i racconti di Milu
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Al mattino presto, mi svegliai per la voce di mamma, che , mi chiamava.
- Giovanna, Giovà ... vai a svegliare la nonna che oggi scende con noi. –
Mi sentivo assonnata, pesante, con la lingua impastata, come chi è andato a letto ubriaco.
Quasi scivolando sul pavimento freddo, riuscii ad alzarmi, mi sentivo vecchia e vuota e avevo la testa piena di dubbi, come nuvoloni neri che annunciano un temporale.
La mamma era già in piedi, sistemava il mio zainetto.
- Vai – disse – accompagniamo a te e poi andiamo dal medico, a Benevento. –
Aprii la porta dell’ ala della casa in cui viveva mia nonna, ma in camera sua non c’ era, il bagno era aperto: pulito e ordinato, come al solito.
Mia nonna era mattiniera, ma da tempo restava quasi sempre a letto, non poteva fare sforzi perché soffriva di cuore.
Scesi la scala che portava al piano terra, cercai nel garage, per scrupolo, ma niente.
Guardai fuori ... la strada, all’ alba, era deserta.
Poi sbirciai nel vano del vecchio negozio ... niente, poi nel bagnetto abbandonato.
Stavo per risalire quando per abitudine infantile, controllai lo spazio vuoto sotto le scale, dove da bambina mi nascondevo per gioco.
Due palle bianche mi fissarono, vitree, fredde.
Feci uno scatto all’ indietro e per poco non stramazzai sul pavimento: un volto orrido, con gli occhi strabuzzati e la lingua nera fuori dalla bocca, penzolava ...
il corpo della nonna era appeso alla vecchia catena che usavamo prima di avere il cancello elettrico.
Era completamente trasfigurata dalla paura e dai patimenti di una morte terribile.
Si era impiccata alla catena e i gli anelli metallici le avevano spezzato il collo.
A pochi passi dai suoi piedi uno zirro d’ acciaio: probabilmente si era aiutata con quello, salendoci sopra; la catena, invece, era fissata a uno dei ferri della ringhiera della scala soprastante.
Terrorizzata e impietrita riuscii solo a chiamare: - Mamma, mamma! –
con voce strozzata.
Quando mi ripresi da quella turbolenta mattinata capii di avere provato la prima grande paura:
Paura per la morte!

La giornata mi travolse.
Finalmente quella sera, sola in casa, nonostante stessi per crollare dallo stress e dalla fatica, mi preparai la vasca da bagno per cercare un po’ di relax.
Alla fine, mentre mi asciugavo, notai che le due macchioline rosse, che da sempre ricordavo di avere sull’ alluce sinistro, erano diventate tre, come a formare una specie di triangolo equilatero.
“Che strano”... poi mi ritrovai a ripensare a tutti gli avvenimenti trascorsi.
Sentivo che dentro di me stavo cambiando rapidamente.
Anche se non ero più una bambina, nonostante i disagi di una vita da sottoposta, non avevo mai capito il male.
Adesso, invece, mi si parava di fronte un mondo nuovo, pericoloso e ostile.
Comprendevo la malizia delle persone e gli scopi occulti che volevano raggiungere nei loro progetti, a breve e a lungo termine.
Ad esempio, mio “zio”, lo zoppo ... l’ avevo sempre visto semplicemente come una persona grossolana e sterile, avevo capito da tempo che faceva sesso con mia madre, ma non avevo mai intuito la sua malizia, le sue meschinità e i suoi progetti di arrivismo smodato.
Mi resi conto che quell’ essere squallido e solo, coltivava manie di grandezza del tutto assurde.
Compresi l’ arrendevolezza e la paura di mia madre.
Aveva sopportato molti sacrifici e umiliazioni, anche per causa mia, ma il suo carattere era debole, mancava di orgoglio e non aveva alcuna fiducia in se stessa.
E’ vero quel che si dice: a volte la miseria rende vili.
E compresi anche che qualcosa non quadrava nella morte della nonna, violenta e improvvisa. Possibile che non ci avesse lasciato niente?
Nessun documento, nessuna annotazione, nemmeno una lettera.
Mia nonna non era una donna ignorante, al contrario era laureata e aveva insegnato matematica per anni al liceo di Benevento.
Ci aveva sempre aiutate e protette, in particolare aveva una predilezione per me, che nascondeva accuratamente a tutti i parenti e perfino a mia madre.
Eppure: era morta suicida senza lasciarci niente, assolutamente niente.
In questo caso l’ unico erede, guarda caso, era proprio lo zio Tonino, maledetto dalla sorte, ma fortunato come un “Gastone”.
Da figlio sventurato, grazie alla prematura morte di mio padre si era ritrovato figlio unico ed erede di parte dell’ eredità e di tutta l’ attività
della famiglia di mio nonno.
E adesso, con la morte della nonna, diventava padrone dell’ intera proprietà, che non era poca cosa.
Ne parlai con mia madre e le ricordai anche che qualche anno prima avevamo accompagnato più volte mia nonna alla banca e dal notaio del paese, Formiello.
Le dissi di andarci per chiedere spiegazioni, ma lei non se la sentì; e allora, contro la sua volontà, mi ci recai io stessa, un pomeriggio, pochi giorni dopo.

Il notaio era un uomo anziano sposato con una vecchia signora malata da anni. Era grassoccio e calvo, lievemente untuoso, come tipo.
Fu molto sorpreso dalla mia visita, anche perché era sabato e lo studio era ovviamente deserto.
-Vieni, piccina. Mi ricordo di te, ti chiami Giovanna, è vero? – mentre parlava e prendeva tempo, mi risultò chiaro che la sua mente elaborava pensieri su tutt’ altri argomenti, preparandosi di certo a rispondere alle domande che già immaginava gli avrei sottoposto.
- Mi è tanto dispiaciuto per la tua povera nonna, da giovani eravamo amici, sai? – disse il notaio, facendomi sedere sul divanetto della sala d’ attesa.
Ascoltandolo mi misi comoda e mi accorsi dello sguardo bramoso che lanciò alle mie ginocchia nude, facendo finta di niente.
- Che bella ragazza ti sei fatta, Giovannella. Brava – continuò – Lo gradisci un bicchierino di rosolio? O il nocino? Non per vantarmi, ma lo faccio io con le noci nostre, a san Giovanni ... ah ah – rise senza allegria.
Tagliai corto, dimostrando una certa decisione, e chiedendo come era possibile che mia nonna non avesse fatto un testamento.
Ma lui si schernì con falso disappunto: - E figlia mia, cosa pensi, che non capisco il vostro disagio? Tuo e di mammà? ... la povera nonna ci pensava a voi, eccome. –
-Ma poi – continuò – non si decideva mai, eppure io qualche volta ho fatto anche un poco di pressione. Glielo dicevo: Margherì, stiamo sotto al cielo ... non ti scordare di quelle povere creature, ma lei niente: rimandava sempre. – si asciugò la fronte madida e si sedette vicino a me, finse di urtarmi il ginocchio con la gamba, si scusò ma non si spostò, io lasciai correre: volevo notizie!
- Certo – disse il notaio – di sicuro non prevedeva che la testa le avrebbe fatto quel brutto scherzo. Povera donna: troppi dolori! –
E così dicendo mi prese la mano tra le sue, erano sudaticce e lui era evidentemente concitato. Nel muovermi, la gonna a portafoglio, si aprì, mettendo in mostra la mia coscia nuda quasi fino all’ inguine.
Il notaio si guardò intorno, come ad assicurarsi di essere del tutto inosservato, poi aggiunse con un filo di voce: - Io capisco la vostra situazione e me ne dispiaccio ... che posso dirti? Però ricorda puoi sempre contare sul notaio Formiello per un piccolo aiuto. Alla fine io sono un uomo solo e cerco di essere generoso, se me ne capita la possibilità. – Così dicendo mi poggiò la mano sul ginocchio.
Fino a pochi giorni prima sarei fuggita spaventata da quel contatto inatteso, ma ero estremamente cambiata e capire di piacere mi faceva sentire forte e importante.
Non mi convinceva quell’ uomo, ma non potevo fare niente, decisi di tenermelo buono per il futuro: forse avrebbe potuto tornami utile.
Allora feci un’ azione che sorprese prima me, che lui ... mi feci vento con la gonna, aprendo le gambe, in modo che lui vedesse benissimo la mutandina di cotone bianco, falsamente casta sotto la gonna a quadri.
- Mamma mia ma che caldo, oggi non si respira – e intanto sbottonai un bottone della camicetta bianca.
Il vecchio notaio sussultò, ma mangiò la foglia, secondo me doveva essere veramente arrapato.
- Mettiti a tuo agio, figlia mia – disse con voce alterata – adesso accendo l’ aria condizionata? –
- No, no, grazie. – rifiutai con cortesia – Magari se mi date un bicchiere d’ acqua ... mi sento accaldata. – e lui premuroso: - Subito subito. Anzi ti porto una bella Coca fresca, va bene? –
Lo ringraziai – Troppo disturbo, grazie – e intanto feci in modo distrattamente di sbottonare ancora di più la camicetta.
Vidi il pantalone del vecchio uomo deformarsi sul davanti. Si stava eccitando.
In un angolo del suo ufficio aveva un frigobar, lo raggiunse e mi prese una Coca Cola.
- Ecco qua – disse, mentre si poneva in piedi, estremamente vicino a me – una bibita fresca è quello che ci vuole, con questo caldo. -
Mentre versava la Coca in un bicchiere di carta, gettava un occhio insistente e avido ai seni ormai quasi scoperti che prorompevano dalla camicetta, non portavo reggiseno.
- Che bella figlia ti sei fatta ... – si liberò le mani e azzardò una carezza sui miei capelli, chiari e sottili, mentre la sua coscia si insinuava tra le mie, nude.
Rapidamente, mescolando una ridda di pensieri e di emozioni, cercai di trovare il comportamento migliore da tenere in quella situazione.
Mi sentivo forte e aggressiva, ma non conoscevo assolutamente l’ uso delle mie “armi”, non ero mai stata con un uomo, sapevo di essere vergine.
Il contatto più estremo con l’ altro sesso si era limitato a qualche strusciamento falsamente accidentale di qualche ragazzo, nel bus o al cinema.
Inoltre, adesso mi passava davanti agli occhi l’ immagine prorompente del grosso coso di mio zio, che svettava e eiaculava su mia mamma e ricordai, con bramosia, quell’ odore invitante emanato dal suo liquido biancastro.
La grande privazione e l’ esplosione della mia femminilità mi stavano facendo eccitare.
Decisi di stare al gioco ... almeno fino a un certo punto.
Lo scaltro notaio si accorse della mia arrendevolezza e la cosa lo rese più guardingo invece che più aggressivo: il paese era piccolo e lui temeva per la sua reputazione.
D’ altro canto non gli pareva vero di avere, a portata di mano, tanto ben di dio.
Lui, per avere rapporti con una donna bella e giovane, si recava in case d’ appuntamento a Napoli, a Roma e, a volte, in altre parti d’ Italia (mi disse in seguito), spendendo soldi e tempo, pur di appagare la sua eccitazione e, nei rarissimi casi in cui era stato possibile, anche le voglie più inconfessabili della sua anziana moglie.
Senza spingersi oltre si sedette al mio fianco e in silenzio, mi cominciò a carezzare le gambe con grande delicatezza.
- Vedi, qua passo le mie giornate, sono spesso solo ... la signorina Giuditta, la segretaria, viene solo i giorni dispari, di mattina, per sistemare le carte e fare i servizi esterni ... la Posta, la Pretura ... capisci? – mi parlava come se fossimo al bar in piazza ma, intanto, spingendo con la mano, aveva fatto in modo che io aprissi le cosce, abbastanza da potermi scostare la mutandina e toccarmi col dito nodoso, la vulva, umida.
- Noi non abbiamo figli – aggiunse – mi fa piacere se mi vieni a trovare, anzi se ci vieni a trovare, perchè anche mia moglie ha molta simpatia per te ... lo sa quanto hai sofferto, figlia mia. –
Le dita del notaio si insinuavano intanto tra le grandi labbra e con l’ altra mano si era infilato tra i seni, scivolando tra le due tette approfittando del sudore.
Ingenuamente dissi: - Ma, notaio ... e se entra vostra moglie? – ma intanto non mi tiravo indietro, anzi mi aprivo meglio e diventavo discinta e disponibile.
Lui ridacchiò nervosamente: - Eh ... – esclamò – E che sarà mai? Non facciamo mica niente di male, no? – e intanto mi era entrato in figa, col dito.
Riuscì a trovare la forza di staccarsi e si alzò in piedi e rapidamente si abbassò i pantaloni, mettendomi all’ improvviso il suo pene davanti agli occhi.
Era lungo e sottile, lievemente inclinato verso il basso.
- Guarda, figlia bella, ti apprezzo molto e ... chiamami zio Peppino: notaio è “pesante”, come nome. –
Io ero accaldata, eccitata e impreparata: guardai ipnotizzata quel coso in primo piano.
Dalla testa rubizza uscì una gocciolina trasparente, ne approfittai per odorare, ma non si sentiva nulla, tranne un leggero tanfo di orina secca: probabilmente il notaio aveva pisciato poco prima del mio arrivo.

Note finali:
Pubblicazione settimanale.