vedo il suo corpo mosso da una leggera vibrazione, breve ma percettibile.
Umiliata. Sulla carta vede le lacrime versate sul pavimento della mia stanza in albergo. Nuda. Esibita come un animale da vendere a un mercante.
Fa indietreggiare lievemente la sedia e si alza. Lo sguardo basso.
Fa il giro del tavolo e arriva al mio fianco. Cerca di allungare una mano per prendere il contratto. Mi alzo. La mia mano sinistra le afferra il mento e le direziono il viso verso il mio. Voglio vedere i suoi occhi. La osservo, attentamente. Una lacrima le riga la guancia destra. Un sorriso sghembo è la mia risposta a quel suo sguardo vuoto.
“Alzati la gonna”, le dico indietreggiando di un passo. Lei ha capito che anche senza il contatto con la mia mano voglio vedere i suoi occhi. Le lacrime sgorgano lentamente e flebili, ma sgorgano da suoi occhi, mentre entrambe le mani afferrano i lembi inferiori della gonna aderente e la alzano a fatica oltre la metà delle natiche e con un lieve ulteriore scatto lascia quelle natiche sode e definite completamente scoperte. Sono soddisfatto del vuoto di quello sguardo di Giulia e le giro attorno. Osservo quel culo e con la destra carezzo il profilo della natica destra, premendo su quei lividi ancora presenti, dalla spiaggia. Giulia ha un sussulto. Un brivido le percorre il corpo, tanto che drizza il collo, socchiude gli occhi e schiude leggermente le labbra. Cerca di trattenersi. Fa male, quel livido. Fa male, quell'umiliazione, reiterata a breve giro rispetto a quanto successo poco prima nella stanza d'albergo.
La mia mano cinge la natica, allargandosi leggermente. Sale lungo la fascia lombare, incrociando la gonna arrotolata.
Sale lungo la schiena e quella pressione lieve è sufficiente. Non servono parole.
Giulia si china in avanti. Si piega completamente sulla scrivania. Con un colpo delle scarpe sulla caviglia sinistra e poi su quella destra le accompagno l'allargamento delle gambe. Rimane così, in quella posizione. Ritraggo lentamente la mano fino a tornare sulla pelle nuda
Osservo quelle natiche esposte, completamente. La mano scende e la sollevo di colpo e, come una frusta, le dita tornano sulla natica destra, soda, con un impatto veloce, caldo, che risuona seccamente nell'ambiente dell'ufficio. Giulia sobbalza ed emette un gemito, non trattenuto. Chiunque, fosse attento, avrebbe potuto sentirla, anche con quei suoni attutiti. Si morde le labbra e china il viso sulla scrivania. Tornano a sgorgare le lacrime. Non bada al fatto che quelle gocce salate scivolano lentamente sulla copertina del contratto. Con la mano carezzo a fior di pelle la sagoma arrossata della sculacciata appena rifilata. Sento una leggera vibrazione del corpo di Giulia, come una leggerissima scarica elettrica.
Piego la mano e con ancor più forza ricopro la sagoma scolorita del livido sulla natica sinistra di Giulia. I suoi denti artigliano il labbro inferiore. Il gemito di prima è ora strozzato in un mugugno, quasi difficilmente percepibile. Il suo corpo vibra. Lei singhiozza ritmicamente, quasi morbidamente, senza lasciare che i denti si rilassino su quel labbro. Un nuovo impatto secco, tra il palmo della mia mano e la sua natica destra, questa volta estremamente violento. Nel rimbalzo elastico torno immediatamente con un nuovo colpo sulla stessa natica. A ogni colpo sento quel singhiozzare aumentare, che raggiunge dei piccoli apici in corrispondenza dei colpi. Giulia piange, umiliata ancora di più. La mia mano scorre per un attimo sulla sagoma rossa viva sulla natica destra, la carezza e sento una vibrazione profonda nel corpo di Giulia.
La mano scivola tra le natiche e tre dita si stringono tra le natiche e poi si allargano tra le cosce, risalendo leggermente. Sento un'umidità densa, diffusa, attraverso le mutandine. Il medio preme sulle mutandine. Sento il suo corpo percosso da una continua scarica. La mano risale, con indice e anulare che sfiorano la curva interna dei glutei. Il medio preme, spingendo le mutandine di Giulia ad aderire ulteriormente tra le natiche.
Stacco la mano. Leggermente, lentamente.
Medio e anulare si infilano repentinamente sotto al tessuto della mutandina e tiro con forza. Il tessuto aderisce al suo sesso, prima. Si assottiglia, perché tiro con forza e preme sul suo sesso, inserendosi tra le grandi labbra. Lo strappo con forza, mentre Giulia cede per un attimo in quella sua pressione dei denti sul labbro inferiore. Un gemito strozzato le esce direttamente dalla gola, posandosi completamente col petto sulla scrivania. Mi rimane un pezzo di stoffa tra le mani. Afferro anche il lembo superiore e strappo completamente via le mutandine. Le sollevo e porto il tessuto frontale alle narici. Inspiro deliberatamente rumorosamente. Sospiro, socchiudendo gli occhi. La mia lingua assapora leggermente quell'umidità, per un attimo. Le ripongo nella tasca della giacca, ripiegandole accuratamente. Riapro gli occhi e la mano si distende. Il medio percorre la medesima via dell'incavo tra le natiche, dall'alto al basso. Per un attimo si ferma su quell'orifizio al centro del culo di Giulia.
Si stacca. Le rifilo un violento manrovescio sulla natica sinistra. Giulia sobbalza e torna a stringere con i denti un mugolio sommesso. Senza rilassare il braccio nuovamente il palmo torna sulla natica destra, rivangando la sagoma arrossata lasciata dai colpi precedenti.
Faccio un passo indietro. Rimiro la mia opera: Giulia stesa sulla scrivania, le cosce larghe. Il sesso visibilmente umido di umori, che lasciano un profumo invitante nella stanza. Le sue natiche arrossate. La sinistra molto più segnata, per via del manrovescio, la destra rossa, sembra quasi rovente. Lei completamente stesa, inerme. Il suo viso è sul contratto, rigato e inumidito dalle sue lacrime. Vibra. Il suo corpo vibra di rabbia, d'umiliazione, di profonda eccitazione.
Con gli occhi sul suo sesso volto le spalle.

Pochi secondi.
La porta si apre e si richiude.
Sparisco dal suo ufficio, lasciandola sola.
Umiliata.
Esposta.
Vuota.
Il colloquio - parte 5 by Lee

Quel suono sordo della porta che si chiude fa riprendere Giulia.
Non sente nemmeno i suoni che provengono dal corridoio, netti.
Riapre gli occhi, rossi. Le lacrime hanno inumidito la copertina del contratto appena firmato. Ma Giulia non ci bada assolutamente.
Rimane immobile per vari secondi, in quella posizione. Le natiche bruciano. Il sesso umido vibra e fa vibrare il resto del corpo. Lungo la colonna vertebrale è come scorressero forti scosse elettriche, che cerca di trattenere, senza riuscirci. Vibrano le ginocchia, mentre cerca di ritrovare le forze. Nel nulla che sente dentro. Le mani si allungano lungo i fianchi, mentre cerca di sollevarsi lentamente. Abbassano la gonna. Fanno male quelle sculacciate. Fanno male in testa, e fanno ancor più male mentre sente che anche il solo contatto con il tessuto attillato fa bruciare e dolere ulteriormente. Si rialza, lentamente e quell'assenza dell'intimo le da una sensazione disagiante. Nuovamente. Si rialza senza asciugarsi le lacrime.
Qualcuno potrebbe aver visto quello spettacolo, mentre uscivo dalla stanza.
Chiunque avrebbe potuto vedere il suo culo esposto, il suo sesso umido, le sue natiche violacee.
Chiunque avrebbe potuto vedere Giulia umiliata.

Rimane immobile in quella posizione. Muove un passo e sente il suo sesso umido farsi sempre più fastidioso, a ogni movimento. Il suo intimo assente. Osserva a terra. Solo ora passa il dorso delle mani sulle guance, asciugando le lacrime. Singhiozza, mentre lo fa. Le lacrime sono la sua ulteriore umiliazione. Fa il giro della scrivania e apre un cassetto. Estrae un pacchetto di fazzoletti. Ne afferra uno e, allargando le cosce, lo passa sul suo sesso, cercando di asciugarlo un minimo. Ma quel gesto le provoca ulteriori brividi, gelidi, lungo tutto il corpo. Mentre asciuga sente umori fluire dolcemente sulle sue grandi labbra. Sarà una giornata complessa. Stirando la pelle delle grandi labbra istintivamente tende i glutei, che bruciano, fanno male.
Il fazzoletto è madido. Lo solleva. Istintivamente lo annusa. Piange.
Lo getta nel cestino poco distante e recupera un altro fazzoletto. Prosegue nell'operazione con qualche successo in più. Appena il fazzoletto rimane meno umido del precedente decide di sedersi. Lentamente. Il solo movimento le fa male. Si tende la gonna. Si tende il gluteo. Brucia il cervello.
Lacrime.

Afferra un altro fazzoletto e cerca di asciugare le guance, gli occhi. Il trucco è andato. Non ha bisogno di aprire lo specchio per capirlo. Rimane immobile, con gli ultimi due fazzoletti in mano. Li getta nel cestino.
Alla fine cede e apre un piccolo specchio che tiene nel medesimo cassetto dei fazzoletti e osserva gli occhi. Pulisce completamente gli occhi dal trucco. Tanto vale.
Gli occhi sono rossi. I capillari esplosi non si possono asciugare, coprire o celare.
Rialza lo sguardo solo ora. Fissa la porta. Si sistema istintivamente, senza guardare, la camicetta e la giacca. Sente i capezzoli turgidi premere contro il reggiseno, l'ultima barriera intima rimasta tra il suo corpo nudo e gli indumenti esposti.
Fissa la porta e pensa a quante persone potrebbero averla vista.
Ne basterebbe una: Rita. E già lo saprebbe tutto l'ufficio, suo marito.
Giulia osserva quella porta e socchiude gli occhi. Sente il vuoto dentro.
È come se il suo organismo stesse bruciando profondamente, non sa controllare la sua eccitazione, il dolore delle natiche, quella sensazione di impotente sottomissione a quell'uomo che l'ha umiliata come fosse un suo oggetto, un suo gioco.
Non riesce nemmeno più a piangere. Singhiozza leggermente, osservando la porta.
Il vuoto.


Vibra il telefono sulla scrivania. È un messaggio.
Quel suono la risveglia, per un attimo. Giulia alza lo sguardo verso il tavolo. Vede la copertina del contratto macchiata delle sue lacrime. Qualche goccia di saliva. Non ci bada molto. Non ne ha la forza.
Giulia non ha la nozione del tempo in questo momento, ma da quando quella porta si è richiusa sono passati non più di 5 minuti. Allunga la mano e apre la schermata. Un SMS da parte del marito: “Ottimo”. E basta. Nient’altro.
Rita deve avere avvisato che sono andato in ufficio a sistemare tutto.
Giulia osserva quel telefono piena di rabbia. Gli occhi rossi sono pieni di rabbia e umiliazione. Impotenza.
Con gli occhi su quella schermata Giulia si rende conto che Rita sarebbe dovuta passare molto tempo fa. Ma nessuno ha bussato e nessuno entrato. Solamente ora realizza che, mentre chiudevo la porta, avrebbe potuto vedere le sue natiche nude, aperte, esposte, il suo sesso umido e le gambe divaricate, china sulla scrivania, completamente offerta e impotente. Potrebbe aver già visto tutto. Vibra il corpo di Giulia sulla sedia e quella vibrazione rintuzza il dolore alle natiche. Sente l’umidità crescere tra le cosce, consistentemente. Non ci bada.
Giulia osserva il telefono fisso sulla scrivania. Sa che deve chiamare Rita ma non ne ha il coraggio. Non ha più lacrime. Vorrebbe piangere ma non ci riesce.

Giulia rimane lì, immobile. Il tempo passa e non se ne rende conto.
Nel suo cervello risuonano, sordi, i suoni dei colpi sulle sue natiche. E quei colpi li riprova sulla pelle. Il suo sesso si inumidisce. Sfrega le cosce sotto alla scrivania. Lo sfregamento è fluido, il suo sesso vistosamente umido. Quel profumo sale alle sue narici. È il profumo della sua impotente umiliazione.

Dopo mezz’ora Rita non arriva. Giulia realizza che la aveva vista arrivare in ritardo, scarmigliata. Cerca di farsi forza, senza sapere che io me ne sono già andato dall’ufficio, dopo essermi fatto accompagnare dalla stessa Rita.

Giulia alza il telefono e chiama l’interno di Rita. Non ha bisogno di parlare, che Rita risponde: “Arrivo”. Giulia posa lentamente il telefono.
Pochi attimi dopo sente bussare. “Sì…”, un soffio esce dalle labbra di Giulia, umide. L’eccitazione l’ha portata a quello. Non se ne rende nemmeno conto. Rialza lo sguardo verso la porta, ma è uno sguardo basso, bastonato, con occhi rossi. Quelle perle nere al centro degli occhi sembrano perse, immerse in un mare bianco macchiato di rosso.
Il corpo di Giulia è rigido, quasi trema sulla poltroncina e quei movimenti secchi e minimi le provocano un dolore indicibile ai lividi sulle natiche. Bruciano tremendamente.
Quel profumo che sale dalle cosce. Quel maledetto profumo d’umiliazione.

Rita entra e fa il giro della scrivania con una serie di cartelline contenenti documenti da firmare. È una prassi a tal punto che Rita non lo spiega nemmeno. Ha poca necessità di esercitare le sue capacità analitiche per vedere gli occhi rossi di Giulia, i capelli scarmigliati. L’abbigliamento risistemato senza la consueta precisione.
Posa le cartelline rimanendo a fianco di Giulia, in piedi. Osserva il contratto pieno di chiazze umide.
Giulia afferra le cartelline, controlla pigramente e, recuperando la firma accanto al mio contratto, sigla vari fogli. Ogni movimento sembra brace ulteriore che scorre sui muscoli delle sue natiche.
Vibra, Giulia, ma cerca di celare tutto.
“Serve altro?” chiede Giulia con un filo di voce vibrante, schiudendo appena le labbra. “Altrimenti può andare”, cerca di trovare un po’ di fermezza, senza riuscirci.

Rita riapre una cartellina già firmata: “Questa è molto urgente. Dovrei inviare un fax entro un’ora…” dice indicando direttamente il posto per la firme. Rita apre deliberatamente la cartellina vicino a sé, come per far muovere ulteriormente Giulia.
“Faccia vedere, lasci pure…”, dice Giulia osservando i fogli e allungando una mano. Rita non sposta la cartellina. Giulia finge di leggere: “Di cosa si tratta?”.
Rita vede quella ritrosia al movimento. Avvicina i fogli, ma tali per cui Giulia dovrà quantomeno muoversi sulla poltroncina.
“È un’autorizzazione di spesa per la banca. Mi ha chiamato suo marito per dire che può firmare lei in sua vece”, dice Rita con tono fermo.
“Va bene, come al solito”, Giulia risponde in un botto di fermezza.
Rita si irrigidisce, stizzita. Assottiglia lo sguardo, trovando quello di Giulia. È una sfida impari. Rita fissa gli occhi di Giulia con una superiorità nuova, data da quella debolezza di Giulia, completamente svuotata di personalità e fermezza.
“Non penso sia nella posizione di avere questi toni”, borbotta Rita con rabbia in un filo di voce, che poi si rialza: “Suo marito ha necessità di autorizzarne la spesa. Se alza il foglio, le ho stampato la mail che le ha inviato poco fa, inserendomi in CC”.
Freddezza.
“Ma a quanto pare lei era impegnata”, dice Rita con gelida maliziosità.
Rita attende con la copertina tra le sue dita che Giulia sigli.
Ma Giulia è immobile. È come le si fosse fermato il cuore a quell’ultima frase. La mano è tesa verso il contratto, si muove leggermente sulla poltroncina. Non legge nulla. Il dolore le percorre il cervello, il corpo, si concentra tra le natiche ed esplode tra le cosce. Ulteriore umidità. Ulteriore umiliazione. Ulteriore impotenza.
Giulia fa uno scarabocchio incomprensibile e soffia tra le labbra: “Le ho detto che può andare…”.
Rita sorride maliziosa. Si sente forte della sua vittoria.
Afferra la cartellina e vede quell’atteggiamento di Giulia. Sorride ora con aria di sfida e la osserva, mentre si avvia alla porta, dopo aver recuperato il contratto e tutte le cartelle. “Una buona giornata a lei”, dice voltandosi e andando via scodinzolando di fronte a Giulia.
Chiude la porta dietro si sé e torna nel suo ufficio.

Giulia è ferma, ancora in quella posizione tesa, come se quel colpo la avesse completamente resa non umana. Come se avesse strappato via l’anima dal cuore, perché il cervello era già impotente, umiliato, da quelle sculacciate.

Vibra nuovamente il telefono. È il mio numero: “Questo ufficio fa schifo. Pensi che sia abituato ad ambienti così da pezzente?”.
Giulia, come un automa, scorre sul telefono e avvia la chiamata.
Non fa in tempo a parlare.
“Non hai capito” le rispondo.
“Sì, ho autorizzato la spesa…”, cerca di rispondere.
“Devi”, dico sottolineando la parola con una rigidità violenta, “provvedere”.
“Non ha che da chiedere”, soffia Giulia.
“Ti segnalavo che avevo richiesto determinati standard. Uno non è già stato rispettato. Spero che si risolva tutto oggi. Io me ne sono già andato. Esigo che domattina sia tutto a posto, altrimenti conosce le conseguenze”, rispondo come un fiume in piena, prima di appendere, senza ascoltare alcuna risposta.

Giulia è rabbiosa. Chiama Rita direttamente dal cellulare.
“Me ne sto già occupando”, la risposta seccata di Rita, “mi è stata segnalata come estrema urgenza”.
“Va bene”, di nuovo la voce di Giulia ridotta a un soffio. Non è lei ad appendere.

Durante il pomeriggio in ufficio arrivano mobili ingombranti e altri elementi.
Rita non si fa vedere. Segue l’allestimento dell’ufficio.
Giulia si immerge dal lavoro per non muoversi. E non si muove.

A metà pomeriggio si rende conto che lo stomaco borbotta per la fame. Afferra un fazzoletto nel cassetto alla sua sinistra e lo passa tra le cosce, sulle cosce. Quell’umidità è infima, continua. Anche cercando di ignorarla continua a svilupparsi. Si alza e la tensione del tessuto della gonna le striscia sulle natiche.
Socchiude gli occhi e mugola con una dolcezza immane, per un attimo. Getta il fazzoletto nel cestino.
Giulia si dirige alle macchinette. Ogni passo è uno sfregamento delle natiche contro il tessuto, uno sfregamento delle cosce tra di loro, massaggiando quel sesso umido, esposto. Il profumo non lo può contenere. Ormai aleggia attorno a sè.
Giulia si trova davanti al distributore per prendere un panino e si trova al suo fianco Rita, con delle cartelline sotto il braccio. Non le parla.
Giulia prende il panino confezionato e si avvia verso il mio ufficio, per controllare. Nota gli addetti a smontare alcuni pezzi di mobilio.
Torna verso il suo ufficio.
Mentre apre la porta sente vibrare il telefono. Due volte.
Si siede, lentissimamente, con un sospiro stretto tra i denti. L’arcata superiore affonda nel labbro inferiore. Quei pochi passi son stati letali. Rita. Gli addetti. Gli impiegati dell’azienda che la osservavano.
Apre i messaggi su Whatsapp ricevuti dal mio numero: “Mi dicono che tu stia controllando che tutto sia a posto. Fossi in te spererei che lo sia per domattina. Chissà cosa ne penserebbe tuo marito di queste”. Il secondo messaggio è una foto delle mutandine strappate, posate sulla poltrona su cui ero seduto la mattina in albergo, mentre la aspettavo.
Giulia rimane immobile. Gli occhi tremano. Singhiozza, senza piangere, mentre digita sul telefono la risposta: “Mi sembra sia a posto”.
Un colpo al cuore, di nuovo.

Il pomeriggio passa senza che Rita passi dall’ufficio.
Alcuni dipendenti, di tanto in tanto, portano report a Giulia. È una cosa strana, visto che normalmente li raccoglie e li porta Rita. Alcuni le spiegano che è proprio la segretaria a mandarli. Ognuno studia Giulia, in quella situazione, scrutano i suoi occhi rossi, il suo atteggiamento estremamente cedevole e morbido, inespressivo.
Giulia si sente ancor più umiliata, preda di gesti sempre più volti a renderla esposta. Inerme di fronte al suo progressivo e crescente cammino verso l’impotenza di opposizione all’umiliazione.
Giulia non ha più una nozione del tempo. Cerca di mantenere il cervello concentrato nel lavoro, ma il suo corpo non risponde.
Giulia esce dal suo ufficio dopo le 20. L’azienda è completamente vuota.
Con lo sguardo chino si avvia verso l’esterno. Quel vuoto è tremendo: a ogni passo a Giulia sembra di sentire quel viscoso sfregamento delle cosce risuonare all’infinito lungo le pareti dell’azienda. Nell’ascensore si ferma. Sospira. E in quel sospiro sente il suo profumo. Intenso.

20.15
Giulia è in macchina, è partita da poco. Suona il telefono. Risponde con i comandi al volante, tramite Bluetooth. È la voce del marito a rompere quel silenzio: “Giulia, sto rientrando ora”, il tono è dolce, lento, morbido. “Sto prendendo l’aereo e a mezzanotte sarò a casa”. Giulia non risponde. Quel silenzio e quelle parole è come se non arrivassero, ma fossero piccoli suoni che le trafiggono il cervello. Nuovamente. “Spero di trovarti sveglia”.
Un sospiro e un soffio esce dalla bocca di Giulia: “Ci sarò, come sempre”.
La speranza è che quella conversazione finisca lì.
“Oggi ho detto a Rita di seguire la questione dell’ufficio. Mi ha detto che eri molto tesa. Non deve essere facile trattare con quel tizio”, conclude ridacchiando. Al di sotto Giulia sente voci che si alternano. È come se il dialogo principale non esistesse, nel suo cervello. Non risponde.
“Ora ti devo lasciare. Ci vediamo tra poco”.
“Ciao”, riesce a sussurrare Giulia, mentre gli occhi seguono la strada.
Un’automa.

21.00
Giulia si è fatta una doccia.
Ora è nuda. Addosso ha il profumo del bagnoschiuma e del balsamo usato per i capelli. E della crema idratante che si è passata lentamente, sulle natiche.
E quell’operazione ha provocato di nuovo lo stesso effetto: umidità. Umidità intensa sul suo sesso. Lungo le cosce. Giulia è sdraiata, sul fianco sinistro, a letto. Gli occhi sgranati, le gambe sfalcate. Il culo esposto, arrossato. Si possono distinguere le sculacciate e i lividi violacei. E l’umidità che riga le cosce.
Rimane sul letto, a occhi aperti. Non riesce a dormire. Ogni tanto muove le gambe e quello sfregamento si fa sempre più viscoso.

A mezzanotte rientra il marito. Giulia è chiusa nella bolla della sua impotenza.
Gli occhi sono chiusi, in un dormiveglia irreale. I suoni risultano attutiti nel suo cervello. Il marito entra nella stanza con un passo morbido, lento. Osserva quei lividi. Inspira quel profumo degli umori di Giulia che aleggia nella stanza. Inizia a spogliarsi lentamente. Passa anche di fronte a Giulia e la osserva, completamente nuda. Eccitata anche in quel sonno leggero. I capezzoli inturgiditi, il corpo teso, esposto. È come se stesse vivendo un lungo e intenso rapporto sessuale in cui la costrizione a non godere è prolungata allo stremo.
La osserva e si infila nel letto. Copre Giulia dolcemente, con le coperte. Sotto alle coperte allunga una mano e carezza quelle natiche, sentendole calde, ustionanti. Un brivido percorre il corpo di Giulia, nel sonno.
Vuota.

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