i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Un grazie particolare a Mishima per la pazienza nel sopportare i miei strafalcioni.


La signora Dolores era il quadro preciso di ciò che avrebbe dovuto essere: una vedova perfetta. Giovanile, ma seria; ancora bella, ma composta. Aveva da poco superato la quarantina. Il suo viso era provato, un’ombra di trucco, quasi invisibile.
Indossava un tailleur nero, gonna al ginocchio, calze grigie velatissime, scarpe nere Valleverde chiuse, da vecchia. I capelli castani, non troppo curati, raccolti sulla nuca.
Se ne stava seduta sull’orlo della sedia rococò, con le gambe strette, le mani in grembo che stringevano la borsetta … tutta compunta, tutta costretta.
Non si vedeva ma, di sicuro, stava stringendo anche il culo, per la tensione e per interpretare al meglio il suo personaggio.
Era preoccupata davvero, ma voleva rendere al meglio la sua interpretazione, con la speranza di far colpo sul “buon cuore” del marchese Giraudo.
Lei lo aveva conosciuto, e molto bene, tanti anni prima, ma era una donna che non credeva troppo ai sogni, con i piedi ben piantati per terra ed era certa che lui nemmeno si sarebbe ricordato di lei: una ragazza come tante, come quelle che la posizione, la ricchezza e il prestigio del casato gli avevano permesso di cogliere, tra quelle che andavano e venivano dalla sua vita di giovane possidente scapestrato.
Al suo fianco sedeva Floriana; indossava Jeans e camicetta bianca di cotone. La ragazza non avrebbe voluto essere con la madre, certa di annoiarsi presenziando a quelle chiacchiere pietose, da adulti. Ma, adesso che c’era, non si pentiva di esserci. La madre l’aveva letteralmente costretta ad accompagnarla; per una donna sola e vedova, recarsi in casa del marchese senza un adeguato accompagnamento, sarebbe stato sconveniente.
Floriana era incantata da quel lusso, da quella mobilia vista solo nelle visite al museo, ma ciò che l’aveva colpita maggiormente era lo spazio, la grandezza opulenta di ogni cosa. Tutto era grande, a volte enorme.
Erano arrivate in taxi, nessun autobus conduceva in quel quartiere, tra quel gomitolo di vecchie strade, seppur prossime al centro di Catania. Già arrivare a piedi dal cancello alla villa era stato un viaggio tra viali circondati da aiuole di terra battuta, costellati da alberi secolari, che conferivano all’ambiente una freschezza umida e antica … lievemente triste.
Il portone principale troneggiava dietro un alto colonnato impreziosito da una loggia in marmo consunto dal tempo; di sopra, invece, la ringhiera in ferro si alternava a dei basamenti su cui erano adagiati enormi vasi di terracotta, a forma di anfora, da questi, mollemente e deliziosamente, pendevano piante bellissime, curate e lucide.
Una signora elegante, le stava aspettando e con molta gentilezza le aveva accompagnate, attraversando saloni grandi quanto la chiesa parrocchiale.
La donna spiegò che il Palazzo dei Giraudo era sotto il patrocinio dei beni culturali e che si visitava su appuntamento. Il marchese, invece, le poche volte che era a Catania, viveva negli appartamenti piccoli, una volta destinati alla numerosa servitù.
Dopo pochi passi Floriana dovette rendersi conto che il concetto di piccolo, per la signora, era molto relativo. Però, effettivamente, dopo varie porte istoriate e dorate, arrivarono ad una sala d’aspetto abbastanza usuale, dove vennero fatte accomodare.
Senza chiedere se gradivano o meno, una cameriera con tanto di grembiule immacolato, pose sul tavolino a pochi passi da loro, un vassoio di pasticcini e piccoli sandwiches, una teiera e un bricco con della cioccolata calda.
Naturalmente la signora Dolores non prese nulla, mentre Floriana assaporò il gusto forte e pastoso di una cioccolata calda e densa. Era così buona da pensare di non averne mai provata di così prelibata...
Da una delle porte proveniva un brusio, a volte concitato; probabilmente era il marchese in persona, che trattava i suoi affari.
Passò più di mezz’ora, poi la stessa cameriera di prima tornò e le accompagnò fino allo studio del marchese.
L’ufficio, più che piccolo era costipato. Completamente circondato da scaffali antichi, zeppi di libri e documenti. Era una stanza speciale, alta cinque metri, come minimo; la parte in fondo era praticamente, una enorme vetrata, antica, con le lastre leggermente opacizzate dal tempo, però la veduta che si godeva da quel punto era spettacolare. Si aveva quasi l’impressione che la stanza fosse stata costruita in funzione del finestrone.
C’erano tre scrivanie, vari computer accesi, un divano spartano, ma di eccezionale fattura e poi c’era un letto, camuffato da divano, ricoperto di stupendi cuscini di raso.
- Eh si! – disse una voce allegra, notando Floriana che fissava stupita proprio il letto, che era posto ad angolo, tra due pannelli rivestiti di seta – la signorina non si sbaglia – continuò quella voce maschile – quello è proprio il mio letto. E’ un sistema all’americana: full immersion, sempre dentro … dormo, lavoro, vivo qui … non mi chiedete però se ne vale la pena … - sorrise ancora – … però, almeno, è comodo! –
Dalle ombre della biblioteca, una figura imponente si fece avanti e la voce prese anche un corpo, il marchese le accolse con estrema cordialità.
Con sorpresa di Floriana, abbracciò e baciò la madre come se la conoscesse da tempo, cosa che fece arrossire la signora, impreparata a tanta cortesia.
L’uomo porse le condoglianze per il lutto di Dolores, poi strinse la mano a Floriana, infine le carezzò la guancia, facendole un complimento bonario … disse qualcosa riguardo ai fiori, che però la ragazza non afferrò.
Era abbastanza alto, estremamente raffinato nei modi e gentile, ma negli occhi neri il guizzo di un'intelligenza acuta e, all’occasione, perfida, non si poteva nascondere.
Era più giovane di quanto Floriana si era immaginata, ma lei si innamorò del fatto che anche lui indossava dei Jeans, sopraffini … ma sempre Jeans. Questa constatazione la rese briosa.
Anche, il suo profumo le piacque: molto particolare, pieno di venature calde, antiche, rassicuranti. Tempo dopo avrebbe scoperto che si chiamava: Habit Rouge, uno dei più vecchi profumi della Guerlain.
Mentre Floriana studiava l’ arredamento, la madre esponeva al marchese le sue vicissitudini, dandogli del voi, come si usa nel meridione.
Lui, ascoltò senza interrompere, come tutte le persone speciali, aveva la caratteristica di mostrarsi concentrato. Resta un mistero sapere se capiscono accuratamente ciò che gli si dice, oppure se se ne stanno a pensare ai fatti loro, nascondendo ad arte la loro noia.
La signora Dolores, in realtà, non cercava che un aiuto per trovare un lavoro, uno qualsiasi; la morte prematura del padre di Floriana le aveva lasciati in una situazione abbastanza preoccupante dal punto di vista economico.
Il marchese la lasciò parlare, ogni tanto guardava sia la madre che la figlia e Floriana si beava di quello sguardo, che sembrava molto interessato a lei, senza nasconderlo.
Quando la donna finì la sua esposizione, rossa in viso per la concitazione e l’emozione, l’uomo rimuginò per qualche istante senza esprimere alcun parere, con gli occhi chiusi e le mani giunte, dietro la piccola scrivania in mogano.
- Bene, bene , bene … - disse inaspettatamente – ho capito tutto! –
Si alzò e si avvicinò alla ragazza: - Fatti vedere – disse - che bella che sei diventata … e poi con una bella mammina come la tua il risultato non poteva essere che questo! – Sorrise.
La signora Dolores, invece di entusiasmarsi si rattristò, convinta che tutto quanto aveva raccontato al suo conoscente fosse caduto nel più totale disinteresse. Il marchese era rimasto il donnaiolo che lei ricordava: certo che lo ricordava, e abbastanza bene.
Ma l’altro, la stupì con affermazioni del tutto inaspettate: - Ora dobbiamo organizzarci … Devo pensare a questa faccenda. Voglio il meglio per voi, voglio il meglio per la tua famiglia … cosa pensi? Io non dimentico le amicizie e le rispetto e … a proposito, sei tu che mi manchi di rispetto! – esclamò all’improvviso.
Dolores si raggelò e anche Floriana avvertì la sorpresa.
- E certo … arrivi in casa mia … signor marchese, il voi, il lei! Io per te, anzi per voi sono Damiano, ricordi? – poi sorrise, stemperando l’atmosfera che aveva lui stesso creato – Lo so, non ci vediamo da anni, faccio una vitaccia … sempre in giro, ma non mi sono mai dimenticato del fascino della tua mamma. – disse rivolto a Floriana.
- Andate adesso, lasciatemi pensare – indirizzando altrove il suo interesse - per stasera devo anche sistemare un sacco di cose, parto per Roma, ma venerdì dovrei essere di ritorno. Dammi il tuo telefono, Dolores, ti chiamo io! -
La signora ubbidì immediatamente. Madre e figlia erano sorprese dagli atteggiamenti discordanti del marchese Giraudo, ma sperarono ardentemente che il suo interesse improvviso fosse sincero.
Si avviarono lungo il viale che portava al cancello, era quasi sera.
Non si dissero nulla per evitare che orecchie indiscrete potessero ascoltare, ma l’espressione di Dolores non era delle più entusiaste: conosceva quel tipo di persone ed era convinta che, entro dieci minuti, il marchese si sarebbe dimenticato persino della sua esistenza.
Poco prima di uscire dal cancello, la signora Dolores chiese alla figlia di prendere il cellulare per cercare un taxi. Due donne sole per quei viali potevano rischiare qualche brutto incontro a quell’ora. Ma, mentre Floriana armeggiava con la rubrica, una grossa Mercedes grigio percorse silenziosamente il vialetto fino a fermarsi pochi metri davanti a loro.
Un elegante autista ne uscì e aprendo la portiera posteriore, le invitò a salire.
- Sono Ramon, il marchese Giraudo vi prega di accettare un passaggio, prego. -
Le due donne si guardarono e senza pensarci due volte salirono, ringraziando il provvidenziale Ramon.
Dopo pochi minuti erano già a casa. Dolores era frastornata mentre Floriana era innamorata di tutto ciò che aveva visto in quella villa meravigliosa: marchese incluso.
Nonostante l’uomo avesse oltre vent’anni più di lei, non riusciva a dimenticare il fascino di quel signore. I ragazzini che già le ronzavano intorno, diventarono all’improvviso, insignificanti e scialbi.
Non comunicò alla madre tutta questa eccitazione, l’avrebbe di sicuro presa in giro. Erano sole, con la nonna di là che guardava la TV. Il fratello era a giocare a calcetto; ormai i loro rapporti incestuosi erano un ricordo lontano che entrambi cercavano di ignorare, spesso evitandosi accuratamente.
Ora, Renatino, aveva anche la sua prima ragazza e tutt’altre avventure a cui pensare.